Conversando con Zangrando

Fotografia di Valentino Liberto

Prima di partire per Livorno, dove mi trovo adesso, ho avuto un interessante incontro con Stefano Zangrando all’Hotel Laurin di Bolzano. In questi giorni metterò in “bella copia” gli appunti che ho preso. Ringrazio Stefano per la sua gentile disponibilità.

Superare l’autonomia “immatura”

Merita un commento approfondito l’intervista che Ulli Mair, la candidata sindaco dei Freiheitlichen per il capoluogo, ha concesso domenica al Corriere dell’Alto Adige. Rivolgendosi esplicitamente a un quotidiano in lingua italiana (anche se non certamente per “soli italiani”) la giovane politica sudtirolese dimostra così di aver capito che un’epoca storica è finita o sta comunque per chiudersi. Parliamo dell’epoca che potremmo rubricare sotto l’insegna dell’autonomia “immatura”, caratterizzata cioè da una gestione mai veramente orientata all’integrazione dei gruppi linguistici, bensì rassegnata a limitare i danni degli scontri passati mediante studiatissime norme di reciproca immunizzazione. Che un simile spunto giunga ora da parte di un’esponente di spicco della destra tedesca deve dunque essere senz’altro valutato positivamente, senza però dispensarci dal mettere in evidenza i punti problematici che restano sul tappeto.

Cominciamo con le note più liete. Contrariamente agli oltranzisti dell’identità tirolese, sulla questione dei monumenti la posizione dei Freiheitlichen prevede una compiuta storicizzazione di quei reperti e accoglie le indicazioni di tutte quelle persone ragionevoli che pensano sia possibile depotenziarne la carica simbolica a partire da un’opera di conservazione e ricontestualizzazione. Si tratta effettivamente di un passo importante e ha pienamente ragione la Mair quando sostiene che gli italiani devono rinunciare ad aggrapparsi a quei relitti come se rappresentassero il salvagente della loro “italianità”. Finora questo è successo con troppa reticenza, tentennamenti e continue ricadute all’indietro (che per esempio gli attuali restauri dell’arco piacentiniano non siano inseriti in un più complesso progetto di musealizzazione delle tracce monumentali e architettoniche del ventennio è un chiaro limite). Bisogna prenderne atto.

Permangono però ancora delle perplessità. Prima di tutto quel richiamo all’unità dei sudtirolesi di ogni lingua “di fronte agli immigrati”. Spostare il confine dell’esclusione verso i nuovi venuti, precludendo il loro pieno riconoscimento di cittadini a tutti gli effetti, costituisce un impedimento al progresso di questa società e non favorirebbe l’integrazione (che è cosa ben diversa dall’assimilazione) della quale c’è e ci sarà in futuro sempre più urgente bisogno. Parimenti, appare discutibile insistere sull’idea di “Stato libero del Sudtirolo”, come se soltanto dalla restrizione dello spazio amministrativo, dalla miniaturizzazione del nostro territorio, potessimo attenderci la soluzione di tutti i nostri problemi. Apprezzabile, tuttavia, che se ne cominci almeno a parlare secondo nuovi presupposti. E soprattutto insieme.

Il Corriere dell’Alto Adige, 31 marzo 2010

Scrivere non serve (quasi) a nulla

Sono appena reduce da un’esperienza molto istruttiva. Quella dell’incomprensione. Parlarsi per capirsi, scrivere anche, il più delle volte non serve a nulla. Quello che viene detto funge solo da piattaforma per replicare il già inteso, confermare i pregiudizi di partenza. Caso rarissimo è trovare qualcuno che sia disposto ad ascoltare davvero, a cercare di capire sul serio.  Ma vengo all’esempio che volevo illustrare.

Su facebook, Davide Orfino (per chi non lo conosce: giovane esponente del PDL locale) ha pubblicato pochi minuti fa un link contro il comunismo. “Contro questo ideale di merda”, la spiegazione. Va be’. Io gli ho contestato più che altro la forma, indicandola come non consona a chi vuole occuparsi seriamente di politica. Tutto inutile. Il ragazzo non si lascia convincere e continua a difendere quest’espressione da tredicenne idiota. Poi la discussione si sè spostata sul piano privato (in chat) e qui lo sconcerto diventa totale. Orfino infatti mi ha accusato di essere un simpatizzante di Eva Klotz e di Sven Knoll. Proprio così. Orfino sostiene che io apprezzerei la politica di questi due esaltati e in più, aggiunge alludendo a quanto si legge in internet (!), avrei “simpatie in quell’ambiente” (qui H. Staffler si sarà rivoltato nella tomba, pur essendo ancora in vita).  Ripeto: IO AVREI SIMPATIE, E DUNQUE STAREI SIMPATICO A QUALCUNO DI QUELL’AMBIENTE. Non è pazzesco? Non è assurdo? Non è, semplicemente, falsissimo?

Ecco. Mi chiedo: ma a cosa serve scrivere e scrivere (anche piuttosto esplicitamente) se poi i risultati sono questi? Dove finisce, in questo caso, la stupidità e dove comincia la malafede?

Elezioni regionali. Resuscitare il federalismo?

Francesco Palermo mi ha cortesemente inviato il suo eccellente editoriale, comparso oggi sul quotidiano Alto Adige.

Le regioni ordinarie vanno oggi al voto per eleggere presidenti e consigli. A quasi nove anni dalla riforma costituzionale che sulla carta ha posto le regioni al centro del sistema di governo, titolari di tutte le competenze non espressamente riservate allo Stato, il federalismo all’italiana è rimasto nei fatti schiacciato dall’assenza di una cultura politica regionale. La campagna elettorale che si è appena conclusa ne è l’esempio più eclatante: trasformata in un test politico nazionale, tanto che i candidati presidenti di centrodestra hanno persino dovuto “giurare” fedeltà ad un “patto per l’Italia e la libertà”, ha fatto sparire dalla scena mediatica i temi sui quali le regioni possono fare la differenza. E invece che di sanità, governance regionale, rapporti con gli enti locali, ambiente, finanza, internazionalizzazione, sviluppo, si è parlato di intercettazioni, aborto, odio e amore, nella migliore delle ipotesi di politiche sul lavoro, tutti temi sui quali le regioni poco o nulla possono incidere.

La colpa della marginalizzazione delle regioni è però in primo luogo delle regioni stesse. Tutte le regioni ordinarie (tranne il Veneto) hanno approvato nuovi statuti, ma salvo poche eccezioni (Emilia-Romagna, Toscana, in misura minore la Lombardia) questi sono l’uno la fotocopia dell’altro. La capacità politica delle regioni (tranne, guarda caso, Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia) è quasi nulla. Nessuna innovazione istituzionale, scarsissima creatività organizzativa e normativa, estrema politicizzazione e per di più secondo schemi nazionali e non regionali. Nemmeno l’elezione diretta dei Presidenti (caso unico in Europa) è riuscita a dare alle regioni la forza politica necessaria per camminare con le proprie gambe. Chi non innova non avanza, e la gran parte delle regioni non sono altro che la riproduzione in piccolo della macchina statale, delle sue inefficienze e della sua (sub-)cultura politica.

Ci sono, fortunatamente, piccoli ma importanti segnali di speranza. L’Emilia-Romagna ha un sistema di governance all’avanguardia in Europa; la Toscana ha sviluppato processi decisionali inclusivi e interessanti strumenti di internazionalizzazione e attrazione di investimenti; la Lombardia ha impostato un sistema sanitario misto pubblico-privato che ha consentito di migliorare sia la qualità del servizio, sia i conti pubblici. Il Lazio, comunque vada, sarà guidato da una donna coraggiosa che potrebbe fare la differenza. Sono aspetti positivi, che si spera possano avere un effetto traino, anche se sono ancora troppo deboli ed isolati.

Le Regioni speciali stanno a guardare. Qui non si vota. La maggior parte di esse, tuttavia, soffre dei medesimi mali, tanto più gravi in quanto le opportunità offerte dal loro status giuridico e finanziario sono maggiori. Nessuna regione speciale ha approvato un nuovo statuto, e ciò la dice lunga sul clima di incertezza e di sospetto che circonda le autonomie speciali: nessuna vuole muoversi per timore di perdere i propri “privilegi”, ma non muovendosi questi “privilegi” si erodono per la crescente distanza tra gli statuti ormai obsoleti e il nuovo quadro normativo nazionale ed europeo. A Bolzano e a Trento certo non difetta una cultura politica regionale, nonostante alcuni segnali di arretramento, come le crescenti faide in vista dell’eredità di Dellai e l’incapacità del Pdl altoatesino di trovare autonomamente candidati sindaci (tanto che l’unico punto su cui le diverse anime sembrano concordare è che la decisione vada presa a Roma). I rischi però sono anche qui dietro l’angolo. Per colpa delle altre regioni, che, castrandosi politicamente, rendono di fatto impossibile la creazione di un fronte comune regionale che possa fungere da serio contropotere rispetto al governo centrale e da spinta all’innovazione istituzionale e, chissà, magari anche politica. Ma anche per colpa delle stesse province autonome, che hanno da sempre perseguito una strategia bilaterale nei rapporti con Roma, che ha finito per renderle più deboli che in passato, proprio a causa di questo progressivo auto-isolamento che le ha rese invise alle altre regioni.

Manca insomma una cultura del regionalismo che spinga a fare squadra nell’interesse comune. La spinta in questa direzione non può che provenire dalle regioni (le due province autonome in testa) che hanno una cultura politica regionale, anche se non ancora una cultura politica regionalista. Per un motivo o per un altro, tutte le strategie finora seguite nei rapporti tra regioni e governo (allineamento politico, scontro, conflitto giurisdizionale, bilateralismo) hanno sostanzialmente fallito. E’ giunto il momento di pensarne di nuove. Forse dopo queste elezioni potrebbero essere le due province autonome a farsi promotrici di un dialogo privilegiato tra le regioni dotate di capacità politica. Un’aggregazione informale che vada oltre un troppo difficile bilateralismo e non perda tempo con un pesante e poco utile multilateralismo, ma che crei una rete, politicamente trasversale, di regioni innovative. Nell’interesse delle stesse regioni interessate, e di un intero Paese che ha disperato bisogno di innovazione politica e istituzionale.

Usciamo dalla tiepida prigione

Non so se è mai stata fatta un’indagine a tal proposito. Non credo però si sbagli di molto se affermiamo che in Sudtirolo una delle parole più usate (e quindi inevitabilmente abusate) sia Heimat. Heimat, una parola composta da sei lettere, numero sufficiente per disporle in cerchio e formare l’immagine di un ombelico. H-e-i-m-a-t dunque: ci si gira attorno, s’improvvisa una danza (che sa di tribale), ci si sprofonda dentro. Heimat è poi una parola notoriamente intraducibile. Per spiegarla (e spiegarsela) in italiano dobbiamo ricorrere ad alcune perifrasi, con la conseguenza di smarrirne l’immediatezza che tocca la sfera affettiva (Heimat è un sentimento, più che un luogo).

Nelle ultime settimane si è riparlato molto di Heimat prendendo spunto da un libro esemplare per comprendere tutte le implicazioni di questa parola e di questo concetto. Die Walsche, piccolo romanzo dello scrittore Joseph Zoderer pubblicato quasi trent’anni fa e da poco tornato anche in una versione teatrale molto apprezzata. Considerando retrospettivamente la sua Wirkungsgeschichte (la storia delle sue interpretazioni) il punto focale della riflessione sulla Heimat si è allargato. Non è più la storia di Olga e Silvano, il piccolo e concreto dramma privato della loro incomunicabilità proiettato sul fondale delle tensioni etniche del passato, che occupa il posto principale. Emerge sempre di più la cifra astratta e per così dire universale di una dialettica tra ciò che ci è prossimo, intimo, che vogliamo dunque proteggere, e qualcosa che irrompe dall’esterno, sottoponendo il perimetro della Heimat a nuove sollecitazioni e dunque, se intendiamo quest’ultime come domande, spingendoci a dare nuove risposte.

Vorrei attirare l’attenzione su un aspetto decisivo. Finora abbiamo compreso la dimensione della Heimat sempre a partire dalla critica del suo rovescio, ovvero stigmatizzando quel senso di estraneità (Fremdsein) che si vorrebbe interamente ridurre, come se insomma esso costituisse non solo l’elemento negativo rispetto alla familiarità dei nostri riferimenti essenziali, ma una sorta di negativo assoluto, di male in sé e per sé. Forse si tratta di un approccio sbagliato. Una Heimat che non conservi, che non dia spazio alla possibilità di ospitare l’estraneo lasciandolo sussistere in quanto tale si trasforma presto in una tiepida prigione. Alleggerire invece il bisogno di conquistare o difendere a ogni costo la propria Heimat, smorzare la sua nevrotica definizione, troppo legata alla logica tagliente e priva di sfumature dell’inclusione e dell’esclusione, non potrebbe alla fine rivelarsi una scelta più lungimirante?

Corriere dell’Alto Adige, 27 marzo 2010