Perdurante fascismo

Casa Pound

La vicenda del pestaggio di un minorenne nei pressi della sede bolzanina di Casa Pound non è stata ancora chiarita in dettaglio. Eppure il semplice dato di partenza – che cioè qualcuno sia stato spedito all’ospedale per futili motivi – appare in tutta la sua gravità se consideriamo da un lato i costanti richiami all’insicurezza della città, dall’altro l’alloro conferito alla provincia dalla classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita. È evidente che la verità sta in mezzo, e in mezzo adesso c’è quel ragazzo con la faccia tumefatta.

Stare in mezzo, purtroppo, significa però anche essere trattenuti in un guado. Bolzano, terra di ponti, mantiene sponde distanti, spesso affaticando i suoi abitanti in dispute ripetitive e prive di sbocco. Se l’emissione di un refrain partigiano scatena l’ira di qualche energumeno di passaggio, significa che la storia da queste parti si ostina a rifluire all’indietro. Ci sono voluti decenni per mettere capo a un progetto di contestualizzazione storica dell’arco piacentiniano. E il Duce a cavallo di piazza Tribunale, ancorché privato dell’illuminazione che ne celebrava fino a non molto tempo fa la presenza notturna, dal mattino al tramonto ci invita a credere, obbedire e combattere. Ancora oggi la maggioranza della popolazione locale non è disposta senza mille distinguo, e comunque manifestando aperta ritrosia a cessare il proprio esercizio di edulcorazione, ad accettare che si sviluppi una qual certa riflessione autocritica. Solo grazie alla caduta della giunta Spagnolli, poi, abbiamo potuto mettere una foglia di fico davanti a un poco invidiabile primato nazionale: essere riusciti ad avere un rappresentante dei fascisti del terzo millennio seduto tra i banchi del Consiglio comunale.

Indipendentemente da quanto accerteranno le indagini – ammettiamo pure che i colpevoli possano persino essere dei balordi privi di qualsivoglia appartenenza politica – l’amarezza non si smorzerà facilmente. Un linguaggio violento e direttamente offensivo cola giù per le pagine dei social network, si diffonde in calce agli articoli pubblicati dai quotidiani presenti sul web e non di rado viene sollecitato persino da chi riveste ruoli di rappresentanza politica, ancorché infimi e macerati nella frustrazione derivante da una visibilità costretta in circuiti autoreferenziali. Sconfitto sul piano storico, il fascismo sopravvive come retaggio nel gesto meschino di chi adesso sorvola sulla sproporzione tra causa ed effetto e giustifica l’aggressione vigliacca. Trovare l’antidoto al perdurante clima di odio è allora un compito più urgente che mai.

Corriere dell’Alto Adige, 20 gennaio 2016 – Pubblicato col titolo: Un antidoto contro l’odio

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Il raziocinio arma vincente

Musulmani terroristi.jpg

Gli incresciosi fatti del Capodanno di Colonia hanno riacceso la discussione sull’integrabilità dei cittadini di religione islamica nel nostro tessuto sociale. Il fronte di coloro i quali ritengono che ciò sia di fatto impossibile, a causa di un’alterità culturale irriducibile, ha ricavato così nuova linfa polemica. Ciò accade proprio nel momento in cui la parola Gutmenschen (“buonisti”) – utilizzata generalmente contro chi è invece favorevole all’accoglienza – è stata in Germania dichiarata Unwort des Jahres, la parola peggiore dell’anno, responsabile di avvelenare e rendere impraticabile il dibattito pubblico.

In effetti non esiste niente di più sterile che ribadire la cementificazione dei diversi modi di considerare il tema dell’integrazione ricorrendo a formule che squalificano l’avversario. Se la delicatezza e la complessità della problematica fosse davvero percepita per quel che è, tale pessimo costume si dissolverebbe nel paziente riconoscimento delle difficoltà da affrontare volta per volta.

Contestualmente, un altro atteggiamento da emendare risiede nel reagire solo emotivamente o senza effettiva cognizione di causa davanti a tutti quei fenomeni che solo una fantasia scopertamente interessata potrebbe ascrivere al problema sopra menzionato. Due esempi recenti, occorsi in Trentino e in Alto Adige, ne illustrano il meccanismo. Il primo, del quale si è reso protagonista il consigliere provinciale del Movimento 5 Stelle Filippo Degasperi, riguardava una protesta episodica di alcuni profughi alloggiati nel campo di Marco in relazione al tipo di cibo ricevuto. “Diamogli da mangiare carne di maiale a colazione, pranzo e cena”, è stata la proposta del consigliere rivestita da rozzo disprezzo. Allo stesso modo, in occasione di una pacifica manifestazione islamica tenutasi a Bolzano per celebrare la nascita di Maometto ed esibire cartelli di invito alla reciproca tolleranza, i leghisti locali non hanno trovato di meglio che agitare l’infondato sospetto di trovarci in presenza di intollerabili esibizionisti scesi in strada per intaccare l’identità culturale della città.

Abbiamo un’unica possibilità per ridurre la spinta destabilizzante del fondamentalismo: adoperare tutto il raziocinio di cui siamo capaci al fine di discernere quel che è realmente pericoloso (e perciò senz’altro da combattere) e quindi non offrire spunti di opposizione identitaria quando non è neppure necessario. Rafforzare il nemico con la propria stupidità non è mai stata una strategia vincente.

Corriere dell’Alto Adige/Corriere del Trentino, 16 gennaio 2016

La consolazione del “multiculturalismo”

Andy Spyra

Fotografia: Andy Spyra, “Exodus” – Christen im Irak

Come molti termini tecnici adoperati approssimativamente, anche la parola “multiculturalismo” non può che dare adito a scontri interpretativi aspri e dunque poco edificanti. La definizione giuridica, che ne restringe l’applicazione a contesti regolati da norme, ci consente di percorrere l’oscillazione che configura le relazioni tra individui o gruppi di diversa cultura in quanto appartenenti a una maggioranza e a una minoranza, in modo che tutti possano interagire con reciproco profitto. Il richiamo all’oscillazione delle relazioni suggerisce che non sempre tale profitto gode di universale riconoscimento, e ciò avviene non appena il contesto multiculturale è letto dal punto di vista dell’“integrazione” (ennesimo termine vago, sfumato e quindi inevitabilmente opinabile).

Nella versione più deludente, una società si definisce multiculturale allorché l’integrazione tra le sue parti maggioritarie e minoritarie è ridotta alla semplice coesistenza dei diversi. Qui abbiamo a che fare con una pluralità di forme di vita scarsamente comunicanti e potenzialmente collidenti in rapporto alle finalità di fondo che dovrebbero garantire la pacifica convivenza. Non c’è bisogno di citare i recenti fatti di Colonia per giudicare con disincanto un tale multiculturalismo. Volendo comunque trovare una soluzione al problema, è indispensabile in primo luogo mettere fuori gioco le due ricette semplicistiche più frequentate: le cose non si aggiusteranno né dando per scontato che l’integrazione sia un processo rapido e privo di dolorosi compromessi, né puntando all’assimilazione completa, senza cioè alcun residuo, delle minoranze nel tessuto civile maggioritario. Nella nostra terra dovremmo essere assai edotti in proposito, anche se la storia si è dimostrata una scuola popolata da allievi non particolarmente brillanti.

Sintetizzando, la costruzione di una società multiculturale virtuosa non potrà mai darsi senza una serie di passi preliminari. I più importanti: evitare di considerare gli individui equivalenti ai gruppi che servono per identificarli, perlopiù molto all’ingrosso; limitare al minimo le opposizioni generalizzanti o le narrazioni prive di verifica empirica; rendere sempre possibili spazi di confronto che contrastino la tendenza automatica alla ghettizzazione e a ritenere l’esclusione l’unica risposta in grado di promuovere pace e sicurezza. Come detto, si tratta di operazioni per nulla scontate, difficili da praticare e, soprattutto, programmaticamente non provviste delle certezze spacciate da chi invece ama raccontare il mondo in bianco e nero. Per consolarci: le alternative sono tutte peggiori.

La Convenzione ai blocchi di partenza

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Tutto pare pronto per dare il via ai lavori della Convenzione che dovrà portarci – entro il limite fissato di un anno – a elaborare un aggiornamento dello Statuto di autonomia. Se dovessimo però offrire una fotografia della partenza, fissata per il 16 gennaio, modellandola su quella di una competizione sportiva, non avremmo l’immagine di atleti ben preparati, i muscoli in tiro e visibilmente ansiosi di udire lo sparo dello starter. Al contrario, qualcuno è già chino sui blocchi ma pare sonnecchiare, altri continuano ad aggirarsi per la pista con l’espressione perplessa, per non parlare di quelli che hanno in mente di saltare gli ostacoli procurati dagli scontati problemi che si avvicenderanno con l’illusione di giocarsi un’ulteriore possibilità di pervenire all’autodeterminazione o alla creazione del libero Stato del Sudtirolo.

Un’altra grande incognita riguarda il comportamento del “pubblico”. In teoria la Convenzione nasce come strumento partecipativo, distaccandosi dal classico modello politico fautore di interventi top-down. Per stare ancora alla nostra metafora sportiva, qui al pubblico (cioè ai cittadini) non è soltanto richiesta l’attenzione distante di chi deve comunque rimanere fermo sugli spalti. Mediante un percorso di selezione originato dal cosiddetto “Forum dei 100”, otto cittadini “comuni” avranno l’onore e l’onere di darsi da fare al tavolo dell’organismo (formato complessivamente da 33 persone) per influire in modo decisivo sulle sue deliberazioni. Finora il livello di interesse segnalato non è confortante e c’è da chiedersi se con l’avvio dei lavori la situazione potrà cambiare o se, invece, assisteremo al solito lamento secondo il quale è inutile impegnarsi perché “tanto decidono tutto loro”.

Pur mantenendo un atteggiamento non negativamente pregiudiziale, alla vigilia di un momento così importante sono comunque almeno due le perplessità di fondo che offuscano l’orizzonte. La prima riguarda la tendenza prevalentemente difensiva esibita spesso nel contesto delle più recenti riflessioni sull’autonomia. Certamente l’autonomia deve essere “difesa”, ma se ciò significa chiudersi e arrendersi in linea di principio a qualsiasi ipotesi di vero cambiamento è scontato che poi giungeranno esiti appena percettibili. La seconda riguarda la partecipazione dei cittadini di lingua italiana, tendenzialmente più passivi, sfiduciati e disinteressati a ragionare sui temi istituzionali di portata locale. Senza un decisivo contributo “italiano” la Convenzione si tramuterebbe però in un fallimento di tutti: anche dei “tedeschi”, i quali non sempre si sono dimostrati consapevoli di tale problema.

Corriere dell’Alto Adige, 9 gennaio 2015 – Pubblicato col titolo: La Convenzione degli italiani.