Le ferree regole della Lega

Bessone Salvini gratitudine

In uno dei suoi ultimi post su Facebook, l’assessore provinciale Massimo Bessone ha scritto un pensiero dal sapore quasi intimista: «Adoro il mio lavoro e il girare l’Alto Adige, ma il tornare a Bressanone, ove qualsiasi angolo è una meraviglia, non ha prezzo!». In occasione delle recenti polemiche che l’hanno coinvolto in una vicenda di competenze (quelle relativa all’edilizia sanitaria) prima cedute, poi ritrattate per diretto intervento del commissario Maurizio Bosatra, il breve testo si carica di una chiara valenza politica: alla dimensione appena più larga e visibile della vita provinciale, Bessone preferisce senz’altro quella più stretta e protetta della cittadina della Valle Isarco.

Ma il carattere dell’uomo si può capire anche da altri dettagli. Si prendano per esempio le fotografie che lo ritraggono assieme a Matteo Salvini, scattate in occasione dei vari incontri ritualmente coronati dai selfie che per il Capitano costituiscono un vero e proprio instrumentum regnii. Rischiarata dalla presenza dell’altro, la sua espressione eccede spesso qui l’elementare soddisfazione di posare accanto al ben più celebre e influente dirigente. Gli occhi tradiscono piuttosto la gratitudine impastata di ammirazione del piccolo apostolo al riparo di un mantello azzurro prodigo di miracoli — viene in mente il dipinto «La madonna della Misericordia» di Piero Della Francesca —, tra i quali, dicono i nemici dell’assessore, la sua investitura istituzionale.

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Non c’è dubbio, anche gli altri eletti leghisti devono molto (se non tutto) al Re Mida milanese, ma l’impressione comunicata da Bessone è che non ci fosse poi bisogno di aggiungere ulteriori incombenze. Il grande successo della Lega è dovuto, oltre agli altri svariati casi contingenti, anche a un’organizzazione fortemente gerarchica, indispensabile a disciplinare individualità che, al di là dell’abbagliante luce del suo vertice, se lasciate a se stesse estenuerebbero il progetto in una ferocissima lotta intestina. Non per niente a Bolzano le decisioni non vengono quasi mai prese in autonomia dagli eletti, ma sono sottoposte al vaglio onnipotente dell’organizzazione, come dimostra appunto la vicenda delle deleghe, retta «esternamente» da Bosatra, braccio destro di Roberto Calderoli, e quindi dal peso specifico molto superiore di quello spendibile dall’assessore nato nella provincia veronese e poi approdato nella quiete idilliaca del borgo vescovile. Se dunque ci saranno sommovimenti, variazioni o modifiche allo schema di fondo (secondo il quale, in provincia, la Svp comanda e la Lega obbedisce), non dipenderà certo dall’estro di un uomo momentaneamente piazzato su uno scomodo piedistallo. Almeno finché gli elettori verranno sapientemente tenuti all’oscuro da questi meccanismi, saziati dalla strategia comunicativa di chi si occupa di inondare social network e organi di stampa con le gesta e le esternazioni del ministro dell’Interno.

Corriere dell’Alto Adige, 31 luglio 2019

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Necessario il tedesco standard

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In Sudtirolo esistono temi che possono essere affrontati centinaia di volte, anticipando con assoluta sicurezza l’esito della sempre più stanca discussione: non accadrà nulla, passerà del tempo e — quando la memoria si sarà assopita — si potrà ricominciare daccapo. Uno di questi temi è certamente quello inerente la problematicità dell’uso diffuso del dialetto (nelle varie sfumature territoriali) da parte dei cittadini di lingua tedesca. Uso o consuetudine che caratterizza spesso anche gli ambiti formali e istituzionali.

Otto anni fa, l’attuale consigliere di Alto Adige nel Cuore, Alessandro Urzì, presentò una mozione che si proponeva di spronare l’assemblea a incentivare la pratica della lingua standard (il cosiddetto Hochdeutsch) nel corso delle manifestazioni ufficiali e in ambito pubblico. Secondo Urzì il ricorso costante al dialetto rappresentava infatti un ostacolo difficilmente sormontabile per quei cittadini di lingua italiana che, seppur linguisticamente competenti e volenterosi, avessero voluto interloquire in tedesco. La mozione venne respinta a maggioranza, e l’allora Landeshauptmann Luis Durnwalder offrì questa spiegazione: pur comprendendo il disagio manifestato dal collega Urzì, l’uso del dialetto «fa parte della cultura locale e a ogni regione d’Italia ne corrisponde uno». Bene, dopo otto anni Urzì ha ripresentato la stessa identica mozione.

In verità — al contrario di quanto riportato da alcuni mezzi d’informazione in lingua tedesca — il consigliere di Alto Adige nel Cuore non auspica alcun «divieto», non intende radiare il dialetto dalla faccia di questa terra (come potrebbe, peraltro?). La mozione invita solo a «sostenere» la forma standard in due ambiti giudicati sensibili: le occasioni pubbliche o istituzionali (conferenze, inaugurazioni, conferenze stampa) e la scuola, confinando così «l’uso delle forme dialettali agli spazi di convivialità».

È comunque altamente probabile che anche questa mozione venga bocciata, ma se non lo fosse sarebbe altrettanto pacifico che verrebbe poi considerata lettera morta. Che cosa deve accadere, in realtà, affinché la lingua tedesca standard sia non solo formalmente riconosciuta, ma anche effettivamente predominante nella comunicazione quotidiana? Essenzialmente questo: come indirettamente affermava Durnwalder, occorrerebbe che essa venisse considerata «parte della cultura locale», fosse insomma percepita, apprezzata e soprattutto vissuta come una modalità non imposta e non paradossale di esprimersi. Non è escluso che possa accadere, sul lungo periodo anche i paradigmi più resistenti mutano, ma così com’è impossibile ordinare a qualcuno di essere spontaneo, è altrettanto inverosimile imporgli di non esserlo allorché egli si sta accingendo spontaneamente a fare il contrario di quanto ci si aspetterebbe da lui.

Corriere dell’Alto Adige, 19 luglio 2019

Estremismo in salotto

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Gravato storicamente da un conflitto etnico fortunatamente sedato, il Sudtirolo è un luogo privilegiato per osservare la rinascita dei nuovi estremismi di destra. Un libro ne ricostruisce il profilo.

La parola “estremismo” ci porterebbe a guardare lontano, verso le estremità appunto, che sono luoghi difficilmente accessibili. In questi luoghi remoti prosperano visioni del mondo accentate in modo da risultare (o che almeno dovrebbero risultare) indigeste agli abitanti del centro, cioè alla maggioranza della popolazione. Popolazione che, in quanto maggioranza, tenderebbe in condizioni normali a rigettare le “estremità”. Può accadere però che alcune teorie estremistiche, a causa di fattori complessi e intrecciati, finiscano con lo slittare sempre più verso il centro, divenendo quindi presentabili in società: salonfähig, come si dice in tedesco. Facciamo un esempio. Avete presente la diceria secondo la quale le ong operative nel Mediterraneo per salvare gli esseri umani in difficoltoso viaggio verso l’Europa sarebbero solo dei comodi “taxi” per migranti? Una tesi estremistica, per l’appunto, tendente ad avvalorare il sospetto di un vero e proprio piano strategico allestito con l’obiettivo finale di sostituire la popolazione europea autoctona con elementi “allogeni”. Eppure, questa teoria estremistica e strampalata, rivelatasi del resto anche completamente infondata, a un certo punto è stata recepita da Luigi Di Maio, attuale vicepremier italiano, e da lì in poi alimenta il refrain con il quale l’intero governo, dominato dalla propaganda ossessiva dell’altro vicepremier, Matteo Salvini, sta giustificando la propria azione di respingimento dei migranti, apprezzata da molti elettori.

Ma perché viviamo tempi in cui gli estremismi esercitano così tanto fascino, fino a permeare di sé l’intero corpo della società? E in che cosa consiste in particolare l’estremismo di destra, visto che quello di sinistra, attivo in modo virulento negli anni Ottanta del secolo scorso, si è progressivamente ritirato in spazi sempre più marginali? Per rispondere a queste domande è utile consultare un libro appena pubblicato dall’editore Raetia, che raccoglie gli interventi di un convegno – “Ubriacatura identitaria. L’estrema destra in Alto Adige/Der indetitäre Rausch. Rechtsextremismus in Südtirol”, questo il titolo – organizzato il 5 ottobre del 2018 dalla Società Michael Gaismar di Bolzano, in collaborazione con l’Associazione Partigiani d’Italia (ANPI) presso la LUB. I contributi spaziano da quello a volo d’uccello dei curatori, Giorgio Mezzalira e Günther Pallaver, sul fenomeno dell’estremismo di destra e del suo facilitatore attuale (vale a dire il populismo), a quelli più specifici che ne inseguono le forme in Italia (Guido Margheri), in Austria (Kathrin Glösel/Hanna Lichtenberger), per poi affrontare anche la precipitazione locale di questo Gedankengut: Bernhard Weidinger, ancora Giorgio Mezzalira – che si è occupato di chiarire i motivi del successo riscosso dalla formazione neo-fascista CasaPound in una città come Bolzano –, Johannes Kramer, Alexander Fontó, Lukas Tröger, Max Volgger, e infine Leopold Steurer, il quale ha in un certo senso riattualizzato il vecchio saggio pubblicato da Claus Gatterer nel 1989 (Südtirol und der Rechtsextremismus, poi ripubblicato nella raccolta Aufsätzte und Reden, sempre per i tipi di Raetia) che aveva già individuato nel sentimento della “paura primigenia” e nella sindrome della catastrofe etnica la causa del soggetto trattato.

Ubriacatura identitaria

Recuperiamo il senso della domanda iniziale: a cosa si deve la persistenza o persino l’intensificazione del fascino che molte persone subiscono nei confronti di orientamenti politici improntati alla divisione e al segregazionismo? Secondo Günther Pallaver nel passato i partiti, i movimenti e i raggruppamenti di estrema destra collocati ai margini del sistema politico avevano poco successo. Ma con il rafforzamento di un orientamento generale conservatore, ritenuto maggiormente in grado di consolidare un tessuto sociale colpito da spinte frammentanti, si è nel tempo costituita e allargata una zona grigia capace di acquisire consenso anche tra i seguaci del pensiero democratico e liberale, inclinando così a rendere plausibile – se non addirittura desiderabile – il ricorso all’autoritarismo, ad una guida verticistica dello Stato e soprattutto a non nascondere più il gradimento nei confronti della purezza e alla compattezza etnica. “Besonders der Rechtspopulismus – riassume icasticamente Pallaver – kann als Steigbügelhalter des Rechtsextremismus angesehen werden”.

Ma dove è possibile osservare, meglio che in altri luoghi, questa rinascita dell’estremismo di destra che, sempre secondo Pallaver, adesso non ha più neppure il problema di mascherarsi in panni formalmente accettabili, ma è tornato ad esporre con fierezza in pubblico la sua cupa simbologia? Proprio nelle zone di confine, come la nostra, la percezione ravvicinata del “diverso” può originare l’idea di una distanza da approfondire e il seguente riflesso a produrre una demarcazione ancora più netta tra “noi” e “loro”, enfatizzando insomma ciò che divide rispetto a ciò che unisce. In Alto Adige/Südtirol abbiamo avuto un lungo conflitto animato proprio dall’insistenza dei rispettivi nazionalismi e dagli estremismi di destra che se ne nutrivano. Adesso che il quadro autonomistico ha curato i presupposti più eclatanti del dissidio, è il fastidio dello “straniero”, l’ostilità per il “migrante” a fornire il carburante per nuove battaglie identitarie: “A differenza di ieri – scrive Giorgio Mezzalira – l’estrema destra italiana ha un peso politico ridotto, ma le tensioni sociali causate dalla crisi e dai fenomeni migratori aprono immense praterie a tutti coloro i quali fanno professione di sovranismo e xenofobia”. Se non vogliamo ritrovarci davvero gli estremismi di destra in salotto è opportuno studiare bene la loro fenomenologia e disinnescarne i meccanismi di affermazione.

ff – 28/19

Una lingua su tre

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Così la consigliera provinciale Myriam Atz Tammerle è riuscita a risentire la frase che più la eccita, politicamente parlando: “Qui siamo in Italia e si parla italiano”. È successo al telefono, grazie all’improvvida e inconsapevole chiamata di una operatrice, telefonista di una non meglio precisata compagnia di servizi (luce e gas, se ho capito bene) che la contattava da fuori provincia. “Meine Muttersprache ist Deutsch. Wir sprechen hier Deutsch in Bozen, Südtirol”, ha risposto piccatissima la Atz Tammerle, già intenzionata peraltro a registrare l’abominevole affronto e diffonderlo a mezzo stampa. Poi la breve conversazione è degenerata. L’operatrice non ha ovviamente capito nulla, continuava a chiedere cose in italiano, ma la Atz Tammerle, che comunque capiva tutto, sadicamente non cedeva, e alla fine l’altra è sbottata: “Ma lì a Bolzano non parlate italiano, Bolzano è in Italia, non vi vergognate?”. Ora, dichiariamo subito la nostra solidarietà alla Atz Tammerle, perché senza provare l’ebrezza patriottica del Volk in Not, anche così a basso costo e senza una vera necessità, dev’essere molto difficile per lei pensare di poter essere utile a qualcosa. Volendo comunque trovare il pelo nell’uovo potremmo ricordarle che la sua dichiarazione iniziale non è esattissima. “Wir sprechen hier Deutsch in Bozen, Südtirol” nega l’evidenza che in provincia di Bolzano le lingue ufficiali siano almeno tre: oltre al tedesco, l’italiano, come si immaginava giustamente la disgraziata operatrice, e persino il ladino, ci sarebbe. Ma immaginiamoci una telefonista che da Berlino chiama la signora Comploj o Miribung di Selva di Val Gardena e quella signora pretenda che le parli nella sua madrelingua. Potrebbe accadere? Molto difficile. In genere i ladini parlano volentieri la lingua degli interlocutori, e parlano sicuramente volentieri anche in tedesco con la signora Atz Tammerle, una sudtirolese, consigliera provinciale per giunta, che su tre lingue ufficiali a disposizione ne pratica una sola.

La colonnina, ff – Ausgabe 28/2019

Una città senza cancelli

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Esistono scelte ponderate ed esistono scelte che sono pure e semplici reazioni: vorrebbero proporre soluzioni, invece certificano delle sconfitte. Le città rappresentano un territorio frammentato. Spazi pubblici e spazi privati trapassano gli uni negli altri, espongono confini invisibili che vengono progressivamente marcati, per rendere i primi (gli spazi pubblici) sempre più esigui, e i secondi (quelli privati) sempre più ermetici. Palizzate, cancelli, gabbie, architetture ostili spuntano ovunque come funghi dopo una pioggia d’estate.

Quanto è accaduto di recente in zona viale Europa e in via Cagliari, secondo finalità diverse ma obbedendo al medesimo principio, è solo un esempio fra i tanti che ci offre la cronaca. Leggiamo di cittadini esasperati, di vicini di casa sull’orlo di una crisi di nervi, in acida lotta fra loro, e l’unica decisione a prevalere è per l’appunto l’edificazione di barriere per ostacolare il passaggio degli uni nel territorio degli altri: dividere gli ambiti, recintare ciò che è proprio (sia pure un bidone dell’immondizia) dal paventato assalto di chi deve restarne al di fuori.

Non vogliamo qui banalizzare certe esigenze e non sottovalutiamo la rabbia e il rancore che crescono al margine di vicende probabilmente incancrenitesi fino al punto del non ritorno. Ognuno ha il diritto di ritirarsi nella propria quiete, di proteggere ciò che afferisce ad una sfera di legittima intimità e auspicato “decoro” (parola che comunque nasconde tutta un’ideologia assai discutibile). Bisogna però chiedersi se la strategia di segmentare le superfici di contatto, addirittura di pensare il contatto a partire dal limite che intende disciplinarlo, rappresenti davvero una strada universalmente percorribile, oppure si tratta di una ricetta che peggiora, anziché curare, il malessere sociale al quale si applica.

Per suggerire ipotesi alternative bisogna guardarsi intorno. A Trieste, un caso di studio molto interessante, è in vigore da diversi anni l’esperienza delle microaree. In alcuni quartieri periferici, o caratterizzati da elementi di problematicità sociale, i cittadini sono invitati a cooperare, a non isolarsi. Ciò che è comune, unificante proprio al livello delle esigenze più diffuse, prevale sulle rivendicazioni dei singoli, e ciò contribuisce ad abbassare la diffidenza e l’ostilità reciproca. Non è la strada più facile, certo. Ci vuole un coordinamento, la volontà di intravvedere percorsi condivisi. Ma alla fine i miglioramenti si vedono, e le ricadute positive dimostrano che la convivenza è sempre l’opzione più lungimirante, anche dal punto di vista economico. In una città che ha i cancelli aperti, anzi che arriva a rimuovere i cancelli, che schiude le porte e riesce a favorire la mediazione tra diversi interessi, si vive molto meglio che in un paesaggio irto di grate o di muri.

Corriere dell’Alto Adige, 11 luglio 2019

L’eleganza del pesce

Manuel Astuto

Per tutto il mese di luglio, grazie alla cucina di Manuel Astuto, il ristorante dell’Hotel Laurin di Bolzano si trasforma in una terrazza affacciata sul mare.

Che a Bolzano non si riesca sempre a mangiare del buon pesce è un luogo comune. E come tutti i luoghi comuni è vero, può essere vero, finché qualcuno o qualcosa non riesce a smentirlo. Parliamo così di eccezione che conferma la regola, se volete. Oppure potremmo cogliere l’occasione di rivedere la regola, prendere la regola, accartocciarla come si farebbe con un foglio già scritto e non più utile, e gettarla. Voilà.

Laurin Fisch Weeks pesci

Manuel Astuto, chef del Laurin di Bolzano, è un magnifico esempio di contestazione di questa regola. Fino alla fine di luglio la carta del ristorante, che nei mesi estivi è collocato sotto la grande tenda del giardino, propone piatti di pesce che fanno sentire il rumore del mare ad ogni portata. Noi abbiamo provato un menu che, del mare, non si limita perciò a costituire una semplice evocazione. Immersione è la parola più giusta.

La cura della materia prima, la tecnica di lavorazione, l’esecuzione dei piatti individua una provenienza certa. Astuto ha radici siciliane (il padre è nato a Gela) e questo traspare sempre, anche quando il senso di una ricetta potrebbe suggerire una matrice difforme. Ma il gesto, ogni gesto è sempre curvatura d’origine, recupero di memorie ancestrali, DNA. E questo si vede, si sente, si gusta.

Laurin Fisch Weeks banco

Si prendano per esempio i gamberi rossi di Mazara del Vallo, àmmaru rùssu, come si dice da quelle parti. Astuto li propone crudi, come si conviene, abbelliti da un’alga marina, da una mora, accompagnati dalla frittura delle teste e adagiati su una pietra che ne fa squillare il colore. Oppure le sarde in saor. Una ricetta veneta, in origine, con il tradizionale condimento a base di cipolle, uva sultanina e pinoli. Anche in questo caso Astuto riesce a recuperarne un’ascendenza più meridionale, agrumata, dando al piatto una nota rinfrescante con del gelato alla menta. I primi piatti sono un affondo ancora più deciso nella tradizione siciliana. La pasta con le sarde, il pane grattugiato e il finocchietto selvatico, i tajarin con gli asparagi di mare e il gambero di Andria, sono racconti di un testa coda peninsulare tra Piemonte e Puglia, passando ovviamente per Palermo, a caricarsi di sole. Meraviglioso anche il piatto forte a base di capesante gratinate su un’insalata di cinque pomodori diversi, che ci riportano in Alto Adige. La degustazione avviene davanti alla classica vetrina che illustra il pescato del giorno, finestra merceologica e apertura di un mondo.

Che materia emozionante, il pesce. “La carne è virile, vigorosa, il pesce è strano e crudele. Viene da un altro mondo, da un mare misterioso che non si svelerà mai; dimostra l’assoluta relatività della nostra esistenza, eppure si concede a noi nell’effimera rivelazione di territori sconosciuti”, ha scritto una volta Muriel Barbery, la scrittrice de L’Élégance du hérisson. Ma se in Sudtirolo, terra di monti, cercate l’eleganza del pesce non potete mancare di pranzare o cenare una volta nel giardino del Laurin, per l’occasione trasformato in una terrazza affacciata sul mare.

Laurin Fish Weeks