Congedate le facili emozioni

piazza della pace

Tra i reperti custoditi nel nuovo percorso museale posto sotto al Monumento della Vittoria ce n’è uno sul quale il visitatore sarà invitato a riflettere per ultimo. Si tratta del cartello “Piazza della Pace”. Il cartello – recuperato personalmente dallo storico Hannes Obermair dagli scantinati dei magazzini comunali – può essere letto come il primo atto mancato di un processo che, per fortuna, non ha smesso di evolversi.

Sarebbe forse azzardato dire che la giornata di ieri ha chiuso in modo definitivo questo processo. Un percorso museale non può, di per sé, far evaporare per incanto tutte le scorie sedimentate da decenni di contrapposizioni. Quello che può fare, però, è indicare con pieno vigore istituzionale la meta da raggiungere. Non pecca pertanto di enfasi chi, a proposito di quanto avvenuto, usa toni entusiastici parlando di un evento storico.

Si potrebbe chiedere: perché oggi è stato possibile quel che dodici anni fa, al tempo del referendum voluto dall’ex sindaco Salghetti, naufragò risospingendo Bolzano nel suo passato più nefasto? Silvia Spada, direttrice dell’Ufficio Servizi Museali e Storico-Artistici del Comune, nonché membro della commissione che ha elaborato il progetto, ha citato una “congiuntura favorevole” e la “maturità dei tempi”, i fattori opportunamente colti dalle tre principali istituzioni che hanno poi collaborato in modo fattivo alla sua realizzazione: Comune, Provincia e Stato. Almeno per una volta, la politica si è dimostrata non solo avveduta, ma lungimirante rispetto agli umori di quei cittadini chiamati a decidere sulla base esclusiva delle proprie emozioni.

Proprio nel congedo dalle facili emozioni consiste il contributo più autentico dell’operazione condotta ieri in porto con pieno successo. Chi visiterà gli spazi dedicati alla illustrazione del contesto storico in cui il Monumento è sorto avrà davanti agli occhi (ma anche nelle orecchie, visto che opportunamente l’esibizione ha un carattere multimediale) la documentazione necessaria a comprendere “razionalmente” i frutti avvelenati dell’odio e della stupidità etnica. Un’esposizione tematica che, scandita nei suoi momenti salienti, diluisce la virulenza simbolica dell’oggetto rendendone trasparente il significato. Certo, così come accade per qualsiasi altro documento o periodo storico, anche in questo caso non mancherà la possibilità di accendere interpretazioni diverse. Si tratterà comunque di una normale attività di commento sui “testi”, privata dell’opportunità di scadere a un livello di strumentale polemica politica. O, perlomeno, qualsiasi strumentalità politica nell’uso del Monumento risulterà, a partire da oggi, rubricata quale sbiadita postilla di una vicenda finalmente sepolta proprio in quanto spiegata dal Monumento stesso.

Corriere dell’Alto Adige, 22 luglio 2014

Monumento 6

“Chesaramai”, il romanzo diventa realtà

tutti

Non poteva finire che così. Elena Artioli, ex-leghista accreditata quale papabile neo-acquisto del Pd locale in salsa “liberal”, è stata cortesemente invitata dall’assemblea provinciale a stare alla larga. La questione però non può essere rubricata soltanto sotto la voce di uno “scampato pericolo”. Al di là di una lettura più contingente, legata anche ai mal di pancia e alle divisioni non ancora sopite all’interno del Pd locale, occorre esaminare se non sia stata proprio la recente mutazione del partito nazionale, divenuto con l’avvento di Matteo Renzi maggioritario nel paese, a favorire un “infortunio” del genere. Infortunio perciò sintomatico e tutt’altro che irripetibile, se non se ne approfondisce l’entità.

Per comprendere l’accaduto può essere utile citare un libro da più parti visto come il vero e proprio manifesto filosofico del renzismo: Il desiderio di essere come tutti (Einaudi). Romanzo esistenziale e politico scritto da Francesco Piccolo e non a caso fresco vincitore del premio Strega.

Il libro, diviso in due grandi campate, descrive una sorta di viaggio (senza ritorno?) tra una concezione della vita, e dunque anche della politica, pura e una concezione impura. La distinzione non è intuitiva e per rendere conto dell’uso di tali aggettivi occorrerebbe compiere una lunga digressione. Una via d’accesso più rapida viene per fortuna dalla compagna del protagonista, significativamente soprannominata “Chesaramai”.

Noi tendiamo a dire “che sarà mai!” quando, posti di fronte a una situazione per alcuni versi drammatica, tendiamo a relativizzare, ad eliminare la percezione dell’irreparabile, consci che alla fine poi tutto si può aggiustare e che, insomma, non conviene prendere mai le cose tanto seriamente. Piccolo parla esplicitamente di superficialità e sembra suggerire che uno dei motivi per i quali la sinistra italiana non era finora mai riuscita a “vincere” veramente, fallendo perciò la conquista del cuore del paese, è da attribuire proprio alla sua ostinata tendenza a prendere tutto dannatamente sul serio, separando la morale dalla politica, o meglio costringendo la politica ad adattarsi a un imperativo morale costitutivamente inadatto a cogliere le sfumature torbide e indecidibili della vita.

Piccolo a un certo punto si lascia sfuggire una dichiarazione illuminante: i simboli del progresso, sganciati dalla forza delle cose, hanno a lungo inchiodato la sinistra nell’infelice condizione di chi è condannato a conservare lo stato delle cose. Per superare questa condizione di stallo e di perenne sconfitta occorreva dunque sacrificare “il sintomo più sfrenato e dispendioso della purezza”, cioè l’etica, e cominciare ad accettare la forza delle cose affermando ogni volta “che sarà mai”. Dopo di che ogni traguardo non sarebbe più stato precluso e l’impossibile – come per esempio il ritenere plausibile l’inclusione di personaggi e culture politiche assai distanti dalla propria matrice originaria – sarebbe diventato finalmente, ancorché superficialmente, a portata di mano. 

Corriere dell’Alto Adige, 10 luglio 2014