Mat(t)eo Taibon sull’Alto Adige

Ho appena terminato di leggere un lungo articolo di Mateo Taibon, sull’Alto Adige di oggi. La tesi centrale mi pare questa: nulla in contrario al monolinguismo toponomastico, purché l’Alpenverein la smetta di tedeschizzare i toponomi ladini. Non ho capito se il corollario è questo: in mancanza della volontà di rispettare a 360° il monolinguismo originario, allora vada per il plurilinguismo. Sono molto perplesso, giacché se venisse sul serio applicato quanto richiesto da Taibon (“nulla in contrario al monolinguismo toponomastico”), avremo una situazione di chirurgica divisione degli ambiti, fuoriera di polemiche senza fine.

Inoltre, interessante il fatto che neppure l’Alto Adige – pubblicando un intervento di Mateo Taibon – sia riuscito a rispettare l’unica “t” del suo nome (Mateo diventa Matteo).

Conte, De Andrè e l’impossibilità della scelta

Scegliere un autore prediletto è un gioco apparentemente innocente, ma in qualche caso risulta proprio impossibile (l’innocenza si tramuta cioè in una colpa). Così, per esempio, come esprimere una preferenza a proposito di due autori, come Paolo Conte e Fabrizio De Andrè, che sentiamo entrambi così necessari? Riflettere su questa impossibilità, leggendo i testi e ascoltando alcune canzoni dell’uno e dell’altro, sarà il compito che ci prefisseremo l’8 settembre (20:30, Caffè del Duomo), in occasione della prossima serata di lettura organizzata dall’associazione Heimat.

Einen Lieblingsautor auszuwählen scheint eine einfache und unschuldige Angelegenheit, ist aber in einigen Fällen geradezu unmöglich  (Unschuld verwandelt sich so in Schuld). Wie zum Beispiel kann man einem den Vorzug geben, wenn beide, Paolo Conte und Fabrizio De Andrè, für uns von so zentraler Wichtigkeit sind? Über diese Unmöglichkeit nachzudenken, die Texte zu lesen und die Lieder zu hören, wird Thema unseres nächsten Leseabends am 8. September (20:30 Domcafé) sein.

Due piccoli interventi

Oggi sono usciti due miei piccoli interventi sui quotidiani locali. Il primo, sul Corriere dell’Alto Adige, come breve commento al “caso Puglisi” e al “caso cartelli di montagna monolingui”. Il secondo, sulla Tageszeitung, come lettera a proposito di alcune recenti dichiarazioni di Sven Knoll.

Mediazione culturale

I fischi rivolti alle parole in tedesco pronunciate dal Landeshauptmann ad Auronzo devono far riflettere. Il fuoriprogramma che tanto scalpore ha suscitato si è tenuto in occasione della proclamazione ufficiale delle “Dolomiti patrimonio dell’umanità” ed è purtroppo un segnale preoccupante, l’ennesimo, che dimostra come la via verso una società compiutamente e orgogliosamente plurilingue sia ancora tutta da costruire. Si rimane a dir poco sconcertati udendo quello che ha affermato il responsabile italiano dell’Unesco, Giovanni Puglisi, il quale ha paragonato il “Grüß Gott” pronunciato da Durnwalder alle fotografie dei patrioti libici ostentate da Gheddafi in occasione di una sua recente visista a Roma (senza contare che in quell’occasione nessuno fischiò Gheddafi). Parimenti, la reticenza o l’incapacità della giunta provinciale nell’affrontare l’annosa questione della toponomastica sta lasciando libero campo ad azioni (e relative polemiche) compiute da associazioni “private” palesemente insensibili nei confronti di un problema che non potrà mai essere risolto unilateralmente, senza passare cioè da un lungo e approfondito percorso di mediazione culturale (anche doloroso, perché dovrà mettere in questione certezze e abitudini alle quali rinunciamo con fatica). Tutti noi – anche nel nostro piccolo quotidiano – dobbiamo contribuire a far sì che la situazione non degeneri ulteriormente.  

Autonomie für Italiener

Entrüstet habe ich das Interview mit dem Landtagsabgeordneter Sven Knoll (“Autonomie für Italiener”) in der Dienstagsausgabe (25.8.2009) dieser Zeitung gelesen. Vor allem zwei Punkte erscheinen mir sehr problematisch: 1) die ganze Politik von Herrn Knoll basiert auf einem „los von diesem Staate, es ist nicht wichtig zu wissen wohin, darüber kann später immer noch diskutiert werden“; 2) wenn wir (d.h wir Deutschen) es schaffen würden, unabhängig zu werden, dann würden die Italiener ihre Autonomie kriegen. Meine Frage zu 1.: Ist ein politisches Projekt tragbar, das sich so unbestimmt und konfus über die Aussichten einer so wichtigen Entscheidung ausdrückt? Meine Frage zu 2.: Es ist schön zu wissen, dass die Italiener ihre Autonomie kriegen werden, aber wie würde bitte diese aussehen? Es ist möglich, dass Knoll beim Begriff Autonomie an die Autonomie denkt, in deren Genuss seit Jahren die Südtiroler kommen. Also, Knoll will unbedingt den Italienern die gleiche Autonomie geben, die er, als Deutscher, für unzureichend hält. Echt super.

Strana la vita (II)

Karl Otto Apel im Hotel Elefant, Brixen 28. 08. 09

Piccola documentazione dell’incontro, avvenuto oggi pomeriggio all’Hotel Elefante, con il filosofo Karl Otto Apel.

Mi preme solo fissare un frammento della conversazione, scaturito da un mio riferimento alla filosofia di R. Rorty. Avevo chiesto ad Apel di Rorty in quanto anche il filosofo americano, al pari di Apel, ha tentato di costruire un ponte tra la tradizione del pensiero continentale e quella anglosassone. Apel non ha dimostrato però di apprezzare molto Rorty, criticando quella che secondo lui è stata una tendenza degenerativa del pragmatismo (con relativo sfociamento nel relativismo). Qui è venuto fuori tutto il suo carattere “tedesco” (cioè “speculativo”). Richiamandosi a Kant (la semiotizzazione del trascendentale è uno dei punti qualificanti del suo pensiero), Apel ha ribadito che la ricerca di un piano “ideale” del consenso (e dunque la fondazione di un’etica condivisa) non poteva essere liquidata semplicemente con battute del tipo “I am american”. In un certo modo è stato per me stupefacente vedere come quest’uomo ormai quasi novantenne (e in tempi così difficili, tempi nei quali, per sua stessa ammissione, la fiducia nel potere dell’argomentazione sembra essere quasi perduta) sia ancora strenuamente attaccato all’idea di una ragione “regolativa”.

È stato insomma un bellissimo pomeriggio.

Per approfondimenti: http://www.centrofilosofico-karl-otto-apel.net/

Norbert C. Kaser e l’arrosto di aquila tirolese

Ieri, 27 agosto, era una data storica per la cultura sudtirolese. Ricorreva infatti il quarantesimo anniversario del giorno in cui il poeta Norbert C. Kaser, allora appena ventiduenne, prese la parola durante un simposio dell’associazione degli studenti universitari, tenutosi alla Cusanus-Akademie di Bressanone, per scagliare un fiammeggiante j’accuse contro il sistema locale, i suoi rituali d’autolegittimazione e condannare l’inaridimento spirituale che aveva ridotto il panorama letterario a una desolata landa spalmata di luoghi comuni ossessivamente ripetuti in difesa del mito di una terra “solo tedesca”.

Al pari della rana crocefissa di Martin Kippenberger, l’anno scorso al centro di furibonde polemiche, anche il discorso di Kaser divenne bersaglio di una serie impressionante di attacchi, denunciando così – come ha scritto Claudio Magris – l’esistenza soffocante del “conservatorismo talora retrivo della cultura ufficiale sudtirolese” che “conferisce involontaria importanza e autenticità a ogni deviazione, anche banale ma comunque liberatoria, da questo modello”. Il giudizio di Magris, steso a distanza di sicurezza, quando cioè la morsa di quel Sudtirolo ufficiale sembra ormai allentata, non risparmia una venatura critica. “Finché esiste, aggressiva e potente, la livida ideologia della Heimat, devono esserci poeti che, come Kaser, propongono di arrostire l’aquila tirolese (…) Ma ormai sarebbe ora che l’aquila tirolese venisse arrostita, mangiata e digerita una volta per tutte, senza più bisogno di sputare sui suoi ossi, così come sarebbe ora di scrollarsi di dosso la fissazione polemica del confine, smettendo di considerarla una peculiarità tirolese o triestina e rendendosi conto che essa può riguardare un milanese non meno di un abitante di Antholz o del Carso” (C. Magris, Antholz, in: Microcosmi, Garzanti, pp. 222-225).

La salutare scossa impressa da Kaser contribuì a sferzare le acque stagnanti della tradizione, anzi colpì al cuore quel concetto deteriore di tradizione che coincide con la sua mera “trasmissione”. Ma il rischio (rischio al quale, bisogna dirlo, lo stesso Kaser cercò sempre di sottrarsi) è quello di contrapporre semplicemente alla “tradizione tradita” un “manierismo della dissidenza” (atteggiamento che in un contesto culturale diverso – chiosa ancora Magris – risulterebbe puberale e patetico).

Piccola postilla. Impossibile trovare, tra gli scrittori locali di lingua italiana, qualcosa di simile a un Norbert C. Kaser. Soffrendo un contesto che ne ha da sempre formalizzato il ruolo di intrusi, la “dissidenza” degli altoatesini è stata facile vittima del manierismo del quale si diceva, parlando spesso per imitazione e non riuscendo a incidere in profondità sulla realtà. Neppure all’interno del proprio, più ristretto, gruppo d’appartenenza.

Corriere del’Alto Adige, 28 agosto 2009

270809

J. Zoderer, Fortezza, 27 agosto 2009, fotografia di Valentino Liberto

J. Zoderer, Fortezza, 27 agosto 2009, fotografia di Valentino Liberto

An Maria Stieger, Bozen, 150971

natuerlich hast Du Dich ueber meine letzte karte geaergert

natuerlich hast Du zorn & groll & haß auf mich.. vielleicht schon mehr als liebe

natuerlich bedrueckt auch dieser brief Dich.. ich weiß!

ich kann nicht anders als Dir schreiben… & weiß nicht was!

was weiß ich denn schon:

daß ich Dich nicht vergeß trotz bordell in tunesien trotz einer wiener weihnachtswitwe trotz norwegischer wasserfaelle nicht

siehst Du & Du bist so unendlich weit wie alle landschaften zusammen die ich gesehen…

Du bist mildes umbrisches land sproedes gebirge mit toten schafen die sich am felsen zerstuerzen Du bist nun einmal mehr als die hitze der wueste oder die tiefe eines burgenlaendischen brunnens.

lange ist es her daß ich Dich geliebt.. unruhe und traier ist mir geblieben auch jetzt wo es mir gutgeht

ich atme Dich aus

& bin in Dir voll luft

norbert c. kaser