Autonomia territoriale

MothrwellAdesso non ho più dubbi. Chi finora ha coltivato la speranza che l’avvento del nuovo governo provinciale potesse liberare le energie positive in grado di traghettarci dall’epoca dell’autonomia etnica a quella territoriale è costretto a ricredersi. Dichiarandomi iscritto al club dei delusi, occorre comunque spiegare perché ciò non costituisca solo una battuta di arresto in un processo ritenuto perlomeno auspicabile, ma addirittura un passo che potrebbe rivelarsi rischioso più del dovuto.

Intanto, siamo sicuri che quando parliamo di “autonomia territoriale”, diciamo qualcosa di comprensibile, ancor prima di desiderabile? Il dubbio sorge di fronte al rifiuto affermato più volte dal Landeshauptmann e ribadito in modo perentorio la settimana scorsa al teatro Cristallo di Bolzano, durante una discussione sul tema dell’“identità”. “La nostra autonomia ha bisogno di alcune riforme – così Kompatscher – ma non di una sua declinazione territoriale”. Se non comprendiamo bene ciò che qui si sta rifiutando non è neppure possibile capire il rischio connesso.

L’“Autonomia territoriale” rappresenta – o dovrebbe rappresentare – il passo successivo al consolidamento dell’“autonomia etnica”; chi rigetta la prima opta necessariamente per la seconda. Ora, cos’è l’“autonomia etnica”? In una battuta: la preminenza delle appartenenze di gruppo rispetto a qualsiasi altro criterio aggregante. Si tratta di un principio del tutto ovvio e addirittura opportuno in situazioni di palese contrasto, dove la lotta per le risorse può accendersi proprio sfruttando un sentimento identitario fratturato. Ma in condizioni in cui tali contrasti appaiono, anzi, sono persino dichiarati ormai sopiti, non è un grave errore conservare intatti i dispositivi di potere che rendono le divisioni tra i gruppi di fatto superabili, per giunta parzialmente, soltanto da pochi fortunati o volenterosi?

Purtroppo la ricetta sembra ormai essere diventata questa: anche se le divisioni permangono, l’importante è non segnalarle, non parlarne o far finta che il problema sia stato felicemente annegato nell’indifferenza prodotta da decenni di relativo benessere. La qualità della vita però non è assicurata per sempre. I contrasti potrebbero riemergere e gli strumenti di contenimento messi a punto in passato rivelarsi non più sufficienti. Opporsi al perfezionamento territoriale dell’autonomia vuol dire sprecare un’occasione che potrebbe non darsi due volte.

Corriere dell’Alto Adige, 28 gennaio 2015

Il vicolo cieco della purezza

PegidaLunedì 12 gennaio il consigliere provinciale Andreas Pöder (BurgerUnion) si trovava a Dresda assieme al collega Dietmar Zwerger. La notizia non sarebbe di per sé molto rilevante: Pöder ha indicato come motivazione del viaggio in terra tedesca alcuni incontri con politici locali. Il quadro però cambia se consideriamo come la capitale della Sassonia, almeno a partire dall’ottobre del 2014, sia nel frattempo diventata il teatro principale di una serie di manifestazioni animate dell’organizzazione Pegida (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes). Vi aderiscono molti tedescofoni che interpretano l’Europa come un luogo da difendere contro il pericolo di un’incipiente islamizzazione. Compatibilmente ai suoi impegni ufficiali, Pöder ha così partecipato all’ultima sfilata di Pegida, secondo le stime della Polizia affollata da circa 25.000 persone, condividendone in larga parte l’orientamento e riportandone un’impressione favorevole.

La lettura che Pöder offre del fenomeno Pegida – fenomeno, come detto, per ora presente quasi esclusivamente in Germania e, seppur in forma minore, in Austria – appare priva di ombre. Il movimento raggrupperebbe cittadini non inclini a condividere idee estreme o radicali, nel logo si vede per esempio la svastica gettata dentro un cestino, non sarebbe neppure espressione di un pensiero di “destra” (o almeno non in modo esclusivo) e dunque risulterebbe costituito in prevalenza dai cosiddetti delusi dalla politica, specialmente riguardo alle politiche di accoglienza e di gestione dei conflitti su base religiosa che nell’arcipelago dei fedeli islamici hanno il loro più virulento terreno di coltura. Pöder guarda infine con simpatia l’ipotesi che anche in Sudtirolo, dove in effetti si è già formato un corrispondente gruppo facebook intonato alla difesa patriottica del “suolo tedesco”, gli attivisti di Pegida trovino slancio per riprodursi.

Anche dando credito alla versione edulcorata di Pöder, non mi sentirei di condividere quest’ultimo auspicio. Al pari di altri movimenti consimili, Pegida muove infatti dall’assunto che per contrastare la minaccia dell’islamismo radicale (minaccia assolutamente concreta e quindi non da sottovalutare) sia necessario richiamarsi a principi di purezza in linea di principio ostili a una declinazione plurale della nostra identità culturale. Abbiamo faticato non poco per convincerci che una strada del genere può solo portarci in un vicolo cieco. Strano che Pöder non l’abbia ancora capito.

Corriere dell’Alto Adige, 16 gennaio 2015