I “mistilingue” più invisibili dei lombrichi

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Alto Adige: tutto di tutto” (Folio Verlag) è un libro molto interessante da sfogliare. Concepito da Hermann Gummerer e Franziska Hack, rispettivamente il co-fondatore e il revisore editoriale della casa editrice, il volume ha l’ambizione di presentare “da una prospettiva inedita” la nostra terra “sulla scorta di cifre, dati e relazioni spesso poco note persino ai residenti”.

La novità consiste essenzialmente nell’uso di un’accattivante infografica – dunque moltissime illustrazioni e pochissimo testo – e nella scelta dei temi, alcuni probabilmente davvero mai precedentemente indagati. Un primo esempio scelto a caso: ovvio trovare i nomi di battesimo più diffusi in Alto Adige, ma se anziché di esseri umani parlassimo di vitelli? La risposta è Blume, Biene e Sonne. Secondo esempio: volete sapere quante chiese su 1000 abitanti abbiamo in Alto Adige? Quanto pesa la campana più grande? Non sarete delusi. Però magari a qualcuno interessa sapere anche quanti animali di peluche abitano nelle nostre case. Beh, a quanto pare sono 837.650. Ultimo esempio: siete curiosi di conoscere la distribuzione per classi d’età all’interno delle nostre 211 bande musicali? Il 5,9% dei musicisti supera i sessant’anni, il 28% ha meno di vent’anni, ma la fascia d’età più attiva (26,9%) si colloca tra i venti e i trenta.

Il libro non tralascia quasi alcun particolare. Dagli elementi del costume tradizionale altoatesino alle distanze stradali e in linea d’aria tra le diverse località, dal numero d’impianti di risalita a quello dei cannoni da neve, dal tipo d’impronta lasciata da uno scoiattolo a quella dell’escursionista provvisto di ciaspole. Sono persino riprodotte due pagine dell’agenda del Presidente della Provincia Luis Durnwalder – per l’esattezza risalenti a Settembre e Ottobre del 2003 – che assomigliano a un furioso intrico di segni tracciati da un espressionista astratto americano degli anni cinquanta. Un’immagine che in futuro lascerà forse posto a campiture più larghe, promessa di un tempo finalmente ritrovato.

Di tutto di più, dunque, ma con un paio di lacune forse più significative e pesanti di quanto sarebbe stato legittimo aspettarsi. Io, per dire, ero assai curioso di sapere finalmente quanti “mistilingue” ci sono in Alto Adige. E in un testo che contiene informazioni su ogni cosa, che rende conto delle minuzie più inappariscenti (adesso conosco anche il numero dei lombrichi che strisciano tra il Brennero e Salorno, lo trovate a pagina 65) almeno un’indicazione al riguardo, confinata magari in un apposito capitolo dedicato alle “cose che non avete mai osato chiedere”, l’avrei letta con piacere. A questo punto non mi resta che augurare al libro un grande successo e sperare in una sua riedizione più coraggiosa.

Corriere dell’Alto Adige, 29 dicembre 2012

La decomposizione del centrodestra altoatesino

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Ormai sono anni che occuparsi del centrodestra altoatesino significa sparare sulla croce rossa su un uomo morto. Da una compagine che ha sempre millantato la propria ragione sociale spacciandola a difesa del “gruppo linguistico italiano” ci si sarebbe aspettati almeno una politica concorde nel definire un minimo programma d’intenti volti a dare un po’ di dignità a questo gruppo. È successo sempre ed esattamente il contrario. Fino al paradosso di manifestare feroci lotte intestine tra personaggi ostinatamente privi di idee, in alcuni casi servili fino all’autodileggio, eseguite con l’unico evidente fine di mantenere la posizione acquisita. Con la decomposizione del marchio di fabbrica nazionale (quel Pdl nato per “unire” il centrodestra e poi dimostratosi una rabberciata accolita di yes-men al servizio di un padrone attualmente in stato di dissesto mentale) si sta avendo anche da queste parti – come grottesco riflesso pavloviano – una esiziale frantumazione del quadro già ampiamente frantumato. Ne ha parlato stamani nel suo editoriale Toni Visentini (“Lasciamoci stupire da Mauro Minniti”, Corriere dell’Alto Adige). Ecco l’articolo:

Volete una destra «moderata e moderna»? Eccovi serviti: è la Destra di Storace, sì proprio lui e proprio quella. La pensa così Mauro Minniti che guida il nostro Consiglio provinciale altoatesino e che ha passato gli ultimi anni a venir sbeffeggiato da tanti della sua area perché troppo moderato, troppo mite, troppo arrendevole e, insomma, troppo filo-Volkspartei. Ebbene, il moderatissimo Minniti cambia casa e finisce con Storace che, anche ai più digiuni di cose politiche, tutto è sempre sembrato fuorché un giglio di campo.

Nella vita, politica inclusa, è comunque interessante lasciarsi stupire, trovarsi di fronte a una qualche novità imprevedibile che ti fa dire: «Ma guarda un po’, questa proprio non me l’aspettavo, non ci posso credere». È uno stupore che può essere negativo o positivo, ma sempre stupore è: in quanto tale ha dentro di sé almeno una goccia di creatività, di fantasia, quasi una forma di ebbrezza momentanea che ti lascia a bocca aperta. In politica, soprattutto in tempi confusi quando tanti passano da una casa all’altra perché quella che abitavano rischia il crollo o appare insicura, lo stupore è ovviamente relativo. Dentro il centrodestra italiano, infatti, c’è da una parte un po’ l’aria del si salvi chi può o, secondo gusti e opinioni, del muoia Sansone con tutti i filistei. Oppure prevale l’idea dell’avanti sino alla morte, dunque giochiamoci pure l’ultima carta, anche quella più disperata. Nessuna meraviglia, così va il mondo su tutti i fronti quando tira aria di tempesta. L’importante è galleggiare.

Questo Minniti «moderato e moderno» insieme a Storace lascia però a bocca aperta. Ma davvero pensa che qualcuno ci caschi? La scelta, ha spiegato il nostro, è arrivata dopo attenta riflessione. «Non mi riconosco più nel Pdl che è troppo litigioso e anarchico; non mi convince neppure l’iniziativa di la Russa che comunque è pilotata da Berlusconi», ha spiegato Minniti. In questo la pensa evidentemente in maniera diversa dal suo amico e mentore Giorgio Holzmann, a conferma che la confusione è grande sotto il cielo. La vicenda ricorda in un certo modo lo stupore che creò Ivan Benussi, il sindaco per un mese di Bolzano, cattolico tutto d’un pezzo e uomo generoso della San Vincenzo. In cerca di una nuova casa (politica), finì nella Lega Nord, quella del dio Po e del dagli agli immigrati. Insomma, era come mettere insieme il diavolo e l’acqua santa. Ma almeno quella volta Benussi fece rapidissima marcia indietro riconoscendo di aver sbagliato indirizzo: a tutto c’è un limite. Farà così anche il moderato e moderno Minniti?

La ricerca di un nuovo equilibrio

Automobile d'epoca

Nelle ultime settimane molti osservatori, parlando di Sudtirolo, hanno notato che stiamo vivendo la fine di un’era. Siccome però un’era prende generalmente il nome dalla figura che è stata in grado di conferirle il suo marchio caratteristico, qui da noi la fine pare coincidere con l’estinguersi della stella di Luis Durnwalder e, parallelamente, dell’egemonia quasi priva di contrasti della Svp.

Ovviamente è bene intendersi su un punto. La fine di un’era non è di per sé qualcosa di positivo (o di negativo). Positività e negatività del cambiamento, di ogni cambiamento, possono essere stabilite soltanto se gli sviluppi inediti sapranno accentuare gli elementi virtuosi che il periodo precedente è in grado di trasferire all’avvenire e, parimenti, se avremo la possibilità e la capacità di correggerne i difetti. Il sospetto che una valutazione di questo tipo – sapere insomma in cosa consistono i pregi e le manchevolezze dell’epoca che ci stiamo lasciando alle spalle – risulti talvolta addirittura più incerta delle elucubrazioni sul successore del Landeshauptmann non rende purtroppo particolarmente serena la fase di passaggio.

Per quanto ci riguarda, vorremmo limitarci a segnalare, se non una serie di priorità, almeno il criterio a partire dal quale sarebbe bene trovare un accordo di massima tra tutti i principali attori sociali e le forze politiche impegnate nelle sfide che ci attendono. Una base comune che non vuol dire affatto una pasta indistinta in grado di confondere o abolire le differenze, dalle quali invece traiamo la nostra forza specifica, bensì una solida cornice in cui tali differenze acquistino maggiore legittimazione alla luce di regole condivise con convinzione perché formulate in modo da rispettare le peculiarità di ciascuno.

Risulta abbastanza paradossale, a tale proposito, che molte riflessioni spese sulla tenuta del nostro assetto autonomistico prescindano da quel che invece ne dovrebbe costituire il nucleo da incrementare, vale a dire il concetto e la pratica dell’“equilibrio”. Equilibrio interno, nel senso di un progressivo ridimensionamento delle disparità di accesso alle risorse e alle opportunità che in questa terra rischiano sempre di venir percepite con la lente atavica e prevaricatrice dell’etnocentrismo; ma anche equilibrio esterno, decostruendo la nefasta e illusoria tendenza a considerarci un’oasi di mirabili eccellenze da recintare con scelte strategiche improntate all’autosufficienza e alla separatezza. Del resto, uno dei dati più evidenti ricavati dalla fine dell’era Durnwalder, o come altro si voglia chiamarla, è che una simile presunzione non possiamo proprio più permettercela.

Corriere dell’Alto Adige, 19 dicembre 2012

La sera tardi…

La sera tardi, quando scendevo nella sala da pranzo del Hauptgebäude del Wissenschaftskolleg deserta, assorta nel suo silenzio dove le cose erano semplicemente rimesse a se stesse, mi sedevo in un posto qualsiasi bevendo un boccale di birra, mangiando Mettwurst insieme a cetrioli e pane scuro e, mentre pensavo, a poco alla volta saliva intorno a me un senso più lieve e gentile dell’esistenza nel quale ogni idea passava nel suo contrario lasciando scorrere liberamente il flusso della vita; le immagini delle persone e dei loro atteggiamenti venivano riafferrate in un gioco più alto e libero, si mescolavano come l’orrore e la bellezza della creazione ancora disumana e informe. Era come pensare l’inizio di tutte le cose prima dell’istante in cui, come avviene nell’esperienza ordinaria di tutti i giorni, ciascuna di esse assume un destino segnato e irreversibile. Ma quando le cose, gli eventi e le persone sono ripensati e ripresi daccapo al loro inizio, così avevo pensato, mi ricordo, essi ridiventano capaci di mescolarsi e trasmutarsi l’una nell’altra, come quando giriamo all’alba per le strade di una città e non c’è più senso di colpa, né distinzione di bene e male, perché ogni cosa è semplicemente la propria forza.

Aldo Giorgio Gargani, Un anno al Wissenschaftskolleg di Berlino, in: A.A.V.V. La mia Germania, Shakespeare and Company 1993

Euregio

euregio

Nominalmente Trentino e Sudtirolo (o Alto Adige/Südtirol che dir si voglia) fanno parte della stessa regione. Sempre nominalmente le due province, assieme al Land austriaco del Tirolo settentrionale, fanno parte dell’Euregio, un progetto transfrontaliero ideato nell’ambito dell’unione europea con una sua sede di rappresentanza a Bruxelles. Di fatto questi tre spezzoni dell’antico Tirolo vivono da tempo separati e la loro “Zusammengehörigkeit” è buona soltanto per essere esaltata in qualche noioso discorso ufficiale, prima che gli invitati si precipitino a saccheggiare il buffet. Ne ho avuta l’ennesima conferma ieri, quando insieme a Stefano Fait abbiamo provato a sondare l’interesse della biblioteca comunale di Trento riguardo alla presentazione dei nuovi libri di Aldo Mazza/Lucio Giudiceandrea e Hans Karl Peterlini. La risposta: cosa si scrive e cosa si discute a nord di Salorno non c’interessa. Il fatto che non fossero previsti pasticcini o tartine deve avere influito negativamente. Deprimente.