Un microscopio che vola

Drone

Per fortuna non siamo in campagna elettorale, abbattuta, anche lei, dall’emergenza virus: ubi maior minor cessat. Ma anche se non siamo in campagna elettorale, purtroppo, ci tocca assistere a qualche capitombolo di rappresentanti delle istituzioni galvanizzati dal loro ruolo di controllori, e convinti perciò di avere a che fare con una popolazione di indisciplinati “furbetti” pronti a tutto pur di assecondare l’ascesa della virulenza e la diffusione del morbo. Non fa eccezione, anzi, il sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi, il quale aveva già pronta la carta del monitoraggio di massa, affidata al volo di droni posti nelle mani, anzi negli occhi della Polizia Municipale, al fine di reprimere assembramenti e uscite troppo disinvolte dall’unico seminato concesso oggi alla cittadinanza: restare tappati in casa e muoversi solo in caso di estrema necessità. A quanto pare, e per fortuna, non se ne farà nulla o si farà il poco (non so in realtà se si tratti davvero di poco) che già si sta facendo, ma per finalità di diverso tipo. Ora, io non sono tra quelli che giudicano le misure del governo, vale a dire l’ordine di contenere gli spostamenti ecc., un inevitabile prodromo del fascismo tecnologico imminente; non sono però neppure favorevole ad una implementazione a tappeto della tecnologia basata su un assunto tanto semplice quanto pericoloso: il cittadino va colto sempre in fallo, e se non sbaglia lo facciamo sbagliare noi mettendo i suoi comportamenti al microscopio (il drone è un microscopio che vola). Il confronto con l’attuale stato di emergenza sta facendo emergere troppi istinti moralizzatori, trasforma il vicino di casa in un delatore e solletica brame repressive che vanno contenute proprio come se fossero, anche loro, un virus da combattere. Già siamo messi malissimo dal punto di vista del linguaggio (chi usa la parola “furbetto” o “furbetti”, come ha fatto il sindaco-scrittore, dovrebbe piazzare un drone sulla sua tastiera e consentirgli di intervenire lanciando un allarme di avvenuto contagio populistico), se ci mettiamo poi anche questi cazzetti volanti a ficcare il naso ovunque non ne veniamo più fuori. Quando sarà il momento (e secondo me è sempre il momento) dovremo riflettere sulle tante parti in ombra di questa voglia sfrenata di controllo, adesso “coperta” dalle note ragioni. I cittadini, noi tutti, siamo già messi a dura prova dalla reclusione forzata. L’essenziale l’hanno capito tutti, o quasi. Ritenere però che l’esistenza di qualche “sordo” autorizzi chi detiene il potere di fare applicare la legge a dotarsi di megafoni sempre più forti non rende il clima acustico generale più salubre. La strategia che ci piacerebbe vedere messa in atto è quella che punta ad una maggiore responsabilizzazione, non quella che usa “urgenza”, “paura” e “pericolo di vita” per legittimare ogni possibile riduzione delle libertà fondamentali da parte di “sceriffetti” (sono il pandant dei “furbetti”) improvvisati. Io sto a casa finché si useranno argomenti condivisibili di prudenza, non perché bloccato dal terrore che un drone mi cada sulla testa, o un altro microscopio assetato di supposte nefandezze mi entri nelle mutande per verificare se sono abbastanza pulite.

#maltrattamenti

Una luce nella nebbia

ORSI OR17

Piano piano cominciamo a vederci più chiaro. Il virus e quello che ci sta intorno (ci stiamo noi, intorno) assomiglia a una grande nebbia (e la nebbia è dentro di noi). In questa nebbia siamo andati a sbattere contro diversi ostacoli. Prima c’era la sufficienza con la quale abbiamo appreso dell’esistenza di una curiosa patologia orientale, quindi lontanissima, comunque incapace di preoccuparci sul serio. Poi, quando è sbarcata da noi (sbarcata dagli aerei, non venendo sui barconi dei migranti ai quali in molti, in troppi, attribuiscono ogni male del mondo), abbiamo continuato a non crederci, e ce la siamo presa con i primi cinesi che passavano sotto la finestra. Poi abbiamo ripreso a fare la vita di sempre, ci siamo fatti qualche selfie con altri cinesi (quelli dei ristoranti) e ci siamo detti che noi eravamo comunque fuori pericolo in virtù di una non meglio precisata grazia divina. Errore fatale. Dopo poco, e sempre continuando a muoverci a tentoni, nel gran nebbione, i numeri dei contagi hanno cominciato ad impennarsi. In alcune zone, in Veneto, soprattutto in Lombardia, si cominciava anche a morire, e a morire in modo abnorme. Allora si è propagato il panico. Supermercati svaligiati, treni assaltati da persone che volevano scappare (ma scappare dove?). Così il governo ha deciso di chiudere tutto, sempre di più. Siamo arrivati ad essere il paese in cui l’epidemia del Coronavirus, intanto lievitata a pandemia, miete più vittime, e ci tocca la solidarietà a distanza di chi sembra appena più fortunato di noi. Intanto ce ne stiamo da giorni tutti tappati in casa, ci parliamo, quando rarissimamente ci incrociamo per le strade perlopiù deserte, a tre metri di distanza, e ci chiediamo quando ne usciremo, da questa nebbia, e da tutta questa brutta storia. Però, dicevo all’inizio, intanto qualcosa di più stiamo riuscendo a scorgerla. Vediamo per esempio che il grande numero di morti lombardi non è dovuto a questioni misteriose. Una spiegazione c’è. Il professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di medicina molecolare e professore di epidemiologia a Padova, in una intervista spero molto letta l’ha messa giù così. Se prendiamo il totale dei positivi in Lombardia (più di 25.000 al 21 di marzo) e lo dividiamo per il numero dei deceduti (più di 3000, praticamente la metà dei morti totali) abbiamo una percentuale incredibile, del 12%. In Veneto sta invece al 3%. Altrove è ancora più bassa. Qual è, allora, il problema della Lombardia? Da dove si origina la nebbia in Val Padana? A mancare – secondo il professore – è il numero dei casi domiciliari: “Non è che in Lombardia si muore di più, il fatto è che il numero dei contagiati è molto maggiore ma non sono rilevati (corsivo mio). Se si tiene come punto di riferimento il 3% di mortalità si può realisticamente non solo ipotizzare, ma dire che in Lombardia ci sono circa 100.000, non circa 25000 casi, questa è la realtà”. Riassumendo: gli infettati sono molti, ma non vengono contati. Non venendo contati abbiamo a che fare solo con i casi più manifesti, anche quelli più compromessi, per così dire, e quelli appaiono tantissimi. Ovviamente in questa analisi c’è un elemento di preoccupazione (gli infettati sono molti di più di quelli che si credeva) ma anche di speranza (la percentuale dei casi gravi va vista al ribasso, e se riuscissimo, come stiamo provando, ad isolarli, e possibilmente anche a monitorarli, la morsa del virus potrebbe finalmente allentarsi). Intanto, dopo tale acquisizione, un primo concreto elemento positivo: l’assessore lombardo Gallera ha annunciato che per la prima volta dall’esplosione dell’epidemia sta calando il numero delle persone ricoverate. Forse la nebbia ha cominciato a diradarsi.

#maltrattamenti

Dentro o fuori

Vecchio divano

Si fa presto a dire “rimanete a casa”. E chi una casa non ce l’ha? E se c’è chi ne ha più di una, perché dispone di una residenza in un luogo, ma anche di più domicili stabiliti altrove? Solo nella finzione, della quale usufruiamo quando nessun fatto drammatico sconvolge le nostre abitudini, è possibile ipotizzare che ognuno abbia una dimora stabile, e questa dimora sia anche quella in cui si risiede e si vive senza spazio di ambiguità. Può accadere però – come sta accadendo – che un virus “vagamondo” ci scuota e obblighi le persone a cercare un riparo che appare improvvisamente incerto: sia perché alcuni diritti che credevamo garantiti prendono ad oscillare al vento delle “misure straordinarie”, sia perché ovunque si sta diffondendo la smania di chiudere porte e cancelli tra gli stati, tra le regioni, tra le province, tracciando una linea sempre più invalicabile tra chi sta “dentro” e chi va trattenuto, o cacciato, “fuori”.

Nello stato confusionale che ci coglie quando dobbiamo prendere decisioni fondamentali, per di più in modo rapido, può allora accadere che si compiano errori, magari soltanto di comunicazione, ma che per questo non causano minori problemi. È andata così per quanto riguarda l’“Ordinanza presidenziale contingibile ed urgente” con la quale sembrava venisse imposto a “turisti, ospiti, villeggianti e tutte le altre persone presenti sul territorio provinciale che non hanno la propria residenza in Alto Adige, di rientrare alla propria residenza, affinché possano eventualmente beneficiare delle prestazioni dei propri medici di base o pediatri di libera scelta”. Adesso l’imposizione evidenziata dal verbo “ordina”, presente nella prima versione, è stata saggiamente mutata nel più mite “raccomanda”, e comunque si sottolinea che tale provvedimento non si estende a chi qui lavora, ha quindi un domicilio e molto probabilmente anche un medico di riferimento. Una precisazione doverosa, ancorché fondamentalmente inutile, visto che la legge continua a garantire che chi si sposta dal proprio Comune di residenza per un periodo inferiore ai 3 mesi non abbia l’obbligo di scegliere un nuovo medico di famiglia, perché l’assistenza medica dovrebbe (anche se sappiamo che in questi giorni il condizionale ha perso moltissimo vigore) essere garantita dagli ospedali pubblici e dal servizio della guardia medica turistica.

Non ha invece avuto bisogno di emettere un’ordinanza apposita, e quindi poi di correggerla, Maurizio Fugatti, Presidente della Provincia di Trento, il quale in una conferenza stampa tenuta il 14 marzo ha però dichiarato: “Alle persone nelle seconde case, e quindi in villeggiatura, chiediamo di rientrare a casa loro perché sono qui in forma di irregolarità. La situazione in Trentino si sta aggravando, noi crediamo di dover dare risposte sanitarie per chi rispetta le regole: il Trentino sarà responsabile con chi è responsabile, il Trentino non lo sarà con chi è irresponsabile”. Parole molto gravi, immotivate dal punto di vista giuridico, velate addirittura da un senso di ritorsione e minaccia, destinate comunque a restare ininfluenti per tutte quelle persone che hanno stabilito la propria dimora sul territorio prima dell’11 marzo, data dell’emissione dell’ultimo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Altro discorso da fare riguarda l’assistenza fornita a tutti quei lavoratori stranieri, per esempio quelli impiegati nei nostri alberghi, che comunque devono osservare un periodo di quarantena. Già. Ma dove? Per chi non ha qui un proprio alloggio, e trovasse le frontiere sbarrate, l’unica possibilità è quella di entrare nelle strutture messe a disposizione dal ministero della difesa (cioè caserme). Nessun provvedimento è stato ancora preso per allestire dei posti letto negli alberghi in cui quelle persone lavorano, nonostante essi siano di fatto chiusi. Il caso è stato sollevato da chi sta operando, tra crescenti difficoltà, al fine di riuscire ad accompagnare fuori dall’Italia questi lavoratori e, contemporaneamente, riportare indietro chi si trova all’estero per studio o lavoro. È vero che il virus ha sorpreso e danneggiato tutti, ma tutti hanno diritto di non subire in aggiunta gli svantaggi derivanti dalla mancanza di chiarezza, di organizzazione e di solidarietà.

Corriere dell’Alto Adige/Corriere del Trentino, 20 marzo 2020

Un virus chiamato Odradeck

Virus

Un virus, ormai lo sappiamo, è un piccolo, indicibilmente minuscolo pezzo di materiale genetico racchiuso in una specie di guscio chiamato capside. La sua riproduzione dipende dalla capacità di “infettare” una cellula, e deve quindi essere ospitato. Una delle domande che si sono posti gli scienziati che li studiano è questa: i virus sono una forma di “vita” (ma attenzione: possiamo considerarli “vivi” solo avendo chiarito la loro natura eminentemente parassitaria) più o meno antica delle cellule delle quali si servono per riprodursi? In rete ho trovato la notizia che parla di alcuni ricercatori della University of New South Wales, in Australia, i quali avrebbero scovato un indizio per rispondere: si tratta di un microrganismo rinvenuto nei laghi delle isole Rauer (vicino all’Antartide), simile a un batterio, ma molto più semplice: un plasmide (chiamato pR1SE) che, al pari di un virus, è fatto di piccoli filamenti di DNA. Copio il testo: “I geni che trasporta permettono di creare vescicole, essenzialmente “bolle” di lipidi, che lo racchiudono in uno strato protettivo. Incorporato nella sua bolla protettiva, pR1SE può lasciare la sua cellula ospite per creare nuovi ospiti. In altre parole, pR1SE sembra comportarsi come un virus”. Sembra comportarsi come un virus, tuttavia non è propriamente un virus, visto che è costituito da geni che si trovano solo sui plasmidi, mentre gli mancherebbero altri geni che lo caratterizzerebbero compiutamente come un virus. E comunque: l’ipotesi è che questo plasmide stia alla base dell’evoluzione dei virus, e quindi si tratti di un modello di organismo che, sì, precede la nascita delle cellule. Detto ciò, appare realistico pensare che saranno loro, i nostri predecessori, a protrarsi anche oltre la nostra estinzione, probabilmente parassitando fino all’estremo qualsiasi aggregato cellulare che vedrà la luce tra qualche milione di anni? Ha scritto Tom Whipple in un articolo comparso sul Times: “Un virus non è malevolo. È la forma di vita più pura che esista. Non ha cellule, né cervello né volontà. È una macchina riproduttiva, un frammento di materiale genetico all’interno di un guscio protettivo, il cui unico scopo è quello di riprodurre copie. Non vuole farti del male, vuole usarti. Se muori non va bene. I cadaveri, dopotutto, non starnutiscono. Questo è il motivo per cui quanto più un virus è peggiore per i singoli esseri umani meno è probabile che sia fonte di preoccupazione per l’umanità. Se provoca la morte istantanea, termina con la prima vittima. Se provoca un lieve raffreddore, conquista il mondo”. Questo passo è molto bello, persino tranquillizzante, perché ci propone una specie di alleanza tra noi e i virus, e ci dice che alla fine troveremo un buon equilibrio. Ma in realtà può benissimo non andare così. La chiave è proprio nella sovrana indifferenza – preistorica e per questo futuribile – dei virus rispetto alle nostre finalità (e del resto, l’idea di una finalità è qualcosa che abbiamo inventato noi). Magari noi non ci estingueremo a causa dei virus, ma i virus non aspetteranno la nostra estinzione per estinguersi a loro volta. Il virus mi ricorda un po’ Odradeck, quello stranissimo oggetto di cui parla Kafka nel racconto “Il cruccio del padre di famiglia” e viene descritto come “una specie di rocchetto da refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra loro e di qualità e colori più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi a angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe”. Ma a cosa serve, qual è il destino di una cosa così? Ecco come risponde Kafka, dandoci una lezione che vale per ogni cosa esistente, dal virus all’universo: “E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quello che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradeck. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora”.

#maltrattamenti

 

 

 

La linea e la bolla

Cina satellite smog

Alla fine ci siamo convinti, o ci hanno convinti: stiamo passando molto tempo chiusi in casa. Nell’alternativa tra il modello della bolla e quello della linea, tematizzata con straordinaria finezza dall’antropologo Tim Ingold, il primo ha avanzato le sue pretese «curative» sulla naturalezza degli scambi lineari, e dunque sulle intersezioni e gli annodamenti lungo i quali procede così rapido anche il contagio virale. Adesso, se vogliamo prevenire la diffusione della malattia, siamo costretti a recidere per un po’ quei filamenti delle nostre vite che ci porterebbero a respirare la medesima atmosfera nella quale di solito, in condizioni «normali», fluttuiamo insieme agli altri.

Esiste forse però un modo per sopperire a questa tendenza sociale momentaneamente frustrata, riscoprendo dentro la forzatura delle nostre bolle l’esistenza di linee delle quali, quando siamo proiettati verso l’esterno, fatichiamo ad accorgerci. Qualcuno ha giustamente scritto che un conto è sopportare l’isolamento in una condizione di permanente interconnessione, un’altra sarebbe quella di affrontarlo sommando un eventuale collasso dell’ambiente informatico nel quale siamo immersi.

Ingold_Cover

Ma non è questo ciò a cui vorrei qui alludere. Le linee che scavano profondità e allacciano nodi all’interno della nostra bolla hanno più a che fare con un substrato arcaico, non necessariamente governato dalla tecnologia.

Per avvistare tale substrato occorre essere disponibili a valutare i lati positivi di un ripiegamento in noi stessi, aderendo per così dire al mondo di possibilità che lasciamo inaridire quando ci disperdiamo nel contatto con il mondo esterno. Riflettere, ad esempio, su come percepire diversamente il tempo in cui matura un’azione, rispetto a quello in cui essa si esplica. Aumentare il livello d’intensità che generalmente dedichiamo a capire ciò che distingue qualcosa di essenziale dal superfluo. Oppure, ancora, rivolgere uno sguardo retrospettivo alla nostra storia personale e collettiva, alle nostre abitudini consolidate, chiedendoci, adesso che il flusso del mutamento sembra sospeso, non solo come siamo cambiati, ma in quale direzione vorremmo muoverci quando torneremo con più libertà ad uscire e a incontrare di nuovo le persone.

Una delle immagini più note che tramanderemo ai posteri è sicuramente quella colta dai satelliti di Nasa ed Esa sull’area geografica di Wuhan, primo epicentro noto della diffusione del Sars-CoV2. Dopo le misure di contenimento in seguito alla quarantena imposta a milioni di cinesi, ecco il cielo nuovamente pulito. Segno di un drammatico rallentamento economico, certo, ma anche di un apprezzabile declino dei livelli di inquinamento. La stessa cosa non potrebbe verificarsi anche all’interno del cielo delle nostre vite, una volta sgombrato dalla coltre di preoccupazioni che l’assenza del virus manteneva in agitata sospensione?

Corriere dell’Alto Adige / Corriere del Trentino, 14 marzo 2020

Al tempo del virus

Roma e mascherine

Potente la suggestione del titolo di Marquez, L’amore ai tempi del colera, tutti ce l’abbiamo nell’orecchio. Che cosa poi si racconti, in quel libro, non è molto importante. Il tempo di adesso non ha neppure a che fare con la carica batterica scatenata dal vibrio cholerae, non sa di antiche miserie, non ne condivide scenari e letteratura. Intanto, parliamo di virus, non di batteri, e la differenza è stata spiegata, registrata, capita o non capita, dimenticata. Anche se gli esperti sono tornati di moda, noi non siamo e non saremo mai esperti (soprattutto: non vorremmo esserlo). Non vediamo più in là del nostro naso, che non possiamo più neanche strusciarci. Ci laviamo le mani, più volte al giorno, cerchiamo di non incontrare nessuno, o in maniera mai troppo ravvicinata. Di cosa è fatto, quindi, questo tempo che sarebbe il tempo del virus? In che modo questa entità microscopica tinge le nostre vite, ne infetta e devasta le abitudini? Possiamo già dire, mentre la stiamo attraversando, dove ci porterà l’immensa deportazione dell’immaginario alla quale siamo sottoposti? Abbiamo osservato tre ondate di emozioni. La prima, più remota, quando si è appreso dell’epidemia in Cina (ormai quasi tre mesi fa). Pochi hanno pensato che si spostasse da laggiù, o se l’hanno pensato hanno creduto che il passaggio non avrebbe causato troppi problemi quaggiù. Per uno strano effetto dettato da generalizzazioni indebite, abbiamo creduto che il confine territoriale e quello etnico erigessero una barriera all’evasione dello spettro: non si sarebbe aggirato per l’Europa. La seconda ondata è così scattata con la prima rilevazione della trasmissione avvenuta, ma era ancora affare di pochi, ancora una ferita inferta a territori che un destino non più avverso si sarebbe poi occupato di cicatrizzare in loco, e comunque abbastanza alla svelta. Il rovescio di questa ondata, paragonabile alla risacca che segue la distensione del mare su una costa, è stato quello di provare a non pensarci, in fin dei conti il tema era già stato prosciugato dalla curiosità mediatica. Ci siamo dunque dedicati ad altro, come chi, avvertendo un dolore mentre dorme, prova comunque a ritrovare il sonno, sperando che la mattina dopo sia definitivamente passato. La terza ondata, infine, è stata quella della consapevolezza legata all’azione. Bisognava chiudere tutto, raggomitolarci dentro casa, impedire al contagio di prendere sempre più campo (e proprio mentre stava prendendo sempre più campo). È calato uno strano silenzio, al quale ci siamo sottomessi, in qualche caso ritenendo che non fosse neppure abbastanza. È sopraggiunto il tempo di uno svuotamento che, in modo incerto, stiamo provando nuovamente a riempire. Abbiamo fiducia che serva, ma non sappiamo quanto dovrà passare, prima che serva davvero. Le nostre abitudini sono state messe in una posizione di attesa. Se incontriamo l’amico o l’amica per strada restiamo a un metro, ci informiamo su come sta andando. Poi ci dedichiamo ad espletare le poche cose da fare, giustificate da un certificato. Chi va in giro senza scopo apparente lo fa calpestando l’ombra di una colpa. Proprio adesso che un cielo “sì benigno” ci sorride dall’alto, e la calda stagione inviterebbe all’aperto. Ma cosa accade in profondità, nel profondo e più profondo di noi? Alcuni lavorano senza sosta, negli ospedali e al fronte delle urgenze, dove il virus non si manifesta solo come un riflesso di un’informazione stregata. Gli altri, e sono la maggioranza, restano attoniti, cercano scampoli di normalità come si cercano gli oggetti sopravvissuti a una catastrofe. Tutti abbiamo timore di pronunciare ad alta voce la parola “dopo”, la parola più desiderata e invocata di tutte.

#maltrattamenti

Togliere spazio al virus

Contagio

Siccome dobbiamo stare più a casa (non murati vivi, ma comunque più del solito), mi sono preso la briga di leggermi un “istant-book” appena pubblicato sul fenomeno di cui tutti (inevitabilmente) parliamo. Si tratta di un’intervista a Maria Capobianchi, vale a dire la direttrice del laboratorio italiano che ha isolato il Sars-Cov-2, il famigerato Coronavirus. Attenersi alle spiegazioni delle persone competenti parrebbe una pratica ovvia, ma negli ultimi anni era caduta un po’ in disuso, visto che, grazie all’estensione portentosa della superficie dei social, sempre più incompetenti si sono sentiti in diritto (e vorrei quasi dire in dovere) di diffondere le proprie opinioni a cazzo di cane su qualsiasi argomento. Uno degli effetti positivi di questa epidemia è anche l’aver riportato le cose alla loro giusta proporzione: quelli che non sanno niente possono di nuovo essere messi a tacere. Dunque, la frase che nel libro ha attirato maggiormente la mia attenzione è questa: “I virus meno virulenti, che si diffondono maggiormente, sono quelli che provocano una sintomatologia lieve che permette al malato di diffonderli”. Se ci facciamo caso, qui è contenuta la chiave interpretativa del grosso problema con il quale abbiamo a che fare. Non contano tanto gli effetti del virus sui singoli, il suo impatto di mortalità (se è più o meno elevato rispetto ad altre patologie analoghe, se interessa “solo” o in grandissima maggioranza gli anziani immunodepressi ecc.) o in che modo, nel passato, ci siamo comportati di fronte a simili evenienze. La cosa che veramente conta è che questo virus ha un altissimo potenziale di contagio e quindi, di per sé, rappresenta un cospicuo pericolo per il nostro sistema sanitario. Ora, come si è mosso il nostro governo e, in generale, come hanno reagito le istituzioni, ma anche il mondo dell’informazione alla minaccia del contagio? In estrema sintesi: hanno reagito in modo intermittente, estremizzando e banalizzando a seconda dei giorni, e poi affrontando con determinazione il problema quando, purtroppo, gli interventi da fare non hanno più potuto evitare di configurarsi in modo drastico. Solo abbastanza tardi, insomma, si è capito che l’unica cosa da fare era ridurre gli spazi di promiscuità, e – come dice ancora Maria Capobianchi – “identificare i casi, tenerli isolati ed evitare i contatti degli infetti con altre persone”. Adesso però che lo sappiamo, adesso che si è capito che solo sottraendosi al contatto con i possibili contagianti possiamo contrastarlo, dovremmo sospendere ogni tipo di titubanza, di obiezione, e lavorare – tutti! – ad un unico fine: quello di far circolare il meno possibile il virus trasmettendocelo a vicenda. Per esaudire questo compito occorre fidarsi delle istituzioni, degli esperti e di chi ne sa più di noi. Punto. “Tutte le pandemie – conclude Capobianchi – hanno un periodo in cui si espandono e si diffondono”. Noi però possiamo fermare questa espansione e diffusione sottraendoci al contagio, diradando il più possibile le occasioni in cui potrebbe saltarci addosso. Più disciplinatamente obbediremo a questa indicazione e più rapidamente il virus scomparirà dal nostro orizzonte.

#maltrattamenti