Come Veronica

Mi ha fatto un certo effetto sentire Berlusconi commentare il suo “divorzio” da Fini evocando, per l’appunto, la rottura con la sua ex-consorte: “Mi sono tolto un peso, come con Veronica”. È vero che si tratta di vicende interne al cosiddetto PdA (Partito dell’Amore) – una mostruosità concettuale e linguistica figlia del prolungato effetto prodotto dalla messa in onda di melense soap-opera – ma equiparare la relazione con Fini a quella con Veronica ci dice che per Berlusconi tutto, anche la politica, si basa su un vero e proprio delirio erotico nel quale lui recita (o meglio: crede di recitare) sempre e comunque il ruolo del seduttore (sia etero- che omosessuale) che poi, quando la storia finisce, scaraventa in mare la sua o il suo malcapitato partner.

Piccolo esercizio di decostruzione II

Es ist soweit (eccoci, insomma). È giunto il momento di passare dall’altra parte della barricata e mostrare come funziona l’idiozia speculare qui in Alto Adige/Südtirol quando il discorso pubblico si coagula intorno a temi “sensibili” (e la toponomastica è uno di questi temi). L’occasione è data da una lettera (rischiosamente, ma anche significativamente, promossa al rango di “opinione” dal quotidiano Alto Adige) di un certo Franco Scacchetti. Nel suo genere (pessimo genere) un capolavoro. La tecnica, come nel precedente caso, è quella dell’impietosa dissezione.

L’«Alto Adige» di venerdì 16 luglio riporta il pensiero di Mario Amadori, secondo il quale, il Signor Durnwalder (troppo intelligente) non dovrebbe perdere tempo a discutere con l’Avs [in, aggiunta mia] merito ai cartelli monolingui o bilingui, in quanto hanno “la testa dura”!

L’attacco anticipa la conclusione (con buona pace di questo Mario Amadori e di chi si “illude” – la strage delle illusioni, non propriamente di leopardiana memoria, è il basso continuo che attraversa e sostiene la melodia di questa lettera – che si possa offrire un quadro diversificato della situazione): Durnwalder non ha la testa meno dura di quelli dell’AVS e dunque un dialogo tra loro non potrebbe che configurarsi come un dialogo tra teste dure.

Il Signor Amadori se pensa questo è un grande illuso, e spiego il perché della sua illusione.

Per il tema dell’illusione, cfr. supra.

Al Signor Georg Simeoni, capo dell’Avs, non sarebbe mai passata per l’anticamera del cervello l’idea di fare installare sui sentieri dei cartelli monolingui in tedesco, senza l’assenso tacito o palese di mamma Provincia! Provincia che tutto vede, tutto sente e nulla viene fatto senza il Suo consenso, palese o tacito appunto. Se fosse stato il Cai a mettere cartelli solo in italiano, sarebbe successo il finimondo, sarebbe stato tacciato di nemico dell’autonomia, di fascista e quant’altro.

Che il CAI abbia messo cartelli monolingue è purtroppo vero e non è successo nessun finimondo (o almeno non ne ho notizia). Ma questa imprecisione (che già dice molto) è solo di contorno. La tesi qui è: qualsiasi cosa avvenga in Alto Adige-Südtirol non può avvenire senza il concorso o quanto meno l’approvazione della SVP (in casi estremi questa posizione arriva a includere persino le avversità metereologiche, secondo l’adagio “piove governo ladro”). Si tratta, nello specifico, di un’affermazione che corrisponde al vero? È possibile cioè DIMOSTRARE che la SVP abbia sostanzialmente non solo tollerato, ma anche appoggiato l’azione dell’Alpenverein? Un’inchiesta (dalla quale attendiamo i risultati) sta adesso accertando se l’Alpenverein, per fare quel che ha fatto, abbia usufruito di fondi pubblici per i quali, certo, occorre un’assenso del partito di maggioranza. In assenza di un riscontro oggettivo, però, l’assunto del sig. Scacchetti rimane una mera illazione.

Nel caso in oggetto, dopo l’interessamento della locale Procura in merito ai finanziamenti usati dall’Avs per l’installazione dei nuovi cartelli monolingui.

Ecco. Questa per l’appunto è la frase (appesa qui in modo astruso a quella che precede e quella che segue, a meno che non decidiamo di correggere la punteggiatura…) che ancora una volta pretende di fornire una dimostrazione a quanto resta di essere dimostrato. Ripeto: l’interessamento della locale Procura non ha, al momento, fornito risposte in merito e a sostegno della tesi che il sig. Scacchetti, invece, ha già preso (da sempre) per buona.

È intervenuto in modo serio e circostanziato il ministro Fitto, non proprio gradito dai politici locali dell’Svp che lo invitavano, tutti, a non interessarsi dei problemi altoatesini, in quanto non di Sua competenza, a quei problemi ci avrebbero pensato loro, comportandosi con la solita protervia e supponenza.

Che il ministro Fitto sia intervenuto in modo “serio e circostanziato” è ovviamente una pia illusione (questa, però, non censurata dallo sterminatore di illusioni Scacchetti). Il ministro Fitto è intervenuto con veemenza nella questione compiendo per l’appunto un grave sbaglio istituzionale: ha cioè ritenuto Durnwalder (e la Provincia) direttamente responsabili per un’azione (quella dell’Alpenverein) che si è concretizzata in modo sostanzialmente autonomo (sempre fermo restando che le indagini della Procura non dimostrino quello che per Scacchetti è già da sempre dimostrato). Ma c’è di più. Se effettivamente è vero (anche questa cosa da verificare) che la stragrande maggioranza dei cartelli monolingue in questione è stata piantata da un’associazione privata su suolo privato (qualcuno parla dell’ottanta per cento), allora il famoso “me ne frego” Durnwalderiano (sconveniente nella forma) si appoggia su una autentica impossibilità di corrispondere alle ingiunzioni tutt’altro che serie e circostanziate del ministro Fitto. Il quale forse sarebbe, anche lui, non immeritevole di essere accusato di una certa “protervia” e “arroganza”.

Protervia: arroganza mista ad ostentazione e sfrontatezza. Supponenza: atteggiamento di sdegnosa superiorità, arroganza e presunzione.

La definizione dei due termini (protervia e supponenza) dovrebbe servire a rincarare una dose di astio già esorbitante. Non accresce la conoscenza dei fatti, ma ci fa sentire tutta la bile che ribolle nel corpo dello Scacchetti. Si tratta, peraltro, del giudizio “medio” attribuito al Landeshauptman non solo dagli italiani “incazzati” e “disagiati”, ma anche da non pochi tedeschi dissidenti nei confronti del “sistema”. Non si tratta peraltro di accuse inverosimili, fanno comunque il paio con la “protervia” e la “supponenza” di molti politici (tra i quali Fitto) che confidano troppo nel loro potere.

Queste due pessime qualità sono di buona parte della classe politica Svp!

Quando a Scacchetti dai un dito, lui si prende subito il braccio. Il giudizio, già inappellabile a proposito di Durnwalder, si estende a tutti gli eletti e a tutti i membri del partito di raccolta. La Svp simbolo del male e di ogni possibile sciagura. È così e si “illuderebbe” chi pensasse il contrario.

A questo punto Durnwalder ha dovuto, in parte, fare marcia indietro visto l’interessamento del Governo di Roma.

Ecco, forse qui è ancora una volta Scacchetti a illudersi. La marcia indietro di Durnwalder non c’è stata e la situazione, mi pare, è sempre in alto mare. Ma evidentemente la voce grossa del ministro è bastata per rassicurare Scacchetti che le cose cambieranno.

È importante ricordare sempre che, fino a prova contraria, siamo un provincia italiana, mi auguro che il Signor Tommasini, si ricordi di essere italiano.

Se c’è bisogno di “ricordare sempre” quella che tutto sommato è anche un’ovvietà (l’Alto Adige-Südtirol si trova amministrativamente in Italia), significa che la cosa non è poi tanto sicura. O quantomeno si tratta di una cosa problematica (è evidente che lo sia, se abbandoniamo il piano meramente amministrativo e includiamo altre categorie “percettive”). Il povero Tommasini – evocato qui come il primo destinatario del consiglio a ricordarselo sempre – rappresenta evidentemente agli occhi di Scacchetti un politico “italiano” poco incline a sottolineare questa appartenenza che deve essere sempre ricordata. E già per il fatto che Tommasini (vicepresidente della Provincia Autonoma e alleato politico della Svp) sia evocato in questo contesto, si vuole sottolineare la sua inclinazione a tradire non solo l’obbligo del ricordo, ma il suo detestabile collaborazionismo di italiano degenere e affossatore della Patria.

Rammento infine al Signor Durmwalder che lo Statuto di autonomia ha delle leggi che vanno rispettate sempre, senza se e senza ma!

Qui Scacchetti viene al dunque. Ma di quali leggi sta parlando? Possibile non sappia, il buon Scacchetti, che una legge specifica sulla toponomastica attende ancora di essere formulata? E che tutto questo casino dei cartelli può svilupparsi proprio perché una legge del genere manca e lo Statuto di Autonomia, in questo punto, è lacunoso (una lacuna dovuta anche all’opera di ostruzionismo che i rappresentanti della “destra italiana” allestiscono sempre quando si comincia a lavorarci)?

Rammento inoltre di smettere di citare il senatore Tolomei per la sua toponomastica, visto che l’Alto Adige-Südtirol, appartiene all’Italia dal lontano 1919, e quanto fatto era un suo diritto dovere! Anche questa purtroppo è una verità che, ancora oggi, in tanti non vogliono accettare!

Ecco. Siamo arrivati al punto immancabile. Guai a mettere in corrispondenza la toponomastica italiana con l’opera del senatore Tolomei! Come se non fosse stato proprio il suddetto senatore a formulare questa toponomastica e a imporla grazie al convinto sostegno del governo fascista. Che dire poi della seconda frase? Fece davvero bene, il senatore Tolomei, fece il suo dovere a sradicare la toponomastica tedesca sostituendola con una caterva di traduzioni completamente inventate e in alcuni casi persino assurde? No. Fece malissimo. E la negatività della sua azione, purtroppo, è un fardello che grava (e graverà) ancora per tanto tempo sulle spalle degli abitanti di questa provincia (in primo luogo gil abitanti di lingua italiana). Sarebbe bene che – fra le tante cose da ricordare – quelli come lo Scacchetti capissero e ricordassero questa. E cominciassero ad affrontare il problema senza infingimenti.

Per un sollecito ripristino di tutti i cartelli bilingui in Alto Adige-Südtirol, onde evitare ritardi e scuse per ulteriori spese per la Provincia, propongo una: colletta collettiva, da farsi tra tutti gli abitanti della nostra bella provincia, sia di lingua italiana che di lingua tedesca, daremmo, come cittadini, una memorabile dimostrazione di civiltà, intelligenza politica e convivenza, ad una classe politica locale molto, ma molto mediocre ed incapace!

Anche quella della colletta, spiace deludere lo Scacchetti, è una pia illusione. Improbabile che qualcuno scucia un euro a tal fine. Anche perché sarebbe tutt’altro che una dimostrazione di “civiltà, intelligenza politica e convivenza”. Sarebbe una colossale perdita di tempo (e di denaro). Il problema della toponomastica si affronta (anche se dubito si possa “risolvere”) eliminando prima di tutto le scorie mentali che si annidano nelle teste come quella dello Scacchetti (e del suo “collega” tedesco che ha steso la lettera da me analizzata in precedenza). Dai, speriamo che cominci ad accadere.

Modifica

Il caso Orfino

Oggi pomeriggio ho ricevuto una telefonata di un amico che mi ha chiesto: “sai nulla del caso Orfino”? Ho risposto di no, che sapevo qualcosa di vago, che aveva avuto problemi nel consiglio comunale dove era stato eletto (Vipiteno), ma non sono stato in grado di dire molto di più. Allora mi sono documentato [QUI].

Conosco personalmente Orfino. E conosco ovviamente anche la sua attività politica. La prima volta che sentii parlare di lui, qualche anno fa, era a proposito di una polemica da lui avviata nella scuola che frequentava. Qualcuno aveva dimenticato la cartolina di una moschea appiccicata sul muro di una classe. Orfino ne aveva fatto un caso, smuovendo un po’ le acque del paesino natale e paventando una imminente islamizzazione dell’Alta Valle Isarco. Si dirà: cazzate di un quindicenne, amplificate dal micragnoso contesto locale. È vero. Esistono però persone ben più adulte di Orfino (e operanti in contesti più larghi) che palesano le stesse tendenze. Non è escluso che anche loro abbiano cominciato ad esibirle da piccoli (magari scagliandosi contro altri bersagli).  Passato questi cinque minuti di gloria (?), Orfino ha continuato a far carriera nelle formazioni giovanili di AN (prima) e del PDL (poi). Si ricordano visite agli ossari, grandi sventolii di tricolori, qualche scaramuccia con la trecciuta Eva Klotz in occasione della memorabile applicazione del cartello “Süd-Tirol ist nicht Italien” al Brennero e anche un controverso braccio teso alla maniera romana durante un “presidio” al Monumento alla Vittoria contestato dagli Schützen. Insomma, la solita solfa di “destra”, tipica di un ragazzotto ossessionato dal problema dell’identità (bisogna sapere che Orfino è figlio di padre italiano e di madre austriaca, ma anziché vivere con serenità questa sua fortunata condizione di “ibrido” ha finito con l’abbracciare l’italianità paterna forse anche in reazione al clima di abituale antiitalianità che avrà respirato da piccolo nel suo nativo borgo selvaggio) e culturalmente non proprio robusto (in uno scambio che avemmo un giorno su facebook, Orfino mi disse di non avere mai letto un libro in vita sua e di non avere nessuna intenzione di farlo).

Insomma, questo è Davide Orfino, accusato da Sven Knoll (fondamentalmente un suo omologo, anche se un po’ più anzianotto, eletto di recente in Consiglio Provinciale, e fanaticamente rivolto a perorare la causa dell’autodeterminazione) di essere vicino agli ambienti dell’estrema destra italiana e quindi non degno di ricevere incarichi comunali per occuparsi dei giovani (dei tre o quattro giovani di lingua italiana dei quali Orfino si sarebbe voluto occupare).

Ecco. Questo è quanto. Se adesso (dopo aver letto) provate, come me, la voglia di sbadigliare, vuol dire che possiamo passare tranquillamente a un altro argomento. Se invece avete voglia di approfondire il discorso, cominciate a preoccuparvi.

[P.S. Di Orfino mi ero già occupato in questo blog – cfr. il link sottostante. Lo feci poco prima che mi togliesse l’amicizia su facebook in quanto non riusciva a sopportare le mie svariate critiche. 🙂 ]

https://sentierinterrotti.wordpress.com/2010/03/28/scrivere-non-serve-quasi-a-nulla/

Piccolo esercizio di decostruzione

A casa da un paio di giorni, trovo – come previsto – molto materiale su cui riflettere. Qui tiene banco la discussione sui cartelli di montagna, un tema che si ripropone in realtà da decenni, che è in attesa di essere disciplinato da una legge provinciale, ma che invece rimane “aperto” per la malcelata gioia di tutti coloro che da beghe simili possono continuare ad alimentare la cosiddetta rappresentazione del contrasto etnico (una specialità locale più ghiotta dei canederli e dello strudel di mele). Per renderci conto pienamente di come funziona questo tipo di polemica, ricopio una lettera apparsa sul sito del movimento locale “Süd-tiroler Freiheit” e la sezionerò (in parte traducendola) con i dovuti commenti. Mi propongo di svolgere la stessa opera di decostruzione ricopiando una lettera inviata da un lettore italiano a un quotidiano locale (in modo da mostrare il rovescio della medaglia). Questa è la fonte dalla quale prelevo la lettera [QUI]

Südtirol, das beste Beispiel für ein Autonomiestatut.

La storia che il Sudtirolo goda di un ottimo statuto di autonomia non è un’opinione divulgata solo dagli italiani “imperialisti”. Il marchio di “migliore autonomia del mondo” è propagandato anche – se non soprattutto – dagli stessi sudtirolesi, che di tanto in tanto vorrebbero farne addirittura un articolo di esportazione (ricordo gli abbracci e i baci tra Durnwalder e il Dalai Lama). Insomma, l’apertura di questa lettera (che vorrebbe essere ironica) è al massimo autoironica.

Regionenminister Fitto droht Südtirol mit Militäreinzug und Kompetenzentzug für die Toponomastik wegen der deutschsprachigen Wegweiser.

Dobbiamo intendere bene la sostanza di questa “minaccia” (Drohung). Fortunatamente non esiste alcun documento ufficiale – emanato dal ministero presieduto da Fitto – che parla di “spedizioni militari” e di “sottrazione di competenze”. Siamo fermi (ripeto, fortunatamente) a una lettera di ammonimento, la quale – proprio per la sua natura – non può neppure essere impugnata dalla controparte. Va da sé che il sottoscritto sarebbe il primo a denunciare con la massima fermezza un atto così scriteriato (nonché controproducente) da parte di un ministro della repubblica.

Italiener könnten dadurch nämlich vom markierten Weg abstürzen, oder sich in den Bergen verirren.

L’argomento della sicurezza (che è stato effettivamente usato) è fuorviante. Anche pretestuoso, se vogliamo. I turisti non si perdono a causa dei cartelli monolingue. Ma il problema non è questo. Il problema è di ordine storico e giuridico. E simbolico. Il che, se possibile, è persino piu grave.

Was machen die Italiener dann im Ausland, wo es keine italienischen Wegweiser gibt? Beim Pilze sammeln, oder beim Raub der Jungvögel aus Ihren Nestern, finden Sie sich jedoch immer zurecht, auch wenn sie dabei die markierten Wege verlassen.

Si noti. Se gli italiani non si perdono all’estero, non si perderanno neppure qui. Ma cosa “connota” l’estero? La lingua. Dunque: se riusciremo ad allestire una toponomastica quasi esclusivamente monolingue-tedesca (come si è cercato e si cerca di fare) anche qui potremmo considerarci estero rispetto all’Italia (che è in fondo l’obiettivo psicologico – del tutto palese – che si vorrebbe perseguire, ben al di là delle pretestuose polemiche sulla sicurezza o sul ripristino di una segnaletica “storica”). Il disprezzo per l’Italia (e per gli italiani) è evidenziato benissimo dall’ultima frase (che traduco: quando si tratta di fare funghi e di rubare gli uccelletti dai loro nidi, loro [cioè gli italiani mangioni e distruttori della natura, ndr] non hanno problemi, anche se si allontanano dai sentieri segnalati).

Namen sollten in ihrer ursprünglichen Sprache bleiben.

Questa è la tesi da affermare (i nomi devono rimanere quelli originari, cioè tedeschi). Punto e basta. E non si tollerano discussioni al riguardo.

Wie würde es dem Regionenminister gefallen, wenn er hier in Südtirol als „Raphael Fittich“ begrüßt werden würde.

Già. Come reagirebbe il ministro Fitto se qualcuno lo chiamasse “Fittich”? Presumo male. Ma il ministro Fitto non è un luogo di montagna, mi pare.

Wichtiger wäre, er würde sich für mehrsprachige Beipackzettel bei Medikamenten und Spritzmitteln einsetzen, deren falsche Einnahmen wirklich verhängnisvolle Folgen haben könnten.

Il tema dei medicinali sprovvisti di biglietti esplicativi in più lingue è serio e non dovrebbe essere adoperato per alimentare una polemica di altro tipo. Il rischio infatti è che qualcuno sia tentato di rispondere con altrettanta stupida ironia: forse che i sudtirolesi di lingua tedesca – pur non potendo leggere le indicazioni medicinali in italiano – muoiono più degli altri?

La discesa diventa troppo ripida

Che la questione della toponomastica di montagna potesse inasprirsi – fino a raggiungere il livello di uno scontro aperto tra Stato e Provincia – era francamente l’ultima cosa della quale sentivamo il bisogno. Purtroppo è stata resa sempre più probabile dall’insipienza con la quale si è provveduto a non utilizzare ogni ragionevole mezzo per disattivarne l’indubbia potenzialità conflittuale. Questo risulta ancora più disdicevole se consideriamo l’assoluta necessità di sedare una contrapposizione che dal piano simbolico (com’è quello relativo alla questione in esame) potrebbe allargarsi fino a inquinare la relazione più generale tra i diversi gruppi linguistici, il loro diritto inalienabile di sentirsi parte integrante di questa terra e con ciò il pieno riconoscimento dei rispettivi punti di riferimento. Adesso si tratta di stabilire alcuni punti fermi – al di là della ricerca di chi si è reso maggiormente responsabile per questa deriva – e ripartire con la speranza che tutti siano consapevoli dell’inaccettabilità di un muro contro muro che potrebbe rivelarsi non solo sterile, ma anche dannoso. Molto dannoso.

In questo senso, il nostro giornale ha più volte sottolineato l’inopportunità di ricorrere a ultimatum o prese di posizione suscettibili di scavare un solco tra ambiti e ruoli istituzionali diversi. La decisione del Governo di attivare i “poteri sostitutivi” contro la Provincia autonoma di Bolzano rappresenta sicuramente il superamento di un confine (anche psicologico) che potrebbe risultare autenticamente destabilizzante per i nostri delicatissimi equilibri interni. Va detto però che appare altrettanto sbagliato e improduttivo l’atteggiamento del governatore sudtirolese Durnwalder, quando afferma che un tale atto (gravissimo, ripetiamo) può essere respinto al mittente con una semplice alzata di spalle perché, a suo avviso, l’indirizzo non è quello giusto e comunque la responsabilità dell’intera faccenda non può essere addossata a lui (il presidente di “tutti” che però sta adesso seriamente rischiando di qualificarsi come il presidente di “nessuno” o, peggio, di chi ha tutto l’interesse a soffiare sul fuoco).

A questo punto la discesa si sta facendo molto ripida e occorre che chi può tiri il freno a mano. Noi continuiamo a confidare che una soluzione possa essere trovata sia nel rispetto formale dello statuto di autonomia (che prescrive su tutto il territorio indicazioni plurilingue), sia operando una limitazione delle “traduzioni” là dove – come nel caso dei nomi propri – l’adempimento di un obbligo potrebbe essere avvertito come una provocazione e un attentato all’identità “altrui”. Certo, per far questo occorre sensibilità, competenza e soprattutto disponibilità a cercare punti di accordo che guasteranno il sorriso agli estremisti (a tutti gli estremisti). Ma è del tutto inutile cercare alternative quando non restano alternative.

Corriere dell’Alto Adige, 24 luglio 2010

Verso casa (esse est percipi)

La celebre formula che riassume la filosofia di Berkeley, «Esse est percipi», significa “l’ essere è essere-percepito“, ossia: tutto l’essere di un oggetto consiste nel suo venir percepito e nient’altro. La teoria immaterialistica così enunciata sentenzia che la realtà si risolve in una serie di idee che, per essere considerate esistenti, hanno bisogno di essere percepite da uno spirito umano. È Dio, spirito infinito, che ci fa percepire sotto forma di cose e fatti le sue idee calate nel mondo. Idee, in un certo senso, “umanizzate”, e in quanto tali “percepibili”. [Fonte]

Sta finendo la mia piccola vacanza marina. Prima a Livorno, poi in Sardegna, quindi nuovamente a Livorno. Mi sono immerso in acque diverse, alcune chiarissime, altre torbide, cercando di trattenere il più a lungo possibile la sensazione di quell’abbraccio salato, del quale proverò nostalgia tutto l’anno, e la sensazione di quel luccichio, scomposto in una miriade di trafitture luminose, quando si socchiudono gli occhi rivolti verso la linea dell’orizzonte.

Ieri sera, passeggiando sulla terrazza Mascagni, mio figlio Paolo mi ha detto: “mi sembra che il mare sia qui per me”. Gli ho chiesto cosa intendesse dire. E lui: “Sì, questa cosa che brilla, e anche la luna, mi sembra che siano qui perché ci sono io. Posso chiudere gli occhi un po’ e loro cambiano. Se li chiudo del tutto spariscono”.

Un pensiero profondo e ingenuo. Stavo in realtà osservando una cosa simile preparandomi a tornare in Sudtirolo. Anche il Sudtirolo, se socchiudiamo gli occhi o li chiudiamo, si modifica, fino a sparire. E la distanza accentua questa nota di relativa arbitrarietà. Allora tutti i problemi, i soliti problemi, che intessono costantemente il discorso pubblico altoatesino-sudtirolese si frammentano in punti di decrescente luminosità, e sembra del tutto evidente che la loro realtà non sia più consistente e stabile di quella delle onde marine. E’ un grande peccato che in Sudtirolo non ci sia il mare, ma solo alcuni piccoli laghi continuamente fissati da gente che vive con gli occhi sbarrati.