Il prestigio internazionale dell’Italia

E pensare che davvero esistono in Italia alcuni imbecilli convinti di questo: con Berlusconi è aumentato il prestigio internazionale dell’Italia. Davvero, eh. Li ho sentiti con le mie orecchie.

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A distanza di tempo

Ma tu guarda! Me la ricordavo come una delle scene più emozionanti e comunque più belle della storia del cinema. Invece, riguardandola adesso, mi pare veramente una schifezza unica. E poi, scusate, ma come fa quella tigre a sbagliare così clamorosamente le misure? Perché, quando il coglionazzo è in volo sotto di lei, non gli dà una zampata sulla schiena?

Pulpiti

Matteo Salvini, ricordate?, quello che intonava alle feste padane canzonacce sui meridionali. Sentite come imposta, questo Matteo Salvini, il commento ad un articolo di Adriano Sofri. E tenete presente che la Lega Nord è un partito di governo e di grande consenso (nell’Italia settentrionale). Un partito di governo e di grande consenso.

L’articolo di Sofri al quale si allude nella trasmissione radiofonica lo potete leggere [QUI]. Senza neppure bisogno di buttare via l’euro e cinquanta…

La nuova sudtirolesità in sospeso

 

 

Amalassunta su blu, Osvaldo Licini

Amalassunta su blu, Osvaldo Licini

 

L’identità è un cane che dorme: non bisogna svegliarlo. Vado da un po’ di tempo pensando che pretendere di “scegliere” a quale Paese appartenere, magari con un referendum (tema caro agli autodeterministi sia di destra che di sinistra), sia radicalmente sbagliato. È nota l’affermazione di Renan, secondo il quale “una nazione è un plebiscito quotidiano”. Ma ciò significa che anche la radice del “nazionalismo” è plebiscitaria, che ogni plebiscito (in relazione a tematiche identitarie) è incline al nazionalismo. Per questo rivendico il privilegio della “non scelta”. Ho cercato di argomentare queste riflessioni in un editoriale apparso oggi sul Corriere dell’Alto Adige.

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La nuova “suditirolesità” in sospeso

Steffen Arora, un giovane giornalista del quotidiano austriaco Die Presse (lo stesso foglio che nell’edizione domenicale ha pubblicato l’intervista a Martin Graf, della quale molto si è discusso) mi ha posto alcune domande sulla qualità della nostra autonomia, sulla convivenza tra i gruppi linguistici. In particolare, voleva sapere se è vero che qui da noi si registrerebbe una certa turbolenza, una certa irrequietezza, segno di una voglia di cambiamento motivata dall’emergere di un nuovo concetto di “sudtirolesità” (e quindi d’identità locale). Voleva insomma che lo aiutassi a capire in cosa consiste (ammesso che esista) questa inedita forma di “sudtirolesità” e a quali scenari politici e istituzionali potrebbe preludere.

Confesso che la sua domanda mi ha colto impreparato. Pur riflettendo ormai da anni su questioni del genere, dare una risposta precisa, così su due piedi, mi riusciva per niente facile. Anche il mio tedesco (normalmente abbastanza fluido) s’inceppava. Segno di una mancanza di contenuti da esprimere, piuttosto che linguistica. Per togliermi dall’imbarazzo ho fatto ricorso alla celebre frase di S. Agostino, a proposito della nozione di tempo. “Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio” (se nessuno me lo chiede lo so, ma se qualcuno mi chiede di spiegarlo allora non lo so). Riguardo alla “sudtirolesità” è un po’ lo stesso, gli ho detto. Ma a dire il vero è così anche per qualsiasi altra faccenda che tratti il tema dell’identità, di ogni identità. Quando cominciamo a farci troppe domande, a ritenere l’identità un problema, allora vuol dire che non troveremo mai una soluzione.

Ora, se le cose stanno così, se cioè la questione dell’identità si presenta come un gorgo dal quale veniamo risucchiati senza avere la speranza di giungere al suo fondo, se addirittura ogni sua articolazione non ci consente di afferrarla, ma al contrario tende a disperdere il senso della sua ricerca, possiamo renderci conto di quale errore sarebbe costringere un individuo, o addirittura un’intera popolazione, ad esprimersi in proposito. Magari attraverso la semplificazione aberrante di un referendum.

Pensare di risolvere con un voto la domanda del “chi siamo?” non corrisponde ad un atto di libertà. Molto brutalmente, ci illude di rimediare con una scelta apparente al fatto di non aver avuto la possibilità di scegliere in precedenza. Forse, se qualcosa come la nuova “sudtirolesità” esiste davvero, si potrebbe alla fine azzardare che essa consiste nel privilegio di poter ancora non sceglierla. E soprattutto di non sceglierla imponendola a chi non sente il bisogno di farne costantemente l’oggetto dei propri pensieri.

Disunità d’Italia

La cosiddetta festa dell’unità nazionale (1861-2011) potrebbe non essere celebrata per improvvisa mancanza dell’oggetto da celebrare: l’unità dell’Italia. L’ha affermato recentemente (col suo solito tono da grillo parlante) il prof. Galli Della Loggia e lo ripetono in tanti, da Ilvo Diamanti a Angelo Panebianco, fino a questo intelligente contributo di Alessandro Campi [Leggi] e all’editoriale di oggi di Massimo Franco, sul Corriere [QUI].

Norbert

durch den erlenwald

rinnt ein bach

nicht durch jeden

erlenwald rinnt ein bach

nicht immer fahren

die zuege

an erlenwaeldern

langsam vorbei

auf dem grund

fault laub

*

attraverso l’olmeto

scorre un rivo

non per tutti

gli olmeti scorre un rivo

non sempre viaggiano

i treni

lungo gli olmeti

lentamente

sul terreno

foglie marce

(N. C. Kaser)

Sudditi prepotenti

Una spietata caratterizzazione degli austriaci reazionari (tra i quali dobbiamo annoverare non pochi sudtirolesi) da parte di un interessante scrittore locale (del tutto ignoto ai locali).

Jene Art zu reden oder besser jene Art die Rede in Gang zu setzen, jene Art des reaktionären Österreichers, hinterlistig und weinerlich zur gleichen Zeit, ist mir nur mehr langweilig, denn meine ganze Verachtung habe ich schon dargelegt – von dieser scheinheiligen Kommunikation präpotenter Untertanen kann mein Gedanke nicht anders als darüber hinauszugehen, anders wohin zu gehen.

(Gerhard Kofler, Notizbuch der Wasserrosen, WieserVerlag)

Non scordiamolo

Ogni tanto, confesso, anch’io mi scordo che l’Italia, cioè il Paese nel quale viviamo e che può vantare un ingente patrimonio artistico, anch’io mi scordo che l’Italia, dicevo, ha come Ministro ai Beni Culturali l’uomo ritratto in fotografia. A rinnovare l’orrore che una simile constatazione ci deve far provare, stemperandolo (come si suol dire) con una terapeutica risata, il nuovo bondolizer che ho scoperto in rete:

http://www.repubblica.it/rubriche/elle-kappa/index.html

Come Cossiga

Stamani, sul Corriere dell’Alto Adige, è uscito un ottimo editoriale di Toni Visentini su Martin Graf e la sua inopportuna  sparata autodeterministica*. Anche la Tageszeitung (pp. 2-3) è tornata sull’argomento con due interviste, allo stesso Graf e a Theiner. Non ci sarebbe altro da aggiungere, ma metto lo stesso in archivio un mio contributo che l’editoriale di Toni ha brillantemente bruciato.

Come Cossiga

Quando finalmente non siamo noi a causarci dei problemi, ecco che questi arrivano da fuori. Abbiamo appena salutato il ministro Maroni, venuto qualche settimana fa a Bolzano per allestire il “tavolo della convivenza”, abbiamo appena finito di lodare il vescovo Golser, che ci ha spronati a riconoscerci nella comune radice cattolica, e ora, dalle pagine del giornale Die Presse am Sonntag, spunta un certo Martin Graf, esponente del Fpö e terzo presidente del Consiglio Nazionale (cioè del Parlamento) austriaco, il quale ha affermato che il popolo sudtirolese ha diritto ad avere un referendum per esprimere la propria appartenenza alla piccola repubblica transalpina. Ma chi è Martin Graf?

L’elezione alla carica che adesso ricopre, avvenuta alla fine di ottobre del 2008, causò tafferugli tra attivisti di estrema destra e gruppi di sinistra. Graf era infatti già noto in quanto affiliato all’organizzazione studentesca “Olympia”, che in passato aveva celebrato un incontro con David Irving, lo storico inglese negazionista della Shoah. Da qui più che legittimi dubbi sulla caratura istituzionale del personaggio. Dubbi puntualmente confermati da questa sua uscita “sudtirolese”, che va ad aggiungersi a quelle (in un certo senso rituali) delle nostre teste calde, tra le quali spiccano l’instancabile Eva Klotz e il giovane Sven Knoll, fabbricatore di cartelli sull’“ingiusto confine” nonché animatore di una fanatica lotta contro lo Stato italiano.

Ovviamente il caso non è da sottovalutare, eppure è legittimo chiedersi se Martin Graf riuscirà davvero a turbare le acque che sembravano tornate calme. Magari dando nuovamente la stura a quel tipo d’inutili discussioni che poi sappiamo benissimo dove portano (a niente), in quanto il tema è stato masticato, sputato, ripreso e rimasticato senza costrutto per decenni, sempre con la solita impostazione, senza dunque aggiungere nemmeno un frammento di novità a quanto la storia ha già acquisito. E questo non perché la storia sia finita (come incautamente disse Durnwalder all’inizio della sua quinta legislatura), ma perché se la storia cambiasse, proponendoci scenari nuovi, lo farebbe certamente sorprendendoci, secondo forme e modalità che noi, oggi, stenteremmo a concepire.

Intanto, dalle prime reazioni par di capire che la boutade di Graf avrà più o meno lo stesso successo del famoso disegno di legge di Francesco Cossiga (anche lui, ricorderete, estemporaneo fautore dell’autodeterminazione per referendum). Ma la saga non per questo cesserà qui e – almeno fino alla fine dell’anno hoferiano – è certo che ne vivremo ancora qualche puntata.

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*Patriottismo provocatorio e antistorico (Corriere dell’Alto Adige, 28 luglio 2009)

Bisogna probabilmente essere anche grati all’on. Martin Graf, terzo vicepresidente del Parlamento austriaco ed esponente della destra populista FpOe ma figura di retrovia nella politica viennese, per la sua maldestra uscita estiva in favore dell’autotederminazione. Se non altro perche’ questa volta ha costretto molti – non tutti – ad uscire dal gioco delle parti e delle eterne ambiguita’ su questo tema.

Mai si era visto, infatti, un fuoco di sbarramento cosi’ vasto e ben mirato contro una iniziativa antistorica e solamente provocatoria. Come se Italia e Austria non fossero insieme nella Ue; come se il trattato di Schengen non esistesse; come se al Brennero ci fosse un confine di filo spinato guardato a vista da gendarmi armati sino ai denti; come se la popolazione sudtirolese vivesse nella poverta’ e sotto dittatura, impossibilitata persino di parlare la propria lingua.

In Austria ed in Tirolo il fuoco di sbarramento e’ stato totale: dal capitano Guenther Platter – che non vuole assolutamente rogne al grande corteo hoferiano del prossimo 20 settembre – al ministro degli esteri Michael Spindelegger sino all’anziano ambasciatore Ludwig Steiner che fu a fianco di Karl Gruber nelle trattive di Parigi con De Gasperi.  Da noi e’ toccato a Richard Theiner ed ancor piu’ a Luis Durnwalder respingere al mittente la provocazione, ragionare e mettere in guardia le teste piu’ calde e piu’ fragili dicendo che ”chiedere oggi uno spostamento dei confini ci porterebbe ad avere la stessa situazione che si ebbe in Kosovo”.  E’ questo quel che vogliono i buoni sudtirolesi patriottici?

 Per il resto – a parte l’esagitato Sven Knoll, braccio destro di Eva Klotz che sta togliendo spazio pure alla sua leader- silenzio assoluto da Karl Zeller, Martha Stocker, Franz Pahl e tutti quelli dentro la Svp per i quali l’autonomia non e’ sufficiente, ha ormai esaurito la sua spinta propulsiva e bisogna dunque cercare altre (le solite) strade: autodecisione o libero stato, magari con il voto anche dei frastornati altoatesini di lingua italiana.

Eppure sono passati solo pochi anni da quando – sollecitati dal partito e dall’ex presidente del Parlamento austriaco Andtreas Khol – i sindaci Svp chiesero a Vienna di mettere l’autodeterminazione nella Costituzione austriaca. Autodeterminazione che, del resto, rimane nello statuto Svp ma ufficialmente intesa come petizione di principio al pari della aspirazione alla pace universale. O come diritto irrinunciabile e carta da giocare nel caso in cui l’Italia togliesse i diritti autonomistici fondamentali alla minoranza nazionale tedesca: una ipotesi ed uno scenario fuori dal mondo, fuori dalla Ue, fuori dai rapporti Italia-Austria. E dunque solo retaggio dei tempi che furono, antica parola d’ordine per salvarsi l’anima patriottica e non voler guardare la realta’ per quella che e’. (Toni Visentini)

 

Le acrobazie degli ipocriti

Prendo spunto da uno speranzoso editoriale di Edmondo Berselli [Leggi] e da un debolissimo articoletto di questo blog [Qui]. Ecco le insostenibili acrobazie degli ipocriti! Ci si può scagliare contro la prostituzione, fare i moralisti e i gran difensori delle donne, ma quando queste ultime (donne e puttane) entrano nel lettone di Putin allora i problemi si dissolvono, tutto va bene. Perché?

Alla fine del suo ottimo pezzo, Berselli scrive:

In realtà c’è un’Italia cattolica sicuramente moderata ma forse non ancora istupidita dai giochi di prestigio dei maghi della destra. È un pezzo di società poco conosciuto, che non si fa sentire, difficilmente voterà a sinistra, ma è perfettamente in grado di togliere la fiducia a un leader politico, e di sgretolarne la base di compenso, Per questa base cattolica, il pellegrinaggio a Pietrelcina e nei luoghi di Padre Pio contiene una strumentalità talmente plateale da generare addirittura un’insofferenza ulteriore. Il paese, come scrive Boffo a proposito della sfasatura fra il Berlusconi politico e il Berlusconi più ludico, potrebbe sentirsi “raggirato”.

Ebbene, la Chiesa è un organismo complesso, e la realtà cattolica non è identificabile con gli stereotipi. Forse in questa occasione i berluscones hanno scherzato troppo con un mondo che in genere conoscono poco, e che negli anni ha dovuto imparare a cambiare ripetutamente l’orientamento del proprio consenso. Il ritiro della fiducia avviene di solito in modo silenzioso. Questa volta potrebbe essere già cominciato, all’insaputa del mondo berlusconiano.

Non lo so. A giudicare appunto dalle acrobazie che abbiamo visto, il livello d’istupidimento mi sembra molto alto. Troppo alto per trarre buoni auspici dalla “desolazione” adesso riconosciuta persino dal quotidiano della Cei.