Telecamere, la svolta securitaria

videosorveglianza_1

Secondo quanto previsto dal nuovo piano per la sicurezza appena approvato dalla giunta comunale di Bolzano, entro il 2020 la città avrà ben 250 telecamere di sorveglianza. Una «svolta» securitaria che sovrappone le scelte dell’amministrazione di centrosinistra alle richieste generalmente avanzate dalle destre. Senza scomodare l’adagio che attribuisce comunque più successo all’originale che alla copia, non sono però le ragioni elettoralistiche a destare la maggiore perplessità. Vediamo brevemente perché utilizzando un articolo comparso sul «Forum Italiano per la Sicurezza Urbana» (https://www.fisu.it/).

«Le telecamere — ha affermato il sindaco Renzo Caramaschi — hanno un effetto deterrente e aiutano le forze dell’ordine ad accorciare i tempi per le indagini». È opinione degli esperti che la funzione di deterrenza riguardi in primo luogo reati di tipo «strumentale» (come furti, rapine o crimini contro la proprietà), non considerando tuttavia che chi si appresta a compiere azioni di questo tipo conosce i rischi connessi alla presenza delle telecamere, e provvede a non esporre neppure un centimetro di pelle. Nei reati di tipo «espressivo», come lesioni, aggressioni o danneggiamenti, invece, il contenimento preventivo non si è mai rivelato apprezzabile. Anche i numeri sull’accertamento dei reati parlano chiaro. In una città come Londra, stando alle comunicazioni di Scotland Yard, «nonostante la Polizia abbia a disposizione ben 60.000 telecamere, solo il 3% dei reati predatori di strada vengono risolti grazie all’ausilio delle telecamere. Una ricerca francese effettuata a SaintEtienne, ancora, rileva che non più del 2% dei fatti criminosi che avvengono negli spazi pubblici sono chiariti grazie all’uso delle immagini videoregistrate».

Le telecamere, insomma, costano molto, servono a poco (non a nulla, ma a poco) e invadono la vita privata dei cittadini che, magari pur non avendo nulla da temere dall’essere costantemente osservati, cedono in ogni caso ulteriori porzioni di riservatezza. Ma almeno le persone si sentiranno più sicure? «I sistemi di videosorveglianza — leggiamo sempre nell’articolo dal sito citato — non sembrano esercitare significativi effetti positivi sulla valutazione personale del rischio di vittimizzazione, anzi non di rado l’introduzione delle telecamere viene interpretata come una riprova della maggiore pericolosità del territorio», generando una percezione di insicurezza ancora più diffusa. Sarebbero insomma preferibili investimenti rivolti a favorire soluzioni di tipo fisiologico (capire come si origina il disagio, rianimare i luoghi abbandonati, incrementare politiche di d’intervento sociale), piuttosto che insistere patologicamente su un territorio già colpevolizzato a priori e, proprio per questo, percorso giorno e notte da occhi in cerca di possibili colpevoli.

Corriere dell’Alto Adige, 28 agosto 2019

Bolzano non è più Beirut

Esercito piazza stazione

Foto: Alto Adige

C’era una volta una Lega di opposizione che dipingeva le realtà non governate dal Carroccio come un terreno cosparso di macerie. Una delle prime volte che Matteo Salvini salì a Bolzano a mietere voti (sarebbero diventati sempre di più) qualificò la zona antistante la stazione ferroviaria come un campo minato: «Mi sembra di essere sbarcato a Beirut». Erano gli anni in cui l’attuale presidente della Commissione dei Sei, l’onorevole Filippo Maturi, si faceva fotografare con in testa un elmetto sullo sfondo di un muro crivellato di pallottole. In barba a tutte le ripetute classifiche sulla qualità della vita, che di anno in anno e senza grosse variazioni posizionavano e posizionano la nostra città ai vertici nazionali, la narrazione che si voleva far passare era quella di un luogo devastato dalla bomba atomica del «degrado». Unica possibilità di riscatto: consegnare il potere nelle mani di amministratori sceriffi, capaci di ripulire l’ambiente senza falsi buonismi.

Sappiamo com’è andata. In attesa di conquistare anche il governo del capoluogo (alle elezioni manca meno di un anno), la Lega intanto si è insediata in quello della provincia, eleggendo ben quattro suoi rappresentanti e potendo contare su due assessori in giunta. Certo, le competenze in materia di sicurezza del governo provinciale non sostituiscono quelle che restano in capo alle forze dell’ordine e, in ultima istanza, al ministero dell’Interno. Ma in questo caso la situazione non potrebbe sembrare più rosea, visto che il titolare del Viminale è proprio — anche se adesso con la crisi conclamata qualcosa cambierà — il leader maximo della Lega, che sulla lotta all’immigrazione irregolare e alla criminalità che le si connette (criminalità ad essa connaturata, secondo la vulgata leghista) ha fatto una campagna pressoché ininterrotta e ossessiva.

Come sta, dunque Bolzano-Beirut, dopo simili cambiamenti? A giudicare dal volume di fuoco con il quale i leghisti nostrani erano soliti sparare sulle amministrazioni locali diremmo abbastanza bene. Merito loro? Sarebbero i primi a provare imbarazzo ammettendolo. La retorica del «degrado» ha abbassato parecchio il suo volume, perché era sproporzionata in partenza. Anche la semplice osservazione di quanto avviene davanti alla stazione, il parco è momentaneamente presidiato da un mezzo dell’esercito benedetto dal sindaco, non fornisce l’occasione per strepiti e lamenti. Stando al governo della nazione e della provincia, la Lega si è vista spuntare di molto le armi propagandistiche con le quali poteva colpire i bersagli più emotivi. Bolzano ha così riassunto finalmente un aspetto più realistico, poco incline a nutrire allarmismi e quindi a richiedere ulteriori misure di draconiana tutela del pubblico decoro.

Corriere dell’Alto Adige, 21 agosto 2019

Subtirolo

Kuron

Nell’anno 2249 il territorio dell’Alto Adige/Südtirol (chiamato però comunemente SUBTIROLO) è ormai coperto quasi interamente dalle acque. Il mutamento climatico ha condannato le persone a ritirarsi sempre più in alto, affollando le pendici dei principali rilievi montuosi. La popolazione locale, ridotta a circa duecentomila abitanti (dopo numerose migrazioni verso nord, dove fu sottoposta anche a penose manifestazioni di razzismo) si assiepa quindi ormai attorno alle cime: Ortles, Gran Zebrù, Monte Cevedale, fino a quelle che raggiungono almeno i duemila metri. Anche la cosiddetta Vetta d’Italia, il cui nome in tedesco (Klockerkarkopf) è stato definitamente rimosso in quanto più del 70% della popolazione si era espresso con un referendum sulla sua impossibilità ad essere pronunciato, accoglie vicino alla cima circa ventimila profughi dai vecchi insediamenti di valle. La regola della proporzionale abitativa, strenuamente mantenuta dagli amministratori, ha fatto sì che nel grande condominio high-tech, che in pratica racchiude tutto l’abitato, siano contemplati dodicimila “tedeschi”, settemila “italiani” e mille “ladini”. In realtà, si tratta in gran parte di cinesi, albanesi, rumeni, senegalesi, ghanesi, ungheresi e moldavi, i quali però, costretti dalla legge provinciale ad aggregarsi ai gruppi linguistici “storici”, hanno finito per assumere non solo la lingua, ma anche la conformazione psicologica degli antichi autoctoni. I cinesi, per esempio, sono diventati implacabili imprenditori alberghieri, e da decenni controllano la cosiddetta mafia del canederlo al vapore e del gulasch in agrodolce, impedendo di fatto alle altre etnie di aprire locali concorrenti, in nome della difesa della “tradizione”. Nonostante, come detto, gran parte del vecchio Sudtirolo sia ormai quasi interamente sommerso, non accenna a placarsi la polemica sulla toponomastica. Squadre di Schützen subacquei, chiamati scherzosamente “cappelli pinnati”, si spingono spesso nelle profondità per applicare adesivi impermeabili sui cartelli arrugginiti dei luoghi un tempo contesi. Sono in particolare gli uomini della SchützenSubKompanie “Timisoara” a rivendicare un’intransigente cancellazione dei toponimi inventati da Tolomei, scatenando furiose polemiche con il partito rappresentato da Alexander Urziero, Alto Adige nel Mare. La vita, altrimenti, trascorre in modo abbastanza tranquillo. Ci si diverte, come sempre. Cinque anni fa è stata completata la costruzione del centesimo centro commerciale e della grande funivia che li collega tutti. Sulle ampie terrazze presidiate dai ristoranti panoramici della catena McBenko spopola il consumo del gustoso BurgerKlotz, con la sua famosa farcitura di salmone pusterese e treccia di kren di Tropea. Fiorentissimo il mercato dei pedalò, molto amate le escursioni con i motoscafi e lo sci d’acqua, insegnato già all’asilo con appositi programmi d’immersione precoce. Una temperatura media di 37 gradi in inverno permette poi anche di sciare a piacimento nelle riserve innevate, con le grandi piste affiancate dalle palme e dai bar in cui si può degustare l’Hugo aromatizzato alla cocaina. Nei prossimi anni verrà probabilmente aperto anche il nuovo aeroporto galleggiante di San Durni, nonostante il sindaco del piccolo paese di Läivo, sulle pendici del Monte Pausabella, abbia minacciato di richiedere l’incarcerazione di tutti gli imprenditori coinvolti nel progetto.

Sillabario: Agosto e gli altri

dolcevita

Il giorno di ferragosto dell’anno 1938 un bambino di otto anni, di “ottima famiglia”, con la testa molto rotonda ma fragile si aggirava nei pressi della capanna sulla spiaggia del Grand Hôtel Des Bains al Lido di Venezia verso le due di pomeriggio.

Nel suo Sillabari, pubblicati originariamente tra il 1972 e il 1982, Goffredo Parise non dedica esplicitamente nessun racconto al mese di Agosto. L’incipit che avete letto, pertinente alla lettera A, parla però di un lontano Ferragosto del 1938 incorniciato dal titolo “Altri”. È la storia di un incontro particolare, tra il bambino citato e una strana figura – “Chi era? Un ladro, un ex carcerato, un povero, un ricco diventato povero (avrebbe potuto accadere anche a lui, da grande, una cosa simile?), un ammalato, e com’era possibile che non avesse mai visto il mare?” – capace di provocare ad un tempo commozione e repulsione. Grazie a questo incontro il bambino prende coscienza dell’esistenza degli “altri”, rivelati nel modo ambiguo di un’esperienza perturbante, e dunque costitutivamente ambivalente.

Si tratta di una scheggia di mondo che manda in frantumi i punti di riferimento consueti, che dunque non si limita ad introdurre una contrapposizione tra il cerchio protetto dell’io e ciò che lo circonda, ma che apre una fenditura propria all’interno dell’io, corrompendone l’ingenua presupposizione di compiutezza e compattezza (“avrebbe potuto accadere anche a lui, da grande, una cosa simile?”). Si potrebbe qui tracciare così una linea che porta da Freud a Mark Fisher, utilizzando proprio questo piccolo frammento narrativo di sapore manniano (l’ambientazione del Des Bains veneziano ci ricorda, oltre al racconto dello scrittore tedesco, anche la trasposizione cinematografica di Luchino Visconti, con l’orrenda irruzione pestilenziale dei musicanti napoletani sulla terrazza in cui si estenua il décor dell’aristocrazia fin de siécle).

Così, ad Agosto, particolarmente a Ferragosto – questa giornata ricolma di luce nera, piena di angeli e fantasmi neri – la memoria va sempre a due immagini di perturbante spiazzamento nell’ordine ingenuo che attribuiamo alle cose: il volto del ragazzino, alla fine de “ Il Sorpasso” di Dino Risi, mentre saluta Trintignan in corsa verso la morte, e il pesce mostruoso spiaggiato sul lido romano che fissa Mastroianni nell’ultima sequenza de “La dolce vita”.

Islam, visibilità e fiducia

sacrifice_of_isaac-caravaggio_uffizi_2131687

Domenica 11 agosto, presso la fiera di Bolzano, l’intera comunità islamica si riunirà per onorare la festa del sacrificio, nota anche come festa dello sgozzamento, la cui istituzione rimanda al gesto imposto a Dio da Abramo, quindi di chiara ascendenza sincretista. Sono attese quasi mille persone.

Non è ovviamente questo il luogo per discutere il senso religioso di tale “sottomissione”, ampiamente opinabile per chi non fa professione di fede, ma è la sua valenza civile, che qui deve essere sottolineata. Il motivo è semplice. Dopo anni di avversione all’immagine di un Islam percepito come minaccioso, ma polverizzato e frammentato in comunità che vivono tra di noi operando senza coordinamento, avere la possibilità di individuare un interlocutore singolo potrebbe consentire un confronto più aperto, e quindi anche un controllo maggiore.

È proprio questo, del resto, l’intento dichiarato dagli esponenti del “Comitato islamico di Bolzano”, in origine – cioè 8 anni fa – fondato per gestire il campo di sepoltura in via Maso della pieve. L’esigenza non è quindi solo quella di raccogliersi occasionalmente in preghiera, per sopperire ad un problema logistico, ma di offrire alle istituzioni cittadine (alla cerimonia sono stati invitati il sindaco Renzo Caramaschi, il vescovo Muser e rappresentanti delle altre fedi religiose) una prospettiva di dialogo non disseminata nei mille rivoli confessionali che sfumature etniche molto diversificate rischierebbero di fare evaporare.

Il capitale su cui puntare, in ogni situazione di compresenza di più culture, è sempre quello della fiducia. La fiducia, però, si nutre di conoscenza e la conoscenza implica visibilità. Per molto tempo il nostro rapporto con l’Islam, e con i problemi derivanti dalla sua estremizzazione politica, è stato schiacciato tra l’incudine generalizzante di una demonizzazione priva di residui e il martello di un’accettazione supina dei suoi precetti, in nome del multiculturalismo relativista. Così si sono perse molte sfumature di questo fenomeno e si è rimandato l’appuntamento ineludibile con una vera integrazione delle sue componenti già presenti sul nostro territorio.

Sia chiaro, non basterà una festa, seppur unita, a dissolvere per incanto tutta la diffidenza e il senso di estraneità che sorge inevitabilmente al cospetto di una religione che ha dentro di sé impulsi contraddittori: spiritualismo e vocazione temporale, teocratica. Ma già la mediazione tra istanze diverse e, come detto, una maggiore visibilità ci mettono sull’unica strada che dobbiamo percorrere: quella di una sempre più forte laicizzazione dello stato, che sappia ridurre il potenziale conflittuale portato da chi oppone una religione all’altra.

Corriere dell’Alto Adige, 9 agosto 2019

Caccia agli italiani

Migranti Svizzera

Concetto Vecchio, giornalista di “Repubblica”, ha pubblicato un libro in cui tratteggia la vicenda dell’immigrazione italiana in Svizzera e il profilo di James Schwarzenbach, l’uomo che ha cercato invano di ostacolarla.

Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi” (Feltrinelli 2019, euro 18) è un volume bellissimo, appassionato e dolente su un passato che sembra lontano, eppure può dirci ancora molto sul tempo che stiamo vivendo. Abbiamo chiesto all’autore di presentarci i temi salienti della sua ricostruzione.

Quando cominciò e in quali condizioni si è sviluppata l’emigrazione degli italiani in Svizzera?

L’emigrazione in Svizzera è frutto di accordi bilaterali con l’Italia per il reclutamento di operai. Il primo, del giugno 1948, era un patto che faceva comodo a entrambi. Gli elvetici avevano bisogno di manodopera a buon mercato. L’Italia scoppiava di disoccupati. L’accordo suddivideva i permessi in tre fasce: stagionale, annuale, di dimora. Stabiliva la selezione del lavoratore in base a criteri professionali ma anche politici e personali. Era un sistema fragilissimo. Gli stagionali avevano contratti di nove mesi, senza alcun diritto. Alloggiavano in baracche ai margini delle città, spesso in condizioni di promiscuità e di igiene oggi non accettabili. Soprattutto, non potevano portare con sé familiari. Quando accadeva, erano costretti a nasconderli. Dal 1948 al 1968 arrivarono 2 milioni di italiani in Svizzera, e circa 500 mila si stabilirono per sempre.

Com’era visto nell’Italia di quegli anni il fenomeno dell’emigrazione?

L’emigrazione è una necessità, teorizzava la Dc di allora. Nel 1955 il 68 per cento dell’emigrazione italiana è composta da lavoratori giunti dal Nord, soltanto il 19 per cento viene dal Sud. A partire dal 1964 le proporzioni si rovesciano: il 26 viene dal Nord, il 60 dal Sud. Metà emigrati hanno appena la quinta elementare. Il 10 agosto 1964 il governo svizzero e quello italiano siglano un secondo accordo che migliora le condizioni dell’emigrato. Ora può cambiare lavoro e almeno per quelli con un contratto annuale sarà finalmente possibile portare con sé la famiglia, a condizione che possa mantenerla e che abbia una casa adeguata: c’erano dei controlli stringenti in merito. L’accordo suscita però malcontento nella popolazione ostile agli emigrati, è visto come un cedimento.

Il libro intreccia il punto di vista biografico dei suoi genitori, che per l’appunto emigrarono all’inizio degli anni Sessanta, e uno più storiografico. In che modo la dimensione politica incise nel vissuto dei cittadini italiani emigrati?

Gli emigrati erano spaventati. Sapevano che dovevano rigare dritto. Non accampare pretese. Non essere sindacalizzati. Non fare politica per i partiti della sinistra, specie del Pci, che in Svizzera era illegale. Era una società chiusa, che li accoglieva soltanto come lavoratori. Questo creò dei ghetti culturali, gli italiani restavano fra di loro. Mio padre fu un attivista delle Acli e un dirigente della Missione cattolica di Lenzburg: non volle mai imparare il tedesco e non aveva amici svizzeri.

Una mancanza di integrazione che fornisce l’appiglio polemico a chi parlava di Überfremdung, inforiestierimento?

La Svizzera inizialmente non fece alcuno sforzo per favorire l’integrazione. La convivenza era difficile. Il primario di neurochirurgia di Zurigo, Arnaldo Benini, che nel 1964 era giunto a Wintherthur da Firenze come giovane medico al pronto soccorso, mi ha detto che molti emigrati sembravano usciti da “Sud e magia”, il libro di Ernesto De Martino. Ma era anche una massa di persone con una grande voglia di lavorare, che cercava la sua strada e rapidamente la trovava: pur lavorando con un salario più basso, spesso era più talentuosa degli svizzeri, e ciò creava invidie e competizione. Su questo soffiò James Schwarzenbach, che esasperò politicamente e direi cinicamente le insicurezze latenti.

SCHWEIZER DEMOKRATEN, SD, NATIONALE AKTION, NA, REPUBLIKANER, UEBERFREMDUNG, INITIATIVE, BRILLE, FREMDENFEINDLICHKEIT, XENOPHOBIE

James Schwarzenbach

Chi era James Schwarzenbach?

James Schwarzenbach è il primo populista d’Europa, come lo intendiamo oggi. La Nationale Aktion, di cui faceva parte, promosse un referendum per cacciare 300 mila stranieri. Una vicenda istruttiva, credo, perché all’inizio si trattava di un piccolo gruppo di destra, con scarso seguito. Il suo unico deputato, l’editore James Schwarzenbach appunto, era un rampollo di una nota dinastia industriale, un outsider della politica. Il referendum venne lanciato nel 1968 contro giornali, establishment, padronato, sindacati. Sembrava un’impresa disperata, ma con poche ed efficaci parole d’ordine, e grande abilità retorica, Schwarzenbach conquistò metà del Paese. La vittoria fu mancata di poco.

Segno che stava intercettando un consenso disponibile?

Certo, riesce a cogliere una nevrosi sociale. È un dandy che deve mascherarsi per farsi capire dal popolo. Ripete continuamente: non siamo razzisti, siamo per gli svizzeri, perché capisce che deve aprirsi anche ai moderati, a un elettorato più ampio. Negli anni Sessanta il razzismo era ancora un tabù. Non a caso dice: “Dobbiamo spiegare agli elettori che noi intendiamo proteggere i valori di fondo della nazione: quelli ci premono, non riproporci come gli alfieri del razzismo nordico”. Le sue idee oggi sono diffuse per le stesse ragioni per cui Schwarzenbach sfiorò la vittoria: il populismo si nutre della paura dell’altro, sfrutta i temi identitari.

Ritiene che almeno in Svizzera quella spinta xenofoba sia stata riassorbita, oppure brucia ancora il fuoco sotto la cenere e all’orizzonte potrebbe profilarsi un altro Schwarzenbach?

La storia dell’emigrazione italiana in Svizzera è una storia di grandi successi. Gli italiani sono amati, coccolati, ammirati. “Tschingg” (un termine dispregiativo come il sudtirolese “Walsch”, ndr) non si dice più. Ciò prova che l’integrazione funziona. Schwarzenbach è visto come uno di cui vergognarsi. Perciò questa mia storia fa tanto impressione agli svizzeri. Avevano dimenticato quanto accaduto negli anni Sessanta. Un altro Schwarzenbach? Non so. Non seguo le vicende politiche svizzere. Manco dalla Svizzera da 34 anni!

Cacciateli!” sta avendo un grande successo, verrà presto tradotto anche in tedesco?

Quattro edizioni in 40 giorni, forse a settembre una quinta. Ottime recensioni. Passaparola. Ricevo molte lettere, molti messaggi dall’Italia e dall’estero. In tanti si riconoscono, si commuovono. Il libro sarà tradotto in tedesco, da Orell Füssli Verlag di Zurigo, e distribuito in Svizzera, Germania, Austria e Alto Adige nella primavera del 2020. Sono molto colpito perché, come dicevo, ho capito che anche per gli svizzeri questa è una storia dolorosa, con cui hanno fatto poco i conti.

Concetto Vecchio e libro

ff – No 32, 08 August 2019

Golosi di passato

Cannolo

(gadilu) “Nostalgia, nostalgia canaglia / Che ti prende proprio quando non vuoi / Ti ritrovi con un cuore di paglia / E un incendio che non spegni mai”, cantavano Albano e Romina Power nel 1987. La nostalgia è dunque un sentimento che ci afferra alla sprovvista, che ci assale, e contro cui nulla possiamo. Ognuno cerchi poi di liberarsene come meglio crede. Alle volte però c’è un intoppo. E se la nostalgia non venisse vista come un’assalitrice? Se la voglia di rivedere “una strada”, “un amico”, “un bar”, “un paese che sogna e che sbaglia ma se chiedi poi tutto ti dà” (sono i correlativi oggettivi della nostalgia sciorinati nel testo), se una voglia del genere venisse invece valutata e coltivata come un’ancora di salvezza, qualcosa a cui attaccarsi per evadere dal presente (sia in senso temporale che spaziale)? Ecco allora la nostalgia tramutarsi in qualcos’altro, diventare una specie di coazione regressiva, nutrita di spaesamento e animata da spirito reazionario. Il saggista Mark Lilla ha parlato a questo proposito di una “mente naufragata”: “Dove altri vedono davanti ai propri occhi il fiume del tempo scorrere come ha sempre fatto, il reazionario vede galleggiare i relitti del paradiso” (Il naufragio della ragione. Reazione politica e nostalgia moderna, Marsilio). È possibile verificare una persistente voluttà di naufragio, in questi smarriti che si aggirano tra noi in panni desueti. Nel modo più spiccio essa assume la forma di inesausta golosità del passato, golosità anche in senso letterale. Il mondo della cucina, la passione per i cibi di “una volta” e di “casa”, specialmente se la casa è “lontana”, costituisce anzi il primo sintomo che i regressivi manifestano. In genere ci si ferma lì, cioè ad elencare e sdilinquire su liste di prelibatezze introvabili nelle vicinanze. Ma il passo successivo – il rinserramento nelle proprie specificità, l’asfittica ottusità nei confronti del nuovo e del diverso – non è così improbabile come si potrebbe credere.

La colonnina, ff – No. 32, 8 agosto 2019