Jung, hochgebildet und zweisprachig

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Invecchiare porta a svolgere considerazioni amare e contraddittorie. Così, all’indifferenza per certi fatti (che presuppone distacco) uniremo l’incazzatura (che indica una cospicua prossimità), alludendo – appunto – a una incazzatura indifferente, ossia di breve durata, più fugace della brina che evapora in una bella mattinata di sole. Prendiamo per esempio i risultati delle elezioni umbre. Possiamo davvero prendercela con i poveri umbri, che hanno deposto l’alloro dei vincitori sul capo dei rappresentanti del centrodestra, quindi compiendo la scelta peggiore possibile? Possiamo essere incazzati con questi poveracci di umbri, insisto, se si sono consegnati con le estremità legate (mani e piedi, e persino bendati) al peggior populismo che questo povero Paese sia finora riuscito a concepire? Esistessero alternative praticabili potremmo rammaricarcene. Ma visto che l’alternativa era largamente sputtanata, diciamo le cose come stanno, il trionfo di Salvini e di chi ne fa le veci si è verificato senza concedere neppure un’ipotesi di suspance. Se non ci si può incazzare a lungo, quindi, gioverà coltivare l’indifferenza, ringraziando Dio di non averci fatto votare in quella disgraziata regione. Proviamo però del pari una indifferente incazzatura anche a proposito delle polemicucce nostrane sul doppio passaporto, che hanno preso il posto del fervente (lo dico con sarcasmo) dibattito sul nome “Alto Adige” nella provincia più ricca e stupida d’Italia (va bene, non esiste una classifica attendibile sulla stupidità delle province, ma se giudicassimo alla luce dei temi discussi pubblicamente, al primato potremmo francamente aspirare). Un sondaggio condotto un po’ alla cazzo di cane avrebbe dimostrato infatti che la maggioranza dei sudtirolesi/altoatesini non è interessata molto a questa cosa del doppio passaporto. Eppure, chi si diletta a cercare tra i dettagli la verità delle cose ci ha fatto notare che i più favorevoli non si anniderebbero nella minoranza più anziana, rimbambita e incolta della popolazione (come sarebbe logico pensare). Macché: si tratterebbe proprio di una rappresentativa “jung, hochgebildet und zweisprachig” (giovane, colta e bilingue) a voler avere nei propri cassetti non uno, bensì due di questi librettini color vinaccia ai quali (non venissimo molestati da indagini demoscopiche di tipo onanistico, eseguite su periodico incitamento dei professionisti dell’identità) nessuno altrimenti penserebbe, a parte quelli che devono compiere grandi viaggi. Chissà, forse se anch’io fossi “jung, hochgebildet und zweisprachig” la penserei allo stesso modo. Invece, come dicevo all’inizio, difetto disgraziatamente della prima qualità (io sono mediamente colto, sufficientemente bilingue ma indubbiamente anche vecchio) e quindi ne so abbastanza per vedere quanta cretineria, quanta approssimazione, quanto ciarpame istituzionale, e soprattutto quanto spreco di energie sta dietro a un dibattito (e a una richiesta) del genere. Ahimè, non c’è poi molto da fare. Diceva già Eraclito che “i porci godono della melma più che dell’acqua pura”. E francamente, da qualsiasi parte ci si volti, qui la melma eccede in grandissima misura l’acqua pura, tanto da averne persino estinta la sete.

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Si muore ancora di povertà

Povertà

Si muore ancora di povertà, nella ricca Bolzano. Tre storie, emerse la scorsa settimana, dipingono un quadro di grande desolazione economica e relazionale. Le vittime tutte uomini che condividevano un destino di fragilità: il primo è un anziano rinvenuto senza vita nella sua abitazione, ben dieci giorni dopo il decesso; il secondo è un quarantenne originario del Marocco, spentosi nei pressi del suo giaciglio di fortuna, sotto il cosiddetto ponte Langer; il terzo, infine, un uomo di 67 anni, sorpreso a sottrarre una confezione di dentifricio e uno shampoo dagli scaffali di un supermercato e ucciso da un malore allorché, dopo essere stato convocato in direzione, ha visto sopraggiungere gli agenti di polizia.

Storie diverse, come si vede, eppure è possibile utilizzare la parola “povertà” per racchiuderle tutte, per cercare di capire, soprattutto, che cosa sarebbe possibile fare affinché non si verifichino più. Il pericolo più grande, infatti, è considerare casi del genere al pari di episodi sporadici, slegati gli uni dagli altri, o comunque poco interessanti per ritrarre il tipo di società in cui ci muoviamo. Invece non possiamo permetterci di girare la testa dall’altro lato, concludendo che si tratta di cose che possono accadere ovunque.

Torniamo per esempio all’uomo di 67 anni, da qualcuno persino oltraggiato con l’epiteto di “ladro”. Proviamo per un istante a capire cosa spinge una persona a rischiare di essere scoperta mentre si sta impadronendo furtivamente di oggetti ai quali tutti, senza alcuna esclusione, avremmo pieno diritto, perché strumento concreto della cura di sé, di igiene personale. Un atteggiamento più comprensivo dei negozianti, certo, avrebbe potuto mitigare la situazione. Non può costituire però la norma perché rappresenterebbe, anch’esso, un diverso modo di chiudere gli occhi. Bisogna dunque agire in modo che ciò non sia più possibile, è necessario che venga predisposta una rete di servizi mirati al fine di provvedere mediante un risarcimento concreto chiunque sia stato colpito da un “danno esistenziale” (la fenomenologia del “danno esistenziale” è vastissima ed occorre operare a vari livelli, come ricordava il giurista Paolo Cendon – di recente ospite a Bolzano per presentare il suo libro “I diritti dei più fragili” –, che è anche il promotore di una legislazione che contempla l’introduzione di un amministratore di sostegno).

Occorre conoscere, disporre relazioni più avvolgenti, solidali, e occorre – in particolare – che le amministrazioni cittadine facciano pienamente la loro parte con appositi sportelli o luoghi di ricettività a bassissima soglia. La fragilità e la marginalità sono purtroppo fenomeni in espansione, ormai presenti anche dove non ce lo aspetteremmo, mettendo sempre più allo scoperto contraddizioni intollerabili.

Corriere dell’Alto Adige, 23 ottobre 2019

W l’automomia!

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Io sto con i dimostranti catalani che protestano contro le inverosimili pene inflitte dal Tribunal Supremo spagnolo, vale a dire il massimo organo costituzionale, ai principali esponenti del movimento indipendentista. Ciò significa che sono a favore della secessione catalana? No, per nulla. Dico solo che l’indipendentismo lo si può limitare con ottimi argomenti e con moltissima calma, altrimenti diventa un fuoco che brucia tutto, che incenerisce tutto. Uno degli argomenti migliori, per esempio, è quello di mostrare agli indipendentisti (che in genere si spacciano per anti-nazionalisti) che il nazionalismo si può combattere con l’autonomia, senza bisogno di trasformare l’autonomia in una richiesta di completa indipendenza, oppure in un primo passo per raggiungerla. L’autonomia è buona in sé, è virtuosa in sé. È un punto di arrivo, non di partenza. A chi dice che si tratta di un compromesso bisogna ricordare le virtù dei compromessi. Cos’è questa allergia, questo sminuire i compromessi? Sentite com’è bella la definizione di compromesso: accordo, impegno reciproco assunto da più persone di procedere a un’azione d’interesse comune. Qual è, in genere, l’interesse più comune? Vivere in pace. Avere abbastanza denaro da spendere per le cose che ci piacciono, avere quindi un lavoro (anche questo, possibilmente, che ci piace), avere degli amici, delle cose da mangiare e da bere, essere liberi di andare dove più ci aggrada con chi vogliamo noi, stare vicini ai nostri affetti. Vivere tranquillamente, insomma, e possibilmente in salute (che è sempre la cosa più importante di tutte). Ogni “interesse comune” dovrebbe riconoscere priorità di questo tipo, e non smarrirsi in questioni assolutamente trascurabili come l’identità, le bandiere, i confini, i passaporti e tutte le altre stupidaggini che piacciono moltissimo a chi, invece, è sempre pronto a stracciare i compromessi, credendo di ottenere tutto perché non è disposto a rinunciare a qualcosa. Ovviamente è importante anche parlare la propria lingua e praticare ciò che si ritiene essere la propria cultura, ci mancherebbe. Qualsiasi buon compromesso non può prescindere da un mutuo riconoscimento linguistico e culturale. Nelle regioni di confine, ad esempio, è bellissimo vedere una popolazione che ama e rispetta le lingue – tutte le lingue! – che vi si parlano, che le considera patrimonio comune e comunemente le difende. Noi qui in Sudtirolo (vedete, continuo a dire liberamente Sudtirolo, anche se degli imbecilli vorrebbero imporlo), noi qui in Alto Adige (adesso dico Alto Adige perché a qualcuno fa piacere sentirlo, quindi è giusto dire anche Alto Adige) siamo parecchio fortunati ad avere la nostra autonomia e dovremmo apprezzarla di più, conoscerla meglio, difenderla meglio. Poi, certo, possiamo anche manifestare a favore dei catalani, unirci alle loro proteste. Ma non perché crediamo che quello che vogliono loro, cioè l’indipendenza, sia una buona soluzione. Manifestiamo a favore dei catalani perché la repressione spagnola ne esaspererà il sentimento identitario, getta benzina sul fuoco, e metterà a repentaglio l’autonomia alla quale loro hanno pienamente diritto.

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La bomba, attesa e silenzio

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Domani mattina la grossa bomba che dorme da più di settanta anni nel terreno vicino al ponte Loreto di Bolzano verrà rimossa e scomparirà la paura, ovviamente cresciuta in proporzione alle misure precauzionali che l’amministrazione ha disposto per proteggere la popolazione. In città non si parla d’altro. O se si parla d’altro è proprio per scacciare il timore che uno sciagurato imprevisto ci riproponga uno scenario di vera guerra, proprio adesso che concepiamo la guerra come un fatto distante, nello spazio e nel tempo. Intanto tutti avranno ormai abbondantemente capito cosa devono fare tra le 9 e le 12: dove ripareranno coloro i quali abitano nella famigerata “zona rossa”, costretti a lasciare la propria abitazione, e in che modo affronteranno l’attesa quelli che stanno invece nella “zona gialla”, condannati a restare tappati in casa. Soltanto gli abitanti delle zone più periferiche potranno gustare una parvenza di normalità, conservando gran parte delle proprie abitudini.

A proposito di abitudini e di consuetudini alle quali un evento potenzialmente catastrofico potrebbe mettere fine, la bomba inesplosa può funzionare anche da metafora per segnalarne un letterale spostamento catartico. La bomba illumina cioè le cose che facciamo di solito, investendole di un altro significato. Nella famosissima pagina che chiude la sua “Coscienza di Zeno”, Italo Svevo aveva addirittura prefigurato “un’esplosione enorme che nessuno udirà” quale prezzo da pagare per tornare “alla salute” (“… e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”). Per fortuna si tratta solo di una suggestione letteraria e i tre artificieri che avranno il compito di smontare le spolette, cioè i congegni che attivano l’esplosivo, non vorranno certamente assomigliare a quell’uomo “un po’ più ammalato” degli altri, così scrive lo scrittore triestino, che si accingerà a far deflagrare l’ordigno “nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo”.

Più facile e incoraggiante abbandonarsi ad altre suggestioni. Come riempiremo, per esempio, il tempo e il silenzio dell’attesa? Sottratti al flusso dei riflessi condizionati ai quali siamo sottoposti di solito, ogni cosa, ogni gesto entrerà in uno stato di oscillazione e sospensione capace di dilatarne la durata? “Il pungolo della durata – ha scritto Peter Handke, il nuovissimo premio Nobel per la letteratura – è ciò che mi è mancato. Chi non ha provato la durata non ha vissuto”. Qualunque cosa accada (sperando che non accada ciò che ognuno teme), avremo forse la possibilità di percepire un addensamento della materia e delle relazioni di cui siamo fatti, considerandole più fragili, più incerte, magari anche più preziose ed essenziali. “Perché se non sarà l’amore – cantava Morrissey in una celebre canzone degli Smiths – allora sarà la bomba, la bomba, la bomba che ci farà incontrare”.

Corriere dell’Alto Adige, 19 ottobre 2019

Atti linguistici

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John Searle

Adesso che se ne può ragionare un po’ a freddo, cerchiamo – per l’appunto – di non far sbavare il cane di Pavlov che abita dentro di noi e ragioniamo. Mi riferisco ancora all’incidente (chiamiamolo così, con neutralità) occorso in Consiglio provinciale la scorsa settimana e del quale ha parlato tutta la stampa armata di tutti i possibili cani di Pavlov disponibili nelle redazioni, senza escludere ovviamente le migliaia e anzi le centinaia di migliaia di cagnolini sguinzagliati per i social network. Bau bau bau. Sgombriamo prima di tutto il campo dal più grosso degli equivoci: in Consiglio provinciale si è dunque votato per radiare dal mondo il nome “Alto Adige”, si è cercato cioè di attentare al principale segno di autoriconoscimento della popolazione locale che abitualmente parla l’italiano? No. Il caso è scaturito da un emendamento contenuto in un documento legislativo di carattere “europeo” e non aveva – non ha – alcun potere di alterare la toponomastica ufficiale che vige dalle nostre parti. Non prendiamoci però per il culo. Chi aveva suggerito (e poi fatto votare con successo) quell’emendamento è una persona che effettivamente VORREBBE togliere dalla circolazione il nome “Alto Adige”, ma che – non potendolo fare – si contenta di combinare qualche scherzetto confidando nella distrazione/superficialità/dabbenaggine (e mettiamoci anche un po’ di complicità) di chi dovrebbe invece presiedere ad un solerte controllo di quanto si va deliberando. Una volta constatato che l’incidente stava causando un mezzo caso diplomatico (con tanto di minaccia d’impugnatura da parte del Ministro degli Affari Regionali), ecco che si sono avute le dovute precisazioni, le attese rassicurazioni. Si è trattato di uno “sbaglio” – così il Landeshauptmann Arno Kompatscher – e in particolare di uno sbaglio di correttezza nella traduzione: se infatti nella versione tedesca compariva il termine Südtirol, la cancellazione del corrispettivo “Alto Adige” ha partorito l’uso di quel burocraticissimo “Provincia autonoma di Bolzano” al quale potrebbe essere affiancato soltanto l’altrettanto burocratico “Autonome Provinz Bozen”. Se avesse prevalso questo sobrio burocratese, adesso nessuno direbbe niente. Di fatto basterà ripristinare “Alto Adige” accanto a “Südtirol” (o porre “Autonome Provinz Bozen” accanto a “Provincia autonoma di Bolzano”) per riveder fiorire il sorriso sugli aulenti prati della convivenza. Tutto bene, quindi? Nemmeno per idea. In un paese in cui tutti parlano di lingue, di significanti e di significati non c’è un cane (stavolta non di Pavlov, ma un semplice cane) che conosca la teoria degli atti linguistici di John Austin e John Searle. Cosa dice questa teoria? In pratica e in modo stringatissimo questo: qualsiasi parola o frase prodotta in un certo contesto non deve essere presa solo in “astratto”, ma esaminata alla luce del particolare INFLUSSO che essa (parola o frase) eserciterà sul mondo circostante. Una parola o una frase sono quindi “azioni”, proprio come un’azione è uno schiaffo o una carezza. Quando parliamo o scriviamo dobbiamo stare attenti, dobbiamo immaginarci l’effetto di ciò che stiamo “facendo”, le conseguenze che il nostro “atto linguistico” avrà su chi ci ascolta o ci legge. Se io dico, per esempio, “Sudtirolo” in un certo contesto, compio un atto linguistico potenzialmente diverso rispetto all’atto linguistico concretizzato dal nome “Alto Adige”o anche da “Provincia automoma di Bolzano”. Solo uno sprovveduto (come ad esempio il consigliere leghista Carlo Vettori) potrebbe pensare che si tratti di banali “sinonimi”. Chi ha proposto la modifica del nome, invece, sapeva benissimo cosa stava facendo. E il presidente della Provincia avrebbe dovuto accorgersene per tempo. Serva da lezione per la prossima volta, perché sicuramente ci sarà una prossima volta, nel nostro amato Sudtirolo Ideale Eterno in cui una bocca aperta equivale a una carabina puntata.

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Merda etnica

Salò

Io sono tra quelli che di preferenza dice e scrive “Sudtirolo”. Non ricordo bene quando ho cominciato a usare questo nome – nome che non gode di alcuna ufficialità, ma è solo un modo forse ingenuamente gentile di adattarsi alla sensibilità della maggior parte dei parlanti di madrelingua tedesca del Südtirol, ai quali la dizione “Alto Adige” non è mai andata giù anche per comprensibili motivi. Il mio uso di “Sudtirolo”, comunque, non è qualcosa di indubitabilmente politico, non contiene una “dichiarazione di appartenenza ideologica” che esclude a priori altre possibili scelte. Diciamo che tutto sommato a me va bene tutto: Sudtirolo, Südtirol, Provincia autonoma di Bolzano, e anche Alto Adige. L’importante è che – dopo aver nominato il luogo ognuno alla sua maniera – si passi poi subito a parlare di cose più sostanziose e non ci si incagli in queste stupide discussioni sul modo di chiamare il posto in cui si risiede. Per dire, quando non pochi turisti – anche per indicare il territorio a Nord di Salorno e a Sud del Brennero – parlano di “Trentino”, non è che io stia lì a cagare il cazzo. Se dicono “Trentino” a me va benissimo, non blocco il discorso sulla correttezza o meno di questa denominazione. Ti piace “Trentino”? Sei abituato così? Fai come ti pare. Ma forse io sono un po’ troppo tollerante. Di scarsissima tolleranza, invece, ha dato prova il Consiglio provinciale del Südtirol (o Sudtirolo, o della Provincia autonoma di Bolzano o dell’Alto Adige) che con una votazione della quale nessuno sentiva la mancanza avrebbe cancellato dalla documentazione “europea” il toponimo “Alto Adige”. Siccome chi siede in quel consesso, pur non brillando per particolare acume, non è neppure completamente deficiente, è da escludere che votando per l’abolizione di “Alto Adige” non sapesse di calpestare la solita merda etnica (mi dispiace essere così crudo, ma se si tratta di una “merda etnica” bisogna dirlo, non posso dire che si tratti di un “escremento autonomo del deretano di Bolzano”, per dire). Dunque la “merda etnica” è stata calpestata scientemente, e ora sono tutti lì a cercare di pulirsi le scarpe ai pantaloni degli altri. Non è un bello spettacolo, ne converrete. Dobbiamo in ogni caso mettere le mani avanti e rassicurare i più agitati: “Alto Adige” – per fortuna – resterà al suo posto, anche sui documenti ufficiali, e dopo un paio di manfrine alle quali siamo tutti abituatissimi la situazione tornerà ad essere quella di prima, cioè “non risolta” e “contraddittoria”, visto che sulla “non soluzione” e la “contraddittorietà” di tali stronzate (la “merda etnica” non può che produrre “stronzate”) qui vengono addirittura costruite lunghissime e inutilissime (dal punto di vista del bene comune), ancorché remuneratissime carriere politiche. Resta da suggerire una via d’uscita, bisogna cioè rispondere alla domanda: come si affronta, ogni volta che ci finiamo dentro, la “merda etnica”? Non parlarne, chiudere la bocca sarebbe la cosa migliore: capire cioè che questo dibattito è solo il solito triste circo di poveracci e non fa neppure più ridere. L’altra cosa – ed è quello che sto cercando di fare con questa mia breve nota – è richiamare i nostri rappresentanti ad un comportamento meno deludente, che evidentemente non è quello di calarsi ogni volta i pantaloni per mostrare a tutti le loro deiezioni, adducendo magari la scusa che alla maggioranza dei südtiroler, sudtirolesi, abitanti della provincia autonoma di Bolzano o altoatesini la coprofilia etnica è sempre parsa una specialità di cui andare fieri.

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Lo specchio in frantumi

Pistoletto specchi

La madre di Alejandro Augusto Stephan Meran, l’uccisore dei due poliziotti di Trieste, ha detto che adesso ci sono tre famiglie distrutte. Ha detto bene, l’unica cosa che bisogna dire subito quando accadono eventi del genere. Per capire a fondo la natura di questo evento, però, dobbiamo proseguire su due strade. La prima è quella che percorreranno coloro i quali hanno il compito di ricostruirne nei dettagli essenziali la “dinamica”, come si dice. La seconda, più difficile, ma ugualmente necessaria, dovrà includere alcuni dettagli che a qualcuno appariranno forse “inutili” (in particolare a chi si oppone in linea di stupido principio alla convocazione delle “attenuanti” in sede di giudizio). Le cronache, recuperando la testimonianza della madre, ci raccontano che l’uccisore era un cittadino dominicano al quale era stato riscontrato un grave disturbo mentale. “Sentiva voci”, soffriva quindi di paracusia o di allucinazioni uditive, tali da confinarlo talvolta in uno stato delirante. Sbrigativamente – ed è esattamente contro questo modo di giudicare sbrigativo e superficiale che si tratta di argomentare – si potrebbe dire che Alejandro sia schizofrenico, dunque folle. Ma che cos’è la follia, come si riconosce all’interno della dinamica di un evento che la rivelerebbe? Si tratta di una domanda abissale. Quando cerco di spiegarlo ai miei studenti, faccio leggere un raccontino di Thomas Bernhard – guarda caso contenuto in una raccolta intitolata “Ereignisse”, “Eventi” – che parla di una bella ragazza, apparentemente normalissima, ma che improvvisamente compie qualcosa di inaspettato (inaspettato, chiaramente, solo per chi non conosceva quella ragazza). Un minuto prima lei è seduta su una panca all’ombra di un melo, tranquilla. C’è un uomo che la guarda, rapito dalla sua bellezza. L’uomo sta per rivolgerle la parola, “ma nel preciso istante in cui decide di presentarsi – scrive Bernhard –, la fanciulla proietta nell’aria una gamba fasciata da una lunga calza, e prende a tirarsi violentemente le trecce con entrambe le mani. Poiché non può parlare, emette incomprensibili suoni. Si tormenta a lungo le trecce, finché il sangue non le annebbia la vista”. Ecco l’evento che straccia ogni apparente prevedibilità, l’irruzione della follia sulla scena, l’orlo dell’abisso. Nessuno, meglio di Alberto Fregomeni – in un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che vogliono capire che cos’è la follia –, ha guardato dritto in questo abisso, spiegandoci cosa significa impazzire. Sentite cosa dice. “Impazzire è come attraversare lo specchio. Nulla cambia, apparentemente sei ancora tu, eppure tutto è alla rovescia, e non sei che l’ombra di te stesso. Vorresti tornare in te, di là, nel mondo reale, ma oramai questo è impossibile. Dopo un po’, se hai culo, se sei ben curato e assistito, puoi forse smettere di essere un riflesso, ma poiché non puoi più tornare dall’altra parte del vetro, della tua sostanza originale, succede piuttosto che diventi lo specchio stesso, il limite lungo il quale salute e malattia si fronteggiano. Sai di non poter più dire di star bene, perché è la volta buona che finisci in ospedale, ma allo stesso tempo sai che non puoi nemmeno più dirti malato, perché sarebbe puro vittimismo. Sano tra i malati, e malato tra i sani, te ne stai lì, a riflettere, nella tua nuova condizione specchiante, come in attesa di un proiettile vagante che ti mandi in frantumi”. Alejandro, per usare le parole di Fregomeni, non ha avuto culo, non è stato ben curato e assistito. E allora con un proiettile ha mandato in frantumi il suo specchio e la vita dei due disgraziati poliziotti che sono stati inghiottiti dall’abisso dell’evento manifestatosi con prevedibile imprevedibilità.

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I depliant a volte ingannano

Lancio del tocco

Due settimane fa i bolzanini e i turisti che passeggiavano per il centro hanno ammirato la sfilata di 130 laureati e una ventina di docenti della LUB. Un’occasione per rendere visibile l’ateneo altoatesino al di fuori degli edifici in cui si svolge la sua consueta attività. Come noto, l’università fu fondata poco più di venti anni fa, e le cinque facoltà di cui dispone ne hanno intanto consolidato la buona reputazione. Rimangono tuttavia almeno due obiettivi ancora da cogliere: un maggiore radicamento degli studenti nel tessuto sociale e civile della provincia e una più effettiva messa in pratica del principio sul quale l’università basa la sua stessa definizione, vale a dire quella di rappresentare un polo di eccellenza multiculturale e plurilinguistico non ristretta alla carriera individuale di chi la frequenta.

Un paio di esempi concreti servono a chiarire il nodo in questione. La facoltà di Scienze della formazione (che ha sede a Bressanone) corrisponde solo in teoria all’immagine di un centro in cui “il trilinguismo della didattica e della ricerca, l’alto grado di internazionalizzazione e l’eccellente dotazione della strutture” sono le caratteristiche che ne renderebbero davvero “speciale” – come si legge nelle esaltanti note di presentazione – l’offerta. I percorsi formativi dei giovani insegnanti che in futuro occuperanno il delicato ruolo di educatori nelle scuole per l’infanzia e le elementari, infatti, ricalcano ancora il modello della specializzazione monolinguistica che informa in gran parte il modello didattico sudtirolese. Ma a cosa serve vantare un profilo plurilinguistico se non si riesce a progettare una ricaduta di tali competenze sull’intera società locale, in modo da renderla somigliante alle ambizioni della sua élite? Da questo punto di vista, in vent’anni i progressi paiono piuttosto modesti.

Ulteriore esempio futuribile. Sappiamo come uno dei problemi più scottanti sia oggi rappresentato dalla carenza di medici in grado di esprimersi con competenza tecnica nelle due lingue principali. Una facoltà di medicina locale potrebbe senz’altro aiutare, ma forse sarebbe già utile attivare dei corsi preparatori in grado di fornire a giovani aspiranti medici provenienti dall’Italia e dai paesi germanofoni quel tipo di preparazione linguistica (ovviamente congiunta a dei tirocini da svolgere nelle nostre strutture sanitarie) che poi, dopo il conseguimento della laurea, diventa inevitabilmente molto più difficile acquisire a causa dei faticosi turni di lavoro e delle altre incombenze legate allo svolgimento della professione. È solo un’idea, certo, forse ingenua e inattuabile nel brevissimo periodo, però sarebbe un tentativo concreto di passare dai depliant alla realtà che ci circonda.

Corriere dell’Alto Adige, 5 ottobre 2019

Epifenomeni letterari

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Confesso che io, se adesso non se ne parlasse così tanto, di questa Giulia De Lellis non ne avrei mai saputo nulla. Non che io viva dentro una turris eburnea così impermeabile al rumore del mondo, ma siccome siamo tutti un po’ imprigionati nella bolla dei nostri interessi e delle nostre abitudini è chiaro che alla fine ci sfugga parecchio di ciò che potrebbe colpire la nostra attenzione. Insomma, a un certo punto ho appreso che questa De Lellis ha firmato un libro che parla di tradimenti, vende migliaia di copie, e sul quale si è acceso un grande dibattito. Così sono andato un po’ a vedere di cosa si tratta. In rete si trovano riportate alcune frasi che dovrebbero servire a dare un’idea del contenuto e dello stile. Eccone alcune: “Come ho potuto farmi baciare, toccare, annusare? La tragedia è che mi sono fatta pure quella maledetta depilazione definitiva! Insomma, ragazze, pensateci: ci sono situazioni in cui un inguine selvaggio può salvarvi la vita”; “Avrà almeno usato le precauzioni? Ve l’ho già detto, sono ipocondriaca”; “In un oceano di emozioni contrastanti, colo a picco nell’anima de li mortacci sua”. È evidente: ci troviamo a parecchia distanza da À l’ombre des jeunes filles en fleurs di Marcel Proust. Ma queste sono osservazioni banali. Piuttosto, dobbiamo dolercene? O invece possiamo rallegrarcene, perché in un’epoca in cui – come pare – i libri si vendono e si leggono sempre meno, se qualcosa o qualcuno ci riesce è pur sempre una buona notizia? Ritengo che l’atteggiamento migliore sia un altro, vale a dire quello di praticare una bonaria e atarassica indifferenza. Appagata la mia curiosità, preso nota del trascurabile caso letterario, sono tornato immediatamente a interessarmi di letture più sostanziose e di maggiore spessore. Proust ha scritto prima, meglio e durerà più della De Lellis. Gli epifenomeni, alla fine, servono solo a ricordarci che esistono anche i veri fenomeni.

ff – 40/19

Kaser, dal Sudtirolo all’Albania

Gentiana Minga

La rivista “Poeteka” ha pubblicato di recente un’ampia scelta di liriche dello scrittore sudtirolese Norbert C. Kaser. Ce ne parla la traduttrice, Gentiana Minga.

“Tra i romanzi come tra i vini, ci sono quelli che viaggiano bene e quelli che viaggiano male”. Questo l’incipit di una conferenza tenuta da Italo Calvino nel 1982 e adesso contenuta nella raccolta “Mondo scritto e mondo non scritto” (Mondadori) col titolo “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”. Perché traduciamo, quando lo facciamo, che cosa significa trasporre un testo in un’altra lingua e quali effetti produce tale trasposizione sono le domande, o per meglio dire le suggestioni che ho affidato a Gentiana Minga, autrice e traduttrice albanese (residente da una ventina di anni in Italia, da dieci a Bolzano) fresca reduce da un’impresa di notevolissimo valore culturale: nella rivista “Poeteka” sono infatti apparse 23 sue versioni delle liriche di Norbert C. Kaser (più il breve racconto bildnis einer tante) che rappresentano il secondo tentativo mai eseguito – il primo si deve ad una traduzione di brevi prose pubblicata in ceco nel 2008 – di rendere accessibile in una lingua che non sia il tedesco o l’italiano l’opera dello scrittore nato a Bressanone.

“Quando sono arrivata in Italia – racconta Minga – ho dovuto in un certo senso ridefinire piuttosto drasticamente la mia identità, sia professionale che umana. A Durazzo, la città da cui provengo, ero già attiva culturalmente, avevo i miei punti di riferimento. Ma una volta arrivata qui ho capito che per appropriarmi davvero dell’italiano, cercando contemporaneamente di restare ben salda nella mia madrelingua, era necessario un duro esercizio di apprendistato. Le prime traduzioni di autori italiani in albanese – Pasolini e Corrado Alvaro, per esempio – mi hanno aiutato a disegnare il perimetro della mia nuova casa”. Nel 2003 comincia la collaborazione con “Poeteka”, rivista fondata da Arian Leka. La scoperta di Norbert C. Kaser è avvenuta in un certo senso per caso. “Un giorno ho visto la traduzione che Werner Menapace ha fatto delle poesie di Kaser per l’editore alphabeta di Merano. Mi ha colpito tantissimo la copertina, il quadro di Markus Vallazza che ritrae il poeta immerso nell’ombra. Poi il titolo, o meglio la disposizione delle parole – rancore mi cresce nel ventre – , che secondo me non è espressione di un sentimento solo personale, ma indica l’emergere di una disposizione interiore che si fa universale, un po’ come se Kaser volesse prestare al rancore la sua voce non tanto per sputarlo fuori, quanto per osservarlo e tenerlo sotto controllo”.

Rancore

Non conoscendo il tedesco, Minga ha lavorato essenzialmente sul testo di Menapace. La difficoltà più grande, confessa, era una certa asperità, una certa freddezza, dovuta forse anche alla mancanza della punteggiatura. Per questo l’aiuto di Menapace è risultato fondamentale anche per disambiguare alcuni significati e trovare un tono più caldo, in grado di smussare gli angoli della lingua di Kaser e renderla disponibile ad essere accolta in albanese: “Ho tradotto cinquanta poesie, ma solo la metà hanno trovato la via verso la pubblicazione. A questo proposito posso dire che per tutto il tempo ho sentito la presenza del poeta accanto a me, ho percepito il suo incoraggiamento. L’anima del poeta mi stava vicino, mi confortava, ora approvando le mie scelte, ora esercitando resistenza, obbligandomi a cercare meglio”. Chiedo a Minga se l’immaginario di un uomo vissuto in un determinato contesto spaziale e in tempo circoscritto, come il Sudtirolo degli anni Settanta, possa essere compreso e apprezzato da un pubblico di lettori che vivono in un altro luogo e in un’altra epoca. Lei non ha dubbi: “Certo, esistono tantissime affinità tra il mondo poetico di Kaser e quello che è possibile riscontrare nel modo di vita delle regioni montuose albanesi che si trovano a Nord e a Sud del mio Paese. Lo si potrebbe anche accostare al nostro Millosh Gjergj Nikolla (noto come Migjeni), un autore vissuto nella prima metà del Novecento e morto ad appena 27 anni, condividendo così con Kaser il breve tragico destino. Quando per esempio ho letto il racconto ritratto di una zia ho rivisto le nostre nonne, ho percepito una familiarità impressionante, e perciò sono convinta che la sua poesia potrà intraprendere con successo il viaggio reso possibile dalla mia traduzione”.

Prima di salutarci, chiedo a Minga qual è la poesia di Kaser alla quale si è sentita più legata, quella che è riuscita a tradurre facendo vibrare più forte le corde della sua sensibilità. “Forse ti saluto – risponde –, perché qui ritrovo l’arco di una vita contadina sospesa tra il possibile idillio iniziale e la cruda, desolata e inappellabile stilettata finale”:

të përshëndes yll vezullues i mëngjesit / e u bë natë / e gjithçka ishte mut sei mir gegrüßt du strahlender stern des morgens / und es ward abend / und alles war scheiße – ti saluto stella splendente del mattino / e si fece sera / e tutto era merda.

ff  – Ausagabe 40/19