È necessario voltar pagina

Alimarket

Il dato è desolante. La provincia di Bolzano — una delle zone più ricche d’Italia, anzi, d’Europa — non riesce a venire a capo di una situazione tutt’altro che emergenziale, caratterizzata dalla presenza sul territorio di alcune centinaia di richiedenti asilo. Ammassati in strutture palesemente inadeguate del capoluogo, quando non addirittura ributtati per strada nella speranza che si dissolvano miracolosamente in aria, alcuni di loro creano situazioni di prevedibile tensione. L’ultimo fatto, accaduto nella notte tra domenica di Pasqua e ieri, può sorprendere solo chi, in tutti questi mesi, ha sempre cercato di non vedere, di non capire. Le responsabilità sono distribuite tra i piani alti della politica — dove l’indecisione o il calcolo miope regnano sovrani — e negli scantinati dei social network, dove sobbolle e si scarica indisturbato il razzismo più becero.

Concentrare in uno spazio angusto duecento persone, provenienti per di più da regioni diverse del mondo, senza altra occupazione che non sia di attendere la maturazione del proprio incerto destino, quindi con un potenziale altissimo di conflittualità reso ancora più virulento dalla promiscuità, significa innescare una bomba a orologeria. Sapevamo che l’ex magazzino Alimarket era una struttura non consona alle esigenze di una moltitudine di passaggio. Non venne destinato neppure agli alpini al tempo della grande adunata, ricordiamolo. Trasformarlo in un centro di «accoglienza» pressoché permanente vuol dire tendere la corda fino a farla spezzare e creare tutte le condizioni affinché si sviluppino disordini e fatti gravissimi.

Se oggi siamo qui a scrivere di pochi feriti, dobbiamo ringraziare la fortuna e le forze dell’ordine, che peraltro non sono uscite indenni dalle colluttazioni. Le problematiche inerenti l’immigrazione costante alla quale siamo esposti non si possono più affrontare come si è fatto sinora, in pratica imitando i protocolli di gestione per le emergenze più acute e sempre nella speranza di risultare poco attraenti o persino inospitali. Una strategia di cortissimo respiro, che non ha mai pagato. Le migliori pratiche suggeriscono invece di frazionare in modo cospicuo il numero dei richiedenti asilo e pretendere che vengano distribuiti in tutto il territorio, per essere integrati con maggiore facilità e non semplicemente stoccati — non c’è altra parola — in un regime di quasi completa passività.

I campanelli d’allarme sono suonati a sufficienza. Adesso è tempo di agire.

Corriere dell’Alto Adige, 18 aprile 2017

La ribellione sui muri

murales

Sapete cosa vuol dire «tag» nel linguaggio dei graffitari? Si tratta della forma base di un graffito, cioè la firma del writer realizzata con lo spray o un pennarello indelebile. E «throw-up»? Significa vomito, ma nel writing si usa per indicare diversi tipi di graffiti, ad esempio quelli realizzati con un solo strato di colore di riempimento e un outline, oppure ogni sorta di bubble style non necessariamente monocromatico, ma comunque di rapida realizzazione. Mi fermo qui, tanto si capisce che il mio sfoggio di cultura è posticcio. Una giungla di termini che sottendono una forma di vita stratificata e complessa, perlopiù incomprensibile alle moltitudini di persone che ogni giorno passeggiano per la città e s’imbattono in una multiforme colata di segni ritenuta, quando va bene, superflua, oppure senza mezzi termini indecorosa e vandalica.

Christian Guémy, in un articolo pubblicato sul sito Rue89, definisce così l’essenza della street art: «Il coraggio è il principale elemento per giudicare la qualità di un intervento. La performance serve a trasgredire e a provocare nello spazio pubblico. La ricercatezza delle calligrafie è estrema e arriva fino al criptaggio. Lo scopo principale dei graffitari è piacere al proprio gruppo di appartenenza, e non piacere alla società che intendono provocare». Ecco dunque gli ingredienti: istoriazione dello spazio pubblico, reazione alla cementificazione, mimesi semiotica dei processi di inclusione/esclusione e, inutile negarlo, una forte componente di ribellione che urta la sensibilità dei comuni cittadini, sprovvisti dei codici culturali necessari ad apprezzare tali manifestazioni, specialmente allorché vengano esercitate sulla loro proprietà privata. In questo senso il contrasto non potrebbe essere più netto e infatti, periodicamente, le istituzioni intervengono per cancellare le tracce dei graffitari. Il sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi, ha dichiarato che prossimamente affiderà a una squadra di imbianchini la pulizia di parecchi muri deturpati. Alla periferia della città esistono già degli spazi, delle superfici murali sulle quali è permesso dipingere legalmente. Inevitabile però che non bastino a soddisfare quanti vedono nella sfida all’ordine estetico costituito la motivazione prevalente del loro agire. Si tratta perciò di una lotta endemica tra istanze urbane inconciliabili, l’esito della quale dipende da profondi processi di mutazione del gusto e del senso civico, più che dalla tolleranza delle amministrazioni o da saltuari provvedimenti repressivi.

Corriere dell’Alto Adige, 13 aprile 2017

La reciprocità riduce la paura

preghiera musulmana

I lettori italiani conoscono il nome del giornalista Constantin Schreiber grazie a un volume, da lui curato, in cui il blogger saudita Raif Badawi raccontò il suo personale calvario. In «Mille frustate per la libertà» (Chiarelettere) il tema è quello della facoltà negata di esprimersi criticando uno Stato che usa la religione, o meglio la shari’a, come strumento di governo, dunque di repressione: «Gli Stati legittimati dalla religione tengono chiusi i loro popoli nel cerchio angusto della fede e della paura». Schreiber — esperto di lingua araba — adesso ha mandato nelle librerie tedesche un altro libro, «Inside Islam», dal quale apprendiamo che quanto si predica nelle moschee disseminate in Germania esprime spesso l’inconciliabilità tra i valori delle democrazie occidentali e la professione di fede islamica, equiparata a un pericoloso nemico insediatosi all’interno della nostra società. Per fortuna si sta facendo sempre più largo la consapevolezza che senza una più approfondita opera di mediazione non sarà possibile risolvere i problemi causati dall’accostamento di culture potenzialmente conflittuali. Ne è prova il corso di lingua araba di recente istituito presso il comando bolzanino dei carabinieri, con il quale una quindicina di volontari prenderà confidenza con il difficile idioma, nel frattempo praticato da un cospicuo numero di migranti residenti in Alto Adige. Un’iniziativa peraltro non basata esclusivamente sul sospetto e la diffidenza. «Il fatto che i carabinieri sentano l’esigenza di imparare almeno i rudimenti della nostra lingua — ha affermato l’insegnante Khadija Lachgar — è un segnale importante che va nella direzione di una miglior comprensione dello straniero e favorisce l’integrazione».

A proposito di integrazione, l’iniziativa ci permette di sfatare uno dei tanti malintesi che ne rendono senz’altro più difficile l’affermazione. Molti infatti pensano che gli stranieri — se vogliono integrarsi — debbano quasi scomparire nella cultura del Paese ospitante, riducendo alla sola sfera privata le peculiarità della propria identità di partenza. Un’esperienza traumatica, non di rado causa di radicalizzazione e di rifiuto aggressivo. Garantire invece un apprezzabile livello di reciprocità, permettere uno scambio alla pari, in primo luogo di natura linguistica, costituisce l’unico modo per stabilire proficui ponti culturali e una base di contrattualità indispensabile all’abbattimento dei muri. Solo la conoscenza reciproca può alimentare il capitale di fiducia che limita la paura originata dalla diversità.

Corriere dell’Alto Adige, 6 aprile 2017

L’autonomia cerca Teseo

minotauro

La nostra cornice istituzionale è ormai diventata un intrico, un labirinto di norme consolidate, perciò avvertite un po’ come claustrofobiche. Per uscire dal labirinto, per abbandonare questa casa di Asterione o dell’Autonomia vecchio stile, occorrerebbe almeno immaginare una riforma buona a separare i rischi dalle opportunità, distinguere il suo terrificante inquilino sazio di sacrifici da Teseo il liberatore. Distillare dal passato il futuro. Prima di occuparci dei protagonisti del mito reloaded, spendiamo però ancora due parole sul filo di Arianna che dovrebbe portarci in salvo. La tessitura fu in origine consegnata nelle mani di un’idea semplice e apparentemente praticabile. Prima formula magica: la società civile. Assemblee, discussioni, selezione di rappresentanti e poi ancora assemblee e discussioni. Altre parole magiche: Convenzione o Konvent. Parole proibite: decisioni a maggioranza, decisioni dall’alto. Tutto sarebbe dovuto insomma fluire sotto il segno della più ampia «condivisione» (terza parola magica), possibilmente muovendo e diffondendo energie positive in tutto il corpo della società, allo scopo di rigenerare un istituto dato per sfibrato, privato di appeal sia all’interno che all’esterno, tanto che adesso si pensa persino di restaurarne la facciata con il botulino del marketing.

Quasi alla fine del viaggio, il risultato è piuttosto scarso. Le mani che si sono messe all’opera provengono in prevalenza dagli ambienti della destra tedesca, preoccupati di massimizzare l’autonomia in senso esclusivo, tingendola di indipendentismo. Pochissimo riscontro, invece, hanno avuto i temi della convivenza, del riequilibrio dei rapporti interni tra i gruppi linguistici, sia per la scarsa partecipazione del mondo italiano ai lavori della Convenzione, sia per una mancanza di visione complessiva.

Ma in questa storia che fine fanno Arianna, Teseo e il Minotauro? In una situazione del genere si potrebbe quasi scoprire che il filo per uscire dal labirinto non sia qui offerto dalla gentile figlia di Minosse, ma dal mostro stesso. Magari un mostro antico, con le fattezze di Luis Durnwalder. L’ex Landeshauptmann, avvistato di recente in Trentino dove ha partecipato a una riunione della scuola politica della Lega Nord, da un po’ di tempo è infatti attivissimo e sostiene la sua sbrigativa versione della riforma da compiere: tutte le competenze possibili alle province e Regione consegnata per sempre al baule dei ricordi. E Teseo? Beh, il giovane e buon Teseo al momento risulta disperso.

Corriere dell’Alto Adige, 31 marzo2017

Plurilinguismo burocratico

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I dati relativi all’esito degli esami di bilinguismo negli ultimi due anni dipingono un quadro a tinte fosche. Restringendo il focus ai livelli A e B — che segnalano o dovrebbero segnalare le nostre cosiddette eccellenze — il crollo è disarmante. Se nel 2014 la quota dei promossi al patentino A superava, sebbene di un soffio, il 50%, due anni dopo di questa cifra si è perso per strada quasi il 20%. Addirittura dimezzati, poi, i volti sorridenti all’uscita della prova B: dal 44% giù fino al 26%.

Ovviamente si potrebbero trovare della attenuanti: ricordare che l’esistenza di altre certificazioni equipollenti ha reso meno esaustivo il referto sullo stato della salute plurilinguistica della provincia, citare il dato più incoraggiante dei giovanissimi (l’ha fatto la sovrintende Minnei per sottolineare i miglioramenti dovuti all’introduzione del metodo «Clil»), però l’amaro in bocca rimane. A fronte di un’insistenza cospicua sui vantaggi derivanti dall’apprendimento delle lingue, considerando la grande disponibilità di materiali con i quali è possibile esercitarsi e prepararsi — ricordando soprattutto che la fonte primaria delle conoscenze specifiche è disponibile in carne e ossa pressoché ovunque — sarebbe legittimo aspettarsi un progressivo incremento. Se ciò non accade, occorre chiedersi perché.

Forse il motivo lo possiamo trovare non dando troppo per scontate le acquisizioni appena elencate. Prendiamo l’enfasi posta sui vantaggi dell’apprendimento linguistico. Se grattiamo sotto l’ovvia retorica, cosa troviamo? Un impegno collettivo assai modesto. In quanti consumano abitualmente informazioni o cultura in una lingua diversa dalla propria? E a proposito delle persone che potremmo sfruttare per esercitarci, quanto impieghiamo a sfuggire alla fatica di usare il codice altrui, accomodandoci invece tra le braccia protettive della madrelingua? Per non parlare di una geografia segnata anche da zone di monolinguismo pressoché totale, una vera e propria selva di confini immaginari.

Soglia istituzionale che sigilla l’epoca di un plurilinguismo burocratico vissuto come dura e mera necessità, il «patentino» continua a provocare repulsione e timore. Forse è questa una delle ragioni principali della sua difficoltà. Solo un approccio complessivo diverso, capace di far scoprire anche la bellezza e la spontaneità del conoscere l’altra lingua, potrebbe abbassare la barriera che ancora oggi esso rappresenta.

Corriere dell’Alto Adige, 24 marzo 2017

Un beato scomodo

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Beato, recita una definizione largamente condivisa, è chi gode (o si suppone e si spera che goda) la visione di Dio in paradiso. L’assunzione nella cerchia dei beati avviene dunque grazie a un riconoscimento ufficiale della Congregazione delle cause dei santi, ottenuto in base a un esame dei meriti cristiani corrispondenti, tra i quali rientra il martirio.

Anche il bolzanino Josef Mayr-Nusser, che sarà per l’appunto beatificato nella sua città natale sabato prossimo, è stato un martire, perché — dopo l’arruolamento forzato nelle milizie tedesche — sopportò l’indiretta condanna a morte in seguito al rifiuto di prestare giuramento a Hitler. Una scelta coerente con l’unicità della fede profondissima da lui sempre testimoniata, che sembra attualizzare quasi alla lettera la dimensione di unità mistica tra il credente e Cristo così come viene descritta da San Paolo: «Portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo».

Oltre all’evidente rilevanza religiosa — e al ricordo delle particolari circostanze storiche, anti-totalitarie, nelle quali si è manifestata — la beatificazione di Mayr-Nusser acquista però una decisiva importanza anche nel momento contingente. La luce di una scelta così radicale, proveniente da un chiaro orientamento verso il bene comune, oscura infatti la resurrezione pagana dei mille idoli di cartapesta che vorrebbero seminare vecchi malumori e nuove paure tra la popolazione. La diffidenza per il diverso, l’intolleranza preventiva nei confronti di chi proviene da altri luoghi o professa altre credenze o parla un’altra lingua, persino l’insensibilità nei confronti dei più bisognosi, mediante speciose distinzioni che vorrebbero togliere il diritto all’accoglienza a chi risulta in fuga non da una guerra, ma dalla fame, non sono purtroppo casi isolati; rischiano anzi di alimentare convinzioni diffuse, paradossalmente anti-cristiane proprio mentre chi le propaga si proclama difensore dei nostri valori e della nostra cultura.

Da questo punto di vista, l’ha ricordato il vescovo Ivo Muser, Mayr-Nusser è un beato scomodo, quindi la sua lezione è attualissima. Un aspetto prontamente colto fin dal titolo della recente biografia scritta da Paolo Valente per i tipi di Alphabeta, nel quale alla «fedeltà» si coniuga il «coraggio» che disegna il profilo di un uomo capace di «dire no a razzismo e nazionalismo, no a un sistema totalitario, no al culto del capo». Tutti «no» dei quali abbiamo sempre bisogno.

Corriere dell’Alto Adige, 16 marzo 2017

Il machismo imperante

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L’8 marzo, il giorno che celebra le donne, ha una inequivocabile valenza politica. La sua origine risale infatti a una manifestazione avvenuta proprio in quella data a San Pietroburgo nel 1917, dove un folto gruppo di donne scese in strada per richiedere la fine della guerra, quasi preconizzando l’affermazione di Carla Lonzi, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale, la quale ha scritto: «La guerra è stata da sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile». Alcuni storici ritengono che, visto il grande successo dell’iniziativa, quello fu anche l’inizio della fine dello zarismo e, più in generale, l’avvio della Rivoluzione di febbraio.

Ricordare l’ascendenza politica della festa ci è utile per comprendere la proposta avanzata da Brigitte Foppa (Verdi) con un’apposita mozione redatta al fine di valorizzare la presenza delle donne nelle istituzioni: «Seguendo l’esempio di Montecitorio — è scritto — si potrebbe allestire in Consiglio provinciale una “sala delle donne” che ospiti una piccola esposizione in cui dovranno trovare posto ed essere nominate le pioniere della politica altoatesina: sindache, consigliere provinciali, presidenti del Consiglio, assessore, e parlamentari». Il chiaro intento documentaristico ha poi un risvolto simbolico esplicitato dall’idea di appendere alcuni specchi nei quali le visitatrici dovrebbero immaginare se stesse nei ruoli dirigenziali declinati al femminile e sinora mai ricoperti.

La mozione di Foppa non ha però raccolto un consenso unanime. Le esponenti della destra tedesca hanno affermato di non scaldarsi all’idea. Secondo Myriam Atz Tammerle l’intento sarebbe irrealizzabile perché all’interno del Consiglio non è facile individuare un ambiente apposito. Nessun ideale, per quanto nobile, potrebbe insomma essere ospitato in un ripostiglio del Palazzo? Scontata poi l’ironia dei molti benaltristi pragmatici, in genere maschi alfa non di primo pelo, pronti a spargere il loro triste sarcasmo su qualsivoglia iniziativa simbolica che ponga le donne al centro dell’attenzione (e per di più davanti a degli specchi, dove sicuramente –—malignano — passano già molto tempo a truccarsi). La causa dell’uguaglianza, dicono sempre costoro, non va perseguita nei musei, bensì nella vita e nella competizione reale. Una forma di progressismo ipocrita che è la faccia più subdola, poiché nascosta, del machismo imperante.

Corriere dell’Alto Adige, 8 marzo 2017