Buon compleanno SVP!

La torta della Svp, partito fondato nel lontanissimo 1945 (ben settantasei anni fa: è il partito più longevo d’Italia), è stata già più volte mangiata e digerita, eppure eccola ancora qua. Non solo. Difficilissimo pensare che il prossimo anno, o tra cinque anni, o anche tra ventiquattro anni, quando compirà cento anni (e allora immaginiamoci che torta!), difficilissimo pensare, dicevo, che non ce la vedremo servire di nuovo, tutta zuccherosa e luccicante di candeline. Se dovessimo chiederci il segreto di tale longevità la risposta non sarebbe molto difficile. La Svp infatti coincide quasi punto per punto con il disegno dell’autonomia che lei ha tracciato a favore di tutti quelli che vivono in Südtirol. Certo, nel momento in cui scriviamo una cosa del genere ecco che si odono anche degli scricchiolii, il digrignare dei denti o anche qualche risata. Ci sono quelli, per dire, che negherebbero molto veementemente una simile interpretazione, adducendo svariati e opposti motivi: col cavolo che questa autonomia è a favore di tutti quelli che vivono in Südtirol! Vogliamo parlare di quello che si potrebbe ancora fare per rendere tale autonomia ancora più completa, in modo da soddisfare le ambizioni (adesso un po’ sopite, per la verità) dei separatisti? Oppure vogliamo parlare del famoso “disagio” degli italiani, per i quali i successi della Svp sono assomigliati a un regime di soffice apartheid? Eppure, a cavare da queste proteste uno straccio di visione politica alternativa si rischierebbere di sbattere contro il muro di una realtà che nessuno saprebbe (e soprattutto: vorrebbe) modificare. Insomma, la torta può anche non piacere, può anche averci stancato, ma di ricette migliori in giro proprio non se ne vedono. Per non parlare di pasticceri che potrebbero prepararne di migliori. E allora viva la Svp, viva i suoi pasticceri (a volte anche pasticcioni), e che la provvidenza non ci faccia mai mancare una fettina o le briciole della sua torta: viviamo della sua consistenza burrosa, amandola, maledicendola, proponendoci ogni giorno di abbandonarla e restandoci sempre più invischiati ogni volta che ci muoviamo.

ff – La colonnina – 13 maggio 2021

L’amara uva dell’esilio

Bolzano al tempo di guerra nelle memorie adolescenziali di Romana Pucci, poetessa e prosatrice “toscana” da non dimenticare.

La pubblicazione del romanzo di Romana Pucci “L’uva barbarossa” (Edizioni alphabeta Verlag 2021, Euro 14.00) prosegue la ricognizione della narrativa d’ambientazione (o ispirazione) altoatesina che la casa editrice di Merano sta meritoriamente compiendo guardando a titoli da tempo irriperibili nelle librerie; titoli che però vale la pena recuperare alla luce di due spunti non trascurabili: la qualità della scrittura e la cura della memoria territoriale redatta in lingua italiana. Così, dopo il bel libro di Gianni Bianco (“Una casa sull’argine”) apparso l’anno scorso, ecco la seconda uscita della collana “TravenReprint” con questo volume stampato in origine da Rusconi nel 1983.

Romana Argia Maria Pucci (nata a Borgo Buggiano, nel pistoiese, nel 1928, e morta a Milano nel 1990) è una “altoatesina” sui generis, vale a dire immigrata, come in gran parte lo sono tutti quelli che non possono fregiarsi del titolo di autoctoni. Le origini della famiglia sono infatti toscane, dato che non è di secondaria importanza per interpretare il ductus della sua poetica. Dopo aver trascorso parte dell’infanzia nella terra degli avi, la famiglia si sposta al nord, prima a Verona, quindi a Bolzano (nell’ottobre del 1940), seguendo i trasferimenti del padre ferroviere. Ed è proprio l’ambientazione bolzanina a caratterizzare il suo secondo romanzo (il primo – “La volanda” – uscì da Einaudi nel 1979 e venne molto lodato dalla critica nazionale). Aprendo il libro a pagina 62 (siamo all’incipit del capitolo intitolato “L’esilio”) incontriamo già alcune descrizioni che individuano la tonalità affettiva di una Entfremdung – nota costante e comune a tanti “spatriati” da queste parti –, declinata in modo lirico: «Una cerchia sconnotata, senza storia, né tradizioni, né linguaggio in comune e, in mezzo, rocca asburgica di cittadini asburgici ottativi italiani (per la terra, che è lo zoccolo della patria), machiavellati dall’indole e dai luoghi a sventare le trame di nord e sud, e pigliar da questo e quello, fingendosi pigliati». Il curatore del volume, Carlo Romeo, richiama gli elementi salienti della sua prosa d’arte, citando la «profondità del recupero memoriale e l’originalità della scrittura, la contaminazione tra registri letterari, colloquiali e dialettali, un repertorio lessicale così fuori dall’ordinario da affascinare persino un severo filologo come Roberto Ridolfi». Ma di cos’è fatto propriamente il libro, posto che il contenuto di un romanzo non possa certo risiedere “solo” nella lingua in cui è scritto?

Ancora Romeo: «Se nel primo romanzo i ricordi dell’infanzia toscana sembravano trasfigurarsi in allegorie senza tempo, come le favole, qui le esperienze irrompono, dissonanti e persino brutali, attraverso la percezione della più irrequieta delle età umane, l’adolescenza. La scrittrice cerca di restituirne gli echi con la massima fedeltà, col massimo grado di regressione possibile, producendo a volte un effetto quasi diaristico. Il vissuto coincide con un periodo quanto mai denso di avvenimenti di forte polarizzazione e impatto emotivo: la guerra, la caduta del fascismo, l’occupazione nazista, i bombardamenti. Agli occhi di un’adolescente il mondo impazzito degli adulti non può offrire certezze, con i miti che crollano di colpo come le case buttate giù dalle bombe, e nessuna frase imparata a scuola sembra reggere alle prove della vita e della storia». Si tratta, in effetti, quasi di emozioni stenografate, di un crepitante svolgimento interiore che – mentre è proteso a ricostruire il volgere di un’epoca – si avvale costantemente di un punto di appoggio familiare, costituito dalle frasi scaturite dal dialogo con il padre della protagonista: un “fascista sentimentale”, più che ideologico, al quale il libro è dedicato e del quale le pagine delineano un commosso ritratto della sua personale decadenza, nel disfacimento del Regime di Mussolini.

Un episodio, in particolare, addensa il fuoco dell’ispirazione. Siamo nel 1945, al termine dell’occupazione tedesca dell’Alto Adige-Südtirol, e gli ultimi bagliori degli scontri fanno versare ancora molto sangue. «È il tre maggio, a guerra finita escono al sole i partigiani. Li conosco, sono ragazzi del contado, a casa propria fino a stamattina. […] Per qualche ora è una guerra assurda, questo infine è un esercito, gli altri, ragazzi e male armati. Sul finire odo detonazioni dal cortile e strazio di voci sotto a noi. Non ricordo l’età, forse quattordici, unico maschio. Il babbo accorre ma, sulla soglia di cucina, batte l’aria, poi cade. Lo sento dire: “Meglio me, potevano prendere i figlioli”. E si smarrisce. Ha l’avanbraccio spappolato da una palla esplosiva, si vede l’osso a schegge». La scena è drammatica. Piovono colpi, tutti fuggono, ma il padre ferito è percosso in modo ancora più amaro da un epiteto di chi passa e di lui non si cura: “Fascista!”. Qui non è tanto importante stabilire la stretta veridicità dell’episodio, quanto piuttosto afferrare la percezione morale che ne guida la ricostruzione. Proprio nel momento di massima difficoltà e di crisi, quando cioè la sicurezza dei punti di vista più consolidati vacilla, o addirittura si ribalta, affiora la richiesta che gli uomini siano riconosciuti come tali, senza ulteriori specificazioni. Non essendo avvenuto prima, traiamo però noi la cruda conseguenza, come sarebbe stato possibile accadesse proprio nel momento decisivo? Forse, ostinato benché sconfitto, resta appena quel desiderio di umanità ridotta all’essenza, ombreggiata da un frutto modesto e dalle parole della poesia “Testamento” di Olindo Guerrini: «Quando morrò, lungo la terra smossa / non piantate il cipresso o la mortella / io la mia tomba non la voglio bella / Piantateci una vite! / E così, benché morto, il mio tributo / ai vivi pagherò, rendendo al mondo / qualche goccia del vin che gli ho bevuto».

ff – 13 maggio 2021

Necessario ascoltare il dolore

Non c’è niente di peggio che tentare di correggere un nuovo errore ripetendo un errore già fatto in precedenza. Si potrebbe partire da qui, da un appunto tracciato al margine di una tragedia capace di scompigliare l’ordine apparente (ogni ordine è solo apparente) per provare a ritrovare la residua ragionevolezza che quanto accaduto a Pilcante di Ala tende a presentarci come distrutta e irricomponibile.

Gli eventi sono noti, seppur non ancora esaminati nei dettagli che peraltro non saranno mai sufficienti a spiegare, a giustificare. Matteo Tenni, un uomo «affetto da problemi psichici», è stato ucciso da un altro uomo, un carabiniere, che ha reagito con la massima violenza possibile a una crisi esplosa in un quadro di pericolosità o di rischio ampiamente probabile. Ma se sulle circostanze specifiche conviene per adesso tacere, lasciando che siano le indagini a soppesare ciò che dev’essere ancora accertato, appare urgentissimo invece riflettere ad alta voce su una scala più ampia, chiedendoci insomma quali siano, se esistano dei provvedimenti da adottare in casi avvicinabili a questo, perché non si ripetano. Il primo nodo da sciogliere, il più difficile, riguarda il dubbio che in genere viene in mente allorché ci troviamo davanti a dei fatti che sembrerebbero contestare l’acquisizione più rilevante, quella che portò, al tramonto degli anni Settanta, alla chiusura dei manicomi: la libertà è terapeutica.

Come sapeva benissimo il principale fautore di quella riforma, Franco Basaglia, l’ implementazione della legge 180 avrebbe dovuto continuare sulla strada della de-istituzionalizzazione della psichiatria proprio per evitare d’interpretare la salute mentale come qualcosa di inerente a un orizzonte di riferimento ristretto. In un saggio del 1992, significativamente sottotitolato «Per una strategia di psichiatria comunitaria, collettiva, territoriale», Franco Rotelli, ha scritto: «Non c’è riabilitazione del paziente psichiatrico senza riabilitazione della psichiatria, senza de-istituzionalizzazione della stessa» (il saggio di Rotelli si può leggere adesso nella raccolta «Quale psichiatria?», appena edito da Edizioni alphabeta Verlag). Ma cosa vuol dire, in buona sostanza, de-istituzionalizzare la psichiatria, e perché solo da qui può passare la possibilità che non riemergano impulsi a preferire scorciatoie neo-segregazioniste, cioè basate su un accrescimento delle pratiche di contenzione, seppur in varianti ipocritamente edulcorate?

Sempre Rotelli nel saggio citato: «La libertà è terapeutica se viene sostenuta, aiutata, protetta, costruita materialmente e socialmente». La follia (ammesso e non concesso che sappiamo leggere univocamente i tratti del suo volto) è solo un modo che la ragione cosiddetta «normale» utilizza per riconoscersi, ma al prezzo di silenziare un malessere che non pertiene soltanto a chi soffre, bensì investe la società nel suo complesso. Un malessere che quindi può essere attraversato (e curato) solo se tutta la società è disposta a tessere una rete di ascolto distribuita su più orecchie possibili, e soprattutto non confinate entro nuovi spazi di reclusione, in nuove, per quanto più raffinate, strategie di opacizzazione dell’esperienza di un dolore che riguarda tutti.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 27 aprile 2021

Diventare famosi

Qualche giorno fa sono diventato improvvisamente, inaspettatamente famoso. Il mio nome era su tutti i giornali. O almeno su quelli orientati a destra. Poi sono spuntato anche sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni, la leader del partito Fratelli d’Italia, quello con la fiamma tricolore nel simbolo. Ma com’è potuta succedere una cosa così? Qualcuno, un amico, mi ha chiesto addirittura consigli. Ho sempre cercato di diventare famoso, mi ha detto, ma non ci sono mai riuscito. Voleva conoscere gli ingredienti, insomma, e anche la ricetta. È molto semplice, gli ho risposto. Basta fare così. Prima di tutto devi riuscire particolarmente antipatico a qualcuno, chiamiamolo Ignazio. Devi fare in modo che Ignazio non ti sopporti, che cerchi insomma di danneggiarti. Poi è indispensabile che questo Ignazio sia un grande amico o un adepto di una persona molto più importante di lui. Una persona, per dire, che abbia migliaia e migliaia, anzi un milione e passa di seguaci. Chiamiamola Lucia. A questo punto devi, ho sempre spiegato al mio amico, postare una frase o comunque qualcosa che irriti a tal punto Ignazio da fargli scattare una molla: questa non la deve passare liscia, penserà Ignazio, ora glielo faccio vedere io. Così Ignazio preleverà quella frase, la condirà in modo che appaia molto più grave e offensiva di quello che è, quindi la manderà alla persona più in vista di lui, a Lucia, e lei, facendo un favore ad Ignazio ma anche a se stessa (più ad Ignazio che a se stessa, comunque), esporrà davanti a tutti i suoi follower, al dileggio dei suoi follower la vittima del bel lavoro fatto da Ignazio. Funziona?, mi ha chiesto il mio amico. Eccome, gli ho risposto, si diventa famosissimi. Anche se per poco. Io, per esempio, ho avuto centinaia di persone che mi hanno augurato di venire licenziato, bastonato, ammazzato. Un successone, te l’assicuro.

ff – La colonnina – 8 aprile 2021

Vissuto tra le parti

Umberto Gandini, fotografia di Othmar Seehauser

La scomparsa di Umberto Gandini lascia un vuoto nella comunità intellettuale dell’Alto Adige. Sua anche una delle più importanti opere di ricostruzione e contestualizzazione del famoso attentato di via Rasella.

Lo scorso 19 marzo ci ha lasciati Umberto Gandini. La breve voce Wikipedia a lui dedicata ne riassume la vita in pochi tratti: nato a Milano il 25 dicembre 1935, si trasferì dapprima a Merano e poi a Bolzano, dove nel 1961 trovò lavoro come giornalista per il quotidiano “Alto Adige”. Negli anni Settanta iniziò l’attività di traduttore letterario, lavorando per molte case editrici e dedicandosi in particolare alla prosa in lingua tedesca. Nel 2000 gli fu conferito il Premio “Ervino Pocar”; l’anno successivo gli venne assegnato il Premio Grinzane Cavour per la traduzione. Pubblicò due romanzi.

Ovviamente la stringatissima biografia lascia fuori altro, molte altre cose essenziali. Non cita, ad esempio, la breve avventura “extra-territoriale” (dal 1967 al 1972) che Gandini intraprese abbandonando temporaneamente il quotidiano locale per dedicarsi a scrivere una pagina settimanale di cronaca altoatesina inserita ne “Il Giorno” di Milano. Lo storico Maurizio Ferrandi, in un saggio di prossima pubblicazione sulla rivista “Archivio Trentino”, ha ricostruito le motivazioni di questa vicenda e, citando lo stesso Gandini, ne richiama l’occasione: “Bisognava convincere gli italiani ad accettare una soluzione della questione altoatesina che per loro significava dover sopportare un’ingiustizia. L’informazione, controllata dal quotidiano Alto Adige, era schierata su posizioni assolutamente nazionaliste. E allora come si fa ad avere una voce che spieghi quantomeno cosa sta succedendo? Fu Alcide Berloffa ad organizzare questa storia. Per un certo periodo pareva che a fare una redazione dovesse venire il Corriere della Sera, poi tentarono in altre maniere. Infine, con Italo Pietra, che era il direttore del Giorno, combinarono questa redazione. Era evidente sin dall’inizio che sarebbe stata un’operazione a tempo”. Sono parole in cui riemerge non solo un pezzo di storia, ma si fanno visibili anche le nervature di un processo di crescita, d’impegno civile che proprio Gandini renderà perspicuo mediante tutta la sua attività: smarcarsi sempre dal nazionalismo, favorire la comprensione reciproca tra i gruppi linguistici, avere cura dei fatti e delle parole per raccontarli.

Non c’è migliore esempio per illustrare – e ricordare, con gratitudine – la sua personalità che riferirsi così ai suoi quattro articoli scritti nel 1977 sui celebri fatti dell’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 e dell’immediatamente successivo eccidio delle Fosse Ardeatine (in realtà di questi episodi il giornalista si era già occupato proprio quando lavorava, alla fine degli anni Sessanta, per il quotidiano milanese, compiendo le prime interviste ai sopravvissuti del dell’XIesima Compagnia del Polizeiregiment Bozen, in quel periodo di stanza a Roma). La rilevanza di quegli articoli la spiega il giovane storico Bolzanino Lorenzo Vianini, fresco di laurea all’Università di Vienna con una tesi dedicata proprio all’elaborazione e ai riflessi sulla stampa locale della vicenda. “Quegli articoli – illustra Vianini – furono pubblicati in un momento importante. Eravamo nel 1977, c’era stata la fuga di Herbert Kappler in agosto, e quindi anche un risveglio d’interesse per quei lontani accadimenti. Ovviamente si parla anche molto di Alto Adige, luogo di provenienza dei militari implicati nella strage”. Gandini era tornato a lavorare al giornale locale nel periodo in cui questo, allora sotto la nuova direzione di Gianni Faustini, si stava sciogliendo dall’impostazione nazionalistica passata, e decise così di recuperare alcune vecchie interviste per redigere degli articoli al fine di spiegare, usando ciò che oggi chiameremo una tecnica di oral history, la dinamica più esatta dei fatti e smontare anche le letture parziali, quando non proprio false, che si erano sedimentate e incrostate nel tempo. Era un approccio nuovo, rivolto ad approfondire piuttosto che ribadire dei cliché interpretativi utili soltanto alla contrapposizione. E infatti il suo lavoro – raccolto poi due anni dopo in una silloge intitolata Quelli di via Rasella: la storia dei sudtirolesi che subirono l’attentato del 23 marzo 1944 a Roma – è stato successivamente valorizzato da tutti gli studi più autorevoli sull’argomento, a cominciare da Alessandro Portelli con il suo L’ordine è già stato eseguito, del 1999, che offre la ricostruzione più esaustiva.

Non è necessario entrare nei dettagli o immergerci nelle pieghe del testo (del quale raccomandiamo comunque la lettura). Fino a quel punto, almeno nella pubblicistica di lingua italiana, l’identità dei combattenti sudtirolesi uccisi dai gappisti era infatti rimasta sepolta al di sotto di un discorso pubblico concentrato su altro, intrappolata nel gioco di ruolo tra “partigiani” e “nazisti” (le famose “ss”, non meglio specificate), soprattutto alla luce della relazione tra la logica degli attentati e quella della rappresaglia (per questi aspetti specifici si veda il recente libro di Chiara Colombini, Anche i partigiani però…, uscito per i tipi di Laterza). Restava quindi insondato il riconoscimento della peculiarità umana degli uccisi, e questo non al fine di rigettarli poi subito nel contenitore dei dannati, dei perfidi “tedeschi”, o per salvarne in qualche modo il profilo d’inconsapevoli oppositori “sudtirolesi” al regime di oppressione nazista. Peculiarità qui significa complessità, intrico, impossibilità di leggere la storia mediante schemi troppo netti e ideologici. In fin dei conti è proprio questo il compito che un buon giornalista di confine, che per di più sia anche un eccellente traduttore, riesce sempre a svolgere muovendosi da parte a parte, ossia insistendo tra le parti, e cercando, pur nel rispetto di prospettive diverse, quelle mediazioni in grado di farci giungere a una soluzione più arricchente per tutti.

ff – 8 aprile 2021

Due libri per capire chi siamo

C’è stato un tempo, che sembra definitivamente passato, in cui ai libri, soprattutto ai romanzi, non si chiedeva soltanto di fornire l’occasione per qualche ora d’intrattenimento. Potevamo così avere a che fare con dei testi ai quali veniva attribuito un compito di sollecitazione e di stimolo che investiva chiaramente la società prevista ad accoglierli. Invitandola a interrogarsi su sé stessa.

Mi viene in mente qui il romanzo di Francesca Melandri, “Eva dorme”, che tra pochi giorni, a undici anni dalla sua prima fortunatissima pubblicazione per Mondadori, tornerà in libreria nella nuova veste datale dall’editore Bompiani. Un esercizio interessante potrebbe essere allora quello di stabilire un rapporto con un altro romanzo, uscito da pochissimo, dopo aver vinto il prestigioso premio Calvino, per i tipi di Italo Svevo: “Lingua Madre”, della bolzanina Maddalena Fingerle. In sostanza: si tratterebbe di misurare il potenziale impatto di quest’ultimo sulla capacità d’incidere nell’ambito di un’autoriflessione che, nel caso del primo, ha già dato i suoi frutti diventando un classico del Sudtirolo contemporaneo. Mi limito ovviamente a schizzare alcuni brevi appunti, consegnandoli a dei lettori che, come detto, vogliano approfittare della lettura per mettere a punto uno strumento in grado di rivelarci chi siamo.

Di “Eva dorme” non occorre richiamare qui alla memoria troppe cose, né spendere ulteriori elogi. Come sanno benissimo le molte persone che l’hanno amata (sia nella versione originale in italiano, ma anche nella ugualmente vendutissima traduzione tedesca), si tratta di una storia che espone la trama di una riconciliazione, o persino di un felice risveglio, potendo giocare con il titolo che quindi intenderebbe registrare il congedo dalle spire notturne del conflitto etnico. La vicenda d’amore tra Gerda e Vito, in un primo tempo interrotta e poi postumamente trasfigurata da Eva nel segno di una pacificazione (sia a livello della memoria personale che di quella storica) segna anche il passaggio ad una nuova fase dell’autonomia, è una sorta di manifesto per il Sudtirolo uscito con difficoltà dalla sua storia tormentata, che ha imparato dagli sbagli del passato, e quindi, anche quando guarda indietro lo sa fare soprattutto per potersi spingere con più fiducia in avanti.

“Lingua madre” non esprime apparentemente la medesima fiducia, e in questo senso fotografa, più che il congedo da un’epoca buia, quindi anche aperta alla speranza, il sentimento che prevale quando l’immaginazione necessaria a plasmare il futuro si spalanca su un paesaggio contrassegnato dall’incertezza. Il libro è attraversato da un sentimento di angoscia esistenziale nei confronti delle parole “sporche”, delle espressioni che vengono avvertite in uno stato di scollamento dalla realtà, configurandola come inospitale. Paolo Prescher, il protagonista, si trova perciò ad operare ponendo tra parentesi gli abituali codici di appartenenza, e oscilla tra un tentativo di fuga e la ricaduta all’interno di automatismi che minacciano di stritolarlo (di stritolarci) definitivamente. Esiste una spia, in forma di anagramma, che rivela questa sofferta sospensione del senso. A un certo punto, infatti, il nome della madre (Luisa Prescher) viene risolto nell’espressione “capire Husserl”. Proprio Husserl, lo ricordiamo, è stato il filosofo che, grazie al suo programma fenomenologico, ha più di altri insistito sulla necessità di sottoporre a un azzeramento propedeutico, a una distruzione radicale la trama dei significati nei quali siamo immersi, al fine di poterne riacquistare una praticabilità non incrostata da esperienze ormai pregiudicate. Fingerle però non dà suggerimenti su come questa nuova praticabilità possa schiudersi, non propone una ricetta per individuare quale sia la lingua materna in grado di spezzare l’ammutolire che ha spento tutte le nostre vecchie e consumate parole.

Rileggere “Eva dorme”, leggere “Lingua Madre” – due voci non a caso femminili, e per questo forse maggiormente prensili rispetto a quanto accade dentro e fuori di noi – , magari cercando di far dialogare i testi fra loro, non serve soltanto a tessere una relazione tra due esempi di scrittura diversi e anche generazionalmente sfasati. I due libri propongono anche due versioni (opposte o complementari?) per chiarire quale aspetto sta prendendo la terra nella quale viviamo, e di questa terra ci invitano a farne parte con una consapevolezza alla quale solo la letteratura può fornire il sostegno per potersi rivelare.

Corriere dell’Alto Adige, 27 marzo 2021

Oltre i limiti del romanticismo

Folio Verlag è un’impresa sudtirolese che esplica al meglio la funzione di ponte culturale tra diverse aree linguistiche. Uno dei due fondatori ci spiega il segreto del suo successo (anche) commerciale.

Ho appuntamento alle 11.00 con Ludwig Paulmichl in via Maso della Pieve, dove le edizioni Folio hanno la loro sede bolzanina, proprio davanti al cimitero. Non è un giorno di festa, ma per strada circolano poche macchine per essere un normale giorno lavorativo. Siamo intrappolati da un anno in un calendario falcidiato dagli stop and go dei provvedimenti di contenimento della pandemia. Mentre parcheggio ascolto Nick Cave cantare “Well, I kept thinking about what the weatherman said and if the voices of the living can be heard by the dead…”. Mi pare un buon viatico per parlare di libri in un luogo come questo, e mi chiedo se non sia vero anche il contrario, se cioè le voci dei morti possano essere ascoltate dai vivi.

Una casa editrice, dopo tutto, è come se stesse sempre un po’ tra l’al di qua e l’al di là, alla maniera del cacciatore Gracco di Franz Kafka. Non solo perché molti dei libri stampati e venduti sono stati scritti da autori ormai scomparsi, ma perché sopravvivere alle leggi del mercato editoriale non è facile per nessuno. In questo senso Folio – nata a Vienna come agenzia letteraria nel lontano 1992 per iniziativa dello stesso Paulmichl e Hermann Gummerer – ha compiuto un piccolo miracolo, superando qualche anno fa una crisi piuttosto seria e ridando slancio alla propria mission imprenditoriale. Proprio di questa missione e di questo miracolo (ovviamente in senso laico) sono venuto a parlare con Paulmichl e prima di salire ripasso sullo smartphone le note di presentazione che si possono leggere sul sito della casa editrice: “Als Südtirolern ist den beiden Verlegern bewusst, wie fragil das friedliche Zusammenleben zwischen verschiedenen Sprachgemeinschaften sein kann”.

Prendiamo posto intorno a un grande tavolo al centro dell’open-space e la prima cosa che Paulmichl mi dice segna già la traccia sulla quale si muoverà il nostro dialogo: “Non vorrei apparire prosaico, ma per parlare del nostro lavoro dobbiamo innanzi tutto sgombrare il campo da un equivoco: produrre libri non è una faccenda molto romantica, non si tratta di puntare soltanto agli aspetti culturali di un’impresa che, infatti, si muove all’interno di una complessa catena sociale. Qui è importante anche fare i soldi”. Certo, l’incipit suona prosaico, eppure senza un approccio di questo tipo, mi si vuol far capire, neanche le istanze culturali più nobili o significative avrebbero l’opportunità di affermarsi: “Una volta che hai dimostrato di poter vendere, di saper insomma occupare una fetta, per quanto piccola, di mercato, allora potrai contare sull’appoggio dei librai, convincendoli che anche quegli articoli del catalogo magari a prima vista più sofisticati meritino la stessa attenzione”.

Può darsi che queste considerazioni poco “romantiche” siano dovute, oltre che alla particolare contingenza della quale discutiamo, anche alla formazione filosofica di Paulmichl, il quale mi racconta come in gioventù si sia laureato in filosofia politica sul pensiero di Antonio Gramsci. Banalmente: solo comprendendo a fondo il funzionamento di una determinata struttura produttiva è possibile agire, incidere poi anche a livello sovrastrutturale. Ma sono solo suggestioni che restano sospese, “anche perché io, ti dirò, quelle cose mica le capisco più”, celia sornione il mio interlocutore. Torniamo dunque alla particolare missione di un editore di confine e chiedo su quali autori si è puntato per incrementare le vendite e posizionarsi saldamente a cavallo di diversi universi linguistici. “La scelta – mi spiega – si è indirizzata su quelle scrittrici e quegli scrittori che avevano già conquistato l’attenzione dei lettori in patria, per promuoverne la conoscenza anche ad un pubblico di lingua tedesca, soprattutto in Germania. Per gli italiani potrei farti i nomi di Dacia Maraini, di Paolo Rumiz o di Giancarlo De Cataldo. In scuderia abbiamo anche autentici big internazionali, come ad esempio l’inglese Jonathan Coe, ma non per questo abbiamo certo perso il radicamento con il nostro territorio, del quale anzi offriamo una promozione su più livelli. Cito al proposito solo i nomi di Roberta Dapunt, di Josef Oberhollenzer o di Maria Brunner, oggi tutti riconosciuti e affermati ben oltre il Sudtirolo. Vorrei infine sottolineare che non è comunque facile sfruttare la notorietà interna di un autore contando su una sua automatica ricezione all’estero. Non basta il nome, insomma, bisogna avere anche la fortuna d’incontrare il gusto dei lettori nel momento giusto, promuovendo un titolo con tutta l’energia possibile. In questo ambito niente è scontato, ogni volta è una piccola scommessa”.

Una scommessa che si vince solo se alla bontà del prodotto viene associato un vero e proprio lavoro volto a dargli la maggiore visibilità possibile, contattando in anticipo i recensori e anche acquistando nelle maggiori librerie gli spazi immediatamente raggiungibili dagli occhi dei clienti: “Altrimenti anche il libro più bello e interessante del mondo rischia di scomparire subito dal circuito che gli permetterebbe di essere notato”. Alla fine sfogliamo insieme il catalogo delle prossime uscite. “I primi quattro titoli del nostro programma di primavera propongono un autore siciliano, Roberto Andò, con il suo Ciros Versteck (Il bambino nascosto), poi Trio di Dacia Maraini, Der Berg del croato Ivica Prtenjaĉa e il thriller Alba Nera di De Cataldo. Come vedi, l’obiettivo della vendibilità s’intreccia sempre con la ricerca della qualità, cerchiamo di praticare questa difficile arte della conciliazione: se si vogliono continuare a vendere i libri non c’è davvero altra strada”.

ff – 11 marzo 2021

Ein Jahr danach

Foto di Azzurra Primavera

Vor genau einem Jahr, es war der 11. März, verkündete der damalige Ministerpräsident Giuseppe Conte den ersten Lockdown, die uns für mehrere Wochen am Stück einschließen sollte: “Wir bleiben heute getrennt, um uns wärmer zu umarmen, um morgen schneller zu laufen. Alle zusammen werden wir es schaffen.” Wir müssen auf diese Begriffe achten – Abstand, heute, Umarmungen, Laufen, morgen, Gemeinschaft, es schaffen – und uns fragen, was sich wirklich verändert hat. Der Abstand, der uns trennte, hat sich verkleinert, aber auf unregelmäßige Weise; der heutige Tag hat sich über alle Maßen ausgedehnt, es ist zu einer Frage geworden, wer weiß, wie lange noch; die Umarmungen sind mit Misstrauen behaftet; das Laufen ist durch wiederholtes Stolpern unterbrochen; der morgige Tag ist der von Lorenzo il Magnifico, von dem “es keine Gewissheit gibt”; die Gemeinschaft ist zerrissen; die Fähigkeit, es zu schaffen, ist inzwischen eine Hoffnung, die, wenn sie nicht tot ist, sicherlich in einem Krankenhausbett liegt. Das Einzige, was sich wirklich geändert hat: Statt Conte steht nun mit Mario Draghi, ein Ministerpräsident an der Spitze des Landes, dem ein fast einstimmiges Parlament blind das Vertrauen ausgesprochen hat. Vor einem Jahr habe ich versucht, die Empfindungen und Gefühle einer damals so ungewöhnlichen Situation in einem Buch festzuhalten. Die Tage waren warm, die Straßen leer, die Gedanken, wenn auch tastend, köchelten vor sich hin. Selbst in der Unbequemlichkeit der Umstände glaubte keiner von uns, dass der Einsatz, zu dem wir berufen waren, sehr lange dauern würde. Als dann der Sommer kam und die Abriegelung gelockert wurde, schien es, als könnten wir bald zum “normalen” Leben zurückkehren. Wir haben uns geirrt. Es wurden so viele Fehler gemacht, wir haben sie sicherlich alle gemacht, aber niemand fühlt sich wirklich verantwortlich, und es wurde sowieso wenig gelernt, selbst aus den offensichtlichsten. Wenn ich heute ein weiteres Buch verfassen müsste, wüsste ich nicht, was ich hineinschreiben sollte. Ich würde es sicherlich sehr schwierig finden, mir ein Ende vorzustellen, geschweige denn ein glückliches. Es herrscht eine große Müdigkeit, eine tiefe Desorientierung. Selbst die Worte sind müde, sie kommen nur schwer heraus oder fallen auf dem Grat eines vergesslichen Gedächtnisses auseinander.

ff – 11 marzo 2021

Sulle gambe del viaggiatore leggero

Lo scorso 22 febbraio, come si dice nei casi in cui il rammarico soffia su candeline immaginarie, Alexander Langer avrebbe compiuto 75 anni. Ogni volta che il calendario propone tale ricorrenza – o quella simile, della morte – lo ripensiamo, e scriviamo che ci manca, uno come lui. Certo, era di gran lunga il politico più lungimirante che ha prodotto il Sudtirolo tra gli anni Settanta e i Novanta, e la sua mancanza risulta evidente, soprattutto se compariamo il suo spessore con quello di chi lo attorniava o lo ha succeduto. Il rammarico però ha anche un lato spiacevole, perché tende ad assolverci non solo dall’impossibile emulazione, adombrata dal tributo rituale, ma anche da un impegno molto più concreto in ciò che sarebbe giusto continuare a fare (è l’invito, come noto, del suo biglietto finale) nel solco del suo insegnamento. Nessuno chiede che gli allievi superino i maestri, ma almeno che sappiano interpretarne in modo autonomo e innovativo la lezione.

Ai giovani, che di Langer hanno sentito a malapena parlare, si potrebbe ricordare il succinto catalogo da lui steso nel 1990 in un appunto rispondente alla domanda: da dove prendi le energie per “fare” ancora? Vengono citate le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e l’America latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia. Alcune questioni nel frattempo spente, altre ancora brucianti di attualità. Poi, naturalmente, i capitoli inerenti la tutela delle minoranze, gli accorgimenti per smorzare il rinascere sempre possibile dei nazionalismi in un’Europa unita a fatica (l’impegno finale di Langer nel contesto delle guerre nella ex-Jugoslavia) e sempre di nuovo il suo amato Sudtirolo, diventato il nostro, così cambiato seppur riconoscibile nell’impostazione istituzionale risalente al secondo Statuto d’autonomia. Una volta deppennato il catalogo, resta la domanda. E noi? Da dove le prenderemo le energie per “fare” ancora?

Se, come detto, rimanessimo orientati sul lato celebrativo, mossi soltanto dal ritmo imperturbabile del calendario, le energie non sarebbero molte. E non sarà solo il trascorrere pigro del tempo che comunque passa a trarci d’impaccio. Si veda ad esempio il tema del Censimento etnico, del quale (ancora potenza del calendario!) ricorre proprio quest’anno il quarantesimo anniversario. Anche qui molte cose sono cambiate nell’apparente fissità dell’impostazione. Nel 1981 la dichiarazione era obbligatoria e possibile solo per i tre gruppi statutariamente previsti. Nel 1991, in pendenza di un ricorso alla Corte costituzionale, è stata introdotta la possibilità di dichiararsi “altro”, per quanto poi aggregato a uno dei tre gruppi. Ma questo almeno ha risolto, sul piano formale, il problema delle liste chiuse, che sono illegittime in base agli standard internazionali. Nel 2005 (pendente una possibile procedura di infrazione europea) la dichiarazione è stata sganciata dal Censimento ed è stata introdotta la possibilità di modificarla in ogni momento, con effetto però dopo 18 mesi, in modo da evitare le cosiddette dichiarazioni di comodo. Dal 2015 (sempre per il rischio di una procedura di infrazione) è prevista la possibilità di rendere la dichiarazione da parte dei cittadini UE e parificati (soggiornanti di lungo periodo) e in questo modo è risolto uno dei nodi maggiori, oltre a aver reso la dichiarazione un fatto formale (perché il kosovaro si può dichiarare ladino). Restano sul tappeto alcune questioni tecniche, e ovviamente la domanda politica di fondo: ha ancora senso un sistema di accertamento ufficiale della consistenza di gruppi percorsi da mutazioni e variazioni che, di quel sistema, riconoscono ormai quasi solo gli effetti senza badare troppo alla sua legittimità?

Intanto, il nome di Langer fiorisce in bocche sulle quali fino a qualche anno o addirittura mese fa sarebbe apparso come bestemmia. “Se fosse riuscito a continuare la sua battaglia – ha scritto su Facebook il parlamentare leghista Filippo Maturi – oggi vivremmo in un Alto Adige diverso: con meno contrapposizioni etniche, nel rispetto delle identità senza prevaricazioni. Un Alto Adige più green, forse senza bisogno di transizione ecologica, con maggiore rispetto per la biodiversità agricola e faunistica”. Langer però non è un supermercato di idee tra le quali si può scegliere secondo i propri pregiudizi, tralasciandone altre. E non è neppure solo una targa da apporre ufficialmente (c’è finalmente la notizia: è iniziato l’iter necessario) su un ponte che comunque già portava il suo nome. Le gambe del viaggiatore leggero devono diventare le nostre, senza paura di irrobustircele su sentieri imprevisti, che purtroppo a lui rimasero sconosciuti.

Corriere dell’Alto Adige, 24 febbraio 2021

Scuola, il tempo propizio

Partiamo dai fatti, che molto spesso sono fatti anche di parole, e proviamo a commentare la presunta dichiarazione di Mario Draghi sull’eventuale allungamento dell’anno scolastico fino alla fine di giugno.

Intanto, chi era presente all’incontro con l’ex presidente della BCE, come per esempio il deputato del gruppo Misto Alessandro Fusacchia, ha cercato di circoscrivere il senso di quell’affermazione. In un’intervista rilasciata al sito Orizzontescuola.it, il parlamentare ha detto: «Draghi ha parlato delle difficoltà affrontate dagli studenti a causa della pandemia, sotto il profilo sia degli apprendimenti sia del disagio psicologico, e della necessità di intervenire in proposito. Ha fatto un cenno ai prossimi mesi e si è speso soprattutto sull’inizio del prossimo anno scolastico. Sul calendario ha fatto solo una veloce menzione, senza entrare in alcun dettaglio, e noi sappiamo che quell’espressione, senza ulteriori specificazioni, può voler dire tante cose diverse». Una veloce menzione, insomma, che però ha generato un prevedibile subbuglio.

Provando a ragionare, occorre dunque distinguere chirurgicamente l’uscita di Draghi dall’opinione di quanti, presala subito per buona, non hanno esitato ad applaudire rilanciandola come progetto da acquisire senza troppi indugi. Tra questi, il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher, che ha dichiarato (stavolta ci sono le registrazioni): «Perché no? Sarebbe come rompere un tabù». Ma di quale tabù si tratta, e perché sarebbe così auspicabile romperlo? Il tabù, a quanto pare, riguarda essenzialmente l’idea di mantenere confinata la frequenza dell’anno scolastico — da parte degli studenti, beninteso, visto che gli insegnanti lavorano tutti già almeno fino alla fine del mese, e non pochi anche oltre — entro la metà di giugno. Rompere il tabù significherebbe arrivare, appunto, perlomeno a luglio (e poi — perché no? — in prospettiva anche ad agosto). Ma su che base questa visione arrecherebbe un vantaggio agli studenti? Occorre risalire alla prima motivazione disponibile, provando però anche a capire se ce n’è una nascosta.

La motivazione disponibile è questa: dato che l’anno scolastico che avremo alle spalle (e in parte anche quello precedente) è stato reso difficoltoso da una diminuita opportunità di fare lezioni in presenza, si ritiene che il ricorso alla didattica a distanza sia stato «tempo sprecato» e quindi occorra «recuperarlo» in chiave eminentemente quantitativa (cioè aggiungendo dei giorni). Vengono subito in mente parecchie obiezioni.

Ne cito due. Per prima cosa la didattica a distanza non è stata «tempo sprecato», ma l’unico modo di affrontare le enormi difficoltà dovute alla chiusura degli spazi pubblici, una chiusura che è stata imposta (anche al mondo della scuola) da una politica a dir poco non impeccabile nella gestione della pandemia. Inoltre, è la seconda obiezione, il carico di lavoro alternativo che studenti, insegnanti (e anche famiglie) hanno dovuto affrontare mediante tale ricorso alla didattica a distanza — anche nella forma a singhiozzo che ha caratterizzato gran parte dell’offerta che le scuole sono riuscite, nonostante tutto, a proporre — non è stato minore di quello che avremmo avuto potendo usufruire della sola didattica in presenza. Anzi. Aggiungere un’altra quindicina di giorni in presenza (posto poi che ci si riesca, visto che qui si viaggia nella più totale incertezza) a cosa servirebbe?

Chiarito il poco convincente argomento fornito dalla motivazione disponibile, arriviamo così a quella occulta. Purtroppo, l’idea che la scuola sia definita solo dal parametro del «tempo» speso tra i banchi tradisce una concezione quantitativa dell’apprendimento che manca completamente il bersaglio, non riuscendo cioè a rendere perspicuo che è soprattutto in base a una complessa miscela di elementi qualitativi che noi riusciamo davvero ad apprendere (a scuola, ma non solo a scuola). Chi ha passato diverso tempo operando nella didattica sa benissimo che, talvolta, aiutano di più dieci minuti fatti nelle condizioni favorevoli che non dieci ore ritenute in astratto la quantità di tempo «necessaria» ad acquisire le «competenze» previste. Insomma, passare più tempo a scuola non offre, di per sé, alcuna garanzia. Occorrerebbe piuttosto pensare a come lo si fa.

Per fortuna, all’entusiastica adesione rivelata da Kompatscher rispetto alla presunta dichiarazione di Draghi ha ribattuto l’assessore alla scuola tedesca Philipp Achammer, il quale — anche in questo caso testuale — ha scritto su Facebook: «Sono scettico. Di sicuro la didattica a distanza non può avere la stessa qualità delle lezioni in presenza, ma mi risulta poco chiaro che cosa si vorrebbe ottenere aumentando il calendario scolastico di due settimane». Se vogliamo davvero parlare di tempo scolastico, lo suggeriva in un illuminante intervento Antonio Vigilante sul sito «Gli Stati Generali», occorre lasciare per il momento da parte il chronos, vale a dire il tempo cronologico, e recuperare il senso del kairos, il tempo propizio, nel quale cose nuove possono accadere e anche gli antichi tabù (pensiamo a quello, davvero ostinato, delle scuole divise, qui in Alto Adige) potrebbero cominciare a sgretolarsi.

Corriere dell’Alto Adige, 14 febbraio 2021

La delicatezza dell’arabo

Claudia Raudha Tröbinger si dichiara “artista visiva iconoparca”, il cui materiale preferito sono le parole. Nel suo ultimo libro, edito da Raetia, ha illustrato la sua inclinazione per la lingua e la cultura araba sviluppatasi anche in seguito ad un prolungato soggiorno all’estero.

Dalle sue note biografiche si ricava che ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. L’interesse per il mondo arabo, invece, come è nato?

Il mio primo incontro con lo “spazio linguistico arabo” – preferisco usare questa espressione rispetto a “mondo arabo” – l’ho avuto da bambina grazie a un libro di Karl May. Lì ho conosciuto questi uomini con le loro tende e i loro cavalli pregiati ai quali leggevano (o forse recitavano) delle sure del Corano. Io amavo sia i cavalli che i libri e la combinazione fra i due toccò delle corde molto profonde dentro di me. In seguito ho anche conosciuto persone di questi posti, sul lavoro e nella vita privata, e a un certo punto ho anche visto per la prima volta esempi di calligrafia araba, ma non ricordo esattamente quando.

E la possibilità di apprendere la lingua quando si è concretizzata?

Durante i miei studi all’Accademia realizzai un video cercando di coinvolgere Adel, un ragazzo tunisino, e da allora, eravamo alla fine degli anni Novanta, ho cominciato a presentare i miei lavori espressivi in due lingue: italiano e arabo. Dopo aver conseguito il diploma, trovandomi a disposizione una grande somma di denaro, ho deciso di investire il mio tempo nell’apprendimento di questa lingua notoriamente difficile, e sono partita per Beirut.

Quanto tempo ha passato a Beirut?

Tre mesi, nei quali oltre a godere di una vita sociale molto intensa e studiare con due insegnanti privati diversi ho anche iniziato a stendere la biografia delle donne della mia famiglia, una specie di autoterapia. Scrivevo prevalentemente sui banconi dei bar e la gente mi diceva: Enti thayyeba (sei in gamba). Però i miei progressi erano limitati. La maggior parte delle persone mi parlava in inglese. Allora decisi di cambiare e mi recai in Siria, ad Aleppo. Era il 2005, allora in quel paese non c’erano grandi tensioni.

Che tipo di vita faceva ad Aleppo?

Vivevo in un hotel frequentato da soli arabi in un quartiere centrale vicino al vecchissimo e splendido suq. Frequentavo l’università, andavo in piscina e ovviamente studiavo. Siccome il tempo rimanente era poco, interruppi il lavoro alla mia biografia e iniziai invece a occuparmi di un altro testo, una lettera, che poi si sarebbe sviluppata in un libro.

E poi c’è stata la scoperta della Tunisia.

Sì, a Tunisi non ho vissuto presso una famiglia bensì in un mabit, uno studentato, e quindi in un appartamento mio. Nel secondo anno ho cercato di inserirmi nel mondo del lavoro, anche per apprendere meglio la lingua. Oltre a ciò ho avuto l’opportunità di frequentare degli ottimi corsi di calligrafia araba. Mi dedicavo alla stesura di tre testi diversi e preparavo una mostra personale dal titolo: “Chi sono io come artista e perché studio l’arabo”. Stavo anche per sposarmi con un giovane del posto, ma poi le cose sono andate diversamente da come avrei – e penso avremmo – voluto.

Perché studio l’arabo” è la sua terza pubblicazione bilingue (italiano/arabo). Esiste una linea di ricerca precisa in questo suo approfondimento?

Una linea di ricerca precisa non direi. Mi nutro di letteratura araba contemporanea. L’anno scorso, per esempio, mi sono dedicata ad alcuni libri palestinesi o a opere sulla storia palestinese. Colgo l’occasione per raccomandare autori come Ghassan Kanafani, Elias Khoury e Mazen Maarouf.

Il libro ha una struttura grafica molto peculiare ed è strutturato in tre sezioni: una prima parte di “ringraziamenti”, una seconda in cui cita numerosi proverbi e, infine, una sezione in cui spiega, per l’appunto, perché si sta dedicando all’apprendimento della lingua. Qual è il motivo di questa scelta?

Veramente tutto è nato come parte della mostra menzionata prima e all’inizio non doveva essere un libro, ma un murales pieno di risposte alla domanda sul perché io studio l’arabo. Poi per vari motivi questo progetto non è andato in porto. Venendo dall’Accademia di Belle Arti ho un approccio molto libero rispetto alla scrittura, ho fabbricato vari libri d’artista. Il mio ultimo lavoro è stato definito “arte verbale” e non mi dispiace.

A un certo punto, nella sezione delle spiegazioni, cita il filosofo L. Wittgenstein (“I limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo”). In quale direzione pensa che lo studio dell’arabo abbia contribuito ad allargare i limiti del suo mondo?

Bella domanda. Ho imparato una lingua extraeuropea, extracomunitaria se vogliamo. È sicuramente verso sud/sud-est che il mio orizzonte culturale vede un allargamento. Potrei però rispondere anche con una frase del mio libro: “Perché gli arabi sanno cos’è la delicatezza”.

Se pensiamo però agli episodi di estremismo islamico che si sono succeduti negli ultimi anni, anche qui in Occidente, la delicatezza non è la prima cosa che verrebbe in mente parlando di quella cultura. In che modo è possibile contrastare questo pregiudizio?

Trovo triste che parlando dell’amore per una lingua, come faccio io, mi si confronti con una domanda del genere. Quindi rispondo chiedendo a mia volta: se avessi scritto un libro sul fascino di studiare l’inglese americano, lei mi avrebbe forse ricordato Hiroshima e Nagasaki?

Allora ritiro la domanda, o meglio: la trasformo. In base alla sua esperienza e alle sue frequentazioni dei paesi e delle persone di lingua araba, può dirci quali sono i pregiudizi prevalenti che riguardano il mondo occidentale in generale e in particolare l’Italia?

Qui si pensa spesso che da parte dei musulmani veniamo percepiti come “miscredenti”, e può darsi che ciò capiti. Ma alla luce della mia esperienza mi è capitato di sentirci definire come ahl al-kitab (gente del libro), cioè appartenenti a una religione che, come quella musulmana e quella ebraica, si basa su un testo sacro. Pregiudizi invece che riguardano l’Italia li ho sentiti in Tunisia, dove pensano che da noi ci siano tante donne bionde e la verdura sia più buona della loro.

A proposito di donne, nel libro lei scrive: “(Imparo l’arabo perché) in un paese dove la maggioranza delle donne si veste alla musulmana, e indossa quindi vestiti che tendono a non evidenziare, ma al contrario a celare il corpo, malattie psicosomatiche come l’anoressia e la bulimia potrebbero essere meno diffuse rispetto all’Occidente…”. Non ritiene che, a parte questi vantaggi, il ruolo della donna sia là fortemente subordinato rispetto a quello dell’uomo, erigendo quindi un ostacolo insormontabile al dialogo tra le culture?

No, non lo penso. Prima di tutto non esiste un unico “là”. Esistono tanti stati diversi, ognuno con la propria costituzione e le proprie stratificazioni sociali. E poi ci sono gli individui, che sono tutti diversi fra loro. Sulla cosiddetta condizione della donna, mi permetto inoltre di suggerire uno spunto di riflessione: di quale donna stiamo parlando? Parliamo della donna giovane, della donna matura o della donna anziana? Quest’ultima in Tunisia, in Siria, in Libano difficilmente finirebbe i suoi giorni in un ospizio, mentre da noi è quasi diventata la normalità.

Adesso risiede nuovamente in Sudtirolo. In che modo continua a praticare la lingua araba e a mantenere i contatti con quella cultura (a parte scrivendo dei libri)?

È dall’inverno 2014 che non metto piede in Tunisia. Ovviamente così non è facilissimo continuare a praticare questa lingua. Ho iniziato a leggere libri in lingua originale, faccio molta fatica ma non demordo. Ho poi instaurato uno scambio linguistico con due donne siriane, una studia l’italiano e l’altra il tedesco. In cambio del mio aiuto loro mi danno la possibilità di parlare l’arabo con regolarità. E poi ci sono le varie amiche, c’è Facebook, ci sono le chat.

ff – 11 febbraio 2021

Via Castel Roncolo 22

Le cose cambiano. Anche quando non sembra, quando tutto appare immobile e in pace, come in una giornata di sole. Anche quando sembra che tutto permanga, le cose dentro di noi e intorno a noi si stanno sgretolando e ricomponendo in nuove figure. La prima volta che ho percorso via Castel Roncolo dev’essere stato almeno dieci anni fa. Forse qualcosa in più. Avevamo parcheggiato la macchina in via Weggenstein, oltre il bivio con via Sant’Osvaldo, e poi eravamo discesi a piedi verso il centro, passando, appunto, per via Castel Roncolo. Era quasi sera. Una sera profumata. Il posto mi parve bellissimo. Pensai: è una delle vie più belle di Bolzano. Camminando verso Marienplatz bisogna tenere la sinistra, ed è proprio sulla sinistra che si trovano le ville più belle. Ne conoscevo solo una, per sentito dire. Era la villa al civico 18, la cosiddetta villa di Magnago. La villa di Magnago ha un gusto un po’ francese, anche se questo gusto non si addice al personaggio. Per buttare un occhio su queste ville bisogna spingere lo sguardo oltre le recinzioni, oltre le siepi che proteggono i giardini, infilarlo tra le fessure strette dei cancelli. Passeggiare in una via così, comunque, consente che nell’animo si riverberi un po’ dell’atmosfera del luogo. Ci si immagina di essere invitati a un ricevimento. Si può anche sognare di abitarci, prima o poi. Io mi sono trasferito a Bolzano otto anni fa. Non ho cercato a lungo. In pratica il primo appartamento che ho visto l’ho preso. Era in via Castel Roncolo, al civico 22. In uno dei tantissimi servizi sul fatto di cronaca che adesso l’ha reso famoso, ho sentito: “Chi vive qui può considerarsi arrivato”. Non mi sono mai considerato arrivato. Chiunque lo faccia, penso, non capisce che le cose mutano sempre, e quindi in realtà non si arriva mai da nessuna parte. E comunque poi a un certo punto tutto può crollarti addosso. Accade ovunque. È la vita che ci schiaffeggia così.

La colonnina – ff – 11 febbraio 2021

Lo sguardo della giraffa

È possibile parlare dell’Alto Adige/Südtirol senza ricorrere allo stereotipo di una terra difficile e complessa perché ancora imprigionata nelle controversie etno-nazionaliste del Novecento? Ci ha provato il giornalista bolognese Massimiliano Boschi, con un reportage focalizzato sui temi del turismo e dell’immigrazione.

All’inizio del suo nuovo libro, La montagna disincantata. L’Alto Adige/Südtirol tra mito e presente (Edizioni alphabeta Verlag, pagine 183, euro 14), Massimiliano Boschi racconta una storia curiosa, protagonista una giraffa fuggita da un circo, che apparentemente non ha nulla a che vedere con gli argomenti trattati in seguito. In realtà, è possibile prendere spunto proprio da qui, cioè utilizzando l’animale esotico alla stregua di una metafora, per sintetizzare in modo perfetto il contenuto del volume e la sua visione innovativa. Scrive Boschi: «Era la mattina del 21 settembre 2012 quando ho lasciato definitivamente Imola per trasferirmi a Bolzano. Le prospettive non erano straordinarie, ma sufficienti ad abbandonare la cittadina romagnola insieme a tutta la famiglia. Se è vero che in ogni passaggio importante della propria esistenza si cercano ovunque segnali di buon auspicio, io non mi sono dovuto sforzare molto. Il segnale era alto oltre quattro metri e aveva gettato nello scompiglio l’intero quartiere in cui abitavo». «Ai tempi – prosegue l’autore dopo aver raccontato la storiella della giraffa, e con ciò l’inizio della sua emigrazione in provincia di Bolzano – non sapevo che sarebbe stata la migliore decisione della mia vita».

Sfogliando le pagine de La montagna disincantata – un reportage, quasi una flânerie da Nord a Sud e da Est a Ovest che tocca città e vallate seguendo il filo conduttore di tue temi prevalenti: il turismo e l’immigrazione – occorre tenere conto in primo luogo di questo felice rilievo, perché in effetti la comparazione (spesso implicita, ma talvolta dichiarata) tra il mondo esterno all’Alto Adige/ Südtirol e le opportunità di realizzazione individuale che qui si danno rompe col tono lamentoso al quale siamo abituati. Tono derivante dalla percezione di alcuni notissimi problemi endemici che sudtirolesi e altoatesini non finiscono di denunciare e di rinfacciarsi, e lascia spazio a valutazioni depurate da qualsiasi traccia di risentimento. «Se ci limitiamo alla politica e allo schema istituzionale – leggiamo a un certo punto con sollievo – è difficile negare l’importanza della questione etnica, ma in queste pagine si vuole raccontare ciò che nelle stanze del potere non si vuole vedere, perché la realtà è molto più articolata e affrontarla nella sua complessità rischia di far perdere consenso». Per dirlo con le parole di Francesco Palermo (docente universitario, costituzionalista e politico, ndr), che firma la prefazione, che cosa potrebbe accadere se smettessimo di filtrare la realtà mediante la logica del «Re Mida etnico», riacquistando piuttosto una freschezza di sguardo che evita di ricadere in formule prescrittive?

Che cosa accade, insomma, al di fuori delle stanze del potere? Accade, per esempio, che il responsabile del Centro Giovani del Brennero si chiami Saad Khan, sia cioè un pachistano aggregatosi al gruppo linguistico italiano che lavora per un’istituzione finanziata dalla Ripartizione Cultura tedesca; accade che a Fortezza, dove domina una costruzione eretta «in nome di un nemico che non giunse mai», ci siano due scuole elementari, una di lingua italiana e una di lingua tedesca, ma sia nella prima che nella seconda la stragrande maggioranza di chi la frequenta abbia un’origine straniera; oppure accade che nel centro di Bolzano sempre più cartelli siano scritti in inglese, cioè in una lingua che – e sono parole di chi si occupa di comunicazione alla Confesercenti, non di un pericoloso rivoluzionario post-etnico – permette di risolvere il dubbio di scegliere quale idioma istituzionale utilizzare, se uno dei due o entrambi, tagliando così la testa al toro. Gli esempi fatti da Boschi nel libro sono tantissimi, e servono tutti a rendere inequivocabile il messaggio: anche se gli aspetti tradizionali pesano, anche se l’universo mentale di molte persone sembra apparentemente ancora prigioniero di quei confini, attorno a noi si colgono mutamenti che perciò avrebbero bisogno di una declinazione nuova, di una progettualità più orientata al futuro. Non dovrebbe esserci più neppure bisogno dello sguardo sopraelevato di una giraffa fuggita da un circo, per accorgersene.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 7 febbraio 2021 (Apparso con il titolo “Montagna disincantata”)

Curare la città insieme

Una città non deve essere curata solo quando è già malata, ma occorre prendersene cura prima che determinate patologie sociali (e quindi anche individuali) ne compromettano seriamente lo stato di salute. Ad ammalarsi, peraltro, non sono solo i grandi centri, i giganteschi agglomerati urbani che chiamiamo metropoli. Anche i nostri comuni, quelli in cui viviamo spesso in una condizione di isolamento, ognuno rinserrato al di qua della trincea del proprio appartamento, sono esposti al rischio.

A questo proposito è sorta a Bolzano una lodevole iniziativa che ha proprio nel concetto di «cura» il suo fulcro. Si chiama «Transforming the City by Care» e l’idea ha diversi soggetti ispiratori: in primo luogo un Master in EcoSocial Design della Lub, quindi la cooperativa sociale Officine Vispa, e infine l’ufficio famiglia, donna, gioventù e promozione sociale del Comune di Bolzano. Sullo sfondo la riflessione che riguarda i «beni comuni», vale a dire quelle risorse utilizzate da più individui (sia sul piano materiale che su quello immateriale) indispensabili alla sopravvivenza e all’edificazione di una comunità in cui riconoscersi e arricchirsi reciprocamente. Non è un caso che la prima scena di questo esperimento si collochi nel quartiere periferico di Don Bosco, al quale potrebbe essere collegata una suggestione già operante in un altro contesto territoriale, ancorché con un’accezione là mirata esplicitamente alla prevenzione sanitaria. Stiamo parlando delle microaree triestine, raccontate da un libro intitolato proprio «La città che cura» (edizioni alphabeta Verlag).

Dovessimo indicare con un facile esempio quali vantaggi potrebbero palesarsi mediante una progettazione del genere basti pensare alla soddisfazione di un’esigenza che sopraggiunge assieme alla domanda: «E ora a chi potrei rivolgermi?». Sto cucinando, mi manca il sale, magari avrò solo bisogno di suonare all’appartamento vicino al mio. Esistono però bisogni che nascono proprio da contatti più estesi, e che per potersi manifestare (per poter essere soddisfatti) devono poggiare su una conoscenza più estesa dell’ambiente in cui ci muoviamo. Immaginiamoci che più persone vogliano organizzare un teatro di marionette per dei bambini, o anche una semplice visione di una partita di calcio unita al consumo di bibite che ognuno può portare da casa, mettendole a disposizione degli altri. Un luogo che sappia suscitare attività di questo tipo già comincia ad assumere una forma più invitante.

Ha scritto Soketu Metha: «È assolutamente necessario che gli urbanisti mettano piede fuori dalle università e prendano posizione nella sfera pubblica, per spiegare agli abitanti di Bombay che il traffico non si combatte costruendo un nuovo gigantesco viadotto, perché servirà solo a condurli più rapidamente all’ingorgo successivo» (Suketu Metha, La vita segreta delle città, Einaudi). Mutatis mutandis, era decisamente l’ora che urbanisti e progettisti uscissero dai loro seminari orientati a un sapere esoterico e tecnico per incontrare chi abita realmente i nostri spazi, e rendere chiaro che, poniamo, non sono le telecamere o i dispositivi di controllo e repressione a garantire la sicurezza alla quale tutti agognano, bensì un tessuto di relazioni orientate allo scambio e alla condivisione di esperienze umanamente gratificanti.

Corriere dell’Alto Adige, 28 gennaio 2021

Che cosa ci manca di Agitu

Nel suo ultimo libro – dedicato alla “Follia di Hölderlin” – il filosofo Giorgio Agamben ha scritto che “il tenore di verità di una vita non può essere definito in parole, ma deve in qualche modo restare nascosto”. Questa acquisizione non è ristretta alla vita del poeta tedesco, ma è di ordine metodologico, quindi vale per tutti. Poi Agamben prosegue: “Il tenore di verità di un’esistenza, pur restando informulabile, si manifesta costituendo quella esistenza come «figura», cioè come qualcosa che allude a un significato reale, ma celato. Solo nel punto in cui percepiamo in questo senso una vita come figura, tutti gli episodi in cui sembra consistere si compongono nella loro contingente verosimiglianza – cioè depongono ogni pretesa di poter fornire un accesso alla verità di quella vita”. Ora, qual è la «figura» in cui si può comporre la cronaca della vita (e quindi della morte) di Agitu Ideo Guideta, avendo cura di non accontentarci della sua contingente verosimiglianza e con ciò, conservandone il segreto, alludere al tenore di verità della sua esistenza?

Personalmente non ho mai incontrato Agitu, neppure quando – come è noto – saliva a Bolzano per vendere i suoi prodotti. Me ne sono rammaricato molto, il giorno in cui abbiamo appreso della morte orrenda alla quale è andata incontro. La straordinaria partecipazione alla piccola cerimonia organizzata in suo ricordo, in piazza Walther, ha manifestato, e non solo per chi c’era, tutto il tenore di verità della sua esistenza. Pioveva, le candele sono rimaste accese. Chissà perché a me è tornata in mente la cerimonia d’inaugurazione della scritta di Hannah Arendt in piazza Tribunale. Anche allora pioveva, gli ombrelli aperti, e c’era un grande silenzio. Ma il paragone tra le due donne e tra i due eventi, chiaramente, finisce qui. Il tenore di verità dell’esistenza di Agitu ha così cominciato a prendere forma nella «figura» della sua mancanza. E stabilire cosa ci manca, di lei, potrebbe portarci più vicino a scoprire il segreto che costituisce la sua verità.

Ci sono due cose, tra le tante che sono state dette, a non parlarci di questa verità, pur essendo entrambe assolutamente verosimili. La prima riguarda l’integrazione, mostrando Agitu come un esempio. La seconda, concentrata sul momento che ce l’ha strappata, riguarda il femminicidio. Perché, anche se si tratta di termini verosimili, sentiamo che qui la verità ci sfugge? Agitu non era venuta dall’Etiopia per integrarsi. Era venuta per fare qualcosa di bello e d’importante per sé e per chi le stava vicino. Chi parla d’integrazione mette dunque in evidenza qualcosa di non essenziale, pone l’accento su di noi, che eventualmente l’avremmo accolta per poterle consentire d’integrarsi e quindi, in un certo senso, di assimilarsi. Allo stesso modo, chi parla di femminicidio tende a descrivere Agitu come un caso, l’ennesimo, in cui a una donna capita di essere eliminata per il fatto stesso di appartenere a un genere minacciato, costretto a vivere (e a soccombere) sotto la minaccia dell’elemento maschile. Anche se assolutamente verosimili, ripeto, la verità dell’esistenza di Agitu non può essere resa con questi tratti, perché la sua «figura» ne verrebbe sminuita. Non la sminuiamo più se, al contrario, e a partire dalla sua mancanza, riflettiamo che era proprio nella libertà di fare ciò che le piaceva fare, e che sapeva fare così bene al di là dei cliché di donna minacciata e di immigrata perfettamente integrata, era insomma in questa irriducibile libertà il segreto della sua esistenza, della sua verità, e anche il motivo che ne fa apparire la «figura» nella giusta collocazione.

Alla fine, non possiamo dire che cosa ci manca di Agitu senza poter rinunciare a dire che la cosa che più ci manca è Agitu stessa – quindi non un cosa, ma un chi –, proprio questo chi che resta nascosto, che non può essere definito a parole. Attraverso la memoria, mediante le iniziative pubbliche che verranno organizzate per ricordare Agitu, affinché venga continuato il lavoro da lei intrapreso, il suo “chi”, la sua «figura» acquisterà più contorno, dando a noi rimasti la sensazione di averla ancora tra noi, di non averla perduta per sempre.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige – 16 gennaio 2021