Risveglio tra sogno e realtà

Renzo Caramaschi e Roberto Zanin, foto Ansa

Al fine di commentare l’inatteso exploit che ha visto protagonista il sindaco di Bolzano uscente Renzo Caramaschi, può essere utile partire da una osservazione resa a caldo da Angelo Gennaccaro che con la sua lista «Io sto con Bolzano» è diventato uno dei protagonisti di rilievo del paesaggio politico appena uscito dalle urne: «La città si è risvegliata non così populista come credevamo fosse diventata». In questa frase è forse contenuta la chiave di lettura che spiega sia la resistenza dimostrata dal «vecchio» borgomastro e dalla sua coalizione agli assalti dei «nuovi» pretendenti, sia quella che potrebbe schiudere alla decifrazione del campo di forze più influenti prima e dopo l’imminente ballottaggio. Dunque, quando Gennaccaro parla di «risveglio» significa evidentemente che per un certo periodo abbiamo tutti dato credito a un qual certo onirismo, e la parola «populismo» contiene la materia della quale erano impastati i sogni adesso disciolti al cospetto del voto. A questo punto, però, occorre fermarsi e definire nel modo più stringente l’accezione di «populismo», visto che si tratta di un concetto talmente ripetuto da risultare usurato, quindi anche molto sfuggente.

La definizione che propongo è questa: «Populismo» significa comporre un catalogo di azioni e interventi ritagliati sui desideri semplificati di un popolo al quale difetterebbe per principio la voglia di accettare una versione complessa della realtà. Il tema della «sicurezza», ad esempio, si presta perfettamente a illustrarne gli effetti. Qual è stata la descrizione di Bolzano che i «populisti» hanno scelto di rimarcare in campagna elettorale? Bolzano, affermavano, sarebbe un luogo in cui ormai non si può più circolare liberamente, un territorio preda di una microdelinquenza ostinata, estirpabile soltanto se il sindaco ricorresse a metodi repressivi in aggiunta a quelli già utilizzati dalle forze dell’ordine.

Rispetto a una simile narrazione, Caramaschi ha invece sempre opposto l’illustrazione di quanto egli ha fatto e poteva fare all’interno del perimetro dei poteri entro i quali era costretto a riferirsi nel rispetto della sua funzione. Da un lato il sogno, appunto, dall’altro la realtà. E alla fine non è improbabile che molti cittadini abbiano capito che si governa solo rimanendo nei confini della seconda. Sempre insistendo sul concetto di «populismo», è possibile individuare però ancora un altro termine che, in sostituzione del «sogno», si oppone a quello di «realtà». Si tratta del concetto di «virtuale».

La Bolzano immaginata da Zanin, e soprattutto dagli esponenti dei partiti che lo sostengono, ha esposto sovente il profilo contraddittorio di un’entità in grado di irridere ogni tipo di contraddizione: una città, dunque, in cui i cantieri aperti non avrebbero causato alcun problema ai residenti; in cui la viabilità sarebbe migliorata senza vietare il passaggio delle auto; in cui l’aumento auspicato di dotazione finanziaria da gestire in loco avrebbe potuto all’occorrenza essere prodotto senza l’intralcio di una assidua concertazione con la Provincia; e in cui una Svp completamente dimentica del proprio mondo di valori potrebbe persino accettare di governare assieme a qualche esponente del nazionalismo italiano. Una teoria di possibilità virtuali, appunto, che fa a pugni con la realtà. Di contro, Caramaschi ha ancora una volta esibito dei semplici dati, indicando che l’accrescimento di certe dotazioni non poteva prescindere da un minuto lavoro di riconoscimento e di paziente limatura delle contraddizioni esistenti. «Bolzano deve tornare a essere capoluogo», affermavano così i primi, ipotizzando che la formula potesse di per sé risolvere tutto; «Bolzano è già capoluogo, ma i suoi problemi non possono essere risolti senza prendere nota delle difficoltà inerenti un’amministrazione e una storia complessa», ha ribattuto il sindaco.

Compreso in questi termini, il confronto tra Caramaschi e Zanin è dunque quello tra la dimensione del sogno e della virtualità da un lato e quella del realismo dall’altro. Tra meno di due settimane vedremo se i bolzanini decideranno di tornare a riavvolgersi nelle morbide coperte di cui è fatta la prima, oppure se decideranno di proseguire la fase del più ruvido «risveglio» annunciata dal voto del 20 e 21 settembre.

Corriere dell’Alto Adige, 24 settembre 2020

Il Monumento abbandonato

Quasi tutti i monumenti sono invisibili e le rare eccezioni, nonostante la loro centralità, possono diventarlo, cadendo in preda al “degrado”. Il caso del Monumento alla Vittoria di Bolzano.

Nessuno può negare che lo scrittore austriaco Robert Musil sia stato capace di elaborare riflessioni e osservazioni di grande originalità su qualsiasi tema egli abbia affrontato. Eppure, esiste un suo piccolo scritto, intitolato “Monumenti” e contenuto nella raccolta “Pagine postume pubblicate in vita”, che potrebbe lasciare perplessi alla luce della recente levata di scudi contro certi manufatti celebrativi che affollano piazze e giardini delle nostre città. Riporto solo l’incipit del testo, visto che contiene già la tesi principale: “Fra le particolarità che possono vantare i monumenti (ad esempio in tedesco non si sa mai se al plurale si deve dire Denkmale o Denkmäler) ve ne sono ancora molte altre. La più importante è alquanto contraddittoria: la cosa più strana nei monumenti è che non si notano affatto”.

Certo, Musil qui si riferisce soprattutto a statue di dimensioni non particolarmente eclatanti, anche se include “manufatti di grandezza maggiore del naturale”. Ma l’analisi sembra estendersi fino ad assumere una valenza generale. “Tutto quello che dura – scrive – perde la forza di colpire. Tutto quello che forma le pareti della nostra vita, per così dire, le quinte della nostra consapevolezza, perde la capacità di recitare una parte in questa coscienza”. Da qui lo scatto del pensiero che scorge in qualsiasi gesto celebrativo pietrificato una perfidia, piuttosto che un omaggio, rivolta al personaggio o all’evento monumentalizzato. Visto che in vita non possiamo fare loro più del male, ecco la conclusione di Musil, noi buttiamo questi personaggi “con un bell’epitaffio al collo nel grande oceano della dimenticanza”. Nonostante Musil abbia sostanzialmente ragione, esistono tuttavia eccezioni alla regola. L’esperienza infatti ci insegna che in almeno determinate occasioni, in certe circostanze, alcune di quelle pietre inerti non se ne stanno lì mute, ignorate da tutti, consegnate al loro ruolo di invisibile relitto di una magniloquenza spenta proprio nel momento in cui è stata accesa. A Bolzano lo sappiamo bene. Al centro della città, da quasi cento anni, si erge infatti l’arco piacentiniano che rappresenta anche la traccia mnestica più visibile del grande “scandalo” (s’intenda la parola in senso etimologico: skàndalon, dal greco, significa “ostacolo”, “inciampo”) dell’annessione.

Non sarebbe azzardato affermare che basterebbe davvero solo una visita al Monumento della Vittoria – soppesandone i significati espliciti, nonché la scia d’interminabili polemiche relative alla sua sussistenza – per ricapitolare la rocambolesca avventura del Sudtirolo italianizzato, avventura (almeno a proposito del Monumento) formalmente conclusasi sei anni fa con l’inaugurazione del percorso espositivo ipogeo realizzato per impulso dell’Archivio Storico della Città di Bolzano. Tutt’altro che muto e inerte, quindi, questo documento, e ricondotto invece opportunamente al colloquio esplicativo che è il presupposto di qualsiasi reale comprensione degli accadimenti storici trascorsi e tuttora influenti. Esiste tuttavia il rischio che anche il migliore colloquio possibile, una volta impostato, si perda e smarrisca la sua funzione se chi avrebbe il compito di salvaguardarlo e sostenerlo non reagisce tempestivamente ai colpi che il semplice passare del tempo e altre manifestazioni ugualmente dannose inferiscono a qualsiasi opera umana. Si consideri infatti la situazione recente e attuale. La mattina del 4 maggio del 2019, prima che aprisse il consueto mercato tradizionale, una lastra collocata nella parte superiore dell’edificio si staccò per poi sgretolarsi al contatto con il suolo. Da allora, il Polo museale del Veneto (da cui dipende il Monumento), la Ripartizione Cultura e la Protezione Civile del Comune di Bolzano hanno deciso di non permettere più l’accesso al sito per ragioni di oggettivo pericolo. Da più di un anno, quindi, una grande impalcatura nasconde un lato del Monumento, alludendo a dei lavori di restauro che però non sono ancora né cominciati né programmati (o comunque, posto che esistano, tali programmi non sono stati annunciati). Del resto, non è andata meglio neppure al percorso espositivo ipogeo, non interessato direttamente dal crollo. Le misure attuate per contenere la pandemia che ha bloccato istituzioni analoghe ne hanno parimenti causato, da marzo, la chiusura, e finora non si conosce una data (anche ipotetica o approssimativa) per il ripristino della sua attività.

Stranamente (ma questa è una buona notizia), la condizione di abbandono in cui si trova il Monumento alla Vittoria non è stata posta al centro della campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative. In questo caso, tutto sommato, bisognerebbe così tornare a dare ragione a Musil. Nessuno, se non sollecitato da polemiche ad hoc, tende ad accorgersi dei monumenti, che dunque possono rimanere a lungo avvolti da impalcature anch’esse, alla fine, ignorate da tutti. Intanto escrescenze di lenta e vegetale incuria insidiano la scalinata sovrastata dalla celebre scritta che avrebbe voluto illuderci di essere nel luogo dal quale “educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti”. Sorridiamone, leopardianamente. Ma dopo averlo fatto, chiediamo: Bolzano può permettersi che il tanto citato “degrado”, in questo caso non legato a fattori “importati”, troneggi indisturbato proprio al centro del suo tessuto urbano e storico?

Un rientro incerto e separato

Che anno scolastico sarà quello che sta per riaprirsi? Nonostante sul vasto mercato delle opinioni s’incontrino prevalentemente articoli improntati alla speranza, non apparirà eccessivamente prudente attenersi all’unica certezza che abbiamo, vale a dire l’assoluta mancanza di certezze. Ma non è solo l’imperscrutabile andamento della curva epidemiologica ad alimentare i dubbi maggiori. All’incidenza di tale variabile devono essere infatti aggiunti gli effetti che la reazione alla presenza del virus hanno cominciato a modellarsi seguendo una propria logica di diffusione, in parte facendo emergere elementi di novità, ma anche riproponendo cliché e linee di frattura che, a quanto pare, nessuna situazione emergenziale riesce a cancellare.

Un classico esempio di questa seconda tendenza è ben rappresentato dal modo con il quale le due sovrintendenze scolastiche locali hanno impostato il futuro prossimo degli insegnanti, degli studenti e delle famiglie. Balza infatti agli occhi una differenza di fondo che rischia di incidere nella prospettiva autunnale e invernale. Mi riferisco ai due diversi percorsi scelti.

Mentre nelle scuole tedesche si è partiti dall’assunto che l’esperienza acquisita con la didattica a distanza, ancorché in una dimensione parziale, avrebbe potuto essere mantenuta per abbassare la soglia di rischio, la scuola italiana ha ritenuto più sensato ripristinare una situazione fatta di relazioni eminentemente in presenza. A quanto pare nessuno si è ancora chiesto se, almeno in un caso come questo, l’autonomia dei diversi comparti educativi può giustificare una scelta tanto distante, come se insomma si agisse davvero in due mondi reciprocamente impermeabili. Evidentemente l’abitudine a perseguire percorsi separati è talmente radicata che persino l’ipotesi di un coordinamento complessivo appare chimerica, e se finora ci eravamo rassegnati a scontarne la mancanza in ambiti sensibili della formazione (citiamo l’apprendimento delle lingue, che solo in pochi ormai ritengono un campo in cui esercitare una qualche forma di intelligenza e di prassi collettiva), adesso dobbiamo registrare che neppure gli argomenti spendibili sul piano della salute pubblica hanno la capacità di arginare l’assodata impossibilità d’intendere la società altoatesina e sudtirolese come qualcosa di unitario. Anche solo al livello di auspicio.

In un clima dominato dall’incertezza, quindi, resiste ancora imperterrito il caposaldo che regola la vita di questa provincia fondata sul distanziamento «etnico», precedente e più ostinato di qualsiasi altro distanziamento sociale dovuto ad altri motivi. Beninteso, la ragione di questa resistenza non si basa su un disegno di pochi malintenzionati, di una supposta lobby di perfidi complottisti che vorrebbero «tenerci divisi». Tutto accade così, spontaneamente, per assuefazione, per incapacità di pensarsi come appartenenti ad una medesima comunità. Ai pochi eretici che facessero ancora notare i difetti di una simile impostazione verrebbe riservato l’annoiato sbadiglio di chi accetta la realtà in cui siamo immersi perché è l’unica che conosce e, in fondo, apprezza.

Corriere dell’Alto Adige, 6 settembre 2020

Battere il negazionismo

La parola “negazionismo” sta prendendo ultimamente molto piede, insieme a chi, del concetto, se ne fa portatore “insano”. Cortocircuito interessante: i negazionisti di oggi non credono all’esistenza della pandemia, così come quelli di ieri non credevano alla Shoah o all’allunaggio, quindi la loro insania consisterebbe in una professione di estremismo salutista. Altra cosa interessante: per dimostrare le loro tesi (dimostrazioni che si basano perlopiù su falsificazioni o decontestualizzazioni di dati altrimenti comunemente accettati), i negazionisti postulano che la loro posizione serva a smascherare la mistificazione praticata in grande stile da governi e stati, oppure (meglio ancora) da poteri occulti che avrebbero la capacità di manovrarci. E con ciò siamo in piena teoria o sindrome del complotto, vale a dire all’interno di una ambientazione euristica che in tempi dominati dai social network può avere effetti devastanti. Pensiamo per un momento se oggi un tizio del calibro di Paul Rassinier avesse un account Facebook o Twitter: quante migliaia di followers potrebbe aizzare contro il predominio di certe versioni ufficiali? Ma è proprio il caso di Rassinier – per chi non lo sapesse, fu uno dei primi a negare l’esistenza della soluzione finale riservata agli ebrei – ad essere assai istruttivo. Rassinier fu infatti anti-nazista, combattente in Francia per la resistenza e internato nei campi di concentramento di Buchenwald e Mittelbrau-Dora. Era un testimone anche lui, insomma, eppure usò la sua esperienza diretta per non riconoscere quella di chi aveva subito un destino analogo al suo. Cosa ne possiamo evincere? Un negazionista non si batte augurandogli lo stesso male che egli, apparentemente, sarebbe incapace di vedere, ma semplicemente continuando a operare al fine di ridurre in solido le proporzioni dei danni pertinenti a eventi (effettivi o potenziali) nei confronti dei quali ci sarà comunque chi, nonostante l’evidenza, s’impegnerà a negarne l’esistenza.

ff – 12 agosto 2020

Il mondo nuovo non esiste

Odio”, il nuovo romanzo di Daniele Rielli racconta una storia sospesa tra utopia e distopia tecnologica, tra un passato che non passa e un futuro non ancora pienamente sbocciato.

Per parlare del nuovo libro del bolzanino Daniele Rielli (Odio, Mondadori 2020) può essere utile prendere le mosse dalla prima delle tre citazioni poste in esergo al non piccolo volume (500 pagine): “L’idea che le credenze di tutta quanta l’umanità non siano che un’ampia mistificazione, alla quale noi saremmo pressoché i soli a sfuggire, è a dir poco prematura”. L’autore della citazione è René Girard, antropologo, critico letterario e filosofo francese che qualcuno ha definito anche “profeta dell’invidia”. Sul tema dell’invidia, come oscuro motore della società, e della funzione svolta dalle più famose teorie di Girard sul “capro espiatorio”, torneremo alla fine. Intanto, accenniamo le linee del campo nel quale il protagonista – Marco De Sanctis, un blogger-filosofo velocemente convertito al profitto innescato dai più sofisticati e contemporanei strumenti tecnologici – comincia a muoversi dopo aver incontrato un imprenditore di successo (Marco Taddei, detto “Il Mastro”). Casualmente colpito dal modo brillante con il quale lo stesso De Sanctis si occupava di argomenti affini alle sue predilezioni, gli propone di saltare il fosso costituito dalla semplice osservazione dei fenomeni innovativi e diventarne, a tutti gli effetti, un protagonista di successo nell’elaborazione e comunicazione dei suoi progetti.

Qui torna in gioco la citazione iniziale. È impossibile sfuggire alla mistificazione globale, dice Girard. Ma di quale mistificazione si tratta? Si potrebbe pensare che essa sia prodotta da una insuperabile cesura tra la realtà e il mondo delle rappresentazioni, o per meglio dire il mondo delle rappresentazioni orientate, che a quella realtà sbarrerebbero l’accesso. Uno dei sogni creati dall’espansione della tecnologia informatica più recente è stato infatti quello di rendere tale distanza sempre più impalpabile, oltrepassando la barriera che ha storicamente opposto i produttori ai consumatori delle informazioni. Hanno scritto Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini in un saggio che traccia la mappa della rivoluzione in cui siamo immersi: “Molto più delle generazioni precedenti, i ventenni sono cresciuti in un mondo in cui si accede ai saperi, e in particolare all’informazione, senza i passaggi, le selezioni, i filtri del passato, senza ricorrere al supporto dei garanti del sapere, ovvero i maestri, gli autori, le biblioteche, i giornalisti” (La cultura orizzontale, Laterza 2020). La parola chiave è “disintermediazione”, ottenuta mediante “una conversazione ininterrotta, uno spazio psichico allargato, che ha nella ramificazione e nella condivisione le sue cifre distintive, e che rende molto sfumati i perimetri” (Ibid.). Eppure: rendere sfumati i perimetri, fare in modo che il sapere sia sempre più accessibile e orizzontale corrisponde ipso facto ad una liquefazione degli antichi processi di legittimazione del potere, nel senso di una progressiva estensione della democraticizzazione e della giustizia?

La risposta dell’autore è ovviamente ambivalente, lasciando che sia il protagonista, dopo aver percorso il tratto coincidente con gli avvenimenti narrati, a suggerirla. Perché se da un lato esiste una parte attraente, costituita dalla possibilità di una rapida ascesa sociale, dalla svolta repentina che può rendere oggi un anonimo startupper una ricca celebrità (questo è anche il tema di un altro romanzo, scritto da un giovanissimo autore veneto – Giacomo Mazzariol, Squali, Einaudi 2018 –, per molti versi simile al libro di Rielli), è anche vero che sotto il luccichio degli ambienti, dei paesaggi lasciati scorrere rapidamente in successione davanti ai finestrini delle auto di grossa cilindrata e dei dessert da 22 euro, si nasconde sempre un altro mondo, alieno da quello “net-à-porter”, già qui, indossabile al polso, secondo la promessa dell’applicazione utopistica intorno alla quale gira un po’ tutta la vicenda (si chiama “BEFORE” ed è un braccialetto che serve in pratica a rendere tangibili i desideri nel momento stesso in cui si manifestano), ed invece terribilmente dispotico, ancora invischiato in un passato remoto che la disponibilità delle informazioni non ha il potere di far affondare insieme al tempo che passa. E che quindi alla fine non passa mai, ma torna per controllare, ingoiare ed espellere da sé anche il futuro auspicato.

A questo punto si chiarisce anche il ruolo del termine che dà il titolo al libro, che poi è una cristallizzazione dell’invidia girardiana alla quale si accennava all’inizio. Nel mondo reso orizzontale dalla tecnologia circola infatti in modo pervasivo la sostanza che deduce ogni desiderio dall’imitazione di altri desideri, condannando gran parte dell’umanità a non raggiungere mai i propri scopi, quindi a permanere letteralmente in una malmostosa condizione d’irrisolto rancore. Per poter raggiungere uno stato di quiete (ancorché apparente) è necessario così che qualcuno venga costantemente identificato come “capro espiatorio”, sia cioè estromesso dalla giostra promessa, assicurandone il moto perpetuo. In un mondo che non si può più fermare – e dal quale non è più possibile “scendere”, come recitava lo slogan di un celebre spot pubblicitario degli anni Settanta – l’unica soluzione sembrerebbe quella di suscitare omidici (o suicidi) sacrificali. Oppure volgere gli occhi da questo mondo nuovo così indecifrabile e minaccioso e, prima di raccontarlo, almeno aspettare di “averlo visto”, secondo l’esergo più prudente di Aldous Huxley tolto dal libro precedente di Rielli (Cronache dal mondo nuovo, Adelphi 2016).

ff – 12 agosto 2020

Gli slogan non sono sufficienti

Roberto Zanin, candidato sindaco del Centrodestra bolzanino

Qualche giorno fa, Roberto Zanin, il candidato sindaco del Centrodestra bolzanino, ha scritto sulla sua bacheca Facebook: «Insieme faremo tornare la nostra città sicura, bella, attrattiva e forte. Insomma, la Bolzano che abbiamo sempre conosciuto». Sappiamo che testi di questo tipo hanno un’affidabilità lasca. Non è tanto ciò che dicono ad essere interessante, ma quello che involontariamente rivelano (anche e soprattutto a livello di strategia comunicativa). Se il progetto del centrodestra locale fosse veramente quello espresso dalle parole di Zanin, non resterebbe infatti che prendere atto di trovarci davanti a una situazione attuale inversa a quella vagheggiata. Bolzano sarebbe quindi realmente una città insicura, brutta, scarsamente attraente, debole e molto diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto.

Ma sospendiamo il giudizio, anzi poniamo proprio un punto di domanda dietro ogni enunciato appena trascritto: Bolzano è davvero una città insicura? Brutta? Scarsamente attraente? Debole? Diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto? Per porre tutte queste domande in un orizzonte di senso appena più comprensibile, al di fuori di un uso che ne fa soltanto una sequenza di slogan privi di contenuto, occorrerebbe almeno aggiungere delle precisazioni. Insicura se comparata a quali standard di sicurezza accertabili e auspicabili? Brutta in base a quale concezione estetica vigente? Scarsamente attraente per chi? Debole in base a quali rilevazioni di forza? Diversa da quella che abbiamo conosciuto — ovvio, il tempo passa anche sotto i sofà, cantava Paolo Conte — in rapporto a quale epoca rimpianta?

È possibile che troveremo utili indicazioni per capire meglio di cosa stiamo parlando grazie ai programmi. Ma basterà la lettura del programma per aprire un serio dibattito, accessibile alla maggioranza dei cittadini che verranno chiamati a decidere e in grado di disegnare sulla loro mappa mentale due orizzonti chiaramente contrapposti, non ideologici, afferenti insomma a due idee alternative sul futuro della città?

Finora il modo con il quale lo sfidante di Renzo Caramaschi ha deciso di segnalarsi all’opinione pubblica è stato contraddistinto da toni assai pacati, distanti da quelli altrimenti usati dai principali esponenti dei partiti che lo appoggiano. Benissimo. Eppure, se per una serie di causalità che adesso ci paiono inverosimili, senza tuttavia esserlo realmente, fosse stato lui a guidare la coalizione di Centrosinistra è probabile che la sua candidatura avrebbe funzionato lo stesso. Ma esattamente qui sta il punto. Al di là degli slogan (se ne potrebbero trovare di altrettanto vacui anche sull’altro fronte dello schieramento, intendiamoci), perché i bolzanini dovrebbero preferire il cambiamento proposto da chi afferma che «Bolzano deve finalmente tornare a essere il capoluogo della provincia», rispetto a chi chiede il voto procedendo dall’identico assunto, di essere cioè già riuscito a cogliere in parte tale obiettivo e voler dunque proseguire nel percorso intrapreso?

Tutto resterà una pantomima di posizioni interscambiabili, una mera questione di stile, fino a quando non emergerà un tema, dei contenuti capaci di rivelarsi come dirimenti e forieri di una vera battaglia. Solo un esempio: sul progetto dell’areale ferroviario, un nodo decisivo, intorno al quale potrebbe profilarsi una delle differenze maggiori, perché gli uni vogliono andare avanti a tutti i costi e invece gli altri hanno messo in questione la sua realizzabilità? Farlo capire bene, prima del 21 settembre, è l’unica cosa che conta.

Corriere dell’Alto Adige, 11 agosto 2020

Il successo effimero di Gazzini

Matteo Gazzini, il leghista che figura nientemeno come coordinatore del partito di Salvini negli Stati Uniti — un impegno che fatichiamo ad immaginarci gravoso — è un ragazzo che vorrebbe emergere. Non sapendo però ricorrere a gesta lodevoli, ecco che si è immaginato di prendere una scorciatoia: scrivere qualcosa in rete e aspettare la reazione di un’opinione pubblica sempre alla ricerca dell’ultima tempesta nel bicchiere. Il testo del quale parliamo è noto. Per un quarto d’ora — come si dice — è diventato virale, rimbalzando persino sulle pagine di molti quotidiani. Eccolo in tutta la sua non esaltante estensione: «Non ci può essere libertà se non si permette a una persona di essere razzista. Il problema non è il razzismo, ma la discriminazione che il razzismo crea e questo è inaccettabile in una società civile».

Analizziamo il breve scritto e cerchiamo di trarne una lezione. Prima di tutto, qual è qui il vero messaggio? Forse che il razzismo sia una cosa bella, da propagare in sé e per sé? No, Gazzini non lo dice. Nella seconda metà del suo disgraziato aforisma sembra addirittura che affermi il contrario: creando discriminazione, scrive il compito Gazzini, il razzismo è inaccettabile in una società civile. Inaccettabile allorché crea discriminazione — così andrebbe perciò decodificata la «provocazione» — il razzismo diventa qualcosa di legittimo nella sfera del puro pensiero, allorché esso si limita a restare «cogitato», non «agito».

Per fare un esempio ancora più colorito, sarebbe come dire che tutti, in fondo, possono pensare liberamente di mangiare i propri figli a colazione dopo averli decapitati con un machete durante la notte, ma l’importante è riuscire a controllarsi, accontentandosi poi di un cappuccino con un cornetto alla marmellata di more.

Una volta risolta la frase di Gazzini a mera citazione del poeta T. S. Eliot («Fra l’idea / E la realtà / Fra il movimento / E l’atto / Cade l’Ombra», come si legge nella poesia «Gli uomini vuoti»), resta da capire quale sia il vero scopo di simili interventi, non volendo insomma arrenderci all’idea che si tratti solo di ricercata pubblicità, di una mera «provocazione», e dunque qualcosa di transitorio rispetto ad un processo di maturazione politica che, nel caso di Gazzini, ma anche di altri che ricorrono a simili artifici comunicativi, potrebbe in effetti rischiare di attardarsi in una fase piuttosto primitiva (per non dire grezza). Purtroppo, in questo caso, la risposta non è incoraggiante: ergendosi a paladino della pensabilità di tutto il pensabile (il razzismo, la strage di bambini, altri abomini possibili), il liberale Gazzini tende consapevolmente a inquinare il piano performativo delle sue esternazioni fondendo l’espressione pseudoartistica (il gesto futurista, volendo cercare un antecedente accessibile ai meno iniziati) di un aspirante romanziere politicamente scorretto con quella di un politico alla ricerca di basso consenso. Non essendo però né autore di romanzi, né tantomeno un rilevante personaggio politico (di quelli che portano la responsabilità di decidere, tanto per intenderci), il suo successo, almeno per adesso, è assimilabile alla vita degli efemerotteri, vale a dire quei piccoli insetti che sfarfallano in masse enormi e vivono pochi giorni o poche ore.

Corriere dell’Alto Adige, 14 luglio 2020

Riparare la memoria

Per una volta che Bolzano avrebbe potuto brillare, la luce non si è accesa. Il dibattito è appena trascorso, anche se riprenderà, potete scommetterci, sono cose periodiche, eppure l’occasione è stata sprecata. Guardiamo statue e monumenti infetti, ricettacolo di contenuti colonialisti, razzisti, sessisti messi lì, tra suolo e cielo. Nel centro del capoluogo – è noto – spicca quel Monumento alla Vittoria che da qualche mese è incerottato, a testimoniare che il tempo è essenzialmente sfacelo. Il fiume della discussione che ha riportato all’ordine del giorno la domanda su come intervenire, allorché qualcosa è percepito come offensivo, e l’arredo urbano (anche di non così mastodontiche proporzioni) diventa improvvisamente visibile in tutta la sua potenziale velenosità, è passato oltre senza cogliere il valido esempio di manutenzione critica che qui abbiamo saputo offrire musealizzando (o “depotenziando”) l’offesa. Tutto è storia e la storia non si tocca, dicono alcuni. Ma se è la storia a toccarci, e nel modo più brusco? Peraltro, un conto è nascondere o rimuovere o distruggere, un altro è conservare ponendo a distanza. Dalla storia si può anche imparare, insomma, basta mettersi d’accordo su “cosa”. Chi dalla storia ha imparato molto, per esempio, è Marc Fumaroli, il grande umanista francese morto lo scorso 24 giugno. Ecco una sua citazione: «La letteratura è una mnemotecnica malinconica, che conduce cioè lo spirito umano, preda del tempo e della separazione, a misurare i poteri e soprattutto i limiti della parola al cospetto dell’irreparabile». Fumaroli ha dedicato una vita a parlare della bellezza letteraria e dell’eloquenza, cercando di farne il centro di un’Europa da salvare. Salvare significa però anche rivedere, tornare a vedere ciò che è stato dimenticato, cogliendone gli aspetti che mettono in comunicazione e perciò alla prova convinzioni passate e presenti. Più malinconica della mnemotecnica al cospetto dell’irreparabile è la memoria che finge di ricordare per non riparare niente.

La colonnina – ff – 02. Juli 2020

Pulire la lingua

Maddalena Fingerle

Maddalena Fingerle, bolzanina, germanista e italianista, residente a Monaco di Baviera, è la vincitrice della XXIIIesima edizione (2019-2020) del premio “Italo Calvino”, dedicato agli esordienti nella narrativa. Il suo romanzo si intitola “Lingua madre” e trae (anche) spunto dalle nevrosi identitarie della nostra provincia.

Quali sono state le emozioni e i pensieri che hai avuto appena hai ricevuto la comunicazione della vittoria?

Direi che ha prevalso l’incredulità. Ho pensato: voi siete pazzi, non può essere, deve esserci un errore, sarà uno scherzo, non sono io.

L’idea del tuo romanzo è germogliata in tempi remoti oppure si è concretizzata di recente, puntando esplicitamente alla partecipazione al Premio Calvino?

Ho scritto il romanzo un anno fa, avevo un altro testo a cui stavo lavorando, ma aveva una struttura troppo debole, per cui l’ho utilizzato come serbatoio per Lingua madre. La scrittura vera e propria non è poi durata molto, direi qualche mese, senza contare le letture. Non scriverei mai puntando a qualcosa di preciso: scrivo per scrivere, non per motivazioni esterne, men che meno per partecipare o vincere qualcosa. Credo che altrimenti si rovinerebbe la scrittura.

Quale genealogia è possibile scorgere nella tua prosa, quali sono gli autori o le autrici che ti hanno maggiormente influenzata?

Sicuramente l’Adone di Giovan Battista Marino, non solo perché è l’argomento della mia tesi di dottorato, ma anche per il linguaggio e il gioco linguistico. Il tempo materiale di Giorgio Vasta, che mi affascina per la precisione espressiva, Cartongesso di Francesco Maino per la potente libertà linguistica, Verde acqua e La radura di Marisa Madieri per la sincerità delle parole, davvero pulite, i racconti di Paolo Bozzi per le immagini brillanti. Tra gli autori di lingua tedesca citerei senz’altro Thomas Bernhard, un autore che amo. Potrei nominarne molti altri, però.

Quanto è stato determinante il contesto culturale in cui sei nata e vissuta fino a quando non ti sei trasferita in Germania? E in cosa è mutato, dopo aver lasciato Bolzano, il rapporto con la tua città d’origine?

Sicuramente nascere e crescere in un luogo in cui capisco la metà circa di quello che si dice – il dialetto sudtirolese purtroppo non lo so, o fatico a capirlo – è stato d’ispirazione per il soggetto. Certo che se il protagonista fosse stato di un’altra città le sue problematiche sarebbero state molto diverse. La distanza da Bolzano mi ha aperto nuovi orizzonti e mi ha fatto ripensare all’esperienza bolzanina con qualche punta critica.

E questa critica su quali aspetti si concentra? È qualcosa che ha a che fare con l’eredità del contrasto etnico, pensi che in questo senso ci sia ancora molta strada da fare?

In effetti sì, penso che ci sia molta strada da fare. Attualmente il contrasto non è aperto, ma persiste quello latente che impedisce a molti italiani, per esempio, di imparare il tedesco senza l’ansia di doverlo fare.

Eppure, da una recente ricerca effettuata all’Eurac si evincerebbe che in Alto Adige gli studenti hanno “competenze plurilinguistiche” eccellenti. Dobbiamo fidarci dei risultati di questa ricerca o pensi che la percezione della lingua dell’altro, qui da noi, sia ancora piuttosto riferibile al concetto di una “lingua matrigna”, che si impara e si parla per necessità, ma senza un effettivo trasporto affettivo?

Secondo me in Alto Adige c’è un importante apprendimento passivo, ma questo non ha a che vedere con la vita di tutti i giorni, a meno che uno non lavori in un ambiente davvero bilingue, anche se spesso per bilingue si intende dialetto tedesco e italiano. Forse il plurilinguismo accertato concerne solo le materie insegnate a scuola o riguarda persone che provengono da altri contesti culturali. Ma dovrei esaminare meglio i risultati della ricerca, per esprimermi al riguardo.

Tratteggiando il profilo del protagonista del tuo libro, Paolo Prescher, hai messo in evidenza la sua ossessione per la “sporcizia” delle parole, e quindi (se cogliamo il risvolto di questa ossessione) la sua esigenza o il suo tentativo di “pulirle”. Puoi spiegarci meglio questo aspetto e dirci se si tratta di un’ossessione che riguarda anche te?

Le parole si sporcano nell’uso becero, ipocrita, falso, politicamente corretto: sono quelle che non dicono quello che devono dire. La madre e la sorella, le professoresse e i professori sporcano a Paolo le parole. Si tratta di una ricerca di autenticità che si rispecchia nel linguaggio. Per me, invece, è importante che il linguaggio sia diretto e sincero, certo, ma non potrei dire di avere un’idea dicotomica di sporco e pulito.

In futuro ti vedi più come una scrittrice che riesce a vivere della propria creatività, oppure come studiosa che ogni tanto può concedersi il lusso di scrivere un romanzo?

Il futuro è nelle mani di Dio! Mica per caso ho sposato un teologo…

Hai già pensato ad un possibile editore per il tuo libro? C’è una casa editrice dei tuoi sogni, per i tipi della quale vorresti farlo uscire?

Sarei bugiarda se dicessi il contrario. Ma anche se vengo da Bolzano sono scaramantica come una napoletana doc. Quindi non te lo dico. Però lo scrivo su un foglio di carta e ne riparleremo tra qualche anno, d’accordo?

Un’ultima domanda. Conosco un tuo segreto, si chiama “Butelli”. Ce ne vuoi parlare? Magari ha avuto un ruolo decisivo nel farti diventare una scrittrice.

Ma non vale, hai degli informatori! Il ragionier Butelli, comunque. A due anni dissi: il ragionier Butelli oggi è stanco morto. Gli devo molto: a volte, quando sono io a essere stanca morta, scrive lui per me.

ff – 02 Juli 2020 / No. 27

Acqua ragia

Studio Pittore

Quando si diventa vecchi – o comunque la vecchiaia non sembra più solo una parola, una mano ipotetica che potrebbe bussare alla porta, ma è qualcuno che abbiamo già fatto entrare in casa, e ora fruga tra i nostri scaffali, in una stanza, e ci guarda – si ripensa all’infanzia come alla sorgente dei ricordi e dei rimpianti. Nell’infanzia cerchiamo il paesaggio fisico e mentale nel quale nascemmo a ciò che siamo (il momento in cui saremmo diventati ciò che siamo, nel quale ci specchiamo per riconoscerci). Talvolta, per farlo, usiamo delle fotografie, non necessariamente nostre, testimonianze del tempo. E da quei reperti ci muoviamo a ritroso, come seguendo le linee di un ritratto offuscato, che ci accingiamo a completare. La scena che mi è tornata in mente è questa. Sono con mio padre, è sabato, il giorno in cui lui non lavorava, e quindi poteva dedicarmi il suo tempo, rendendomi semplicemente parte del suo. Mio padre amava la pittura, frequentava lo studio di alcuni pittori emuli della tradizione macchiaiola toscana, e andava spesso a trovarli, portandomi con sé. Uno di loro si chiamava Giovannelli, un altro Biondi, un altro ancora Martini. Non erano pittori eccelsi, tutt’altro. Ognuno di loro era parte di un tutto indistinto, di una tradizione appunto, e su questa trama, su questo sfondo, si limitavano a distillare il loro accento personale. Traevano più forza dall’appartenenza comune che dalla propria voce inconfondibile (forse solo noi li potevamo ancora distinguere). I loro studi erano spesso solo una stanza d’appartamento, affollata di cose, di tele, di colori e di odori. Quello più pungente (a me carissimo) era l’odore dell’acqua ragia, un solvente utilizzato per pulire i pennelli. Perché quell’odore mi piaceva così tanto, qual era la sua promessa? L’interpretazione che ne posso dare oggi non riesce a risalire alla sensazione originaria, è costretta a mediarne il ricordo con tutto ciò che ho vissuto in seguito. Direi allora così: in quell’odore si annunciava la forma del futuro, la rifondazione di un mondo. Era come se, finito un dipinto, il pittore decidesse di ripartire da capo, liberandosi dal proprio passato, da ciò che era stato raffigurato, e si ponesse a dipingere l’opera che avrebbe potuto spezzare il tempo in due, in un prima e in un dopo. In realtà non accadeva mai, non accade quasi mai. Una volta puliti, i pennelli erano già mossi a rifare ciò che avevano sempre fatto, metodicamente replicando un quadro simile al precedente. L’acqua ragia non era così l’odore della rivoluzione, ma solo della sua promessa, come dicevo, che restava nell’aria – persistente – per alitare sulle cose che sono la possibilità di diventare altro da ciò che erano e sarebbero nuovamente state. Ecco dunque questo riandare all’infanzia, ai suoi odori, cosa nasconde: l’ultimo desiderio di poter avere avuto una vita diversa all’alba di quella che poi abbiamo effettivamente vissuto.

#maltrattamenti

Montanelli era un porco (e allora Pasolini?)

Pasolini monumento

Svolgerò una riflessione al margine della polemica che sta infiammando l’opinione pubblica in questi giorni (è anche un buon segno, fra l’altro, significa che il virus sta almeno abbandonando il centro dei nostri discorsi, sperando che non se ne risenta, e poi ritorni più incrudelito di prima).

Se qui alludo ad un “margine” significa però che intendo restringere l’osservazione di questa polemica, limitandone di molto il campo. Dirò perciò innanzitutto ciò che non prenderò in considerazione, ma dirò anche che ciò di cui non parlerò è invece più importante della riflessione alla quale mi dedicherò adesso: se lo faccio, ponendomi il quesito contenuto nella parentesi del titolo (“… e allora Pasolini?”), è perché si tratta di uno sviamento argomentativo proposto da chi, esplicitamente, vorrebbe proprio evitare di affrontare le questioni più stringenti (insomma, casco nella trappola, ma per capire bene come uscirci). Dunque: adesso non prenderò in considerazione il tema generale dell’ondata di contestazione che è partita dal famoso (e terribile) caso di George Floyd, di Minneapolis; non parlerò del revisionismo storico che si addensa sulla richiesta di rimuovere statue, nomi di vie o altre testimonianze che riguardano la celebrazione di personaggi o episodi riconducibili a un’ideologia razzista, colonialista, sessista; e neppure mi addentrerò nella questione concernente l’intangibilità dei monumenti considerati (con malcerta approssimazione) alla stregua di opere d’arte. Nemmeno parlerò dell’opportunità di segnalare una propria convinzione politica utilizzando metodi vandalici (anche questo è uno sviamento della discussione che viene adottato volentieri dai “benpensanti”, e che li fa emergere come il grasso nella pentola in cui cuoce il brodo).

Di cosa parlerò, quindi? Parlerò della distinzione tra pubblico e privato, o per meglio dire della questione se sia possibile (e quando, e dove) scindere questi due ambiti allorché ci occupiamo di figure che, proprio a causa della loro rilevanza pubblica, tenderebbero ad essere trattate cancellando tale discrimine. Non sono sicuro che sia possibile arrivare ad una teoria generale (del tipo: lo dobbiamo sempre fare, non è mai possibile farlo). Per questo opporre due scrittori come Pier Paolo Pasolini e Indro Montanelli – proprio mentre qualcuno sta chiedendo di compararli sotto il segno dell’abiezione morale – serve, se non a fare chiarezza, almeno a tenere fermo il punto.

Come ragiona, dunque, chi li compara? Si dice: è vero, Montanelli si è reso responsabile di un episodio (protratto) di pedofilia durante la campagna militare colonialista a cui prese parte. Ma in cosa sarebbe diverso il suo comportamento, continua l’argomento, da quello di uno scrittore come Pasolini, il quale, notoriamente, cercava con assiduità i favori sessuali di adolescenti? Non si tratta forse, in entrambi i casi, di atteggiamenti “immorali”, per di più oggi condannabili dalla legge, ma da confinare in una sfera privata che non tocca o comunque non toccherebbe la loro rispettiva grandezza pubblica (quella che fa risaltare il giornalista e lo scrittore)? La minore età delle “vittime” (poniamo la parola tra virgolette, ma solo per sospendere un ulteriore approfondimento qui eccedente lo spazio che mi sono concesso) sembra a prima vista l’unico tratto comune.

Le differenze, al contrario, sono molte. Montanelli ha abusato di una ragazzina di colore, povera, in un contesto bellico. Pasolini di ragazzini bianchi, poveri, che lambivano il terreno della prostituzione. Mentre scrivo, mentre ci penso, avverto però tutta la tensione di una differenza che minaccia costantemente di assottigliarsi, ma che pure non mi rassegno a lasciar sfumare alla luce di quella distinzione netta tra pubblico e privato che, di fatto, se lasciata sussistere senza sfumature, la dissolverebbe (dissolvendo anche la “morale”). La vera domanda da porre, perciò, diventa questa: i diversi contesti in cui si esplica una medesima, o comunque comparabile azione immorale, sono utili a divaricare nuovamente i termini dell’accostamento tra responsabilità pubblica (e quindi pubblicamente riprovevole) e responsabilità privata (e quindi non pubblicamente, ma eventualmente solo privatamente riprovevole)? E ancora: convocare il contesto, i contesti, deve servire solo a spiegare o anche a condannare?

Osserviamo intanto come i due scrittori hanno preso (o non preso) posizione sui loro singoli casi. Montanelli ha ammesso l’accaduto invocando attenuanti storiche e culturali: ero in guerra, si faceva così, lo facevano tutti (questo ovviamente non è vero), ma allora non mi sembrava di fare nulla di male e, anche ripensandoci dopo, a distanza, non credo di aver fatto nulla di male. Pasolini, al contrario, non ha mai sostenuto nulla del genere, o almeno io non ricordo nessun passaggio nella sua opera, nelle sue lettere, nelle sue interviste in cui l’adescamento di minori, da lui praticato, venisse giustificato in termini storici o culturali (ma posso sbagliarmi, e chiedo a chi ne sa più di me). Se ciò corrisponde (o corrispondesse) al vero, ecco che è Montanelli stesso a proporre un’identificazione tra la sfera pubblica e privata, non trovando nel suo comportamento privato niente di particolarmente sconveniente dal punto di vista pubblico (neppure il razzismo evidente, per dire). La reticenza di Pasolini, invece, mi pare neghi quell’identificazione, difendendo (ipocritamente o pudicamente, fate voi) la sua sfera privata.

Ma è sufficiente? L’ammissione di Montanelli non ci esime già da ogni ulteriore attribuzione di colpa? Ecco, io non credo sia sufficiente, ritengo che forse l’argomentazione dovrebbe essere spinta ulteriormente a fondo, anche se (magari in modo pregiudizievole) continuo a sentire che il traguardo sia questo: il comportamento di Montanelli, nonostante l’ammissione e, anzi, proprio per il modo, la leggerezza con la quale è stata fornita, intacca nel vivo la sua reputazione, getta un’ombra pesantissima sul suo status di giornalista al quale si dedicano statue; Pasolini, al contrario, non mi pare ne venga sminuito, la sua statura di poeta, di intellettuale, non s’incrina. Ma sto forse adottando due pesi e due misure solo perché il primo mi è meno simpatico del secondo? È davvero possibile condannare quello e salvare questo? O devono essere salvati (o condannati) entrambi? Una volta si diceva: è aperto il dibattito, posto – ripeto – che tale dibattito abbia senso, o sia solo un modo (e ho pochi dubbi sul fatto che lo sia) per sviare l’interesse dai temi più interessanti e urgenti dei quali ho accennato all’inizio, e sui quali quindi sarebbe ovviamente molto più importante insistere.

Uscire dalla gabbia del provincialismo (Arbasino per tutti e per nessuno)

alberto arbasino

Mi sono imbarcato in un’impresa che non porterò probabilmente a termine: leggermi tutto “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino. Sono a pagina 70, il traguardo sarebbe a pagina 1371 dell’edizione economica Adelphi (che ha un meraviglioso color salmone e in copertina una foto dello scrittore giovane, nel 1963). Perché vale comunque la pena attendere a un’impresa del genere, rischiando lo scacco, anzi avendo la sicurezza dello scacco? Innanzitutto perché Arbasino è uno di quegli autori che sta tutto dentro una frase, e in effetti non ci sarebbe bisogno di leggere un intero libro o un mastodonte del genere. Eppure, è solo cercando almeno di comprenderne tutta l’opera, magari anche solo per abbracciarla con lo sguardo, che la rilevanza di una singola frase balza agli occhi per ciò che può davvero significare. E quale sarebbe, dunque, in cosa consisterebbe questo “significare”? Dirò una cosa banale ma non per questo meno vera: Arbasino è un salvifico antidoto a uno dei mali che segnano maggiormente la letteratura e in generale la cultura italiana: il provincialismo. Sul provincialismo bisogna però intendersi, considerandolo per ciò che esattamente è, ovvero un velleitarismo da rovesciare. Velleitario sarebbe credere che per capire il mondo occorra necessariamente abbandonare il piccolo luogo nel quale siamo più o meno tutti confinati, in modo da stabilire le giuste proporzioni tra ciò che è particolare e ciò che è universale. Ma si può restare benissimo provinciali anche trasferendoci in una grande città, supponendo cioè che tanto basti per ampliare il nostro sguardo. A chi sa coltivare lo sguardo, in realtà, anche la provincia fornisce gli strumenti per attingere l’universale. Ma velleitario è allora esattamente questo: il credere che tanto basti. Provinciale è chi si accontenta, chi ritiene che il punto di partenza sia già un arrivo (o meglio ancora, chi ritiene che si possa arrivare da qualche parte). Arbasino, al contrario, non ha mai creduto che si potesse arrivare. Infatti anche con un libro come “Fratelli d’Italia” non si arriva mai, e l’autore avrebbe potuto riscriverlo all’infinito (cercando di ampliarne la mole o aggiungendo e sottraendone frammenti a mano mano che la realtà descritta mutava forma), così come a noi tocca, in effetti, leggerlo all’infinito. Bisognerebbe davvero sempre scrivere o anche vivere così: in between, cercando e rifacendo da capo, puntando a una mobilità della frase che insegue la mobilità del mondo. In questo senso la prosa di Arbasino – sostanzialmente incomprensibile e impenetrabile a chi non dispone di tutti i riferimenti che egli riesce a comprimere nella pagina – diventa anche estremamente leggera, e invita a fluttuare. Insomma, mentre il provincialismo risulta subito comprensibile ma ci tira in basso, con Arbasino non capiamo quasi nulla ma riusciamo a volare, diventiamo atmosferici. Per chiunque si senta oppresso da una visione delle cose che induce a prendere una posizione netta, a illudersi di poter decidere su questo o su quello, lui ci fa capire che sarebbe potuta andare in mille modi diversi e che potrebbe ancora andare così. La giornata è afosa, non sapete cosa fare e vi sentite inchiodati? La sua scrittura è come salire su una cabriolet velocissima che vi porterà via, il vento sulla faccia. Per Arbasino vale quanto Nietzsche – autore che assomiglia ad Arbasino solo per pochi, ancorché decisivi, tratti – diceva del suo Zarathustra: ha scritto libri per tutti e per nessuno. Sentirsi tutti e nessuno è esattamente il primo segno che stiamo forzando la gabbia del nostro provincialismo. E Dio sa quanto ne avremmo bisogno.

#maltrattamenti

Cervello, cuore e confini

Brennero

Un confine è sempre una ferita, anche quando appare rimarginata, anche se la problematicità che la riguarda ha a che fare più col passato che col tempo presente. Non fa eccezione il confine del Brennero, per il quale la retorica dell’incontro e del passaggio sugli abissi della storia verrà sempre compensata, o per meglio dire ricalibrata, dalle esigenze mai sopite della logica nazionale. Chi volesse spiegarne la dinamica limitandosi agli ultimi cento anni dovrebbe dotarsi di molto tempo e spendere copiose parole.

Per commentare i fatti recenti – contrassegnati dalla ritrosia austriaca ad aprire il proprio confine con il vicino sudtirolese e italiano (i due termini qui siano intesi solo incidentalmente come sinonimi) – è sufficiente invece grattare lo smalto dell’espressione che, più e meglio di altre, ha imbastito la retorica unionista: Herzensangelegenheit (una faccenda di cuore). Lo sappiamo: l’Austria qualifica come faccenda di cuore la relazione col Tirolo meridionale allorché la sua funzione di tutela viene periodicamente evocata in caso di paventata minaccia da parte dei peraltro assai flebili (e in buona sostanza velleitari) rigurgiti centralisti italiani; oppure quando, altrettanto periodicamente, l’eterno sogno di un ricongiungimento territoriale partorisce stramberie di contrapposto significato, per esempio quella del doppio passaporto. Come per ogni cuore che si rispetti, però, alla fase diastolica della protezione è sempre pronta a succedere quella sistolica, e allora Vienna percepisce improvvisamente il Brennero non alla stregua di una sbarra da tenere sollevata, ma come un bastione da rinforzare, a scorno dei patrioti provvisti di schioppetto e propensi a lordare la vigente segnaletica stradale. Accade a proposito della crisi migratoria di qualche anno fa, sta accadendo adesso per colpa del virus: il cuore magari non smette di battere, ci mancherebbe, ogni tanto si evidenziano comunque problemi di ipertensione.

Se il cuore appare così un organo abbastanza inaffidabile, sarebbe auspicabile lasciar lavorare il cervello (posto di trovarne esemplari ancora in funzione). Qui i dubbi tendono già a diradarsi: una posizione d’intransigente chiusura può essere mantenuta per poco, e alla fine è sicuro che la questione si sgonfi rapidamente come si è sgonfiata quella che ha visto opporsi la provincia altoatesina e il governo di Roma in occasione del varo della cosiddetta fase 2. Altrettanto inverosimile è che venga proposta una soluzione parziale, provando cioè a considerare la provincia di Bolzano un’oasi di salute miracolosamente immune dai malanni riscontrabili sotto la chiusa di Salorno (l’Euregio, si sa, non è mai stato abbastanza una Herzensangelegenheit). Tempo qualche giorno, al massimo un paio di settimane, la sbarra si rialzerà con calici levati e zuppa d’orzo per tutti. Ciò vuol forse dire che il problema sarà anche definitivamente risolto? Non scherziamo. Enrico De Zordo, il miglior scrittore di lingua italiana residente in Sudtirolo, ha scritto nei suoi Divertimenti tristi: “Qui da noi il confine non è lineare, non circonda un territorio. Esso è bensì un’atmosfera, una circonferenza allo stato gassoso sparpagliata dai venti d’Europa. È qualcosa di imponderabile: un pulviscolo di catene montagnose, caserme, tradizioni, accordi internazionali, ex dogane. È la turbolenza in cui viviamo, l’aria che respiriamo”. Il confine, rassegniamoci, non si comporta in modo troppo diverso da un virus insensibile ai più efficaci vaccini: bisogna conviverci.

Corriere dell’Alto Adige, 6 giugno 2020

Ne usciremo migliori

Gilet arancioni

Chissà perché avremmo dovuto “uscirne migliori”. Ma ogni volta è così. Ci abbindolano un paio di proverbi dettati dalla disperazione al senso comune – non tutti i mali vengono per nuocere, bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, una crisi è sempre anche un’occasione –, e li ripetiamo a pappagallo. Nel suo intramontabile “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere”, Giacomo Leopardi enuncia una verità difficilmente confutabile: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura». Così, da una disgrazia, da un colpo sfortunato, persino da una catastrofe, siamo già subito pronti a risollevarci, dicendo che l’esperienza ci è servita, e che la prossima volta andrà sicuramente meglio. Non sbaglieremo più. In realtà sono rarissimi i casi in cui un evento contribuisce davvero a cambiarci, a farci uscire migliori, appunto. La “palingenesi” è una favola che i genitori raccontano ai figli un minuto prima di farli addormentare. Per convincerli che tra poche ore, anche se magari turbati da sonni inquieti, non si risveglieranno trasformati in uno scarafaggio, o verranno arrestati senza che abbiano fatto nulla di male. Domani andrà tutto meglio, ripetono i genitori ai bambini, mentre rimboccano loro le coperte. Ma chi ci crede? «I miei dubbi – ha scritto E.M. Cioran in uno dei suoi fulminanti aforismi – non sono riusciti ad avere ragione dei miei automatismi. Continuo a fare gesti a cui mi è impossibile aderire. Superare il dramma di questa insincerità, sarebbe rinnegarmi e annullarmi». Il virus assomiglia a una lezione impartita per videoconferenza: erano tutti collegati, ma non ascoltava quasi nessuno. Sarebbe già abbastanza evitare di illudersi, dichiararsi subito incurabili, riconoscendo che l’unica vera e grande malattia di cui soffriamo è quella di desiderare di diventare qualcosa in più di ciò che non potremo mai cessare di essere.

ff – La colonnina – 04 Juni 2020

Per non essere più invisibili

Una casa sull'argine

Nuovamente disponibile in libreria “Una casa sull’argine”, piccolo classico altoatesino pubblicato dal giornalista bolzanino Gianni Bianco nel 1965.

Il gioco di parole è facile, anche se un po’ irrispettoso. Cosa accadde in Italia e in Sudtirolo tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta? Per sintetizzare: dal “boom” (economico) ai vari “bum!” (le detonazioni degli attentati indipendentisti) fino al congresso Svp di Merano (22 novembre 1969) e all’esplosione della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre, stesso anno)? Un decennio cruciale, con le ustioni della seconda guerra mondiale ancora visibili sull’anima, le sue macerie accatastate nella memoria, ma anche la voglia di vivere in un mondo diverso, più giusto e libero. E la letteratura? Come registrò la letteratura quel passaggio, permettendo alle sensazioni di restare impigliate in pagine da rileggere magari anni dopo, non solo per ricordare, ma anche per comprendere?

Un comprendere che è stato a lungo e in larga parte un fraintendere. All’inizio del capitolo intitolato “Gli anni Cinquanta e Sessanta” del suo “Un limbo di frontiera” (1998) – ampia ricognizione sulla produzione letteraria in lingua italiana in Alto Adige –, lo storico Carlo Romeo ha scritto: «Negli anni Cinquanta l’Alto Adige continua ad essere un “pianeta oscuro” per gli inviati nazionali, che nei loro reportage riproducono il topos del piccolo mondo montano, refrattario alle novità, semplificando spesso le tensioni etniche nella prospettiva di un semplice contrasto tra ruralità e modernità». Topos persistente anche oltre quel periodo, a ben vedere, tanto che se ne potrebbe tracciare una linea che raggiunge il famigerato libro di Sebastiano Vassalli “Sangue e suolo”, del 1985, e persino il contributo all’esegesi della (recente?) situazione locale offerto dal bolzanino Daniele Rielli (“Io che ho attraversato l’Alto Adige”) contenuto nella raccolta “Storie dal mondo nuovo” (2016). Da evidenziare, quindi, restano le eccezioni, vale a dire le narrazioni che non si arrendono al cliché evocato, ma intendono articolare un confronto più problematico, indispensabile per meditare sulla genesi di quella contrapposizione e mettere in pratica la convivenza sempre rinviata.

È in questa cornice che s’inquadra la riproposizione di un piccolo classico dimenticato (talvolta citato, ma quasi sempre non letto) della letteratura altoatesina degli anni Sessanta – “Una casa sull’argine”, scritto dal giornalista Gianni Bianco (1932-2015) nel 1965 –, che inaugura la nuova collana “TravenReprint” delle Edizioni alphabeta Verlag. Al di là del valore intrinseco del volume, che ha parti di notevole spessore letterario (si veda in particolare il modo con il vengono rievocati certi episodi del periodo tra il 1943 e il 1945, relativi dunque al tragico biennio bellico che seguì l’8 settembre), il libro di Bianco fotografa lo sforzo compiuto dai migliori esponenti del gruppo linguistico italiano di allora nel cercare un “radicamento” in una terra che continuava a rifiutarli, spingendoli dunque sciaguratamente dentro il paradigma dell’invisibilità codificato da Vassalli. Non è un caso, perciò, che il romanzo venisse lodato per tempo da alcuni tedeschi “dissidenti” (due nomi su tutti: Claus Gatterer e Norbert C. Kaser), ma poi sia sparito dalla circolazione, risultando di fatto sconosciuto anche alla gran parte degli “italiani”, i quali dovranno infatti aspettare decenni per ritrovare sul mercato editoriale storie in grado di raccontarli e di raccontare questa terra in un modo lontano dagli stereotipi (l’esempio più noto è quello di “Eva dorme”, di Francesca Melandri, che ha compiuto i suoi primi 10 anni dalla data di pubblicazione).

Che cosa potrebbero apprezzare, allora, nuovi lettori di un libro scritto 55 anni fa? Innanzitutto il sapore del tempo passato, certamente, che affiora nella descrizione dei paesaggi, dei costumi, o nelle pieghe dei dialoghi. Una Bolzano e un Alto Adige che parranno tratteggiati in bianco e nero, ma con toni tutt’altro che sbiaditi, perché è da quell’impasto a forti contrasti, come può esserlo una storia d’amore appesantita dal vizio d’origine della frattura etnica, che noi scorgiamo le nevrosi che ancora ci caratterizzano, e ci bloccano, nonostante adesso esse si siano alquanto diluite, o abbiano cambiato intensità, non essendo più attorno a noi, ma sepolte a una profondità che solo in rare occasioni, anch’esse ormai peraltro fossilizzate e anestetizzate, prendono nuovamente a increspare la superficie dell’indifferenza, ovvero la normalità del nostro modello di convivenza. Ed è proprio questo il motivo di maggior interesse. Nel decennio tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, l’abbiamo visto, il deficit di comprensione, il bisogno di spezzare l’incantamento dell’invisibilità reciproca tra i gruppi linguistici, allora declinatasi in ostilità, poteva essere giustificato dalla presenza di traumi ancora troppo recenti. Oggi tale giustificazione non dovrebbe però più esserci, dovrebbe essere relegata negli angoli più insensibili ed estremistici, eppure la non conoscenza in larga parte permane, forse si è addirittura estesa. Tornare a rileggere libri come “Una casa sull’argine”, quindi, può essere utile più alla cura del nostro futuro che alla manutenzione del passato. La letteratura resta uno strumento ancora insostituibile per farlo.

ff – 04 Juni 2020