Il Blitz di Castelrotto e le sue possibili (nefaste) conseguenze

Salvini Spatzen

Impossibile minimizzare. La comparsata di Matteo Salvini alla festa dei Kastelruther Spatzen si è trasformata prima in una inaspettata apparizione, quindi nell’evento saliente della campagna elettorale. Non era scontato che l’operazione – stimolata dall’onorevole Filippo Maturi – andasse in porto così felicemente, né che sortisse un effetto tanto marcato. Merito di chi cura l’immagine del “Truce”, come lo chiama Giuliano Ferrara, e del fiuto dei suoi adepti.

Da decenni siamo abituati a vivere il mondo politico locale profondamente diviso, ossia fatto da personaggi, rituali e soprattutto lingue che non si mescolano o s’incontrano solo in circostanze circoscritte e prevedibili. Certo, in passato abbiamo visto alcune fugaci “passeggiate” fatte dai leader della Svp nei cosiddetti quartieri italiani di Bolzano, a suggerire l’idea che se proprio non “una faccia, una razza”, almeno stiamo tutti più o meno nella stessa barca. Ma ciò che ha compiuto il vicepremier e ministro dell’interno è qualcosa di totalmente inedito, perché nessuno finora era andato a prendersi gli applausi e a fare il pieno di visibilità utilizzando un palcoscenico (in realtà solo una quinta, ma la cosa, come detto, è maturata oltre le aspettative) pensato per gli “altri”.

Detto questo, è importante anche analizzare il “contenuto” del Blitz salviniano. L’apparente primavera etnica è ovviamente solo strumentale ed è in sostanza vecchia politica. A parte la poco sorprendente dichiarazione di omogeneità culturale segnalata dal godimento di salsicce, birre e canti popolari, tale contenuto si riassume infatti nell’esclusiva disponibilità a governare assieme alla Svp questa provincia approfittando di due fattori contingenti: la crisi di consenso del Pd e il grave disorientamento strategico del partito di raccolta sudtirolese. Salvini, insomma, è come se avesse dettato all’auspicato partner la seguente ricetta: qui in provincia metto personalmente sul piatto un paio di eletti – li vedete confusi tra le mie guardie del corpo – che vivono solo grazie a me, come semplici pupazzi da piazzare alla bisogna, in modo che tutto venga deciso, come e meglio di prima, tra Bolzano e Roma. Scontato che ci intenderemo poi sulle cose essenziali e che aggiusteremo tutto il resto senza badare troppo al sottile. Il momento è propizio, le paturnie degli “italianissimi” allergici ai grembiuli blu e alle magliette che dichiarano “die Treue”, la propria fedeltà, al Land Tirol possono all’occorrenza sparire davanti all’ennesima denuncia di un fatto di “degrado” nei pressi della stazione, e poi un’alleanza celebrata mentre in sottofondo gli Spatzen cantano “Das Schicksal kennt di Grenzen nicht, was zählt ist das Gefühl” (il destino non conosce confini, cioè che conta è il sentimento) che male può fare?

Visto che però si parla di “confini”, ecco che sbuca il solito dubbio. A Castelrotto Salvini ha parlato di confini da difendere. Ma qui difendere i confini implica necessariamente riaprire la vecchia, ormai secolare ferita. Trecento selfie sotto al tendone non bastano a spazzare via la contraddizione che schianta ogni nazionalismo, anche quello che oggi va in giro per l’Europa facendosi chiamare “sovranismo”. Un’alleanza tra Svp e Lega è quanto di peggio, anzi di nefasto, possa uscire dal voto di domani.

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Sudtirolo ancora al bivio

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Non si costruisce alcun futuro se non si guarda anche al passato. In rapporto al passato, però, non possiamo comportarci in modo ingenuo, come se esso offrisse un repertorio di fatti semplicemente disponibili e perfettamente chiari nel loro significato immutabile. Il passato risorge, per così dire, solo dopo un’operazione di conquista capace di salvarlo e trasportarlo provvisoriamente nel futuro. In base alla scelta che noi facciamo (cosa o chi vogliamo salvare, cosa o chi preferiamo dimenticare) può essere poi intuito il tipo di futuro che ci attende.

Per il prossimo 21 ottobre – data in cui si svolgeranno le elezioni del nuovo Consiglio provinciale – il passato ci offre una formula resa nota da Friedl Volgger, politico e giornalista sudtirolese ormai conosciuto purtroppo soltanto dai meno giovani. Volgger fu un antifascista e un antinazista. Insieme al Canonico Michael Gamper, a Erich Amonn e Josef Mayr-Nusser costituì un punto di riferimento per i cosiddetti “Dableiber”, la minoranza che rifiutò di abbandonare il Sudtirolo in seguito allo scellerato accordo delle “Opzioni”. In seguito alla sua opposizione al Völkischen Kampfring Südtirols (l’organizzazione filonazista che sosteneva l’annessione del Sudtirolo alla Germania) subì l’internamento a Dachau. Sopravvissuto all’esperienza del campo di concentramento, divenne un protagonista della vita politica e culturale post-bellica, pubblicando infine un libro di ricordi (1984) che, per l’appunto, porta un titolo che contiene una formula futuribile: Mit Südtirol am Scheideweg, Sudtirolo al bivio.

Il bivio del quale parlava Volgger nel 1984, ovviamente, non è esattamente il bivio che ci troviamo davanti adesso. In un certo senso ne eredita però alcuni tratti, confermandoci nella supposizione che, in una terra come la nostra, sia inevitabile ritrovarsi sempre un po’ indecisi sulla strada da prendere. Come se, insomma, fossimo ancora sospesi tra opzioni per fortuna non laceranti come quelle del 1939, e tuttavia capaci di farci leggere quella pagina dolorosa in filigrana. A guardar bene, infatti, non c’è dubbio che il bivio principale sia ancora questo: dobbiamo ritenere l’autonomia una formula definitiva, non questionabile, e quindi da difendere come valore in sé, oppure possiamo darla per scontata, addirittura ritenerla sacrificabile e alterabile in vista di soluzioni più drastiche, intendendola alla stregua di un trampolino dal quale saltare verso un altrove dai contorni più avventurosi e seducenti? Pur tra difficoltà, incertezze ed errori, la via fin qui percorsa ha dato delle risposte incoraggianti, garantendo un benessere diffuso. Al contrario, le alternative prospettate (anche dov’era previsto che affiorassero in modo proficuo, come all’interno della Convenzione per la riforma dell’autonomia) non hanno fatto altro che tornare a rianimare incomprensioni, sospetti e potenziali conflitti.

Corriere dell’Alto Adige, 13 ottobre 2018

Quando lo scarto è positivo

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Ho conosciuto di recente una bellissima persona. Come ormai accade sempre più spesso, l’incontro è avvenuto in rete, su Facebook. All’inizio, guardando il nome di chi mi aveva inviato il messaggio, non ero riuscito neppure a capire se si trattava di un uomo o di una donna (la foto del profilo non lo rivelava). Santija Bieza, ho scoperto in seguito, è comunque nata in Lettonia e risiede in Italia ormai da 20 anni. Il suo italiano è ricco, fluente. Si occupa di teatro, di danza, legge moltissimi libri e perciò aveva deciso di mettersi in contatto con me. Tempo fa avevo infatti fatto molta pubblicità ad un piccolo volume del filosofo francese François Jullien, intitolato «L’identità culturale non esiste» (Einaudi). Lei l’aveva letto, in parte anche apprezzato, ma c’era qualcosa che le sfuggiva, che addirittura la disturbava. Così desiderava chiedermi delle spiegazioni in merito.

Parlando, abbiamo capito che la difficoltà era costituita dall’interpretazione di un concetto centrale per Jullien, vale a dire quello di «scarto». «La rivendicazione di un’identità culturale — scrive il filosofo — tende oggi a imporsi in tutto il mondo, a causa dei nazionalismi e della globalizzazione. Ma è un errore parlare di «differenze» che isolano le culture. Conviene, piuttosto, parlare di scarti, che le mantengono l’una di fronte all’altra, promuovendo un terreno comune».

In che senso qui si parla di «scarti», mi ha chiesto Santija. Uno «scarto» non è forse qualcosa di negativo, che deve essere eliminato? E mi ha poi raccontato la sua vicenda personale, come lei si è sentita di fatto scartata allorché le è stata rifiutata la cittadinanza italiana a causa di mortificanti limiti burocratici ed economici. In questo contesto, ho cercato di interpretare più correttamente Jullien, «scarto» vuol dire solo deviazione da una norma pretesa come invariabile, sfumatura, mobilità. Qualcosa di assolutamente positivo, insomma, e molto utile, anche, perché ci permette di mettere fuori gioco l’opposizione statica tra identità e differenza, che appesantisce e fa naufragare molte discussioni sul tema.

Capito lo sbaglio, Santija mi ha mostrato la locandina di un suo spettacolo di danza (dal titolo «Saknes», che vuol dire «radici») impreziosita da una citazione di un altro grande pensatore di lingua francese, Édouard Glissant: «Ci sono molte radici, se una si proclama unica o esclusiva distrugge la vita, sia che si tratti di una radice piccola gelosamente chiusa nella sua particolarità, sia che si tratti di una grande e potente». A questo punto si potrebbe chiedere se la famosa questione del doppio passaporto o della cittadinanza multipla da concedere ad alcuni — e quindi negata ad altri — è all’altezza di tali riflessioni, di tale complessità. Oppure, stavolta da intendere in senso negativo, se si tratta piuttosto di uno «scarto» primo novecentesco, un fardello che ci porta indietro nel tempo e non ci parla di radici che «si allargano in superficie, come rami di una pianta, ad incontrare altre radici e a stringerle come mani», ma tende a sprofondarci nel «buio atavico delle origini, alla ricerca di una pretesa purezza».

Purtroppo la qualità del dibattito attuale non sembra inclinare verso la prima ipotesi.

Corriere dell’Alto Adige, 2 ottobre 2018

Serbatoio carico di sospetti

SCUOLA ISLAMICA

A partire dal 2019 la Provincia autonoma di Bolzano vincolerà le prestazioni sociali non essenziali – si tratta per esempio dell’assegno familiare o del sussidio casa – alla volontà di integrazione dei migranti. In pratica ciò che prima poteva apparire come automatico, rientrando così nell’attribuzione di un diritto rivendicabile da qualsiasi cittadino autoctono o straniero, adesso assume la fisionomia di un premio, di un favore elargito in cambio di qualcosa. Nel dettaglio, i criteri per accedere a tali prestazioni saranno l’apprendimento di almeno una delle due lingue maggiori che si parlano in Alto Adige (il ladino non viene mai preso in considerazione), la frequentazione di corsi di integrazione e il rispetto dell’obbligo scolastico.

C’era proprio bisogno adesso di dare questa stretta, di rendere quindi l’accesso alle prestazioni sociali supplementari più difficoltoso da parte dei cittadini stranieri? Non ci sono dubbi che la conoscenza della lingua e l’obbligo scolastico siano presupposti indispensabili al processo di proficua integrazione (e nel caso del secondo la legislazione vigente non ha certo bisogno di essere sottolineata con provvedimenti selettivi), ma sul nostro territorio già vivono e lavorano moltissime persone in grado di farsi capire sia in italiano che in tedesco, i cui figli siedono nei banchi scolastici stupendo spesso gli insegnanti per la velocità dei loro progressi, e che della nostra storia e cultura ne sanno almeno abbastanza da potersi orientare. Certo, ci sono anche delle eccezioni, dei ritardi o inibizioni, ed è opportuno che vengano ridotti. Ma non con un provvedimento che – almeno stando alla sua enunciazione generica – impone una verifica in molti casi superflua e in fin dei conti discriminante.

A queste considerazioni se ne aggiunge poi un’altra, illuminata dal contesto nel quale la delibera ha preso forma. Tra poco più di un mese, infatti, la popolazione parteciperà alle elezioni provinciali, e il tema dell’integrazione è uno dei più caldi. Nella nostra provincia i residenti stranieri sono circa il 9% della popolazione totale, percentuale leggermente superiore a quella registrata a livello nazionale, ma il loro inserimento nel tessuto economico e sociale è più che confortante. Persiste tuttavia una specie di serbatoio fatto di pregiudizi e scetticismo, sfiducia preventiva e persino sospetto sistematico quando parliamo dei migranti, e da questo serbatoio sono pochissimi i partiti politici che, purtroppo, rinunciano a trarre spunti utili al suo prosciugamento. L’accento che viene posto è invece sempre sul tasto negativo, la sensibilità per gli aspetti problematici ottunde ciò che potrebbe essere percepito come incoraggiante e i meccanismi sanzionatori vengono fatti scattare anche dove potremmo puntare su un semplice allargamento dell’offerta concernente le opportunità. Se le elezioni si tenessero ogni tre anni, anziché ogni cinque, è probabile che i processi d’integrazione subirebbero un significativo rallentamento.

Corriere dell’Alto Adige, 16 settembre 2018

La fatale illusione dei 5 stelle

Paul Köllensperger

Paul Köllensperger non è mai stato un tipico grillino. La sua fuoriuscita dal movimento alimentato dal temperamento sulfureo del comico genovese costituisce perciò una sorpresa relativa, anche se la dinamica con la quale si è svolta è apparsa assai repentina. Ma non è la modalità che dev’essere indagata, e neppure le residue prerogative di un ruolo sostanzialmente azzerato con l’annuncio della sospensione del lavoro di consigliere provinciale. Quel che ci interessa, piuttosto, è cogliere il significato politico di una spaccatura tra l’ala “tedesca” e quella “italiana” di un soggetto accreditato, almeno finora, di scardinare in profondità la logica etnica che qui tutto informa e tutto regola (persino chi la contesta).

Perché Köllensperger è uscito dal gruppo? La versione ufficiale è quella di una difficoltà di territorializzare il movimento, allentandone magari qualche regola particolarmente rigida, ma soprattutto cercando di farne un marchio appetibile anche all’elettorato che non risiede a Bolzano o Merano, e perciò non molto pratico di questioni o atteggiamenti nazionali. Dietro tale versione, però, se ne nasconde un’altra. Possibile insomma che Köllensperger abbia intuito per tempo un appeal decrescente del M5S, poi confermato dall’appiattimento che hanno avuto all’indomani della formazione del governo a trazione leghista. Capendo, inoltre, che proprio la concorrenza leghista nelle città principali suggerisce che il bacino di consensi a cui attingere debba essere allargato in altre direzioni, erodendo quello dei Verdi, dei Freiheitlichen, della stessa Svp ed ereditando lo spirito delle Bürgerlisten. Un tentativo di capitalizzare la protesta assennata, quindi, per focalizzare un profilo più consistente di quello esercitato come esponente un po’ alieno di una filiale partitica “romana”.

In un primo momento il M5S locale sembrava aver assorbito il colpo. La defezione di altri personaggi di spicco ha invece generato molta irritazione e fatto suonare più di un campanello di allarme. Köllensperger era riuscito a declinare in senso pragmatico e personale la sua leadership all’interno di un gruppo di militanti attardati in una fatale illusione ideologica: che alla fine i risultati siano esclusivo merito del collettivo, e per giunta ottenibili grazie ad una selezione meccanica, per non dire talvolta casuale, del ceto dirigente.

Corriere dell’Alto Adige, 5 settembre 2018

Gli intellettuali e la politica

prima seduta consiglio regionale 2013 consiglieri
Hans Heiss

Dopo tre legislature, trascorse militando nel partito dei Verdi-Grüne-Verc, Hans Heiss ha detto basta. Non si ricandiderà più, sottraendo così al Consiglio provinciale il suo contributo di intelligenza, cultura, ironia. Un’evidente perdita, e non solo per i Verdi, visto che di intelligenza, cultura e ironia ultimamente si avverte parecchio la mancanza, soprattutto nei consessi rappresentativi di ogni ordine e grado. Sorprende quindi che sia stato lo stesso Heiss, in un’intervista concessa al quotidiano Tageszeitung, a lasciarsi sfuggire una considerazione quasi rassegnata: “In politica – ha commentato – sembra finito il tempo degli intellettuali”.

Spiace dare torto a Heiss. In realtà non c’è tempo più propizio di questo per riproporre l’impegno degli intellettuali in politica. Ovviamente bisogna intendersi, definire nel modo più rigoroso il termine “intellettuale”. Hans Magnus Enzensberger (un grande intellettuale) una volta ha detto: “Gli intellettuali non sono più intelligenti delle altre persone. Spesso non hanno idee ma dispensano la loro opinione su tutto”. Il modello implicito e deteriore al quale Enzensberger si richiama è quello del “tuttologo”, dell’opinionista saccente che magari poggiando su qualche cognizione e sui pochi meriti acquisiti nella propria disciplina di formazione (potrebbe essere un filosofo, uno scrittore, un critico d’arte) pensa di poter estendere la portata della propria riflessione fino ai confini dello scibile umano. Chiaro che una figura di tal genere risulti poco digeribile e non sarebbe un grande peccato se limitasse le sue apparizioni. Esiste però una sfumatura diversa del ruolo attribuibile all’intellettualità che, al contrario, provocherebbe un grave danno se si eclissasse.

Ciò di cui non smetteremo mai di avere bisogno è la figura dell’intellettuale critico, così come ad esempio venne tratteggiata da Renato Treves in un libro del 1954 intitolato “Spirito critico e spirito dogmatico”. Dogmatismo significa volgere le spalle ai fatti, per ricoprirli con la chiacchiera di assunzioni non verificate e semplicemente riportate per sentito dire, magari tirate giù dalle prime due pagine trovate per caso in rete. Autenticamente intellettuale è invece l’atteggiamento contrario, sostenuto da chi fa seria ricerca e gratta la superficie delle pigre consuetudini mentali allo scopo di ritrovare un genuino accesso ai fatti. “La vocazione politica degli intellettuali – ha scritto il sociologo americano Charles Wright Mills – risiede nello smascheramento delle bugie che sostengono il potere irresponsabile”.

Corriere dell’Alto Adige, 12 agosto 2018, pubblicato col titolo “Superare la pigrizia mentale”