Il dolore diventa visibile

Il 18 giugno si è chiusa pubblicamente una delle vicende più tragiche alle quali ha assistito la città di Bolzano, e anche fuori di lei, oltre il suo raggio, ché nel tempo della comunicazione globale ogni luogo non solo risulta vicino, bensì contiguo e addirittura interno a un altro. Una coppia, Peter Neumair e Laura Perselli, strappati alla vita da un omicidio eseguito dal loro figlio maggiore, Benno, il quale prima ha negato ciò che aveva fatto, e poi, ma solo quando gli indizi a suo carico non gli davano più scampo, e soprattutto quando sono stati ritrovati i cadaveri dei suoi genitori, ha fornito una confessione utile a confermare tutti i riscontri.

Ma un omicidio come quello commesso da Benno Neumair non può essere ridotto alla dinamica dell’esecuzione, e neppure il contorno del suo movente (sia questo occasionale o stratificato da una serie di accadimenti pregressi, che affondano nella storia di una famiglia) riesce a spiegare ciò che vorremmo venisse spiegato, magari illudendoci che la razionalità nella quale supponiamo di avere piena cittadinanza possa fornire un argine ai suoi effetti più nefasti e corrosivi. Possiamo ricostruire, documentare e sapere cosa successe, quel lontano giorno del 4 gennaio, eppure lo stupore affranto scaturito all’indomani di quella strana scomparsa, e poi la certezza che fosse accaduto qualcosa di terribile, non si dissiperà mai, riattivando il colpo di mille recriminazioni e di mille dubbi impossibili da sciogliere. Qui, chi osserva, avrà il tatto di lasciare i congiunti e gli amici più stretti al difficile lavoro del lutto. E al colpevole l’ancora più arduo compito di una rielaborazione che neppure la giustizia più giusta riuscirà a evitare che si affermi (posto che una cosa del genere si possa affermare) all’interno dell’oscuro labirinto della sua coscienza.

Dicevamo però della chiusura pubblica della vicenda, almeno in questo primo tratto. Il funerale dignitoso e commosso celebrato nel Duomo cittadino ha avuto la funzione di un suggello che non esibisce il dolore, ma lo compone su uno schermo visibile. In modo proficuo, tale visibilità è servita anche a erigere una barriera di ritegno alla curiosità morbosa che nelle settimane e nei mesi passati si è cibata di tutto. Il rito, le parole degli intervenuti, e soprattutto quelle di Madè, la figlia della coppia, hanno dimostrato che il dolore, per essere metabolizzato, può mostrarsi sul versante che alla fine tocca tutti. Ha cercato di ripercorrere il suo strazio personale, Madè, rammentando una nevicata già densa di cordoglio, nel chiarore notturno del cielo di Monaco di Baviera, e rivolgendosi ai corpi dei genitori racchiusi nelle bare stese davanti a lei, ricordando di aver chiesto e quindi chiedendo di nuovo ripetutamente “dove siete?”. E la risposta che è risuonata (“adesso siete ovunque”) ha rappresentato in modo dolce la cognizione di una separazione velata dal mistero di una morte non solo superabile dalla cecità della fede, ma dalla comprensione illuminata che siamo alla fine parte di un tutto più grande, che ci avvolge e ci consola. Nobiltà del dolore e della conoscenza, più forte di ogni miseria, persino di ogni efferatezza. Nobiltà di un’intimità che sopravvive alla lacerazione e decide di abitarla per riconsegnarci, nell’unico modo possibile, chi abbiamo perduto.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 19 giugno 2021

Il grande errore di Heidegger

“Forse solo i miei errori hanno ancora la forza d’urto in un’epoca sovraccarica di correttezze cui però la verità manca da tempo” (Quaderni neri 1931-1938 – Riflessioni V – 150)

Ho cominciato a leggere Heidegger alla fine degli anni Ottanta. A quel tempo era un filosofo di moda, soprattutto in Italia (in Germania, per esempio, lo leggevano meno e questo fatto – ingenuamente – mi colpì molto quando io andai in Germania anche sulla scia delle mie letture heideggeriane). Ma in cosa consisteva questa moda? Uno dei massimi artefici del predominio di Heidegger negli anni Ottanta poggiava sulla particolare lettura che ne davano alcuni filosofi italiani di successo in quel tempo. Primo fra tutti Gianni Vattimo, il quale proponeva anche una sua caratteristica interpretazione “di sinistra” dell’Heidegger ermeneutico e post-nietzscheano (non esistono fatti, ma solo interpretazioni… insomma quella roba là). Un’altra componente di questa moda era data dal fatto che, allora, quasi tutta la filosofia che andava per la maggiore era comunque filosofia del linguaggio, quindi anche Heidegger (il cosiddetto “secondo Heidegger”) rientrava un po’ in questa koiné, con tutto il suo caratteristico etimologizzare e l’affidarsi ai poeti che gli servivano per costruire la sua tipica “Casa dell’Essere”. Sottrarsi a questo fascino non era semplice. Lo si poteva fare sostanzialmente in due modi: occuparsi di filosofi estranei al (o non così influenzati dal) pensiero tedesco degli ultimi 100 anni (quindi buttarsi magari sugli anglosassoni); occuparsi di filosofia antica o moderna fino al confine dell’idealismo speculativo (diventare insomma degli specialisti di epoche remote). Comunque, dopo aver letto per anni (una decina) Heidegger io me ne sono stufato. Mi ricordo che già scrivendo la tesi di laurea (che ruotava intorno alle interpretazioni heideggeriane di Hölderlin) il “gergo” del pensatore di Meßkirch mi tediava sempre di più e – tanto per dire – fu il pensiero di Hölderlin a farmi capire che l’interpretato era davvero più interessante del suo interprete (per dirlo meglio: dopo aver subito il fascino di Hölderlin alla luce dell’interpretazione heideggeriana capii che c’era tutto un mondo che quell’interpretazione, seducente fin quanto si vuole, in realtà soffocava). In quel tempo leggevo anche molto Wittgenstein e (in modo molto sbrigativo, me ne rendo conto) a un certo punto mi misi a decostruire Heidegger attraverso Wittgenstein, in questo influenzato molto dagli studi di Karl Otto Apel. Insomma, a un certo punto mi parve che Heidegger fosse un trombone insopportabile e lo abbandonai. Poi smisi anche di occuparmi di filosofia.

Questa lunga premessa potrebbe anche finire qui, però non posso farla finire qui perché volevo dire un’altra cosa e quindi la dico adesso, anche se male. Uno dei motti di Heidegger, uno dei più citati, è: Wer groß denkt muß groß irren (chi pensa in grande deve sbagliare in grande). È una frase in cui viene bene fuori il limite di Heidegger (e si potrebbe notare, di passata, che errore qui non richiama soltanto l’errare sui sentieri interrotti del pensare “a venire”, ma l’orrore del nazionalsocialismo mai ricusato). Prima di tutto non ha il buon gusto di essere formulata almeno come domanda (chi pensa in grande deve proprio sbagliare in grande, cioè accompagnare questo suo grande pensiero da grandi errori?). Oggi direi che forse sarebbe meglio pensare un po’ meno in grande e fare meno errori. Ma c’è di più. Nella frase quello che viene prima pesa di più, è come se al “grande pensiero” (e al grande pensatore) si dovesse perdonare il “grande errore”. Beh, non sono d’accordo. Ci sono errori che non solo non sono perdonabili, ma che contribuiscono a ridurre di molto la portata del grande pensiero che li ha prodotti, e quindi non possono essere visti solo come una scoria, bensì come un peso che fa affondare anche il pensiero stesso. Con l’adesione di Heidegger al nazismo (e l’abbiamo capito: adesione non episodica o strumentale ma addirittura convinta, prolungata e persino chiarificatrice di alcuni gesti fondamentali del pensiero filosofico più apparentemente “depurato” dal tempo in cui è maturato) le parole del filosofo si svuotano, anzi diventano quasi oscene, e tutta questa storia dei popoli che attraversano la storia della Metafisica (questo passaggio dall’egemonia di un popolo all’egemonia di un altro popolo che “è” la Metafisica) assomiglia a un pessimo racconto infarcito di semplificazioni insopportabili e puerili herderismi (un barlume di consapevolezza, ancora dai Quaderni Neri: “Il pensatore? Un grande bambino- che pone grandi domande”). Alla fine quello che Thomas Bernhard scriveva di Heidegger in “Antichi maestri” (“… diesen lächerlichen nationalsozialistischen Pumphosenspießer”), bisogna dirlo, è la percezione più lucida che sia mai stata data della filosofia di questo “Meister aus Deutschland”.

La materia di Dante

Da giugno a novembre Bressanone ricorda il settimo centenario della morte del grande poeta fiorentino con una mostra di Markus Vallazza e una serie di incontri ispirati alla Divina Commedia.

In un breve e illuminante saggio intitolato Conversazione su Dante (di recente riedito in italiano dal Melangolo) il poeta russo Osip Mandel’štam ha scritto: «Se davvero ascoltassimo Dante, c’immergeremmo in un flusso d’energia ora denominato composizione – quando è preso nel suo insieme, ora metafora – quando lo si considera in un suo particolare, ora similitudine – quando è colto nella sua elusività: un flusso che genera definizioni al solo scopo di riassorbirle, perché lo arricchiscano di questo loro sciogliersi e, non appena conquistata la prima gioia del divenire, perdano immediatamente la loro primogenitura, associandosi alla materia che irrompe tra i significati e li trascina via». L’indicazione è preziosa. Esiste dunque una materia che avvolge e sostiene i significati isolabili (le figure) all’interno dell’opera, una materia che si manifesta come un perenne fluire, suscitando senza posa le sue provvisorie cristallizzazioni. Per comprendere e “illustrare” questa materia fluente non c’è altro metodo che lasciarsene attraversare, possibilmente con l’aiuto di linguaggi anch’essi resi fluidi nell’accostarsi alle parole del poeta. Esattamente questo è quanto riuscì all’artista sudtirolese Markus Vallazza (1936-2019) con un ciclo di meravigliose incisioni eseguite tra la fine del 1993 e l’anno 2000, adesso esposte all’Hofburg di Bressanone in una mostra – splendidamente curata dalla figlia Alma Vallazza e dalla poetessa Roberta Dapunt – visitabile fino al 7 novembre 2021 negli spazi del Museo Diocesano.

Wieland Schmied, che assieme alle curatrici citate e a Peter Schwienbacher firma uno degli interventi del catalogo dell’esposizione, ricorda l’occasione che spinse Vallazza a concepire, assai precocemente, il suo viaggio nel viaggio dantesco: «Già al primo approccio con l’Inferno di Dante negli anni Ottanta, Markus Vallazza ebbe un’esperienza simile a quella che Robert Rauschenberg ebbe un quarto di secolo prima. Quasi ogni giorno si ripresentava l’attualità delle visioni di Dante. Non riusciva a liberarsi delle immagini spontanee che dicevano: l’Inferno di Dante è qui, ora. Bastava accendere il televisore, sfogliare una rivista, aprire un giornale, a volte bastava un giro in un distretto di Berlino come Kreuzberg, Wedding o Neuköln, per essere aggredito da immagini impossibili da dimenticare». Tornano in mente le parole di Italo Calvino, apposte alla fine del suo libro Le città invisibili: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». All’opposizione calviniana ricavata come strategia per sopravvivere all’inferno in cui abitiamo, però, Vallazza aggiunge una terza possibilità creativa, che potrebbe essere intesa anche come risposta al “salmo postconviviale” tramandatoci dallo Zarathustra di Nietzsche, altro autore da lui molto frequentato: «Die Wüste wächst: weh dem, der Wüste birgt!». Se alberghiamo in noi deserti ed inferni occorre farsene carico proponendo una cartografia che sappia esorcizzarne gli effetti, fino a intravedere il faticoso passaggio che può portarci “a riveder le stelle”.

Ancora dal testo di Mandel’štam ricaviamo due spunti “virgiliani” (derivanti quindi dalla sua funzione di “guida”) adattabili al lavoro di Vallazza. Se il pensiero di Dante, come quello di ogni grande poeta, è essenzialmente metaforico, esso si realizza seguendo il principio di una convertibilità o conversione estendibile ad libitum. Si veda ad esempio la descrizione che il poeta compie parlando di Gerione (Canto XVII dell’Inferno), il “mostro da trasporto” che ha il compito di trasferire i due viandanti nell’ottavo cerchio. «La figura della convertibilità – spiega Mandel’štam – si disegna più o meno così: ghirigori e piccoli scudi sulla variegata pelle tartara di Gerione – tappeti di seta con arabeschi, gettati sui banchi di un bazar del Mediterraneo – prospettiva marinara, mercantile, bancario-piratesca – prestito a usura e ritorno a Firenze per mezzo dei sacchetti araldici con piccole immagini dai colori freschi e inusitati – brama di volo suggerita dagli arabeschi orientali, che volgono la materia del canto verso la novella araba con la sua tecnica del tappeto volante – e, infine, secondo ritorno a Firenze grazie al falcone, insostituibile proprio in quanto non necessario». Per slittamenti successivi, scomposizioni e ricomposizioni continue, le immagini gemmano ulteriori immagini, in un crepitio musicale che diventa poi un “prodotto calligrafico, risultato inevitabile dello slancio dell’esecuzione”; convertibilità e conversione, dunque, ma anche (ed è esattamente qui, cogliendo il secondo spunto, che s’inserisce la resa figurativa così contemporanea di Vallazza) densità mineralogica di materia stratificata e cangiante: la poesia (nel senso etimologico di ποίησις) come “lampada di Aladino che penetra l’oscurità geologica dei tempi storici a venire”. Non c’è allora modo migliore di cominciare la visita della mostra accostandosi alla impressionante lastra del 1995 intitolata “Il regno di lucifero” (la troverete subito all’ingresso, prima di accedere ai piani superiori dove sono esposte le tavole dedicate alle tre Cantiche), dalla quale Vallazza ha tratto dodici incisioni mutevoli, mettendo cioè in risalto particolari sempre diversi, fino a spegnersi progressivamente in un sinistro baluginio di segni graffiati nel buio, che spingono l’evocatività al suo massimo e anticipano il messaggio più personale dell’autore: «Un viaggio per così dire all’insegna del motto “La luce scaturisce dalle tenebre”, ma anche l’odissea per conoscermi meglio».

Parallelamente – o per meglio dire intorno – alla mostra “L’opera nell’opera” di Markus Vallazza, le curatrici hanno allestito un vario programma di incontri dal titolo “Cred’io ch’ei credette ch’io credesse” (Ich glaube, er glaubte, ich würde glauben), incontri mediante i quali il settimo centenario della morte del poeta fiorentino verrà celebrato in un modo decisamente encomiabile (e per certi versi sorprendente, sia per qualità che per quantità) da parte dell’Alto Adige e della città di Bressanone. Tra gli appuntamenti principali – per il cartellone completo rimandiamo al sito dell’Hofburg o al depliant che si può ritirare visitando la mostra – citiamo qui solo la presentazione del volume di Simone Marchesi e Roberto Abbiati (A proposito di Dante, edizioni Keller), il 20 luglio, il film Idi i smotri (Komm und sieh) del regista Elem Klimov, il 23 agosto, e la conferenza di Hannes Obermair, il 7 settembre, sull’uso fatto dai nazionalismi contrapposti delle figure di Dante e Walther von der Vogelweide. «La Divina Commedia – ha scritto Roberta Dapunt nelle note di presentazione delle iniziative – ci parla oggi con voce del passato e mette in sodalizio universale noi moderni e gli antichi. E ci sorprende quanto l’aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità sia uguale, ora come prima. Eppure il disorientamento che si presenta di continuo. Dante e noi. Il Credo quotidiano di essere nel giusto, la convinzione di sapere come, di non fallire, nella consapevolezza della reale situazione in cui ci troviamo rispetto al tempo, allo spazio e ancora di più al proprio io. Ci rimane l’esperienza dell’inabilità all’uguaglianza, poiché la capacità di essere cittadini del mondo è una disciplina che non abbiamo imparato». Forse, si potrebbe appena ritoccare, è una disciplina che non abbiamo ancora imparato, ed è per questo che occorre continuare ad apprenderla, approfittando soprattutto di occasioni come queste.

ff -10 giugno 2021

Buon compleanno SVP!

La torta della Svp, partito fondato nel lontanissimo 1945 (ben settantasei anni fa: è il partito più longevo d’Italia), è stata già più volte mangiata e digerita, eppure eccola ancora qua. Non solo. Difficilissimo pensare che il prossimo anno, o tra cinque anni, o anche tra ventiquattro anni, quando compirà cento anni (e allora immaginiamoci che torta!), difficilissimo pensare, dicevo, che non ce la vedremo servire di nuovo, tutta zuccherosa e luccicante di candeline. Se dovessimo chiederci il segreto di tale longevità la risposta non sarebbe molto difficile. La Svp infatti coincide quasi punto per punto con il disegno dell’autonomia che lei ha tracciato a favore di tutti quelli che vivono in Südtirol. Certo, nel momento in cui scriviamo una cosa del genere ecco che si odono anche degli scricchiolii, il digrignare dei denti o anche qualche risata. Ci sono quelli, per dire, che negherebbero molto veementemente una simile interpretazione, adducendo svariati e opposti motivi: col cavolo che questa autonomia è a favore di tutti quelli che vivono in Südtirol! Vogliamo parlare di quello che si potrebbe ancora fare per rendere tale autonomia ancora più completa, in modo da soddisfare le ambizioni (adesso un po’ sopite, per la verità) dei separatisti? Oppure vogliamo parlare del famoso “disagio” degli italiani, per i quali i successi della Svp sono assomigliati a un regime di soffice apartheid? Eppure, a cavare da queste proteste uno straccio di visione politica alternativa si rischierebbere di sbattere contro il muro di una realtà che nessuno saprebbe (e soprattutto: vorrebbe) modificare. Insomma, la torta può anche non piacere, può anche averci stancato, ma di ricette migliori in giro proprio non se ne vedono. Per non parlare di pasticceri che potrebbero prepararne di migliori. E allora viva la Svp, viva i suoi pasticceri (a volte anche pasticcioni), e che la provvidenza non ci faccia mai mancare una fettina o le briciole della sua torta: viviamo della sua consistenza burrosa, amandola, maledicendola, proponendoci ogni giorno di abbandonarla e restandoci sempre più invischiati ogni volta che ci muoviamo.

ff – La colonnina – 13 maggio 2021

L’amara uva dell’esilio

Bolzano al tempo di guerra nelle memorie adolescenziali di Romana Pucci, poetessa e prosatrice “toscana” da non dimenticare.

La pubblicazione del romanzo di Romana Pucci “L’uva barbarossa” (Edizioni alphabeta Verlag 2021, Euro 14.00) prosegue la ricognizione della narrativa d’ambientazione (o ispirazione) altoatesina che la casa editrice di Merano sta meritoriamente compiendo guardando a titoli da tempo irriperibili nelle librerie; titoli che però vale la pena recuperare alla luce di due spunti non trascurabili: la qualità della scrittura e la cura della memoria territoriale redatta in lingua italiana. Così, dopo il bel libro di Gianni Bianco (“Una casa sull’argine”) apparso l’anno scorso, ecco la seconda uscita della collana “TravenReprint” con questo volume stampato in origine da Rusconi nel 1983.

Romana Argia Maria Pucci (nata a Borgo Buggiano, nel pistoiese, nel 1928, e morta a Milano nel 1990) è una “altoatesina” sui generis, vale a dire immigrata, come in gran parte lo sono tutti quelli che non possono fregiarsi del titolo di autoctoni. Le origini della famiglia sono infatti toscane, dato che non è di secondaria importanza per interpretare il ductus della sua poetica. Dopo aver trascorso parte dell’infanzia nella terra degli avi, la famiglia si sposta al nord, prima a Verona, quindi a Bolzano (nell’ottobre del 1940), seguendo i trasferimenti del padre ferroviere. Ed è proprio l’ambientazione bolzanina a caratterizzare il suo secondo romanzo (il primo – “La volanda” – uscì da Einaudi nel 1979 e venne molto lodato dalla critica nazionale). Aprendo il libro a pagina 62 (siamo all’incipit del capitolo intitolato “L’esilio”) incontriamo già alcune descrizioni che individuano la tonalità affettiva di una Entfremdung – nota costante e comune a tanti “spatriati” da queste parti –, declinata in modo lirico: «Una cerchia sconnotata, senza storia, né tradizioni, né linguaggio in comune e, in mezzo, rocca asburgica di cittadini asburgici ottativi italiani (per la terra, che è lo zoccolo della patria), machiavellati dall’indole e dai luoghi a sventare le trame di nord e sud, e pigliar da questo e quello, fingendosi pigliati». Il curatore del volume, Carlo Romeo, richiama gli elementi salienti della sua prosa d’arte, citando la «profondità del recupero memoriale e l’originalità della scrittura, la contaminazione tra registri letterari, colloquiali e dialettali, un repertorio lessicale così fuori dall’ordinario da affascinare persino un severo filologo come Roberto Ridolfi». Ma di cos’è fatto propriamente il libro, posto che il contenuto di un romanzo non possa certo risiedere “solo” nella lingua in cui è scritto?

Ancora Romeo: «Se nel primo romanzo i ricordi dell’infanzia toscana sembravano trasfigurarsi in allegorie senza tempo, come le favole, qui le esperienze irrompono, dissonanti e persino brutali, attraverso la percezione della più irrequieta delle età umane, l’adolescenza. La scrittrice cerca di restituirne gli echi con la massima fedeltà, col massimo grado di regressione possibile, producendo a volte un effetto quasi diaristico. Il vissuto coincide con un periodo quanto mai denso di avvenimenti di forte polarizzazione e impatto emotivo: la guerra, la caduta del fascismo, l’occupazione nazista, i bombardamenti. Agli occhi di un’adolescente il mondo impazzito degli adulti non può offrire certezze, con i miti che crollano di colpo come le case buttate giù dalle bombe, e nessuna frase imparata a scuola sembra reggere alle prove della vita e della storia». Si tratta, in effetti, quasi di emozioni stenografate, di un crepitante svolgimento interiore che – mentre è proteso a ricostruire il volgere di un’epoca – si avvale costantemente di un punto di appoggio familiare, costituito dalle frasi scaturite dal dialogo con il padre della protagonista: un “fascista sentimentale”, più che ideologico, al quale il libro è dedicato e del quale le pagine delineano un commosso ritratto della sua personale decadenza, nel disfacimento del Regime di Mussolini.

Un episodio, in particolare, addensa il fuoco dell’ispirazione. Siamo nel 1945, al termine dell’occupazione tedesca dell’Alto Adige-Südtirol, e gli ultimi bagliori degli scontri fanno versare ancora molto sangue. «È il tre maggio, a guerra finita escono al sole i partigiani. Li conosco, sono ragazzi del contado, a casa propria fino a stamattina. […] Per qualche ora è una guerra assurda, questo infine è un esercito, gli altri, ragazzi e male armati. Sul finire odo detonazioni dal cortile e strazio di voci sotto a noi. Non ricordo l’età, forse quattordici, unico maschio. Il babbo accorre ma, sulla soglia di cucina, batte l’aria, poi cade. Lo sento dire: “Meglio me, potevano prendere i figlioli”. E si smarrisce. Ha l’avanbraccio spappolato da una palla esplosiva, si vede l’osso a schegge». La scena è drammatica. Piovono colpi, tutti fuggono, ma il padre ferito è percosso in modo ancora più amaro da un epiteto di chi passa e di lui non si cura: “Fascista!”. Qui non è tanto importante stabilire la stretta veridicità dell’episodio, quanto piuttosto afferrare la percezione morale che ne guida la ricostruzione. Proprio nel momento di massima difficoltà e di crisi, quando cioè la sicurezza dei punti di vista più consolidati vacilla, o addirittura si ribalta, affiora la richiesta che gli uomini siano riconosciuti come tali, senza ulteriori specificazioni. Non essendo avvenuto prima, traiamo però noi la cruda conseguenza, come sarebbe stato possibile accadesse proprio nel momento decisivo? Forse, ostinato benché sconfitto, resta appena quel desiderio di umanità ridotta all’essenza, ombreggiata da un frutto modesto e dalle parole della poesia “Testamento” di Olindo Guerrini: «Quando morrò, lungo la terra smossa / non piantate il cipresso o la mortella / io la mia tomba non la voglio bella / Piantateci una vite! / E così, benché morto, il mio tributo / ai vivi pagherò, rendendo al mondo / qualche goccia del vin che gli ho bevuto».

ff – 13 maggio 2021

Necessario ascoltare il dolore

Non c’è niente di peggio che tentare di correggere un nuovo errore ripetendo un errore già fatto in precedenza. Si potrebbe partire da qui, da un appunto tracciato al margine di una tragedia capace di scompigliare l’ordine apparente (ogni ordine è solo apparente) per provare a ritrovare la residua ragionevolezza che quanto accaduto a Pilcante di Ala tende a presentarci come distrutta e irricomponibile.

Gli eventi sono noti, seppur non ancora esaminati nei dettagli che peraltro non saranno mai sufficienti a spiegare, a giustificare. Matteo Tenni, un uomo «affetto da problemi psichici», è stato ucciso da un altro uomo, un carabiniere, che ha reagito con la massima violenza possibile a una crisi esplosa in un quadro di pericolosità o di rischio ampiamente probabile. Ma se sulle circostanze specifiche conviene per adesso tacere, lasciando che siano le indagini a soppesare ciò che dev’essere ancora accertato, appare urgentissimo invece riflettere ad alta voce su una scala più ampia, chiedendoci insomma quali siano, se esistano dei provvedimenti da adottare in casi avvicinabili a questo, perché non si ripetano. Il primo nodo da sciogliere, il più difficile, riguarda il dubbio che in genere viene in mente allorché ci troviamo davanti a dei fatti che sembrerebbero contestare l’acquisizione più rilevante, quella che portò, al tramonto degli anni Settanta, alla chiusura dei manicomi: la libertà è terapeutica.

Come sapeva benissimo il principale fautore di quella riforma, Franco Basaglia, l’ implementazione della legge 180 avrebbe dovuto continuare sulla strada della de-istituzionalizzazione della psichiatria proprio per evitare d’interpretare la salute mentale come qualcosa di inerente a un orizzonte di riferimento ristretto. In un saggio del 1992, significativamente sottotitolato «Per una strategia di psichiatria comunitaria, collettiva, territoriale», Franco Rotelli, ha scritto: «Non c’è riabilitazione del paziente psichiatrico senza riabilitazione della psichiatria, senza de-istituzionalizzazione della stessa» (il saggio di Rotelli si può leggere adesso nella raccolta «Quale psichiatria?», appena edito da Edizioni alphabeta Verlag). Ma cosa vuol dire, in buona sostanza, de-istituzionalizzare la psichiatria, e perché solo da qui può passare la possibilità che non riemergano impulsi a preferire scorciatoie neo-segregazioniste, cioè basate su un accrescimento delle pratiche di contenzione, seppur in varianti ipocritamente edulcorate?

Sempre Rotelli nel saggio citato: «La libertà è terapeutica se viene sostenuta, aiutata, protetta, costruita materialmente e socialmente». La follia (ammesso e non concesso che sappiamo leggere univocamente i tratti del suo volto) è solo un modo che la ragione cosiddetta «normale» utilizza per riconoscersi, ma al prezzo di silenziare un malessere che non pertiene soltanto a chi soffre, bensì investe la società nel suo complesso. Un malessere che quindi può essere attraversato (e curato) solo se tutta la società è disposta a tessere una rete di ascolto distribuita su più orecchie possibili, e soprattutto non confinate entro nuovi spazi di reclusione, in nuove, per quanto più raffinate, strategie di opacizzazione dell’esperienza di un dolore che riguarda tutti.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 27 aprile 2021

Diventare famosi

Qualche giorno fa sono diventato improvvisamente, inaspettatamente famoso. Il mio nome era su tutti i giornali. O almeno su quelli orientati a destra. Poi sono spuntato anche sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni, la leader del partito Fratelli d’Italia, quello con la fiamma tricolore nel simbolo. Ma com’è potuta succedere una cosa così? Qualcuno, un amico, mi ha chiesto addirittura consigli. Ho sempre cercato di diventare famoso, mi ha detto, ma non ci sono mai riuscito. Voleva conoscere gli ingredienti, insomma, e anche la ricetta. È molto semplice, gli ho risposto. Basta fare così. Prima di tutto devi riuscire particolarmente antipatico a qualcuno, chiamiamolo Ignazio. Devi fare in modo che Ignazio non ti sopporti, che cerchi insomma di danneggiarti. Poi è indispensabile che questo Ignazio sia un grande amico o un adepto di una persona molto più importante di lui. Una persona, per dire, che abbia migliaia e migliaia, anzi un milione e passa di seguaci. Chiamiamola Lucia. A questo punto devi, ho sempre spiegato al mio amico, postare una frase o comunque qualcosa che irriti a tal punto Ignazio da fargli scattare una molla: questa non la deve passare liscia, penserà Ignazio, ora glielo faccio vedere io. Così Ignazio preleverà quella frase, la condirà in modo che appaia molto più grave e offensiva di quello che è, quindi la manderà alla persona più in vista di lui, a Lucia, e lei, facendo un favore ad Ignazio ma anche a se stessa (più ad Ignazio che a se stessa, comunque), esporrà davanti a tutti i suoi follower, al dileggio dei suoi follower la vittima del bel lavoro fatto da Ignazio. Funziona?, mi ha chiesto il mio amico. Eccome, gli ho risposto, si diventa famosissimi. Anche se per poco. Io, per esempio, ho avuto centinaia di persone che mi hanno augurato di venire licenziato, bastonato, ammazzato. Un successone, te l’assicuro.

ff – La colonnina – 8 aprile 2021

Vissuto tra le parti

Umberto Gandini, fotografia di Othmar Seehauser

La scomparsa di Umberto Gandini lascia un vuoto nella comunità intellettuale dell’Alto Adige. Sua anche una delle più importanti opere di ricostruzione e contestualizzazione del famoso attentato di via Rasella.

Lo scorso 19 marzo ci ha lasciati Umberto Gandini. La breve voce Wikipedia a lui dedicata ne riassume la vita in pochi tratti: nato a Milano il 25 dicembre 1935, si trasferì dapprima a Merano e poi a Bolzano, dove nel 1961 trovò lavoro come giornalista per il quotidiano “Alto Adige”. Negli anni Settanta iniziò l’attività di traduttore letterario, lavorando per molte case editrici e dedicandosi in particolare alla prosa in lingua tedesca. Nel 2000 gli fu conferito il Premio “Ervino Pocar”; l’anno successivo gli venne assegnato il Premio Grinzane Cavour per la traduzione. Pubblicò due romanzi.

Ovviamente la stringatissima biografia lascia fuori altro, molte altre cose essenziali. Non cita, ad esempio, la breve avventura “extra-territoriale” (dal 1967 al 1972) che Gandini intraprese abbandonando temporaneamente il quotidiano locale per dedicarsi a scrivere una pagina settimanale di cronaca altoatesina inserita ne “Il Giorno” di Milano. Lo storico Maurizio Ferrandi, in un saggio di prossima pubblicazione sulla rivista “Archivio Trentino”, ha ricostruito le motivazioni di questa vicenda e, citando lo stesso Gandini, ne richiama l’occasione: “Bisognava convincere gli italiani ad accettare una soluzione della questione altoatesina che per loro significava dover sopportare un’ingiustizia. L’informazione, controllata dal quotidiano Alto Adige, era schierata su posizioni assolutamente nazionaliste. E allora come si fa ad avere una voce che spieghi quantomeno cosa sta succedendo? Fu Alcide Berloffa ad organizzare questa storia. Per un certo periodo pareva che a fare una redazione dovesse venire il Corriere della Sera, poi tentarono in altre maniere. Infine, con Italo Pietra, che era il direttore del Giorno, combinarono questa redazione. Era evidente sin dall’inizio che sarebbe stata un’operazione a tempo”. Sono parole in cui riemerge non solo un pezzo di storia, ma si fanno visibili anche le nervature di un processo di crescita, d’impegno civile che proprio Gandini renderà perspicuo mediante tutta la sua attività: smarcarsi sempre dal nazionalismo, favorire la comprensione reciproca tra i gruppi linguistici, avere cura dei fatti e delle parole per raccontarli.

Non c’è migliore esempio per illustrare – e ricordare, con gratitudine – la sua personalità che riferirsi così ai suoi quattro articoli scritti nel 1977 sui celebri fatti dell’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 e dell’immediatamente successivo eccidio delle Fosse Ardeatine (in realtà di questi episodi il giornalista si era già occupato proprio quando lavorava, alla fine degli anni Sessanta, per il quotidiano milanese, compiendo le prime interviste ai sopravvissuti del dell’XIesima Compagnia del Polizeiregiment Bozen, in quel periodo di stanza a Roma). La rilevanza di quegli articoli la spiega il giovane storico Bolzanino Lorenzo Vianini, fresco di laurea all’Università di Vienna con una tesi dedicata proprio all’elaborazione e ai riflessi sulla stampa locale della vicenda. “Quegli articoli – illustra Vianini – furono pubblicati in un momento importante. Eravamo nel 1977, c’era stata la fuga di Herbert Kappler in agosto, e quindi anche un risveglio d’interesse per quei lontani accadimenti. Ovviamente si parla anche molto di Alto Adige, luogo di provenienza dei militari implicati nella strage”. Gandini era tornato a lavorare al giornale locale nel periodo in cui questo, allora sotto la nuova direzione di Gianni Faustini, si stava sciogliendo dall’impostazione nazionalistica passata, e decise così di recuperare alcune vecchie interviste per redigere degli articoli al fine di spiegare, usando ciò che oggi chiameremo una tecnica di oral history, la dinamica più esatta dei fatti e smontare anche le letture parziali, quando non proprio false, che si erano sedimentate e incrostate nel tempo. Era un approccio nuovo, rivolto ad approfondire piuttosto che ribadire dei cliché interpretativi utili soltanto alla contrapposizione. E infatti il suo lavoro – raccolto poi due anni dopo in una silloge intitolata Quelli di via Rasella: la storia dei sudtirolesi che subirono l’attentato del 23 marzo 1944 a Roma – è stato successivamente valorizzato da tutti gli studi più autorevoli sull’argomento, a cominciare da Alessandro Portelli con il suo L’ordine è già stato eseguito, del 1999, che offre la ricostruzione più esaustiva.

Non è necessario entrare nei dettagli o immergerci nelle pieghe del testo (del quale raccomandiamo comunque la lettura). Fino a quel punto, almeno nella pubblicistica di lingua italiana, l’identità dei combattenti sudtirolesi uccisi dai gappisti era infatti rimasta sepolta al di sotto di un discorso pubblico concentrato su altro, intrappolata nel gioco di ruolo tra “partigiani” e “nazisti” (le famose “ss”, non meglio specificate), soprattutto alla luce della relazione tra la logica degli attentati e quella della rappresaglia (per questi aspetti specifici si veda il recente libro di Chiara Colombini, Anche i partigiani però…, uscito per i tipi di Laterza). Restava quindi insondato il riconoscimento della peculiarità umana degli uccisi, e questo non al fine di rigettarli poi subito nel contenitore dei dannati, dei perfidi “tedeschi”, o per salvarne in qualche modo il profilo d’inconsapevoli oppositori “sudtirolesi” al regime di oppressione nazista. Peculiarità qui significa complessità, intrico, impossibilità di leggere la storia mediante schemi troppo netti e ideologici. In fin dei conti è proprio questo il compito che un buon giornalista di confine, che per di più sia anche un eccellente traduttore, riesce sempre a svolgere muovendosi da parte a parte, ossia insistendo tra le parti, e cercando, pur nel rispetto di prospettive diverse, quelle mediazioni in grado di farci giungere a una soluzione più arricchente per tutti.

ff – 8 aprile 2021

Due libri per capire chi siamo

C’è stato un tempo, che sembra definitivamente passato, in cui ai libri, soprattutto ai romanzi, non si chiedeva soltanto di fornire l’occasione per qualche ora d’intrattenimento. Potevamo così avere a che fare con dei testi ai quali veniva attribuito un compito di sollecitazione e di stimolo che investiva chiaramente la società prevista ad accoglierli. Invitandola a interrogarsi su sé stessa.

Mi viene in mente qui il romanzo di Francesca Melandri, “Eva dorme”, che tra pochi giorni, a undici anni dalla sua prima fortunatissima pubblicazione per Mondadori, tornerà in libreria nella nuova veste datale dall’editore Bompiani. Un esercizio interessante potrebbe essere allora quello di stabilire un rapporto con un altro romanzo, uscito da pochissimo, dopo aver vinto il prestigioso premio Calvino, per i tipi di Italo Svevo: “Lingua Madre”, della bolzanina Maddalena Fingerle. In sostanza: si tratterebbe di misurare il potenziale impatto di quest’ultimo sulla capacità d’incidere nell’ambito di un’autoriflessione che, nel caso del primo, ha già dato i suoi frutti diventando un classico del Sudtirolo contemporaneo. Mi limito ovviamente a schizzare alcuni brevi appunti, consegnandoli a dei lettori che, come detto, vogliano approfittare della lettura per mettere a punto uno strumento in grado di rivelarci chi siamo.

Di “Eva dorme” non occorre richiamare qui alla memoria troppe cose, né spendere ulteriori elogi. Come sanno benissimo le molte persone che l’hanno amata (sia nella versione originale in italiano, ma anche nella ugualmente vendutissima traduzione tedesca), si tratta di una storia che espone la trama di una riconciliazione, o persino di un felice risveglio, potendo giocare con il titolo che quindi intenderebbe registrare il congedo dalle spire notturne del conflitto etnico. La vicenda d’amore tra Gerda e Vito, in un primo tempo interrotta e poi postumamente trasfigurata da Eva nel segno di una pacificazione (sia a livello della memoria personale che di quella storica) segna anche il passaggio ad una nuova fase dell’autonomia, è una sorta di manifesto per il Sudtirolo uscito con difficoltà dalla sua storia tormentata, che ha imparato dagli sbagli del passato, e quindi, anche quando guarda indietro lo sa fare soprattutto per potersi spingere con più fiducia in avanti.

“Lingua madre” non esprime apparentemente la medesima fiducia, e in questo senso fotografa, più che il congedo da un’epoca buia, quindi anche aperta alla speranza, il sentimento che prevale quando l’immaginazione necessaria a plasmare il futuro si spalanca su un paesaggio contrassegnato dall’incertezza. Il libro è attraversato da un sentimento di angoscia esistenziale nei confronti delle parole “sporche”, delle espressioni che vengono avvertite in uno stato di scollamento dalla realtà, configurandola come inospitale. Paolo Prescher, il protagonista, si trova perciò ad operare ponendo tra parentesi gli abituali codici di appartenenza, e oscilla tra un tentativo di fuga e la ricaduta all’interno di automatismi che minacciano di stritolarlo (di stritolarci) definitivamente. Esiste una spia, in forma di anagramma, che rivela questa sofferta sospensione del senso. A un certo punto, infatti, il nome della madre (Luisa Prescher) viene risolto nell’espressione “capire Husserl”. Proprio Husserl, lo ricordiamo, è stato il filosofo che, grazie al suo programma fenomenologico, ha più di altri insistito sulla necessità di sottoporre a un azzeramento propedeutico, a una distruzione radicale la trama dei significati nei quali siamo immersi, al fine di poterne riacquistare una praticabilità non incrostata da esperienze ormai pregiudicate. Fingerle però non dà suggerimenti su come questa nuova praticabilità possa schiudersi, non propone una ricetta per individuare quale sia la lingua materna in grado di spezzare l’ammutolire che ha spento tutte le nostre vecchie e consumate parole.

Rileggere “Eva dorme”, leggere “Lingua Madre” – due voci non a caso femminili, e per questo forse maggiormente prensili rispetto a quanto accade dentro e fuori di noi – , magari cercando di far dialogare i testi fra loro, non serve soltanto a tessere una relazione tra due esempi di scrittura diversi e anche generazionalmente sfasati. I due libri propongono anche due versioni (opposte o complementari?) per chiarire quale aspetto sta prendendo la terra nella quale viviamo, e di questa terra ci invitano a farne parte con una consapevolezza alla quale solo la letteratura può fornire il sostegno per potersi rivelare.

Corriere dell’Alto Adige, 27 marzo 2021

Oltre i limiti del romanticismo

Folio Verlag è un’impresa sudtirolese che esplica al meglio la funzione di ponte culturale tra diverse aree linguistiche. Uno dei due fondatori ci spiega il segreto del suo successo (anche) commerciale.

Ho appuntamento alle 11.00 con Ludwig Paulmichl in via Maso della Pieve, dove le edizioni Folio hanno la loro sede bolzanina, proprio davanti al cimitero. Non è un giorno di festa, ma per strada circolano poche macchine per essere un normale giorno lavorativo. Siamo intrappolati da un anno in un calendario falcidiato dagli stop and go dei provvedimenti di contenimento della pandemia. Mentre parcheggio ascolto Nick Cave cantare “Well, I kept thinking about what the weatherman said and if the voices of the living can be heard by the dead…”. Mi pare un buon viatico per parlare di libri in un luogo come questo, e mi chiedo se non sia vero anche il contrario, se cioè le voci dei morti possano essere ascoltate dai vivi.

Una casa editrice, dopo tutto, è come se stesse sempre un po’ tra l’al di qua e l’al di là, alla maniera del cacciatore Gracco di Franz Kafka. Non solo perché molti dei libri stampati e venduti sono stati scritti da autori ormai scomparsi, ma perché sopravvivere alle leggi del mercato editoriale non è facile per nessuno. In questo senso Folio – nata a Vienna come agenzia letteraria nel lontano 1992 per iniziativa dello stesso Paulmichl e Hermann Gummerer – ha compiuto un piccolo miracolo, superando qualche anno fa una crisi piuttosto seria e ridando slancio alla propria mission imprenditoriale. Proprio di questa missione e di questo miracolo (ovviamente in senso laico) sono venuto a parlare con Paulmichl e prima di salire ripasso sullo smartphone le note di presentazione che si possono leggere sul sito della casa editrice: “Als Südtirolern ist den beiden Verlegern bewusst, wie fragil das friedliche Zusammenleben zwischen verschiedenen Sprachgemeinschaften sein kann”.

Prendiamo posto intorno a un grande tavolo al centro dell’open-space e la prima cosa che Paulmichl mi dice segna già la traccia sulla quale si muoverà il nostro dialogo: “Non vorrei apparire prosaico, ma per parlare del nostro lavoro dobbiamo innanzi tutto sgombrare il campo da un equivoco: produrre libri non è una faccenda molto romantica, non si tratta di puntare soltanto agli aspetti culturali di un’impresa che, infatti, si muove all’interno di una complessa catena sociale. Qui è importante anche fare i soldi”. Certo, l’incipit suona prosaico, eppure senza un approccio di questo tipo, mi si vuol far capire, neanche le istanze culturali più nobili o significative avrebbero l’opportunità di affermarsi: “Una volta che hai dimostrato di poter vendere, di saper insomma occupare una fetta, per quanto piccola, di mercato, allora potrai contare sull’appoggio dei librai, convincendoli che anche quegli articoli del catalogo magari a prima vista più sofisticati meritino la stessa attenzione”.

Può darsi che queste considerazioni poco “romantiche” siano dovute, oltre che alla particolare contingenza della quale discutiamo, anche alla formazione filosofica di Paulmichl, il quale mi racconta come in gioventù si sia laureato in filosofia politica sul pensiero di Antonio Gramsci. Banalmente: solo comprendendo a fondo il funzionamento di una determinata struttura produttiva è possibile agire, incidere poi anche a livello sovrastrutturale. Ma sono solo suggestioni che restano sospese, “anche perché io, ti dirò, quelle cose mica le capisco più”, celia sornione il mio interlocutore. Torniamo dunque alla particolare missione di un editore di confine e chiedo su quali autori si è puntato per incrementare le vendite e posizionarsi saldamente a cavallo di diversi universi linguistici. “La scelta – mi spiega – si è indirizzata su quelle scrittrici e quegli scrittori che avevano già conquistato l’attenzione dei lettori in patria, per promuoverne la conoscenza anche ad un pubblico di lingua tedesca, soprattutto in Germania. Per gli italiani potrei farti i nomi di Dacia Maraini, di Paolo Rumiz o di Giancarlo De Cataldo. In scuderia abbiamo anche autentici big internazionali, come ad esempio l’inglese Jonathan Coe, ma non per questo abbiamo certo perso il radicamento con il nostro territorio, del quale anzi offriamo una promozione su più livelli. Cito al proposito solo i nomi di Roberta Dapunt, di Josef Oberhollenzer o di Maria Brunner, oggi tutti riconosciuti e affermati ben oltre il Sudtirolo. Vorrei infine sottolineare che non è comunque facile sfruttare la notorietà interna di un autore contando su una sua automatica ricezione all’estero. Non basta il nome, insomma, bisogna avere anche la fortuna d’incontrare il gusto dei lettori nel momento giusto, promuovendo un titolo con tutta l’energia possibile. In questo ambito niente è scontato, ogni volta è una piccola scommessa”.

Una scommessa che si vince solo se alla bontà del prodotto viene associato un vero e proprio lavoro volto a dargli la maggiore visibilità possibile, contattando in anticipo i recensori e anche acquistando nelle maggiori librerie gli spazi immediatamente raggiungibili dagli occhi dei clienti: “Altrimenti anche il libro più bello e interessante del mondo rischia di scomparire subito dal circuito che gli permetterebbe di essere notato”. Alla fine sfogliamo insieme il catalogo delle prossime uscite. “I primi quattro titoli del nostro programma di primavera propongono un autore siciliano, Roberto Andò, con il suo Ciros Versteck (Il bambino nascosto), poi Trio di Dacia Maraini, Der Berg del croato Ivica Prtenjaĉa e il thriller Alba Nera di De Cataldo. Come vedi, l’obiettivo della vendibilità s’intreccia sempre con la ricerca della qualità, cerchiamo di praticare questa difficile arte della conciliazione: se si vogliono continuare a vendere i libri non c’è davvero altra strada”.

ff – 11 marzo 2021

Ein Jahr danach

Foto di Azzurra Primavera

Vor genau einem Jahr, es war der 11. März, verkündete der damalige Ministerpräsident Giuseppe Conte den ersten Lockdown, die uns für mehrere Wochen am Stück einschließen sollte: “Wir bleiben heute getrennt, um uns wärmer zu umarmen, um morgen schneller zu laufen. Alle zusammen werden wir es schaffen.” Wir müssen auf diese Begriffe achten – Abstand, heute, Umarmungen, Laufen, morgen, Gemeinschaft, es schaffen – und uns fragen, was sich wirklich verändert hat. Der Abstand, der uns trennte, hat sich verkleinert, aber auf unregelmäßige Weise; der heutige Tag hat sich über alle Maßen ausgedehnt, es ist zu einer Frage geworden, wer weiß, wie lange noch; die Umarmungen sind mit Misstrauen behaftet; das Laufen ist durch wiederholtes Stolpern unterbrochen; der morgige Tag ist der von Lorenzo il Magnifico, von dem “es keine Gewissheit gibt”; die Gemeinschaft ist zerrissen; die Fähigkeit, es zu schaffen, ist inzwischen eine Hoffnung, die, wenn sie nicht tot ist, sicherlich in einem Krankenhausbett liegt. Das Einzige, was sich wirklich geändert hat: Statt Conte steht nun mit Mario Draghi, ein Ministerpräsident an der Spitze des Landes, dem ein fast einstimmiges Parlament blind das Vertrauen ausgesprochen hat. Vor einem Jahr habe ich versucht, die Empfindungen und Gefühle einer damals so ungewöhnlichen Situation in einem Buch festzuhalten. Die Tage waren warm, die Straßen leer, die Gedanken, wenn auch tastend, köchelten vor sich hin. Selbst in der Unbequemlichkeit der Umstände glaubte keiner von uns, dass der Einsatz, zu dem wir berufen waren, sehr lange dauern würde. Als dann der Sommer kam und die Abriegelung gelockert wurde, schien es, als könnten wir bald zum “normalen” Leben zurückkehren. Wir haben uns geirrt. Es wurden so viele Fehler gemacht, wir haben sie sicherlich alle gemacht, aber niemand fühlt sich wirklich verantwortlich, und es wurde sowieso wenig gelernt, selbst aus den offensichtlichsten. Wenn ich heute ein weiteres Buch verfassen müsste, wüsste ich nicht, was ich hineinschreiben sollte. Ich würde es sicherlich sehr schwierig finden, mir ein Ende vorzustellen, geschweige denn ein glückliches. Es herrscht eine große Müdigkeit, eine tiefe Desorientierung. Selbst die Worte sind müde, sie kommen nur schwer heraus oder fallen auf dem Grat eines vergesslichen Gedächtnisses auseinander.

ff – 11 marzo 2021

Sulle gambe del viaggiatore leggero

Lo scorso 22 febbraio, come si dice nei casi in cui il rammarico soffia su candeline immaginarie, Alexander Langer avrebbe compiuto 75 anni. Ogni volta che il calendario propone tale ricorrenza – o quella simile, della morte – lo ripensiamo, e scriviamo che ci manca, uno come lui. Certo, era di gran lunga il politico più lungimirante che ha prodotto il Sudtirolo tra gli anni Settanta e i Novanta, e la sua mancanza risulta evidente, soprattutto se compariamo il suo spessore con quello di chi lo attorniava o lo ha succeduto. Il rammarico però ha anche un lato spiacevole, perché tende ad assolverci non solo dall’impossibile emulazione, adombrata dal tributo rituale, ma anche da un impegno molto più concreto in ciò che sarebbe giusto continuare a fare (è l’invito, come noto, del suo biglietto finale) nel solco del suo insegnamento. Nessuno chiede che gli allievi superino i maestri, ma almeno che sappiano interpretarne in modo autonomo e innovativo la lezione.

Ai giovani, che di Langer hanno sentito a malapena parlare, si potrebbe ricordare il succinto catalogo da lui steso nel 1990 in un appunto rispondente alla domanda: da dove prendi le energie per “fare” ancora? Vengono citate le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e l’America latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia. Alcune questioni nel frattempo spente, altre ancora brucianti di attualità. Poi, naturalmente, i capitoli inerenti la tutela delle minoranze, gli accorgimenti per smorzare il rinascere sempre possibile dei nazionalismi in un’Europa unita a fatica (l’impegno finale di Langer nel contesto delle guerre nella ex-Jugoslavia) e sempre di nuovo il suo amato Sudtirolo, diventato il nostro, così cambiato seppur riconoscibile nell’impostazione istituzionale risalente al secondo Statuto d’autonomia. Una volta deppennato il catalogo, resta la domanda. E noi? Da dove le prenderemo le energie per “fare” ancora?

Se, come detto, rimanessimo orientati sul lato celebrativo, mossi soltanto dal ritmo imperturbabile del calendario, le energie non sarebbero molte. E non sarà solo il trascorrere pigro del tempo che comunque passa a trarci d’impaccio. Si veda ad esempio il tema del Censimento etnico, del quale (ancora potenza del calendario!) ricorre proprio quest’anno il quarantesimo anniversario. Anche qui molte cose sono cambiate nell’apparente fissità dell’impostazione. Nel 1981 la dichiarazione era obbligatoria e possibile solo per i tre gruppi statutariamente previsti. Nel 1991, in pendenza di un ricorso alla Corte costituzionale, è stata introdotta la possibilità di dichiararsi “altro”, per quanto poi aggregato a uno dei tre gruppi. Ma questo almeno ha risolto, sul piano formale, il problema delle liste chiuse, che sono illegittime in base agli standard internazionali. Nel 2005 (pendente una possibile procedura di infrazione europea) la dichiarazione è stata sganciata dal Censimento ed è stata introdotta la possibilità di modificarla in ogni momento, con effetto però dopo 18 mesi, in modo da evitare le cosiddette dichiarazioni di comodo. Dal 2015 (sempre per il rischio di una procedura di infrazione) è prevista la possibilità di rendere la dichiarazione da parte dei cittadini UE e parificati (soggiornanti di lungo periodo) e in questo modo è risolto uno dei nodi maggiori, oltre a aver reso la dichiarazione un fatto formale (perché il kosovaro si può dichiarare ladino). Restano sul tappeto alcune questioni tecniche, e ovviamente la domanda politica di fondo: ha ancora senso un sistema di accertamento ufficiale della consistenza di gruppi percorsi da mutazioni e variazioni che, di quel sistema, riconoscono ormai quasi solo gli effetti senza badare troppo alla sua legittimità?

Intanto, il nome di Langer fiorisce in bocche sulle quali fino a qualche anno o addirittura mese fa sarebbe apparso come bestemmia. “Se fosse riuscito a continuare la sua battaglia – ha scritto su Facebook il parlamentare leghista Filippo Maturi – oggi vivremmo in un Alto Adige diverso: con meno contrapposizioni etniche, nel rispetto delle identità senza prevaricazioni. Un Alto Adige più green, forse senza bisogno di transizione ecologica, con maggiore rispetto per la biodiversità agricola e faunistica”. Langer però non è un supermercato di idee tra le quali si può scegliere secondo i propri pregiudizi, tralasciandone altre. E non è neppure solo una targa da apporre ufficialmente (c’è finalmente la notizia: è iniziato l’iter necessario) su un ponte che comunque già portava il suo nome. Le gambe del viaggiatore leggero devono diventare le nostre, senza paura di irrobustircele su sentieri imprevisti, che purtroppo a lui rimasero sconosciuti.

Corriere dell’Alto Adige, 24 febbraio 2021

Scuola, il tempo propizio

Partiamo dai fatti, che molto spesso sono fatti anche di parole, e proviamo a commentare la presunta dichiarazione di Mario Draghi sull’eventuale allungamento dell’anno scolastico fino alla fine di giugno.

Intanto, chi era presente all’incontro con l’ex presidente della BCE, come per esempio il deputato del gruppo Misto Alessandro Fusacchia, ha cercato di circoscrivere il senso di quell’affermazione. In un’intervista rilasciata al sito Orizzontescuola.it, il parlamentare ha detto: «Draghi ha parlato delle difficoltà affrontate dagli studenti a causa della pandemia, sotto il profilo sia degli apprendimenti sia del disagio psicologico, e della necessità di intervenire in proposito. Ha fatto un cenno ai prossimi mesi e si è speso soprattutto sull’inizio del prossimo anno scolastico. Sul calendario ha fatto solo una veloce menzione, senza entrare in alcun dettaglio, e noi sappiamo che quell’espressione, senza ulteriori specificazioni, può voler dire tante cose diverse». Una veloce menzione, insomma, che però ha generato un prevedibile subbuglio.

Provando a ragionare, occorre dunque distinguere chirurgicamente l’uscita di Draghi dall’opinione di quanti, presala subito per buona, non hanno esitato ad applaudire rilanciandola come progetto da acquisire senza troppi indugi. Tra questi, il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher, che ha dichiarato (stavolta ci sono le registrazioni): «Perché no? Sarebbe come rompere un tabù». Ma di quale tabù si tratta, e perché sarebbe così auspicabile romperlo? Il tabù, a quanto pare, riguarda essenzialmente l’idea di mantenere confinata la frequenza dell’anno scolastico — da parte degli studenti, beninteso, visto che gli insegnanti lavorano tutti già almeno fino alla fine del mese, e non pochi anche oltre — entro la metà di giugno. Rompere il tabù significherebbe arrivare, appunto, perlomeno a luglio (e poi — perché no? — in prospettiva anche ad agosto). Ma su che base questa visione arrecherebbe un vantaggio agli studenti? Occorre risalire alla prima motivazione disponibile, provando però anche a capire se ce n’è una nascosta.

La motivazione disponibile è questa: dato che l’anno scolastico che avremo alle spalle (e in parte anche quello precedente) è stato reso difficoltoso da una diminuita opportunità di fare lezioni in presenza, si ritiene che il ricorso alla didattica a distanza sia stato «tempo sprecato» e quindi occorra «recuperarlo» in chiave eminentemente quantitativa (cioè aggiungendo dei giorni). Vengono subito in mente parecchie obiezioni.

Ne cito due. Per prima cosa la didattica a distanza non è stata «tempo sprecato», ma l’unico modo di affrontare le enormi difficoltà dovute alla chiusura degli spazi pubblici, una chiusura che è stata imposta (anche al mondo della scuola) da una politica a dir poco non impeccabile nella gestione della pandemia. Inoltre, è la seconda obiezione, il carico di lavoro alternativo che studenti, insegnanti (e anche famiglie) hanno dovuto affrontare mediante tale ricorso alla didattica a distanza — anche nella forma a singhiozzo che ha caratterizzato gran parte dell’offerta che le scuole sono riuscite, nonostante tutto, a proporre — non è stato minore di quello che avremmo avuto potendo usufruire della sola didattica in presenza. Anzi. Aggiungere un’altra quindicina di giorni in presenza (posto poi che ci si riesca, visto che qui si viaggia nella più totale incertezza) a cosa servirebbe?

Chiarito il poco convincente argomento fornito dalla motivazione disponibile, arriviamo così a quella occulta. Purtroppo, l’idea che la scuola sia definita solo dal parametro del «tempo» speso tra i banchi tradisce una concezione quantitativa dell’apprendimento che manca completamente il bersaglio, non riuscendo cioè a rendere perspicuo che è soprattutto in base a una complessa miscela di elementi qualitativi che noi riusciamo davvero ad apprendere (a scuola, ma non solo a scuola). Chi ha passato diverso tempo operando nella didattica sa benissimo che, talvolta, aiutano di più dieci minuti fatti nelle condizioni favorevoli che non dieci ore ritenute in astratto la quantità di tempo «necessaria» ad acquisire le «competenze» previste. Insomma, passare più tempo a scuola non offre, di per sé, alcuna garanzia. Occorrerebbe piuttosto pensare a come lo si fa.

Per fortuna, all’entusiastica adesione rivelata da Kompatscher rispetto alla presunta dichiarazione di Draghi ha ribattuto l’assessore alla scuola tedesca Philipp Achammer, il quale — anche in questo caso testuale — ha scritto su Facebook: «Sono scettico. Di sicuro la didattica a distanza non può avere la stessa qualità delle lezioni in presenza, ma mi risulta poco chiaro che cosa si vorrebbe ottenere aumentando il calendario scolastico di due settimane». Se vogliamo davvero parlare di tempo scolastico, lo suggeriva in un illuminante intervento Antonio Vigilante sul sito «Gli Stati Generali», occorre lasciare per il momento da parte il chronos, vale a dire il tempo cronologico, e recuperare il senso del kairos, il tempo propizio, nel quale cose nuove possono accadere e anche gli antichi tabù (pensiamo a quello, davvero ostinato, delle scuole divise, qui in Alto Adige) potrebbero cominciare a sgretolarsi.

Corriere dell’Alto Adige, 14 febbraio 2021

La delicatezza dell’arabo

Claudia Raudha Tröbinger si dichiara “artista visiva iconoparca”, il cui materiale preferito sono le parole. Nel suo ultimo libro, edito da Raetia, ha illustrato la sua inclinazione per la lingua e la cultura araba sviluppatasi anche in seguito ad un prolungato soggiorno all’estero.

Dalle sue note biografiche si ricava che ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. L’interesse per il mondo arabo, invece, come è nato?

Il mio primo incontro con lo “spazio linguistico arabo” – preferisco usare questa espressione rispetto a “mondo arabo” – l’ho avuto da bambina grazie a un libro di Karl May. Lì ho conosciuto questi uomini con le loro tende e i loro cavalli pregiati ai quali leggevano (o forse recitavano) delle sure del Corano. Io amavo sia i cavalli che i libri e la combinazione fra i due toccò delle corde molto profonde dentro di me. In seguito ho anche conosciuto persone di questi posti, sul lavoro e nella vita privata, e a un certo punto ho anche visto per la prima volta esempi di calligrafia araba, ma non ricordo esattamente quando.

E la possibilità di apprendere la lingua quando si è concretizzata?

Durante i miei studi all’Accademia realizzai un video cercando di coinvolgere Adel, un ragazzo tunisino, e da allora, eravamo alla fine degli anni Novanta, ho cominciato a presentare i miei lavori espressivi in due lingue: italiano e arabo. Dopo aver conseguito il diploma, trovandomi a disposizione una grande somma di denaro, ho deciso di investire il mio tempo nell’apprendimento di questa lingua notoriamente difficile, e sono partita per Beirut.

Quanto tempo ha passato a Beirut?

Tre mesi, nei quali oltre a godere di una vita sociale molto intensa e studiare con due insegnanti privati diversi ho anche iniziato a stendere la biografia delle donne della mia famiglia, una specie di autoterapia. Scrivevo prevalentemente sui banconi dei bar e la gente mi diceva: Enti thayyeba (sei in gamba). Però i miei progressi erano limitati. La maggior parte delle persone mi parlava in inglese. Allora decisi di cambiare e mi recai in Siria, ad Aleppo. Era il 2005, allora in quel paese non c’erano grandi tensioni.

Che tipo di vita faceva ad Aleppo?

Vivevo in un hotel frequentato da soli arabi in un quartiere centrale vicino al vecchissimo e splendido suq. Frequentavo l’università, andavo in piscina e ovviamente studiavo. Siccome il tempo rimanente era poco, interruppi il lavoro alla mia biografia e iniziai invece a occuparmi di un altro testo, una lettera, che poi si sarebbe sviluppata in un libro.

E poi c’è stata la scoperta della Tunisia.

Sì, a Tunisi non ho vissuto presso una famiglia bensì in un mabit, uno studentato, e quindi in un appartamento mio. Nel secondo anno ho cercato di inserirmi nel mondo del lavoro, anche per apprendere meglio la lingua. Oltre a ciò ho avuto l’opportunità di frequentare degli ottimi corsi di calligrafia araba. Mi dedicavo alla stesura di tre testi diversi e preparavo una mostra personale dal titolo: “Chi sono io come artista e perché studio l’arabo”. Stavo anche per sposarmi con un giovane del posto, ma poi le cose sono andate diversamente da come avrei – e penso avremmo – voluto.

Perché studio l’arabo” è la sua terza pubblicazione bilingue (italiano/arabo). Esiste una linea di ricerca precisa in questo suo approfondimento?

Una linea di ricerca precisa non direi. Mi nutro di letteratura araba contemporanea. L’anno scorso, per esempio, mi sono dedicata ad alcuni libri palestinesi o a opere sulla storia palestinese. Colgo l’occasione per raccomandare autori come Ghassan Kanafani, Elias Khoury e Mazen Maarouf.

Il libro ha una struttura grafica molto peculiare ed è strutturato in tre sezioni: una prima parte di “ringraziamenti”, una seconda in cui cita numerosi proverbi e, infine, una sezione in cui spiega, per l’appunto, perché si sta dedicando all’apprendimento della lingua. Qual è il motivo di questa scelta?

Veramente tutto è nato come parte della mostra menzionata prima e all’inizio non doveva essere un libro, ma un murales pieno di risposte alla domanda sul perché io studio l’arabo. Poi per vari motivi questo progetto non è andato in porto. Venendo dall’Accademia di Belle Arti ho un approccio molto libero rispetto alla scrittura, ho fabbricato vari libri d’artista. Il mio ultimo lavoro è stato definito “arte verbale” e non mi dispiace.

A un certo punto, nella sezione delle spiegazioni, cita il filosofo L. Wittgenstein (“I limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo”). In quale direzione pensa che lo studio dell’arabo abbia contribuito ad allargare i limiti del suo mondo?

Bella domanda. Ho imparato una lingua extraeuropea, extracomunitaria se vogliamo. È sicuramente verso sud/sud-est che il mio orizzonte culturale vede un allargamento. Potrei però rispondere anche con una frase del mio libro: “Perché gli arabi sanno cos’è la delicatezza”.

Se pensiamo però agli episodi di estremismo islamico che si sono succeduti negli ultimi anni, anche qui in Occidente, la delicatezza non è la prima cosa che verrebbe in mente parlando di quella cultura. In che modo è possibile contrastare questo pregiudizio?

Trovo triste che parlando dell’amore per una lingua, come faccio io, mi si confronti con una domanda del genere. Quindi rispondo chiedendo a mia volta: se avessi scritto un libro sul fascino di studiare l’inglese americano, lei mi avrebbe forse ricordato Hiroshima e Nagasaki?

Allora ritiro la domanda, o meglio: la trasformo. In base alla sua esperienza e alle sue frequentazioni dei paesi e delle persone di lingua araba, può dirci quali sono i pregiudizi prevalenti che riguardano il mondo occidentale in generale e in particolare l’Italia?

Qui si pensa spesso che da parte dei musulmani veniamo percepiti come “miscredenti”, e può darsi che ciò capiti. Ma alla luce della mia esperienza mi è capitato di sentirci definire come ahl al-kitab (gente del libro), cioè appartenenti a una religione che, come quella musulmana e quella ebraica, si basa su un testo sacro. Pregiudizi invece che riguardano l’Italia li ho sentiti in Tunisia, dove pensano che da noi ci siano tante donne bionde e la verdura sia più buona della loro.

A proposito di donne, nel libro lei scrive: “(Imparo l’arabo perché) in un paese dove la maggioranza delle donne si veste alla musulmana, e indossa quindi vestiti che tendono a non evidenziare, ma al contrario a celare il corpo, malattie psicosomatiche come l’anoressia e la bulimia potrebbero essere meno diffuse rispetto all’Occidente…”. Non ritiene che, a parte questi vantaggi, il ruolo della donna sia là fortemente subordinato rispetto a quello dell’uomo, erigendo quindi un ostacolo insormontabile al dialogo tra le culture?

No, non lo penso. Prima di tutto non esiste un unico “là”. Esistono tanti stati diversi, ognuno con la propria costituzione e le proprie stratificazioni sociali. E poi ci sono gli individui, che sono tutti diversi fra loro. Sulla cosiddetta condizione della donna, mi permetto inoltre di suggerire uno spunto di riflessione: di quale donna stiamo parlando? Parliamo della donna giovane, della donna matura o della donna anziana? Quest’ultima in Tunisia, in Siria, in Libano difficilmente finirebbe i suoi giorni in un ospizio, mentre da noi è quasi diventata la normalità.

Adesso risiede nuovamente in Sudtirolo. In che modo continua a praticare la lingua araba e a mantenere i contatti con quella cultura (a parte scrivendo dei libri)?

È dall’inverno 2014 che non metto piede in Tunisia. Ovviamente così non è facilissimo continuare a praticare questa lingua. Ho iniziato a leggere libri in lingua originale, faccio molta fatica ma non demordo. Ho poi instaurato uno scambio linguistico con due donne siriane, una studia l’italiano e l’altra il tedesco. In cambio del mio aiuto loro mi danno la possibilità di parlare l’arabo con regolarità. E poi ci sono le varie amiche, c’è Facebook, ci sono le chat.

ff – 11 febbraio 2021

Via Castel Roncolo 22

Le cose cambiano. Anche quando non sembra, quando tutto appare immobile e in pace, come in una giornata di sole. Anche quando sembra che tutto permanga, le cose dentro di noi e intorno a noi si stanno sgretolando e ricomponendo in nuove figure. La prima volta che ho percorso via Castel Roncolo dev’essere stato almeno dieci anni fa. Forse qualcosa in più. Avevamo parcheggiato la macchina in via Weggenstein, oltre il bivio con via Sant’Osvaldo, e poi eravamo discesi a piedi verso il centro, passando, appunto, per via Castel Roncolo. Era quasi sera. Una sera profumata. Il posto mi parve bellissimo. Pensai: è una delle vie più belle di Bolzano. Camminando verso Marienplatz bisogna tenere la sinistra, ed è proprio sulla sinistra che si trovano le ville più belle. Ne conoscevo solo una, per sentito dire. Era la villa al civico 18, la cosiddetta villa di Magnago. La villa di Magnago ha un gusto un po’ francese, anche se questo gusto non si addice al personaggio. Per buttare un occhio su queste ville bisogna spingere lo sguardo oltre le recinzioni, oltre le siepi che proteggono i giardini, infilarlo tra le fessure strette dei cancelli. Passeggiare in una via così, comunque, consente che nell’animo si riverberi un po’ dell’atmosfera del luogo. Ci si immagina di essere invitati a un ricevimento. Si può anche sognare di abitarci, prima o poi. Io mi sono trasferito a Bolzano otto anni fa. Non ho cercato a lungo. In pratica il primo appartamento che ho visto l’ho preso. Era in via Castel Roncolo, al civico 22. In uno dei tantissimi servizi sul fatto di cronaca che adesso l’ha reso famoso, ho sentito: “Chi vive qui può considerarsi arrivato”. Non mi sono mai considerato arrivato. Chiunque lo faccia, penso, non capisce che le cose mutano sempre, e quindi in realtà non si arriva mai da nessuna parte. E comunque poi a un certo punto tutto può crollarti addosso. Accade ovunque. È la vita che ci schiaffeggia così.

La colonnina – ff – 11 febbraio 2021