Autodeterminazione e vaccini

Qualche giorno fa il quotidiano Dolomiten ha pubblicato una lunga intervista all’immunologo Bernd Gänsbacher dal titolo «Die Südtiroler haben’s selbst in der Hand» (si potrebbe tradurre così: sono i sudtirolesi che hanno la possibilità di decidere da soli). Vale la pena scorrere le sue conclusioni, perché illustrano con chiarezza il buon senso scientifico che quasi tutti gli specialisti del settore non si stancano di diffondere da quando si è capito che all’attacco del virus si poteva rispondere solo massimizzando il ricorso ai vaccini. «Ogni popolazione – afferma Gänsbacher – ha la possibilità di decidere autonomamente. E l’obiettivo primario della società dovrebbe essere quello di avere il maggior numero possibile di persone vaccinate, in modo che il virus non abbia l’opportunità di infettare i non vaccinati e gli immunocompromessi, testando così come può aggirare in modo migliore il sistema di difesa immunitario e formare mutanti resistenti al vaccino».

Ma se questo è, per l’appunto, il buon senso scientifico, resta da capire perché, a quanto ci dicono i numeri, i sudtirolesi finora si sono dimostrati particolarmente restii a non prendere la decisione che gli esperti si sarebbero aspettati da loro, collocando così la nostra provincia in fondo alla classifica dei vaccinati.

In genere le motivazioni offerte per giustificare la robusta opposizione alla campagna vaccinale attingono ad argomentazioni non riscontrabili solo qui. Si va dal sospetto nei confronti di medicinali ritenuti non sufficientemente testati, dalla presupposizione che essi possano insomma dare origine ad effetti collaterali addirittura più letali della stessa malattia che avrebbero il compito di prevenire, fino alla messa in questione della stessa strategia complessiva adottata per contrastare gli effetti della pandemia, basandosi cioè sull’opinione che il virus possa essere ben più efficacemente combattuto ricorrendo all’uso precoce di farmaci alternativi.

Le informazioni sulle «cure domiciliari precoci» – spiega un contributo molto chiaro pubblicato dal portale d’informazione online Il Post «hanno un certo seguito perché vengono promosse anche da medici (raramente specializzati in immunologia o virologia), che contribuiscono a dare loro un’aura di legittimità e coerenza scientifica, nonostante non siano basate su chiare evidenze» e inoltre alimentano surrettiziamente la classica teoria del complotto, secondo la quale – prosegue l’articolo – «le istituzioni e le autorità sanitarie non dicono tutta la verità per coprire altri interessi. In questa narrazione, chi propone di trattare la COVID-19 fuori dai protocolli si presenta come l’esperto controcorrente osteggiato dal potere costituito o dalle grandi aziende farmaceutiche; società che comunque producono anche i farmaci consigliati per le cure precoci».

A queste argomentazioni volendo, si potrebbe aggiungere poi una nota di colore «etnico», desunta dalla famosissima storia della rivolta hoferiana del 1809 contro i bavaresi. Tra i vari motivi scatenanti, desta infatti curiosità l’opposizione all’obbligo della vaccinazione contro il vaiolo voluta dal governo di Monaco. «Questo morbo – leggiamo in una cronaca – mieteva ogni anno molte centinaia di vittime nel già spopolato Tirolo, ma i suoi abitanti erano convinti che la vaccinazione fosse una creazione diabolica, tramite la quale venisse iniettato il protestantesimo. L’obbligo della vaccinazione anti-vaiolosa provocò violenti tumulti nel Tirolo propriamente detto». Possibile che l’onda lunga e sotterranea di fatti accaduti tanto tempo fa abbia contribuito a modellare una mentalità collettiva che, seppur non in modo consapevole, riproponga atteggiamenti comparabili? Sarebbe come sovrapporre le fotografie di Heike Müller (ex aiuto primario ed ex compagna di Luis Durnwalder) o di Renate Holzeisen (l’avvocatessa in prima linea soprattutto contro l’introduzione della certificazione verde) e ritrovare il ritratto di Joachim Haspinger.

Accantonando la suggestione appena evocata, alla quale ci rifiutiamo ovviamente di dare particolare peso, resta il fatto che il governo provinciale (da tempo ormai in linea con quello nazionale) deve affrontare la svolta del 15 ottobre cercando di convincere chi ancora non si è vaccinato a farlo al più presto. Chissà se declinando in senso medico il richiamo alla Selbsbestimmung, della quale in sostanza parlava Gänsbacher nell’intervista citata, non possa ottenere il successo finora mancato.

Corriere dell’Alto Adige, 17 ottobre 2021 – Pubblicato col titolo “I vaccini e i dubbi da superare”

A mani nude contro Hitler

Ucciso dai nazisti per essersi rifiutato di combattere, dopo un lungo oblio venne beatificato nel 2007. Un libro ricorda l’altissima figura morale di Franz Jägerstätter.

La breve vita del contadino e obiettore di coscienza austriaco Franz Jägerstätter (Sankt Radegund, 20 maggio 1907 – Brandeburgo sulla Havel, 9 agosto 1943) coinvolge in un unico tratto eroismo civile e santità cristiana. Ma se ne potrebbe dare una lettura anche più laica, ricordando ciò che una volta scrisse il filosofo Emmanuel Lévinas: «Il solo valore assoluto è la possibilità umana di dare una priorità all’altro rispetto a sé». Perché valori come amore, tolleranza, compassione non dipendono dalla fede, né da una specifica religione. Ne racconta la storia straordinaria un libro, appena uscito per le edizioni Emi, scritto dal giornalista bolzanino Francesco Comina, al quale abbiamo chiesto di parlarci dell’uomo che ha affrontato il terzo Reich rispondendo alla chiamata della propria coscienza.

In che circostanze hai portato a compimento la stesura del tuo libro?

Il 9 agosto del 2015 sono stato invitato a St. Radegund, nella casa-fattoria di Franz Jägerstätter, per cercare di fare un parallelismo fra i due padri di famiglia antinazisti, ossia Franz e Josef Mayr-Nusser. Erano i giorni delle commemorazioni per la morte del contadino austriaco. Ho parlato nella Stube e mi sono commosso pensando che in quella stanza maturò la sua ribellione a Hitler. Con me c’erano Leopold Steurer e Giampiero Girardi, che vent’anni fa ci ha fatto conoscere la vicenda dell’obiettore di coscienza ghigliottinato a Berlino nel 1943. Lì cominciai a pensare di scrivere un racconto ma ci è voluta l’insistenza del direttore editoriale della Emi per convincermi ad affrontare un progetto più vasto.

Il caso di Jägerstätter è emerso dopo una stagione di oblio, una vera e propria damnatio memoriae che non ha risparmiato altri oppositori al regime nazista. Quali sono i passi che hanno portato alla sua riscoperta e quindi alla molto tardiva beatificazione?

Conosciamo la storia di Jägerstätter grazie all’illuminazione di un sociologo pacifista americano, Gordon Zahn, che nel nel 1964 uscì con un libro-reportage dal titolo In Solitary Witness: The Life and Death of Franz Jägerstätter. Quel libro ebbe una eco enorme negli States e suscitò l’interesse di uno degli uomini simbolo del movimento pacifista, ossia il monaco trappista Thomas Merton. Merton rilanciò la vicenda di Jägerstätter nel libro Fede e violenza, uscito in Italia nel ’69 con la prefazione di Padre Balducci. La storia fu poi ripresa nel Concilio Vaticano II, in una discussione dedicata all’obiezione di coscienza. A quel punto anche in Austria non si poteva più far finta di nulla, nonostante i silenzi della Chiesa e l’esecrazione delle associazioni dei veterani di guerra che non volevano sentir parlare di quel “traditore”.

Qual è il nucleo dal quale si irradia il messaggio offerto da Jägerstätter?

Jägerstätter prende gradualmente coscienza di cosa è il bene e cosa è il male fin da giovanissimo, quando decide di andare per un periodo di tempo a lavorare nelle miniere. Lì comincia a capire come agisce il potere, come l’uomo viene reso schiavo dall’ingiustizia che divide il mondo in ricchi e poveri. Scrive addirittura dei versi sulla dialettica servo-padrone. Ciò che gli altri non vedono, o non vogliono vedere, diventa così per lui chiarissimo: «L’appartenenza a Cristo richiede il coraggio della testimonianza». Con l’avvento del nazismo le sue domande si fanno brucianti: come si può aderire ad un sistema che sacrifica i deboli, i malati, gli anziani? Come può un cristiano leggere “beati i costruttori di pace” e nello stesso tempo sparare al prossimo di un’altra nazione? Come si può obbedire a leggi ingiuste?

La Chiesa austriaca (ma non solo quella) cercò però di spegnerlo, quel fuoco. Perché così tanta difficoltà, anche dopo la sua morte, a riconoscerne l’urgenza e l’autenticità?

Mentre lui urla le sue verità è preso per matto. Si precipita dal Vescovo Josef Fließer con i suoi quesiti dirimenti e viene rimandato a casa senza risposte. Ne parla in famiglia e tutti si terrorizzano. Evidentemente, Jägerstätter era allora una figura troppo scomoda per una chiesa tiepida e questa situazione si protrasse ancora per molti anni: il suo messaggio scuoteva alle radici una società piena di sensi di colpa a causa di tutte le compromissioni avvenute durante gli anni del nazismo. Con una formula si potrebbe forse dire che, attraverso la vita di Jägerstätter, Cristo si è fatto nuovamente vivo nell’Austria devastata dalla dittatura, ma questa verità ha spaventato in primo luogo chi avrebbe dovuto riconoscerla.

Un fotogramma dal film di Terrence Malick (Hidden life, uscito nel 2019), dedicato a Franz Jägerstätter

Pensi che per chi possiede la fede sia più semplice giungere a gesti di una simile portata?

Uno dei grandi teologi del Novecento, Dietrich Bonhoeffer (anche lui ucciso dai nazisti nell’aprile del ’45) aveva introdotto il tema della fede adulta. Diceva Bonhoeffer: “Come cristiani oggi dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur”, ossia senza tirar in ballo l’ipotesi di Dio. Una fede immatura si aliena dalla storia e si ritira in uno spazio rarefatto, ignorando il principio di responsabilità. Non ci serve oggi un Dio tappabuchi buono per tutte le stagioni – diceva Bonhoeffer – ma un’etica umana capace di trascinare il male a giudizio. Jägerstätter aveva una fede solidissima e felice. Una fede adulta, capace di fondere libertà e responsabilità. Non so se la fede nell’aldilà sia di per sé un sostegno a scelte radicali. Tanti non credenti hanno perso la vita in nome di diritti calpestati. Certamente in questi uomini dalla fede adulta si avverte una spinta in più, una fiducia che i giochi non si risolvono qui ed ora, ma che c’è qualcosa capace di animare la speranza di un riscatto post mortem.

In un punto le parole di Jägerstätter da te citate riecheggiano la famosa frase di Hannah Arendt “nessuno ha il diritto di obbedire”: «… l’obbedienza non deve arrivare al punto di commettere azioni malvage in suo nome…» Ma se l’obbedienza non è più un diritto (Arendt) o una virtù (Don Milani) diventa lecito anche oltrepassare le leggi vigenti?

Fra la legge di uno Stato che, in tempo di guerra, ordina di uccidere e la coscienza morale che afferma “tu non uccidere!” deve prevalere la legge morale, perché quella legge morale ha una dimensione profetica, che la legge dello Stato non possiede in quanto la legge è finita mentre la coscienza è infinita. Dunque penso che il limite sia oltrepassabile allorché si manifesta la consapevolezza certa, profonda e autentica della immoralità di una legge. Una legge che impedisce di salvare una persona è una legge ingiusta e va cambiata.

Hai ricordato in precedenza Josef Mayr-Nusser, al quale hai dedicato peraltro un tuo precedente libro. Quali sono i tratti che accomunano maggiormente i due personaggi e quelli che li dividono?

Jägerstätter era il più solo dei soli. La sua formazione è venuta dall’esperienza diretta, dalle letture improvvisate nella biblioteca del nonno, dalla relazione con Franziska Schwaninger, la moglie che gli è sempre stata vicina nei momenti più drammatici. Josef Mayr-Nusser aveva una cultura più solida, lavorava in una ditta commerciale, era presidente dei giovani dell’Azione Cattolica, aveva quindi fonti dirette su ciò che accadeva intorno a lui. Li possiamo accomunare senza però dimenticare le differenze.

Hai già avuto modo di presentare il volume, possiamo sperare di averti presto anche a Bolzano?

Ho già girato moltissimo: Rimini, Sorrivoli, Assisi, Fano, Merano, Cremona, Brescia. Il 14 sarò con Alex Zanotelli al Salone del libro di Torino, il 15 a Trento e il 16 a Lichtenstern, dove ci sarà anche la biografa austriaca Erna Putz, la quale dal 1979 gestisce l’archivio di Jägerstätter per la diocesi di Linz. Certo, mi piacerebbe molto inserire anche una data a Bolzano, magari unendo la presentazione del libro alla visione del recente e bellissimo film di Terrence Malick (Hidden life), che ne ha raccontato la vita e la passione attraverso immagini davvero possenti.

ff – 7 ottobre 2021

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Modello che va ripensato

Si può obbligare qualcuno a «integrarsi» in una determinata società, vale a dire quella in cui vive, provenendo da un altro contesto? Ha senso parlare di integrazione ponendo condizioni escludenti? La domanda potrebbe acquistare un’altra luce, se il verbo che la inaugura (quello che rimanda a un «obbligo») non nascondesse di per sé una risposta a sua volta obbligata. E la risposta è no: non si può obbligare nessuno a integrarsi, perché l’integrazione è sempre un processo spontaneo, e qualora si configuri alla stregua di una imposizione (pena l’esclusione dal godimento di diritti arbitrariamente definiti «non essenziali») tale processo viene vanificato. Tutt’altro scenario si aprirebbe, se all’obbligo venisse sostituita una pratica o un complesso di pratiche che favorissero il dialogo interculturale, non dimenticando che nel caso di un «vero dialogo» non ci troviamo di fronte a uno che parla (sempre) e l’altro che ascolta (sempre), ma l’ascolto deve essere reciproco. In un dialogo, insomma, si parla e si ascolta, in un gioco che prevede uno scambio inclusivo: altrimenti avremo solo un monologo. Se tale è la premessa, non è difficile accorgersi come l’obiettivo che la Provincia di Bolzano intende realizzare al fine di integrare i cittadini extraeuropei — legando i sussidi del welfare a determinate conoscenze obbligate, sia dal punto di vista linguistico che culturale — si conformi pienamente a una imposizione monologante.

Per di più molto simile a un ricatto (il motto è «Fordern un Fördern», vale a dire «Ti concediamo le nostre prestazioni sociali a patto che tu faccia quello che noi vogliamo»). Ed ecco infatti cosa intende Philipp Achammer, che della nuova legge sull’integrazione è uno dei massimi sponsor, allorché interrogato sul significato del termine «integrazione» risponde: «Per me integrazione significa poter diventare parte integrante di una società, possibilmente con pari diritti. Integrazione non significa rinunciare alla propria cultura o alla propria confessione, ma per diventare parte di una società devo muovermi all’interno di una determinata cornice. Se non parlo la lingua non ho la capacità di muovermi agevolmente in questa cornice, perché non verrei capito». Il sottotesto implica che quanto più sarà stringente e cogente la «cornice» tanto più facilmente otterremo l’integrazione di chi vuole vivere al suo interno.

Intendiamoci: si trattasse di un auspicio, secondo il quale l’integrazione non può avvenire se chi arriva da fuori non riesce a comunicare con la popolazione locale e non ne condivide i presupposti culturali, nessuno avrebbe qualcosa da obiettare. Ma sono i mezzi attraverso i quali dall’auspicio si cerca di passare alla sua realizzazione, ossia quando questi si configurano come strategia obbligante, che possono inibire la possibilità di avere successo, che di fatto trasformano la «cornice» in un ambiente ostile, anche perché si è già dimostrato che le costrizioni generano piuttosto repulsione e chiusura. Non bisogna del resto convocare sempre il caso degli «stranieri» per farne esperienza. In Alto Adige/Südtirol viviamo da decenni in un contesto politico-amministrativo che con grande fatica è pervenuto a istituire l’obbligo del bilinguismo nella sfera pubblica. Nulla da eccepire, apparentemente funziona, ma è un funzionamento che ha prodotto anche società di fatto separate, contesti e attitudini addirittura reciprocamente impermeabili, e non è certo spacciando un’accettabile condizione di pacifica coesistenza (quella che abbiamo) per una entusiasmante convivenza (dalla quale siamo tuttora lontani) che riusciremmo a nascondere le mancanze del nostro modello integrativo.

Corriere dell’Alto Adige, 25 settembre 2021

L’inutilità di un nome unico

All’inizio dell’incompiuto testo-glossario intitolato “ABC Südtirol”, stendendo la voce “Alpen”, Alexander Langer scriveva: «Il Sudtirolo si trova in mezzo alle Alpi e condivide la maggior parte dei suoi problemi con le altre regioni alpine. Questa è una di quelle ovvietà delle quali non varrebbe neppure la pena parlare, se lo sguardo sugli aspetti fondamentali della vita e della sopravvivenza di questa terra non fosse stato così spesso offuscato e bloccato da decenni di contemplazione narcisistica attorno alle problematiche di carattere etnico». Come detto, il glossario dedicato alla comprensione delle specificità sudtirolesi è rimasto sostanzialmente un abbozzo, visto che delle previste 134 parole chiave, ordinate in ordine alfabetico, solo una piccola parte ha ricevuto l’elaborazione oggi disponibile.

Fra le parole mancanti spicca ad esempio proprio la voce “Sudtirolo”, anche se l’elenco provvisorio riporta “sudtirolesi”. Potremmo chiederci cosa ne avrebbe scritto, Langer, tuttavia dobbiamo accontentarci di congetture e interpretazioni inverificabili. Esiste comunque la voce “Italiani”, una delle ultime composte, e vale la pena citarne un passo per riflettere (in controluce) sui termini “Sudtirolo” e “sudtirolesi” assenti. Ecco cosa dice Langer degli “italiani”: «Quando ci si riferisce al “gruppo linguistico italiano” si adotta […] un termine artificiale: le uniche cose che accomunano gli italiani del Sudtirolo sono l’italiano scritto, la relazione con lo Stato e, bene o male, l’antagonismo nei confronti dei sudtirolesi di lingua tedesca [der Antagonismus gegenüber den Deutsch-Südtirolern]. Da qualche tempo ha cominciato però a diffondersi un nuovo senso di appartenenza a questa terra: non ci si sente soltanto “italiani”, ma anche “altoatesini”, qualche volta persino “sudtirolesi di lingua italiana”, sebbene ovviamente un inasprimento del conflitto etnico contribuisca a sottolineare l’elemento italiano».

Visto che in genere Langer ricorre ai termini “Sudtirolo” e “sudtirolesi” anche quando intende parlare di “Alto Adige” e di “altoatesini”, qualcuno di recente ha immaginato che tali parole potessero essere rese finalmente ufficiali in ossequio a un principio di inclusività che, si sostiene, dovrebbe disporre di un unico nome da dare a questa terra e ai suoi abitanti. A tal proposito possiamo perciò chiederci: abbiamo realmente bisogno di un unico nome, davvero l’inclusività si afferma così, ed era questa la finalità di Langer quando utilizzava “Sudtirolo” al posto di “Alto Adige” e “sudtirolesi di lingua italiana” al posto di “altoatesini”?

Se stiamo ai fatti (cioè a quello che di Langer possiamo leggere o alle sue dichiarazioni rilasciate nelle varie occasioni in cui si discuteva di questioni terminologiche), non esiste alcun riscontro che l’utilizzo langeriano di “Sudtirolo” e “sudtirolesi” ambisse ad essere sancito ufficialmente con un atto amministrativo. Possiamo anche ritenerlo plausibile ma, a rigore, sarebbe sbagliato fare di Langer un precursore di Sven Knoll (o di Sven Knoll un seguace di Langer). Quella che invece vorrei qui esporre è un’argomentazione contraria all’ufficializzazione del toponimo “Sudtirolo” (anzi: un’argomentazione a sfavore di qualsiasi eccessiva pratica ufficializzante), pur facendo anch’io parte di quelli che lo usano di frequente. Me ne rendo conto: ciò potrebbe sembrare sulle prime una contraddizione, ma si tratta di un dissidio apparente, perché passando dall’uso libero (che difendo) alla sua ufficializzazione (che contesto) avremmo in realtà un livellamento di sfumature terminologiche – espresse dalla varietà intrinseca al concetto storico-semantico di “Alto Adige/Südtirol/Sudtirolo/Autonome Provinz Bozen/Provincia autonoma di Bolzano” – più utili di un unico riferimento ritenuto (ingenuamente o ipocritamente) capace di risolvere i nostri problemi identitari.

Per sintetizzare: la soluzione dei nostri problemi identitari non risiede nella ricerca di una reductio ad unum di molteplici punti di vista, ma nella preservazione di tutte le oscillazioni e di tutte le varianti che possono costituire sempre un’alternativa all’ufficializzazione di cui disponiamo. In questo modo il mondo della vita fluente al di sotto delle denominazioni formali non sarà irrigidito e costretto in stampi solidi che, non è difficile dimostrarlo, genererebbero proprio la ripresa immediata di una “contemplazione narcisistica attorno alle problematiche di carattere etnico” della quale parlava Langer.

Corriere dell’Alto Adige, 19 settembre 2021

Cultura infetta

Sgombro il campo da un possibile equivoco: non scrivo per accusare, non mi sto lamentando, cerco solo di mettere a fuoco una sensazione. E spero tanto di sbagliarmi. Siccome parlo di una sensazione, ne circoscrivo l’origine empirica, come direbbero i filosofi. La settimana scorsa ho visitato due istituzioni culturali (una biblioteca, un cinema) nelle quali non mettevo piede da mesi. In biblioteca (non è così importante che riveli quale sia, si tratta comunque di una biblioteca bolzanina) non ho trovato anima viva, a parte chi ci stava lavorando: nessun lettore (o se c’era si era nascosto benissimo), nessuno a prendere libri in prestito, nessuno a restituirli. Segnalo che l’orario non era proibitivo, non stavo lì subito dopo l’apertura o subito prima della chiusura. Al cinema sono andato di sera, spettacolo della otto e mezza. Eravamo in sei. D’accordo, non era un film di quelli che smuovono le masse, ma era pur sempre un film di richiamo, proiettato al Festival del cinema di Venezia. Regista importante, attori importanti. Eppure eravamo in sei. Vengo al punto. Che cosa mi suggerisce questa sensazione? Questa sensazione mi suggerisce che al margine di tutto ciò che noi stiamo raccontando sull’efficacia o meno delle misure di contenimento della pandemia (al margine di tutto questo caotico dibattito), le persone intanto si tengono (o vengono tenute) soprattutto alla larga dagli spazi della cultura, come se la cultura avesse una capacità d’infettare superiore a tutto il resto. Ripeto, magari si tratta solo di una mia sensazione, del tutto privata, del tutto occasionale. Eppure ce l’ho, questa brutta sensazione, e mi piacerebbe tantissimo che qualcuno mi spiegasse, mi dimostrasse, mi convincesse che non è così, che in realtà presto sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, che ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gli uccelli (cioè gli appassionati di cultura) faranno ritorno.

La colonnina – ff – 16 settembre 2021

Nel nome di Langer

Dal 3 settembre, a Livorno, una scuola di periferia appena inaugurata porta il nome del politico sudtirolese che rappresenta i valori della pace e della convivenza.

Non è scontato lo si faccia in provincia di Bolzano (dove la sua figura non è neppure presente tra quelle citate nel percorso esplicativo dedicato all’autonomia in Piazza Magnago), figuriamoci altrove. Di certo Alexander Langer non fu profeta in patria. Troppo “straniero”, troppo restio a celebrare radici (pur essendo radicatissimo nella sua terra), troppo curioso di genti diverse e di posti lontani. Così il suo ricordo fiorisce dove non te lo aspetteresti, perché è proprio dove non te lo aspetteresti che c’è invece chi lo conosce, lo legge, se ne innamora e trova il modo di farne viaggiare ancora il messaggio. In Toscana, per la precisione nella zona nord di Livorno, un’associazione (si chiama Nesi/Corea) è riuscita ad esempio a convincere l’amministrazione locale a dare il nome di Langer a una nuova scuola-volano, una struttura prefabbricata che ospiterà alcune classi di diversi istituti, in attesa di venir poi trasferite nelle loro sedi definitive. La struttura è stata inauguarata lo scorso 3 settembre dal sindaco Luca Salvetti e dalla sua vice, con delega all’istruzione, Libera Camici. Abbiamo chiesto a Stefano Romboli, tra i principali animatori dell’iniziativa, di raccontarci come si è arrivati a questa attribuzione.

Può spiegarci che tipo di associazione è quella per la quale lavora?

L’associazione Nesi/Corea è un’associazione di volontariato, aconfessionale, asindacale e apartitica, ispirata ai principi dell’antifascismo, dell’antirazzismo e della non violenza. Promuove e realizza attività socio educative e socio culturali seguendo i principi dell’educazione permanente e sostenendo finalità di crescita personale e collettiva, educazione e formazione, socializzazione e aggregazione.

L’occasione di dare il nome di Alexander Langer a questa nuova scuola scaturisce da un evento tragico, cioè da un rogo, originatosi in un campo rom alla periferia di Livorno, che il 10 agosto 2007 causò la morte di quattro bambini. Quale fu allora la reazione della città?

Nel 2007 la disgrazia colse la città di sorpresa. Sulle prime si registrò una diffusa indifferenza. Ai funerali, tenutisi nel Duomo di Livorno, a parte le istituzioni, le associazioni di volontariato, i parenti delle vittime e qualche “addetto ai lavori”, mancò proprio il popolo livornese. Qualche curioso, fuori dalla chiesa, si chiedeva se anche gli adulti rom avessero pianto i bambini morti come avrebbero fatto i livornesi. La narrazione era dominata da pregiudizi e stereotipi.

Sentiste l’esigenza di reagire a questa situazione?

Esatto. La nostra associazione – che prende il nome da Alfredo Nesi, un parroco fiorentino attivo nel quartiere Corea tra il 1962 e il 1982 – era appena nata, e noi volevamo intensificare l’impegno rivolto ai migranti, in particolare proprio verso il mondo del popolo rom e sinti. In realtà quella tragedia viene ricordata tutti gli anni, nella ricorrenza della disgrazia, con una piccola cerimonia presso il Cimitero Comunale di Livorno, dove è sepolta una delle 4 vittime (le altre 3 sono seppellite nella ex Jugoslavia). Nel 2009, anche su nostra iniziativa, abbiamo poi promosso la realizzazione di un murale dedicato ai quattro bambini rom, e fra il 2016 e il 2017 abbiamo dato vita a un intero progetto (“I rom protagonisti si raccontano”) per affrontare temi e azioni finalizzate alla conoscenza e all’incontro con i popoli rom e sinti.

Da queste iniziative come si è passati al progetto di dedicare la nuova scuola del quartiere proprio ad Alexander Langer?

Il murale realizzato nel parco in Corea purtroppo è stato demolito nel gennaio 2021 a causa di un errore compiuto dal responsabile che attendeva ai lavori per l’edificazione della nuova scuola, collocata nel parco stesso. Anche in conseguenza di ciò l’amministrazione comunale ci ha chiesto di proporre un nome per la nuova scuola. Ovviamente, l’idea iniziale era quella di intitolarla ai quattro bambini, ma sarebbe stato impossibile citare per esteso tutti i loro nomi. Da qui la proposta del nome di Alexander Langer, che ha trovato subito adesione da parte del Comune.

Che significato particolare ha la figura di Langer per la vostra associazione?

Langer è da sempre uno dei nostri riferimenti, grazie anche alla collaborazione che abbiamo avuto con il “Centro Studi Aldo Capitini/Movimento non violento” di Livorno, ospitato presso la nostra sede. Spesso abbiamo cercato di declinare uno dei suoi testi più rappresentativi, il “Tentativo di Decalogo per la convivenza inter-etnica”, mediante corsi e azioni nel territorio livornese e anche in qualche scuola cittadina. Se a Livorno riuscissimo davvero a praticare anche solo la metà dei punti elencati dal suo decalogo, penso che potremmo far rivivere in chiave moderna e aggiornata lo spirito delle “Leggi Livornine”, che alla fine del Cinquecento guidarono la costituzione della nostra città nel segno di una grande “apertura”.

Da questo punto di vista, avere adesso a Livorno una scuola che porta il suo nome che valenza assume?

L’intitolazione di una scuola ci sollecita e ci spinge a farlo conoscere di più e meglio, per esempio mediante alcuni laboratori didattici. Le amministrazioni comunali, a cominciare da quella che governa adesso la città, avranno un buon motivo in più per lavorare in questa direzione, cogliendo anche le nostre sollecitazioni e proposte.

ff – 16 settembre 2021

Riannodare quei fili spezzati

Inutile negarlo: neppure questo anno scolastico appena ripartito – con Bolzano a fare da avanguardia nazionale – si svolgerà sigillando fuori dalle aule le paure e le incertezze degli ultimi lunghissimi mesi. Ci troviamo ancora sotto il segno funesto del Covid e vari segnali esteriori (le mascherine, ovviamente, oppure i contenitori di sapone e disinfettante agli ingressi), ma anche quelli interiori (la preoccupazione che si legge negli occhi degli studenti, dei colleghi), lo testimoniano. Uno degli slogan più usati – “riapriamo in sicurezza” – viene così registrato col sopracciglio alzato, cercando di trasformare in una pallida certezza ciò che resta comunque solo una speranza. Eppure non manca la voglia di riannodare i fili che si sono spezzati, di riattivare quella corrente vitale che passa tra i corridoi, tra i banchi, dove alla fissità di comportamenti imbrigliati delle norme alle quali siamo stati sottoposti si andrà sicuramente sostituendo rapidamente più spontaneità e scioltezza di parole e di gesti. Anche se nessuno è magari in grado di dire quanto durerà, il desiderio di farcela per adesso rifiuta decisamente una data di scadenza.

Ascoltato il suono della prima campanella, restano comunque alcune cose da dire, preoccupazioni che non possono essere taciute. La scuola ha pagato un prezzo altissimo durante la pandemia, anche e soprattutto alla luce di un’incoerenza di fondo dei provvedimenti adottati per contenerne gli effetti. Se infatti altrove, negli spazi più difficilmente gestibili in senso restrittivo, abbiamo avuto una tolleranza assai ampia di eccezioni alle regole, su studenti e insegnanti è stato riversato il peso maggiore dei controlli, tanto da propagare una sensazione decisamente fuorviante, vale a dire quella di vedere proprio nelle scuole uno dei maggiori centri (se non addirittura il maggiore) di produzione del contagio. Per suffragare tale sensazione avremmo avuto bisogno di una verifica puntuale della correlazione tra l’attività scolastica e l’aumento di positivi nella popolazione, eppure, alla luce dei (peraltro non molti) studi effettuati, non si è mai riusciti formulare risposte univoche. Discorso analogo per una valutazione dell’impatto esercitato dalla massiccia introduzione della didattica a distanza sull’apprendimento e la socialità degli studenti. Il mondo della scuola ha insomma pagato non potendo però comprendere a pieno se il sacrificio richiesto sia stato strettamente necessario e, soprattutto, quali siano stati effettivamente i danni subiti.

L’anno appena cominciato servirà anche a rendere visibili le ferite finora nascoste dalla coperta dell’emergenza. Ci troviamo davanti infatti a una spaccatura provocata istituzionalmente dal ricorso alla campagna vaccinale e all’adozione della certificazione corrispondente. La situazione è delicata e crea divisioni, perché un conto è quello di vietare l’ingresso in un bar o in uno stadio a chi, per vari e sindacabili motivi, non vuole sottoporsi ai vaccini, un altro escluderlo anche dal lavoro, rinunciando a priori a soluzioni alternative già praticate in passato (come ad esempio quella di consentire tamponi antigenici o molecolari gratuiti). Questa lacerazione, avvertibile nel corpo sociale, si è quindi palesata proprio nel luogo preposto allo scambio e all’approfondimento delle idee, configurando una cieca lotta tra timori contrapposti, senza che a nessuna razionalità mediatrice venisse concesso di tenere aperto uno spiraglio di dialogo. L’augurio è che questo strappo si possa ricomporre, perché la scuola deve fornire un modello per l’arginamento delle paure, e per farlo ha bisogno di tutti i suoi studenti e di tutti i suoi insegnanti.

Corriere dell’Alto Adige, 7 settembre 2021

Faticare insieme

In una recente intervista al portale online salto.bz, l’ex primo ministro Romano Prodi ha dato una definizione inedita della nostra autonomia parlando di “faticosa esemplarità”. Prodi sarà a Bolzano oggi. Insieme all’ex Presidente austriaco Heinz Fischer presenzierà a quello che ormai da alcuni anni è un tentativo di rendere “festoso” il ricordo del giorno in cui Alcide De Gasperi e Karl Gruber fissarono lo schema di un’intesa internazionale a tutela della minoranza tedesca e ladina residente in provincia di Bolzano (ma anche del più vasto disegno istituzionale che, allargato al Trentino, avrebbe dovuto rendere meno urticanti i malesseri ancora percepibili tra le disiecta membra dell’antico Tirolo). «Credo che la faticosa esemplarità rappresentata dal sistema altoatesino – riportiamo per esteso la citazione di Prodi – sia una certezza anche per il futuro». Per poi aggiungere: «L’identità non è più l’unico modo di affrontare le questioni politiche. Nel quadro europeo questo atteggiamento è diventato sicuramente più facile da tenere. Finora ritengo davvero molto positivo l’esperimento istituzionale altoatesino. Anzi, non ha più nemmeno senso parlare di esperimento. Siete una realtà ormai consolidata».

Forse potrebbe apparire inopportuno sollevare qui elementi di critica all’indirizzo di dichiarazioni così ottimistiche. Tanto più in un giorno che, come visto, vorrebbe riuscire di “festa”. Il richiamo alla fatica, però, è un uno spunto da cogliere per non abbandonarci all’autocelebrazione, cioè per comprendere come la valutazione di una “realtà ormai consolidata” non sia affatto immune dal rischio di degenerare nuovamente, o da quello di sclerotizzarsi in uno stato di cose che poggiando su un presente giudicato soddisfacente (e lo è, ripetiamocelo pure) non riesce però più a immaginarsi ulteriori vie di sviluppo. Due prove in promptu: il recente tentativo di riforma dell’autonomia, condotto mediante i lavori di un “Convento” (sudtirolese) e di una “Consulta” (trentina), dal quale sono usciti documenti ornati di buoni propositi ma abbastanza sterili dal punto di vista politico; oppure le serie difficoltà incontrate nell’ambito della cooperazione transfrontaliera nel contesto pandemico, che non solo ha ridotto drasticamente la percezione di uno spazio comune, ma ne ha sigillato i confini come da tempo non accadeva.

Torniamo così ancora alla fatica, dalla quale molti volentieri si scordano, senza capire che invece si tratta di un ingrediente ineliminabile. Quando Prodi afferma che «l’identità non è più l’unico modo di affrontare le questioni politiche» sarà bene aggiungere che è solo mediante una definizione più precisa del concetto di “alterità”, vale a dire apprezzando davvero ciò che riteniamo “altro da noi”, che l’identità estende o contrae il suo perimetro in relazione all’attrito dal quale muove ogni azione autenticamente politica. Concretamente: solo se la nostra relazione con ciò che di volta in volta consideriamo “altro” si dimostrerà in grado di svilupparsi in un dialogo proficuo e approfondito, sarà anche possibile praticare modelli identitari di più ampio respiro. Per quanto ci riguarda, la sensazione è che oggi, al contrario, il profilo dell’altro sia diventato molto evanescente, quasi al limite dell’indifferenza, giacché sono atteggiamenti di segno esclusivo a prevalere ovunque. Puntiamo tutti alla sicurezza, lodiamo il valore dell’autosufficienza (e dell’autogoverno), ma in questo modo desideriamo anche ridurre al minimo il confronto con ciò che riteniamo diverso da noi e – per l’appunto – gli sforzi che un tale confronto necessariamente comporta.

Corriere dell’Alto Adige, 5 settembre 2021

Farfalle e colombe afghane

Effetto farfalla. Molti conosceranno senz’altro, almeno per sentito dire, questa locuzione. Si tratta di un’espressione che postula un modello assai esteso di dipendenza tra eventi lontanissimi fra loro. Il matematico e logico Alan Turing l’aveva già intuito in un saggio del 1950, intitolato «Macchine calcolatrici e intelligenza»: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza».

Venti anni più tardi, Edward Norton Lorenz ne offrì con una domanda la versione più celebre: «Il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas?». Che ci convinca o meno, resta innegabile che fenomeni ben più macroscopici del battito d’ali di una farfalla – per esempio la ritirata di un esercito da una zona di guerra – possano provocare un piccolo effetto anche dalle nostre parti. Non si farà insomma torto al «cuore» del sindaco Renzo Caramaschi (dimostratosi subito preoccupatissimo dell’arrivo di profughi afgani nel capoluogo altoatesino), né sottovaluteremo la sensibilità di chi ha dirottato tra provincia di Bolzano e di Trento duecento esseri umani in fuga, dicendo che qualcosa del genere era ampiamente prevedibile dovesse succedere.

Anche se le metafore sono suggestive (come i colori di una farfalla), sarebbe tuttavia improprio interpretare i riflessi che percepiamo attivando la retorica ormai insopportabile dell’emergenza. Certo, siamo abbindolati dalle immagini che si addensano sugli schermi, siamo attraversati da un flusso d’informazioni coagulate intorno a trend topic sui quali sbattiamo come falene impazzite per l’accensione di una lampadina, non dovremmo però fare a meno di riconnetterci al piano della realtà. E la realtà, al momento, ci dice questo: l’attuale crisi di Kabul ha poco in comune con quella siriana, che nel 2015 fece arrivare dalle nostre parti (o per meglio dire: in Germania) più di un milione di sbandati. Inoltre, l’Afghanistan soffre da decenni di un’emorragia di profughi (pensate, ne citava l’ira funesta persino Franco Battiato nel suo classico “Cuccurucucu” del 1981), alcuni dei quali, ancorché in numero esiguo, sono giunti ovviamente anche tra le nostre belle e turistiche Dolomiti, ma per la stragrande maggioranza dei casi si sono riversati (a milioni) soprattutto nelle zone limitrofe, quindi tra Iran e Pakistan, oppure hanno più semplicemente cambiato luogo di residenza rimanendo all’interno del loro martoriato Paese. Il giornalista economico Lorenzo Borga ha scritto su Il Foglio del 23 agosto: «In quanti arriveranno lo sapremo solo col tempo. Intanto però possiamo star certi di una cosa: il caso afghano è diverso dagli altri flussi migratori degli ultimi anni. È diverso per noi, per l’occidente (mentre per i migranti le sofferenze purtroppo sono le stesse): ci siamo andati noi in Afghanistan, ci siamo rimasti per vent’anni e non siamo riusciti a evitare il ritorno dei talebani al potere. In ogni caso, dunque, questa volta non potremo girarci dall’altra parte».

Torniamo così alla frase di Turing citata all’inizio e proviamo a rovesciare l’immagine della farfalla procedendo non dalla causa all’effetto, ma facendo dell’effetto a sua volta una causa. Se ogni accadimento «potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza» è chiaro che anche l’arrivo di un solo profugo custodisce la speranza che – magari non tra un anno, ma tra dieci, tra venti, tra cinquanta – qualcosa di decisivo possa mutare non solo per noi, ma anche nel territorio da cui è partito. Una valanga può uccidere, ma da una valanga ci si può salvare. Ecco la chiave di lettura da dare alla parola “risorsa”, generalmente usata con accezione dispregiativa da chi non crede alla potenza delle farfalle o non ha fiducia nella teoria del caos, e pensando che il mondo sia fatto da contesti rigidamente distinti è sempre pronto a erigere muri, a innalzare barriere. Scriveva un poeta: «Qualcosa forse giunge, anche adesso, ancor oggi, a passo di colombo». Colombi, simboli di pace, e farfalle, annunciatrici di un caos che fortunatamente non si lascia predeterminare, sbattono ovunque le ali e superano i muri, oltrepassano le barriere.

Corriere del Trentino/Corriere dell’Alto Adige, 28 agosto 2021

La lezione che offre San Candido

La storia è già vecchia ma non per questo destinata a non ripetersi. Ricorderanno forse gli annali: Hannes Kühebacher, il cavaliere smascherato di San Candido, cedette: il suo albergo non è stato chiuso, le multe che gli sono state recapitate verranno pagate e — da qui in avanti — chi dovesse recarsi a fare un controllo troverà il personale munito dei necessari dispositivi di protezione (le famigerate mascherine). La felice (o quantomeno non così triste) conclusione del braccio di ferro con le istituzioni è stata ottenuta grazie a un’evoluzione che non era auspicata soltanto in relazione alla vicenda contingente. Ecco perché possiamo parlare di un sintomo, la malattia ancora in corso. Fosse andata altrimenti, se cioè il proprietario del «Cavallino Bianco» avesse accentuato la sua resistenza, nel frattempo spinto anche dall’attenzione mediatica suscitata, si sarebbe sviluppata una tensione eccedente la cronaca e dunque, una volta sconfinata sul piano simbolico, di arduo contenimento. Evitare la simbolizzazione dello scontro, è proprio questo il punto sul quale occorre soffermarsi e l’indicazione di metodo che sarebbe utile trarre da questa vicenda. Da quando la pandemia ha cominciato a occupare e poi a saturare quasi ogni spazio della discussione pubblica, il movimento delle opinioni ha subito costanti rovesci, polarizzazioni e anche assurde aberrazioni che tendono a staccarsi da un’accettabile e del tutto legittima contrapposizione di idee basate sull’esame dei fatti, per divenire, al contrario, mera palestra ideologica.

Nella fase che stiamo attraversando tiene ad esempio banco il tema del Green Pass, o come sarebbe più corretto dire la Certificazione verde Covid-19 dell’Unione Europea. Anche se più o meno tutti sono informati al riguardo, al fine di spegnere sul nascere l’incendio della sua strumentalizzazione ideologica è bene ribadire con chiarezza che cosa non è, giacché è dal suo fraintendimento che si originano le polarizzazioni simboliche delle quali non abbiamo davvero alcun bisogno.

Dunque, la Certificazione verde non è un attestato di immunizzazione garantita, cioè una specie di scudo infallibile in grado di estinguere la circolazione del virus, ma non è neppure una misura che nientifica la libertà individuale di chi deciderà comunque di non avvalersene (e chi l’ha paragonata alla stella gialla ebraica imposta dal nazismo dovrebbe solo vergognarsi). Se tali sono le estremità interpretative da escludere, è grazie al concetto di «limite» che ne cogliamo più oggettivamente le specificità. Che ci sembrano queste: il certificato è uno strumento che può servire a limitare la diffusione del contagio (e quindi delle sue conseguenze) esercitando, ovviamente, una limitazione della libertà individuale, limitazione che però può essere collettivamente accolta perché dovrebbe servire a scongiurare il ricorso a una limitazione ben più drastica, vale a dire il rinnovato blocco di qualsivoglia attività che danneggerebbe tutti.

Se questa è la situazione, se le considerazioni appena fornite sono sensate, resterebbe da chiedersi da cosa si origina la ricorrente tendenza a prescinderne, spostando — come detto — il peso del dibattito dal piano fattuale, che poi implica sempre anche decisioni da prendere, a quello simbolico. Di una tale riflessione, purtroppo, abbiamo avuto in questi quasi due anni esempi assai intermittenti, finendo con l’incenerire la possibilità di un reale confronto tra chi si rifà a una ragione più orientata alla salvaguardia degli interessi della collettività e quella di chi punta alla massima tutela della libertà individuale. Eppure, se l’esperienza serve a qualcosa e, soprattutto, se impareremo ad apprezzare qualche assennata parola, più che l’intransigenza dei simboli, quanto avvenuto a San Candido (e quanto potrebbe ancora avvenire) ci fa capire che l’unica strada da percorrere resta sempre la stessa: un paziente lavoro di mediazione e la ricerca di una responsabilità condivisa pur nell’incertezza sovrana che regna sulle nostre labili e personali convinzioni.

Corriere dell’Alto Adige, 20 agosto 2021

Chiellinigkeit

Giorgio Chiellini – Tuttosport

Si tramanda un detto attribuito a Manlio Scopigno – vecchio allenatore che portò nel 1970 il Cagliari alla vittoria dello scudetto –, che prima di una partita della nazionale ai mondiali del Messico in cui figurava lo stopper della sua squadra avrebbe esclamato: «Tutto mi sarei aspettato dalla vita, tranne che vedere Niccolai in mondovisione». Potere del calcio. Se in altri tempi erano solo la letteratura, il cinema, la politica a favorire trasmutazioni tali da promuovere un personaggio già abbastanza noto al rango di celebrità mondiale, e poi oltre, fino a fargli assumere la statura di un sostantivo astratto o di un aggettivo (chi non ha vissuto almeno una situazione “kafkiana”?), dopo le prodezze azzurre ai recenti europei il fatto rarissimo è accaduto a Giorgio Chiellini, il difensore italiano per il quale, in Germania, sono sbocciate due nuove parole: “Chiellinisch” e “Chiellinigkeit”. Poco ci mancava che non si spingessero a proporlo come l’antesignano di un movimento d’avanguardia: adesso avremmo potuto avere il “Chiellinismo” (Chiellinismus). Spiegano le fonti: usate a corredo delle immagini salienti in semifinale contro la Spagna e nel big match per il titolo a Wembley, “chiellinico” e “chiellinicità” indicano la capacità dell’uomo – prima ancora del giocatore – di esibire una condizioni di serenità e persino di gioia in contrasto con la tensione emotiva caratterizzante in genere agguerrite competizioni agonistiche. La notizia, tutto sommato, è consolante, perché veicola buoni sentimenti e potrebbe diffondere un benefico influsso in molti altri contesti. Prendere le cose con chiellinità non ce le renderebbe forse più amabili, non contribuirebbe a sdrammatizzare molte controversie (se persino una partita di calcio può diventare un “gioco”, figuriamoci il resto), aiutandoci così a ristabilire le giuste proporzioni? Orsù, cerchiamo di essere un po’ chiellinici anche noi e sorridiamo alla vita.

ff – 12 agosto 2021 – La colonnina

Uscire dalle gabbie

Ricorre quest’anno il quarantennale del censimento del 1981. Un’occasione per soppesare pregi, difetti e possibilità del nostro modello di convivenza.

L’anno in corso segna una data importante nel calendario delle ricorrenze che hanno caratterizzato la recente storia dell’Alto Adige/Südtirol. Nel 1981, infatti, si tenne quel famoso censimento che – a giudizio di Alexander Langer, il quale s’impegnò in una decisa battaglia politica per contestarne la logica e le paventate conseguenze – avrebbe contribuito a chiudere definitivamente la popolazione locale in un sistema di “gabbie etniche”. Ecco le sue parole, tratte da un articolo pubblicato sul giornale del movimento politico Lotta Continua nell’aprile di un anno prima, e intitolato, per l’appunto, “In gabbia per sempre”: «Dichiararsi, fra pochi giorni, “italiano”, “tedesco” o “ladino” significa optare (forse irreversibilmente) tra scuola “italiana”, “tedesca” o “ladina” per i propri figli; significa optare implicitamente tra giustizia “per italiani” o “per tedeschi”. E finalmente a tutti sarà chiaro perché bisognava, anni fa, costruire sistematicamente una rete di organizzazioni separate per linee etniche: nel sindacato, nello sport, nella chiesa, nella cultura, nelle professioni, tra i giovani…». Il verbo “optare” non ha qui un significato neutro. Esso richiama infatti con enfasi l’esperienza traumatica del 1939, allorché, in seguito agli accordi stabiliti tra Hitler e Mussolini, venne imposta una decisione lacerante: preservare la propria identità culturale abbandonando la Heimat, oppure disporsi ad accettarne la completa italianizzazione. Mutatis mutandis, anche per quanto riguarda le “Opzioni del 1981” il pensiero di Langer inclinò allora a simili toni apocalittici, adottando formule bibliche: «Mene, Tekel, Ufarsin. Mene: Dio ha fatto il conto del tuo regno, e vi ha posto fine. Tekel: Tu sei stato pesato con la bilancia, e sei stato trovato mancante. Peres: il tuo regno è diviso, e dato ai Medi e ai Persiani» (Libro di Daniele, V, 25-28). Il commento di Langer: «Gezhält, gewogen, geteilt, mane, thekel, phares. Bei uns geschehen im Herbst 1981, unter dem Beifall sämtlicher Großen des Vokes».

Oggi, a distanza di quarant’anni, possiamo dire che quei toni apocalittici erano eccessivi, anche se ebbero il merito di aver seminato importanti istanze critiche. Per fortuna il sistema autonomistico ha assorbito e digerito piuttosto bene la stagione della contrapposizione etnica (contrapposizione, se non suscitata, comunque certificata dal conteggio nominale previsto dal censimento) adottando via via alleggerimenti o ammorbidimenti più rispettosi delle esigenze e delle complessità individuali. Ne è un esempio la possibilità di fornire dichiarazioni di appartenenza che prevedono l’opzione “altro”, richiedendo così “soltanto” l’aggregazione strumentale – o meglio: funzionale alla distribuzione delle risorse sociali e all’assegnazione di posti di lavoro pubblici sulla base del criterio della proporzionale etnica – a uno dei gruppi contemplati. Alla domanda posta dallo stesso Langer nel primo decennale del censimento – «Ma è mai possibile che il tarlo benedikteriano-berloffiano sia già entrato così profondamente nella mente di tante persone da non poter neanche immaginare un grosso ridimensionamento della necessità di identificazione etnica nel nostro ordinamento?» – si può rispondere quindi con un moderato “no”, anche se resta da fare ancora un po’ di strada per la completa de-etnicizzazione della società sudtirolese.

Ma proprio qui sta il problema: c’è ancora qualcuno che desideri compierlo, questo tratto di strada? Qualcuno che sarebbe insomma disposto a impegnarsi sul serio al fine di promuovere lo sviluppo del nostro modello di convivenza lungo la traccia di un’evoluzione che – si spera accontonata per sempre l’ipotesi nefasta dello scontro, del cosiddetto Gegeneinander – sappia puntare a una convivenza effettiva, basata sulla cooperazione e l’integrazione delle diverse componenti identitarie, in modo da costruire una proficua e duratura condizione di Miteinander? Se osserviamo la realtà che ci circonda senza indulgere alla retorica autocelebrativa sempre in agguato, il paesaggio che stiamo abitando e attraversando sembra piuttosto improntato alla coesistenza, che è cosa ben diversa dalla vera convivenza, fornendone semmai una versione pigra e minimalistica. Anche in questo caso la lingua tedesca ha un’espressione calzante per descriverne la fenomenologia, vale a dire il termine Nebeneinander. Si dà però una possibilità difettiva che orienta questo vivere accostati gli uni agli altri in una direzione ancora più preoccupante, una possibilità sulla quale nessuno (o pochissimi) stanno riflettendo a sufficienza ma che, subdolamente, ha già conquistato notevole spazio. Dal Nebeneinader, infatti, è cortissimo il passo che potrebbe farci scivolare in una condizione di assenza, d’indifferenza reciproca, aprendo le porte al vivere Ohneeinander, cioè “gli uni senza gli altri”. Se «convivere – vale a dire praticando l’arte dello “stare insieme”, come hanno ben descritto Aldo Mazza e Lucio Giudiceandrea in un libro, uscito originariamente nel 2012 e poi riedito, anche in versione tedesca, nel 2019 – significa conoscersi, intendersi pur sapendosi diversi, dotarsi di strategie per risolvere i conflitti e col tempo di memorie comuni», rassegnarsi al modello del Nebeinander, che talvolta tende a trasformarsi o è già scivolato nell’Ohneeinander, vorrebbe dire al contrario smettere di conoscersi, evitare d’intendersi, e quindi anche rischiare di non saper più affontare i conflitti, vecchi e nuovi, che purtroppo in una comunità plurale come la nostra sono sempre dietro l’angolo. Forse, sfruttando proprio l’anniversario del Censimento del 1981, non sarebbe male stilare un bilancio sincero al riguardo, e domandarsi pubblicamente, mediante un ampio e stereofonico spettro di voci, cosa possiamo fare per non chiuderci, stavolta sul serio, in gabbia.

ff – 12 agosto 2021

Saper cogliere il disagio

Come sa chiunque si sia occupato anche superficialmente di disagio o di disturbo mentale, circoscrivere l’area di questo malessere non è affatto semplice. Nell’utilissima «Guida alla salute mentale» scritta da Renato Piccione e Gianluigi Di Cesare (pubblicata nell’encomiabile collana «180» della casa editrice alphabeta) leggiamo: «Quali fattori producono il passaggio dal benessere a uno stato di disagio? Quali acuiscono il disagio mentale fino al punto da trasformarlo in un disturbo mentale? E cosa, viceversa, può riportare a uno stato di equilibrio e di benessere? A tali domande non è possibile fornire risposte semplici e univoche che sarebbero scientificamente scorrette. Infatti, i disturbi mentali non originano da cause uniche e certe, ma sono spesso indotti dal concorso di più fattori che si rafforzano vicendevolmente in un particolare momento dell’esistenza». Una volta avvistato un comportamento che può indurci a supporre l’esistenza di una situazione di disagio, insomma, la prima cosa da fare sarebbe cercare di sospendere ogni giudizio affrettato e, al contrario, mettersi pazientemente in cerca di un filo conduttore per ricostruire tale «concorso di fattori». Solo così diventa poi possibile disinnescare gli effetti potenzialmente autodistruttivi e distruttivi che minano la stabilità del soggetto sofferente. Queste considerazioni generali, apparentemente scontate, stanno purtroppo incontrando sempre più difficoltà a essere condivise dall’opinione pubblica.

Anche a livello istituzionale, da parte cioè di chi dovrebbe interpretare una sensibilità più avveduta, non è purtroppo raro rintracciare posizioni non all’altezza della necessaria comprensione del fenomeno. L’ennesimo esempio ce lo ha fornito di recente la cronaca locale, con il caso di un cittadino germanico di origine magrebina resosi protagonista di comportamenti «asociali» e «disturbanti» nella piazza centrale di Bolzano, il cosiddetto «salotto buono» della città. Non è necessario indugiare morbosamente nei particolari. È infatti fin troppo chiaro che chi comincia a muoversi oltre il perimetro della «normalità» — e per di più in pubblico, in piena luce — risulterà sgradito, già pronto per essere impacchettato in un desiderio collettivo che non ha voglia di andare per il sottile: bisogna rimuovere il problema identificandolo tout court con chi lo espone, e la sofferenza del soggetto cesserà solo quando la persona stessa sarà ricacciata nel buio dal quale è emersa.

Anche chi dovrebbe essere più cauto, dicevo, chi insomma avrebbe la responsabilità di considerare (almeno considerare) la complessità innegabile che ci si para davanti, qui tende a volgere la testa. Una delle argomentazioni adottate a tal fine suona: beh, noi avremmo voluto essere d’aiuto, ma se questo tizio non si fa aiutare, se respinge ogni tentativo di essere avvicinato e persino irride le forze dell’ordine che lo affrontano, non possiamo più farci nulla. Tornano in mente le parole di un libro di Michel Foucault, dedicato alla figura di Pierre Rivière: non un balordo che si faceva il bagno nelle fontane e intingeva il dito nel cappuccino dei turisti, bensì sterminatore della propria famiglia. «Ho visto spesso Rivière ridere senza ragione — Foucault cita una testimonianza —, l’ho visto rotolarsi per terra e quando gli si chiedeva perché lo facesse, per tutta risposta rideva».

Anche il nostro cittadino germanico di origini magrebine, a quanto pare, avrebbe questa tendenza a ridere. Segno evidente di un disagio profondo? Macché. Secondo l’assessore alle politiche sociali del Comune di Bolzano, Jury Andriollo, «sono le sue reazioni a non essere più compatibili con uno stato di disagio». Se ne potrebbe quindi dedurre che uno «stato di disagio» è riscontrabile solo se la persona si dimostra docile e disposta a farsi soccorrere, altrimenti ecco che il disagio non solo risulta «intollerabile», ma addirittura scompare, dissolvendosi in un mero affronto da trattare utilizzando ogni possibile mezzo di coercizione. È insomma come se Andriollo, assessore competente, ci dicesse: qui la mia competenza è terminata, decida un tribunale, decidano le autorità germaniche, l’individuo in ogni caso deve sparire.

Attenzione, non si fraintenda. Se affermiamo, contraddicendo l’opinione di Andriollo, che in questo caso è proprio il rifiuto a farsi aiutare a contraddistinguere uno dei tratti salienti della situazione di disagio in esame, non stiamo dicendo che il compito sia semplice. Intendiamo, al contrario, che è solo accedendo con strumenti ancora più attenti e adeguati a questo tipo di complessità, dunque in primo luogo senza dissolverla — rispondendo insomma sul serio alla domanda: cosa può riportare a uno stato di equilibrio e di benessere la persona sofferente? —, che sarebbe possibile intervenire. È troppo attenderselo da un assessore che milita in un partito d’ispirazione progressista?

Corriere dell’Alto Adige, 3 agosto 2021

Il dolore diventa visibile

Il 18 giugno si è chiusa pubblicamente una delle vicende più tragiche alle quali ha assistito la città di Bolzano, e anche fuori di lei, oltre il suo raggio, ché nel tempo della comunicazione globale ogni luogo non solo risulta vicino, bensì contiguo e addirittura interno a un altro. Una coppia, Peter Neumair e Laura Perselli, strappati alla vita da un omicidio eseguito dal loro figlio maggiore, Benno, il quale prima ha negato ciò che aveva fatto, e poi, ma solo quando gli indizi a suo carico non gli davano più scampo, e soprattutto quando sono stati ritrovati i cadaveri dei suoi genitori, ha fornito una confessione utile a confermare tutti i riscontri.

Ma un omicidio come quello commesso da Benno Neumair non può essere ridotto alla dinamica dell’esecuzione, e neppure il contorno del suo movente (sia questo occasionale o stratificato da una serie di accadimenti pregressi, che affondano nella storia di una famiglia) riesce a spiegare ciò che vorremmo venisse spiegato, magari illudendoci che la razionalità nella quale supponiamo di avere piena cittadinanza possa fornire un argine ai suoi effetti più nefasti e corrosivi. Possiamo ricostruire, documentare e sapere cosa successe, quel lontano giorno del 4 gennaio, eppure lo stupore affranto scaturito all’indomani di quella strana scomparsa, e poi la certezza che fosse accaduto qualcosa di terribile, non si dissiperà mai, riattivando il colpo di mille recriminazioni e di mille dubbi impossibili da sciogliere. Qui, chi osserva, avrà il tatto di lasciare i congiunti e gli amici più stretti al difficile lavoro del lutto. E al colpevole l’ancora più arduo compito di una rielaborazione che neppure la giustizia più giusta riuscirà a evitare che si affermi (posto che una cosa del genere si possa affermare) all’interno dell’oscuro labirinto della sua coscienza.

Dicevamo però della chiusura pubblica della vicenda, almeno in questo primo tratto. Il funerale dignitoso e commosso celebrato nel Duomo cittadino ha avuto la funzione di un suggello che non esibisce il dolore, ma lo compone su uno schermo visibile. In modo proficuo, tale visibilità è servita anche a erigere una barriera di ritegno alla curiosità morbosa che nelle settimane e nei mesi passati si è cibata di tutto. Il rito, le parole degli intervenuti, e soprattutto quelle di Madè, la figlia della coppia, hanno dimostrato che il dolore, per essere metabolizzato, può mostrarsi sul versante che alla fine tocca tutti. Ha cercato di ripercorrere il suo strazio personale, Madè, rammentando una nevicata già densa di cordoglio, nel chiarore notturno del cielo di Monaco di Baviera, e rivolgendosi ai corpi dei genitori racchiusi nelle bare stese davanti a lei, ricordando di aver chiesto e quindi chiedendo di nuovo ripetutamente “dove siete?”. E la risposta che è risuonata (“adesso siete ovunque”) ha rappresentato in modo dolce la cognizione di una separazione velata dal mistero di una morte non solo superabile dalla cecità della fede, ma dalla comprensione illuminata che siamo alla fine parte di un tutto più grande, che ci avvolge e ci consola. Nobiltà del dolore e della conoscenza, più forte di ogni miseria, persino di ogni efferatezza. Nobiltà di un’intimità che sopravvive alla lacerazione e decide di abitarla per riconsegnarci, nell’unico modo possibile, chi abbiamo perduto.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 19 giugno 2021

Il grande errore di Heidegger

“Forse solo i miei errori hanno ancora la forza d’urto in un’epoca sovraccarica di correttezze cui però la verità manca da tempo” (Quaderni neri 1931-1938 – Riflessioni V – 150)

Ho cominciato a leggere Heidegger alla fine degli anni Ottanta. A quel tempo era un filosofo di moda, soprattutto in Italia (in Germania, per esempio, lo leggevano meno e questo fatto – ingenuamente – mi colpì molto quando io andai in Germania anche sulla scia delle mie letture heideggeriane). Ma in cosa consisteva questa moda? Uno dei massimi artefici del predominio di Heidegger negli anni Ottanta poggiava sulla particolare lettura che ne davano alcuni filosofi italiani di successo in quel tempo. Primo fra tutti Gianni Vattimo, il quale proponeva anche una sua caratteristica interpretazione “di sinistra” dell’Heidegger ermeneutico e post-nietzscheano (non esistono fatti, ma solo interpretazioni… insomma quella roba là). Un’altra componente di questa moda era data dal fatto che, allora, quasi tutta la filosofia che andava per la maggiore era comunque filosofia del linguaggio, quindi anche Heidegger (il cosiddetto “secondo Heidegger”) rientrava un po’ in questa koiné, con tutto il suo caratteristico etimologizzare e l’affidarsi ai poeti che gli servivano per costruire la sua tipica “Casa dell’Essere”. Sottrarsi a questo fascino non era semplice. Lo si poteva fare sostanzialmente in due modi: occuparsi di filosofi estranei al (o non così influenzati dal) pensiero tedesco degli ultimi 100 anni (quindi buttarsi magari sugli anglosassoni); occuparsi di filosofia antica o moderna fino al confine dell’idealismo speculativo (diventare insomma degli specialisti di epoche remote). Comunque, dopo aver letto per anni (una decina) Heidegger io me ne sono stufato. Mi ricordo che già scrivendo la tesi di laurea (che ruotava intorno alle interpretazioni heideggeriane di Hölderlin) il “gergo” del pensatore di Meßkirch mi tediava sempre di più e – tanto per dire – fu il pensiero di Hölderlin a farmi capire che l’interpretato era davvero più interessante del suo interprete (per dirlo meglio: dopo aver subito il fascino di Hölderlin alla luce dell’interpretazione heideggeriana capii che c’era tutto un mondo che quell’interpretazione, seducente fin quanto si vuole, in realtà soffocava). In quel tempo leggevo anche molto Wittgenstein e (in modo molto sbrigativo, me ne rendo conto) a un certo punto mi misi a decostruire Heidegger attraverso Wittgenstein, in questo influenzato molto dagli studi di Karl Otto Apel. Insomma, a un certo punto mi parve che Heidegger fosse un trombone insopportabile e lo abbandonai. Poi smisi anche di occuparmi di filosofia.

Questa lunga premessa potrebbe anche finire qui, però non posso farla finire qui perché volevo dire un’altra cosa e quindi la dico adesso, anche se male. Uno dei motti di Heidegger, uno dei più citati, è: Wer groß denkt muß groß irren (chi pensa in grande deve sbagliare in grande). È una frase in cui viene bene fuori il limite di Heidegger (e si potrebbe notare, di passata, che errore qui non richiama soltanto l’errare sui sentieri interrotti del pensare “a venire”, ma l’orrore del nazionalsocialismo mai ricusato). Prima di tutto non ha il buon gusto di essere formulata almeno come domanda (chi pensa in grande deve proprio sbagliare in grande, cioè accompagnare questo suo grande pensiero da grandi errori?). Oggi direi che forse sarebbe meglio pensare un po’ meno in grande e fare meno errori. Ma c’è di più. Nella frase quello che viene prima pesa di più, è come se al “grande pensiero” (e al grande pensatore) si dovesse perdonare il “grande errore”. Beh, non sono d’accordo. Ci sono errori che non solo non sono perdonabili, ma che contribuiscono a ridurre di molto la portata del grande pensiero che li ha prodotti, e quindi non possono essere visti solo come una scoria, bensì come un peso che fa affondare anche il pensiero stesso. Con l’adesione di Heidegger al nazismo (e l’abbiamo capito: adesione non episodica o strumentale ma addirittura convinta, prolungata e persino chiarificatrice di alcuni gesti fondamentali del pensiero filosofico più apparentemente “depurato” dal tempo in cui è maturato) le parole del filosofo si svuotano, anzi diventano quasi oscene, e tutta questa storia dei popoli che attraversano la storia della Metafisica (questo passaggio dall’egemonia di un popolo all’egemonia di un altro popolo che “è” la Metafisica) assomiglia a un pessimo racconto infarcito di semplificazioni insopportabili e puerili herderismi (un barlume di consapevolezza, ancora dai Quaderni Neri: “Il pensatore? Un grande bambino- che pone grandi domande”). Alla fine quello che Thomas Bernhard scriveva di Heidegger in “Antichi maestri” (“… diesen lächerlichen nationalsozialistischen Pumphosenspießer”), bisogna dirlo, è la percezione più lucida che sia mai stata data della filosofia di questo “Meister aus Deutschland”.