Lasciateci ancora sorridere

licini amalassunta

Purtroppo ho i figli già grandi e ormai, ma stavolta per fortuna, perfettamente in grado di esprimersi nelle cosiddette due lingue ufficiali di questa provincia (il ladino no, la terza cosiddetta lingua ufficiale non l’hanno imparata perché non hanno mai vissuto nelle due valli in cui lo si parla e, seppur parzialmente, lo si insegna). Avessi ancora i figli piccoli, però, e davvero si trovassero davanti al problema di essere «testati» linguisticamente prima di accedere a un determinato istituto scolastico — come ipotizzato nel recente patto di governo tra Lega e Svp—, avessero questo problema, dicevo, consiglierei loro di non fare nulla e di limitarsi a sorridere. Solo sorridere. Un sorriso come quello descritto per esempio dalla scrittrice Banana Yoshimoto: «… dolce come quando le nuvole si disperdono in un soffio, lasciando apparire il cielo azzurro e la luce, alla stessa velocità con cui gli angoli della bocca si sollevano e quelli degli occhi si assottigliano. Un sorriso puro, radioso, così disarmante da commuovere, sano, spontaneo». Un sorriso che prelude al ridere per non piangere, anche. Certo, qui stiamo commentando solo una proposta, quindi vale al massimo come sintomo e non come una patologia acclarata. Non è però la prima volta. Già in passato la voglia di filtrare (diciamo così) l’accesso scolastico per ottenere classi quanto più possibile etnicamente e linguisticamente omogenee è stata manifestata ora da quel partito ora da questo.

Tutti preoccupatissimi di non imbrigliare la genialità del popolo altoatesino/sudtirolese, si capisce, un popolo evidentemente frenato nel suo mirabolante sviluppo cognitivo dalla presenza di qualche straniero incapace di parlare già a tre o cinque anni il bellissimo tedesco e il bellissimo italiano padroneggiato dagli autoctoni (mi sia concessa l’ironia). Una voglia rimasta sempre frustrata, peraltro, perché procedere alla definizione di sbarramenti, test d’ingresso o altri dispositivi discriminanti farebbe scattare di certo il richiamo di chi ha il compito di armonizzare i provvedimenti educativi con l’impianto della Costituzione italiana e quindi anche dello Statuto di autonomia, che proprio nella Costituzione ha il suo ancoraggio.

Sono andato a rileggere un brano di un libro scritto da due studiosi a lungo attivi all’interno dell’università locale, quindi in teoria da considerare un faro orientativo per quanti vogliano affrontare seriamente il tema della glottodidattica.

Dicevano dunque i due studiosi Siegfried Baur e Doris Kofler: «Das Konzept von Sprache als soziales Handeln bedeutet, dass Sprachenlernen soziales Lernen ist, da die Sprache immer in sozialen Situationen verwendet wird» (Siegfried Baur/Doris Kofler, Tocca a te! Edizioni alphabeta Verlag 2012).

Tradotto significa che la lingua è un’attività sociale e anche il suo apprendimento è un fatto sociale, perciò non può essere disgiunto dalla scena del contatto, che ne permette la piena realizzazione.

Se ciò, in un contesto plurilingue, presenta necessariamente particolarità o livelli di difficoltà superiori rispetto a un contesto monolingue, tali difficoltà dovranno essere affrontate con sensibilità e creatività, senza però recidere la radice sociale e socializzante che nutre e sostiene l’apprendimento delle lingue. Sarebbe molto disdicevole se il nuovo governo provinciale decidesse d’ignorare tali acquisizioni, togliendoci il sorriso dalla bocca.

Corriere dell’Alto Adige, 12 gennaio 2019

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Un natale coi baffi

Natale

Io odio il Natale. Odio le luci, le musiche, le filastrocche del Natale (il Natale, ecco, mi è sempre sembrato una brutta filastrocca, fin da bambino). Per festeggiare il Natale (giacché si tratta di un obbligo sociale al quale non ci si può sottrarre) in modo da non soffrire troppo dei festeggiamenti del Natale, occorre sviluppare tutta una serie di strategie di difesa, mettere a distanza il Natale, non cancellarlo, giacché ogni cancellazione si risolverebbe paradossalmente in una sottolineatura del Natale, ma provocare almeno il suo depotenziamento, la sua dissimulazione disonesta (la disonestà è il contrappeso che noi apponiamo alla retorica di un onesto Natale, o alla mimesi dell’onestà che il Natale, questa casualità trasformata in valore, questo autentico sbaglio della Storia, vorrebbe imporre alla coscienza tranquillizzata di chi lo festeggia, ricomponendo l’infranto).

A Natale torna a casa persino chi non ha più una casa, e vengono in mente candele accese tra mura annerite dalle bombe, vetri rotti, odore di cenere e sangue rappreso. Ma è l’idea stessa di una casa, dell’avere una casa, per non dire quella dell’“essere a casa”, o “finalmente” a casa, come si affannano a ripetere le frotte di viaggianti indaffarati a percorrere su e giù il Paese, ovvero le moltitudini di rincasanti, è questa stessa idea che dovrebbe essere denunciata nel modo più violento e brutale possibile. Non vi aspetterà nessuno a casa, miei cari, giacché forse non troverete la porta sbarrata, anche se a dire il vero ogni tanto può capitare, ma un lugubre interno di affetti decomposti appena varcata la soglia, un baratro di circostanze spiacevoli e di contrattempi meschini, togliendovi per sempre la speranza che dal sentimento del rimpatrio possa anche lontanamente sorgere l’illusione del rimpatrio. Sarete soli nel mondo che vi siete sforzati di dimenticare, a Natale, specialmente a Natale, ghigliottina inesorabile di ogni consolazione e dannazione del sembrar vivi.

Per questo amo il Natale. Amo queste luci, queste musiche, queste filastrocche del Natale (il Natale, ecco, mi sembra una bellissima filastrocca alla quale fare i baffi, come i baffi che Marcel Duchamp fece alla Gioconda). Il Natale compone la distanza visibile tra ciò che sono e ciò che non vorrei mai essere: confondermi con il sentimento buono e giusto che ricama angioletti di trina su tutta la nostra squallida ipocrisia. Lo sa chi sta per tornare e non è ancora tornato, chi fora una gomma in autostrada (mentre intanto passa la notte di Natale al freddo), chi ha perso la coincidenza per Chissadove (e deve aspettare il giorno dopo da solo, nella sala d’attesa di una stazione nella quale non vorrebbe essere, o peggio, in un albergo grigio due isolati più in là), così come lo sanno gli ammalati negli ospedali, i vecchi, i senzatetto che dormono sui cartoni, le prostitute alle quali nessuno ha ricordato che a Natale, almeno a Natale, non vale la pena sostare sotto al solito ponte.

(Che poi io un Natale bello l’ho anche vissuto, anche se solo nel ricordo di mio padre, giovane marinaio. Un Natale degli anni Cinquanta, nel porto di Rotterdam, quando qualcuno gli disse che aveva attraccato anche la nave su cui lavorava mio nonno, e allora riuscirono a vedersi e a festeggiare il Natale insieme: ogni regola che si rispetti ha la sua eccezione, quindi esiste anche l’eccezione di un buon Natale, ma – come si vede – non per merito suo)

Sì, aveva ragione Charles Dickens: “Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto allegro Natale in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore”.

Dividere per poter regnare

Luigi XI

Non sussistevano in realtà soverchi dubbi, ma le notizie provenienti dagli approfondimenti tematici in vista dell’ormai certo governo di “coalizione” tra Svp e Lega (spiegherò le virgolette alla fine) offrono una conferma senza residui: per quanto riguarda la politica linguistica della nostra provincia, i prossimi cinque anni saranno all’insegna della conservazione. Certo, magari si rinnoveranno le lodi formali alle straordinarie opportunità di vivere in un territorio di confine, si affermerà che le occasioni delle quali approfittare per apprendere e praticare la lingua dell’altro sono tutte a disposizione, proprio dietro l’angolo, ma in sostanza già si dice anche che l’attuale sistema formativo fondato sulla separazione è inscalfibile (ed è un bene, s’intende).

Inutile fingere troppo stupore o stracciarci ipocritamente le vesti. Il trend “separatista” – chiamiamolo così – non è frutto inedito del maturando accordo e non contraddice un’impostazione maggioritaria della società civile. Persino i Verdi, allorché si trattava di sgombrare il terreno da ipotetici ostacoli preliminari, avevano fatto sapere che la costruzione di una scuola plurilingue (ammesso e non concesso che su questo termine disponiamo della necessaria chiarezza) non era più tra le bandiere storicamente issate da quel movimento, e che, insomma, per adesso se ne poteva tranquillamente fare a meno. Tutto bene, dunque? Non proprio, perché se è vero che il sistema scolastico diviso non rappresenta la causa efficiente di un plurilinguismo ancora largamente precario (ovviamente non in assoluto, ma proprio riguardo a quelle potenzialità che ogni volta decantiamo o fingiamo di decantare), è anche vero che rinunciare, persino in linea di principio, a porre in relazione determinati fallimenti didattici con l’architettura istituzionale che li sostiene ci condanna ad abbassare di molto le pretese “politiche” di miglioramento.

Allora cosa manca? La chiave sta proprio in quella parola alla quale accennavo all’inizio – “coalizione” – in realtà quasi del tutto priva di tratti programmaticamente unificanti. Ciò che Svp e Lega allestiranno sarà infatti un’intesa basata su una precisa spartizione di campi d’interesse reciprocamente impermeabili, e le dichiarazioni inerenti la politica linguistica servono a rendere la situazione solo plasticamente più evidente, limitando al minimo indispensabile il bisogno di uno scambio. Per mutare davvero le cose occorrerebbe, al contrario, che i partner di governo si assumessero finalmente la piena responsabilità nei confronti di un territorio sentito integralmente come comune, e non spezzato in due o più tronconi per i quali essi si ritengono gli esclusivi referenti rappresentativi. Ma c’è ancora qualcuno che qui tiene all’unità, in questa provincia ormai sempre più modellata sul motto attribuito a Luigi XI di Francia: diviser pour régner?

Corriere dell’Alto Adige, 13 dicembre 2018

Il decreto del rancore

Salvini sicurezza

Il cosiddetto “decreto sicurezza” – di recente approvato in via definitiva alla Camera – assolve la funzione di rendere più difficile ai richiedenti asilo il soggiorno in Italia, li priva dello status di protezione internazionale, in particolare se hanno commesso reati e, infine, permette di risparmiare sulla gestione della loro presenza sul territorio, anche a costo di inasprirne le condizioni di vita. Questa non è una ricostruzione tendenziosamente inclinata al pessimismo, visto che si tratta di obiettivi strenuamente perseguiti dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e rivendicati con orgoglio da chi sostiene la sua opera. Quando insomma si dice che i richiedenti asilo avranno la vita più dura, c’è sul serio chi se ne rallegra e sta facendo di tutto per renderlo possibile.

Tra chi invece ha espresso dubbi e si è detto molto preoccupato troviamo Renzo Caramaschi. Al pari di altri amministratori, il sindaco di Bolzano è consapevole che riducendo l’assistenza sul territorio (ovvero eliminando lo Sprar), la conseguenza più verosimile, anzi scontata, è che un numero cospicuo di persone verrà privato delle più efficaci strutture di accoglienza, rimanendo tuttavia in città alla deriva. “Questo potrebbe diventare un problema di ordine pubblico – ha dichiarato Caramaschi –, un problema che non spetta al municipio risolvere, ma allo Stato, alle forze dell’ordine. Di sicuro non do da dormire a tutti quelli che saranno espulsi dall’accoglienza, visto che sui rimpatri non si è fatto abbastanza”. Il sindaco ha poi continuato: “Nell’Emergenza freddo c’è posto solo per i senzatetto. Appena uscirà il testo definitivo in Gazzetta ufficiale lo leggerò a fondo e chiederò un incontro a prefetto e questore per capire come intendono muoversi”.

In attesa di questo incontro, il quadro desolante è già abbozzato: un provvedimento ispirato largamente a principi restrittivi cala dall’alto non prevedendo la soluzione agli inevitabili problemi che creerà, ma al contrario riversa su altri soggetti l’onere di farsi carico delle sue contraddizioni. Siamo costretti allora a ritenere il “decreto sicurezza” l’opera di un ottuso? Niente affatto. È nota la differenza che Carlo M. Cipolla introduceva per distinguere gli ottusi da altre categorie di individui parimenti apportatori di svantaggi. Mentre i primi, infatti, causano “un danno ad altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”, i secondi danneggiano qualcun altro solo allo scopo di approfittarne in prima persona. I danni creati a richiedenti asilo e agli amministratori sono stati sintetizzati dal sindaco. I vantaggi saranno invece dalla parte di chi è abituato a ragionare nei termini del “tanto peggio, tanto meglio”, cioè di chi specula sulle disgrazie dei più deboli (stranieri e autoctoni, la debolezza è trasversale) perché sa che è un buon modo per alimentare la fonte del consenso, oggi in larga parte costituita dal rancore.

Corriere dell’Alto Adige, 7 dicembre 2018

Interessi tutelati

Svp Lega

Qualche giorno fa, grazie a un’intervista concessa al quotidiano online salto.bz, l’ex parlamentare europeo Sepp Kusstatscher ha spiegato benissimo perché la Svp non si sarebbe mai espressa a favore di un’alleanza con i Verdi. Non si tratta di un’incompatibilità ideologica. Ai Verdi, per esempio, la Svp non avrebbe dovuto certo sottoporre delle condizioni preliminari da firmare al fine di rendere il partito fondato da Alex Langer compatibile sul piano della tutela delle minoranze (di tutte le minoranze), della vocazione europeista e dell’impegno nei confronti dell’autonomia. Europa, autonomia e convivenza sono proprio i punti programmatici che i Verdi già misero sul piatto di una loro possibile partecipazione al governo della provincia fin dalla campagna elettorale (Riccardo Dello Sbarba ebbe allora modo di dichiarare: “Sono questi i pilastri che vanno rilanciati e riformati, altrimenti si rattrappiscono, e la Svp non è apparsa in grado di farlo”). La ragione, sostanziale, è quindi un’altra, e come dicevo l’ha espressa molto bene Sepp Kusstatscher, che fra l’altro, prima di militare tra i Verdi, ha per anni fatto parte dell’ala sociale della Svp.

Il suo ragionamento è cristallino: “I vertici della Svp sanno benissimo che la Lega costituisce un partner molto più semplice da trattare rispetto ai Verdi. Con la Lega la Svp può fare e disfare ciò che vuole. È questo, a mio avviso, il motivo principale del veemente rifiuto che viene opposto ai primi” E ancora: “Soprattutto per quanto riguarda gli ambiti dell’urbanistica e della politica ambientale, ma anche in quello sociale, i Verdi rappresenterebbero una sfida per la Svp e dovrebbero essere trattati alla pari. La Lega, al contrario, è un garante dei gruppi di pressione che vogliono continuare a comportarsi come hanno fatto negli ultimi anni”. Una dimostrazione, ricorda ancora Kusstatscher, è il lavoro colossale che Dello Sbarba ha compiuto nella commissione legislativa sull’urbanistica, smontando pezzo per pezzo gli emendamenti portati dal Bauernbund o da certi agenti immobiliari. In questo modo i rappresentanti della Svp hanno potuto osservare come una simile solerzia e competenza nel lavoro di oppositore non potesse conciliarsi con l’ipotesi di averlo un giorno all’interno del governo.

Ora, sarebbe stato chiaramente molto più complesso sottoporre ai Verdi un contratto o una carta “valoriale” da firmare nella quale venisse richiesto di chiudere occhi, orecchi e bocche su certi affari. L’intoppo, il vero mal di pancia, insomma non deve essere tanto interpretato con gli argomenti spacciati per rilevanti solo quando si tratta di appianare questioni di facciata (“Voi intanto firmate, ché dopo ci si aggiusta”). La Lega – che spaccia se stessa alla stregua di un agente del “cambiamento” – rappresenta così in realtà il principale strumento per la conservazione.

Corriere dell’Alto Adige, 28 novembre 2018

Daniele da Volterra e Piazza Vittoria

Daniele da Volterra

16 anni fa, a Bolzano, la cittadinanza fu invitata a prendere posizione su una questione di portata simbolica. Il sindaco di allora, Giovanni Drioli Salghetti, era riuscito solo per poche settimane a convertire il nome di “Piazza Vittoria” in “Piazza della Pace”, scatenando l’ira funesta dei nazionalisti italiani (attaccati come patelle allo scoglio dei vecchi reperti del regime fascista) ma anche di molti cittadini avversi a qualsiasi riforma dell’uso pubblico della memoria. E pazienza se la minoranza di lingua tedesca bolzanina, invece, avesse apprezzato il gesto di “riappacificazione”, o l’avesse sfruttato in chiave revanscista. Il referendum, voluto dall’allora rappresentativo partito di destra Alleanza Nazionale, con a capo Giorgio Holzmann, dette un risultato quasi speculare alla proporzionale etnica. I fautori del ritorno al nome “storico”, gli amanti della Nike, si espressero per un robusto 61,94%. Gli altri, i pacifisti, incassarono una pesante sconfitta, arrendendosi a quota 38,06%.

Da quella data, molta acqua è passata sotto il ponte Talvera. Fatti importanti sono accaduti riguardo alla rivisitazione dell’eredità conflittuale dei nazionalismi novecenteschi, come l’apertura del centro di documentazione storica, proprio sotto al Monumento che dà il nome alla piazza, e la copertura del fregio mussoliniano di piazza Tribunale con la scritta di Hannah Arendt. Eppure, la mentalità collettiva non ha fatto grandi passi in avanti. L’ha indirettamente verificato il vescovo Ivo Muser, il quale – cogliendo l’occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale – ha incautamente proposto ancora di cambiare il nome della piazza, riesumando la “pace” rimossa nel 2002. Una valanga di commenti negativi, ma anche di esplicite contumelie come sempre affidate ai social, ha seppellito l’idea dell’alto prelato. Tra le dichiarazioni dei politici contrari spicca quella del primo non eletto della Lega alle recenti elezioni provinciali, e quindi perdurante consigliere comunale Luigi Nevola: “Se la polemica non si spegnerà – ha scritto in un post su Facebook, pur sapendo che la polemica è tenuta in vita solo da interventi come i suoi – e se la volontà della giunta sarà quella di intervenire cambiandone nuovamente il nome, sulle orme di Daniele da Volterra intendo proporre una mozione volta a rinominare Piazza Vittoria in Piazza dei Bivacchi. Nome più adatto, vista la situazione creata da sindaco e giunta”.

La dotta citazione di Daniele da Volterra – sovente i leghisti hanno bisogno di recuperare appeal intellettuale – ci consente però un’interpretazione divertente di tutta la faccenda. Il pittore in questione, infatti, ricevette il soprannome di “Braghettone” in seguito al suo noto intervento post-conciliare sulle ignude figure michelangiolesche del Giudizio Universale. Divertente, dicevo, perché Nevola ha spesso sbandierato le proprie convinzioni ultracattoliche, e quindi dovrebbe stare esattamente dalla parte di Gian Piero Carafa. In realtà, e per ricollocare le cose nella loro giusta dimensione, diciamo quanto segue. Cambiare il nome di una piazza non significherebbe di per sé falsificare la storia, né tanto meno scempiare opere d’arte. Vie e piazze cambiano spesso denominazione. Qui non si farà perché non esiste la volontà politica di farlo. La giunta comunale, infatti, non ha mai espresso il desiderio di riaprire quello spinoso capitolo, e l’appello del Vescovo, lodato per il suo generico irenismo, resterà lettera morta. Infine, ironizzare sulla condizione poco felice dei senzatetto che sostano da quelle parti è una spiacevole deviazione dal tema in questione e soprattutto non fa onore al devoto Nevola.

Corriere dell’Alto Adige, 3 novembre 2018, pubblicato col titolo “Mentalità collettiva offuscata”

Quel dì nel mese azzurro di settembre

Quel dì nel mese azzurro di settembre

quieto all’ombra d’un giovane susino

tenevo il quieto e pallido amore mio

fra le mie braccia come un dolce sogno.

E su di noi nel bel cielo d’estate

c’era, e a lungo la guardai, una nuvola.

Era assai bianca e alta da non credere

e quando la cercai non c’era più.

Bertold Brecht (Ricordo di Marie A.)