“È morto Diego”

Ieri pomeriggio, verso le sei, mi chiama mio figlio Milo e con la voce un po’ pallida mi dice: “Hai sentito? È morto Diego”. Lì per lì non capisco. Cerco nella memoria un “Diego” che mi sia in qualche modo prossimo. Poi capitolo: “Diego chi?”. E lui: “Diego Armano Maradona, babbo”.

Milo ha sedici anni, Maradona non l’ha mai visto giocare. O meglio: l’ha visto giocare solo su YouTube, recuperando nel modo tecnologicamente più ovvio la memoria di fatti e gesta che, per sua condizione anagrafica, non ha potuto vivere nel momento in cui si sono manifestati. La memoria collettiva si stabilisce anche così, forse soprattutto così. Qualcuno raccoglie il testimone e distilla per sé un significato (in questo caso persino l’affetto espresso dal chiamare col nome proprio un calciatore che parlava di sé usando spesso e volentieri il proprio cognome in terza persona) che travalica di molto contingenze storiche e giudizi obiettivi. La memoria, che è la sostanza mobile dalla quale riemergono i ricordi, non deve essere confusa con la storia o la morale (ma neppure la storia dovrebbe essere confusa con la morale, pur aprendone spesso, con pesanti chiavi di ferro, l’aula del suo arcigno tribunale). Si può dunque avere memoria anche di ciò che non si è vissuto.

C’era un’altra cosa, nella sfumatura di voce di mio figlio, che lui è riuscito a farmi cogliere e che dispone in modo esatto il meccanismo del mito: “Giocatori come lui non ne nasceranno più”. Ma il futuro è ignoto, prende forme inaspettate, e le ripetizioni (anche se non esatte) avvengono sul piano inclinato di un cambiamento che al contempo rende possibile e nega la logica della comparazione (solo per restare al calcio: che senso avrebbe paragonare Meazza a Sivori, o Pelè a Maradona?). Però non stupisce che un mito, per accendersi, debba poggiare su una presupposizione di incomparabilità, che inocula in chi lo coltiva la sensazione del rimpianto. I tifosi del Livorno assiepati sui gradoni fatiscenti di uno stadio intitolato ad Armando Picchi (il “mitico” libero della Grande Inter di Helenio Herrera) salutarono l’ultima apparizione di Igor Protti con lo striscione “come te nessuno mai”. C’è molta retorica in questo atteggiamento, ma la retorica (in genere intesa come cosa “morta”) non può essere bandita dal mondo senza che trascini via con sé anche la vita che l’ha suscitata. In alcuni casi conviene essere indulgenti.

Sono stato anch’io incline alla retorica, ieri, digitando in fretta un post sul telefonino. Ho parlato di inestricabilità, tutta “napoletana”, tra miracoli e nefandezze. Non è vero che si tratta di una inestricabilità “tutta napoletana”, sta alla base di vicende ubique e molto comuni. Il dilemma che vorremmo chiarire (discernendo tra le opere di personaggi eccelsi e la loro vita discutibile) è un falso dilemma. C’è qualcosa di profondamente sbagliato e puerile nel pretendere che un eroe sia anche un cavaliere senza macchia e senza paura (posto che non si voglia credere alle favole, appunto). Personalmente mi affascinano di più le favole “sporche”, nelle quali quel dilemma non viene risolto, perché in questo modo riesce a parlare meglio della realtà di cui siamo fatti (che è un impasto torbido). Affermare che “è morto Diego” – ritorno alla maniera affranta e confidenziale con la quale Milo mi ha annunciato la morte di Maradona – vuol dire che è morto un “eroe”, certo, ma anche uno un po’ come noi, che non abbiamo nulla di eroico. E alla fine tutto il segreto della sua fama sta qui, nella sostanza di un romanzo popolare che solo i mediocri e i pusillanimi fanno fatica a leggere.

Irradiazione Caravaggio

Al Mart di Rovereto un capolavoro “siciliano” di Caravaggio dialoga con alcune opere di arte contemporanea e con il poeta Pier Paolo Pasolini.

Per ritrovare il primo atto germinativo della mostra che il Mart ha dedicato a “Caravaggio, il contemporaneo” bisogna retrocedere almeno fino al 1938-1939 (o forse all’anno successivo). Siamo a Bologna, in una piccola aula di via Zamboni (“con banchi molto alti e uno schermo dietro la cattedra”), e qui va in scena uno degli incontri capitali del Novecento. In quei tempi lacerati da una guerra atroce, troviamo il grande critico Roberto Longhi; davanti a lui, insieme ad altri studenti, un diciassettenne Pier Paolo Pasolini, al quale il maestro appare come una “rivelazione” prodottasi in una “notte senza più una luce” (Pier Paolo Pasolini, Roberto Longhi. Da Cimabue a Morandi, in Descrizioni di descrizioni, Garzanti, pag. 330). Ulteriore annotazione archeologica: nel 1940, a Perugia, si laureva in medicina Alberto Burri, ancora molto lontano, quindi, dal diventare uno dei massimi esponenti dell’arte informale. Espletato il preambolo, possiamo così dedicarci all’attore principale e raccontare alcune impressioni di un’esposizione senz’altro riuscita: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, o per meglio dire la sua imponente tela intitolata Sepoltura di Santa Lucia, risalente al periodo siciliano (1608-1609), irradiazione che attraversa epoche e modalità artistiche cronologicamente distanti.

La migliore descrizione possibile dell’opera, ça va sans dire, è proprio del Longhi, al quale, del resto, dobbiamo la riscoperta del genio lombardo in occasione di una storica retrospettiva ambientata a Milano nel 1951: “Nel dipinto che fra quelli di Sicilia è il più antico ma anche il più guasto (…), la Sepoltura di Santa Lucia nella chiesa eponima siracusana, il Caravaggio ha il nuovo grande pensiero di diminuire nello spazio, rapidamente, la misura degli uomini sovrastati dalle mura gigantesche: un rapporto inedito nella tradizione italiana e già pronto per il Rembrandt incisore. Quanto ai primi piani, vi stanno la santa a luce riversa come nella Vergine morta del 1606 o nella Maddalena dipinta nella Campagna Romana; e, ancora più vicini, i due manigoldi giganteschi che conducono il loro gioco brutale di fronte al terrore dei fedeli, diminuiti al di là della fossa. Contrasti istantenei di misura, sbalzi tra «primi piani» e «campo lungo», che solo il Caravaggio seppe escogitare a quei tempi con uno spicco di verità che più tardi, per esprimersi, bisognò di macchine speciali”. Nelle parole di Longhi c’è già tutto quello che serve per capire la mostra: dalla parte superiore del dipinto – non solo quinta o sfondo, come potrebbe erroneamente apparire – fuoriesce un brano di pittura pura, non si fatica a riconoscerla “burriana”, che perciò si stacca dalla contingenza in cui venne prodotta e veleggia in avanti, accogliendo la nostra sensibilità; i contrasti di misura e gli sbalzi tra i primi piani e il campo lungo – il “cinema” caravaggesco – sono già cinema pasoliniano.

Il presidente del Mart e curatore della mostra, Vittorio Sgarbi, aveva illustrato la sua idea in un libro pubblicato nel 2012: L’arte (tutta l’arte) è contemporanea. Se guardiamo il corpo di Cristo dipinto da Mantegna è chiaro che adesso lo leggiamo (anche) con gli stessi occhi che hanno visto il cadavere di Che Guevara (è l’esempio che fa lo stesso Sgarbi in quel testo, appoggiandosi ad una reinterpretazione fotografica di Gianluigi Colin). Siamo cioè in presenza di un archetipo che unifica tempi diversi, in modo che alla figura inerte di una santa adagiata per terra, quasi impastata di fango, sovrapponiamo senza difficoltà il corpo del poeta straziato all’idroscalo di Ostia, nella notte tra il primo e il due novembre del 1975, o del naufrago dipinto da Cagnaccio di San Pietro nel 1934 (bellissimo). Quello che risalta, approfondendo la formula della contemporaneità di ciò che non è contemporaneo, è quindi il dialogo tutto interno all’arte tra possibilità formali antitetiche ma compresenti, così come la morte, disfacimento della forma, è la condizione di possibilità della vita.

Mirabilmente Alberto Burri ha indagato nel Novecento la memoria trascendentale dell’informe che riassume la ricerca inconscia della pittura di sempre. Di più: che espone questa memoria per rischiare una ricerca formale assoluta. L’accordo tra il Seppellimento di Caravaggio e il grande Ferro SP del 1961 è sbalorditivo. Con uno spirito affine, una citazione di Mark Rothko (non presente in mostra, ma evocato da un violento monocromo rosso di Hermann Nitsch) registra la vibrazione del percorso e ci fa tornare a Pasolini: “Venne un momento in cui nessuno di noi riusciva più a utilizzare la figura senza mutilarla”. Anche l’autore di Teorema aveva scandito in un passaggio dedicato all’arte una delle sue verità più disarmanti: “Nessuno deve sapere che un segno riesce bene per caso. Per caso, e tremando: e che appena un segno si presenta, per miracolo, riuscito bene, bisogna proteggerlo e custodirlo come in una teca. Ma nessuno, nessuno deve accorgersene. L’autore è un povero tremante idiota. Una mezza calzetta. Vive nel caso e nel rischio, disonorato come un bambino. Ha ridotto la sua vita alla malinconia ridicola di chi vive degradato dall’impressione di qualcosa di perduto per sempre”. Chiusura perfetta: le ultime, struggenti immagini del poeta vivo, nella sua torre di Chia, grazie alle fotografie scattate da Dino Prediali. Pasolini che legge, che dipinge. Pasolini nudo. La sua faccia scavata sarebbe stata magnifica per interpretare un Caravaggio contemporaneo.

ff – 5 novembre 2020 – Pubblicato col titolo “Caravaggio contemporaneo”

La pazienza della convivenza

Da molto tempo si sono spenti i riflettori sui territori della ex-Jugoslavia, sulla sua decomposizione cruenta, che portò nello spazio di un decennio – tra il 1991 e il 2001 – a ridisegnare i contorni della regione balcanica mediante una lunga scia di lutti. A riflettori spenti, però, non è solo difficile parlare della storia passata, ma tuttora incerti appaiono gli esiti della «pace» monitorata da quell’Europa che prima, cioè all’indomani del crollo del sistema imperiale sovietico, non afferrò cosa si stava preparando nel vicinissimo oriente, e poi si dimostrò incapace di porvi tempestivo rimedio. Con una metafora: se non furono pochi gli occhi puntati, pochissimi erano quelli in grado di vedere.

Tra chi, al contrario, fu subito pronto a scorgere i pericoli inerenti il virulento ridestarsi del nazionalismo balcanico va annoverato Alexader Langer. In Alto Adige la figura del grande vipitenese è nota soprattutto in relazione alle sue battaglie per la convivenza inter-etnica nel contesto del complesso passaggio all’implementazione delle norme del secondo statuto di autonomia. Ma Langer era un politico (e uno scrittore) che si muoveva ponendo in costante relazione la dimensione particolare con quella universale. Dopo essere diventato parlamentare europeo, nel 1989, il suo impegno si concentrò quindi sempre di più a comprendere le conseguenze della dissoluzione della ex cortina di ferro, soprattutto in due paesi chiave come l’Albania (di recente l’editore alphabeta di Merano ha pubblicato una silloge dei suoi interventi e di quelli del giornalista Alessandro Leogrande dedicati proprio al paese delle aquile) e la Bosnia Erzegovina.

Chi volesse approfondire il notevole versante dell’attività di febbrile pacificatore dell’ultimo Langer – attività che si concluse proprio nell’anno cruciale in cui si ebbe l’eccidio di Srebrenica (11 luglio 1995) e l’accordo di Dayton – ha adesso a disposizione il bel volume curato da Edi Rabini e Sabina Langer, che raccoglie e contestualizza articoli e interventi scritti tra il 1991 e il 1995 (Alexander Langer, Quei ponti sulla Drina. Idee per un’Europa di pace, Infinito edizioni).

Come per ogni classico, purtroppo più citato che letto, anche nel caso di Langer è sufficiente scorrere una pagina qualsiasi per rintracciare la sua impronta stilistica inconfondibile, la commovente chiarezza dei presupposti con i quali indagava i fenomeni storici e politici a lui coevi. «Il conflitto jugoslavo – si legge per esempio in un breve articolo intitolato Disertori, tratto dal grande archivio ancora in parte inesplorato dei suoi appunti militanti – non portava iscritto, sin dall’inizio, in alcun codice genetico tutta la sua apparentemente inesorabile ferocia. Nel 1991 esistevano milioni di persone che si sentivano jugoslave o che comunque non si consideravano offese da questo termine, che non vedevano di per sé alcuna incompatibilità affinché serbi e croati, albanesi e serbi, sloveni, ungheresi e italiani ecc. convivessero sullo stesso territorio, in condizioni possibilmente democratiche». Purtroppo venne imboccata una strada ben diversa, e – come nota Adriano Sofri nella postfazione al volume – si mise in moto quella valanga che in tempi rapidissimi travolse ogni cosa.

Ma al di là dell’interesse che si può avere nel ripercorrere le vicende di quegli anni e di quei luoghi, i testi di Langer sono utilissimi soprattutto per riflettere su due contraddizioni di respiro più ampio. Esse riguardano, lo illustra ancora bene Sofri, l’opzione sovranità/ingerenza e la pratica della non violenza in relazione alla forza obbligante del diritto. Sempre guidato dalla paziente pratica della convivenza, ciò che a Langer soprattutto premeva era suscitare il dialogo fra tutti i «traditori della compattezza etnica» – si pensi, proprio in relazione alla ex-Jugoslavia, all’importantissimo lavoro svolto dal Forum di Verona –, traditori che poi sono i soli, sul lungo periodo, in grado di scongiurare soluzioni omogeneizzanti, basate quindi sulla nefasta preminenza di stati nazionali strutturalmente inadeguati a tutelare le minoranze.

Corriere dell’Alto Adige e Corriere del Trentino, 28 settembre 2020 (pubblicato col titolo Langer e i Balcani)

Lutto, indifferenza e stupidità

In prima istanza il rapporto tra il fenomeno del lutto e la stupidità suona inverosimile e persino irrispettoso. Un atteggiamento luttuoso, come noto, si instaura per la perdita di qualcuno (o anche qualcosa) al quale ci sentiamo legati. Una perdita che dunque provoca dolore, almeno fin quando la vita, con le sue cure e i suoi impegni, prende nuovamente il sopravvento, e al posto del lutto subentra la memoria. Apparentemente, si diceva, non c’è nulla in questo processo che potrebbe farci pensare alla stupidità, giacché il lavoro del lutto deve pur fare il suo corso. Può accadere, però, che tale lavoro non venga compiuto, e allora il sentimento della perdita s’impone come dominante, sprofondando chi ne è vittima in uno stato patologico. L’ottusità di questa nuova condizione si dimostra in modo più evidente quando il lutto infinito non si applica tanto a persone realmente esistite, e quindi decedute, quanto piuttosto a idee o ideali che si vorrebbero trattenere nel presente, nonostante si siano estinti. Con le parole di Leonardo Sciascia: «Un’ idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte. E sono tanti, e talmente brulicano sulle cose morte, da dare a volte l’impressione della vita».

Sarebbe azzardato affermare che in Sudtirolo il lavoro del lutto per la perdita dell’unità del Tirolo storico — proprio alcuni giorni fa ricorreva l’entrata in vigore del trattato di Saint Germain, che sancì l’appartenenza della nostra terra al Regno d’Italia — non si sia sostanzialmente compiuto. Eppure qualcuno non rinuncia ancora a riesumarlo, quel lutto, listando di nero le bandiere, accendendo fuochi sulle montagne o rispolverando l’antica corona di spine simbolo del dolore di un popolo che, per fortuna, negli altri giorni dell’anno pensa a tutt’altro. Atteggiamenti che rasentano l’assurdità? Senza dubbio. Occorre però attraversarla, tale assurdità, per comprendere che la recita di certi inconsolabili rappresenta il risvolto di una incapacità più profonda, vale a dire quella di riconsiderare i 100 anni passati non tanto e non solo alla luce di ciò che li ha preceduti, ma di ciò che essi hanno contribuito a creare rispetto alla nostra condizione attuale, inconciliabile con l’immagine di una processione di persone vestite di nero e con il fazzoletto posato su occhi colmi di lacrime.

Non si sarebbe detto tutto, però, senza citare un’altra forma di stupidità, che fa da specchio al falso lutto descritto. Essa nasce dall’indifferenza per il medesimo evento ritenuto così traumatico dagli altri. Per gli italiani residenti in regione, infatti, la ricorrenza del 10 ottobre ha smarrito qualsiasi interesse, non merita quasi menzione e non ha ancora prodotto un apprezzabile volume di riflessione pubblica (a parte il lavoro meritorio di qualche storico di professione) in rapporto a una semplice domanda: a 100 anni dalla creazione dell’entità geo-politica, oggi costituita dalle due province autonome di Bolzano e di Trento, che cosa significa davvero la nostra specificità, a partire da quali esperienze può ancora svilupparsi e, soprattutto, come deve configurarsi il rapporto con i cittadini di lingua tedesca che ci vivono accanto e che, talvolta, percepiscono le cose in modo tanto diverso dal nostro? Sarebbe molto triste constatare che un secolo è passato insegnandoci molto meno di quanto avremmo potuto e dovuto apprendere.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 14 ottobre 2020 (pubblicato con il titolo: Il lutto infinito e le idee)

Il veleno del nazionalismo

Ettore Tolomei (1865-1952)

Ettore Tolomei è l’“uomo nero” dell’Alto Adige, colui che in modo ossessivo cercò di imporre il sigillo dell’italianità su un territorio geo-politicamente instabile. Il giornalista e storico Maurizio Ferrandi ripubblica, aggiornandola, una sua esaustiva biografia già apparsa nel 1986.

Il suo libro appena pubblicato da Edizioni alphabeta Verlag era già uscito molti anni fa. Quali sono state le riflessioni che hanno portato a questa ristampa?

Nel 1979, giovane cronista, mi interrogai davanti ai resti mortali di Tolomei, scagliati lontano dalla tomba dall’ultimo attentato, sulla straordinaria persistenza di un odio che superava le barriere del tempo. Fu una curiosità che mi spinse a seguire per qualche anno la vicenda umana di un personaggio nato in pieno Risorgimento e morto ai tempi della prima autonomia altoatesina. Un viaggio culminato, nel 1986, con la pubblicazione della prima biografia per i tipi della trentina Publilux. Un anno fa l’editore Aldo Mazza mi ha proposto di riprendere il tema in un libro della collana Territorio & Gesellschaft, che già ospita i due volumi del mio lavoro sulla questione altoatesina dal 1918 al 1992. Ho lavorato sui testi di allora, approfondendo soprattutto i caratteri dell’ossessivo nazionalismo che contraddistingue l’esistenza di Tolomei. Da qui anche il cambio di titolo, che cerca di focalizzare i tratti peculiari di un carattere politico e umano al tempo stesso.

Nonostante le peculiarità ascrivibili al suo carattere individuale, Tolomei può essere, appunto, anche considerato un figlio del suo tempo. Che genesi culturale hanno le sue idee?

Tolomei nasce, come detto, in epoca risorgimentale. La sua famiglia, a Rovereto, è tra quelle che coltivano con maggior passione i miti e le glorie del processo che ha portato all’unificazione italiana. Sono i cosiddetti “italianissimi” che non condividono il tentativo di un’altra parte considerevole del mondo trentino di trovare, attraverso un’autonomia più o meno ampia, una collocazione nel mosaico dei popoli che formano l’impero austro-ungarico. Tolomei cresce in questo ambiente travagliato da contrastanti tensioni identitarie, nel suo soggiorno italiano approda sulle sponde dell’irredentismo più marcato e scivola infine, come molti altri compagni di strada, nel fiume del nazionalismo che predica un futuro di gloria e di dominio per un’Italia memore dei fasti della romanità.

All’inizio della sua attività pubblicistica Tolomei non riscuote molto successo. Poi le cose cambiano e il suo lavoro, condensato soprattutto negli scritti della rivista “Archivio per l’Alto Adige”, diventa decisamente influente. Può ricordarci questi passaggi salienti?

Nel momento in cui Tolomei, e siamo agli inizi del Novecento, si pone come obiettivo unico della propria azione politica la rivendicazione dell’italianità della parte tedescofona del Tirolo cisalpino, cui assegna il nome di Alto Adige, recuperato dagli archivi di una brevissima esperienza amministrativa durante il periodo napoleonico, questa terra è del tutto estranea alla coscienza politica italiana. Sono Trento e Trieste le mete ambite dagli irredentisti, frustrati dall’adesione dell’Italia alla Triplice con Austria e Germania. Il lavoro di Tolomei resta marginale e ignorato quasi del tutto sino allo scoppio della guerra. Poi il confine del Brennero, incluso nel Patto di Londra, si afferma come un’esigenza strategica irrinunciabile. Allora il lavoro di Tolomei si rivela utile per rivestire con qualche considerazione storico-geografica la pretesa.

La vulgata che stigmatizza l’opera di Tolomei, soprattutto quella relativa alla toponomastica, ne sottolinea i tratti arbitrari e distorcenti. Ma è possibile riscontrare (ed eventualmente parzialmente difendere) una base “scientifica” del suo lavoro?

Quando si affronta l’argomento bisogna ricordare che Tolomei stesso non diede mai al suo lavoro uno scopo di mero approfondimento scientifico. Dal primo numero dell’Archivio in poi fu sempre chiarissimo nell’affermare che l’obiettivo era quello di dare a ciascun luogo dell’Alto Adige un nome italiano per riaffermarne l’italianità: “sino all’ultimo casolare”, come scriveva. Che poi da parte sua e dei suoi collaboratori si sia cercato, laddove possibile, di recuperare toponimi antichi, non difficilissimi da trovare in una terra di confine, è altra cosa. Ma dove questa opportunità non si presentava, Tolomei stesso imponeva i criteri della traduzione, dell’adattamento e anche della pura e semplice invenzione.

Come ricordava all’inizio, Tolomei ha raccolto molto odio. Lui stesso ha voluto che all’interno della sua tomba fosse presente una scritta che recita “mi odino pure, basta che mi temano”. Ma possiamo davvero dire che lui sia, ancora oggi, così temuto?

Tolomei è ancora “l’uomo nero” citato nei calendari popolari tirolesi. Nella sua figura confluiscono tutti gli aspetti che i sudtirolesi detestano di più quando evocano l’Italia e gli italiani. Grazie a un’autobiografia scritta in tarda età – e nella quale rivendica anche la responsabilità di passaggi storici aberranti, come le opzioni del 1939, in cui per la verità non ebbe politicamente alcun ruolo –, Tolomei è diventato il vero e proprio genio del male la cui memoria viene maledetta in eterno, così come essa viene annualmente onorata dai politici italiani della destra estrema che salgono, il 4 novembre di ogni anno, a deporre una corona sulla sua tomba.

Giungeremo mai ad una completa storicizzazione di questa figura (e della sua opera), depotenziando così i temi che contribuiscono a spargere il veleno del nazionalismo sulla nostra terra?

Per i nazionalisti i nomi e i monumenti sono elementi fondamentali da utilizzare per rivendicare e dimostrare al mondo il possesso di una terra. Tolomei, nazionalista perfetto, volle imporre i nomi italiani e cancellare quelli tedeschi per questa ragione. Oggi il dibattito sulla cancellazione di una parte più o meno consistente dei nomi italiani sottende, anche se non si vuole o non si può dirlo, l’accettazione o il rifiuto del fatto che la storia, con passaggi sicuramente traumatici, abbia costruito in questa terra una realtà in cui diversi gruppi cercano una difficile convivenza. Ritengo insomma sia molto difficile che, proprio per queste tensioni sotterranee, si possa arrivare in breve tempo ad una soluzione concordata e accettata da tutti.

Dobbiamo allora smettere di ambire a costruire una società che si evolva secondo dinamiche culturali e politiche post-nazionali?

Appare francamente improbabile pensare ad un Alto Adige-Südtirol, ma anche ad un’Europa o a un mondo definitivamente liberi dalle tensioni dei nazionalismi. Basterebbe l’esempio dell’ex Jugoslavia a ricordarci come non siano bastati decenni di politica degli equilibri etnici per cancellare antiche e feroci rivalità. Volendo comunque mitigare un po’ il pessimismo: l’ultimo mezzo secolo, per esempio qui da noi, ha dimostrato anche come una politica di ricerca faticosa, talvolta criticabile, ma paziente e duratura del compromesso, favorita dall’evoluzione della società in ambito europeo, abbia consentito di lasciarci alle spalle la snazionalizzazione fascista e la folle corsa verso la guerra civile degli anni Sessanta. È la strada da percorrere, tuttavia senza mai illudersi che le pulsioni nazionalistiche vengano sconfitte una volta per tutte.

ff – 8 ottobre 2020

Lealtà e pulsioni radicali

La campagna elettorale è terminata ed è possibile ormai definire compiutamente il profilo dei candidati aspiranti alla poltrona di sindaco di Bolzano. Innanzitutto, diciamo subito che si è trattato di un confronto leale. Renzo Caramaschi e Roberto Zanin non provengono da mondi culturali o ideali opposti: la stima reciproca non è mai mancata e, conseguentemente, i toni non sono stati accesi né, tantomeno, si sono spinti fino a investire la sfera personale. Questa è senz’altro una buona cosa, giacché offre la garanzia che il prossimo inquilino di Piazza Municipio non rappresenterà, anche dovesse cambiare, un elemento di eccessiva rottura. Semmai, le differenze più cospicue vanno ricercate al livello sottostante, riferendoci cioè ai loro fiancheggiatori più influenti. Da questo punto di vista il panorama presenta due prospettive assai contrastanti.

Caramaschi può contare su una squadra che, avendolo già sostenuto, ne conosce le spigolosità del carattere ed è abituata a ricercare quei margini di collaborazione che, probabilmente, si amplieranno ancora di più lungo l’arco dell’eventuale secondo mandato. Ciò è anche nell’interesse del sindaco uscente, a torto o a ragione visto come troppo decisionista o comunque non incline alla mediazione. Il cosiddetto «uomo del fare» potrebbe così concentrarsi sul completamento dei progetti già impostati. E magari concedere maggiore luce a chi gli sta vicino, contando su una sostanziale omogeneità di attitudini e interessi. L’appoggio avuto dalla Svp, che esporrà il proprio simbolo sotto il suo nome — contraddicendo la tentazione a rimanere fino all’ultimo alla finestra, senza esporsi —, è sicuramente un atto di fiducia non indifferente. Polemicamente, Zanin e i suoi hanno letto tale gesto come un patto poco trasparente, una macchinazione condotta sopra la testa dei cittadini. In realtà si tratta molto semplicemente di un banale riconoscimento di interessi comuni, rispetto ai quali gli sfidanti storcono la bocca solo perché non sono stati in grado di pervenire a un accordo comparabile.

Ma a proposito di accordi, ecco la seconda prospettiva. Nella fase finale della campagna elettorale il mite Zanin è stato scavalcato dai suoi stessi fautori, resisi protagonisti di un clamoroso scivolone. La vicenda è nota. Consigliati assai male dai loro strateghi, i responsabili della comunicazione della Lega hanno fatto girare in rete un manifesto in cui veniva addirittura richiesta la chiusura delle «sei moschee» presenti a Bolzano, diffondendo insomma un messaggio di intolleranza religiosa che non trova sostegno nella realtà: a Bolzano, infatti, esistono luoghi di preghiera, non moschee, e poi nessun sindaco può arrogarsi il diritto di chiudere tali centri obbedendo solo a un moto d’intransigenza ideologica. Zanin, senza smentire in modo plateale i responsabili del maldestro fuoco amico, ha cercato di metterci una pezza, rassicurando i rappresentanti del mondo islamico locale al quale, pure, si era rivolto in precedenza chiedendo sostegno. Il fatto, però, mette a nudo un altro risvolto: tra lui e chi dovrebbe assicurargli la governabilità la differenza è talmente grande da rivelare che in ogni momento potrebbe aprirsi un abisso, rendendo con ciò l’aspirante sindaco quasi un ostaggio di pulsioni radicali, estranee alla sua indole e al suo modo di concepire la politica.

Corriere dell’Alto Adige, 3 ottobre 2020

Risveglio tra sogno e realtà

Renzo Caramaschi e Roberto Zanin, foto Ansa

Al fine di commentare l’inatteso exploit che ha visto protagonista il sindaco di Bolzano uscente Renzo Caramaschi, può essere utile partire da una osservazione resa a caldo da Angelo Gennaccaro che con la sua lista «Io sto con Bolzano» è diventato uno dei protagonisti di rilievo del paesaggio politico appena uscito dalle urne: «La città si è risvegliata non così populista come credevamo fosse diventata». In questa frase è forse contenuta la chiave di lettura che spiega sia la resistenza dimostrata dal «vecchio» borgomastro e dalla sua coalizione agli assalti dei «nuovi» pretendenti, sia quella che potrebbe schiudere alla decifrazione del campo di forze più influenti prima e dopo l’imminente ballottaggio. Dunque, quando Gennaccaro parla di «risveglio» significa evidentemente che per un certo periodo abbiamo tutti dato credito a un qual certo onirismo, e la parola «populismo» contiene la materia della quale erano impastati i sogni adesso disciolti al cospetto del voto. A questo punto, però, occorre fermarsi e definire nel modo più stringente l’accezione di «populismo», visto che si tratta di un concetto talmente ripetuto da risultare usurato, quindi anche molto sfuggente.

La definizione che propongo è questa: «Populismo» significa comporre un catalogo di azioni e interventi ritagliati sui desideri semplificati di un popolo al quale difetterebbe per principio la voglia di accettare una versione complessa della realtà. Il tema della «sicurezza», ad esempio, si presta perfettamente a illustrarne gli effetti. Qual è stata la descrizione di Bolzano che i «populisti» hanno scelto di rimarcare in campagna elettorale? Bolzano, affermavano, sarebbe un luogo in cui ormai non si può più circolare liberamente, un territorio preda di una microdelinquenza ostinata, estirpabile soltanto se il sindaco ricorresse a metodi repressivi in aggiunta a quelli già utilizzati dalle forze dell’ordine.

Rispetto a una simile narrazione, Caramaschi ha invece sempre opposto l’illustrazione di quanto egli ha fatto e poteva fare all’interno del perimetro dei poteri entro i quali era costretto a riferirsi nel rispetto della sua funzione. Da un lato il sogno, appunto, dall’altro la realtà. E alla fine non è improbabile che molti cittadini abbiano capito che si governa solo rimanendo nei confini della seconda. Sempre insistendo sul concetto di «populismo», è possibile individuare però ancora un altro termine che, in sostituzione del «sogno», si oppone a quello di «realtà». Si tratta del concetto di «virtuale».

La Bolzano immaginata da Zanin, e soprattutto dagli esponenti dei partiti che lo sostengono, ha esposto sovente il profilo contraddittorio di un’entità in grado di irridere ogni tipo di contraddizione: una città, dunque, in cui i cantieri aperti non avrebbero causato alcun problema ai residenti; in cui la viabilità sarebbe migliorata senza vietare il passaggio delle auto; in cui l’aumento auspicato di dotazione finanziaria da gestire in loco avrebbe potuto all’occorrenza essere prodotto senza l’intralcio di una assidua concertazione con la Provincia; e in cui una Svp completamente dimentica del proprio mondo di valori potrebbe persino accettare di governare assieme a qualche esponente del nazionalismo italiano. Una teoria di possibilità virtuali, appunto, che fa a pugni con la realtà. Di contro, Caramaschi ha ancora una volta esibito dei semplici dati, indicando che l’accrescimento di certe dotazioni non poteva prescindere da un minuto lavoro di riconoscimento e di paziente limatura delle contraddizioni esistenti. «Bolzano deve tornare a essere capoluogo», affermavano così i primi, ipotizzando che la formula potesse di per sé risolvere tutto; «Bolzano è già capoluogo, ma i suoi problemi non possono essere risolti senza prendere nota delle difficoltà inerenti un’amministrazione e una storia complessa», ha ribattuto il sindaco.

Compreso in questi termini, il confronto tra Caramaschi e Zanin è dunque quello tra la dimensione del sogno e della virtualità da un lato e quella del realismo dall’altro. Tra meno di due settimane vedremo se i bolzanini decideranno di tornare a riavvolgersi nelle morbide coperte di cui è fatta la prima, oppure se decideranno di proseguire la fase del più ruvido «risveglio» annunciata dal voto del 20 e 21 settembre.

Corriere dell’Alto Adige, 24 settembre 2020

Il Monumento abbandonato

Quasi tutti i monumenti sono invisibili e le rare eccezioni, nonostante la loro centralità, possono diventarlo, cadendo in preda al “degrado”. Il caso del Monumento alla Vittoria di Bolzano.

Nessuno può negare che lo scrittore austriaco Robert Musil sia stato capace di elaborare riflessioni e osservazioni di grande originalità su qualsiasi tema egli abbia affrontato. Eppure, esiste un suo piccolo scritto, intitolato “Monumenti” e contenuto nella raccolta “Pagine postume pubblicate in vita”, che potrebbe lasciare perplessi alla luce della recente levata di scudi contro certi manufatti celebrativi che affollano piazze e giardini delle nostre città. Riporto solo l’incipit del testo, visto che contiene già la tesi principale: “Fra le particolarità che possono vantare i monumenti (ad esempio in tedesco non si sa mai se al plurale si deve dire Denkmale o Denkmäler) ve ne sono ancora molte altre. La più importante è alquanto contraddittoria: la cosa più strana nei monumenti è che non si notano affatto”.

Certo, Musil qui si riferisce soprattutto a statue di dimensioni non particolarmente eclatanti, anche se include “manufatti di grandezza maggiore del naturale”. Ma l’analisi sembra estendersi fino ad assumere una valenza generale. “Tutto quello che dura – scrive – perde la forza di colpire. Tutto quello che forma le pareti della nostra vita, per così dire, le quinte della nostra consapevolezza, perde la capacità di recitare una parte in questa coscienza”. Da qui lo scatto del pensiero che scorge in qualsiasi gesto celebrativo pietrificato una perfidia, piuttosto che un omaggio, rivolta al personaggio o all’evento monumentalizzato. Visto che in vita non possiamo fare loro più del male, ecco la conclusione di Musil, noi buttiamo questi personaggi “con un bell’epitaffio al collo nel grande oceano della dimenticanza”. Nonostante Musil abbia sostanzialmente ragione, esistono tuttavia eccezioni alla regola. L’esperienza infatti ci insegna che in almeno determinate occasioni, in certe circostanze, alcune di quelle pietre inerti non se ne stanno lì mute, ignorate da tutti, consegnate al loro ruolo di invisibile relitto di una magniloquenza spenta proprio nel momento in cui è stata accesa. A Bolzano lo sappiamo bene. Al centro della città, da quasi cento anni, si erge infatti l’arco piacentiniano che rappresenta anche la traccia mnestica più visibile del grande “scandalo” (s’intenda la parola in senso etimologico: skàndalon, dal greco, significa “ostacolo”, “inciampo”) dell’annessione.

Non sarebbe azzardato affermare che basterebbe davvero solo una visita al Monumento della Vittoria – soppesandone i significati espliciti, nonché la scia d’interminabili polemiche relative alla sua sussistenza – per ricapitolare la rocambolesca avventura del Sudtirolo italianizzato, avventura (almeno a proposito del Monumento) formalmente conclusasi sei anni fa con l’inaugurazione del percorso espositivo ipogeo realizzato per impulso dell’Archivio Storico della Città di Bolzano. Tutt’altro che muto e inerte, quindi, questo documento, e ricondotto invece opportunamente al colloquio esplicativo che è il presupposto di qualsiasi reale comprensione degli accadimenti storici trascorsi e tuttora influenti. Esiste tuttavia il rischio che anche il migliore colloquio possibile, una volta impostato, si perda e smarrisca la sua funzione se chi avrebbe il compito di salvaguardarlo e sostenerlo non reagisce tempestivamente ai colpi che il semplice passare del tempo e altre manifestazioni ugualmente dannose inferiscono a qualsiasi opera umana. Si consideri infatti la situazione recente e attuale. La mattina del 4 maggio del 2019, prima che aprisse il consueto mercato tradizionale, una lastra collocata nella parte superiore dell’edificio si staccò per poi sgretolarsi al contatto con il suolo. Da allora, il Polo museale del Veneto (da cui dipende il Monumento), la Ripartizione Cultura e la Protezione Civile del Comune di Bolzano hanno deciso di non permettere più l’accesso al sito per ragioni di oggettivo pericolo. Da più di un anno, quindi, una grande impalcatura nasconde un lato del Monumento, alludendo a dei lavori di restauro che però non sono ancora né cominciati né programmati (o comunque, posto che esistano, tali programmi non sono stati annunciati). Del resto, non è andata meglio neppure al percorso espositivo ipogeo, non interessato direttamente dal crollo. Le misure attuate per contenere la pandemia che ha bloccato istituzioni analoghe ne hanno parimenti causato, da marzo, la chiusura, e finora non si conosce una data (anche ipotetica o approssimativa) per il ripristino della sua attività.

Stranamente (ma questa è una buona notizia), la condizione di abbandono in cui si trova il Monumento alla Vittoria non è stata posta al centro della campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative. In questo caso, tutto sommato, bisognerebbe così tornare a dare ragione a Musil. Nessuno, se non sollecitato da polemiche ad hoc, tende ad accorgersi dei monumenti, che dunque possono rimanere a lungo avvolti da impalcature anch’esse, alla fine, ignorate da tutti. Intanto escrescenze di lenta e vegetale incuria insidiano la scalinata sovrastata dalla celebre scritta che avrebbe voluto illuderci di essere nel luogo dal quale “educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti”. Sorridiamone, leopardianamente. Ma dopo averlo fatto, chiediamo: Bolzano può permettersi che il tanto citato “degrado”, in questo caso non legato a fattori “importati”, troneggi indisturbato proprio al centro del suo tessuto urbano e storico?

Un rientro incerto e separato

Che anno scolastico sarà quello che sta per riaprirsi? Nonostante sul vasto mercato delle opinioni s’incontrino prevalentemente articoli improntati alla speranza, non apparirà eccessivamente prudente attenersi all’unica certezza che abbiamo, vale a dire l’assoluta mancanza di certezze. Ma non è solo l’imperscrutabile andamento della curva epidemiologica ad alimentare i dubbi maggiori. All’incidenza di tale variabile devono essere infatti aggiunti gli effetti che la reazione alla presenza del virus hanno cominciato a modellarsi seguendo una propria logica di diffusione, in parte facendo emergere elementi di novità, ma anche riproponendo cliché e linee di frattura che, a quanto pare, nessuna situazione emergenziale riesce a cancellare.

Un classico esempio di questa seconda tendenza è ben rappresentato dal modo con il quale le due sovrintendenze scolastiche locali hanno impostato il futuro prossimo degli insegnanti, degli studenti e delle famiglie. Balza infatti agli occhi una differenza di fondo che rischia di incidere nella prospettiva autunnale e invernale. Mi riferisco ai due diversi percorsi scelti.

Mentre nelle scuole tedesche si è partiti dall’assunto che l’esperienza acquisita con la didattica a distanza, ancorché in una dimensione parziale, avrebbe potuto essere mantenuta per abbassare la soglia di rischio, la scuola italiana ha ritenuto più sensato ripristinare una situazione fatta di relazioni eminentemente in presenza. A quanto pare nessuno si è ancora chiesto se, almeno in un caso come questo, l’autonomia dei diversi comparti educativi può giustificare una scelta tanto distante, come se insomma si agisse davvero in due mondi reciprocamente impermeabili. Evidentemente l’abitudine a perseguire percorsi separati è talmente radicata che persino l’ipotesi di un coordinamento complessivo appare chimerica, e se finora ci eravamo rassegnati a scontarne la mancanza in ambiti sensibili della formazione (citiamo l’apprendimento delle lingue, che solo in pochi ormai ritengono un campo in cui esercitare una qualche forma di intelligenza e di prassi collettiva), adesso dobbiamo registrare che neppure gli argomenti spendibili sul piano della salute pubblica hanno la capacità di arginare l’assodata impossibilità d’intendere la società altoatesina e sudtirolese come qualcosa di unitario. Anche solo al livello di auspicio.

In un clima dominato dall’incertezza, quindi, resiste ancora imperterrito il caposaldo che regola la vita di questa provincia fondata sul distanziamento «etnico», precedente e più ostinato di qualsiasi altro distanziamento sociale dovuto ad altri motivi. Beninteso, la ragione di questa resistenza non si basa su un disegno di pochi malintenzionati, di una supposta lobby di perfidi complottisti che vorrebbero «tenerci divisi». Tutto accade così, spontaneamente, per assuefazione, per incapacità di pensarsi come appartenenti ad una medesima comunità. Ai pochi eretici che facessero ancora notare i difetti di una simile impostazione verrebbe riservato l’annoiato sbadiglio di chi accetta la realtà in cui siamo immersi perché è l’unica che conosce e, in fondo, apprezza.

Corriere dell’Alto Adige, 6 settembre 2020

Battere il negazionismo

La parola “negazionismo” sta prendendo ultimamente molto piede, insieme a chi, del concetto, se ne fa portatore “insano”. Cortocircuito interessante: i negazionisti di oggi non credono all’esistenza della pandemia, così come quelli di ieri non credevano alla Shoah o all’allunaggio, quindi la loro insania consisterebbe in una professione di estremismo salutista. Altra cosa interessante: per dimostrare le loro tesi (dimostrazioni che si basano perlopiù su falsificazioni o decontestualizzazioni di dati altrimenti comunemente accettati), i negazionisti postulano che la loro posizione serva a smascherare la mistificazione praticata in grande stile da governi e stati, oppure (meglio ancora) da poteri occulti che avrebbero la capacità di manovrarci. E con ciò siamo in piena teoria o sindrome del complotto, vale a dire all’interno di una ambientazione euristica che in tempi dominati dai social network può avere effetti devastanti. Pensiamo per un momento se oggi un tizio del calibro di Paul Rassinier avesse un account Facebook o Twitter: quante migliaia di followers potrebbe aizzare contro il predominio di certe versioni ufficiali? Ma è proprio il caso di Rassinier – per chi non lo sapesse, fu uno dei primi a negare l’esistenza della soluzione finale riservata agli ebrei – ad essere assai istruttivo. Rassinier fu infatti anti-nazista, combattente in Francia per la resistenza e internato nei campi di concentramento di Buchenwald e Mittelbrau-Dora. Era un testimone anche lui, insomma, eppure usò la sua esperienza diretta per non riconoscere quella di chi aveva subito un destino analogo al suo. Cosa ne possiamo evincere? Un negazionista non si batte augurandogli lo stesso male che egli, apparentemente, sarebbe incapace di vedere, ma semplicemente continuando a operare al fine di ridurre in solido le proporzioni dei danni pertinenti a eventi (effettivi o potenziali) nei confronti dei quali ci sarà comunque chi, nonostante l’evidenza, s’impegnerà a negarne l’esistenza.

ff – 12 agosto 2020

Il mondo nuovo non esiste

Odio”, il nuovo romanzo di Daniele Rielli racconta una storia sospesa tra utopia e distopia tecnologica, tra un passato che non passa e un futuro non ancora pienamente sbocciato.

Per parlare del nuovo libro del bolzanino Daniele Rielli (Odio, Mondadori 2020) può essere utile prendere le mosse dalla prima delle tre citazioni poste in esergo al non piccolo volume (500 pagine): “L’idea che le credenze di tutta quanta l’umanità non siano che un’ampia mistificazione, alla quale noi saremmo pressoché i soli a sfuggire, è a dir poco prematura”. L’autore della citazione è René Girard, antropologo, critico letterario e filosofo francese che qualcuno ha definito anche “profeta dell’invidia”. Sul tema dell’invidia, come oscuro motore della società, e della funzione svolta dalle più famose teorie di Girard sul “capro espiatorio”, torneremo alla fine. Intanto, accenniamo le linee del campo nel quale il protagonista – Marco De Sanctis, un blogger-filosofo velocemente convertito al profitto innescato dai più sofisticati e contemporanei strumenti tecnologici – comincia a muoversi dopo aver incontrato un imprenditore di successo (Marco Taddei, detto “Il Mastro”). Casualmente colpito dal modo brillante con il quale lo stesso De Sanctis si occupava di argomenti affini alle sue predilezioni, gli propone di saltare il fosso costituito dalla semplice osservazione dei fenomeni innovativi e diventarne, a tutti gli effetti, un protagonista di successo nell’elaborazione e comunicazione dei suoi progetti.

Qui torna in gioco la citazione iniziale. È impossibile sfuggire alla mistificazione globale, dice Girard. Ma di quale mistificazione si tratta? Si potrebbe pensare che essa sia prodotta da una insuperabile cesura tra la realtà e il mondo delle rappresentazioni, o per meglio dire il mondo delle rappresentazioni orientate, che a quella realtà sbarrerebbero l’accesso. Uno dei sogni creati dall’espansione della tecnologia informatica più recente è stato infatti quello di rendere tale distanza sempre più impalpabile, oltrepassando la barriera che ha storicamente opposto i produttori ai consumatori delle informazioni. Hanno scritto Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini in un saggio che traccia la mappa della rivoluzione in cui siamo immersi: “Molto più delle generazioni precedenti, i ventenni sono cresciuti in un mondo in cui si accede ai saperi, e in particolare all’informazione, senza i passaggi, le selezioni, i filtri del passato, senza ricorrere al supporto dei garanti del sapere, ovvero i maestri, gli autori, le biblioteche, i giornalisti” (La cultura orizzontale, Laterza 2020). La parola chiave è “disintermediazione”, ottenuta mediante “una conversazione ininterrotta, uno spazio psichico allargato, che ha nella ramificazione e nella condivisione le sue cifre distintive, e che rende molto sfumati i perimetri” (Ibid.). Eppure: rendere sfumati i perimetri, fare in modo che il sapere sia sempre più accessibile e orizzontale corrisponde ipso facto ad una liquefazione degli antichi processi di legittimazione del potere, nel senso di una progressiva estensione della democraticizzazione e della giustizia?

La risposta dell’autore è ovviamente ambivalente, lasciando che sia il protagonista, dopo aver percorso il tratto coincidente con gli avvenimenti narrati, a suggerirla. Perché se da un lato esiste una parte attraente, costituita dalla possibilità di una rapida ascesa sociale, dalla svolta repentina che può rendere oggi un anonimo startupper una ricca celebrità (questo è anche il tema di un altro romanzo, scritto da un giovanissimo autore veneto – Giacomo Mazzariol, Squali, Einaudi 2018 –, per molti versi simile al libro di Rielli), è anche vero che sotto il luccichio degli ambienti, dei paesaggi lasciati scorrere rapidamente in successione davanti ai finestrini delle auto di grossa cilindrata e dei dessert da 22 euro, si nasconde sempre un altro mondo, alieno da quello “net-à-porter”, già qui, indossabile al polso, secondo la promessa dell’applicazione utopistica intorno alla quale gira un po’ tutta la vicenda (si chiama “BEFORE” ed è un braccialetto che serve in pratica a rendere tangibili i desideri nel momento stesso in cui si manifestano), ed invece terribilmente dispotico, ancora invischiato in un passato remoto che la disponibilità delle informazioni non ha il potere di far affondare insieme al tempo che passa. E che quindi alla fine non passa mai, ma torna per controllare, ingoiare ed espellere da sé anche il futuro auspicato.

A questo punto si chiarisce anche il ruolo del termine che dà il titolo al libro, che poi è una cristallizzazione dell’invidia girardiana alla quale si accennava all’inizio. Nel mondo reso orizzontale dalla tecnologia circola infatti in modo pervasivo la sostanza che deduce ogni desiderio dall’imitazione di altri desideri, condannando gran parte dell’umanità a non raggiungere mai i propri scopi, quindi a permanere letteralmente in una malmostosa condizione d’irrisolto rancore. Per poter raggiungere uno stato di quiete (ancorché apparente) è necessario così che qualcuno venga costantemente identificato come “capro espiatorio”, sia cioè estromesso dalla giostra promessa, assicurandone il moto perpetuo. In un mondo che non si può più fermare – e dal quale non è più possibile “scendere”, come recitava lo slogan di un celebre spot pubblicitario degli anni Settanta – l’unica soluzione sembrerebbe quella di suscitare omidici (o suicidi) sacrificali. Oppure volgere gli occhi da questo mondo nuovo così indecifrabile e minaccioso e, prima di raccontarlo, almeno aspettare di “averlo visto”, secondo l’esergo più prudente di Aldous Huxley tolto dal libro precedente di Rielli (Cronache dal mondo nuovo, Adelphi 2016).

ff – 12 agosto 2020

Gli slogan non sono sufficienti

Roberto Zanin, candidato sindaco del Centrodestra bolzanino

Qualche giorno fa, Roberto Zanin, il candidato sindaco del Centrodestra bolzanino, ha scritto sulla sua bacheca Facebook: «Insieme faremo tornare la nostra città sicura, bella, attrattiva e forte. Insomma, la Bolzano che abbiamo sempre conosciuto». Sappiamo che testi di questo tipo hanno un’affidabilità lasca. Non è tanto ciò che dicono ad essere interessante, ma quello che involontariamente rivelano (anche e soprattutto a livello di strategia comunicativa). Se il progetto del centrodestra locale fosse veramente quello espresso dalle parole di Zanin, non resterebbe infatti che prendere atto di trovarci davanti a una situazione attuale inversa a quella vagheggiata. Bolzano sarebbe quindi realmente una città insicura, brutta, scarsamente attraente, debole e molto diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto.

Ma sospendiamo il giudizio, anzi poniamo proprio un punto di domanda dietro ogni enunciato appena trascritto: Bolzano è davvero una città insicura? Brutta? Scarsamente attraente? Debole? Diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto? Per porre tutte queste domande in un orizzonte di senso appena più comprensibile, al di fuori di un uso che ne fa soltanto una sequenza di slogan privi di contenuto, occorrerebbe almeno aggiungere delle precisazioni. Insicura se comparata a quali standard di sicurezza accertabili e auspicabili? Brutta in base a quale concezione estetica vigente? Scarsamente attraente per chi? Debole in base a quali rilevazioni di forza? Diversa da quella che abbiamo conosciuto — ovvio, il tempo passa anche sotto i sofà, cantava Paolo Conte — in rapporto a quale epoca rimpianta?

È possibile che troveremo utili indicazioni per capire meglio di cosa stiamo parlando grazie ai programmi. Ma basterà la lettura del programma per aprire un serio dibattito, accessibile alla maggioranza dei cittadini che verranno chiamati a decidere e in grado di disegnare sulla loro mappa mentale due orizzonti chiaramente contrapposti, non ideologici, afferenti insomma a due idee alternative sul futuro della città?

Finora il modo con il quale lo sfidante di Renzo Caramaschi ha deciso di segnalarsi all’opinione pubblica è stato contraddistinto da toni assai pacati, distanti da quelli altrimenti usati dai principali esponenti dei partiti che lo appoggiano. Benissimo. Eppure, se per una serie di causalità che adesso ci paiono inverosimili, senza tuttavia esserlo realmente, fosse stato lui a guidare la coalizione di Centrosinistra è probabile che la sua candidatura avrebbe funzionato lo stesso. Ma esattamente qui sta il punto. Al di là degli slogan (se ne potrebbero trovare di altrettanto vacui anche sull’altro fronte dello schieramento, intendiamoci), perché i bolzanini dovrebbero preferire il cambiamento proposto da chi afferma che «Bolzano deve finalmente tornare a essere il capoluogo della provincia», rispetto a chi chiede il voto procedendo dall’identico assunto, di essere cioè già riuscito a cogliere in parte tale obiettivo e voler dunque proseguire nel percorso intrapreso?

Tutto resterà una pantomima di posizioni interscambiabili, una mera questione di stile, fino a quando non emergerà un tema, dei contenuti capaci di rivelarsi come dirimenti e forieri di una vera battaglia. Solo un esempio: sul progetto dell’areale ferroviario, un nodo decisivo, intorno al quale potrebbe profilarsi una delle differenze maggiori, perché gli uni vogliono andare avanti a tutti i costi e invece gli altri hanno messo in questione la sua realizzabilità? Farlo capire bene, prima del 21 settembre, è l’unica cosa che conta.

Corriere dell’Alto Adige, 11 agosto 2020

Il successo effimero di Gazzini

Matteo Gazzini, il leghista che figura nientemeno come coordinatore del partito di Salvini negli Stati Uniti — un impegno che fatichiamo ad immaginarci gravoso — è un ragazzo che vorrebbe emergere. Non sapendo però ricorrere a gesta lodevoli, ecco che si è immaginato di prendere una scorciatoia: scrivere qualcosa in rete e aspettare la reazione di un’opinione pubblica sempre alla ricerca dell’ultima tempesta nel bicchiere. Il testo del quale parliamo è noto. Per un quarto d’ora — come si dice — è diventato virale, rimbalzando persino sulle pagine di molti quotidiani. Eccolo in tutta la sua non esaltante estensione: «Non ci può essere libertà se non si permette a una persona di essere razzista. Il problema non è il razzismo, ma la discriminazione che il razzismo crea e questo è inaccettabile in una società civile».

Analizziamo il breve scritto e cerchiamo di trarne una lezione. Prima di tutto, qual è qui il vero messaggio? Forse che il razzismo sia una cosa bella, da propagare in sé e per sé? No, Gazzini non lo dice. Nella seconda metà del suo disgraziato aforisma sembra addirittura che affermi il contrario: creando discriminazione, scrive il compito Gazzini, il razzismo è inaccettabile in una società civile. Inaccettabile allorché crea discriminazione — così andrebbe perciò decodificata la «provocazione» — il razzismo diventa qualcosa di legittimo nella sfera del puro pensiero, allorché esso si limita a restare «cogitato», non «agito».

Per fare un esempio ancora più colorito, sarebbe come dire che tutti, in fondo, possono pensare liberamente di mangiare i propri figli a colazione dopo averli decapitati con un machete durante la notte, ma l’importante è riuscire a controllarsi, accontentandosi poi di un cappuccino con un cornetto alla marmellata di more.

Una volta risolta la frase di Gazzini a mera citazione del poeta T. S. Eliot («Fra l’idea / E la realtà / Fra il movimento / E l’atto / Cade l’Ombra», come si legge nella poesia «Gli uomini vuoti»), resta da capire quale sia il vero scopo di simili interventi, non volendo insomma arrenderci all’idea che si tratti solo di ricercata pubblicità, di una mera «provocazione», e dunque qualcosa di transitorio rispetto ad un processo di maturazione politica che, nel caso di Gazzini, ma anche di altri che ricorrono a simili artifici comunicativi, potrebbe in effetti rischiare di attardarsi in una fase piuttosto primitiva (per non dire grezza). Purtroppo, in questo caso, la risposta non è incoraggiante: ergendosi a paladino della pensabilità di tutto il pensabile (il razzismo, la strage di bambini, altri abomini possibili), il liberale Gazzini tende consapevolmente a inquinare il piano performativo delle sue esternazioni fondendo l’espressione pseudoartistica (il gesto futurista, volendo cercare un antecedente accessibile ai meno iniziati) di un aspirante romanziere politicamente scorretto con quella di un politico alla ricerca di basso consenso. Non essendo però né autore di romanzi, né tantomeno un rilevante personaggio politico (di quelli che portano la responsabilità di decidere, tanto per intenderci), il suo successo, almeno per adesso, è assimilabile alla vita degli efemerotteri, vale a dire quei piccoli insetti che sfarfallano in masse enormi e vivono pochi giorni o poche ore.

Corriere dell’Alto Adige, 14 luglio 2020

Riparare la memoria

Per una volta che Bolzano avrebbe potuto brillare, la luce non si è accesa. Il dibattito è appena trascorso, anche se riprenderà, potete scommetterci, sono cose periodiche, eppure l’occasione è stata sprecata. Guardiamo statue e monumenti infetti, ricettacolo di contenuti colonialisti, razzisti, sessisti messi lì, tra suolo e cielo. Nel centro del capoluogo – è noto – spicca quel Monumento alla Vittoria che da qualche mese è incerottato, a testimoniare che il tempo è essenzialmente sfacelo. Il fiume della discussione che ha riportato all’ordine del giorno la domanda su come intervenire, allorché qualcosa è percepito come offensivo, e l’arredo urbano (anche di non così mastodontiche proporzioni) diventa improvvisamente visibile in tutta la sua potenziale velenosità, è passato oltre senza cogliere il valido esempio di manutenzione critica che qui abbiamo saputo offrire musealizzando (o “depotenziando”) l’offesa. Tutto è storia e la storia non si tocca, dicono alcuni. Ma se è la storia a toccarci, e nel modo più brusco? Peraltro, un conto è nascondere o rimuovere o distruggere, un altro è conservare ponendo a distanza. Dalla storia si può anche imparare, insomma, basta mettersi d’accordo su “cosa”. Chi dalla storia ha imparato molto, per esempio, è Marc Fumaroli, il grande umanista francese morto lo scorso 24 giugno. Ecco una sua citazione: «La letteratura è una mnemotecnica malinconica, che conduce cioè lo spirito umano, preda del tempo e della separazione, a misurare i poteri e soprattutto i limiti della parola al cospetto dell’irreparabile». Fumaroli ha dedicato una vita a parlare della bellezza letteraria e dell’eloquenza, cercando di farne il centro di un’Europa da salvare. Salvare significa però anche rivedere, tornare a vedere ciò che è stato dimenticato, cogliendone gli aspetti che mettono in comunicazione e perciò alla prova convinzioni passate e presenti. Più malinconica della mnemotecnica al cospetto dell’irreparabile è la memoria che finge di ricordare per non riparare niente.

La colonnina – ff – 02. Juli 2020

Pulire la lingua

Maddalena Fingerle

Maddalena Fingerle, bolzanina, germanista e italianista, residente a Monaco di Baviera, è la vincitrice della XXIIIesima edizione (2019-2020) del premio “Italo Calvino”, dedicato agli esordienti nella narrativa. Il suo romanzo si intitola “Lingua madre” e trae (anche) spunto dalle nevrosi identitarie della nostra provincia.

Quali sono state le emozioni e i pensieri che hai avuto appena hai ricevuto la comunicazione della vittoria?

Direi che ha prevalso l’incredulità. Ho pensato: voi siete pazzi, non può essere, deve esserci un errore, sarà uno scherzo, non sono io.

L’idea del tuo romanzo è germogliata in tempi remoti oppure si è concretizzata di recente, puntando esplicitamente alla partecipazione al Premio Calvino?

Ho scritto il romanzo un anno fa, avevo un altro testo a cui stavo lavorando, ma aveva una struttura troppo debole, per cui l’ho utilizzato come serbatoio per Lingua madre. La scrittura vera e propria non è poi durata molto, direi qualche mese, senza contare le letture. Non scriverei mai puntando a qualcosa di preciso: scrivo per scrivere, non per motivazioni esterne, men che meno per partecipare o vincere qualcosa. Credo che altrimenti si rovinerebbe la scrittura.

Quale genealogia è possibile scorgere nella tua prosa, quali sono gli autori o le autrici che ti hanno maggiormente influenzata?

Sicuramente l’Adone di Giovan Battista Marino, non solo perché è l’argomento della mia tesi di dottorato, ma anche per il linguaggio e il gioco linguistico. Il tempo materiale di Giorgio Vasta, che mi affascina per la precisione espressiva, Cartongesso di Francesco Maino per la potente libertà linguistica, Verde acqua e La radura di Marisa Madieri per la sincerità delle parole, davvero pulite, i racconti di Paolo Bozzi per le immagini brillanti. Tra gli autori di lingua tedesca citerei senz’altro Thomas Bernhard, un autore che amo. Potrei nominarne molti altri, però.

Quanto è stato determinante il contesto culturale in cui sei nata e vissuta fino a quando non ti sei trasferita in Germania? E in cosa è mutato, dopo aver lasciato Bolzano, il rapporto con la tua città d’origine?

Sicuramente nascere e crescere in un luogo in cui capisco la metà circa di quello che si dice – il dialetto sudtirolese purtroppo non lo so, o fatico a capirlo – è stato d’ispirazione per il soggetto. Certo che se il protagonista fosse stato di un’altra città le sue problematiche sarebbero state molto diverse. La distanza da Bolzano mi ha aperto nuovi orizzonti e mi ha fatto ripensare all’esperienza bolzanina con qualche punta critica.

E questa critica su quali aspetti si concentra? È qualcosa che ha a che fare con l’eredità del contrasto etnico, pensi che in questo senso ci sia ancora molta strada da fare?

In effetti sì, penso che ci sia molta strada da fare. Attualmente il contrasto non è aperto, ma persiste quello latente che impedisce a molti italiani, per esempio, di imparare il tedesco senza l’ansia di doverlo fare.

Eppure, da una recente ricerca effettuata all’Eurac si evincerebbe che in Alto Adige gli studenti hanno “competenze plurilinguistiche” eccellenti. Dobbiamo fidarci dei risultati di questa ricerca o pensi che la percezione della lingua dell’altro, qui da noi, sia ancora piuttosto riferibile al concetto di una “lingua matrigna”, che si impara e si parla per necessità, ma senza un effettivo trasporto affettivo?

Secondo me in Alto Adige c’è un importante apprendimento passivo, ma questo non ha a che vedere con la vita di tutti i giorni, a meno che uno non lavori in un ambiente davvero bilingue, anche se spesso per bilingue si intende dialetto tedesco e italiano. Forse il plurilinguismo accertato concerne solo le materie insegnate a scuola o riguarda persone che provengono da altri contesti culturali. Ma dovrei esaminare meglio i risultati della ricerca, per esprimermi al riguardo.

Tratteggiando il profilo del protagonista del tuo libro, Paolo Prescher, hai messo in evidenza la sua ossessione per la “sporcizia” delle parole, e quindi (se cogliamo il risvolto di questa ossessione) la sua esigenza o il suo tentativo di “pulirle”. Puoi spiegarci meglio questo aspetto e dirci se si tratta di un’ossessione che riguarda anche te?

Le parole si sporcano nell’uso becero, ipocrita, falso, politicamente corretto: sono quelle che non dicono quello che devono dire. La madre e la sorella, le professoresse e i professori sporcano a Paolo le parole. Si tratta di una ricerca di autenticità che si rispecchia nel linguaggio. Per me, invece, è importante che il linguaggio sia diretto e sincero, certo, ma non potrei dire di avere un’idea dicotomica di sporco e pulito.

In futuro ti vedi più come una scrittrice che riesce a vivere della propria creatività, oppure come studiosa che ogni tanto può concedersi il lusso di scrivere un romanzo?

Il futuro è nelle mani di Dio! Mica per caso ho sposato un teologo…

Hai già pensato ad un possibile editore per il tuo libro? C’è una casa editrice dei tuoi sogni, per i tipi della quale vorresti farlo uscire?

Sarei bugiarda se dicessi il contrario. Ma anche se vengo da Bolzano sono scaramantica come una napoletana doc. Quindi non te lo dico. Però lo scrivo su un foglio di carta e ne riparleremo tra qualche anno, d’accordo?

Un’ultima domanda. Conosco un tuo segreto, si chiama “Butelli”. Ce ne vuoi parlare? Magari ha avuto un ruolo decisivo nel farti diventare una scrittrice.

Ma non vale, hai degli informatori! Il ragionier Butelli, comunque. A due anni dissi: il ragionier Butelli oggi è stanco morto. Gli devo molto: a volte, quando sono io a essere stanca morta, scrive lui per me.

ff – 02 Juli 2020 / No. 27