Il successo effimero di Gazzini

Matteo Gazzini, il leghista che figura nientemeno come coordinatore del partito di Salvini negli Stati Uniti — un impegno che fatichiamo ad immaginarci gravoso — è un ragazzo che vorrebbe emergere. Non sapendo però ricorrere a gesta lodevoli, ecco che si è immaginato di prendere una scorciatoia: scrivere qualcosa in rete e aspettare la reazione di un’opinione pubblica sempre alla ricerca dell’ultima tempesta nel bicchiere. Il testo del quale parliamo è noto. Per un quarto d’ora — come si dice — è diventato virale, rimbalzando persino sulle pagine di molti quotidiani. Eccolo in tutta la sua non esaltante estensione: «Non ci può essere libertà se non si permette a una persona di essere razzista. Il problema non è il razzismo, ma la discriminazione che il razzismo crea e questo è inaccettabile in una società civile».

Analizziamo il breve scritto e cerchiamo di trarne una lezione. Prima di tutto, qual è qui il vero messaggio? Forse che il razzismo sia una cosa bella, da propagare in sé e per sé? No, Gazzini non lo dice. Nella seconda metà del suo disgraziato aforisma sembra addirittura che affermi il contrario: creando discriminazione, scrive il compito Gazzini, il razzismo è inaccettabile in una società civile. Inaccettabile allorché crea discriminazione — così andrebbe perciò decodificata la «provocazione» — il razzismo diventa qualcosa di legittimo nella sfera del puro pensiero, allorché esso si limita a restare «cogitato», non «agito».

Per fare un esempio ancora più colorito, sarebbe come dire che tutti, in fondo, possono pensare liberamente di mangiare i propri figli a colazione dopo averli decapitati con un machete durante la notte, ma l’importante è riuscire a controllarsi, accontentandosi poi di un cappuccino con un cornetto alla marmellata di more.

Una volta risolta la frase di Gazzini a mera citazione del poeta T. S. Eliot («Fra l’idea / E la realtà / Fra il movimento / E l’atto / Cade l’Ombra», come si legge nella poesia «Gli uomini vuoti»), resta da capire quale sia il vero scopo di simili interventi, non volendo insomma arrenderci all’idea che si tratti solo di ricercata pubblicità, di una mera «provocazione», e dunque qualcosa di transitorio rispetto ad un processo di maturazione politica che, nel caso di Gazzini, ma anche di altri che ricorrono a simili artifici comunicativi, potrebbe in effetti rischiare di attardarsi in una fase piuttosto primitiva (per non dire grezza). Purtroppo, in questo caso, la risposta non è incoraggiante: ergendosi a paladino della pensabilità di tutto il pensabile (il razzismo, la strage di bambini, altri abomini possibili), il liberale Gazzini tende consapevolmente a inquinare il piano performativo delle sue esternazioni fondendo l’espressione pseudoartistica (il gesto futurista, volendo cercare un antecedente accessibile ai meno iniziati) di un aspirante romanziere politicamente scorretto con quella di un politico alla ricerca di basso consenso. Non essendo però né autore di romanzi, né tantomeno un rilevante personaggio politico (di quelli che portano la responsabilità di decidere, tanto per intenderci), il suo successo, almeno per adesso, è assimilabile alla vita degli efemerotteri, vale a dire quei piccoli insetti che sfarfallano in masse enormi e vivono pochi giorni o poche ore.

Corriere dell’Alto Adige, 14 luglio 2020

Riparare la memoria

Per una volta che Bolzano avrebbe potuto brillare, la luce non si è accesa. Il dibattito è appena trascorso, anche se riprenderà, potete scommetterci, sono cose periodiche, eppure l’occasione è stata sprecata. Guardiamo statue e monumenti infetti, ricettacolo di contenuti colonialisti, razzisti, sessisti messi lì, tra suolo e cielo. Nel centro del capoluogo – è noto – spicca quel Monumento alla Vittoria che da qualche mese è incerottato, a testimoniare che il tempo è essenzialmente sfacelo. Il fiume della discussione che ha riportato all’ordine del giorno la domanda su come intervenire, allorché qualcosa è percepito come offensivo, e l’arredo urbano (anche di non così mastodontiche proporzioni) diventa improvvisamente visibile in tutta la sua potenziale velenosità, è passato oltre senza cogliere il valido esempio di manutenzione critica che qui abbiamo saputo offrire musealizzando (o “depotenziando”) l’offesa. Tutto è storia e la storia non si tocca, dicono alcuni. Ma se è la storia a toccarci, e nel modo più brusco? Peraltro, un conto è nascondere o rimuovere o distruggere, un altro è conservare ponendo a distanza. Dalla storia si può anche imparare, insomma, basta mettersi d’accordo su “cosa”. Chi dalla storia ha imparato molto, per esempio, è Marc Fumaroli, il grande umanista francese morto lo scorso 24 giugno. Ecco una sua citazione: «La letteratura è una mnemotecnica malinconica, che conduce cioè lo spirito umano, preda del tempo e della separazione, a misurare i poteri e soprattutto i limiti della parola al cospetto dell’irreparabile». Fumaroli ha dedicato una vita a parlare della bellezza letteraria e dell’eloquenza, cercando di farne il centro di un’Europa da salvare. Salvare significa però anche rivedere, tornare a vedere ciò che è stato dimenticato, cogliendone gli aspetti che mettono in comunicazione e perciò alla prova convinzioni passate e presenti. Più malinconica della mnemotecnica al cospetto dell’irreparabile è la memoria che finge di ricordare per non riparare niente.

La colonnina – ff – 02. Juli 2020

Pulire la lingua

Maddalena Fingerle

Maddalena Fingerle, bolzanina, germanista e italianista, residente a Monaco di Baviera, è la vincitrice della XXIIIesima edizione (2019-2020) del premio “Italo Calvino”, dedicato agli esordienti nella narrativa. Il suo romanzo si intitola “Lingua madre” e trae (anche) spunto dalle nevrosi identitarie della nostra provincia.

Quali sono state le emozioni e i pensieri che hai avuto appena hai ricevuto la comunicazione della vittoria?

Direi che ha prevalso l’incredulità. Ho pensato: voi siete pazzi, non può essere, deve esserci un errore, sarà uno scherzo, non sono io.

L’idea del tuo romanzo è germogliata in tempi remoti oppure si è concretizzata di recente, puntando esplicitamente alla partecipazione al Premio Calvino?

Ho scritto il romanzo un anno fa, avevo un altro testo a cui stavo lavorando, ma aveva una struttura troppo debole, per cui l’ho utilizzato come serbatoio per Lingua madre. La scrittura vera e propria non è poi durata molto, direi qualche mese, senza contare le letture. Non scriverei mai puntando a qualcosa di preciso: scrivo per scrivere, non per motivazioni esterne, men che meno per partecipare o vincere qualcosa. Credo che altrimenti si rovinerebbe la scrittura.

Quale genealogia è possibile scorgere nella tua prosa, quali sono gli autori o le autrici che ti hanno maggiormente influenzata?

Sicuramente l’Adone di Giovan Battista Marino, non solo perché è l’argomento della mia tesi di dottorato, ma anche per il linguaggio e il gioco linguistico. Il tempo materiale di Giorgio Vasta, che mi affascina per la precisione espressiva, Cartongesso di Francesco Maino per la potente libertà linguistica, Verde acqua e La radura di Marisa Madieri per la sincerità delle parole, davvero pulite, i racconti di Paolo Bozzi per le immagini brillanti. Tra gli autori di lingua tedesca citerei senz’altro Thomas Bernhard, un autore che amo. Potrei nominarne molti altri, però.

Quanto è stato determinante il contesto culturale in cui sei nata e vissuta fino a quando non ti sei trasferita in Germania? E in cosa è mutato, dopo aver lasciato Bolzano, il rapporto con la tua città d’origine?

Sicuramente nascere e crescere in un luogo in cui capisco la metà circa di quello che si dice – il dialetto sudtirolese purtroppo non lo so, o fatico a capirlo – è stato d’ispirazione per il soggetto. Certo che se il protagonista fosse stato di un’altra città le sue problematiche sarebbero state molto diverse. La distanza da Bolzano mi ha aperto nuovi orizzonti e mi ha fatto ripensare all’esperienza bolzanina con qualche punta critica.

E questa critica su quali aspetti si concentra? È qualcosa che ha a che fare con l’eredità del contrasto etnico, pensi che in questo senso ci sia ancora molta strada da fare?

In effetti sì, penso che ci sia molta strada da fare. Attualmente il contrasto non è aperto, ma persiste quello latente che impedisce a molti italiani, per esempio, di imparare il tedesco senza l’ansia di doverlo fare.

Eppure, da una recente ricerca effettuata all’Eurac si evincerebbe che in Alto Adige gli studenti hanno “competenze plurilinguistiche” eccellenti. Dobbiamo fidarci dei risultati di questa ricerca o pensi che la percezione della lingua dell’altro, qui da noi, sia ancora piuttosto riferibile al concetto di una “lingua matrigna”, che si impara e si parla per necessità, ma senza un effettivo trasporto affettivo?

Secondo me in Alto Adige c’è un importante apprendimento passivo, ma questo non ha a che vedere con la vita di tutti i giorni, a meno che uno non lavori in un ambiente davvero bilingue, anche se spesso per bilingue si intende dialetto tedesco e italiano. Forse il plurilinguismo accertato concerne solo le materie insegnate a scuola o riguarda persone che provengono da altri contesti culturali. Ma dovrei esaminare meglio i risultati della ricerca, per esprimermi al riguardo.

Tratteggiando il profilo del protagonista del tuo libro, Paolo Prescher, hai messo in evidenza la sua ossessione per la “sporcizia” delle parole, e quindi (se cogliamo il risvolto di questa ossessione) la sua esigenza o il suo tentativo di “pulirle”. Puoi spiegarci meglio questo aspetto e dirci se si tratta di un’ossessione che riguarda anche te?

Le parole si sporcano nell’uso becero, ipocrita, falso, politicamente corretto: sono quelle che non dicono quello che devono dire. La madre e la sorella, le professoresse e i professori sporcano a Paolo le parole. Si tratta di una ricerca di autenticità che si rispecchia nel linguaggio. Per me, invece, è importante che il linguaggio sia diretto e sincero, certo, ma non potrei dire di avere un’idea dicotomica di sporco e pulito.

In futuro ti vedi più come una scrittrice che riesce a vivere della propria creatività, oppure come studiosa che ogni tanto può concedersi il lusso di scrivere un romanzo?

Il futuro è nelle mani di Dio! Mica per caso ho sposato un teologo…

Hai già pensato ad un possibile editore per il tuo libro? C’è una casa editrice dei tuoi sogni, per i tipi della quale vorresti farlo uscire?

Sarei bugiarda se dicessi il contrario. Ma anche se vengo da Bolzano sono scaramantica come una napoletana doc. Quindi non te lo dico. Però lo scrivo su un foglio di carta e ne riparleremo tra qualche anno, d’accordo?

Un’ultima domanda. Conosco un tuo segreto, si chiama “Butelli”. Ce ne vuoi parlare? Magari ha avuto un ruolo decisivo nel farti diventare una scrittrice.

Ma non vale, hai degli informatori! Il ragionier Butelli, comunque. A due anni dissi: il ragionier Butelli oggi è stanco morto. Gli devo molto: a volte, quando sono io a essere stanca morta, scrive lui per me.

ff – 02 Juli 2020 / No. 27

Acqua ragia

Studio Pittore

Quando si diventa vecchi – o comunque la vecchiaia non sembra più solo una parola, una mano ipotetica che potrebbe bussare alla porta, ma è qualcuno che abbiamo già fatto entrare in casa, e ora fruga tra i nostri scaffali, in una stanza, e ci guarda – si ripensa all’infanzia come alla sorgente dei ricordi e dei rimpianti. Nell’infanzia cerchiamo il paesaggio fisico e mentale nel quale nascemmo a ciò che siamo (il momento in cui saremmo diventati ciò che siamo, nel quale ci specchiamo per riconoscerci). Talvolta, per farlo, usiamo delle fotografie, non necessariamente nostre, testimonianze del tempo. E da quei reperti ci muoviamo a ritroso, come seguendo le linee di un ritratto offuscato, che ci accingiamo a completare. La scena che mi è tornata in mente è questa. Sono con mio padre, è sabato, il giorno in cui lui non lavorava, e quindi poteva dedicarmi il suo tempo, rendendomi semplicemente parte del suo. Mio padre amava la pittura, frequentava lo studio di alcuni pittori emuli della tradizione macchiaiola toscana, e andava spesso a trovarli, portandomi con sé. Uno di loro si chiamava Giovannelli, un altro Biondi, un altro ancora Martini. Non erano pittori eccelsi, tutt’altro. Ognuno di loro era parte di un tutto indistinto, di una tradizione appunto, e su questa trama, su questo sfondo, si limitavano a distillare il loro accento personale. Traevano più forza dall’appartenenza comune che dalla propria voce inconfondibile (forse solo noi li potevamo ancora distinguere). I loro studi erano spesso solo una stanza d’appartamento, affollata di cose, di tele, di colori e di odori. Quello più pungente (a me carissimo) era l’odore dell’acqua ragia, un solvente utilizzato per pulire i pennelli. Perché quell’odore mi piaceva così tanto, qual era la sua promessa? L’interpretazione che ne posso dare oggi non riesce a risalire alla sensazione originaria, è costretta a mediarne il ricordo con tutto ciò che ho vissuto in seguito. Direi allora così: in quell’odore si annunciava la forma del futuro, la rifondazione di un mondo. Era come se, finito un dipinto, il pittore decidesse di ripartire da capo, liberandosi dal proprio passato, da ciò che era stato raffigurato, e si ponesse a dipingere l’opera che avrebbe potuto spezzare il tempo in due, in un prima e in un dopo. In realtà non accadeva mai, non accade quasi mai. Una volta puliti, i pennelli erano già mossi a rifare ciò che avevano sempre fatto, metodicamente replicando un quadro simile al precedente. L’acqua ragia non era così l’odore della rivoluzione, ma solo della sua promessa, come dicevo, che restava nell’aria – persistente – per alitare sulle cose che sono la possibilità di diventare altro da ciò che erano e sarebbero nuovamente state. Ecco dunque questo riandare all’infanzia, ai suoi odori, cosa nasconde: l’ultimo desiderio di poter avere avuto una vita diversa all’alba di quella che poi abbiamo effettivamente vissuto.

#maltrattamenti

Montanelli era un porco (e allora Pasolini?)

Pasolini monumento

Svolgerò una riflessione al margine della polemica che sta infiammando l’opinione pubblica in questi giorni (è anche un buon segno, fra l’altro, significa che il virus sta almeno abbandonando il centro dei nostri discorsi, sperando che non se ne risenta, e poi ritorni più incrudelito di prima).

Se qui alludo ad un “margine” significa però che intendo restringere l’osservazione di questa polemica, limitandone di molto il campo. Dirò perciò innanzitutto ciò che non prenderò in considerazione, ma dirò anche che ciò di cui non parlerò è invece più importante della riflessione alla quale mi dedicherò adesso: se lo faccio, ponendomi il quesito contenuto nella parentesi del titolo (“… e allora Pasolini?”), è perché si tratta di uno sviamento argomentativo proposto da chi, esplicitamente, vorrebbe proprio evitare di affrontare le questioni più stringenti (insomma, casco nella trappola, ma per capire bene come uscirci). Dunque: adesso non prenderò in considerazione il tema generale dell’ondata di contestazione che è partita dal famoso (e terribile) caso di George Floyd, di Minneapolis; non parlerò del revisionismo storico che si addensa sulla richiesta di rimuovere statue, nomi di vie o altre testimonianze che riguardano la celebrazione di personaggi o episodi riconducibili a un’ideologia razzista, colonialista, sessista; e neppure mi addentrerò nella questione concernente l’intangibilità dei monumenti considerati (con malcerta approssimazione) alla stregua di opere d’arte. Nemmeno parlerò dell’opportunità di segnalare una propria convinzione politica utilizzando metodi vandalici (anche questo è uno sviamento della discussione che viene adottato volentieri dai “benpensanti”, e che li fa emergere come il grasso nella pentola in cui cuoce il brodo).

Di cosa parlerò, quindi? Parlerò della distinzione tra pubblico e privato, o per meglio dire della questione se sia possibile (e quando, e dove) scindere questi due ambiti allorché ci occupiamo di figure che, proprio a causa della loro rilevanza pubblica, tenderebbero ad essere trattate cancellando tale discrimine. Non sono sicuro che sia possibile arrivare ad una teoria generale (del tipo: lo dobbiamo sempre fare, non è mai possibile farlo). Per questo opporre due scrittori come Pier Paolo Pasolini e Indro Montanelli – proprio mentre qualcuno sta chiedendo di compararli sotto il segno dell’abiezione morale – serve, se non a fare chiarezza, almeno a tenere fermo il punto.

Come ragiona, dunque, chi li compara? Si dice: è vero, Montanelli si è reso responsabile di un episodio (protratto) di pedofilia durante la campagna militare colonialista a cui prese parte. Ma in cosa sarebbe diverso il suo comportamento, continua l’argomento, da quello di uno scrittore come Pasolini, il quale, notoriamente, cercava con assiduità i favori sessuali di adolescenti? Non si tratta forse, in entrambi i casi, di atteggiamenti “immorali”, per di più oggi condannabili dalla legge, ma da confinare in una sfera privata che non tocca o comunque non toccherebbe la loro rispettiva grandezza pubblica (quella che fa risaltare il giornalista e lo scrittore)? La minore età delle “vittime” (poniamo la parola tra virgolette, ma solo per sospendere un ulteriore approfondimento qui eccedente lo spazio che mi sono concesso) sembra a prima vista l’unico tratto comune.

Le differenze, al contrario, sono molte. Montanelli ha abusato di una ragazzina di colore, povera, in un contesto bellico. Pasolini di ragazzini bianchi, poveri, che lambivano il terreno della prostituzione. Mentre scrivo, mentre ci penso, avverto però tutta la tensione di una differenza che minaccia costantemente di assottigliarsi, ma che pure non mi rassegno a lasciar sfumare alla luce di quella distinzione netta tra pubblico e privato che, di fatto, se lasciata sussistere senza sfumature, la dissolverebbe (dissolvendo anche la “morale”). La vera domanda da porre, perciò, diventa questa: i diversi contesti in cui si esplica una medesima, o comunque comparabile azione immorale, sono utili a divaricare nuovamente i termini dell’accostamento tra responsabilità pubblica (e quindi pubblicamente riprovevole) e responsabilità privata (e quindi non pubblicamente, ma eventualmente solo privatamente riprovevole)? E ancora: convocare il contesto, i contesti, deve servire solo a spiegare o anche a condannare?

Osserviamo intanto come i due scrittori hanno preso (o non preso) posizione sui loro singoli casi. Montanelli ha ammesso l’accaduto invocando attenuanti storiche e culturali: ero in guerra, si faceva così, lo facevano tutti (questo ovviamente non è vero), ma allora non mi sembrava di fare nulla di male e, anche ripensandoci dopo, a distanza, non credo di aver fatto nulla di male. Pasolini, al contrario, non ha mai sostenuto nulla del genere, o almeno io non ricordo nessun passaggio nella sua opera, nelle sue lettere, nelle sue interviste in cui l’adescamento di minori, da lui praticato, venisse giustificato in termini storici o culturali (ma posso sbagliarmi, e chiedo a chi ne sa più di me). Se ciò corrisponde (o corrispondesse) al vero, ecco che è Montanelli stesso a proporre un’identificazione tra la sfera pubblica e privata, non trovando nel suo comportamento privato niente di particolarmente sconveniente dal punto di vista pubblico (neppure il razzismo evidente, per dire). La reticenza di Pasolini, invece, mi pare neghi quell’identificazione, difendendo (ipocritamente o pudicamente, fate voi) la sua sfera privata.

Ma è sufficiente? L’ammissione di Montanelli non ci esime già da ogni ulteriore attribuzione di colpa? Ecco, io non credo sia sufficiente, ritengo che forse l’argomentazione dovrebbe essere spinta ulteriormente a fondo, anche se (magari in modo pregiudizievole) continuo a sentire che il traguardo sia questo: il comportamento di Montanelli, nonostante l’ammissione e, anzi, proprio per il modo, la leggerezza con la quale è stata fornita, intacca nel vivo la sua reputazione, getta un’ombra pesantissima sul suo status di giornalista al quale si dedicano statue; Pasolini, al contrario, non mi pare ne venga sminuito, la sua statura di poeta, di intellettuale, non s’incrina. Ma sto forse adottando due pesi e due misure solo perché il primo mi è meno simpatico del secondo? È davvero possibile condannare quello e salvare questo? O devono essere salvati (o condannati) entrambi? Una volta si diceva: è aperto il dibattito, posto – ripeto – che tale dibattito abbia senso, o sia solo un modo (e ho pochi dubbi sul fatto che lo sia) per sviare l’interesse dai temi più interessanti e urgenti dei quali ho accennato all’inizio, e sui quali quindi sarebbe ovviamente molto più importante insistere.

Uscire dalla gabbia del provincialismo (Arbasino per tutti e per nessuno)

alberto arbasino

Mi sono imbarcato in un’impresa che non porterò probabilmente a termine: leggermi tutto “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino. Sono a pagina 70, il traguardo sarebbe a pagina 1371 dell’edizione economica Adelphi (che ha un meraviglioso color salmone e in copertina una foto dello scrittore giovane, nel 1963). Perché vale comunque la pena attendere a un’impresa del genere, rischiando lo scacco, anzi avendo la sicurezza dello scacco? Innanzitutto perché Arbasino è uno di quegli autori che sta tutto dentro una frase, e in effetti non ci sarebbe bisogno di leggere un intero libro o un mastodonte del genere. Eppure, è solo cercando almeno di comprenderne tutta l’opera, magari anche solo per abbracciarla con lo sguardo, che la rilevanza di una singola frase balza agli occhi per ciò che può davvero significare. E quale sarebbe, dunque, in cosa consisterebbe questo “significare”? Dirò una cosa banale ma non per questo meno vera: Arbasino è un salvifico antidoto a uno dei mali che segnano maggiormente la letteratura e in generale la cultura italiana: il provincialismo. Sul provincialismo bisogna però intendersi, considerandolo per ciò che esattamente è, ovvero un velleitarismo da rovesciare. Velleitario sarebbe credere che per capire il mondo occorra necessariamente abbandonare il piccolo luogo nel quale siamo più o meno tutti confinati, in modo da stabilire le giuste proporzioni tra ciò che è particolare e ciò che è universale. Ma si può restare benissimo provinciali anche trasferendoci in una grande città, supponendo cioè che tanto basti per ampliare il nostro sguardo. A chi sa coltivare lo sguardo, in realtà, anche la provincia fornisce gli strumenti per attingere l’universale. Ma velleitario è allora esattamente questo: il credere che tanto basti. Provinciale è chi si accontenta, chi ritiene che il punto di partenza sia già un arrivo (o meglio ancora, chi ritiene che si possa arrivare da qualche parte). Arbasino, al contrario, non ha mai creduto che si potesse arrivare. Infatti anche con un libro come “Fratelli d’Italia” non si arriva mai, e l’autore avrebbe potuto riscriverlo all’infinito (cercando di ampliarne la mole o aggiungendo e sottraendone frammenti a mano mano che la realtà descritta mutava forma), così come a noi tocca, in effetti, leggerlo all’infinito. Bisognerebbe davvero sempre scrivere o anche vivere così: in between, cercando e rifacendo da capo, puntando a una mobilità della frase che insegue la mobilità del mondo. In questo senso la prosa di Arbasino – sostanzialmente incomprensibile e impenetrabile a chi non dispone di tutti i riferimenti che egli riesce a comprimere nella pagina – diventa anche estremamente leggera, e invita a fluttuare. Insomma, mentre il provincialismo risulta subito comprensibile ma ci tira in basso, con Arbasino non capiamo quasi nulla ma riusciamo a volare, diventiamo atmosferici. Per chiunque si senta oppresso da una visione delle cose che induce a prendere una posizione netta, a illudersi di poter decidere su questo o su quello, lui ci fa capire che sarebbe potuta andare in mille modi diversi e che potrebbe ancora andare così. La giornata è afosa, non sapete cosa fare e vi sentite inchiodati? La sua scrittura è come salire su una cabriolet velocissima che vi porterà via, il vento sulla faccia. Per Arbasino vale quanto Nietzsche – autore che assomiglia ad Arbasino solo per pochi, ancorché decisivi, tratti – diceva del suo Zarathustra: ha scritto libri per tutti e per nessuno. Sentirsi tutti e nessuno è esattamente il primo segno che stiamo forzando la gabbia del nostro provincialismo. E Dio sa quanto ne avremmo bisogno.

#maltrattamenti

Cervello, cuore e confini

Brennero

Un confine è sempre una ferita, anche quando appare rimarginata, anche se la problematicità che la riguarda ha a che fare più col passato che col tempo presente. Non fa eccezione il confine del Brennero, per il quale la retorica dell’incontro e del passaggio sugli abissi della storia verrà sempre compensata, o per meglio dire ricalibrata, dalle esigenze mai sopite della logica nazionale. Chi volesse spiegarne la dinamica limitandosi agli ultimi cento anni dovrebbe dotarsi di molto tempo e spendere copiose parole.

Per commentare i fatti recenti – contrassegnati dalla ritrosia austriaca ad aprire il proprio confine con il vicino sudtirolese e italiano (i due termini qui siano intesi solo incidentalmente come sinonimi) – è sufficiente invece grattare lo smalto dell’espressione che, più e meglio di altre, ha imbastito la retorica unionista: Herzensangelegenheit (una faccenda di cuore). Lo sappiamo: l’Austria qualifica come faccenda di cuore la relazione col Tirolo meridionale allorché la sua funzione di tutela viene periodicamente evocata in caso di paventata minaccia da parte dei peraltro assai flebili (e in buona sostanza velleitari) rigurgiti centralisti italiani; oppure quando, altrettanto periodicamente, l’eterno sogno di un ricongiungimento territoriale partorisce stramberie di contrapposto significato, per esempio quella del doppio passaporto. Come per ogni cuore che si rispetti, però, alla fase diastolica della protezione è sempre pronta a succedere quella sistolica, e allora Vienna percepisce improvvisamente il Brennero non alla stregua di una sbarra da tenere sollevata, ma come un bastione da rinforzare, a scorno dei patrioti provvisti di schioppetto e propensi a lordare la vigente segnaletica stradale. Accade a proposito della crisi migratoria di qualche anno fa, sta accadendo adesso per colpa del virus: il cuore magari non smette di battere, ci mancherebbe, ogni tanto si evidenziano comunque problemi di ipertensione.

Se il cuore appare così un organo abbastanza inaffidabile, sarebbe auspicabile lasciar lavorare il cervello (posto di trovarne esemplari ancora in funzione). Qui i dubbi tendono già a diradarsi: una posizione d’intransigente chiusura può essere mantenuta per poco, e alla fine è sicuro che la questione si sgonfi rapidamente come si è sgonfiata quella che ha visto opporsi la provincia altoatesina e il governo di Roma in occasione del varo della cosiddetta fase 2. Altrettanto inverosimile è che venga proposta una soluzione parziale, provando cioè a considerare la provincia di Bolzano un’oasi di salute miracolosamente immune dai malanni riscontrabili sotto la chiusa di Salorno (l’Euregio, si sa, non è mai stato abbastanza una Herzensangelegenheit). Tempo qualche giorno, al massimo un paio di settimane, la sbarra si rialzerà con calici levati e zuppa d’orzo per tutti. Ciò vuol forse dire che il problema sarà anche definitivamente risolto? Non scherziamo. Enrico De Zordo, il miglior scrittore di lingua italiana residente in Sudtirolo, ha scritto nei suoi Divertimenti tristi: “Qui da noi il confine non è lineare, non circonda un territorio. Esso è bensì un’atmosfera, una circonferenza allo stato gassoso sparpagliata dai venti d’Europa. È qualcosa di imponderabile: un pulviscolo di catene montagnose, caserme, tradizioni, accordi internazionali, ex dogane. È la turbolenza in cui viviamo, l’aria che respiriamo”. Il confine, rassegniamoci, non si comporta in modo troppo diverso da un virus insensibile ai più efficaci vaccini: bisogna conviverci.

Corriere dell’Alto Adige, 6 giugno 2020

Ne usciremo migliori

Gilet arancioni

Chissà perché avremmo dovuto “uscirne migliori”. Ma ogni volta è così. Ci abbindolano un paio di proverbi dettati dalla disperazione al senso comune – non tutti i mali vengono per nuocere, bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, una crisi è sempre anche un’occasione –, e li ripetiamo a pappagallo. Nel suo intramontabile “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere”, Giacomo Leopardi enuncia una verità difficilmente confutabile: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura». Così, da una disgrazia, da un colpo sfortunato, persino da una catastrofe, siamo già subito pronti a risollevarci, dicendo che l’esperienza ci è servita, e che la prossima volta andrà sicuramente meglio. Non sbaglieremo più. In realtà sono rarissimi i casi in cui un evento contribuisce davvero a cambiarci, a farci uscire migliori, appunto. La “palingenesi” è una favola che i genitori raccontano ai figli un minuto prima di farli addormentare. Per convincerli che tra poche ore, anche se magari turbati da sonni inquieti, non si risveglieranno trasformati in uno scarafaggio, o verranno arrestati senza che abbiano fatto nulla di male. Domani andrà tutto meglio, ripetono i genitori ai bambini, mentre rimboccano loro le coperte. Ma chi ci crede? «I miei dubbi – ha scritto E.M. Cioran in uno dei suoi fulminanti aforismi – non sono riusciti ad avere ragione dei miei automatismi. Continuo a fare gesti a cui mi è impossibile aderire. Superare il dramma di questa insincerità, sarebbe rinnegarmi e annullarmi». Il virus assomiglia a una lezione impartita per videoconferenza: erano tutti collegati, ma non ascoltava quasi nessuno. Sarebbe già abbastanza evitare di illudersi, dichiararsi subito incurabili, riconoscendo che l’unica vera e grande malattia di cui soffriamo è quella di desiderare di diventare qualcosa in più di ciò che non potremo mai cessare di essere.

ff – La colonnina – 04 Juni 2020

Per non essere più invisibili

Una casa sull'argine

Nuovamente disponibile in libreria “Una casa sull’argine”, piccolo classico altoatesino pubblicato dal giornalista bolzanino Gianni Bianco nel 1965.

Il gioco di parole è facile, anche se un po’ irrispettoso. Cosa accadde in Italia e in Sudtirolo tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta? Per sintetizzare: dal “boom” (economico) ai vari “bum!” (le detonazioni degli attentati indipendentisti) fino al congresso Svp di Merano (22 novembre 1969) e all’esplosione della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre, stesso anno)? Un decennio cruciale, con le ustioni della seconda guerra mondiale ancora visibili sull’anima, le sue macerie accatastate nella memoria, ma anche la voglia di vivere in un mondo diverso, più giusto e libero. E la letteratura? Come registrò la letteratura quel passaggio, permettendo alle sensazioni di restare impigliate in pagine da rileggere magari anni dopo, non solo per ricordare, ma anche per comprendere?

Un comprendere che è stato a lungo e in larga parte un fraintendere. All’inizio del capitolo intitolato “Gli anni Cinquanta e Sessanta” del suo “Un limbo di frontiera” (1998) – ampia ricognizione sulla produzione letteraria in lingua italiana in Alto Adige –, lo storico Carlo Romeo ha scritto: «Negli anni Cinquanta l’Alto Adige continua ad essere un “pianeta oscuro” per gli inviati nazionali, che nei loro reportage riproducono il topos del piccolo mondo montano, refrattario alle novità, semplificando spesso le tensioni etniche nella prospettiva di un semplice contrasto tra ruralità e modernità». Topos persistente anche oltre quel periodo, a ben vedere, tanto che se ne potrebbe tracciare una linea che raggiunge il famigerato libro di Sebastiano Vassalli “Sangue e suolo”, del 1985, e persino il contributo all’esegesi della (recente?) situazione locale offerto dal bolzanino Daniele Rielli (“Io che ho attraversato l’Alto Adige”) contenuto nella raccolta “Storie dal mondo nuovo” (2016). Da evidenziare, quindi, restano le eccezioni, vale a dire le narrazioni che non si arrendono al cliché evocato, ma intendono articolare un confronto più problematico, indispensabile per meditare sulla genesi di quella contrapposizione e mettere in pratica la convivenza sempre rinviata.

È in questa cornice che s’inquadra la riproposizione di un piccolo classico dimenticato (talvolta citato, ma quasi sempre non letto) della letteratura altoatesina degli anni Sessanta – “Una casa sull’argine”, scritto dal giornalista Gianni Bianco (1932-2015) nel 1965 –, che inaugura la nuova collana “TravenReprint” delle Edizioni alphabeta Verlag. Al di là del valore intrinseco del volume, che ha parti di notevole spessore letterario (si veda in particolare il modo con il vengono rievocati certi episodi del periodo tra il 1943 e il 1945, relativi dunque al tragico biennio bellico che seguì l’8 settembre), il libro di Bianco fotografa lo sforzo compiuto dai migliori esponenti del gruppo linguistico italiano di allora nel cercare un “radicamento” in una terra che continuava a rifiutarli, spingendoli dunque sciaguratamente dentro il paradigma dell’invisibilità codificato da Vassalli. Non è un caso, perciò, che il romanzo venisse lodato per tempo da alcuni tedeschi “dissidenti” (due nomi su tutti: Claus Gatterer e Norbert C. Kaser), ma poi sia sparito dalla circolazione, risultando di fatto sconosciuto anche alla gran parte degli “italiani”, i quali dovranno infatti aspettare decenni per ritrovare sul mercato editoriale storie in grado di raccontarli e di raccontare questa terra in un modo lontano dagli stereotipi (l’esempio più noto è quello di “Eva dorme”, di Francesca Melandri, che ha compiuto i suoi primi 10 anni dalla data di pubblicazione).

Che cosa potrebbero apprezzare, allora, nuovi lettori di un libro scritto 55 anni fa? Innanzitutto il sapore del tempo passato, certamente, che affiora nella descrizione dei paesaggi, dei costumi, o nelle pieghe dei dialoghi. Una Bolzano e un Alto Adige che parranno tratteggiati in bianco e nero, ma con toni tutt’altro che sbiaditi, perché è da quell’impasto a forti contrasti, come può esserlo una storia d’amore appesantita dal vizio d’origine della frattura etnica, che noi scorgiamo le nevrosi che ancora ci caratterizzano, e ci bloccano, nonostante adesso esse si siano alquanto diluite, o abbiano cambiato intensità, non essendo più attorno a noi, ma sepolte a una profondità che solo in rare occasioni, anch’esse ormai peraltro fossilizzate e anestetizzate, prendono nuovamente a increspare la superficie dell’indifferenza, ovvero la normalità del nostro modello di convivenza. Ed è proprio questo il motivo di maggior interesse. Nel decennio tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, l’abbiamo visto, il deficit di comprensione, il bisogno di spezzare l’incantamento dell’invisibilità reciproca tra i gruppi linguistici, allora declinatasi in ostilità, poteva essere giustificato dalla presenza di traumi ancora troppo recenti. Oggi tale giustificazione non dovrebbe però più esserci, dovrebbe essere relegata negli angoli più insensibili ed estremistici, eppure la non conoscenza in larga parte permane, forse si è addirittura estesa. Tornare a rileggere libri come “Una casa sull’argine”, quindi, può essere utile più alla cura del nostro futuro che alla manutenzione del passato. La letteratura resta uno strumento ancora insostituibile per farlo.

ff – 04 Juni 2020

Il test discrimina

Test

Martedì scorso il Landeshauptmann sudtirolese Arno Kompatscher aveva emesso in modo non limpido, mediante un’intervista radiofonica all’emittente Rai Radio1, un messaggio che inevitabilmente ha causato più sconcerto che approvazione: «Vorremmo offrire test gratuiti a tutti i turisti che vengono in Alto Adige. Prevediamo di organizzare negli alberghi una Covid-free area dove l’accesso sarà consentito solo se si è stati testati». Successivamente Kompatscher ha cercato di correggere il tiro, comportandosi però come chi, dopo aver gettato un sasso nello stagno, pretendesse di far credere che i cerchi sulla sua superficie stiano soltanto negli occhi degli osservatori. Allo sconcerto è così sopravvissuta la confusione, segno che l’acqua non solo è risultata smossa, ma anche parecchio intorbidita.

Sfidiamo qualsiasi ipotetico turista interessato a trascorrere prossimamente le vacanze qui da noi, e che magari avesse seguito il flusso di notizie, a capire cosa lo aspetta esattamente varcate le soglie del nostro territorio (ammettendo, peraltro, che lo si possa fare a breve sia provenendo da Sud che da Nord).

Gli ospiti verranno accolti dal personale sanitario in una infermeria approntata vicino all’ingresso, ancora prima di ricevere la chiave della stanza? Saranno quindi considerati a priori come potenziali portatori del virus? E questo sortirà su di loro un effetto tranquillizzante, invitante, oppure li scoraggerà definitivamente, facendo loro credere (non del tutto a torto) che qui la situazione è tutt’altro che chiarita? Ma soprattutto: chi pagherà questo servizio aggiuntivo, per il momento concepito solo nel comparto ricettivo e mai preso in considerazione per gli altri settori economici o civili, generando (tutt’altro che a torto) la sensazione di praticare un trattamento diversificato tra cittadini di serie A (i turisti) e di serie B (tutti gli altri)?

È del tutto innegabile che il turismo costituisca un ambito da rilanciare con urgenza. C’è bisogno di buone idee per evitare che i danni finora causati dalla pandemia risultino irreparabili. Occorrerebbe però evitare di suscitare il sospetto che l’ansia da prestazione alberghiera (chiamiamola così) produca ulteriori spaccature, con la creazione di corsie privilegiate e isole di presunto benessere in un paesaggio sociale già segnato da un fortissimo rischio di frammentazione. Non è possibile, insomma, aumentare il senso di sicurezza specifico se non si guarda al contesto più generale in cui la sicurezza, proprio per essere compiutamente affermata, dev’essere vista come principio valido per tutti. Quando per esempio si parla di «Covid-free areas» si trasmette l’idea sbagliata che i turisti, e solo loro, possano essere sottratti a pericoli ancora attivi, magari proprio fuori dai cancelli entro i quali vigono libertà e comfort negati agli altri. Ripartire così significherebbe farlo col piede sbagliato.

Corriere dell’Alto Adige, 30 maggio 2020

A Silvius

Magnago

Una delle cose più belle viste recentemente è lo sketch di Corrado Guzzanti sulle poesie di Leopardi, anzi sulla poesia “A Silvia”, che un adulto “Lorenzo” recita mescolando citazioni errate e riferimenti impropri per culminare con l’esilarante richiesta di procedere finalmente ad una raccolta di liriche del recanatese che, sempre secondo il personaggio, non sarebbe ancora disponibile sul mercato (e a nulla valgono i richiami del figlio Luco, le mani raccolte a megafono intorno alla bocca, che gli grida “a papààààà… ce sta giàààà!!!”). A parte la bravura del comico, le ragioni per ridere qui stanno nella satira rivolta non tanto al poeta – la cui gloria non risulta minimamente scalfita o messa in questione –, ma al rimbambimento generale di una cultura che, proprio cercando di riuscire celebrativa, affonda in una melassa di stereotipi triti e ritriti (“Leopardi morì di gobba”), di informazioni liofilizzate e ruminate, di ricordi ossessivi e quindi ormai del tutto imprecisi. Il rimbambimento di una cultura, ecco, sfibrata e consunta perché eccessivamente focalizzata, egemonizzata da rituali stantii (la recita fatta da bambini invecchiati di qualcosa che non si conosce più, la salmodia di un canto protratto senza più attenzione per il contesto, mandato giù a forza e risputato in poltiglia). Si ride di quello, e fa bene farlo. Anche dalle nostre parti, a ben vedere, esisterebbe un soggetto buono ad essere ironizzato in quel modo. La poesia, in questo caso, dovrebbe però intitolarsi “A Silvius”, e l’autore collettivo lo scorgiamo a partire da tutte quelle bocche che – a dieci anni di distanza dalla sua morte – stanno ancora lì a intessere le lodi per il vecchio leader della Svp, il Mosè della Nazione Sudtirolese, l’eroe insostituibile nella narrazione che lo accredita come figura di agiografico richiamo: “Silvius, rimembri ancora / quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / e tu, lieto e pensoso, il limitare / di autonomia salivi?”. Anche su Silvius Magnago il libro “ce sta già”, eppure i suoi scrivani lo ricompongono sempre di nuovo, avendo cura di non omettere (quasi) niente, finendo solo per imbastire una tiritera pronta all’uso e funzionante come promemoria nello sgretolamento mnemonico circostante: il ragazzo cresciuto a Merano, trasferito a Bolzano, la laurea in giurisprudenza (si laureò nel 1940, a Bologna, ma si omette che il titolo della tesi era I reati contro la razza ed il patrimonio biologico ereditario nella legislazione nazional-socialista, indicata come raro – anzi, a quel tempo “unico” – esempio di “attenzione scientifico-accademica alla normativa razziale tedesca”), l’opzione per il Reich tedesco, la perdita della gamba sul fronte russo, la conquista del potere, l’omelia del Los von Trient recitata a Castel Firmiano, il convegno del partito a Merano, quello dell’approvazione del Pacchetto nel 1969 (per i sudtirolesi evento più importante del contemporaneo allunaggio), e poi la mummificazione in vita, fino alla statua di legno nel foyer della sede di via Brennero e l’intitolazione della piazza del Potere fatta al grido di “Santo subito!”. Chi oserebbe ironizzare su Magnago? Nessuno. La genuflessione di massa non ammette eccezioni, la critica (ma anche una storiografia appena più dissacrante) non trova nessuno spazio per affermarsi. Un ipotetico Luco si sgolerebbe per nulla. “Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvius mio!”: la recita andrà avanti, senza variazioni apparenti, probabilmente per sempre.

#maltrattamenti

Se la politica viola le regole

 

Sgarbi Italia e Amore

Ricordate? La parola chiave con la quale il Landeshauptmann Arno Kompatscher ha lanciato l’anticipazione della Fase 2 in provincia di Bolzano era “responsabilità”. Responsabilità è anche il concetto che si vorrebbe legato all’interpretazione più autentica dell’autonomia. Come a dire: noi non vogliamo che ci venga riconosciuto uno status di specificità senza mostrare che tale status ce lo sappiamo guadagnare grazie soprattutto a un comportamento irreprensibile, addirittura di esempio per gli altri. Nella fattispecie: abbiamo chiesto di riaprire tutto, e per di più in anticipo, preoccupandoci di obbedire a criteri di irreprensibile sicurezza, l’abbiamo fatto in modo che la riconquistata libertà non fosse solo un capriccio, svincolato dalle norme che altrove sono mantenute sotto controllo, ma ci proponiamo come i fautori stessi del nostro controllo, che quindi dovrà essere inteso come una forma compiuta di autocontrollo, ed è questa l’essenza dell’autonomia.

Bene, davanti a questi principi così impegnativi come interpretare le posizioni espresse dall’onorevole Vittorio Sgarbi, consegnateci al margine di una sua breve visita? Sfoderando la proverbiale irrisione per le costrizioni di ogni tipo, il critico d’arte, nonché presidente del Mart, ma famoso soprattutto per le sue fragorose e spesso sboccate apparizioni televisive, ha emesso la sua definitiva sentenza sui provvedimenti di pubblica sicurezza che dovrebbero accompagnare l’estensione della fase post-lockdown. Al primo posto nella lista delle sue contumelie: l’uso della mascherina, da lui ritenuto evidentemente eccessivo (“sarebbe meglio distribuire preservativi”). Omettiamo ovviamente le altre paludate considerazioni, del resto facilmente recuperabili in rete.

Si dirà, in fondo Sgarbi lo conosciamo. Ciò che dice non va preso troppo sul serio: sparata più o sparata meno, basta non starlo a sentire. Può essere. Purtroppo però Sgarbi non era solo. Ad accompagnarlo in queste escursioni c’era l’esponente della Lega e assessore provinciale Massimo Bessone, in teoria uno dei massimi rappresentanti di quell’habitus responsabile con il quale il presidente della provincia vorrebbe accreditare l’immagine dell’Alto Adige/Südtirol. Bessone – lo si può vedere in un video – ha trovato molto divertenti le sparate di Sgarbi. Ritratto con la mascherina in mano (in realtà la metteva e la toglieva a piacimento), mentre il presidente del Mart lo deliziava appellandolo “chiavatore”, sembrava insomma evidente che trovasse del tutto sensate le dichiarazioni alle quali stava assistendo, rivendicandole dunque come proprie anche al di là della sua funzione di sfondo scenografico prestato al più noto personaggio.

Dal siparietto, francamente, è possibile trarre solo una lezione desolante. I cittadini comuni sono obbligati a rispettare le leggi, sono tenuti a indossare le mascherine per ogni spostamento, a osservare le distanze, e se non lo fanno vengono accusati di mettere in pericolo la salute pubblica (non pochi hanno pagato anche di tasca propria con multe salate). Alcuni rappresentanti delle istituzioni, al contrario, si permettono di fare le guide turistiche di chi sbeffeggia le regole e per giunta si scompisciano dalle risate alle battute di un “onorevole” che posta volentieri comizi seduto sulla tazza del cesso.

Corriere dell’Alto Adige, 23 maggio 2020

Questa non è una scuola

Questa non è una scuola

Ho visto il video della brava dirigente scolastica “tedesca” che descrive com’è andato il primo giorno di “scuola” dopo la “riapertura”. Uso le virgolette – attorno alle parole tedesca, scuola e riapertura – perché qui la connotazione eccede di molto la denotazione, e bisognerebbe perciò profondersi in un ampio commento. Dietro a queste parole, infatti, si nasconde un’opposizione (forse più ideologica che pragmatica) che ci porterebbe, se non la affrontassimo con la massima delicatezza, a finire dritti dritti dove non bisognerebbe finire. Ma a Bolzano sembra impossibile non finire dove non bisognerebbe finire. La strada è sempre tracciata. E, del resto, già solo l’esistenza di scuole tedesche e scuole italiane, l’esistenza stessa di tale divisione, dico, non può che indurci a replicare il senso di un contrasto che sta “nelle teste”, prima ancora che “nelle cose”. Cosa è accaduto lo sanno tutti. In estrema sintesi: siccome qui sta riaprendo più o meno tutto, la giunta provinciale ha pensato che all’appello delle varie riaperture non potevano mancare gli istituti scolastici, almeno quelli relativi all’infanzia e di livello primario. Se i genitori tornano a lavorare, infatti, chi accudirà i bambini? Aule aperte, quindi, anche se non per tutti, anzi per pochissimi, e, soprattutto: non per fare quello che di solito si fa nelle aule. Ma a questo punto, ecco la spaccatura. I “tedeschi” (torno a usare le virgolette) dicono sì, va bene, ci adattiamo, faremo quel che possiamo. Gli “italiani” (sempre virgolettati) frenano, recalcitrano, sollevano obiezioni: non esistono condizioni di sicurezza, non possiamo permetterci di aprire un servizio che non è compatibile con le nostre competenze. Chi ha ragione? Come se ne esce? Possiamo parlare veramente di “riapertura delle scuole”, in una situazione del genere? Tornando al video dal quale ho preso le mosse: quel che si vede sono esercizi di distanziamento sociale, più che una vera e propria didattica. O meglio: la didattica, ciò che viene proposto come didattica, è solo “pedagogia emergenziale”, un modo per tenere distanti i bambini, insegnando loro a rispettare delle “regole” che non li spingano a fare a scuola ciò che normalmente si farebbe a scuola. Un paradosso, accettato nel nome della solidarietà, che quindi andrebbe percepito per ciò che è, ossia alla luce dei problemi che pone, non solo in relazione ai problemi – di natura evidentemente extra-scolastici – che magari riesce anche in parte a risolvere. Mi rendo conto di muovermi su un crinale molto scivoloso, perché le persone qui hanno sempre bisogno che venga offerto loro un giudizio definitivo (le scuole andavano riaperte oppure no? Hanno fatto bene i “tedeschi” a dichiararsi – o comunque ad apparire – come disponibili a riaprire oppure i dubbi degli “italiani” sono giustificati e bisognava attendere ancora?). Io ritengo però che la discussione avrebbe dovuto essere essenzialmente un’altra: cosa significa fare scuola in circostanze che non lo permettono? È vero, per discutere ci vorrebbe tempo, e qui di tempo non ce n’è, bisognava fare qualcosa. Ma perché non si può discutere comunque, anche mentre si sta facendo qualcosa, senza usare ciò che si sta facendo (o non facendo) per immiserire e reprimere la discussione della quale, è evidente, ci sarebbe così tanto bisogno? L’ho già scritto in un editoriale e torno a ripeterlo: tra poco ci sarà l’estate e poi tornerà settembre; per quel termine riusciremo a ritrovare il bandolo della matassa, riusciremo a capire in quali condizioni e come lavorare riportando in primo piano le vere esigenze di chi a scuola ci vive (docenti e discenti), al di là del “servizio” di supplenza verso il quale ci siamo adesso dovuti muovere e anche al di là della divisione tra “tedeschi” e “italiani”, divisione che continuiamo a mettere in campo per non pensare alla nostra – evidentemente complessiva – incapacità di affrontare problemi comuni?

#maltrattamenti

Scuola, slogan da evitare

Bambino Scuola

La questione della riapertura delle scuole dell’infanzia e delle elementari che sta tenendo banco in Alto Adige sembrerebbe sintetizzabile fin troppo facilmente in uno slogan buono solo a rimpolpare il già vastissimo repertorio della contrapposizione etnica: gli insegnanti tedeschi tornano a lavorare, quelli italiani preferiscono restare a casa. Gli slogan sono brutali, si sa, e purtroppo il loro fascino perverso persiste anche al di sotto di spiegazioni più articolate. Ecco, per esempio, cosa ha scritto sul suo profilo Facebook il giornalista Giuseppe Musmarra, un osservatore della realtà politica e sociale in genere attento a schivare gli scogli delle semplificazioni: «A parità di disincentivo la scuola in lingua tedesca ha dimostrato di esistere, anche come entità diciamo “spirituale”, come capacità di un’assunzione globale dell’importanza del compito ad essa assegnato. La scuola italiana invece no, non esiste. Esistono tutta una serie di piccole auto-protezioni personali, esiste la mitologia del “rischio zero” che poi è filosoficamente quanto di più diseducativo possa esistere a meno che non vogliamo considerare la vita un luogo perennemente sterile (magari, che dite, già che ci siamo eliminiamo la malattia e la morte per decreto?)».

Tentiamo di abbandonare gli slogan (espliciti o impliciti), disattiviamo il consueto meccanismo della contrapposizione etnica, e vediamo cosa è possibile dire. Innanzitutto, quando parliamo di «riapertura delle scuole», cosa intendiamo esattamente? A differenza di quanto accade nel resto d’Europa — dove in effetti le scuole sono state o vengono «riaperte» nel senso pieno del ritorno all’attività didattica —, nel nostro caso la «riapertura» è prevista soltanto come servizio di assistenza alle famiglie che non possono più occuparsi dei bambini, perché i genitori sono tornati o stanno tornando al lavoro. Non è una differenza da poco, giacché qui, allora, non è più in gioco tanto la disponibilità degli insegnanti ad «assumersi il compito a loro assegnato», ma a mutarne in profondità senso e modalità d’intervento. Per fare un paragone, è come se chiedessimo ai medici degli ospedali non di curare i pazienti, ma di tenerli a letto leggendo loro delle fiabe. Certo, la flessibilità è una risorsa che tutti siamo chiamati a sollecitare in tempi di crisi, ma ci si può anche chiedere legittimamente se un tale cambiamento di prospettiva sia accettabile senza fiatare, obbedendo all’esigenza di prestare solidarietà al fine di contenere uno stato di necessità che non si è capaci di gestire altrimenti. Evitiamo comunque di parlare di «riapertura delle scuole» o genericamente di insegnanti che non vogliono tornare a fare il proprio lavoro, perché è in ballo qualcosa di assai diverso.

A quanto appena detto, i fautori della cosiddetta «riapertura» — ma che non è una vera «riapertura», come abbiamo appena visto — ribattono dicendo che anche l’allestimento di un servizio di sostegno alle famiglie svolto in condizioni di permanente sospensione delle attività didattiche, e senza troppe garanzie dal punto di vista della profilassi sanitaria, sarebbe comunque un segnale verso un tentativo di ripresa. Può essere. Dobbiamo però, ancora una volta, chiarire bene il punto: il tentativo di ripresa viene in questo modo affidato a persone chiamate a fare un lavoro diverso da quello per il quale sono state formate, in condizioni di grande incertezza sulla capacità di esaudire il mandato loro affidato, e senza essere state coinvolte in una discussione preliminare sulla trasformazione in atto del loro ruolo professionale. E ciò dopo che, da mesi, esse hanno già elaborato strategie di «sopravvivenza didattica» mediante l’insegnamento a distanza (altro capitolo nei confronti del quale è parimenti mancata un’approfondita riflessione e sono, invece, fioccati gli slogan).

Certo, anche considerando quanto esposto rimane il dato di partenza, appiattito dallo slogan al quale non dobbiamo assolutamente arrenderci: tedeschi e italiani stanno reagendo in modo diverso alle domande poste dalla crisi, meritoriamente i primi e disgraziatamente i secondi. In realtà: siamo proprio sicuri che prescindendo da un esame accurato di ciò che ha portato a formulare risposte apparentemente opposte saremo anche in grado di tornare a capire la vera esigenza di fondo, comune a tutti? Che le scuole debbano «riaprire» è palese. Persino urgente. Ma devono farlo soprattutto tornando a praticare la loro funzione specifica, difficilmente pensabile senza la presenza contemporanea di tutti gli studenti e di tutti gli insegnanti. Sarà bene cominciare a cercare soluzioni in vista di settembre, quando le contraddizioni, delle quali stiamo avendo adesso solo un assaggio, potrebbero deflagrare nel modo più devastante.

Corriere dell’Alto Adige, 17 maggio 2020

Coronahofer

Los-von-Rom-6

Anche stavolta non accadrà nulla di nuovo. Nonostante i fuochi accesi sulle montagne, l’immarcescibile “Los von Rom” che ustiona il buio della notte e che vorrebbe piegare il “Sonderweg” in merito all’atteggiamento da adottare in questa balbettante “Fase 2” per scatenare la solita, stantia, polemica a sfondo autodeterministico, non accadrà nulla che non sia già accaduto mille volte e che accadrà ancora mille volte. Il più grande scrittore di cose sudtirolesi vivente di lingua italiana (e anche di lingua tedesca: visto che è tradotto), Enrico De Zordo, ne ha parlato in uno dei suoi “divertimenti tristi”, riferendosi al “Sudtirolo ideale eterno”: “Il Sudtirolo ideale eterno non è una narrazione cui sia stata sottratta la dimensione del tempo, ma semplicemente un presente in cui troppi tempi sono contemporanei, una storia senza punteggiatura in cui gli eventi, anziché accadere uno dopo l’altro, stanno pigiati l’uno accanto all’altro, come se sedessero nello scompartimento di un Intercity in corsa”. Una storia – così ancora De Zordo – “dilatata a dismisura con la brutta abitudine di mandare i suoi tentacoli all’indietro”. Utilizzare il virus e le sue conseguenze per rilanciare improbabili battaglie di sapore hoferiano è solo l’ennesimo schiacciamento sul presente, l’ultimo a disposizione, di un passato che vorrebbe essere incastrato nel futuro ammaccando così l’autonomia (il nostro bene istituzionale più prezioso) proprio mentre s’illude di poterla lucidare. Finora c’è sempre andata bene, perché la proverbiale Aussichtslosigkeit di simili tentativi si è schiantata contro un principio di realtà ancora inesorabile e, per fortuna, sempre chiamato in causa quando il deragliamento di pochi stolti attecchiva, proprio come un virus maligno, in un discorso pubblico ripetitivo fino allo sfinimento. Sì, è stancante, molto stancante dover essere ancora qui a tirare il freno a mano per rimettere faticosamente il treno sui binari, per mostrare che il percorso è tracciato e le alternative radicali sono tutte peggiori di ciò di cui disponiamo. Ribadiamolo, quindi, ancora una volta. Ma che noia. Che tristezza.

ff – Numero 20 – La colonnina – 14. Mai 2020