Riscoprire Franz Tumler

È stato appena tradotto in italiano “Nachprüfung eines Abschieds”: testo di snodo per entrare nel laboratorio “picassiano” del grande scrittore sudtirolese.

Qualche anno fa l’editore Haymon di Innsbruck acquistò i diritti per ripubblicare in veste unitaria le opere principali dello scrittore, sudirolese di nascita, Franz Tumler. Uscirono in rapida sequenza libri come Der Mantel, Volterra. Wie ensteht Prosa (entrambi nel 2011), Aufschreibungen aus Trient, Nachprüfungen eines Abschieds (2012) e Der Schritt hinüber (2013). Nelle note che presentano la serie leggiamo: «Tumler zählt zu den prägenden Gestalten der literarischen Moderne der 1950er und 1960er Jahre. Seine Romane und Erzählungen wurden vielfach ausgezeichnet und gelten bis heute als Marksteine moderner Erzählliteratur». Ciò nonostante non è possibile dire che egli sia molto noto al pubblico dei lettori locali, specialmente se di lingua italiana. Per questo motivo è da lodare l’intento dell’editore alphabeta di Merano, il quale – ricalcando le orme dell’esempio austriaco – ha deciso di mettere in cantiere la pubblicazione dei suoi testi più significativi. Dopo aver fatto già uscire a cura di Ferruccio Delle Cave una raccolta poetica in lingua tedesca (Italienische Impressionen, 2018), ecco apparire adesso la traduzione di un piccolo romanzo (o un racconto lungo) che può fungere da “porta d’ingresso” all’intera opera di Tumler. Si tratta di Nachprüfungen eines Abschieds (Memoria di un addio”), tradotto da Maria Luisa Roli e accompagnato da una postfazione del germanista bolzanino Alessandro Costazza, il quale esattamente trent’anni fa compose la monografia “Tumler. Una letteratura di confine”, anch’essa uscita per i tipi di alphabeta.

«In realtà alcune opere di Tumler erano già apparse in italiano – ci spiega Costazza –, per esempio grazie all’interessamento della casa editrice Praxis, che molti anni fa pubblicò il romanzo “Un castello in Austria” nella traduzione di Umberto Gandini. Si trattava però di un incontro “casuale”, incapace di rendere perspicuo il senso di un intero percorso letterario, per non parlare della possibilità di illuminarne i contorni più sfuggenti». Occorreva dunque riprendere il filo di un dialogo interrotto, operare una riflessione su come potersi accostare di nuovo a Tumler senza smarrire la ricerca di quel senso complessivo, e magari sollevare anche un po’ il velo su certi fatti, come la sua compromissione con il regime nazional-socialista, che potrebbero portare ad un duplice errore, segno di un atteggiamento sbrigativo e superficiale: schiacciarlo su quel passato, autorizzandoci così a promuoverne il definitivo oblio artistico, oppure considerare soltanto l’ultima parte della sua produzione, ancorché sicuramente più rilevante, quella cioè sviluppatasi dopo la guerra, come se si trattasse di uno strano albero completamente privo di radici. Riscoprire Tumler senza dimenticarsi niente, insomma, magari cominciando dalla definizione di una matrice narrativa più accessibile, utile a farcene cogliere in modo distinto la voce.

Spiega ancora Costazza: «Nei lavori del Tumler maturo è possibile avvertire una progressione teorica, si acquisisce cioè la percezione di trovarci di fronte a un’impresa letteraria che implica una riflessione ancora interessantissima sulle possibilità e sui limiti del raccontare. In questo senso la sua esperienza può essere certamente riferita a quella tradizione che da Nietzsche e Hugo Von Hofmannstahl si irradia fino a comprendere Robert Musil, Thomas Bernhard e Uwe Johnson. Se Der Schritt hinüber (pubblicato originariamente nel 1956) si colloca un po’ all’inizio di questo percorso, Aufschreibungen aus Trient (uscito 10 anni dopo) lo porta a compimento, proponendosi fra l’altro come uno dei vertici della letteratura di ambientazione sudtirolese dello scorso secolo. E proprio tra questi due termini ecco perciò l’importanza di dare alle stampe questa sorta di ballon d’essai, un racconto-laboratorio come “Memoria di un addio”, che è del 1961, a nostro avviso perfetto per sintonizzarci sulla lunghezza d’onda tumleriana e sulle sue più caratteristiche sfumature».

Ma come descrivere brevemente la particolare prosa di Tumler, in che modo intedere le sfumature del suo linguaggio riferendole ad un’esperienza per noi attuale al fine di giustificarne un pieno recupero? Qui Costazza suggerisce un parallelismo con la pittura di Picasso: «Tumler è un autore che sa scrivere in modo convenzionale, accattivante, ma poi a un certo punto decide di operare uno scarto, adottando stilemi consapevolmente spiazzanti. Se prendiamo ad esempio Aufschreibungen aus Trient siamo alle prese con un testo complesso, che gioca su diversi piani storici e, come si accennava, aggiunge una esplicita riflessione meta-linguistica alla sua prosa. Da questo punto di vista è molto istruttivo anche osservare lo slittamento delle persone utilizzate (dalla terza alla prima, coinvolgendo poi anche la seconda, come se entrasse sempre in gioco l’individualità complice del lettore, del “tu” al quale il testo si rivolge). Questo per dire che non può mai darsi una configurazione ingenua delle parti in causa, giacché ogni atto narrativo è sempre anche una ricostruzione soggettiva di ciò che viene raccontato, un equilibrio sempre in bilico tra verità e menzogna, per il quale ciò che viene affermato (o negato) sottende una concezione mobile dell’identità, o comunque un superamento dei suoi schemi più rigidi». Da figure come Claus Gatterer, Norbert Conrad Kaser e Joseph Zoderer decantato come il “padre della letteratura sudtirolese contemporanea”, secondo Costazza egli esprime in realtà una potenzialità ben più ampia, che eccede un riferimento territoriale o cronologico ristretto, e si protende in avanti (ma anche intorno, al di fuori della cerchia culturale nella quale finora è stato quasi esclusivamente apprezzato e poi dimenticato) prefigurando, è sperabile, orizzonti di fruibilità futura.

ff – 5 gennaio 2022

La joie de vivre

Era moltissimo tempo che non camminavo così tanto. Esiste una app, come tutti sanno, che può calcolare i passi fatti, e quando arrivi – poniamo – a diecimila, a ventimila, a centomila fa bip e ti avverte, aggiungendo pure le congratulazioni. Beh, in poco più di cinque giorni ho totalizzato 60 km (che per me è una cifra mostruosa). Io però sono un tipo strano e non mi piace camminare nella natura, o in montagna. Mi piace camminare in città, possibilmente in città che propongano bellezze in così grande quantità da poter suscitare un continuo stimolo per andare avanti, per svoltare sempre in una nuova strada e da lì proseguire in un’altra ancora e poi ancora e ancora. Purtroppo dalle nostre parti questo non è tanto possibile.

Prendiamo Bolzano. Dopo qualche passo il centro storico è finito e, a patto di non girare continuamente in tondo, si raggiungono fin troppo in fretta i limiti di una bellezza urbana in grado di farci proseguire. A Parigi invece – faccio l’esempio di Parigi perché nei giorni a cavallo del Capodanno ero a Parigi – la bellezza urbana è talmente vasta, talmente estesa, talmente rinascente a ogni incrocio, che camminare non pesa mai. Così scendevo e salivo le scale, attraversavo e riattraversavo i ponti, spaziavo con la vista verso orizzonti di pietra e di vetro ossigenando l’anima di splendori che qui, dove abito, e mi rendo conto di quanto questo confronto sia ingiusto e impietoso, sono negati.

Ero poi talmente immerso nella bellezza e nella dolce fatica di raggiungerla che non mi sono accorto neppure se anche da quelle parti le discussioni sul Covid, le diatribe sui vaccini, o le canzoncine di Natale storpiate dai virologi abbiano tolto la joie de vivre alla maggioranza delle persone. Chissà. Talvolta una vacanza non è solo necessaria per cambiare “aria”, come si suol dire, ma anche per togliersi dalle orecchie il ruminare di discorsi e osservazioni e altre cacofonie che, se già non stai per morire, te ne fanno quasi venire la voglia.

ff – 5 gennaio 2022

La pacca sul culo

Prima di tutto mi scuso per il titolo. Ho perso un po’ dimestichezza con queste cose: “culo” si può ancora scrivere su un giornale serio come questo, oppure si risulta sconvenienti e volgari? Sia come sia, si possa dire o non dire, quel che è certo è che non si può più toccare (neppure con una goliardica “pacca”, secondo la testimonianza che menzioneremo). Pena la rivolta a suon di anatemi, la lapidazione senza avvocati difensori a intralciare il traffico dei lanci, e richieste d’incarcerazione che vanno dai sei ai dodici anni (l’ipotesi di reato è di violenza sessuale). Il fatto credo sia noto: fuori da uno stadio, una cronista messa lì a raccogliere pareri sul risultato della partita (era un trascurabile Empoli-Fiorentina), e poi un tizio che, passando, allunga una mano e dà l’ormai famosissima pacca. Conseguenze immediate: lei e lui, per opposti motivi, che dichiarano di averne avuto la vita distrutta. Vale la pena aggiungere che la donna indossava i pantaloni e qui mi sovviene una rimembranza non mia, bensì di Guido Ceronetti: «Mi ricordo quando le donne cominciarono a indossare in massa i calzoni. Una volta vidi una ragazza rifugiarsi spaventata in una Latteria in una via centrale, inseguita da una banda di maschi urlanti intenzionati, presumo, a farglieli togliere davanti ai loro occhi allucinati di castigatori. Donne severe approvavano: – Dove arriveremo?» (Ti saluto mio secolo crudele. Mistero e sopravvivenza del XX secolo, Einaudi). Dove siamo arrivati: ecco, direi abbastanza lontano, no? Sicuramente è un bene e speriamo che il caso favorisca l’estinzione del gesto depecrabile. Il culo (e non solo quelle delle croniste sportive) merita rispetto e, non potendo farne proprio a meno, una remotissima ammirazione. Però la galera no, dai, ché meriterebbe l’estinzione pure quella.

ff – 16 dicembre 2021

L’ambiente che siamo

È possibile mettere fine all’esasperata conflittualità che contraddistingue l’aneddotica sulle strategie di contenimento della pandemia? Un libro ci aiuta a considerare le cose dall’alto.

In Italia i mezzi d’informazione hanno dato molta rilevanza alla morte di Johann Biacsics, uno dei più ostinati e convinti No-Vax austriaci, deceduto alla fine di novembre dopo aver contratto il Covid-19. A quanto pare, avrebbe per giorni tentato di curarsi con clisteri a base di candeggina.

Biacsics era noto per i suoi libri, articoli e video di YouTube sul tema dell’autoguarigione. Il 65enne era convinto che la medicina alternativa potesse curare anche patologie come il cancro. Due settimane prima della sua morte, prese parte a diverse manifestazioni contro le chiusure organizzate a Vienna, diffondendo fake news. “Ci sono principalmente persone vaccinate nelle unità di terapia intensiva. Il 67 per cento è vaccinato”, disse ai giornalisti televisivi presenti. Quando i cronisti lo corressero, aggiunse di avere “informazioni privilegiate”. Attenzione però: un fatto come questo non parla mai da solo, non esprime tutto ciò che può significare senza contemporaneamente alludere a una fitta trama di rapporti di senso che, se travisati, ci farebbero precipitare in una aneddotica deteriore.

Sbaglierebbe, insomma, chi credesse di trovarsi qui davanti a un pazzo o all’esponente di una minoranza esigua. Lasciando l’Austria, potremmo citare l’esempio di un portuale di Trieste, anche lui in origine protagonista delle proteste organizzate nella sua città, e poi finito ricoverato in ospedale dopo essere stato colpito dall’infenzione: “Ho aghi dappertutto e i polmoni distrutti. Sono pentito di non essermi vaccinato”. Neppure la testimoniaza di un pentito può contribuire comunque a mitigare scetticismo e malumore (se non vero e proprio astio) nei confronti delle misure di contenimento della pandemia, in particolare della campagna vaccinale, e persino della “scienza” o della “politica” considerate come universali di antico e sorpassato conio. Basta infatti prendere spunto dai pochissimi casi di segno opposto – ricordiamo la giovane ligure Camilla Canepa, oppure il 24enne Traian Calancea, morto per emorragia cerebrale lo scorso 20 ottobre, dieci giorni dopo aver ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer – per alimentare e diffondere immediatamente aggressive teorie del complotto. Teorie tanto più difficili da sconfiggere proprio perché chiunque ci provi viene considerato anch’esso complice del malefico disegno complessivo.

Al fine di non restare invischiati in contrapposizioni sterili, alimentate dalla dimensione orizzontale e labirintica dei social, occorre allora tornare a riattivare uno sguardo dall’alto, svincolato dall’ossessiva ricerca di spiegazioni univoche riguardo a tutto ciò che avviene (dall’esplosione di una pandemia su scala planetaria alla sofferenza del conoscente in un reparto d’ospedale). In un libro appena uscito per le edizioni Feltrinelli (La salute del mondo. Ambiente, società, pandemie), scritto da Paolo Vineis (professore di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra) e Luca Savarino (professore di Bioetica all’Università del Piemonte Orientale), è proprio l’approccio monocausale ad essere messo radicalmente in questione: “Il nostro intento – scrivono nell’introduzione gli autori – è in primis quello di sfuggire a tutte le forme di semplificazione che pretenderebbero di individuare la causa unica di un evento che in pochi giorni ha determinato la sospensione improvvisa e totale di un sistema economico e di un ordine sociale che sembravano immodificabili”. E già una domanda, sulla quale tendiamo a sorvolare, vale a dire se il Covid-19 sia “un fenomeno naturale o sociale”, tradisce un pensiero semplicistico, strutturalmente inadeguato ad afferrare la posta in gioco. Eppure, è solo liberandoci dal ricorso a sempre nuove dicotomie che diventa possibile riformulare i rapporti (e ritrovare un accordo) tra la dimensione morale e politica (così come essa si è configurata negli ultimi due anni) e quei settori della ricerca scientifica indispensabili (ma non autosufficienti!) per produrre le decisioni delle quali abbiamo bisogno: “È necessario diventare consapevoli – si legge all’inizio della terza parte, intitolata “Una nuova agenda per l’etica e la politica del ventunesimo secolo?” – che la scienza non può mai giustificare una decisione politica, ma può falsificarla: una decisione conforme ai risultati della scienza non è necessariamente giusta; una decisione in contraddizione con i dati della scienza è necessariamente sbagliata”.

Il volume di Vineis e Savarino ha una tesi forte: per diventare pienamente consapevoli di quello che sta accadendo occorre pensare al nostro pianeta come un’entità globale in cui tutti i viventi (al di là quindi dell’antropocentrismo in cui siamo concettualmente cresciuti) sono strettamente interconnessi. Esiste uno scambio continuo e sottile, una vera e propria rete che ci trattiene ormai in fragilissimo equilibrio all’interno dell’ambiente che abitiamo (o per meglio dire: dell’ambiente che siamo). Se vogliamo guardare al futuro con maggiore ottimismo è indispensabile così sostituire all’idea di una lotta contro qualcosa – si pensi all’uso delle metafore belliche a proposito dell’opposizione al virus, ma anche alla vera e propria violentissima guerra delle opinioni alla quale siamo continuamente esposti – l’idea di una mobilitazione per un bene da salvaguardare mediante scelte responsabili e lungimiranti: l’intera salute del mondo. In questo senso fenomeni macroscopici come quello della pandemia possono essere affrontati solo nel quadro di soluzioni a problematiche ancora più vaste (come la crisi climatica, per limitarci alla più eclatante), obbligandoci a ridefinire in profondità strategie anche comunicative finora assenti o comunque incapaci di arginare l’immensa confusione che vediamo allargarsi attorno a noi.

ff – 16 dicembre 2021

Un ego ingombrante

Abbiamo più volte notato come il fronte degli oppositori alla campagna vaccinale (e in modo ancora più sfumato e refrattario a sottostare a un’unica impronta di riconoscimento quello contiguo degli oppositori alla certificazione verde) sia estremamente variopinto. Una nota di squillante colore è certamente portata dall’ex comandante degli Schützen sudtirolesi – nonché rapper patriottico – Jürgen Wirth Anderlan. Dovunque vada in scena una manifestazione nella quale l’eterno e sfuggente tema della “libertà” sia declinato a beneficio dell’abbattimento delle cosiddette “gabbie sanitarie” (ovviamente purché tali manifestazioni siano organizzate nel recinto geografico e culturale che ne valorizzi la barba hoferiana e il cipiglio marziale) ecco che il nostro spunta e parla e ammonisce e sprona. Di recente, per esempio, è comparso sull’ominosa Heldenplatz viennese, città da lui definita il quartier generale dei “folli criminali”. E da lì, abbracciato al capo della FÖP Herbert Kick [vedi la foto di copertina] e applaudito (con un tweet, forse da Ibiza) dall’ex vice-cancelliere Heinz-Christian Strache, ha cercato di fondersi misticamente con quel popolo «fiero e coraggioso, mobilitatosi per sconfiggere la discriminazione, l’esclusione e il ricatto».

Come ci è già capitato in un’altra occasione di osservare, la debolezza dei contestatori raccolti sotto il cielo del dubbio iperbolico (e incurante di schiantarsi contro contraddizioni impermeabili a qualsivoglia confutazione: si va dall’ipotesi di un complotto universale ordito dalla tecno-scienza a dichiarazioni che si richiamano ad antiche superstizioni) consiste soprattutto nella mancanza di una piattaforma praticabile, sulla quale magari depositare istanze critiche comprensibili, o quantomeno perplessità legittime, in modo da farle prima decantare e quindi renderle sul medio e lungo periodo utilizzabili al di là della loro immediata infiammabilità pre-politica. Il ragionamento, in teoria, non dovrebbe essere troppo difficile da capire: chi dice “no” e “non se ne parla” avrebbe l’onore e l’onere di assumersi la responsabilità di pronunciare qualche “sì”e qualche parola costruttiva per tirarci fuori da questa situazione. Sappiamo però come anche il fascino della negazione fine a se stessa possa mobilitare qualche speranza priva di oggetto, all’insegna dell’utilitaristico “tutto fa brodo”.

I maligni (ma neppure tanto) hanno intanto profetizzato l’avverarsi di ciò che per adesso si limita a non apparire implausibile. Se al difficile realismo governativo condotto per mano da una scienza ancora più triste dell’economia (e qui potremmo quasi suggerire agli amanti delle kermesse tematiche l’organizzazione di un bel festival dell’immunologia) si dovrà reagire con l’allestimento di un sogno tanto sciocco quanto prepotente – libertà, libertà, libertà: non importa come –, un sicuro candidato a portarne in alto il vessillo, come si vede, l’abbiamo già trovato. Passare dal grande bluff dell’autodeterminazione dei popoli a quella dei sani che non vogliono sottostare alla “dittatura profilattica” sarà automatico. L’era post-coroniale non è ancora cominciata, ma il terreno viene seminato con slogan in grado di far cortocircuitare passato e futuro, progetti falliti e fallimenti di là da venire, ancorché lucrativi come i precedenti. Ha esclamato ancora Wirth Anderlan: «Quelli che si ribellano fanno la storia, quelli che continuano a inginocchiarsi saranno dimenticati». Tra i primi e i secondi, adesso, possiamo già cominciare a contare chi, alle prossime elezioni, punterà a un 4-5% di voti per far sedere il proprio ingombrante ego nei Consigli di provincia e regione?

Corriere dell’Alto Adige, 16 dicembre 2021

Scherzare col fuoco

La notizia è ormai di dominio pubblico, rimbalza con una certa continuità e figura in bella (si fa per dire) evidenza anche sui media nazionali e internazionali. Basta inserire in un qualsiasi motore di ricerca le parole “Corona”, “Covid” e “Party” e verrà subito suggerito il complemento di luogo: Alto Adige, Südtirol. Di cosa si tratti l’ha spiegato bene il fotografo meranese Andrea Pizzini, da alcuni mesi impegnato a documentare ciò che avviene all’interno delle terapie intensive di Bolzano e Merano: «Quando ho sentito le “voci” sui possibili Corona Party – ha scritto sulla sua pagina Facebook – non ho voluto crederci. So come la gente tende ad esagerare e allora preferivo ignorare il tema e raccontare sempre solo quel che vedo o che sento da persone di cui ho fiducia massima. Ma poi ho notato che quando giravano le voci di una certa “festa” in qualche zona dell’ Alto Adige regolarmente, come un orologio, dopo una o due settimane si vedevano arrivare gruppi di pazienti provenienti da quelle zone. Prima da Renon, poi dalla Val Passiria, dalla Val Venosta, e così via». Perché poi lo si faccia è presto detto: un misto di spavalderia, insubordinazione giovanile o giovanilistica, tentativo di procurarsi la certificazione verde evitando i vaccini.

Ora, il fenomeno non era sconosciuto e la specialità non può essere attribuita solo al nostro territorio. Consultando la pagina Wikipedia “Covid-19 party” si trovano informazioni che ci portano per esempio negli USA, e qui la letteratura specializzata tende piuttosto a minimizzare: «Non ci sono prove verificabili di feste organizzate in modo che le persone si infettino intenzionalmente. Tali storie sono state paragonate al folklore o qualificate come leggende urbane». Al contrario, sui mezzi d’informazione in lingua tedesca (germanici e austriaci) si attribuisce molta credibilità a queste “voci” e non mancano (anche a scopo d’ammonimento) reportage su storie individuali finite in modo tragico.

Anche se però si trattasse solo di “voci”, o di casi scaturiti da una millanteria da strapazzo, non dovremmo fingere che alla base di tali possibili derive “demenziali” non esista una tendenza più generale, anche se magari poi non giunge ad esprimersi sempre in gesti così dissennati. Qui interagiscono infatti due fattori potenzialmente devastanti, soprattutto perché strettamente legati: il primo si basa sulla sottovalutazione e dimenticanza della pandemia, sia riguardo a ciò che essa ha già causato alla nostra società, sia rispetto a quanto essa ancora potrebbe provocare se abbassassimo il livello di controllo; il secondo è il considerare gli effetti di una malattia globale soltanto dal proprio ristrettissimo punto di vista, come se insomma tutto quanto è accaduto e sta accadendo si sciogliesse al sole cocente di una decisione personale in grado di rendere conto solo di se stessa, perché in fondo, si crede, il mondo è solo una nostra rappresentazione. Mutando tutto ciò che può essere mutato, un atteggiamento del genere volgarizza e conduce all’assurdo l’antica dottrina filosofica del “solipsismo”, secondo la quale l’esistenza delle cose (ma anche degli altri) non è che un riflesso inconsistente di quello che si svolge all’interno della propria coscienza.

Coscienza che dista pochissimo dall’incoscienza, peraltro, e talvolta ci sprofonda stolidamente dentro, come la pratica o la diceria delle feste organizzate per infettarsi illustrano in modo inequivocabile.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 23 novembre 2021

Guardia alta, meno scontri

Dunque il colore che tutti temono, il giallo, non è solo all’orizzonte: ci siamo già con un piede dentro. Forse siamo addirittura all’arancione e fingiamo di non accorgercene. Ciò che desta maggiore preoccupazione è la tendenza complessiva. L’assessore Widmann ha parlato all’inizio della settimana di un drammatico aumento dei contagi e di una quarta ondata che nessuno, al momento, può promettere di riuscire a fermare. Dovranno essere ridefinite le strategie finora adottate? Dobbiamo aspettarci una nuova mossa fuori dagli schemi dei provvedimenti stabiliti su base nazionale? Secondo il governatore Kompatscher il problema poggia anche sulla scarsa disciplina di parte della popolazione, che non rispetterebbe le regole. Il pericolo di un’accentuazione delle misure di contenimento della pandemia, e quindi di un relativo inasprimento dello scontro tra posizioni diverse, è concreto, e mai come stavolta sarebbe necessaria ponderatezza, disponibilità al confronto e capacità persuasiva.

Al fine di favorire tale sviluppo, è utile tenere sullo sfondo non soltanto l’orientamento che noi gradiremmo venisse confermato. Ma anche l’indirizzo di pensiero diverso. Facendo leva su un minimo grado di empatia, cerchiamo così di leggere i dati con gli occhi di chi attualmente sta contestando le misure adottate dai nostri governi al fine di contrastare la diffusione del contagio: in primo luogo da parte di chi continua a considerare la vaccinazione inutile oppure persino dannosa. Non tutte le preoccupazioni e le perplessità espresse si originano da teorie complottiste inverificabili o sfocianti in una paranoia di massa. In un libro davvero illuminante, pubblicato di recente dalla filosofa Donatella Di Cesare, leggiamo: «Oggi più che mai va difeso ed elogiato il sospetto. Il che non equivale a reificarlo, come avviene con il dubbio dell’iperscettico che finisce per essere un ipercredulo» («Il complotto al potere», Einaudi).

Se insomma è ragionevole sostenere che i vaccini siano uno strumento in grado di contenere gli effetti della pandemia entro limiti più sopportabili, non bisogna demonizzare la critica che (in assenza di un obbligo vaccinale) continua a interrogarsi sul senso di una chiusura a tappeto di qualsiasi attività alla quale non potrebbe più accedere chi (per convinzioni personali difficilmente erodibili) abbia comunque deciso di non farsi vaccinare. Da questo punto di vista riacquisterebbero spessore quasi nostalgico le valutazioni di chi difendeva la tanto vituperata certificazione verde scelta dall’Italia, capace di assicurare comunque una maggiore libertà e un controllo più stretto sullo stato dei contagi rispetto a quanto sta già avvenendo oltre confine, per esempio in Austria, dove il precipitare degli eventi ha reso necessario introdurre prima un lockdown selettivo, e poi addirittura una chiusura totale in Oberösterreich e Salisburgo.

Dopo aver mostrato disponibilità all’ascolto, occorre comunque ribadire alcuni punti fermi sul piano politico. E qui due cose assumono un profilo innegabile. A meno di non voler considerare la pandemia una costruzione mitologica, escogitata per mettere in pratica la distopia orwelliana, non è possibile seguire in nessun modo chi affermasse il ricorso a scelte individuali insensibili a una ricaduta pubblica dei propri comportamenti. La prova, e siamo alla seconda evidenza di cui sto parlando, è che le proteste sinora emerse non hanno per fortuna trovato una sponda politica disposta a farsene carico, persino all’interno di quei partiti che in genere sono soliti cavalcare gli umori più irresponsabili. In questo passaggio abbiamo bisogno di tutto, fuorché di un aumento del livello di scontro.

Corriere dell’Alto Adige, 19 novembre 2021

Storici coraggiosi

Tra le virtù dei margini c’è quella di poter osservare con maggiore distacco ed equilibrio ciò che si consuma al centro. Una constatazione che, per esempio, sorge spontanea apprezzando come dalla periferia geografica di una nazione – periferia da intendere sempre anche come confine tra territori diversi – si possa articolare con più incisività il necessario lavorio decostruttivo di pose e mitologie elaborate dai diversi centri per legittimare la propria posizione di predominio.

A questo proposito, ormai da alcuni anni, spicca l’attività di un giovane storico trentino, Francesco Filippi, che in passato si è reso protagonista di un vero e proprio caso editoriale grazie a un libro che passava al setaccio l’edulcorazione del Ventennio fascista (“Mussolini ha fatto anche cose buone”, uscito per Bollati Boringhieri), e adesso è appena tornato in libreria con un saggio dedicato alla torbida vicenda del colonialismo italiano (“Noi però gli abbiamo fatto le strade”, anch’esso pubblicato da Bollati Boringhieri). Scrive Filippi introducendo questo secondo volume: «È opinione comune che il grande fenomeno dell’assalto bianco alla conquista delle ricchezze globali non abbia coinvolto che di striscio l’Italia e soprattutto abbia toccato pochissimi italiani. Nella memoria collettiva, poi, questo scarso coinvolgimento, soprattutto dopo la perdita del controllo delle colonie nel secondo dopoguerra, si trasforma a volte in una implicita ammissione di estraneità: che gli italiani abbiano aderito “tardi e male” all’assalto di altri continenti pare essere la dimostrazione che gli italiani “per loro natura” non siano portati al dominio sull’Altro». Il libro dimostra ovviamente che le cose non stanno così e che la leggenda auto-assolutoria degli “italiani brava gente” continua a prosperare su uno spesso strato di rimozione.

Facendo però leva sul concetto (negato) di dominio sull’“altro”, potremmo qui inserire una nota supplementare che nel volume di Filippi non è presente. Anche l’annessione dei frammenti di Tirolo storico al Regno d’Italia, prima, e poi la loro definitiva incorporazione nel tessuto statale dell’Italia repubblicana ha infatti assunto, per un lungo periodo, i tratti di un’impresa coloniale sui generis, ancorché fortunatamente mancata. A testimoniarlo in modo eminente la famosa scritta che campeggia sul frontone del monumento piacentiniano nella piazza dedicata alla “vittoria” contro l’impero austro-ungarico. Qui occorre comuque distinguere e sottolineare un rilievo che, in modo sorprendente, è emerso dalle recenti ricerche di Annemarie Augschöll, un’altra storica locale, stavolta sudtirolese, a proposito della forzata italianizzazione delle scuole nella provincia di Bolzano durante il periodo fascista.

Contrariamente alla vulgata dominante, in un’intervista rilasciata al settimanale “ff” Augschöll ha messo in evidenza come il pregiudizio a ragione smontato da Filippi – che cioè Mussolini abbia fatto anche molte cose buone – potesse tuttavia sprigionare elementi di critica rispetto all’opinione che inscrive “ogni elemento” di quella colonizzazione nel quadro di un annientamento della minoranza tedesca e ladina. La linea argomentativa sostenuta da Augschöll è raffinata, attentissima a non scivolare in un grossolano revisionismo. Basandosi sulle testimonianze di chi frequentò la scuola fascista, è riuscita così a recuperare valutazioni più sfumate, persino inaspettatamente positive, tali da poter separare i tratti repellenti della dittatura dalla loro ipostatizzazione di comodo, responsabile (a suo motivato dire) di aver raggelato il trauma subito in atteggiamenti vittimistici improduttivi e agenti oltre i confini del perimetro storico in cui si sono originati. Perché per esempio – si chiede a un certo punto Augschöll – abbiamo così tanti problemi ad accettare l’idea di una scuola plurilingue? «Perché – risponde – ci sono ancora troppe esperienze, narrazioni e ricordi tramandati che galleggiano nelle nostre teste che non vengono mai discussi adeguatamente e apertamente, comprese molte paure che derivano dal fascismo».

Anche se in apparenza Filippi e Augschöll stanno dicendo cose diverse, o persino opposte, è muovendo dai loro rispettivi margini d’osservazione, dal coraggio con il quale tentano di mettere in questione visioni incrostate, che possiamo attingere una speranza finalmente liberata dalle ipoteche del passato.

Corriere dell’Alto Adige, 31 ottobre 2021, pubblicato col titolo “Cancellare le ipoteche del passato”

La voce della poesia

Molto raramente leggo poesie in classe. Ho il vantaggio, se posso dirlo con ironia, che i programmi ai quali mi devo attenere non lo prevedono. Niente poesia, niente letteratura. La lingua che insegno ha un’unica vocazione: quella di essere strumentale. Nulla di più. Eppure la lingua non è solo uno strumento, la lingua è un corpo vivente, e ci propone sempre una lotta corpo a corpo, quando la usiamo. Ma il corpo a corpo che una lingua ingaggia con noi (e che noi ingaggiamo con lei) è solo uno dei tanti corpo a corpo possibili. Anche se può sembrare strano, una lingua è sempre in lotta con le altre, perché ogni lingua condivide assieme alle altre lo spazio aperto del dicibile, quel dicibile che sostiene ogni lingua, la fa emergere, lasciando presagire anche la presenza di altri modi di dire, e quindi di altre lingue. Nel caso della poesia, il corpo a corpo tra noi e la lingua, e quello tra le lingue, che prima ho definito lotta, lo potremmo anche chiamare amore.

Così, qualche giorno fa ho letto in classe una poesia sollevandola da tutti gli incarichi che le si potrebbero attribuire all’interno di un programma scolastico. Gli studenti non dovevano far altro che ascoltare, se possibile capire, ma non prendere appunti, non aspettarsi domande, non temere che dalla poesia potessero originarsi degli esercizi. L’unica cosa che volevo facessero era quella di restare esposti per pochi minuti all’effetto di questa poesia, alla sua voce. Volevo far risuonare la voce della poesia nel perimetro esclusivo della sua lettura. In realtà, nessuno dovrebbe aspettarsi molto di più. Oppure sì? Visto che già questo potrebbe riempire di senso non solo pochi minuti, e neppure alcune ore, ma un intero anno scolastico, un’intera vita.

La poesia che ho scelto è “In memoria”, di Giuseppe Ungaretti.

Fatene pure quello che volete.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

Autodeterminazione e vaccini

Qualche giorno fa il quotidiano Dolomiten ha pubblicato una lunga intervista all’immunologo Bernd Gänsbacher dal titolo «Die Südtiroler haben’s selbst in der Hand» (si potrebbe tradurre così: sono i sudtirolesi che hanno la possibilità di decidere da soli). Vale la pena scorrere le sue conclusioni, perché illustrano con chiarezza il buon senso scientifico che quasi tutti gli specialisti del settore non si stancano di diffondere da quando si è capito che all’attacco del virus si poteva rispondere solo massimizzando il ricorso ai vaccini. «Ogni popolazione – afferma Gänsbacher – ha la possibilità di decidere autonomamente. E l’obiettivo primario della società dovrebbe essere quello di avere il maggior numero possibile di persone vaccinate, in modo che il virus non abbia l’opportunità di infettare i non vaccinati e gli immunocompromessi, testando così come può aggirare in modo migliore il sistema di difesa immunitario e formare mutanti resistenti al vaccino».

Ma se questo è, per l’appunto, il buon senso scientifico, resta da capire perché, a quanto ci dicono i numeri, i sudtirolesi finora si sono dimostrati particolarmente restii a non prendere la decisione che gli esperti si sarebbero aspettati da loro, collocando così la nostra provincia in fondo alla classifica dei vaccinati.

In genere le motivazioni offerte per giustificare la robusta opposizione alla campagna vaccinale attingono ad argomentazioni non riscontrabili solo qui. Si va dal sospetto nei confronti di medicinali ritenuti non sufficientemente testati, dalla presupposizione che essi possano insomma dare origine ad effetti collaterali addirittura più letali della stessa malattia che avrebbero il compito di prevenire, fino alla messa in questione della stessa strategia complessiva adottata per contrastare gli effetti della pandemia, basandosi cioè sull’opinione che il virus possa essere ben più efficacemente combattuto ricorrendo all’uso precoce di farmaci alternativi.

Le informazioni sulle «cure domiciliari precoci» – spiega un contributo molto chiaro pubblicato dal portale d’informazione online Il Post «hanno un certo seguito perché vengono promosse anche da medici (raramente specializzati in immunologia o virologia), che contribuiscono a dare loro un’aura di legittimità e coerenza scientifica, nonostante non siano basate su chiare evidenze» e inoltre alimentano surrettiziamente la classica teoria del complotto, secondo la quale – prosegue l’articolo – «le istituzioni e le autorità sanitarie non dicono tutta la verità per coprire altri interessi. In questa narrazione, chi propone di trattare la COVID-19 fuori dai protocolli si presenta come l’esperto controcorrente osteggiato dal potere costituito o dalle grandi aziende farmaceutiche; società che comunque producono anche i farmaci consigliati per le cure precoci».

A queste argomentazioni volendo, si potrebbe aggiungere poi una nota di colore «etnico», desunta dalla famosissima storia della rivolta hoferiana del 1809 contro i bavaresi. Tra i vari motivi scatenanti, desta infatti curiosità l’opposizione all’obbligo della vaccinazione contro il vaiolo voluta dal governo di Monaco. «Questo morbo – leggiamo in una cronaca – mieteva ogni anno molte centinaia di vittime nel già spopolato Tirolo, ma i suoi abitanti erano convinti che la vaccinazione fosse una creazione diabolica, tramite la quale venisse iniettato il protestantesimo. L’obbligo della vaccinazione anti-vaiolosa provocò violenti tumulti nel Tirolo propriamente detto». Possibile che l’onda lunga e sotterranea di fatti accaduti tanto tempo fa abbia contribuito a modellare una mentalità collettiva che, seppur non in modo consapevole, riproponga atteggiamenti comparabili? Sarebbe come sovrapporre le fotografie di Heike Müller (ex aiuto primario ed ex compagna di Luis Durnwalder) o di Renate Holzeisen (l’avvocatessa in prima linea soprattutto contro l’introduzione della certificazione verde) e ritrovare il ritratto di Joachim Haspinger.

Accantonando la suggestione appena evocata, alla quale ci rifiutiamo ovviamente di dare particolare peso, resta il fatto che il governo provinciale (da tempo ormai in linea con quello nazionale) deve affrontare la svolta del 15 ottobre cercando di convincere chi ancora non si è vaccinato a farlo al più presto. Chissà se declinando in senso medico il richiamo alla Selbsbestimmung, della quale in sostanza parlava Gänsbacher nell’intervista citata, non possa ottenere il successo finora mancato.

Corriere dell’Alto Adige, 17 ottobre 2021 – Pubblicato col titolo “I vaccini e i dubbi da superare”

A mani nude contro Hitler

Ucciso dai nazisti per essersi rifiutato di combattere, dopo un lungo oblio venne beatificato nel 2007. Un libro ricorda l’altissima figura morale di Franz Jägerstätter.

La breve vita del contadino e obiettore di coscienza austriaco Franz Jägerstätter (Sankt Radegund, 20 maggio 1907 – Brandeburgo sulla Havel, 9 agosto 1943) coinvolge in un unico tratto eroismo civile e santità cristiana. Ma se ne potrebbe dare una lettura anche più laica, ricordando ciò che una volta scrisse il filosofo Emmanuel Lévinas: «Il solo valore assoluto è la possibilità umana di dare una priorità all’altro rispetto a sé». Perché valori come amore, tolleranza, compassione non dipendono dalla fede, né da una specifica religione. Ne racconta la storia straordinaria un libro, appena uscito per le edizioni Emi, scritto dal giornalista bolzanino Francesco Comina, al quale abbiamo chiesto di parlarci dell’uomo che ha affrontato il terzo Reich rispondendo alla chiamata della propria coscienza.

In che circostanze hai portato a compimento la stesura del tuo libro?

Il 9 agosto del 2015 sono stato invitato a St. Radegund, nella casa-fattoria di Franz Jägerstätter, per cercare di fare un parallelismo fra i due padri di famiglia antinazisti, ossia Franz e Josef Mayr-Nusser. Erano i giorni delle commemorazioni per la morte del contadino austriaco. Ho parlato nella Stube e mi sono commosso pensando che in quella stanza maturò la sua ribellione a Hitler. Con me c’erano Leopold Steurer e Giampiero Girardi, che vent’anni fa ci ha fatto conoscere la vicenda dell’obiettore di coscienza ghigliottinato a Berlino nel 1943. Lì cominciai a pensare di scrivere un racconto ma ci è voluta l’insistenza del direttore editoriale della Emi per convincermi ad affrontare un progetto più vasto.

Il caso di Jägerstätter è emerso dopo una stagione di oblio, una vera e propria damnatio memoriae che non ha risparmiato altri oppositori al regime nazista. Quali sono i passi che hanno portato alla sua riscoperta e quindi alla molto tardiva beatificazione?

Conosciamo la storia di Jägerstätter grazie all’illuminazione di un sociologo pacifista americano, Gordon Zahn, che nel nel 1964 uscì con un libro-reportage dal titolo In Solitary Witness: The Life and Death of Franz Jägerstätter. Quel libro ebbe una eco enorme negli States e suscitò l’interesse di uno degli uomini simbolo del movimento pacifista, ossia il monaco trappista Thomas Merton. Merton rilanciò la vicenda di Jägerstätter nel libro Fede e violenza, uscito in Italia nel ’69 con la prefazione di Padre Balducci. La storia fu poi ripresa nel Concilio Vaticano II, in una discussione dedicata all’obiezione di coscienza. A quel punto anche in Austria non si poteva più far finta di nulla, nonostante i silenzi della Chiesa e l’esecrazione delle associazioni dei veterani di guerra che non volevano sentir parlare di quel “traditore”.

Qual è il nucleo dal quale si irradia il messaggio offerto da Jägerstätter?

Jägerstätter prende gradualmente coscienza di cosa è il bene e cosa è il male fin da giovanissimo, quando decide di andare per un periodo di tempo a lavorare nelle miniere. Lì comincia a capire come agisce il potere, come l’uomo viene reso schiavo dall’ingiustizia che divide il mondo in ricchi e poveri. Scrive addirittura dei versi sulla dialettica servo-padrone. Ciò che gli altri non vedono, o non vogliono vedere, diventa così per lui chiarissimo: «L’appartenenza a Cristo richiede il coraggio della testimonianza». Con l’avvento del nazismo le sue domande si fanno brucianti: come si può aderire ad un sistema che sacrifica i deboli, i malati, gli anziani? Come può un cristiano leggere “beati i costruttori di pace” e nello stesso tempo sparare al prossimo di un’altra nazione? Come si può obbedire a leggi ingiuste?

La Chiesa austriaca (ma non solo quella) cercò però di spegnerlo, quel fuoco. Perché così tanta difficoltà, anche dopo la sua morte, a riconoscerne l’urgenza e l’autenticità?

Mentre lui urla le sue verità è preso per matto. Si precipita dal Vescovo Josef Fließer con i suoi quesiti dirimenti e viene rimandato a casa senza risposte. Ne parla in famiglia e tutti si terrorizzano. Evidentemente, Jägerstätter era allora una figura troppo scomoda per una chiesa tiepida e questa situazione si protrasse ancora per molti anni: il suo messaggio scuoteva alle radici una società piena di sensi di colpa a causa di tutte le compromissioni avvenute durante gli anni del nazismo. Con una formula si potrebbe forse dire che, attraverso la vita di Jägerstätter, Cristo si è fatto nuovamente vivo nell’Austria devastata dalla dittatura, ma questa verità ha spaventato in primo luogo chi avrebbe dovuto riconoscerla.

Un fotogramma dal film di Terrence Malick (Hidden life, uscito nel 2019), dedicato a Franz Jägerstätter

Pensi che per chi possiede la fede sia più semplice giungere a gesti di una simile portata?

Uno dei grandi teologi del Novecento, Dietrich Bonhoeffer (anche lui ucciso dai nazisti nell’aprile del ’45) aveva introdotto il tema della fede adulta. Diceva Bonhoeffer: “Come cristiani oggi dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur”, ossia senza tirar in ballo l’ipotesi di Dio. Una fede immatura si aliena dalla storia e si ritira in uno spazio rarefatto, ignorando il principio di responsabilità. Non ci serve oggi un Dio tappabuchi buono per tutte le stagioni – diceva Bonhoeffer – ma un’etica umana capace di trascinare il male a giudizio. Jägerstätter aveva una fede solidissima e felice. Una fede adulta, capace di fondere libertà e responsabilità. Non so se la fede nell’aldilà sia di per sé un sostegno a scelte radicali. Tanti non credenti hanno perso la vita in nome di diritti calpestati. Certamente in questi uomini dalla fede adulta si avverte una spinta in più, una fiducia che i giochi non si risolvono qui ed ora, ma che c’è qualcosa capace di animare la speranza di un riscatto post mortem.

In un punto le parole di Jägerstätter da te citate riecheggiano la famosa frase di Hannah Arendt “nessuno ha il diritto di obbedire”: «… l’obbedienza non deve arrivare al punto di commettere azioni malvage in suo nome…» Ma se l’obbedienza non è più un diritto (Arendt) o una virtù (Don Milani) diventa lecito anche oltrepassare le leggi vigenti?

Fra la legge di uno Stato che, in tempo di guerra, ordina di uccidere e la coscienza morale che afferma “tu non uccidere!” deve prevalere la legge morale, perché quella legge morale ha una dimensione profetica, che la legge dello Stato non possiede in quanto la legge è finita mentre la coscienza è infinita. Dunque penso che il limite sia oltrepassabile allorché si manifesta la consapevolezza certa, profonda e autentica della immoralità di una legge. Una legge che impedisce di salvare una persona è una legge ingiusta e va cambiata.

Hai ricordato in precedenza Josef Mayr-Nusser, al quale hai dedicato peraltro un tuo precedente libro. Quali sono i tratti che accomunano maggiormente i due personaggi e quelli che li dividono?

Jägerstätter era il più solo dei soli. La sua formazione è venuta dall’esperienza diretta, dalle letture improvvisate nella biblioteca del nonno, dalla relazione con Franziska Schwaninger, la moglie che gli è sempre stata vicina nei momenti più drammatici. Josef Mayr-Nusser aveva una cultura più solida, lavorava in una ditta commerciale, era presidente dei giovani dell’Azione Cattolica, aveva quindi fonti dirette su ciò che accadeva intorno a lui. Li possiamo accomunare senza però dimenticare le differenze.

Hai già avuto modo di presentare il volume, possiamo sperare di averti presto anche a Bolzano?

Ho già girato moltissimo: Rimini, Sorrivoli, Assisi, Fano, Merano, Cremona, Brescia. Il 14 sarò con Alex Zanotelli al Salone del libro di Torino, il 15 a Trento e il 16 a Lichtenstern, dove ci sarà anche la biografa austriaca Erna Putz, la quale dal 1979 gestisce l’archivio di Jägerstätter per la diocesi di Linz. Certo, mi piacerebbe molto inserire anche una data a Bolzano, magari unendo la presentazione del libro alla visione del recente e bellissimo film di Terrence Malick (Hidden life), che ne ha raccontato la vita e la passione attraverso immagini davvero possenti.

ff – 7 ottobre 2021

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Modello che va ripensato

Si può obbligare qualcuno a «integrarsi» in una determinata società, vale a dire quella in cui vive, provenendo da un altro contesto? Ha senso parlare di integrazione ponendo condizioni escludenti? La domanda potrebbe acquistare un’altra luce, se il verbo che la inaugura (quello che rimanda a un «obbligo») non nascondesse di per sé una risposta a sua volta obbligata. E la risposta è no: non si può obbligare nessuno a integrarsi, perché l’integrazione è sempre un processo spontaneo, e qualora si configuri alla stregua di una imposizione (pena l’esclusione dal godimento di diritti arbitrariamente definiti «non essenziali») tale processo viene vanificato. Tutt’altro scenario si aprirebbe, se all’obbligo venisse sostituita una pratica o un complesso di pratiche che favorissero il dialogo interculturale, non dimenticando che nel caso di un «vero dialogo» non ci troviamo di fronte a uno che parla (sempre) e l’altro che ascolta (sempre), ma l’ascolto deve essere reciproco. In un dialogo, insomma, si parla e si ascolta, in un gioco che prevede uno scambio inclusivo: altrimenti avremo solo un monologo. Se tale è la premessa, non è difficile accorgersi come l’obiettivo che la Provincia di Bolzano intende realizzare al fine di integrare i cittadini extraeuropei — legando i sussidi del welfare a determinate conoscenze obbligate, sia dal punto di vista linguistico che culturale — si conformi pienamente a una imposizione monologante.

Per di più molto simile a un ricatto (il motto è «Fordern un Fördern», vale a dire «Ti concediamo le nostre prestazioni sociali a patto che tu faccia quello che noi vogliamo»). Ed ecco infatti cosa intende Philipp Achammer, che della nuova legge sull’integrazione è uno dei massimi sponsor, allorché interrogato sul significato del termine «integrazione» risponde: «Per me integrazione significa poter diventare parte integrante di una società, possibilmente con pari diritti. Integrazione non significa rinunciare alla propria cultura o alla propria confessione, ma per diventare parte di una società devo muovermi all’interno di una determinata cornice. Se non parlo la lingua non ho la capacità di muovermi agevolmente in questa cornice, perché non verrei capito». Il sottotesto implica che quanto più sarà stringente e cogente la «cornice» tanto più facilmente otterremo l’integrazione di chi vuole vivere al suo interno.

Intendiamoci: si trattasse di un auspicio, secondo il quale l’integrazione non può avvenire se chi arriva da fuori non riesce a comunicare con la popolazione locale e non ne condivide i presupposti culturali, nessuno avrebbe qualcosa da obiettare. Ma sono i mezzi attraverso i quali dall’auspicio si cerca di passare alla sua realizzazione, ossia quando questi si configurano come strategia obbligante, che possono inibire la possibilità di avere successo, che di fatto trasformano la «cornice» in un ambiente ostile, anche perché si è già dimostrato che le costrizioni generano piuttosto repulsione e chiusura. Non bisogna del resto convocare sempre il caso degli «stranieri» per farne esperienza. In Alto Adige/Südtirol viviamo da decenni in un contesto politico-amministrativo che con grande fatica è pervenuto a istituire l’obbligo del bilinguismo nella sfera pubblica. Nulla da eccepire, apparentemente funziona, ma è un funzionamento che ha prodotto anche società di fatto separate, contesti e attitudini addirittura reciprocamente impermeabili, e non è certo spacciando un’accettabile condizione di pacifica coesistenza (quella che abbiamo) per una entusiasmante convivenza (dalla quale siamo tuttora lontani) che riusciremmo a nascondere le mancanze del nostro modello integrativo.

Corriere dell’Alto Adige, 25 settembre 2021

L’inutilità di un nome unico

All’inizio dell’incompiuto testo-glossario intitolato “ABC Südtirol”, stendendo la voce “Alpen”, Alexander Langer scriveva: «Il Sudtirolo si trova in mezzo alle Alpi e condivide la maggior parte dei suoi problemi con le altre regioni alpine. Questa è una di quelle ovvietà delle quali non varrebbe neppure la pena parlare, se lo sguardo sugli aspetti fondamentali della vita e della sopravvivenza di questa terra non fosse stato così spesso offuscato e bloccato da decenni di contemplazione narcisistica attorno alle problematiche di carattere etnico». Come detto, il glossario dedicato alla comprensione delle specificità sudtirolesi è rimasto sostanzialmente un abbozzo, visto che delle previste 134 parole chiave, ordinate in ordine alfabetico, solo una piccola parte ha ricevuto l’elaborazione oggi disponibile.

Fra le parole mancanti spicca ad esempio proprio la voce “Sudtirolo”, anche se l’elenco provvisorio riporta “sudtirolesi”. Potremmo chiederci cosa ne avrebbe scritto, Langer, tuttavia dobbiamo accontentarci di congetture e interpretazioni inverificabili. Esiste comunque la voce “Italiani”, una delle ultime composte, e vale la pena citarne un passo per riflettere (in controluce) sui termini “Sudtirolo” e “sudtirolesi” assenti. Ecco cosa dice Langer degli “italiani”: «Quando ci si riferisce al “gruppo linguistico italiano” si adotta […] un termine artificiale: le uniche cose che accomunano gli italiani del Sudtirolo sono l’italiano scritto, la relazione con lo Stato e, bene o male, l’antagonismo nei confronti dei sudtirolesi di lingua tedesca [der Antagonismus gegenüber den Deutsch-Südtirolern]. Da qualche tempo ha cominciato però a diffondersi un nuovo senso di appartenenza a questa terra: non ci si sente soltanto “italiani”, ma anche “altoatesini”, qualche volta persino “sudtirolesi di lingua italiana”, sebbene ovviamente un inasprimento del conflitto etnico contribuisca a sottolineare l’elemento italiano».

Visto che in genere Langer ricorre ai termini “Sudtirolo” e “sudtirolesi” anche quando intende parlare di “Alto Adige” e di “altoatesini”, qualcuno di recente ha immaginato che tali parole potessero essere rese finalmente ufficiali in ossequio a un principio di inclusività che, si sostiene, dovrebbe disporre di un unico nome da dare a questa terra e ai suoi abitanti. A tal proposito possiamo perciò chiederci: abbiamo realmente bisogno di un unico nome, davvero l’inclusività si afferma così, ed era questa la finalità di Langer quando utilizzava “Sudtirolo” al posto di “Alto Adige” e “sudtirolesi di lingua italiana” al posto di “altoatesini”?

Se stiamo ai fatti (cioè a quello che di Langer possiamo leggere o alle sue dichiarazioni rilasciate nelle varie occasioni in cui si discuteva di questioni terminologiche), non esiste alcun riscontro che l’utilizzo langeriano di “Sudtirolo” e “sudtirolesi” ambisse ad essere sancito ufficialmente con un atto amministrativo. Possiamo anche ritenerlo plausibile ma, a rigore, sarebbe sbagliato fare di Langer un precursore di Sven Knoll (o di Sven Knoll un seguace di Langer). Quella che invece vorrei qui esporre è un’argomentazione contraria all’ufficializzazione del toponimo “Sudtirolo” (anzi: un’argomentazione a sfavore di qualsiasi eccessiva pratica ufficializzante), pur facendo anch’io parte di quelli che lo usano di frequente. Me ne rendo conto: ciò potrebbe sembrare sulle prime una contraddizione, ma si tratta di un dissidio apparente, perché passando dall’uso libero (che difendo) alla sua ufficializzazione (che contesto) avremmo in realtà un livellamento di sfumature terminologiche – espresse dalla varietà intrinseca al concetto storico-semantico di “Alto Adige/Südtirol/Sudtirolo/Autonome Provinz Bozen/Provincia autonoma di Bolzano” – più utili di un unico riferimento ritenuto (ingenuamente o ipocritamente) capace di risolvere i nostri problemi identitari.

Per sintetizzare: la soluzione dei nostri problemi identitari non risiede nella ricerca di una reductio ad unum di molteplici punti di vista, ma nella preservazione di tutte le oscillazioni e di tutte le varianti che possono costituire sempre un’alternativa all’ufficializzazione di cui disponiamo. In questo modo il mondo della vita fluente al di sotto delle denominazioni formali non sarà irrigidito e costretto in stampi solidi che, non è difficile dimostrarlo, genererebbero proprio la ripresa immediata di una “contemplazione narcisistica attorno alle problematiche di carattere etnico” della quale parlava Langer.

Corriere dell’Alto Adige, 19 settembre 2021

Cultura infetta

Sgombro il campo da un possibile equivoco: non scrivo per accusare, non mi sto lamentando, cerco solo di mettere a fuoco una sensazione. E spero tanto di sbagliarmi. Siccome parlo di una sensazione, ne circoscrivo l’origine empirica, come direbbero i filosofi. La settimana scorsa ho visitato due istituzioni culturali (una biblioteca, un cinema) nelle quali non mettevo piede da mesi. In biblioteca (non è così importante che riveli quale sia, si tratta comunque di una biblioteca bolzanina) non ho trovato anima viva, a parte chi ci stava lavorando: nessun lettore (o se c’era si era nascosto benissimo), nessuno a prendere libri in prestito, nessuno a restituirli. Segnalo che l’orario non era proibitivo, non stavo lì subito dopo l’apertura o subito prima della chiusura. Al cinema sono andato di sera, spettacolo della otto e mezza. Eravamo in sei. D’accordo, non era un film di quelli che smuovono le masse, ma era pur sempre un film di richiamo, proiettato al Festival del cinema di Venezia. Regista importante, attori importanti. Eppure eravamo in sei. Vengo al punto. Che cosa mi suggerisce questa sensazione? Questa sensazione mi suggerisce che al margine di tutto ciò che noi stiamo raccontando sull’efficacia o meno delle misure di contenimento della pandemia (al margine di tutto questo caotico dibattito), le persone intanto si tengono (o vengono tenute) soprattutto alla larga dagli spazi della cultura, come se la cultura avesse una capacità d’infettare superiore a tutto il resto. Ripeto, magari si tratta solo di una mia sensazione, del tutto privata, del tutto occasionale. Eppure ce l’ho, questa brutta sensazione, e mi piacerebbe tantissimo che qualcuno mi spiegasse, mi dimostrasse, mi convincesse che non è così, che in realtà presto sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, che ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gli uccelli (cioè gli appassionati di cultura) faranno ritorno.

La colonnina – ff – 16 settembre 2021

Nel nome di Langer

Dal 3 settembre, a Livorno, una scuola di periferia appena inaugurata porta il nome del politico sudtirolese che rappresenta i valori della pace e della convivenza.

Non è scontato lo si faccia in provincia di Bolzano (dove la sua figura non è neppure presente tra quelle citate nel percorso esplicativo dedicato all’autonomia in Piazza Magnago), figuriamoci altrove. Di certo Alexander Langer non fu profeta in patria. Troppo “straniero”, troppo restio a celebrare radici (pur essendo radicatissimo nella sua terra), troppo curioso di genti diverse e di posti lontani. Così il suo ricordo fiorisce dove non te lo aspetteresti, perché è proprio dove non te lo aspetteresti che c’è invece chi lo conosce, lo legge, se ne innamora e trova il modo di farne viaggiare ancora il messaggio. In Toscana, per la precisione nella zona nord di Livorno, un’associazione (si chiama Nesi/Corea) è riuscita ad esempio a convincere l’amministrazione locale a dare il nome di Langer a una nuova scuola-volano, una struttura prefabbricata che ospiterà alcune classi di diversi istituti, in attesa di venir poi trasferite nelle loro sedi definitive. La struttura è stata inauguarata lo scorso 3 settembre dal sindaco Luca Salvetti e dalla sua vice, con delega all’istruzione, Libera Camici. Abbiamo chiesto a Stefano Romboli, tra i principali animatori dell’iniziativa, di raccontarci come si è arrivati a questa attribuzione.

Può spiegarci che tipo di associazione è quella per la quale lavora?

L’associazione Nesi/Corea è un’associazione di volontariato, aconfessionale, asindacale e apartitica, ispirata ai principi dell’antifascismo, dell’antirazzismo e della non violenza. Promuove e realizza attività socio educative e socio culturali seguendo i principi dell’educazione permanente e sostenendo finalità di crescita personale e collettiva, educazione e formazione, socializzazione e aggregazione.

L’occasione di dare il nome di Alexander Langer a questa nuova scuola scaturisce da un evento tragico, cioè da un rogo, originatosi in un campo rom alla periferia di Livorno, che il 10 agosto 2007 causò la morte di quattro bambini. Quale fu allora la reazione della città?

Nel 2007 la disgrazia colse la città di sorpresa. Sulle prime si registrò una diffusa indifferenza. Ai funerali, tenutisi nel Duomo di Livorno, a parte le istituzioni, le associazioni di volontariato, i parenti delle vittime e qualche “addetto ai lavori”, mancò proprio il popolo livornese. Qualche curioso, fuori dalla chiesa, si chiedeva se anche gli adulti rom avessero pianto i bambini morti come avrebbero fatto i livornesi. La narrazione era dominata da pregiudizi e stereotipi.

Sentiste l’esigenza di reagire a questa situazione?

Esatto. La nostra associazione – che prende il nome da Alfredo Nesi, un parroco fiorentino attivo nel quartiere Corea tra il 1962 e il 1982 – era appena nata, e noi volevamo intensificare l’impegno rivolto ai migranti, in particolare proprio verso il mondo del popolo rom e sinti. In realtà quella tragedia viene ricordata tutti gli anni, nella ricorrenza della disgrazia, con una piccola cerimonia presso il Cimitero Comunale di Livorno, dove è sepolta una delle 4 vittime (le altre 3 sono seppellite nella ex Jugoslavia). Nel 2009, anche su nostra iniziativa, abbiamo poi promosso la realizzazione di un murale dedicato ai quattro bambini rom, e fra il 2016 e il 2017 abbiamo dato vita a un intero progetto (“I rom protagonisti si raccontano”) per affrontare temi e azioni finalizzate alla conoscenza e all’incontro con i popoli rom e sinti.

Da queste iniziative come si è passati al progetto di dedicare la nuova scuola del quartiere proprio ad Alexander Langer?

Il murale realizzato nel parco in Corea purtroppo è stato demolito nel gennaio 2021 a causa di un errore compiuto dal responsabile che attendeva ai lavori per l’edificazione della nuova scuola, collocata nel parco stesso. Anche in conseguenza di ciò l’amministrazione comunale ci ha chiesto di proporre un nome per la nuova scuola. Ovviamente, l’idea iniziale era quella di intitolarla ai quattro bambini, ma sarebbe stato impossibile citare per esteso tutti i loro nomi. Da qui la proposta del nome di Alexander Langer, che ha trovato subito adesione da parte del Comune.

Che significato particolare ha la figura di Langer per la vostra associazione?

Langer è da sempre uno dei nostri riferimenti, grazie anche alla collaborazione che abbiamo avuto con il “Centro Studi Aldo Capitini/Movimento non violento” di Livorno, ospitato presso la nostra sede. Spesso abbiamo cercato di declinare uno dei suoi testi più rappresentativi, il “Tentativo di Decalogo per la convivenza inter-etnica”, mediante corsi e azioni nel territorio livornese e anche in qualche scuola cittadina. Se a Livorno riuscissimo davvero a praticare anche solo la metà dei punti elencati dal suo decalogo, penso che potremmo far rivivere in chiave moderna e aggiornata lo spirito delle “Leggi Livornine”, che alla fine del Cinquecento guidarono la costituzione della nostra città nel segno di una grande “apertura”.

Da questo punto di vista, avere adesso a Livorno una scuola che porta il suo nome che valenza assume?

L’intitolazione di una scuola ci sollecita e ci spinge a farlo conoscere di più e meglio, per esempio mediante alcuni laboratori didattici. Le amministrazioni comunali, a cominciare da quella che governa adesso la città, avranno un buon motivo in più per lavorare in questa direzione, cogliendo anche le nostre sollecitazioni e proposte.

ff – 16 settembre 2021