La concrezione umana

Ha più senso, è più produttivo chiedersi “chi” o “che cosa” sia un “migrante”? E se ci decidessimo per la prima opzione – che privilegia il “chi” – potremmo forse capire meglio “che cosa” sta dietro a un processo di migrazione?

Porre questioni del genere, prestando attenzione alle parole (in questo caso alle sfumature di un certo pronome), non è una preoccupazione sterile, o tutt’al più stilistica. Come sanno bene i linguisti, un codice può avere valore denotativo (in primo luogo ci si riferisce al mondo), connotativo (il riferimento abbraccia quasi sempre possibili significati, oltre quel riferimento primario), ma anche performativo (il mondo cambia, si trasforma a seconda di come viene nominato). Domandarsi allora “chi” sia un “migrante” è quindi molto diverso dal chiedersi “che cosa” sia, perché nel primo caso articoliamo una relazione coinvolgente, ci apriamo alla ricchezza inesauribile di una narrazione nella quale è nascosta tutta la complessità della persona che ci sta di fronte; nel secondo caso, al contrario, il “che cosa” blocca questa indagine, ci svia dal piano personale per cristallizzare una categoria astratta, in genere ereditata da atteggiamenti pregiudiziali. Fatalmente, l’annullamento dei tratti individuali sbarra poi la strada anche alla comprensione delle dinamiche impersonali (e dunque descrivibili in termini astratti) che riguardano i contesti sociali.

In una simile cornice teorica – e si tratta senza dubbio di una notizia rinfrancante – ha preso corpo l’iniziativa scolastica della quale si sono rese protagoniste due sezioni del liceo classico bolzanino Giosuè Carducci. In breve: coordinati dalle insegnanti Alessia Giangrossi e Novella Carpanese, con la collaborazione della OEW (Organizzazione per un Mondo Solidale) di Bressanone, gli studenti e le studentesse hanno realizzato una serie di 8 podcast in cui sono state raccolte le voci di persone con un background migratorio, proprio al fine di far emergere la particolarità di storie non etichettabili freddamente, in modo sbrigativo, bensì di rendere perspicua la mutevolezza e il contorno sfrangiato di motivazioni ed esiti irriducibili ai cliché consolidati.

Sarà molto interessante ascoltare (e meditare) i podcast scaturiti dal loro lodevolissimo lavoro, giacché si tratta di un approccio scarsamente praticato persino da coloro i quali – intendiamo in primo luogo gli addetti all’informazione, ma anche i politici – dovrebbero sentire tutta la responsabilità dell’uso delle parole. Piuttosto, per trovare riferimenti corroboranti vengono in mente solo eccezioni luminose. Pensiamo per esempio al film “Come un uomo sulla terra”, un documentario del 2008 per la regia di Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer, che rese noto il dramma dei viaggi dalla Libia, o alle opere dello scrittore e giornalista, purtroppo precocemente scomparso, Alessandro Leogrande, autore di fondamentali ricerche (titoli come “La frontiera” o “Il naufragio. Morte nel Mediterraneo” sono ormai dei classici) compiute tutte poggiando su un saldissimo metodo operativo: «Se in questi giorni vai a Taranto – ebbe una volta a dire parlando della sua città natale –, sarebbe meglio non iniziare un reportage parlando del diritto alla salute e del diritto al lavoro, ma piuttosto raccontare la storia di un operaio, creando cioè un’unità narrativa intorno a un’unità biografica».

Anche le ragazze e i ragazzi del Carducci hanno voluto creare un’unità narrativa intorno a delle unità biografiche, in modo da imbastire una fondamentale conversione dello sguardo: per capire fenomeni astratti occorre sempre partire dai destini e dalle parole che servono per concretizzarli, dalla concrezione umana di chi li ha animati e può raccontarceli in prima persona.

Corriere dell’Alto Adige, 16 giugno 2022 – Pubblicato col titolo “Le storie, i destini, le parole”

Difficile eredità

Di un morto celebre è in uso non soltanto dirne bene, talvolta si forza un po’ la mano e – tra le righe di commemorazione raccolte dai redattori delle pagine culturali – facciamo filtrare un’esclamazione che congiunge il senso di una dipartita individuale a quello della chiusura di un’epoca. Nel caso di Joseph Zoderer, deceduto martedì scorso a Brunico all’età di 87 anni, il tono prevalente ha invece un’inclinazione diversa: di lui si dice che è stato un “iniziatore”, lo si qualifica come “padre della moderna letteratura sudtirolese” (pur sapendo che non apprezzava tale delimitazione territoriale) e – dimenticandoci di altre figure patriarcali che l’hanno in qualche modo preceduto, come Franz Tumler o Claus Gatterer – si tende a propagare l’idea che senza i suoi libri il Sudtirolo sarebbe rimasto più a lungo una terra incognita, soprattutto nelle sue contraddizioni. Affermiamo ciò, ovviamente, non per togliergli qualcosa, ma per delineare in modo più compiuto il contesto di cui parliamo.

Provando a sintetizzare la cifra peculiare con la quale l’opera di Zoderer (non unica, ripetiamolo, ancorché in modo paradigmatico) ha inciso nei suoi lettori l’immagine della sua terra, il docente e critico letterario Alessandro Costazza ha scritto: «Con Zoderer se ne è andata una delle voci più significative del dibattito interetnico in Alto Adige/Südtirol degli ultimi cinquant’anni. A partire dalla sua esperienza biografica, in quanto “specialista dell’estraneità”, Zoderer è riuscito a smascherare i diversi pregiudizi etnici, sia italiani che tedeschi. Prima ancora che si cominciasse a parlare del “disagio degli italiani”, ha riconosciuto in Die Walsche (“L’italiana”) il senso di estraneità dei sudtirolesi, mettendo in guardia soprattutto dalle perversioni ideologiche del concetto di Heimat e attirandosi in tal modo le critiche non solo dei “difensori della Heimat”, ma persino della sinistra interetnica». I temi principali sono già tutti qui: un luogo di confine genera quasi spontaneamente punti di vista contrastanti, asimmetrie urticanti, e la letteratura che vuole raccontarlo finisce per essere un sismografo per le oscillazioni identitarie che cercano, invano, di stabilizzarlo. Ma diventare “specialisti dell’estraneità” può avere anche un prezzo salato. Che cosa accade, infatti, se il sentirsi estranei si materializza in un cliché dello spaesamento non più subito, ma addirittura cercato? E soprattutto: come comportarsi davanti a un riconoscimento (come quello di cui ha senza dubbio goduto Zoderer passati gli anni eroici della “dissidenza”, fatali ad altre figure meno fortunate, basti citare l’esempio di Norbert Kaser) che toglie all’arte la sua aura di romantica scomodità?

Chi ha conosciuto Zoderer, soprattutto negli ultimi tempi, non ha potuto fare a meno di notare un nucleo d’insoddisfazione e forse di amarezza all’interno dell’appagamento, una sorta di muto lamento causato proprio dal successo. Essere diventato un’icona ufficiale di questa Heimat da lui ritratta nel suo sfuggire ai connotati ufficiali (fino a lambire pose regressive, come se solo nel passato remoto dell’infanzia si potessero trovare le tracce autentiche di un “sentirsi a casa” ovunque negato) ha contribuito a fissarne il profilo pubblico, certo, ma lo ha anche pericolosamente avviato in quella regione dei “classici non letti”, perché in fondo il bisogno di leggere riguarda sempre meno persone. Ne è una prova, per quanto concerne le traduzioni in italiano, la difficoltà di reperire i suoi testi in libreria, essendo molti titoli (a cominciare proprio da “L’italiana”) usciti dai cataloghi. Possa la morte risvegliare la curiosità, suo unico lato lodevole.

È chiaro che la valutazione di ciò che una simile esperienza lascia, vale a dire la questione della sua eredità, va anche commisurata alla perdita di peso specifico che la letteratura, in generale, assume nel cosiddetto dibattito pubblico, molto più incline a consumare polemiche di corto respiro (anche se vecchie) nello spazio social, piuttosto che dedicarsi ai necessari approfondimenti scaturibili dalle pagine fatte di carta. Ma è anche il nodo centrale attorno al quale questo scrittore ha cominciato a intrecciare le sue storie, alle quali deve in fondo la sua fama di “coscienza critica del luogo natio”, ad aver perso consistenza, potenzialmente liberandoci – e sarebbe una buona notizia – dal dovere di celebrare continuamente quegli apritori di vie che non hanno poi mai raggiunto mete troppo distanti. Allora, se Zoderer fosse riuscito davvero ad emergere come un autore “non soltanto sudtirolese”, bensì di lingua tedesca in un mondo senza barriere, chi ne decanta le qualità non si faccia più tentare relegandolo a testimone di “una” zolla. Altrimenti la sua eredità avrebbe il fiato corto o addirittura non potrebbe essere raccolta.

Corriere dell’Alto Adige, 3 giugno 2022

Oasi di pace

Non ho scritto finora nulla di pubblico sulla guerra in corso, quella sulla quale ognuno si sarà di certo fatto ormai un’idea e tenderà a non cambiarla fino alla fine del conflitto (sperando che tale fine avvenga presto, ça va sans dire). Certo, qualcosa mi è capitato di dire anche a me. Magari con un post su Facebook o rispondendo d’istinto a qualcuno, sempre su quel social diventato così indigesto soprattutto a chi lo frequenta. Il perché una simile piattaforma di discussione si riveli così indigesta è facile da capire: là ogni cosa tende alla polarizzazione, invita a schierarsi di qua o di là, dalla parte di questi o di quelli, e lo spazio per il ragionevole (o ragionato) dubbio, la pazienza necessaria a cogliere (e coltivare) le sfumature, non diciamo a verificare ciò che si afferma, diventano tutte cose che la vox imperante decreta come impossibile a priori. Certo, non si tratta di una novità introdotta dal tempo di guerra. Era così anche prima, quando ci si scannava a proposito del numero di morti a causa del Covid, per i vaccini, per la tessera verde, e in definitiva per ogni altra questione. Solo pochissimi temi sfuggono a questa logica, ma non perché capaci di suscitare una discussione più fondata o raffinata, semplicemente perché non attraggono un numero bastevole di litiganti: tanto per non andare a parare troppo lontano, si guardi quanto poco ci si è impegnati a esaminare la posta in gioco del “referendum sul referendum” tenutosi domenica scorsa. La situazione è questa. Infelicemente incastrati tra un livello decisionale che non ha più credito, imbottiti di parole proferite da esperti ai quali non riconosciamo più alcuna autorità, dilaniati da polemiche accese da chi vede intorno a sé solo occasioni di scontro, le uniche oasi di pace restano i temi, pur importanti, dei quali quasi nessuno (e verrebbe quasi da dire per fortuna) sa nulla.

ff – La colonnina – 1 giugno 2022

Il bar dei ricordi futuri

Fotografia di Alexander Alber

Trasformato dal restyling dell’Hotel Luna-Mondschein, ecco un nuovo bar-giardino – aperto da alcune settimane – che si propone come spazio d’incontro e centro culturale offerto a tutta la città.

Il segreto è sempre quello: rinnovare senza nascondere la profondità del tempo. La lingua inglese ha un termine magico, adottato poi ovunque, che serve a darci l’indicazione necessaria: flare (in tedesco flair), usato come sinonimo per atmosfera o stato d’animo che avvolge cose, ambienti ma anche persone. Guardando più a fondo si scopre un rimbalzo cosmico: flare richiama un guizzo di luce, un improvviso aumento di splendore. In astronomia, le stelle a flare (cioè a guizzo) sono quelle che emettono spasmi luminosi di alcuni minuti, per poi tornare a brillare in modo più sommesso. Come riuscire a donare un nuovo (ma al contempo anche antico) flare allo storico hotel Luna-Mondschein di Bolzano, è il compito che i due fratelli Dissertori (Moritz e Klaus), originari di Lana, si sono posti un anno fa, quando ne hanno rilevato la gestione dal proprietario Stefan Mayr. E l’idea è stata quella di puntare soprattutto sul bar, membrana porosa tra l’interno e l’esterno, sfruttando il bellissimo giardino così pienamente rivalutato, ma anche sul dialogo tra l’hotel e la città, visto che tutti, non solo gli ospiti della casa, sono esplicitamente invitati a scoprire e abitarne gli spazi.

Moritz Dissertori, col quale parlo seduto appunto nel giardino che include e avvolge il nuovo bar, mi racconta la storia del restyling avvenuto sostanzialmente in questi ultimi mesi ancora affaticati dalle misure anti-pandemiche e getta un ponte tra passato e futuro. Proveniente da una famiglia di albergatori (attività cominciata a Lana molti anni fa, grazie alla madre, titolare della pensione Schwarzschmied), si è fatto le ossa girando il mondo e raccogliendo esperienze anche esotiche (per esempio ad Hong Kong), oggi indispensabili per avere uno sguardo più attento alle esigenze di un pubblico internazionale. Non una cosa scontata in un luogo come il Sudtirolo, che a dispetto del grande fatturato generato dall’attività turistica spesso tende a isolarsi, ritenendo insomma di non dover fare poi molto per consolidare la propria posizione. «Quello che volevamo – mi spiega – era poter ridare vita e splendore a un hotel storico già dotato di un carattere spiccato, ma non per farne una bolla isolata, separata dal resto, quanto piuttosto per generare un flusso, uno scambio vivificante con la città. Da questo punto di vista è stato chiaro fin dall’inizio che il focus doveva riguardare in particolare la dimensione del bar e del giardino, visti come unità, e offrirsi così anche a tutti quei cittadini, non solo turisti, che sono alla ricerca di un posto dove sedersi, darsi un appuntamento e godere del confort disponibile in un grande albergo».

A proposito di confort, un pallino della famiglia Dissertori è quello del benessere, in particolare legato alla pratica dello yoga: «A Lana abbiamo da 7 anni uno studio yoga, quindi già ben avviato. In Sudtirolo, nonostante la presenza di numerosi ottimi maestri e di un grande interesse, a mancare sono però ancora gli spazi pubblici per fare pratica. Dato che a Bolzano c’era molta richiesta, abbiamo pensato che l’hotel potesse svilupparsi in quella direzione. All’interno abbiamo trovato un bellissimo ambiente con il tetto a volte, che si prestava magnificamente allo scopo, e ci è parso conveniente adattarlo in tal senso. E poi, ovviamente, possiamo sempre usufruire del giardino». Ma se parliamo di yoga non è qui irrilevante accennare al suo significato originario, che ci riporta in modo obliquo alla filosofia generale del restyling compiuto sull’hotel e alla funzione di congiunzione del bar: secondo molti studiosi il termine sanscrito yoga risale alla radice yuj, che significa “unire” o “aggiogare” (in latino “iungere”, germanico “joch”). Da qui l’accezione posteriore che implica l’utilizzo di tecniche meditative per saldare la mente alla realtà, ponendo sotto il controllo della coscienza il corpo e i sensi. Eseguire determinati movimenti sul prato smaltato di verde, o anche solo guardarli fare sorseggiando un drink all’aperto, è un’esperienza adesso possibile nel centro di Bolzano.

Prima di accompagnarmi a compiere un breve tour di alcune stanze ai piani superiori (anch’esse completamente rinnovate, sfruttando e facendo però riaffiorare molti dettagli del passato, come i pavimenti originali in legno, col loro naturale scricchiolio), Dissertori mi parla dei progetti legati a un uso del bar che completeranno la sua definizione e destinazione come luogo non solo d’intrattenimento, ma di cultura: «Abbiamo l’intenzione di organizzare dei talk, presentazioni di libri, serate a tema, feste. Quello che secondo me è necessario capire è che una città ha sempre più bisogno di mettere in relazione le migliori intelligenze disponibili in un’atmosfera intonata al buon gusto. Un bar, in questo senso, non è solo un contenitore inerte, nel quale si entra, si beve qualcosa e poi si abbandona restando gli stessi di prima. Un bar può dare colore alla nostra vita. Per questo dobbiamo catalizzare le energie creative, permettere esperienze che possono animare idee nuove, stimolare conoscenza e consapevolezza a partire dai luoghi e dagli ambienti in cui ci troviamo a soggiornare». Per concludere, potremmo anche chiosare una frase del cantautore Vinicio Capossela, che una volta disse: «Il bar non porta ricordi ma i ricordi portano inevitabilmente al bar». Nel caso del nuovo bar del Luna-Mondschein qui i ricordi sono diffusi ovunque (la struttura offre di per sé una passeggiata tra i secoli, a pochi passi il nucleo originario che risale al XIV secolo, l’hotel vero e proprio, costruito alla fine dell’Ottocento, in piena Belle Epoque, fino agli inserti più contemporanei), ma il flare che si respira li sospinge verso un futuro ancora non scritto, al quale ognuno di noi potrà contribuire immaginandolo seduto attorno ai suoi tavoli.

ff – 1 giugno 2022

Südtirol, il dito e la piaga

La squadra di calcio locale più rappresentativa (per adesso nominiamola solo così) si è resa protagonista di una bellissima cavalcata nel campionato di serie C e adesso è sbarcata, come si suol dire, nel calcio che conta: l’anno prossimo, in uno stadio Druso rinnovato, disputerà la serie B. Il plauso è stato generale, l’ammirazione piovuta persino dall’estero. Il noto quotidiano spagnolo El Pais ha parlato di “milagro” (miracolo), di un “Bayern en miniatura”, non dimenticando ovviamente di notare che la compagine bianco-rossa è espressione di una “zona con una compleja identidad cultural”. Tutto bene, quindi? Non proprio, visto che assieme a quanti sono saliti da poco sul carro dei vincitori si sono intrufolati anche i soliti malmostosi, gli insoddisfatti di professione, che non vedevano l’ora di approfittare di questa nuova occasione per ripetere i lamenti di sempre: ma com’è possibile che i tifosi “italiani”, cioè “altoatesini”, s’identifichino con una squadra che si chiama “Südtirol” e basta, cioè con un nome tedesco neppure affiancato da “Alto Adige”, come dovrebbe essere in una provincia, autonoma sì, ma pur sempre collocata entro i sacri confini della patria?

Paradigmatica, a questo proposito, la posizione dell’italianissimo consigliere provinciale Alessandro Urzì (attualmente alfiere del partito di Giorgia Meloni), il quale sul suo profilo Facebook ha scritto: «I tifosi molto più avanti dei vertici della società che usa il calcio per imporre un marchio monolingue voluto dalla politica. Così si tiene lontana la massa di tifosi di lingua italiana dalla loro “squadra naturale”. Eroica la gradinata nord, ma il Südtirol non scalda i cuori di tutti. Politicamente scorretto dirlo? Diciamo solo quello che pensano tantissimi amanti del calcio che nonostante i successi della squadra sui campi non ci sono a tifare allo stadio. Molti non hanno il coraggio di dire quello che diciamo noi. Ora lo scatto di orgoglio: la società torni con il nome bilingue! Pronti a cogliere la sfida?». L’ultima indicazione data da Urzì non va sottovalutata, giacché il consigliere parla di un “ritorno” del nome ab origine. Ma qual è, in effetti, il nome originario di questa squadra?

Dalla pagina Wikipedia che se ne occupa, leggiamo: fondata a Bressanone nel 1974 come sezione della polisportiva Sport Verein Millan (Milland, direbbe Urzì), si è scissa dalla “società madre” nel 1995, allorché è stata ridenominata Football Club Südtirol-Alto Adige e ha adottato i colori sociali bianco-rossi; la denominazione è quindi divenuta F.C. Südtirol (con futuro scorno di Urzì) nel 2000, anno del trasferimento a Bolzano. La ragione sociale simboleggia l’intenzione del club di rappresentare non solo il capoluogo, ma l’intero territorio della relativa provincia. Ecco dunque il problema filologico e politico (come si sa, qui da noi la filologia è un’arma della politica), servito su un piatto d’argento all’identarismo nazionalista (che all’occorrenza non disdegna di travestirsi da ipercorrettismo provincialista). Ma se l’ambizione, la “ragione sociale” del club è quella di rappresentare tutta la provincia, chioserebbe Urzì e tutti quelli che la vedono come lui, è pacifico che il nome dovrebbe ricalcare quello istituzionale, vale a dire quello che sta stampato sui cartelli assieme a “Willkommen-Benvenuti”, oppure sulle circolari che piovono dagli uffici, anche se in questo caso si usa “Autonome Provinz Bozen”, e su tutto il materiale di una burocrazia toponomastica incardinata sul bilinguismo (più di facciata che di sostanza) dallo statuto del quale quest’anno festeggiamo (e si vede con quale profitto) il cinquantenario della sua seconda versione.

Ora, la questione della rappresentatitività della squadra può essere inquadrata solo e soltanto in una cornice di rappresentatività istituzionale, estendendo cioè la logica che vige ovunque anche nello sport, che poi è da sempre un micidiale veicolo di pratica identitaria? In effetti, fosse un sodalizio soltanto privato, non disponendo cioè di nessun finanziamento pubblico, il problema potrebbe non porsi. Ma il caso (fortunato, visti i risultati, e sfortunato, vista la polemica) vuole che non sia così, e davvero il F.C. Südtirol è frutto di una interazione tra pubblico e privato. Dunque? Dobbiamo dare ragione obtorto collo a Urzì? Come in ogni caso del genere, anche stavolta è la posizione del problema, la sua visibilità mediatica, a generare in un certo senso il problema stesso. Non facciamoci troppe illusioni: tra i vari aspetti spinosi legati a una “compleja identidad cultural”, quelli relativi ai nomi forniscono e forniranno sempre materiale per generare divisioni e dissidi. C’è chi ci campa da una vita, sapendo che è in suo potere mettere non solo il dito nella piaga, ma fare del proprio dito una piaga. E con un dito piagato diventa molto difficile dire che la soluzione è a portata di mano.

Corriere dell’Alto Adige, 18 maggio 2022

L’ombra tra l’idea e la realtà

Come tutti più o meno sanno, la lingua tedesca riesce brillantemente nell’impresa di modellare nuovi concetti sfruttando la duttilità che deriva dall’assemblaggio delle parole. A proposito di turismo (e delle problematiche che vi si connettono) da un po’ di tempo si parla così di “TourisMUT”, traducibile all’incirca con la perifrasi: se vogliamo affrontare questo tema spinoso, abbiamo bisogno di coraggio.

In cerca di Mut, di “coraggio”, a quanto pare, si erano messi anche i partecipanti alla riunione straordinaria del cda della Fondazione Dolomiti Unesco, avvenuta lunedì scorso a Trento proprio per affrontare il nodo della tutela ambientale e del traffico dovuto in prevalenza al turismo nella vasta area alpina che la concerne. Una riunione straordinaria per affrontare una problematica diventata ormai piuttosto ordinaria – come fare per limitare il peso delle auto sui passi dolomitici? –, dalla quale gli ambientalisti si aspettavano un chiaro segnale, appunto, ma che invece ha prodotto solo una blanda dichiarazione d’intenti (rimettendo peraltro alle singole entità territoriali l’eventuale applicazione delle decisioni da prendere, in barba all’idea stessa di “unità” del complesso naturalistico da tutelare) e soprattutto il rinvio della chiusura dei passi (se mai si farà) al prossimo anno.

Dopo aver esaminato una parola composta assai breve, quella che citava il coraggio, vediamone adesso un’altra. In questo caso si tratta di un termine lunghissimo, anch’esso frutto del genio compositivo tedesco: Landestourismusentwicklungskontept, per fortuna abbreviabile con la formula LTEK. Il significato è chiaro – si tratterebbe di una concezione o di un piano per regolare lo sviluppo del turismo locale – e la sua elaborazione si deve a un lavoro di esperti, depositato in un documento di 83 pagine, che l’assessore provinciale Arnold Schuler ha presentato recentemente alla stampa. In buona sostanza abbiamo qui un’ambiziosa circonvoluzione attorno all’esigenza di garantire “Nachhaltigkeit” (sostenibilità) cercando di mediare tra istanze finora difficilmente equilibrabili: quella rappresentata dagli interessi delle categorie che traggono profitto dai flussi turistici, e che tale profitto vorrebbero incrementare; quella che fa capo alla sensibilità, ma si potrebbe dire anche leggitima suscettibilità della popolazione residente, soprattutto quella che non ha ricavi immediati da tali flussi, ma cospicui svantaggi; e infine quella dei turisti stessi, ai quali certamente nessuno pensa di negare l’accesso alle nostre città e ai nostri paesaggi (financo ai nostri laghi, purché non ricoperti da uno strato troppo sottile di ghiaccio), ma pensando che ciò non possa più avvenire senza limitazioni (la più importante delle quali è il numero di posti letto disponibili, in questo caso individuata sotto la soglia dei 300.000, anche se c’è ovviamente chi dice che si tratta di una cifra troppo alta). Anche in questo contesto, come abbiamo già visto a proposito della Fondazione Dolomiti Unesco, al catalogo degli intenti dovrà corrispondere il coraggio politico di realizzarli, ed è comunque faccenda della quale ci si occuperà, al più presto, durante, o più prevedibilmente dopo la prossima estate, convulsioni della giunta dimagrita permettendo. Per adesso tutto resta com’è.

Riassumendo: una visione più o meno chiara su quello che dovrebbe essere fatto – riduzione dei posti letto, un monitoraggio delle emissioni di CO2 che tenga conto del traffico complessivo, la pianificazione di una distribuzione più omogenea dell’impatto turistico (potenziando le zone attualmente meno attraenti e sfiammando quelle più congestionate) sul nostro stile di vita, ottenibile per esempio mediante un rigoroso sistema delle prenotazioni, la chiusura dei passi dolomitici al fine di consentire che venga rispettato il patrimonio naturalistico – sembra ormai definita da tutti e tutti vorrebbero venisse realizzata. Peccato però che, come scriveva Thomas Stearns Eliot in una poesia del 1925 significativamente intitolata “Gli uomini vuoti”, fra l’idea e la realtà, fra la mozione e l’atto, cada spesso l’ombra.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 10 maggio 2022

Il maestro del bozzolo

Benno è un artista totale, una fiaba vegetale che germoglia e brucia creatività in ogni direzione, una foglia e una fiamma per ogni disciplina nella quale si cimenta. Ieri, al Carambolage, ha cantato le canzoni del suo nuovo disco, l’ipotetico viaggio nella città dell’amore che contiene anche gli angoli del non-amore, e ogni cosa si è messa a rilucere della sua arte sensibile e versatile. Ogni corda toccata produceva rimandi a loro volta parlanti, linee della vita e del destino, ricordi di amici presenti e lontani, arabeschi veneziani e neve, passi lenti e corse a perdifiato, barbagli e ombre. Benno è la Bolzano che dovrebbe essere ricoperta di fiori, spalmata di miele, riprodotta nelle cartoline che mettiamo nei libri preferiti, per segnare le pagine preferite. I migliori cieli da guardare e le migliori notti da passare in compagnia. Grazie, Benno. (15 dicembre 2015)

Architetto, designer, pittore, musicista. Per Benno Simma l’arte è attività che si declina necessariamente al plurale, pura gioia di esistere ritmata da una perenne metamorfosi.

Era da tempo che volevo incontrare Benno Simma. Non tanto (o non solo) per intervistarlo, piuttosto per tentare un confronto ad armi impari: l’avrei disegnato con le parole, proprio lui, così abile a eseguire ritratti con penne e colori. L’ho chiamato al telefono e gli ho proposto di andarlo a trovare nel suo atelier, l’ampio open-space al numero 23 del Kampill-Center. Sua moglie, Sandra Montali, che avevo visto in città, mi aveva raccontato di un trasloco imminente («stiamo sgombrando lo studio, a maggio dev’essere vuoto, perché Benno aprirà un negozietto in via Cesare Battisti») e l’idea era proprio quella di cogliere l’artista in questa fase di passaggio, spiandolo mentre sceglieva le cose di cui liberarsi e le altre da trasportare altrove, in uno di quei frangenti più densi che gli esseri umani attraversano tra passato e futuro. Cogliere insomma la metamorfosi in fieri, osservare il bruco creativo ancora chiuso nel suo involucro di seta, nell’attesa di risvegliarsi per l’ennesima volta colorata farfalla.

Il filosofo Emanuele Coccia, in un libro appena pubblicato da Einaudi che cerca di esaminare l’essenza dei processi metamorfotici, ha scritto: «Siamo abituati a pensare la trasformazione e il cambiamento in base a due modelli: la conversione e la rivoluzione. La metamorfosi non è né l’una né l’altra». La differenza, anzi lo scarto tratteggiato è illuminante, perché ci permette di capire, di mettere a fuoco che cosa significa davvero “mutare”. Mentre infatti, spiega Coccia, il modello della conversione implica un’enfasi tutta posta sul lato del soggetto, mostrandone e testimoniandone l’onnipotenza in un mondo svuotato di senso, mentre la rivoluzione implica, al contrario, che a cambiare siano solo le cose, cioè il mondo, senza interessare il soggetto, il quale reintroduce poi con un effetto di supefetazione il suo dominio servendosi della tecnica, la metamorfosi «corrisponde alla costruzione di una soglia in cui ogni frontiera e ogni identità sono temporaneamente sospese. Il bozzolo è il chiasmo che fa del mondo il laboratorio di genesi dell’io e della materia più preziosa del mondo, quello che lo trasforma incessantemente».

Benno Simma è seduto su un divano. Intorno cose sparse: libri, fotografie, cartoni, quadri e altri mille oggetti in procinto di congedarsi dal luogo in cui sono stati accumolati per anni. Dalla grande parete-finestra si scorge il campanile della chiesa St. Magdalena, dall’altra parte del fiume, che brilla nella luce del pomeriggio. «Vedi il campanile della chiesa, quello in intonaco color cemento? Là è stato battezzato mio papà, nel 1910. Era figlio di un ferroviere, impiegato alla cremagliera». Gli chiedo di parlarmi delle origini della sua attività di artista, di quando ha scoperto che la creatività poteva essere per lui una strada da seguire, e se le sue inclinazioni sono state favorite da figure o esperienze particolari. «Fammi pensare. Forse in effetti qualcuno c’è stato, qualcuno che mi ha aperto la strada. Ricordo per esempio un maestro di disegno, allora frequentavo il liceo scientifico di Bressanone. Si chiamava Robert Scherer. Ma forse la prima esperienza decisiva ha a che fare con la vita del collegio in cui abitavo. A quel tempo ero molto pio e nella Congregazione Mariana mi chiesero: hai voglia di fare ogni settimana un manifesto da attaccare in bacheca? Ho cominciato così, immaginandomi dei poster da mettere in bacheca ed esercitandomi con le prime tecniche di arte applicata». Il richiamo all’essere allora “molto pio” – adesso che invece si dichiara “quasi ateo o quasi buddista” – mi diverte. Gli faccio notare che, con quel barbone che gli incornicia la faccia, potrebbe essere anche scambiato per il famoso frate di Pietrelcina. Ride: «Bella questa! Non me l’ha mai detto nessuno. Quelli che adesso mi vedono dicono che assomiglio ad Andreas Hofer». Per un istante mi balena l’idea di una sovrapposizione, ennesima metamorfosi, tra i due: l’oste ribelle della Val Passiria che riceve le stimmate sul Berg Isel in un’esplosione di colori simmatici.

Il racconto si dipana lungo le stazioni, vale a dire i luoghi, della sua attività (Bolzano, Venezia, Vienna, Innsbruck, Milano, Roma e ancora Bolzano), zigzagando nel poliedrico spettro di arti e mestieri da lui praticati. Architettura, design, pittura, musica: ogni tentativo prende spunto dal precedente, ne varia la forma, ma in ogni manifestazione apparentemente isolata è il carattere, lo stile, a rendere l’insieme coerente e consonante, a fare della commistione una fusione. «Ecco, la parola “commistione” mette sul punto. Amo moltissimo mescolare le cose. Sono sempre stato incuriosito da qualsiasi nuova tecnica. Io non resisto. Per me è come una sfida. Poi magari prendo una direzione e l’abbandono in fretta, ma qualcosa resta, si sedimenta e mi spinge oltre, verso altri traguardi». Così fu, ad esempio, quando Simma, dopo aver approfondito gli aspetti costruttivi e funzionali dell’architettura e del design, decise di dedicarsi in modo sempre più esclusivo alla pittura, riempiendo centinaia di taccuini di viaggio, di schizzi, spesso provvisti di titoli dissonanti, o affrontando la dimensione più vasta della tela. Una gestualità incessante («ci sono stati periodi davvero frenetici»), utilizzando diversi supporti o incrociandoli, facendoli reagire l’uno sull’altro: dal pc all’Ipad, senza trascurare la vecchia passione per i più tradizionali strumenti di cancelleria, come le penne giapponesi a sfera in gel Muji, me ne mostra una, o i pennelli caricati ad acqua.

Parliamo di musica, un’attività che prese le mosse dalla conoscenza, avvenuta a Venezia sul finire degli anni Sessanta, del Canzoniere popolare veneto. Il gruppo storicamente originato dalla collaborazione di Gualtiero Bertelli e Luisa Ronchini, i quali formarono un piccolo complesso che si esibiva in spettacoli alternando canzoni e letture di poesie. Sullo sfondo l’antropologia di Ernesto de Martino, ma anche l’impegno politico e l’influenza di generi come il folk, poi sfumato nel tempo con il jazz e il rock, sempre all’insegna di una curiosità onnivora. «Non ho mai avuto un approccio classico. Sono partito dalla musica popolare, allora in auge, e dalle canzoni di protesta. Ho anche pensato che quella potesse essere la mia strada, volevo diventare una rock-star! A parte gli scherzi, raggiungere la fama o i soldi non è mai stato un vero obiettivo. La cosa alla quale tenevo e tengo di più, non importa se mediante i quadri o le canzoni, è ricevere l’affetto e la stima del pubblico mentre propongo quanto sto facendo. Ecco, diciamo che mi interessa soprattutto questo, non tanto proiettarmi in una dimensione di celebrità che prolunghi il mio immediato spazio d’azione, magari per ricevere un giorno lontano una lapide sul muro».

«Il bozzolo non è solo il paradigma della tecnica – ha scritto ancora Coccia –, ma anche del puro e semplice essere-nel-mondo. Gli insetti – i maestri del bozzolo, i grandi demiurghi della trasformazione – ci hanno ingannato. Ci hanno fatto credere che fosse solo uno strumento specifico, parziale, effimero nella vita di certi individui. Al contrario, esso va considerato come la forma trascendentale di ciascun vivente. C’è un bozzolo ovunque un vivente si relaziona a sé stesso, al resto dei viventi e al pianeta. Ogni io è un bozzolo». In questo bozzolo-atelier che si sta alleggerendo e spogliando fino a scomparire, il bruco Simma mi guarda ora con occhi benevoli, sollecitato ma forse anche stancato dai ricordi, perché il suo sguardo già punta in avanti, nonostante negli ultimi anni una grave malattia, poi seguita da un ictus, abbia rischiato di infliggergli un colpo dal quale avrebbe potuto non riprendersi. Ho un po’ pudore a trattare l’argomento, ma è lui a fugare ogni imbarazzo: «No, la malattia non mi ha piegato. Anzi. Posso dire quasi che sia stata uno stimolo. Ci sono stati momenti, ovviamente, nei quali ho annusato la morte. Quando per esempio mi sono svegliato nel reparto di neurochirurgia, dopo l’operazione che ha rimosso l’ematoma causato dall’ictus. Ho rischiato davvero di smarrire per sempre il senso dello spazio, di finire paralizzato. I medici dell’ospedale di Bolzano sono stati bravissimi e mi hanno salvato. Avrei potuto cedere alla cupezza, che però non appartiene alla mia indole. Invece, come detto, questo mi ha dato la spinta per rialzarmi. Ho ricominciato a disegnare, volevo gustarmi ancora la promessa che sgorga da ogni attimo». Intanto, a proposito di attimi fuggenti, è già trascorsa un’ora, stiamo per congedarci. Mi sovviene un’ultima immagine. Benno, così eracliteo e mutevole, una volta ha eseguito per la rivista Fillide un disegno squillante che “mette sul punto”, come direbbe lui, questa inestinguibile gioia di vivere. Sono violente macchie di colore, ai lati due frecce che indicano il centro della deflagrazione stellare che fa pulsare il mondo, e sopra una frase di Parmenide: «Sempre guardando verso i raggi del sole».

ff – 5 maggio 2022

L’assenza di un vero ascolto

L’ultimo episodio bolzanino è stato documentato grazie a delle riprese che, come si usa dire, hanno fatto il giro dei social. Anche la scenografia, ridotta alle sue componenti essenziali, è ormai classica: siamo in una zona periferica, nelle vicinanze di un centro commerciale (non uno spazio neutro, quindi, bensì il precipitato di politiche urbanistiche ed economiche capaci di polverizzare altre opportunità aggregative) e un gruppo di ragazzi — quelli che poi vengono definiti automaticamente come «baby-gang» — si esibisce in una prova di violenza con alcuni coetanei. Immediata anche l’allarmata diagnosi sociale, che abbozza la prima causa a portata di mano (dopo il periodo pandemico episodi del genere sarebbero aumentati considerevolmente) e ribadisce vetusti cliché: il fenomeno sarebbe di esclusiva matrice «straniera». Ma è davvero così? Abbiamo citato Bolzano, anche se il tema non è ovviamente circoscritto al capoluogo altoatesino. Basta fare una breve ricerca in rete e — limitandoci all’intera regione o sconfinando nel Veneto — spunteranno subito altri episodi, tutti più o meno recenti e caratterizzati dalle stesse dinamiche descrittive. Dobbiamo perciò rispondere affermativamente alla domanda che ci siamo fatti all’inizio? Siamo sul serio davanti a una tendenza in crescendo, tale da certificare una situazione che dovrebbe essere affrontata con iniziative repressive «speciali» ed etnicamente mirate?

Su questa linea sembrano muoversi soprattutto i commentatori politici per i quali il tema della sicurezza (quasi sempre concepita come ex post) aveva in teoria fornito un formidabile assist alla loro elezione, ma che, dopo essere giunti ad amministrare i comuni ambiti, si è rivelato un boomerang sul piano dell’efficienza promessa.

In un reportage su Verona pubblicato sull’ultimo numero del settimanale «L’essenziale», firmato da Giulia Siviero, leggiamo per esempio un comunicato del sindaco Federico Sboarina il quale, in data 10 giugno 2020 (dunque tre anni dopo la sua nomina) ancora scriveva: «La nostra è una città presidiata per garantire sicurezza». Presidio evidentemente piuttosto lasco, e slogan alquanto spuntato, se un tema come quello delle baby-gang continua a contendere il primato dell’attenzione oscurando altri problemi stringenti, quali la mobilità e il traffico, che risultano invariati da almeno quindici anni. Non c’è da stupirsi: è molto più semplice prendersela con dei gruppi di ragazzi problematici piuttosto che con la propria incapacità di elaborare soluzioni in grado di ridurre il numero delle auto in circolazione o, eventualmente, affrontare sul serio il nodo del «disagio giovanile», non aspettando cioè che esso riemerga in modo periodico per potersene con maggiore facilità lamentare.

Piuttosto, volessimo davvero rispondere sul «che fare» occorrerebbe partire da dati oggettivi e non rifugiarsi in prese di posizioni brancolanti tra grida di paura in genere non commisurate ai fatti — all’aumento della documentazione di un fenomeno (si sa, oggi tutto viene immortalato con il telefonino) non corrisponde necessariamente un peggioramento quantitativo — e proposte che inclinano a dichiarazioni di «tolleranza zero», capaci solo di rivelarsi del tutto sterili sul piano penale. Chi si occupa professionalmente di problematiche inerenti comportamenti a rischio in ambito giovanile sa che la ricerca di un’identità «forte» fuori dal contesto familiare (in particolare quando esso si manifesta come asfittico, disattento oppure di per sé discriminante) genera atteggiamenti di avversione e rifiuto che sfociano nell’aggressività. È la mancanza di alternative associative e soprattutto l’assenza di un vero ascolto nei confronti di esigenze individuali avvertite come prive di prospettiva, molto prima che esse si configurino come di «gruppo», a consentire l’affermarsi della devianza e, quel che è peggio, la fabbricazione di uno stigma al quale diventa assai arduo sottrarsi. Riflettere su questo diventa passaggio obbligato.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige – 28 aprile 2022

Im Strom der Zeit

Literatur ist die eigene Epoche, die in Worte gefasst wird. Ein Gespräch mit dem Südtiroler Autor Sepp Mall, dessen zweiter Roman nun auf Italienisch vorliegt.

Sepp Mall (Jahrgang 1955, in Graun/Vinschgau geboren) ist einer der interessantesten Südtiroler Gegenwartsautoren. Der Verlag Keller hat soeben die Übersetzung seines Romans (auf Deutsch 2012 unter dem Titel Berliner Zimmer erschienen) veröffentlicht. Wir haben ihn gebeten, mit uns darüber im Gesamtkontext seiner Arbeit und der Zeit, in der wir leben, zu sprechen.

Welchen Platz nimmt Ihr zweiter Roman, Berliner Zimmer, in Ihrer literarischen Produktion ein, im Vergleich zu seinem Vorgänger (Wundränder, 2004 erschienen und zehn Jahre später ebenfalls von Keller übersetzt) und seinem Nachfolger von 2017 (Hoch über allem)?

Stanze berlinesi unterscheidet sich in vielen Punkten von seinem Vorgängerroman, schon in seiner Anlage. Nicht nur, dass der Erzähler jetzt ein erwachsener Mann ist – mit wichtigen Folgen für Erzählperspektive sowie Differenziertheit und Tonlage der Erzählsprache – im Vergleich zu den kindlichen bzw. jugendlichen Erzählern in Wundränder. Das naive Erzählen in Wundränder verändert sich hier (das war zumindest meine Absicht) hin zu einem distanzierterem und reflektierterem Erzählen, das gleichzeitig offen ist für Ironie und Komik. Natürlich gibt es auch Gemeinsamkeiten, vor allem thematischer und inhaltlicher Art: In beiden Büchern geht es um Familien, beide Bücher wurden in einigen Rezensionen als „Vater-Roman“ bezeichnet, obwohl ich diese Bezeichnung am ehesten für Berliner Zimmer gelten lassen würde, in beiden geht es auch um das komplexe, schwierige, spannende Verhältnis zwischen den Generationen. Und vor allem: Beide Romane zeigen ihre Protagonisten (einmal mehr, einmal weniger) auf dem Hintergrund und in Abhängigkeit von historischen Gegebenheiten. Die Südtiroler Bombenjahre hier, der 2. Weltkrieg in Berlin dort.

Ist es also möglich, einen konstanten inspirierenden Kern zu identifizieren, der die Quelle Ihrer Überlegungen und Ihres Schreibens darstellt?

Das „existenzialistische Geworfensein“ in eine bestimmte historische Situation, die das Leben der Figuren bestimmt oder mitbestimmt, sie sozusagen im reißenden Strom der Zeit schwimmen lässt, das ist sicher eine Konstante in meinem Schreiben, gleichzeitig etwas, was mich immer wieder inspiriert. Die Auseinandersetzung mit dem Tod, mit der Erinnerung, mit den Möglichkeiten des Weitergebens von Erfahrungen zwischen den Generationen, das ist dann wiederum ein ganz eigenes Thema in Stanze berlinesi, etwas, was in Wundränder kaum zur Sprache kommt, dafür aber wieder etwas stärker in meinem 3. Roman Hoch über allem.

Inwieweit beeinflusst Ihre Südtiroler Herkunft – d.h. Ihre Lage in einem kulturellen Grenzgebiet – die Entwicklung der Geschichten, die Sie erzählen?

Da man im Grunde nur über das schreiben kann, was man kennt, lasse ich meine Protagonisten gerne in Südtirol zu Hause sein oder von dort kommen. Also eine einfach erklärbare Sache. Inwieweit meine Situation als hier (auf der „Brücke zwischen den Kulturen“) Lebender für mein Schreiben eine Rolle spielt, ist weniger leicht zu erklären. Mit Bestimmtheit kann ich sagen, dass Einflüsse für meine Sprache und meine Themen aus beiden Sprachräumen kommen. Deutsch ist aufgrund meiner Herkunft und Erziehung natürlich meine Erstsprache, aber etliches an Inspiration kam immer aus italienischem Kontext, vor allem in der Poesie.

Wie sehen Sie die zeitgenössische lokaler Literaturszene? Glauben Sie vor allem, dass wir nach Jahrzehnten der Teilung endlich, jenseits der sprachlichen Unterschiede, von einer Literatur mit einer gemeinsamen oder irgendwie erkennbaren Prägung sprechen können?

Ich habe durchaus Verständnis für Fragen nach einer Südtiroler-Alto-Adige-Literatur und ob sie existiert, aber das ist etwas für Literaturwissenschaftler, der ich nicht bin. Wichtig ist: Es gibt Autorinnen und Autoren in dieser Region, aus dieser Region, die sich mit ihren Arbeiten überall sehen lassen können, sowohl in Wien und Berlin als auch in Mailand und Palermo. Und darüber bin ich mir sicher.

Wenn Sie Ihr Werk auf Italienisch neu lesen, bemerken Sie dann, dass Bedeutungen auftauchen, die zuvor in der Originalfassung verborgen waren?

Ich kann das als Autor letztlich gar nicht so genau beurteilen, was es ist, was mein Werk in der Übersetzung dann doch so anders macht. Die Sprache allein, der andere Satzrhythmus, die andere Melodie? Aber es ist was dran an dieser Feststellung: Ich habe bei der Überprüfung der Übersetzung von Berliner Zimmer an einigen Stellen so lachen müssen wie nie im deutschen Text. Aber ich schreibe das ohne Zweifel der Fähigkeit „meiner“ wunderbaren Übersetzerin Sonia Sulzer zu und vielleicht gar nicht so sehr der Sprache an sich. Den Übersetzern gilt überhaupt meine ganze Hochachtung, ich habe zwar Versuche vom Italienischen ins Deutsche hinter mir (u.a. das schöne Se improvvisamente il treno si fermasse a Maglern der Triestiner Autorin Kenka Lekovich), doch in diesem Metier bin ich auf der Stufe eines Dilettanten.

In den letzten Wochen war ein Buch über Skandale und das Ausmaß der Beschädigung des „Sittenbildes“ der Südtiroler Politik Gegenstand der öffentlichen Diskussion. Halten Sie es für angemessen, dass ein Romanautor an einer solchen Debatte teilnimmt, oder sogar von ihr inspiriert wird?

Als Bürger ist es mir durchaus wichtig, dass Verfilzungen und Mauscheleien zwischen Politik und Wirtschaft aufgedeckt werden. Als Autor interessiert mich diese Geschichte im Augenblick eher am Rande, auch wenn eine der Figuren in Stanze berlinesi ein Lokalpolitiker einer mächtigen Partei ist. Ein guter Dramatiker aber würde aus der Mischung von aufgeregten politischen Primadonnen, Heimlichtuereien und intriganten Wirtschaftsbossen mit ein paar Zutaten bestimmt ein schönes, abendfüllendes Stück bauen können.

Man sagt, dass es keine zwei ohne drei gibt: Wann wird die Übersetzung von Hoch über allem verfügbar sein?

Rein rechnerisch müsste das im fernen Jahr 2027 geschehen, weil bei mir anscheinend immer 10 Jahre zwischen Originalausgabe und ital. Übersetzung liegen müssen. Ich glaube fest daran, dass wir es alle soweit schaffen, Herausgeber, Übersetzerin und Autor.

ff – 7 aprile 2022

Occidente

Definire che cosa sia l’Occidente – cioè la parte di mondo nella quale viviamo – non è affatto semplice. Farlo poi in poche righe, come queste, diventa addirittura temerario. Recentemente, però, ho fatto un’esperienza rivelatrice, cioè un’esperienza che in qualche modo, almeno di sbieco, mi ha permesso di comprendere che cosa sia o come funzioni, quello che chiamiamo “Occidente”. Accordatemi un frammento d’immeritata fiducia e prendete il mio racconto alla stregua di una storiella zen. Mi trovavo in un negozio del centro di Bolzano, accompagnavo mio figlio minore a comprarsi un paio di scarpe. Le scarpe erano tutte esposte, anzi appese, su una parete del negozio: centinaia di scarpe, quasi tutte uguali, nero e bianco i colori dominanti, e tutte bruttissime (o perlomeno, a me parevano bruttissime). Mio figlio le scorreva con lo sguardo, muovendosi prima in una direzione e poi nell’altra. Io intanto osservavo, e mi chiedevo con apprensione non “quali” avrebbe scelto (essendo tutte bruttissime, qualsiasi cosa avesse scelto non avrebbe mitigato il mio umore), ma piuttosto “come”, in base a quale criterio avrebbe potuto prediligere qualcosa piuttosto che qualcos’altro, in quella parata così uniforme e deleteria. Infatti la decisione non veniva. Allora siamo entrati in un altro negozio, che sembrava il fratello gemello del primo. Anche lì stessa distesa di scarpe, identiche a quelle precedenti, e medesima scena: lui che le scorre con gli occhi, ne prende un esemplare in mano, lo ripone, e prosegue. Nel frattempo era già trascorsa quasi un’ora, il mio tedium vitae allo zenit. Siccome avevo qualcosa da fare, gli ho detto: “Senti topo, tanto mi sembra che tu non abbia bisogno di me, guarda di scegliere delle scarpe comode, almeno comode, e non le pagare più di sessanta euro, mi raccomando, io torno a casa”. Con una sensazione di estremo sollievo, uscire da quel negozio è stato come uscire dall’Occidente.

ff – 7 aprile 2022

Il futuro del sistema

Nel prologo dell’ormai famosissimo libro scritto da Christoph Franceschini e Artur Oberhofer – “Freunde im Edelweiss. Ein Sittenbild der Südtiroler Politik” – si legge: “I protocolli delle intercettazioni telefoniche, i file audio e le informazioni relative allo sfondo politico che pubblichiamo in questo libro vanno probabilmente oltre l’immaginazione di molti sudtirolesi, e distruggeranno l’immagine idilliaca e romantica della politica locale che molti cittadini creduloni hanno ancora oggi”. Ma è veramente così? Davvero esisterebbero ancora oggi, in Sudtirolo, cittadini creduloni che ritengono la politica locale un’oasi idilliaca e romantica in un contesto generale fatto invece di corruzione, mediocrità e misfatti? Al netto della strategia di marketing che si sta dimostrando vincente, e del voyeurismo che ne costituisce l’appeal (il libro si vende benissimo), ci permettiamo di dubitare che i lettori stiano sfogliando quelle pagine a bocca aperta, pensando cioè di trovarsi davanti a un mondo parallelo finora ignoto.

Si potrebbe infatti chiedere: ma perché mai il cosiddetto “scandalo Sad”, ovvero la vicenda attorno alla quale sono state raccolte e pubblicate le intercettazioni oggetto del corposo volume, dovrebbe stabilire un salto di qualità così distruttivo rispetto ad altri scandali già attraversati in passato? Qualcuno si ricorda per esempio dell’ex assessore Michl Laimer e dell’allora direttore generale della Sel (società elettrica sudtirolese) che furono al centro di un affaire similare, parliamo di una decina di anni fa, finito anch’esso poi nelle pagine di un libro pubblicato da uno dei due autori di “Freunde im Edelweiss”? Ci furono, allora, conseguenze in grado di determinare una palingenesi effettiva, esiti così radicali da mutare in modo significativo il paesaggio politico al quale siamo qui abituati da decenni (con la Svp player indiscusso e in grado di ricompattarsi al momento opportuno secondo l’eterno motto del “Zomholten”)? Sarebbe assai difficile rispondere affermativamente.

Molto di rado scandali di questo tipo sortiscono l’effetto di destabilizzare il “sistema” (parola chiave) che essi riescono (come un lampo improvviso) a rivelare per un momento nei suoi contorni più discutibili. Neppure la madre di tutti gli scandali politici messa in moto da inchieste giornalistiche, quella che generalmente fornisce il paradigma di riconoscimento per casi del genere – parliamo del Watergate, che pure fece saltare la testa del Presidente americano Nixon –, riuscì a intaccare in profondità il suo specifico sistema di riferimento. Tornando quindi al nostro più modesto contesto provinciale, osservatori dotati del necessario disincanto hanno già prontamente osservato come sotto la superficie di quella che adesso può apparire una guerra di tutti contro tutti, sommariamente e generosamente ricostruita abbozzando il racconto di uno scontro tra una presunta corrente “liberale” e una “conservatrice” all’interno della Svp, esista uno zoccolo duro d’interessi solidali (primo fra tutti, potentissimo, quello della sopravvivenza politica) che, dopo aver accusato il colpo, assorbirà progressivamente le tensioni emerse al fine di riproporre l’adagio di sempre: extra ecclesiam nulla salus, extra ecclesiam nemo salvatur (e sul fatto che la Svp sia una chiesa, fondata sulla religione laica dell’autonomia, non dovrebbero esserci dubbi).

Del resto, qualcuno ritiene sul serio che la Svp sia un frutto anomalo prodotto da un terreno (in primo luogo antropologico) capace di farlo marcire così, in assenza di alternative plausibili? Perché il punto è proprio questo: finché autonomia e partito di raccolta verranno ritenuti come facce di una medesima medaglia, il senso pratico e l’assuefazione a contenere i propri slanci immaginativi entro limiti scolpiti nella pietra consiglieranno sempre di non mutare il copione mandato a memoria. Anche se il gioco è diventato cattivo, non mancheranno i buoni visi in grado di minimizzare ciò che è accaduto. Certo, alcune figure verranno indebolite, altre si rafforzeranno, ma il mondo che qui abitiamo continuerà a girare per molto tempo attorno al suo asse incrollabile. E alla fine saranno contenti quasi tutti. A cominciare da chi, con la forza resistibile di un libro, avrà sì dimostrato che il Re si sia denudato, ma avendo già pronto nell’armadio il vestito con il quale affrontare i rituali inverni.

Corriere dell’Alto Adige, 26 marzo 2022

Due sorelle

Felice Casorati, Cynthia, 1925

Sono entrate in libreria tenendosi per la mano, sembravano sorelle. Anzi sono sorelle. Si riflettono l’una nell’altra, la salute della prima guida la malattia dell’altra (ma la malattia dell’altra non può che riflettersi anche sulla salute della prima, ovviamente). Quella che guida e che pensa e che parla (ma non è detto che l’altra non pensi, anche se non parla) dice di cercare un libro di Francesco Piccolo che parla di felicità. I libri sono due e in uno compare la parola felicità, nell’altro la parola infelicità. Li prende, li soppesa, capisce che c’è qualcosa che non quadra. Io intervengo e le dico che il primo libro, quello con su scritta la parola “felicità”, è il primo, quello giusto, quello da prendere. Lei allora mi dice: “a nessun costo prenderei il secondo”. Trovo l’espressione buffa e la ripeto: a nessun costo. La sorella che non parla indietreggia sempre di più verso una disarmante lontananza (io sento che la parola “felicità” non fa per lei, come potrebbe?). Continuano ad aggirarsi per la libreria, con due copie dello stesso libro in mano. La sorella che guida adesso punta gli scaffali in cui sono esposti i libri di argomento psicologico. “Cerco un libro che parli di felicità” (qui io avverto la vertigine di cose orrende e fantastiche). Lascio perdere la sorella che guida e mi rivolgo a quella retrocessa oltre l’ultimo confine della sua incomunicabilità. “Come va?”. Mi viene incontro una smorfia, la sofferenza sotterrata di una smorfia di chi non è abituata a nuotare in superficie – tra un sorriso di convenienza e l’altro (qui tutto è sconveniente) – ma a muoversi solo sul fondo di profondissimi abissi. Vedo il suo sforzo di risalire. Quella che guida però non aspetta, forse non sa aspettare e mi parla di psicofarmaci, di una vita passata sempre insieme, “siamo gemelle”, mi dice, e abbraccia la sorella, adesso la abbraccia e le dice che tra poco prenderanno un aperitivo e poi andranno a mangiare insieme. “Non sei contenta?”, le chiede, senza ottenere alcuna risposta. Mi sono sembrate due figure scorticate a nudo.

(23 marzo 2019)

Il sacro limes

Un recente contributo apparso sulla “Rivista italiana di geopolitica” invita a sorvegliare quanto sta avvenendo al confine. Un’inchiesta sfocata, tra pochi nuovi dati certi e vecchi sogni sovranisti.

Lo statuto della geopolitica è “limitato” o “limitante”. Per rendercene conto convochiamo subito una definizione, fornita dal geografo francese Yves Lacoste che enuclea in modo assai chiaro in cosa esso consista: “Viene considerata geopolitica – scrive Lacoste – quella situazione nella quale due o più attori politici si contendono un territorio. In questo contendere, le popolazioni che abitano il territorio conteso, o che sono rappresentate dagli attori che se lo contendono, devono essere coinvolte in questo conflitto attraverso l’uso degli strumenti di comunicazione di massa”. Concependo la nozione di territorio come spazio di una possibile contesa, è chiaro che anche la nozione di confine (parola che traduce il latino “limes”) assorbe inevitabilmente una connotazione conflittuale, configurandosi come ferita impossibile da rimarginare, almeno finché uno dei due o più contendenti non cederà posizioni all’altro. In tale prospettiva, però, ciò che va perduta è la costitutiva porosità dei confini stessi, il loro auspicabile sfiammarsi, vale a dire una tendenza che porterebbe a considerare i limiti non solo come scene di una possibile rivendicazione volta a presidiarli, quanto piuttosto come un’atmosfera in cui si affermino e perdurino sfumature umane e paesaggi istituzionali irriducibili al bianco e al nero.

Queste brevi delucidazioni sono utili per inquadrare un contributo – apparso sul numero di gennaio della rivista “Limes: rivista italiana di geopolitica” – che ha tentato di riflettere sui possibili effetti della pandemia nel contesto sudtirolese-altoatesino (Federico Petroni, “Rapporto dall’Alto Adige. La frontiera debole”, pp. 219-232) adottando un procedimento euristico alquanto discutibile. Ecco il catenaccio dell’articolo: “Nello strategico territorio di confine con l’Austria proliferano i no vax. Sia avviano a creare un loro ghetto nel contesto della segregazione morbida che organizza la coesistenza di germanofoni e italofoni. Lo spirito anticentralista galoppa e investe Bolzano”. Cosa ci vuol dire in sostanza Petroni? Essenzialmente che l’Alto Adige-Südtirol (definito “il nostro confine strategicamente più importante”, senza però specificare alla luce di quale particolare strategia lo sia, a meno che non sia quella di debellare “influenze e manipolazioni culturali del mondo germanico di cui il resto del paese è completamente ignaro”, come si afferma testualmente) è ancora uno spazio indeciso, al suo interno etnicamente frammentato, e che il movimento sorto in opposizione alle misure sanitarie di contrasto alla pandemia – tessera verde e vaccinazione – potrebbe anche essere letto come l’espressione aggiornata di un impulso secessionista ancora ben presente sotto la cenere. Che tale ipotesi non sia suffragata da dati di fatto inoppugnabili è peraltro un’acquisizione che neppure l’autore nega nel corso della sua disamina – a un certo punto infatti è costretto a scrivere: “Può dunque il Covid generare una nuova stagione del secessionismo sudtirolese? La risposta è un secco no” –, eppure il tono generale dell’argomentazione non riesce a liberare il lettore dall’impressione che tali pericoli non possano in futuro essere alimentati da altri fattori e che, insomma, anche l’occasione perduta dai no vax per rianimare lo spettro delle rivendicazioni portate avanti storicamente dagli indipendentisti (oggi “minoritarie”) debba essere osservata con paternalistico sospetto proprio al fine di prevenire una degenerazione sempre latente.

Accantonata per il momento l’ipotesi che siano i no vax a favorire le tendenze separatiste, ecco che l’idea è ripresa subito analizzando quanto la Svp potrebbe decidere di fare per sopperire a un calo del suo prestigio all’interno dello scenario politico locale (calo in effetti manifesto, ma non solo per le ragioni prese in esame dall’articolo). Per contrastare la paradossale tendenza “anti-provinciale” in atto (Petroni pensa che un “Los von Bozen” stia rimpiazzando sinistramente il classico “Los von Rom”), il partito di raccolta tenderebbe così a riprendere la strada delle richieste autonomistiche che, con un giro più lungo, ci riporterebbero al “Los von Rom” dimenticato negli ultimi decenni. Tra queste: l’abolizione della Regione Trentino-Alto Adige (l’autore scrive: “mantenuta dallo Stato per arginare proprio le richieste che attaccano la cultura italiana locale”, come insomma se i trentini contassero poco), la rimozione della figura del commissario del governo, la creazione di un’agenzia delle entrate locale, l’istituzione di una Corte costituzionale provinciale, la gestione amministrativa della giustizia e della Rai, il poter esercitare in autonomia il diritto dell’Unione Europea, il riconoscimento di ufficialità solo ai toponimi in uso prima dell’annessione. Scontato così il commento venato di sarcasmo (“Manca solo di armare gli Schützen e la differenza con un Südtiroler Freistaat, uno Stato libero del Sudtirolo, sarebbe davvero minima”) e il suggerimento a promuovere un intervento che finisce per assomigliare alla più classica delle reazione neo-centraliste o sovraniste: “L’Italia può conservare l’Alto Adige soltanto se il contesto resta pacifico ed economicistico. Ogni fibrillazione, identitaria o sanitaria, rischia di ridurre la sua già limitata sovranità. La collaborazione delle istituzioni locali, resesi conto di non poter affrontare le emergenze da sole e di essere contestate dall’interno, è preziosa. Bisogna inoltre approfittare del disincanto che il Covid ha prodotto nella fatata narrazione degli altoatesini di sé stessi, convinti di essere sempre unici e migliori del resto del paese. Tali impulsi vanno sfruttati per respingere al mittente richieste eccessive e per inserire la provincia in una ridefinizione generale dei poteri territoriali, in cui l’epidemia ha mostrato l’inadeguatezza. Non per trattare l’Alto Adige come se avesse le stesse priorià e sfide della Sicilia, ma per non generare nei locali la paura che Roma li voglia derubare dell’autonomia” (corsivo nostro). E qui potremmo chiedere: ma come sarà possibile limitare dichiaratamente l’evoluzione dell’autonomia non dando l’impressione di volerne sospendere il processo?

L’approccio geopolitico, l’abbiamo visto, non può esimersi dal tematizzare i confini come problematici, e le soluzioni che cerca ricadono quasi sempre in un’ottica di delimitazione territoriale che scredita le immagini sfumate. Per questo motivo l’Alto Adige-Südtirol viene definito una frontiera “debole”, con il chiaro sottotesto che tale debolezza sia uno svantaggio da superare grazie a un rafforzamento dell’appartenenza del territorio alla compagine statale. Il difetto principale di questa impostazione è che, così facendo, si rischia di riattivare le logiche nefaste di una contrapposizione che proprio gli aspetti più virtuosi dell’autonomia faticosamente conquistata sono riusciti a circoscrivere e depotenziare. Una controprova della scarsa desiderabilità che tale riattivazione potrebbe suscitare è contenuta per esempio nel modo con il quale, infine, Petroni guarda al gruppo linguistico italiano residente in provincia, gruppo che egli descrive rifacendosi all’analisi per fortuna molto sbiadita datane dallo scrittore Sebastiano Vassalli nel libro “Sangue e suolo”, pubblicato quasi quarant’anni fa: “Sempre più persone s’identificano non come italiani ma come altoatesini di lingua italiana o addirittura come sudtirolesi di lingua italiana. Decenni fa Sebastiano Vassalli parlava di disagio degli italiani. Oggi la loro soggettività rischia di sparire”. Terre di confine da “risacralizzare”, meccanismi di difesa per salvaguardare una parte della popolazione ritenuta sulla via dell’estinzione: basta guardare a quello che è accaduto (e sta accadendo) a proposito del Donbass per accorgersi dei danni provocati da una geopolitica di questo tipo.

ff, 3 marzo 2022

Il fondamentalismo dentro di noi

Siamo soliti legare la parola “fondamentalismo” a movimenti religiosi distanti da quelli che si sono sviluppati prevalentemente in Occidente (in particolare, negli ultimi decenni si è parlato molto del “fondamentalismo islamico” e delle sue applicazioni “terroristiche”). Si tratta di uno sbaglio, o se vogliamo di un abbaglio. Anche compiendo solo una breve ricerca in rete possiamo venire a sapere, per esempio, che di fondamentalismo si è cominciato a parlare proprio in Occidente, segnatamente al riguardo di una corrente della religiosità protestante che si sviluppò negli Stati Uniti tra la fine del secolo XIX e la fine della Prima guerra mondiale. È allora in base all’analisi dei tratti riconoscibili entro il nostro perimetro culturale che riusciamo, per estensione, a concepire determinate caratteristiche poi attribuibili anche a fenomeni a noi apparentemente alieni.

In cosa consistono, dunque, questi tratti? Chi si professa (apertamente o implicitamente) fondamentalista rivendica un’adesione a precetti fideistici che si pongono in aperta contraddizione con l’atteggiamento critico di chi, pur credente, non intende svalutare in linea di principio tutto ciò che si contrappone alle proprie credenze, come per esempio le acquisizioni della scienza moderna, basate su una valutazione empirica e oggettiva del mondo naturale. Un’indicazione che vale ovviamente anche al contrario, giacché persino all’interno della scienza moderna (secondo la tendenza che i filosofi hanno qualificato come “scientista”) si possono rintracciare inclinazioni parimenti esclusiviste, maturate sul discredito di qualsiasi esperienza non riferibile ai propri protocolli d’indagine. In estrema sintesi: il fondamentalismo non può essere avvistato facendo leva sul contenuto puntuale al quale chi lo professa si manifesterebbe legato, ma sullo sfondo dell’annichilimento sistematico di tutto ciò che si pone oltre quel contenuto, negando in linea di principio un pensiero alternativo. Da qui i pericoli esiziali che ogni fondamentalismo arreca alla democrazia e a un modello di civiltà pluralistico.

Se teniamo ferme tali acquisizioni teoriche, è possibile allora leggere con legittima preoccupazione quanto emerso da un fatto di cronaca del quale hanno parlato i giornali sul finire dell’anno passato. Un piccolo gruppo di fondamentalisti cattolici, attivo in Valle Aurina, orientato alle dottrine ultra-reazionarie dei “Neuchristen” svizzeri e alla predicazione di Nikolaus Schneider (figura la cui influenza è stata già condannata dalla Chiesa e, sperabilmente, con ciò ridotta a una progressiva impotenza), avrebbe sequestrato dei bambini nel cerchio di rituali devozionali improntati a un fanatismo tanto ottuso (per chi lo ritiene alla propria portata, ma ciò inerisce in fin dei conti ancora la sfera di una scelta personale) quanto vessatorio (quando si estende a colpire chi non ha i mezzi per arginarlo). Per difenderci da derive del genere non è produttivo, come abbiamo cercato di argomentare, parlare della rinascita di anacronistici inferni medievali, ma occorre capire che la “vera” fede non esclude la mitigazione dei suoi precetti opponendosi frontalmente a un pensiero che non ne contempla tutte le proposte; e allo stesso tempo dobbiamo limitare la pretesa di estendere il dominio di ciò che è razionalmente accertabile a tutte le situazioni possibili (anche a quelle non riducibili senza ulteriori aggiunte a una esplicabilità razionale). Più che il fondamentalismo fuori di noi, insomma, è quello dentro di noi che sarebbe utile imparare a combattere.

Corriere del Trentino/Corriere dell’Alto Adige, 23 febbraio 2022 – Pubblicato con il titolo “La difesa contro le sette”

L’autonomia non è un museo

Francesco Palermo – Eurac

Il compleanno dell’autonomia fornisce la possibilità di ripensare un’esperienza di indubbio successo ma anche bisognosa di essere sgrassata da una retorica esclusivamente celebrativa.

Nell’anno in corso si festeggia il cinquantenario dell’entrata in vigore del secondo statuto di autonomia (1972). La casa editrice Alphabeta di Merano ha da poco mandato nelle librerie un agile volume – in forma d’intervista – firmato dal giornalista Maurizio Ferrandi e dal costituzionalista Francesco Palermo (per adesso solo in lingua italiana, ma tra pochi mesi – col titolo Die Mühen des Erfolgs, – uscirà anche opportunamente in versione tedesca, tradotto da Walter Kögler, sempre con lo stesso editore). Si tratta di una pubblicazione redatta con un linguaggio appropriato al tema tecnico eppure tutt’altro che pesante, utilissima quindi non solo al fine di ricapitolare il percorso sinora svolto, ma anche per gettare uno sguardo verso le sfide future. Abbiamo chiesto a Francesco Palermo di schizzare il contenuto dei suoi ragionamenti, attivando una visione d’insieme che unisce competenza specifica, sia storica che giuridica, e virtù divulgative.

Il titolo del libro (“Il faticoso modello”) sembra quasi un ossimoro. È possibile scomporre la formula ponendo chiaramente da una parte ciò che rappresenta (o ha rappresentato) il lato faticoso e quello esemplare della nostra autonomia?

No, anche perché buona parte del carattere esemplare del “modello” viene proprio dalla fatica con cui è stato costruito. Le buone soluzioni non calano dal cielo, né restano buone a lungo senza la fatica di mantenerle efficienti. Il dialogo è faticoso, ma è la benzina che fa funzionare il motore.

Nei cinquant’anni che ci separano dall’approvazione del secondo statuto una cosa è emersa con chiarezza: gli oppositori e i mugugnatori sono ormai ridotti a una esigua minoranza, quasi senza più voce. Segno che ormai abbiamo raggiunto una stabilità quasi inerte, magari rassicurante ma anche priva di dinamismo dialettico?

Precisamente. E questo è allo stesso tempo il grande successo e il grande rischio del sistema costruito dal e sul secondo statuto. Successo, perché gli obiettivi di pacificazione e autogoverno sono stati indubbiamente raggiunti, e in una misura che nessuno avrebbe osato sperare cinquant’anni fa. Rischio, perché proseguire per inerzia (e aggiungerei comodità, pigrizia, paura, accondiscendenza) porta a sottovalutare i pericoli di dare tutto per scontato e di procrastinare i necessari interventi di manutenzione. I pochi che si fanno, poi, sono frutto di scelte unilaterali consentite da opportunità politiche del momento, e non di una condivisione interna alla società. Questo a lungo andare riduce la funzionalità del sistema.

A proposito di “sistema”, nel libro lei dice che la contrapposizione tra una visione “etnica” e una “territoriale” dell’autonomia è “sterile e fuorviante”. Ce ne vuole spiegare il motivo?

Il sistema autonomistico prevede entrambe le dimensioni. Sul piano storico non c’è dubbio che l’autonomia sia “etnica”, in quanto nata esclusivamente per tutelare un gruppo linguistico e solo quello. Ma sul piano operativo vi è una chiara distinzione tra un’autonomia declinata in chiave territoriale, nel senso di un congegno predisposto per la gestione di un territorio, e un’autonomia pensata come strumento di tutela delle minoranze e di garanzia di specifici diritti che riguardano quindi le persone.

Può fare un esempio?

Allora, le competenze sono espressione di un governo autonomo del territorio, il diritto all’uso della propria lingua nei confronti dell’amministrazione è un elemento di salvaguardia delle minoranze. Inoltre i termini e il conseguente dibattito sono ormai troppo connotati politicamente, e forse come lei ricordava, anche “etnicamente”. E allora è un serpente che si morde la coda. Domandiamoci piuttosto: quali sono le parti che necessitano di aggiornamento? Quelle legate alla convivenza dei gruppi o quelle relative all’autogoverno? La risposta nuovamente è: entrambe, ma le seconde forse più delle prime.

Parliamo della relazione tra autogoverno e contesto globale (una relazione spesso problematica, come abbiamo visto a proposito della gestione della pandemia). Ammesso e non concesso si tratti di una contraddizione, pensa che l’autonomia disponga ancora della necessaria elasticità per superarla?

Temo di no. Anche perché l’autogoverno viene sempre letto in chiave proprietaria. Ma oggi l’autonomia non è tanto acquisire competenze, quanto capacità di coordinarle con altri livelli. Di questo non solo non c’è sufficiente consapevolezza politico-culturale, ma nemmeno ci sono adeguati strumenti nello statuto, che è il frutto della logica rivendicativa, necessaria allora ma potenzialmente limitante oggi.

L’autonomia è nata in un’epoca in cui determinate entità, chiaramente definite nei loro ruoli e anche nella loro gerarchia (tedeschi e italiani, maschi e femmine, rappresentanti politici e popolo, ma anche indigeni e immigrati o addirittura passato e futuro), appaiono oggi più sfumate e bisognose di una ridefinizione. Quali sono allora gli obiettivi cruciali sui quali, lasciando sullo sfondo le celebrazioni di rito, dovremmo puntare per compiere quella che lei chiami una “necessaria manutenzione” del nostro impianto istituzionale?

Il rischio che vediamo nelle celebrazioni del cinquantesimo anniversario del secondo statuto è quello di un’autonomia da museo. Un po’ è normale e forse anche giustificato guardarsi indietro e ammirare con soddisfazione i risultati raggiunti. Ma se si fa solo questo si congela l’autonomia e la si soffoca. Tra l’altro anche i musei sono cambiati, e non sono più solo spazi di conservazione, quindi nemmeno la metafora funziona più bene. Abbiamo la fortuna di poter contare su un impianto normativo ancora buono, basato su un tessuto sociale che regge. Sono condizioni di partenza fortunate, perché, per l’appunto, il sistema ha bisogno di manutenzione, non di una rivoluzione, come fu quella di 50 anni fa. Bisogna però elaborare un progetto di ristrutturazione, e poi lo si può portare avanti per gradi. Non serve demolire e ricostruire, basta adattare l’esistente, montando impalcature intorno alla struttura che c’è. Ma va fatto.

Ma da dove si potrebbe partire concretamente? Come vede per esempio il ruolo degli italiani, finora attori più passivi che attivi nel processo autonomistico?

Concretamente: non penso che sarebbe pensabile togliere dall’oggi al domani proporzionale e censimento, ma vanno adattati, per accompagnare i cambiamenti. Lo stesso vale per molti altri aspetti, dalla scuola alla formulazione delle competenze secondo criteri più moderni, alla previsione di nuovi rapporti con altri livelli di governo, dai comuni alla regione, dall’Euregio allo Stato all’Unione europea. Dovrà essere fatto seguendo un metodo più partecipato. Quanto agli italiani, hanno la medesima pigrizia e affaticamento che contraddistingue anche gli altri gruppi “ufficiali” della provincia, ma con qualche difficoltà in più. Perché da una parte il sistema li pone oggettivamente in condizioni di debolezza, sul piano istituzionale e su quello politico; dall’altra perché manca una coscienza di gruppo, oscillando tra la necessità di rivendicare una posizione come tali e la voglia di superare il sistema di incasellamento.

ff – 10 febbraio 2022