Speranza dopo le pietre

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Il video dura poco più di 30 secondi. Si vede la strada antistante la stazione degli autobus percorsa da poche macchine. Poi appare un giovane uomo di colore che grida e tira qualcosa, forse una pietra, verso il punto dal quale sono effettuate le riprese. L’autrice del video è la consigliera provinciale dei Freiheitlichen Ulli Mair, la quale l’ha poi postato sulla sua pagina Facebook con la seguente didascalia: «Le “nostre risorse” diventano più aggressive e tirano pietre alla mia finestra. Forse hanno capito che il vento sta cambiando, almeno voglio sperarlo! Intanto un grazie alla Polizia di Stato che in meno di tre minuti è arrivata e si è portata via due “ingegneri” o forse “chirurghi” che ubriachi fradici hanno trovato anche il tempo di tirare pietre e danneggiare la loro macchina. W la Polizia e forza Salvini».

Prima di commentare questo breve testo è bene esprimere tutta la solidarietà del caso a Ulli Mair e stigmatizzare l’accaduto, purtroppo non episodico. Da tempo la zona di piazza Stazione è teatro di risse e comportamenti che rendono la vita difficile a chi vi si trova. Detto questo, è indispensabile chiedersi anche se il problema possa essere risolto soltanto inasprendo controlli e attendendo l’intervento della forze dell’ordine. Indirettamente, è proprio Ulli Mair a spiegarci che questa non è la strada da seguire, nonostante alla fine il suo gradimento per gli attori di una eventuale repressione faccia pensare esattamente il contrario.

La traccia è contenuta nella parola “risorse”, che la consigliera usa con antifrastico disprezzo. Non possiamo aspettarci nulla da queste persone – ecco il messaggio – perché la loro presenza è di per sé problematica, e neppure adottando migliori misure di integrazione riusciremo mai a fare di loro degli “ingegneri” o dei “chirurghi”. Sono teppisti e vanno eliminati. Eppure, la completa assenza di ciò che potrebbe contrastare il triviale lombrosismo che separa gli esseri umani giudicati degni di questo nome dagli scarti irrecuperabili è una bancarotta della politica. Al contrario, qui sarebbe auspicabile aspettarsi un progetto rivolto a rendere evitabile ciò che ci disturba non invocando subito manette, gabbie e rimozioni, ma conservando l’opportunità di suscitare qualcosa di positivo. Pensare che ciò non possa verificarsi o, peggio, che non sia nostro compito almeno provarci, significa già operare per rendere ineluttabile un mondo più povero, più brutto e più triste, e non solo per chi vorremmo respingere oltre i nostri confini.

Corriere dell’Alto Adige, 16 giugno 2018

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L’atmosfera avvelenata

Appiano

Per tentare di analizzare quanto accaduto davanti al centro di accoglienza per richiedenti asilo di Appiano occorre mettere in relazione due fatti, provando a stabilirne un collegamento.

Il primo fatto: durante il loro soggiorno, i trentanove ospiti della struttura non avevano mai causato problemi, molti di loro hanno addirittura un contratto di formazione — cioè lavorano — e il livello di accettazione da parte della popolazione locale era nel complesso molto buono.

Il secondo fatto: gli attentatori, ovvero chi ha causato l’esplosione del petardo e apposto le scritte recanti una simbologia nazista, rappresentano solo se stessi e quindi non hanno agito — come qualche politico, per fortuna in minoranza, ha subito scioccamente commentato — sull’onda dell’esasperazione collettiva. Il nesso, l’unico nesso possibile tra i due fatti enunciati, deve perciò essere cercato altrove.

Dato che non stiamo parlando di una reazione di causa-effetto, è chiaro allora che l’elemento di congiunzione sia qui, per così dire, di tipo atmosferico. Esiste da tempo un’atmosfera psicologica nefasta, impastata di pregiudizi e profezie in cerca di conferma, tale da rendere l’incontro con la realtà quasi impossibile senza ricorrere a generalizzazioni insensibili a qualsiasi smentita fattuale.

Funziona così: se la cronaca, per ipotesi, evidenzia un episodio spiacevole a Pavia o Belluno, ecco che qualsiasi situazione possa anche solo essere lontanamente comparata con quanto accaduto, viene percepita come già in procinto di accadere, e la preoccupazione lievita fino a contraddire ogni tipo di evidenza. Nascosti in tale atmosfera, i pochi estremisti in circolazione, come quelli in azione ad Appiano, possono magari supporre di avere le spalle coperte, ma per stabilire che hanno fatto male i loro conti basta diradare quella atmosfera, quella nebbia nefasta, non stancandoci di ripetere come stanno veramente le cose e, soprattutto, inquadrando i problemi per ciò che sono.

Con difficoltà — talvolta con grande difficoltà, non scordiamoci mai del ragazzo curdo morto a Bolzano — la Provincia sta cercando di ottemperare ai suoi obblighi relativi all’accoglienza. Aggressioni totalmente ingiustificate come quelle di Appiano dimostrano che il cammino da compiere, anche sul piano della cultura diffusa, è ancora lungo. Fondamentale non cedere alle intimidazioni. Come opportunamente ha commentato il Landeshauptmann, Arno Kompatscher: «La violenza non risolve i problemi, bensì produce solo paura e ulteriore violenza».

Corriere dell’Alto Adige, 24 maggio 2018

La psichiatria è anche politica

francobasaglia

In una celebre intervista televisiva fatta da Sergio Zavoli a Franco Basaglia nel 1968, a un certo punto il giornalista chiede allo psichiatra: «Le interessa più il malato o la malattia?». La risposta sintetizza un programma rivoluzionario: «Oh, decisamente il malato!».

Lunedì scorso è stato ricordato anche così, citando queste parole, l’uomo che dall’inizio degli anni Sessanta fino al 13 maggio del 1978, cioè esattamente 40 anni fa, contribuì in modo decisivo a smantellare l’istituzione totalitaria degli ospedali psichiatrici, dei manicomi, restituendo ai malati la soggettività, i diritti civili e in pratica la speranza di poter vivere con piena dignità.

Nella «Casa Basaglia» di Sinigo, un luogo «aperto», gestito dunque tenendo conto dell’impostazione prevista dalla legge 180, si è discusso in particolare delle modalità con le quali la norma — secondo Norberto Bobbio l’unica grande riforma effettuata in Italia nel Novecento — è stata di fatto applicata sul territorio nazionale e provinciale, e di quello che resta ancora da fare. La primaria del Servizio psichiatrico del comprensorio sanitario di Merano, Verena Perwanger, ad esempio, ha miscelato elementi di soddisfazione con annotazioni più critiche. In particolare, è l’esiguità dei fondi a disposizione — poco più del 3% dell’intera cifra destinata alla sanità, mentre la media europea si avvicina al 10% — che oggi inibisce quel salto di qualità necessario a rendere la terapia psichiatrica qualcosa di ben più sistemico e comprensivo di un mero dispositivo tecnico, di per sé incapace di abbattere le barriere dell’emarginazione. Neppure in provincia di Bolzano, a dispetto della sua autonomia finanziaria, la situazione è diversa dal resto del Paese, ha ammesso la dottoressa.

Secondo Basaglia — ecco qualcosa che tendiamo spesso a dimenticare e che a Sinigo è stato opportunamente sottolineato — il lavoro di una psichiatria che pone al centro della sua attenzione il malato, prima della malattia, include anche un gesto profondamente politico. Decostruire le istituzioni disumanizzanti — non solo in ambito clinico, bensì ovunque si producono esercizi di segregazione o esclusione tali da azzerare la volontà e persino l’identità degli individui — è un compito da risvegliare ed estendere all’intero corpo della società. Un compito, peraltro, iscritto nello spirito della nostra Costituzione, la quale ci sprona a rimuovere tutti gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Corriere dell’Alto Adige, 17 maggio 2018

La rivincita del tacchino

Penna di tacchino

Glu glu, glu glu. Chi ha voce, oggi, rinuncia alla parola: sta in disparte, tace, si fa cavo; lascia la scena, per intero, al passaggio di un tacchino che gloglotta.

Nella terza sezione del libro “Divertimenti tristi”, scritto dall’autore brissinese Enrico De Zordo e appena pubblicato per i tipi delle Edizioni Alphabeta Verlag, è contenuta una deliziosa prosa minima il cui incipit disegna il confine di uno spazio simbolico apparentemente inesorabile: “Il cielo sopra Bolzano, sotto qualsiasi aspetto lo si consideri, pullula di aquile”.

Il raccontino, che per l’appunto conforma il suo titolo al nome del più regale dei rapaci, prosegue con un elenco di volatili effettivamente rinvenibili o transitati in loco (“l’aquila del Terzo Reich, l’aquila napoleonica, l’aquila fascista, l’aquila bicipite austriaca”), mentre altri sfumano nel puro divertissement letterario (“l’aquila-demonio, l’aquila della tradizione pellirossa, l’aquila-giustizia di Dante”). Questa moltitudine di aquile sorvola – è il caso di dirlo – una storia e un paesaggio caratterizzati da ciò che l’autore, altrove, ha chiamato “lo sciopero degli eventi”. Molto semplicemente, nella nostra provincia è come se le cose tendessero a ripetersi o a non evadere mai in modo veramente significativo dagli schemi consueti – si pensi a certi evergreen che inceppano il discorso pubblico –, e la tentazione di sottrarsi al loro perpetuo spettacolo diventa perciò irresistibile, una vera e propria necessità esistenziale: “Più spesso mi verrebbe voglia di cambiare cielo, o che entro la linea del nostro orizzonte irrompesse finalmente un tucano”.

L’irruzione di un tucano sarebbe una soluzione, ma forse troppo estrema. Ecco quindi che viene in soccorso un altro uccello, rappresentato sulla copertina del libro mentre corre, o addirittura fugge in uno spazio vuoto. Si tratta di un tacchino, l’uccello vittima per eccellenza, visto che per lui, al contrario dell’aquila, il valore simbolico si contrae per ridursi quasi interamente a quello d’uso, ossia all’essere mangiato. Transitando dall’immagine imperante ma statica dell’aquila verso quella sfuggente e dinamica del tacchino, sentiamo comunque già una benefica diminuzione di peso, un alleggerimento del contesto in cui siamo inseriti, e possiamo così avvistare una dimensione di ritrovata normalità.

Non è affatto male cessare di credersi nobili, irraggiungibili aquile e accettare invece la nostra umile condizione di tacchini, creature condannate a fuggire dal piatto al quale sono destinate non appena nascono, ma proprio per questo pronte a far smettere di scioperare gli eventi, cercando altrove, in altre occupazioni, in altri sogni, un futuro migliore. Siamo tacchini, non aquile, e non appaia un disonore. Forse, al contrario, è l’unico modo per rimettere in moto la nostra storia.

Enrico Divertimenti

Enrico De Zordo durante la presentazione di “Divertimenti tristi”, il 7 maggio 2018 alla libreria Ubik di Bolzano

Sirene reazionarie

Schützen

Gli Schützen sudtirolesi hanno festeggiato recentemente a Bolzano il loro sessantesimo anniversario e ribadito l’ambiguità che li contraddistingue, differenziandoli dai colleghi trentini e nordtirolesi. Tale ambiguità è stata plasticamente espressa dalla frase pronunciata dal loro comandante, Elmar Thaler: «L’attualità ci dà ragione. Senza di noi nessuno avrebbe avvertito la necessità di allestire un museo nella cripta del Monumento alla Vittoria, senza di noi i partiti politici non si sarebbero mai occupati di toponomastica». Poi, con uno sguardo già rivolto al futuro ha affermato: «Negli Schützen si sta piano piano riaffacciando la consapevolezza che qualcosa, in questa terra, debba essere radicalmente cambiato».

Quali siano le cose che dovrebbero essere radicalmente cambiate è presto detto. Gli Schützen detestano un Sudtirolo più aperto, moderno, orgoglioso di aver superato i conflitti passati e anche fieramente attestato sulla propria vocazione di territorio culturalmente molteplice. Cambiare radicalmente, anzi rovesciare tale tendenza, è il loro obiettivo, e quindi — per la stessa ammissione del comandante Thaler — è questo il messaggio, l’invito che essi rivolgono alle forze politiche dalle quali vorrebbero essere rappresentati.

Fisiologica in ogni comunità compattatasi in seguito a traumi storici costantemente ricordati, la presenza di simili soggetti diventa negativa, allorché la politica tradizionale non solo non è in grado di circoscriverne la sfera d’influenza, bensì ne assume pose e missione per rivitalizzarsi, com’è accaduto con l’attribuzione della carica di segretario generale dei Freiheitlichen a Florian von Ach, in precedenza Geschäftsführer dei cappelli piumati. In Sudtirolo, al riguardo, la situazione è quindi tutt’altro che promettente, visto che alla destra della Volkspartei esistono ben due partiti intonati al canto delle sirene reazionarie, e la stessa Stella Alpina non può permettersi di entrare in aperta collisione con le loro posizioni, finendo con il subirne una moral suasion alquanto gravosa.

A questo punto solo un’eventuale (e dagli Schützen ovviamente sempre agognata) spruzzata di nazionalismo italiano potrebbe rendere il contesto di nuovo infiammabile e riportarci indietro di decenni, a soddisfazione di tutti i nostalgici di ogni lingua e colore.

Corriere dell’Alto Adige, 4 maggio 2018 (pubblicato col titolo “Il cambiamento peggiorativo”)

Segregazione imbarazzante

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Prima di criticare occorre tradurre secondo la lettera e lo spirito. Il testo da tradurre è stampato su un manifesto: «Vorrang für deutsche Kinder in deutschen Kindergärten». In italiano: «Precedenza per i bambini tedeschi negli asili tedeschi». E prima di dedicarci all’interpretazione (e alla critica) del messaggio occorre ricordare anche l’immagine che correda — e nelle intenzioni esemplifica — il testo: un bambino dall’incarnato candido, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiari. Ci torneremo.

«Precedenza per i bambini tedeschi negli asili tedeschi», dunque. Il contesto è noto. Da tempo i partiti che rivendicano una difesa più intransigente delle prerogative delle minoranze hanno raccolto il «disagio» di alcuni genitori e insegnanti delle scuole materne in lingua tedesca, perché le classi sarebbero affollate da troppi parlanti di un’altra lingua, non solo l’italiano. Il problema esiste, dovrebbe essere affrontato con raziocinio, mettendo in campo le migliori risorse pedagogiche, ma sciaguratamente, assumendo una caratterizzazione in primo luogo politica, finisce per essere strumentalizzato nel modo peggiore. La «precedenza» invocata, infatti, attiva tutta una serie di significati escludenti, di tipo segregazionista, resi evidenti anche dall’imbarazzante identificazione tra lingua parlata (trattandosi di bimbi piccolissimi, un dato di difficile acquisizione) e identità personale. Un supplemento di «etnicismo» non necessario e completamente fuorviante anche, e soprattutto, dal punto di vista formativo.

Torniamo al manifesto. Quel bambino che dovrebbe rappresentare la «tedeschità» in pericolo non è di Gries, non abita con i genitori in una villa di Bozen Dorf, ma è russo. I «creativi» di Süd-Tiroler Freiheit, il partito autore dei manifesti, si sono rivolti a un’agenzia dove lavora la fotografa Oksana Kuzmina, specializzata nel fornire immagini di una Confederazione in cui, peraltro, si contano circa 130 nazionalità e si parlano almeno 150 lingue. Insomma, se quel bambino — chiamiamolo Boris, Yuri, Dimitri — risiedesse in Sudtirolo, sarebbe immediatamente sospettato di essere portatore di nociva molteplicità identitaria, e così invitato a dare la precedenza a un vero campione di purezza etnolinguistica. A quel punto, però, ci sarebbe parecchio da preoccuparsi e non resterebbe che augurare tristemente «spakojnoj nochi» (buonanotte, in russo) al futuro della nostra autonomia.

Corriere dell’Alto Adige, 27 aprile 2018