Un pasticcio gestito male

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Sul caso legato al mancato arrivo a Bolzano dello scrittore e accademico musulmano Tariq Ramadan adesso è persino possibile fare ironia giocando sul suo cognome: ne è sorto infatti un grande Ambaradan. Oppure, rifacendoci al titolo di un famoso libro di Carlo Emilio Gadda, un pasticciaccio, un «nodo, o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuole dire gomitolo». Al fine di dipanare un po’ la matassa, ecco intanto i due temi principali dell’intrico: l’intellettuale ambiguo, il cattivo maestro — troppo filoislamico per gli occidentali e troppo riformatore per gli islamici — e la critica al Centro per la pace mossa dalla destra cittadina, che ha preso di mira sia i suoi finanziamenti, sia la sua intimità con l’istituzione comunale. In breve: il malumore nei confronti del Centro sobbolliva da tempo, ma l’occasione propizia per mostrarlo è giunta soltanto adesso, al cospetto di una figura che, per la risonanza internazionale e la sua collocazione ideale, si prestava benissimo a smuovere le polemiche.

Riguardo al primo punto — se cioè Ramadan sia un intellettuale ambiguo, controverso e perciò da ostracizzare — la risposta può restare aperta. Sicuramente il suo pensiero risulta complesso, ricco di sfaccettature che non consentono l’attivazione di classificazioni semplici o immediatamente comprensibili. Per giudicarlo, insomma, non ci possiamo sottrarre alla fatica di ascoltare i suoi ragionamenti per intero o di leggerlo con attenzione. Del resto, è lo stesso sindaco Caramaschi, dopo un tardivo approfondimento, a essersi ricreduto dichiarando candidamente: «Adesso l’avrei incontrato». Sono però proprio le modalità dell’incontro — che può essere informale o istituzionale, vista la carica da lui ricoperta — a farci intravvedere il passaggio al secondo nodo della vicenda. In effetti, se anziché essere patrocinate e finanziate interamente dal Comune, le attività del Centro per la pace risultassero libere da qualsiasi condizionamento istituzionale, ci sarebbe stata probabilmente maggiore libertà di movimento. Vero è che il patrocinio e il finanziamento ha consentito che venissero organizzati incontri di altissimo livello. Ma così ci hanno rimesso un po’ tutti: il sindaco e gli organizzatori — per non essersi mostrati pienamente consapevoli di quanto sarebbe accaduto — e la città, che si è dimostrata inospitale nei confronti di un pensatore discusso, ma insieme al quale, proprio per questo motivo, sarebbe stato interessante e utile discutere.

Corriere dell’Alto Adige, 24 maggio 2017

L’altra faccia del silenzio

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Ognuno conosce il «Werther» di Goethe, il suo sfortunato amore per Charlotte e l’epilogo, con il suicidio del protagonista. Forse è meno noto che di un vero e proprio «effetto Werther» si parla, in ambito sociologico e psichiatrico, a proposito del fenomeno emulativo, allorché viene diffusa la notizia di un gesto così estremo. Sono perciò gli stessi specialisti che si occupano di tali tristissime storie a raccomandare il massimo riserbo.

Il silenzio e la prudenza possono tuttavia rivelarsi un corsetto troppo stretto davanti a un incremento sensibile di suicidi registrati in un breve lasso di tempo (negli ultimi sei mesi ben otto casi tra val Pusteria e valle Isarco). Ciò soprattutto tenendo conto che l’enorme estensione della superficie informativa della quale oggi disponiamo, grazie al web, finisce ugualmente per far circolare notizie un tempo ben più facilmente controllabili. Il problema non è più dunque circoscritto solo all’alternativa del parlarne o meno, ma riguarda in concreto le modalità con le quali gli intricatissimi nodi del disagio psichico possono essere sciolti se le attuali mani, diventate moltissime, si rivelassero poi non competenti.

A proposito di soggetti competenti: intervistato dal portale online «Salto», il primario del servizio psichiatrico di Brunico, Roger Pycha, ha lamentato la soppressione di un progetto di autopsia psicologica che era servito proprio a illuminare circostanze e motivazioni di molti decessi violenti. L’obiettivo delle perizie post-mortem è di fatto l’unico metodo per ricostruire il quadro psicologico e sociale utile all’individuazione di cause altrimenti disperse in una ridda di ipotesi e conclusioni condannate a restare troppo vaghe, pur sapendo come neppure l’indagine più accurata possa determinare con esattezza la dinamica per cui una persona è portata a togliersi la vita. «Se il progetto fosse ancora attivo — ha affermato Pycha — ci sarebbe la possibilità di risalire in modo ben più obiettivo e accurato dal punto di vista scientifico alle circostanze che hanno causato la morte degli otto ragazzi e stabilire se, per esempio, ci troviamo davanti a un nuovo gruppo a rischio». Attrezzarsi per passare da una strategia del silenzio a una che si adatti all’epoca nella quale viviamo, e sempre più vivremo, richiede uno sforzo di notevole intensità. Sarebbe perciò almeno indispensabile dotarsi dei migliori strumenti utili ad affrontare la complessità di un tema così delicato.

Corriere dell’Alto Adige, 19 maggio 2017

La Volkspartei sotto lo smalto

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Ogni volta che l’Svp celebra il suo grande congresso a Merano, il compito degli analisti è grattare sotto lo smalto di giornata, in modo da scorgere qualche novità. La notizia scintillante è il conferimento della massima onorificenza, una medaglia d’oro, a Luis Durnwalder. L’ex Landeshauptmann andrà così ad aggiungersi a un ristrettissimo pugno di padri della Heimat: Silvius Magnago, Roland Riz e Alois Mock. La motivazione proferita dall’Obmann Achammer non nasconde però i problemi con i quali i delegati e le figure prominenti della Stella alpina si dovranno confrontare allorché scemeranno gli applausi e verranno deposti i sorrisi di circostanza. «Durnwalder ha dato per decenni forma a gran parte della politica del nostro partito», ha detto Achammer. Ma è un capitale consolidato o un’essenza ben più volatile, legata cioè a circostanze diventate irripetibili?

La Landesversammlung giunge al culmine di una legislatura che doveva rilanciare l’autonomia e ripristinare quel collegamento tra cittadini e mondo della politica ormai assai danneggiato. Da questo punto di vista non è sicuro che il flop della protesta contro i privilegi e l’arroganza dei politici — un remake di quanto accaduto a metà marzo del 2013, quando una folla inferocita protestò davanti ai palazzi del potere per chiedere conto dello scandalo dei vitalizi — dimostri che la frattura sia stata sanata. Più probabile, al contrario, che la piazza vuota sia stata espressione di rassegnazione e sfiducia, rimandando ad altra occasione l’espressione di un dissenso che resta comunque strisciante e imprevedibile. Sfiducia di cui peraltro è circondata anche la Convenzione per la riforma dell’autonomia, che sta chiudendo i battenti non solo nell’ indifferenza quasi generale, ma evidenziando tutti gli schematismi di pensiero dai quali sembra impossibile evadere. Esiste forse uno schematismo di pensiero più abusato della dialettica tra filogovernatismo e istinto «blockfrei»? A Merano i riflettori saranno soprattutto puntati sull’elezione del vice-Obmann. In lizza per due posti Zeller, Oberrauch e Wiedmer. I primi due a presidiare le solite trincee: Zeller più vicino alle posizioni di Kompatscher, dunque favorevole a muoversi ancora in sintonia con il Pd; Oberrauch a caldeggiare l’uscita dalla logica dei blocchi, quindi un’ approssimazione alle posizioni della destra tedesca; Achammer, come un equilibrista, attento a cadere sempre dal lato giusto. Insomma, sotto lo smalto le novità sembrano davvero poche.

Corriere dell’Alto Adige, 13 maggio 2017

Proporzionale “invertita”

Pontormo

Da anni sappiamo che la proporzionale, ossia il meccanismo che qui regola la distribuzione dei posti pubblici tra i gruppi linguistici, è soggetta a un’applicazione non sempre rigida. Lo «sblocco» di venti infermieri di madrelingua italiana è per certi versi la nuova eccezione che conferma la morbidezza della regola; potrebbe però essere interpretato anche come lo slittamento progressivo di una situazione che in pratica richiede un riadattamento del quadro d’insieme, puntando a una progressiva obsolescenza del principio cardine. Di tale avviso è il coordinatore provinciale del sindacato Nursing Up, secondo cui la proporzionale è una «norma assurda che non ha più ragione di esistere». Ipotizzare una simile evoluzione è in realtà meno facile di quanto sembra. La proporzionale fu concepita non solo per riequilibrare in senso risarcitorio le storture praticate dall’amministrazione fascista — e da questo punto di vista ha già ampiamente assolto il compito — ma anche per dotare i singoli gruppi di un effettivo salvagente nel caso nuovi eventi riproponessero dinamiche conflittuali. Perfino il riferimento a un merito indiscutibile, cioè in grado d’imporsi in nome della cristallina superiorità di valori universalmente riconosciuti, è un argomento meno forte del previsto, perché in un contesto profondamente segnato dalla frammentazione identitaria i valori universali non possono mai essere disgiunti dai soggetti particolari che li incarnano. Elemento, quest’ultimo, che rappresenta il famoso cane dormiente, per fortuna adesso legato alla catena di norme dimostratesi utili a controllarne il movimento, tuttavia ancora provvisto di denti assai aguzzi.

A dire il vero un modo utile a congedare per sempre la proporzionale ci sarebbe. Bisognerebbe che il principio del bilinguismo, magari da accertare non in senso burocratico o generale, bensì di volta in volta in base al bisogno specifico disegnato dal profilo professionale, assorbisse in sé quello relativo all’appartenenza linguistica sic et simpliciter, così da renderlo di fatto completamente inutile. Finché tale passaggio non sarà davvero voluto, però, il rischio che la maggiore capacità di usare i diversi idiomi privilegi il gruppo attualmente più forte (inutile dire quale sia) conserva alla proporzionale un ruolo di salvaguardia a parti storicamente invertite. Liberarsene solo perché lo si ritiene «assurdo» potrebbe condurci ad assurdità persino maggiori.

Corriere dell’Alto Adige, 6 maggio 2017

Pizza, spaghetti e vecchi cliché

Pizza liquida

La “Pizza liquida” dello Chef Andrea Fenoglio

Identificare un popolo con una pietanza che lo marchierebbe in modo indelebile è il primo vagito di un razzismo non sempre inconsapevole. Il repertorio è vasto. Per limitarci a una rapida rassegna, gli italiani vengono chiamati altrove garlics, los polpettos, Spaghettifresser (il verbo fressen si adopera per designare il modo di alimentarsi degli animali), pastar (parola croata che significa mangiatore di pasta) e ovviamente secondo la pietanza regina: la pizza.

Anche gli Schützen di Laives venerdì non hanno trovato niente di meglio che ricorrere a un cliché del genere, intitolando la serata dedicata al presunto rischio di «italianizzazione» delle scuole di lingua tedesca «Pizza im Kopf» (pizza in testa). La banalizzazione, purtroppo, non si è però fermata al titolo. Tutto l’andamento del dibattito ha ricalcato posizioni da decenni utilizzate al fine di metterci in guardia davanti al pericolo di un’eccessiva contaminazione linguistica in orario scolastico, soprattutto se forzata con le subdole armi della didattica integrata (sul banco degli imputati il Clil, moderno succedaneo della mai troppo vituperata immersione). In modo apertamente contraddittorio, tali sperimentazioni sono state così decretate sia insufficienti a migliorare la competenza linguistica dei ragazzi, sia minacciose per la preservazione della loro monolitica (e mitologica) identità culturale. Punto di vista ideologico, lontanissimo ormai dalla mutata realtà sociale del Sudtirolo, e soprattutto incapace di affrontare un fenomeno che, specie in luoghi dove di fatto esiste un plurilinguismo diffuso (determinato anche da una cospicua presenza di cittadini provenienti da altre parti del mondo), avrebbe bisogno di essere trattato con ben altra sensibilità e una molteplicità di strumenti, non certo auspicando il ritorno ai bei tempi in cui la rigida divisione dei gruppi linguistici poteva almeno avere una giustificazione storica.

La realtà cambia, dunque, ma in certi ambienti gli atteggiamenti restano gli stessi, questo il succo non esaltante di quanto ascoltato a Laives. Un’occasione mancata anche dal sindaco Bianchi, infine, il quale non solo ha snobbato l’evento, ma l’ha commentato su Facebook distanziandosi dallo stereotipo gastronomico con un altro stereotipo di uguale natura: «Altro che pericolo di italianizzazione, la serata avrebbero dovuto intitolarla Kebab in testa». Come a ricordarci, insomma, che alla fine i problemi non sono mica attribuibili a noi litigiosissimi autoctoni, bensì a chi è arrivato qui da poco.

Corriere dell’Alto Adige, 26 aprile 2017

Dibattito

È necessario voltar pagina

Alimarket

Il dato è desolante. La provincia di Bolzano — una delle zone più ricche d’Italia, anzi, d’Europa — non riesce a venire a capo di una situazione tutt’altro che emergenziale, caratterizzata dalla presenza sul territorio di alcune centinaia di richiedenti asilo. Ammassati in strutture palesemente inadeguate del capoluogo, quando non addirittura ributtati per strada nella speranza che si dissolvano miracolosamente in aria, alcuni di loro creano situazioni di prevedibile tensione. L’ultimo fatto, accaduto nella notte tra domenica di Pasqua e ieri, può sorprendere solo chi, in tutti questi mesi, ha sempre cercato di non vedere, di non capire. Le responsabilità sono distribuite tra i piani alti della politica — dove l’indecisione o il calcolo miope regnano sovrani — e negli scantinati dei social network, dove sobbolle e si scarica indisturbato il razzismo più becero.

Concentrare in uno spazio angusto duecento persone, provenienti per di più da regioni diverse del mondo, senza altra occupazione che non sia di attendere la maturazione del proprio incerto destino, quindi con un potenziale altissimo di conflittualità reso ancora più virulento dalla promiscuità, significa innescare una bomba a orologeria. Sapevamo che l’ex magazzino Alimarket era una struttura non consona alle esigenze di una moltitudine di passaggio. Non venne destinato neppure agli alpini al tempo della grande adunata, ricordiamolo. Trasformarlo in un centro di «accoglienza» pressoché permanente vuol dire tendere la corda fino a farla spezzare e creare tutte le condizioni affinché si sviluppino disordini e fatti gravissimi.

Se oggi siamo qui a scrivere di pochi feriti, dobbiamo ringraziare la fortuna e le forze dell’ordine, che peraltro non sono uscite indenni dalle colluttazioni. Le problematiche inerenti l’immigrazione costante alla quale siamo esposti non si possono più affrontare come si è fatto sinora, in pratica imitando i protocolli di gestione per le emergenze più acute e sempre nella speranza di risultare poco attraenti o persino inospitali. Una strategia di cortissimo respiro, che non ha mai pagato. Le migliori pratiche suggeriscono invece di frazionare in modo cospicuo il numero dei richiedenti asilo e pretendere che vengano distribuiti in tutto il territorio, per essere integrati con maggiore facilità e non semplicemente stoccati — non c’è altra parola — in un regime di quasi completa passività.

I campanelli d’allarme sono suonati a sufficienza. Adesso è tempo di agire.

Corriere dell’Alto Adige, 18 aprile 2017

La ribellione sui muri

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Sapete cosa vuol dire «tag» nel linguaggio dei graffitari? Si tratta della forma base di un graffito, cioè la firma del writer realizzata con lo spray o un pennarello indelebile. E «throw-up»? Significa vomito, ma nel writing si usa per indicare diversi tipi di graffiti, ad esempio quelli realizzati con un solo strato di colore di riempimento e un outline, oppure ogni sorta di bubble style non necessariamente monocromatico, ma comunque di rapida realizzazione. Mi fermo qui, tanto si capisce che il mio sfoggio di cultura è posticcio. Una giungla di termini che sottendono una forma di vita stratificata e complessa, perlopiù incomprensibile alle moltitudini di persone che ogni giorno passeggiano per la città e s’imbattono in una multiforme colata di segni ritenuta, quando va bene, superflua, oppure senza mezzi termini indecorosa e vandalica.

Christian Guémy, in un articolo pubblicato sul sito Rue89, definisce così l’essenza della street art: «Il coraggio è il principale elemento per giudicare la qualità di un intervento. La performance serve a trasgredire e a provocare nello spazio pubblico. La ricercatezza delle calligrafie è estrema e arriva fino al criptaggio. Lo scopo principale dei graffitari è piacere al proprio gruppo di appartenenza, e non piacere alla società che intendono provocare». Ecco dunque gli ingredienti: istoriazione dello spazio pubblico, reazione alla cementificazione, mimesi semiotica dei processi di inclusione/esclusione e, inutile negarlo, una forte componente di ribellione che urta la sensibilità dei comuni cittadini, sprovvisti dei codici culturali necessari ad apprezzare tali manifestazioni, specialmente allorché vengano esercitate sulla loro proprietà privata. In questo senso il contrasto non potrebbe essere più netto e infatti, periodicamente, le istituzioni intervengono per cancellare le tracce dei graffitari. Il sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi, ha dichiarato che prossimamente affiderà a una squadra di imbianchini la pulizia di parecchi muri deturpati. Alla periferia della città esistono già degli spazi, delle superfici murali sulle quali è permesso dipingere legalmente. Inevitabile però che non bastino a soddisfare quanti vedono nella sfida all’ordine estetico costituito la motivazione prevalente del loro agire. Si tratta perciò di una lotta endemica tra istanze urbane inconciliabili, l’esito della quale dipende da profondi processi di mutazione del gusto e del senso civico, più che dalla tolleranza delle amministrazioni o da saltuari provvedimenti repressivi.

Corriere dell’Alto Adige, 13 aprile 2017