Labirinto dal quale uscire

Qualcuno ricorderà il finale “a sorpresa” del racconto di Jorge Luis Borges, “La casa di Asterione”. La breve narrazione culmina con il disvelamento di una celebre vicenda mitologica che l’utilizzo di un nome perlopiù sconosciuto, fino all’ultima frase, rende celata. Asterione, infatti, è il nome proprio del Minotauro, il mostro metà uomo e metà toro ucciso nel labirinto di Creta da Teseo. L’ultima frase, però, contiene anche un’altra rivelazione: Teseo non ha bisogno di ingaggiare una lotta con il suo avversario, perché questi gli si offre praticamente senza tentare di fuggire o di combattere: «Lo crederesti, Arianna? – disse Teseo – Il Minotauro non s’è quasi difeso».

Ora, ogni mito alimenta sempre una cometa di interpretazioni, di attualizzazioni, e vorrei proporne una che ha sullo sfondo un episodio di cronaca del quale si è molto parlato. Nella versione di Borges, intanto, assistiamo al rovesciamento della prospettiva più consolidata: il racconto che concerne il Minotauro non avviene adottando il “nostro” punto di vista (che potrebbe essere quello del suo uccisore, Teseo, o della sua aiutante, Arianna), ma per la prima volta scendiamo nei pensieri di questo alienato, di questo recluso, scoprendone lati inaspettati. In un articolo che ho trovato sul Web, firmato da Michele Di Bello, si dice: «Il labirinto non è che la concretizzazione della sua psicologia, in quanto non è il suo covo, il suo rifugio, ma la sua prigione, il suo micromondo imposto, l’universo circoscritto in cui è stato recintato da tutta una tradizione mitica che la voce impietosa e falsa dei cantastorie ha trasmesso per secoli, seminando un’immagine del mostro che ha fatto germogliare l’antipatia verso un ruolo di cattivo che adesso Borges intende smantellare». Ma si potrebbe andare oltre, per esempio intendendo quella stessa psicologia labirintica come il prodotto di un meccanismo istituzionale (evidentemente introiettato) che disumanizza o mostrifica un essere umano, condannandolo di fatto a non poter essere altro da ciò che gli altri l’hanno ridotto ad essere. Per questo, davanti al suo carnefice, egli si sente “liberato” e rinuncia a difendersi.

Vengo al fatto di cronaca che mi ha fatto tornare in mente il racconto di Borges. Quando si è appresa la condanna formulata nel processo a Benno Neumair – al quale sono state negate, come noto, le attenuanti richieste dalla difesa su motivazione psichiatrica – l’immagine del Minotauro è emersa delineando somiglianze e differenze. Le differenze sono evidenti, e sarebbe impensabile asserire che la severissima censura del comportamento di Benno, responsabile della morte dei suoi genitori e dell’occultamento dei loro corpi, sia il frutto di una mitologia negativa intessuta a suo danno. Eppure (e ci avviciniamo così alle somiglianze), sembra parimenti difficile da credere che un giudizio talmente grave comprenda tutte le sfumature di un evento che, per quanto abissalmente scellerato, non può risolvere dentro i suoi confini, tracciati dai gesti omicidi, una storia scaturita da un terribile labirinto di esperienze pregresse. Ha scritto Paul Valéry: «Toutes le fois que nous accusons et que nous jugeons, le fond n’est pas atteint» (tutte le volte che noi accusiamo e giudichiamo, il fondo non è raggiunto). Intendere il senso di questo “fondo”, che le accuse e il giudizio lascerebbero inattinto, non è solo un gioco futile o letterario. Occorre spiegarlo.

Mi pare evidente che il “fondo”, in questo caso, non sia stato attinto proprio perché, nell’economia che regola l’emissione del giudizio (e quindi la formulazione della pena), la complessa fenomenologia psichica che ha portato un giovane uomo a macchiarsi di un reato così efferato non è stata considerata né parte di lui né del contesto che l’ha generata: al contrario, di tutto il suo “esserci” è stata colta solo l’espressione cruenta che ha posto fine all’esistenza dei suoi genitori, e in base alla quale anche l’esistenza dell’omicida adesso è ridotta, abbassata a una mera “sopravvivenza” (giacché, se preso alla lettera, un ergastolo non può consentire nessun effettivo recupero della propria soggettività e rende impossibile una “vera vita”). Se nelle società che prevedono la pena di morte si fa valere la scabra equazione, di natura vendicativa, del privare della vita chi ne ha privato le sue vittime, la mitigazione che mette capo alla mera sopravvivenza di un omicida recide in modo ugualmente insensato (e non meno vendicativo) le espressioni vitali dei condannati, inchiodandoli per sempre a ciò che essi hanno fatto in un momento della loro vita (così come il Minotauro mitologico non può più smettere di essere tale, se non incontrando un Borges capace di farcelo conoscere più da vicino). Pur tenendo conto di obiezioni che riguardano la “pericolosità sociale”, o la propensione a reiterare determinati delitti (e lascio ovviamente del tutto impregiudicato se, nel caso di Benno, anche queste obiezioni siano state fatte valere), credo che l’ergastolo costituisca un paradigma, una pratica, o se volete un altro labirinto dal quale dovremmo presto sforzarci di uscire.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 23 novembre 2022

Le contraddizioni di Giorgia

La scrittrice Francesca Melandri ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un post che parla della nuova premier Giorgia Meloni lamentando un effetto di “dissonanza cognitiva” riassumibile nella domanda: come facciamo a inquadrare un fenomeno che è l’espressione di un moto regressivo o comunque fortemente conservatore (Giorgia Meloni è innegabilmente di destra, dice cose di destra, e temiamo farà cose di destra), ma al contempo è animato anche in senso progressista, trattandosi di una donna, la prima a ricoprire un ruolo tanto prestigioso, per di più proveniente da un contesto sociale non elitario? «L’Italia – scrive Melandri – è un paese misogino e classista, e la persona che in questo momento incarna la rottura di questi due schemi in maniera più dirompente, senza confronto alcuno, è una persona che propugna una società ancora più misogina e classista (solo per dirne una, il ministero “per il merito”). Ma la sua storia personale è commovente e a raccontarla alle bambine è straordinaria». Ci troveremmo, insomma, davanti a una contraddizione apparentemente insolubile, così come difficilmente solubile risulta il fatto che Meloni – pur dichiarando compita di non “avere simpatia” per il fascismo – è comunque stata portata a raggiungere il traguardo che ha raggiunto proprio perché tanti simpatizzanti del fascismo, regime fondato sulla subordinazione delle donne agli uomini e all’origine di un maschilismo di Stato di gran lunga sopravvissuto al Ventennio, l’hanno fatta diventare una sorta di Donna Assunta (la moglie del vecchio capo missino Giorgio Almirante) promossa sul campo al rango di Duce. Se non proprio un imbarazzo, a questo punto rimane un dubbio. Le contraddizioni delle quali stiamo parlando vanno viste come un caso indecifrabile e isolato oppure, rispolverando la filosofia di Hegel, si sta preparando un effettivo scatto in avanti della storia?

La colonnina – ff – 10 dicembre 2022

La fragilità di Aldo Moro

Dimenticato in Alto Adige, lo statista che contribuì notevolmente al varo del secondo statuto di autonomia è adesso al centro di un romanzo in cui affiora la sua dimensione più umana.

In Alto Adige la toponomastica, e in generale la memoria ufficiale, è piuttosto avara con Aldo Moro. Al politico italiano (ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978) sono dedicate solo due strade, nei comuni di Laives e Salorno. La cosa è strana solo in apparenza, dato che la figura dello statista – ancorché assolutamente decisiva nel quadro dell’evoluzione che portò al varo del secondo statuto di autonomia – non è mai stata amata da queste parti. Su di lui grava una doppia maledizione: quella di essere sottovalutato dalla popolazione di lingua tedesca (per la quale l’autonomia – nonostante la menzione ormai consolidata di Alcide Berloffa, che di Moro fu collaboratore – è vista in genere come l’esito di uno sforzo compiuto contro l’intero mondo politico italiano) e di essere inoltre apertamente osteggiato da quegli altoatesini che a lui rinfacciano la cedevolezza di chi, al contrario, avrebbe dovuto ergersi a difensore dell’italianità e delle prerogative nazionali.

Va meglio, per fortuna, con la saggistica e la letteratura. In un libro di qualche anno fa, incentrato soprattutto sul lavoro diplomatico svolto da Giulio Andreotti (Luciano Monzali, Giulio Andreotti e le relazioni italo-austriache 1972-1992, Edizioni alphabeta Verlag 2016), si possono leggere pagine equilibrate che chiariscono come, senza la svolta dei governi di centro-sinistra presieduti da Moro, la cruenta stagione degli attentati eseguiti all’inizio degli anni Sessanta avrebbe potuto portare a un esito molto diverso da quello che celebriamo ogni 5 settembre. Scrive Monzali nel testo citato: «Dopo il fallimento del progetto Saragat-Kreisky [del 1964, ndr], il governo di Roma puntò a raggiungere un accordo diretto con i leader della SVP, ponendo in secondo piano il negoziato diplomatico con Vienna. Di fatto il vero negoziato sull’Alto Adige fra il 1965 e il 1967, anno in cui si raggiunse un’intesa sostanziale sul Pacchetto fra la dirigenza della SVP e il governo italiano, si svolse fra Bolzano e Roma, e vide come protagonisti primari Magnago e il presidente del Consiglio Moro». E proprio riferendosi a una discussione avvenuta alla Camera il 13 ottobre del 1965, con Moro chiamato in causa da chi gli rinfacciava di aver ricevuto privatamente una visita del collega austriaco Josef Klaus nel giorno di un attentato in cui persero la vita due carabinieri a Sesto Pusteria, il presidente del Consiglio italiano ribadì la linea poi mai abbandonata: «Rispettando e garantendo l’autonomia delle minoranze in Alto Adige, attuiamo una norma costituzionale e favoriamo la tranquillità, la fiducia e la pace. Sforzandoci di mantenere, nel rispetto della nostra dignità e dei nostri legittimi interessi, buoni e costruttivi rapporti con l’Austria, facciamo una cosa che corrisponde alle esigenze nazionali e a quelle della cooperazioni tra i popoli» (traggo il brano dall’utilissimo volume di Maurizio Ferrandi Dibattiti e dinamite, anch’esso disponibile nel catalogo di Edizioni alphabeta Verlag).

Per quanto riguarda la letteratura, il rimando invece non può che andare alle pagine centrali del romanzo di Francesca Melandri, Eva dorme. La scena qui è un pranzo, collocato temporalmente proprio nello stesso periodo di svolta (il 1965), nel quale l’Obmann della SVP Silvius Magnago ospita il presidente del Consiglio e altri rappresentanti del suo governo in un tipico ristorante sudtirolese. Nelle riflessioni attribuite dalla scrittrice a Magnago ecco che nell’apprezzamento per il politico venuto da Roma filtra una stima che tocca una nota più calda, umana: «Parlava pianissimo e con l’esasperante lentezza di chi ha sonno, e aveva la mollezza di gesti e movimenti di chi da bambino inciampava correndo, si chiudeva le dita nei cassetti, dimenticava di allacciarsi le scarpe. Tutto in lui lo faceva sembrare inerme, debole, certo non uomo d’azione ma piuttosto, pensò il latinista Magnago, un cunctator. Eppure l’Obmann aveva verificato, in più di un incontro personale, che dietro quel viso inespressivo lavorava un’intelligenza politica finissima. A differenza di troppi altri rappresentanti dello Stato italiano, l’uomo che gli sedeva accanto era un intellettuale, oltre che un giurista d’alto grado. Soprattutto era un uomo dalla cui bocca mai, nemmeno per stanchezza o distrazione, sarebbe uscita una frase fatta».

Tutto, in Moro, lo faceva sembrare “inerme”, scrive Melandri. L’aggettivo è chirurgico e fa pensare a un recente romanzo dedicato esplicitamente alla vicenda cruciale e drammatica del suo rapimento (Andrea Pomella, Il dio disarmato, Einaudi 2022). Pomella si è immerso come uno speleologo nei tre minuti fatali di ciò che accadde la mattina del 16 marzo 1978, cavandone un materiale narrativo emozionante. Sono quindi le vicende personali, è l’uomo Moro che affiora dal contesto familiare che «è da sempre il luogo in cui [egli] può lasciar scorrere le proprie angosce, l’indecisione, le sue piccole manie, è l’antro della grotta in cui il dio è disarmato, in cui depone i fardelli della forza e del potere per godere pienamente della propria disadorna umanità». Il drammatico delitto “d’abbandono” – la definizione è di Carlo Bo – segnò uno spartiacque ancora visibile, allorché tra la dimensione pubblica di un mite avversario della violenza politica (ciò vale sia per quanto concerne il risvolto positivo sulla storia sudtirolese, sia su quella italiana, che al contrario lo vide sconfitto) e il suo destino individuale è alla fine la spoliazione di ogni simbolo ulteriore rispetto a quello dell’estrema fragilità creaturale a rilevare, a liberarci da tutti gli altri pesi, ristabilendo il “punto di riferimento e di equilibrio” (sono espressioni di Moro, utilizzate in una lettera ritrovata nell’ottobre del 1990) imprescindibile per ogni società che voglia dirsi civile.

ff – 10 novembre 2022

Università, ambizioni frustrate

La Costituzione italiana parla chiaro. L’articolo 3 dichiara: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. L’articolo 34, poi, focalizza l’auspicato quadro normativo includendo nel dettato costituzionale anche quel particolare tipo di cittadini e lavoratori che sono gli studenti: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Tutto bellissimo, come stanno però le cose in realtà?

La realtà è che in Italia studiare, ma anche in Sudtirolo (terra troppo spesso, senza evidente motivo, considerata qualcosa di “speciale” tout court), resta di fatto un privilegio. Lo sanno, in particolare, le ragazze e i ragazzi fuori sede, cioè quelli che non dispongono di un alloggio di famiglia nel luogo in cui hanno scelto di trasferirsi. Ovunque i prezzi degli appartamenti e delle stanze lievitano, i posti nelle residenze pubbliche dimagriscono (o comunque non aumentano) e il costo della vita – ora più che mai, con la crisi energetica che fa schizzare in alto l’inflazione –  è praticamente insostenibile per chi dispone di introiti contenuti. Risultato: anche chi riesce a passare un test di ammissione e potrebbe quindi iscriversi a un corso di studi è costretto a rinunciare. Un problema che a Bolzano – città carissima tra le più care – sta portando uno studente su tre a gettare la spugna ancor prima di accedere alle aule che, invano, lo attendono.

Ora, a parte la denuncia del problema (problema del quale i vertici dell’ateneo locale manifestano “comprensione”), che cosa si sta facendo realmente per risolverlo, quali strade si stanno concretamente battendo per rendere il “diritto allo studio” – e l’uguaglianza dei suoi criteri d’accesso come concepiti dalla Costituzione – qualcosa che non sia solo un vago appello retorico? In un’intervista rilasciata al nostro giornale dall’ex prorettrice Stefania Baroncelli il punto è segnalato in questi termini: “Si potrebbe offrire un sostanzioso contributo per l’affitto agli studenti più meritevoli, tramite una borsa di studio”. Attualmente, spiega ancora Baroncelli, la Provincia già fornisce un aiuto economico agli studenti delle scuole superiori meritevoli, che però possono poi spendere questa cifra a loro discrezione. Vincolare l’elargizione di una borsa di studio alle spese per l’alloggio, come propone Baroncelli, sarebbe una soluzione dirimente? E come facciamo per gli esterni, che arrivano senza conoscere o usufruire di finanziamenti a loro mirati? Basterebbe abolire le tasse universitarie, come ha ventilato il rettore Lugli?

Le questioni da affrontare, inoltre, non finiscono qui. Per attrarre studenti da fuori occorre anche uno sguardo lungo, in grado di trattenerli sul territorio oltre il più o meno breve periodo universitario, quindi dopo aver conseguito l’agognato titolo. Se non si troverà il modo di calmeriare un mercato degli affitti gonfiato dai contributi (e sotto i suoi colpi, è evidente, non si trovano del resto a soffrire solo gli studenti), anche il progettato ritocco della politica degli studentati assomiglierà alla goccia d’acqua gettata su una superficie arroventata. Neppure l’università in sé più appetibile avrebbe modo di svilupparsi senza essere inserita all’interno di un sistema che dovrebbe avvalersene per crescere e modificarsi in sintonia con presupposti di vivibilità complessivi. In tal senso possiamo chiederci se, a 25 anni dalla fondazione del suo ateneo, Bolzano sia diventata – nella sua autopercezione e soprattutto nella percezione dei suoi potenziali frequentatori – una città pienamente universitaria, intendendo con questo termine l’intero spazio di possibilità aperte non solo dalla sua ristretta fruizione, oppure, al contrario, su questo scontiamo un ritardo che ne frustra a priori le ambizioni. 

Corriere dell’Alto Adige, 6 novembre 2022

Il Giappone a tavola

Dal 13 al 16 ottobre Bolzano ospiterà la cuoca e autrice di libri sulla cucina nipponica Nancy Singleton Hachisu.

Nancy Hachisu è un’americana che vive nel Paese del Sol Levante dal 1988. Innamoratasi della cultura gastronomica del posto, ne è diventata un’autorevole ambasciatrice, pubblicando negli anni numerose monografie che cercano di illustrarne il vero carattere e gli aspetti meno conosciuti. Per questo motivo è stata invitata a Bolzano, nella cornice di eventi intitolati «à Table – Wine & dine with chefs around the world» dell’Hotel Mondschein, dove allestirà assieme al figlio quattro cene da intendersi anche come occasione di scambio interculturale.

Quali furono le sue prime impressioni appena arrivata in Giappone, la gastronomia le ha fornito un accesso privilegiato per ambientarsi?

Quando sono arrivata in Giappone, più di trent’anni fa, per me tutto era nuovo ed eccitante. Il cibo è una delle prime cose che mi hanno affascinato. All’inizio mi piaceva tutto. Con il passare del tempo ho notato però grandi differenze di qualità, e in generale sono rimasta sempre più delusa dalla modernizzazione e dall’imbastardimento dei sapori che stavo sperimentando. Il glutammato monosodico e l’utilizzo di ingredienti mediocri erano spesso la norma. Così la mia missione è diventata quella di scoprire il miglior cibo giapponese e di parlarne.

Una missione che si basa sulla mediazione di codici culturali a prima vista distanti, quindi. È stato difficile, considerando la sua provenienza americana?

Sono cresciuta in California negli anni Sessanta, con cinque fratelli. I nostri genitori erano intellettuali liberali che incoraggiavano il libero scambio di idee. Le proteste per la guerra del Vietnam e i concerti rock hanno scandito la mia giovinezza. Una delle cose che cercavo, quando sono arrivata in Giappone, era la pace interiore. E nel corso degli anni credo di averla raggiunta. Non sono attratta dagli scambi conflittuali, non sento il bisogno di imporre i miei valori o le mie opinioni agli altri. Detto questo, avverto la responsabilità di essere una sorta di traduttrice di ciò che percepisco come vera cultura giapponese e cerco di mostrare, anche agli stessi giapponesi, quali sono i tratti della loro cultura che rischiano di andare smarriti. Non mi sento comunque sola, in questa impresa: altri stranieri di lungo corso, qui in Giappone, sono coinvolti in attività simili, che esulano dal settore gastronomico.

In che modo è riuscita a farsi percepire come ambasciatrice di una cultura che non è quella dalla quale proviene?

Perché mi avvicino alla cultura alimentare giapponese con molta sincerità e rispetto. Ciò ha fatto sì che venissi percepita come un’appassionata sostenitrice delle loro tradizioni. Così ho iniziato a scrivere libri di cucina giapponese perché non avevo visto pubblicazioni che ritraessero lo stile o il gusto del cibo giapponese così come l’ho conosciuto da mio marito e dai suoi amici cuochi. Perciò ogni volta che mi accingo a scrivere un nuovo libro la mia domanda è: riuscirò ad illustrare con veridicità una porzione del panorama culinario che non è ancora stata mostrata?

Ma scrivere libri, soprattutto se di cucina, non è una cosa sorpassata? Oggi ormai tutti usano Internet.

A mio avviso, i libri di cucina stampati non rischiano di perdere terreno a favore di Internet. In realtà, se si cerca su Internet una determinata ricetta, si scopre che i contenuti migliori provengono da rielaborazioni di fonti stampate: senza i contenuti originali, diciamolo, le ricerche su Internet darebbero scarsi frutti. Questo è un fenomeno che si riscontra anche nella ricerca di ricette giapponesi su Internet. Internet poi è arrivato tardi in Giappone rispetto, per esempio, agli Stati Uniti, e si notano ancora molte approssimazioni. Recentemente, alcune riviste giapponesi o siti di ricette online stanno comunque proponendo contenuti di maggiore qualità: Orange Page, Sirogohan, Kurashiru, Lettuce Club, Delish Kitchen, Macaro-ni e Kyounoryouri sono quelli che mi sentirei di consigliare.

La cucina migliore cerca sempre di trovare un equilibrio tra i suoi tre elementi portanti: stagionalità, materie prime e tecniche. È così anche in Giappone?

Ovviamente la stagionalità svolge un ruolo importante della cucina giapponese, ma forse è più evocata che praticata. Come in tutto il mondo, i cestini dei supermercati contengono frutta e verdura che rappresentano tutte e quattro le stagioni. Anche i ristoranti dipendono dalle inclinazioni dei clienti che si aspettano pomodori e cetrioli in inverno, nonostante siano prodotti estivi. La cultura della ristorazione giapponese è fortemente incentrata sul pesce e il pesce giapponese è il più fresco del mondo, visto che perlopiù dev’essere consumato crudo. Trent’anni fa era difficile trovare verdure di qualità nei ristoranti: il concetto di “farm to table” (dalla fattoria alla tavola, ndr) era completamente estraneo. Ma allargando lo sguardo alle preparazioni, forse oggi la cucina dal maggior fascino, in Giappone, ovviamente oltre a quella elegante e più curata, è quella francese e italiana, prodotta con grande maestria da chef locali che applicano tecniche giapponesi ai loro piatti.

Nei Paesi occidentali il ruolo degli chef ha assunto tratti che ricordano talvolta quelli dei grandi artisti. I cuochi sono diventati anche star televisive. È possibile osservare qualcosa di simile nel Paese del Sol Levante?

In Giappone la serie televisiva “Iron Chef” è andata avanti dal 1993 al 2002 e i cuochi che vi hanno preso parte sono diventati famosissimi. Credo fosse popolare anche al di fuori del Giappone, tanto da fornire l’ispirazione per competizioni analoghe. Di recente, grazie alla crescente curiosità che la cucina giapponese è riuscita ad attrarre su di sé, all’aumento dell’esposizione mediatica e all’ampia diffusione di Internet, anche il fenomeno degli chef stellati ha ricevuto molta più attenzione in Giappone.

Al pari di altre grandi tradizioni gastronomiche diventate famose in tutto il mondo, anche la cucina giapponese è sicuramente esposta a un processo di banalizzazione e standardizzazione: come ci si può difendere da questa tendenza?

Suppongo che l’unico modo per difendersi dall’idea che sushi, ramen o katsu sando equivalgano all’intera cucina giapponese sia quello di continuare a introdurre all’estero una gamma più ampia di autentici piatti giapponesi. Ma è come affrontare un’onda anomala. Il sushi, per esempio, ha una storia lunga, variegata, della quale in pochi conoscono l’evoluzione. Nel 1988, quando sono arrivata in Giappone, questa pietanza era ancora considerata un cibo per persone abbienti, ma già si stavano affermando catene di negozi economici dove le famiglie potevano recarsi senza spendere troppo. Certo, per la maggior parte delle persone il cibo nipponico che si vede fuori dal Giappone è quello dei ristoranti, ma non ha senso cercare di spiegarlo ai non giapponesi. Quello che mi preoccupa, piuttosto, è il processo di imbastardimento del miso e dello shoyu (salsa di soia, ndr) al quale assistiamo in Occidente. Il miso e lo shoyu preparati male sono così diffusi all’estero che il mondo rischia di perdere l’idea del sapore di questi antichi cibi tradizionali.

Che cosa possono aspettarsi allora gli ospiti altoatesini dalla sua personale interpretazione della cucina giapponese?

Prima di tutto eviterei un malinteso. Ciò che serviremo non corrisponde alla “mia particolare interpretazione della cucina giapponese”; piuttosto, si tratterà dell’autentica cucina giapponese filtrata attraverso il mio particolare gusto o tocco, che definirei leggero e fresco. Anche mio figlio Andrew, che lavora in un ristorante di soba, parteciperà alla preparazione dei piatti. Ma per rispondere alla sua domanda generale, gli ospiti devono aspettarsi un pasto che rifletta uno stile elegante e ricco di sfumature, utilizzando i migliori ingredienti artigianali giapponesi insieme alle vostre splendide materie prime altoatesine. Ne sono convinta: chi verrà avrà la possibilità di godere di un’esperienza del tutto inedita.

ff – 6 ottobre 2022

Le donne e il buio psichico

L’appuntamento con la Giornata Mondiale della Salute Mentale, istituita trent’anni fa e celebrata ogni 10 ottobre, è una ricorrenza della quale occorre sottolineare l’importanza non solo per aderire formalmente alle sue finalità più ovvie (quelle che promuovono “la consapevolezza e la difesa della salute mentale contro lo stigma sociale”), ma soprattutto per verificare cosa resta, oggi, del grande impulso ricevuto negli anni Sessanta e Settanta dalla de-istituzionalizzazione della psichiatria: un processo culminato con l’elaborazione della Legge 180 (nota anche come “Legge Basaglia”), la contestuale chiusura dei manicomi, e l’approntamento di una rete di servizi territoriali orientata alla presa in carico delle persone sofferenti.

Per chi non è del mestiere, o non si occupa abitualmente di simili problematiche, è possibile che il termine “de-istituzionalizzazione” risulti oscuro. Mi servirò allora di una citazione tratta dal bellissimo libro di Franca Ongaro Basaglia (“Salute/Malattia. Le parole della medicina”, edito da Edizioni alphabeta Verlag) per illustrarne i termini generali: «Come ogni altra branca della scienza, una volta inserita e diventata parte integrante di un corpo sociale che si organizza in funzione della logica economica su cui si fonda, [la medicina] può diventare uno strumento di copertura in termini medici di problemi che questo tipo di organizzazione sociale non è in grado o non vuole risolvere».

Cerchiamo di cogliere tutta la densità del passaggio: qualsiasi scienza – afferma Franca Ongaro Basaglia richiamando un preciso assunto della filosofia fenomenologica – corre il rischio di cristallizzarsi o irrigidirsi in un’istituzione che ignora la complessità e la fluidità del mondo della vita, allorché presupponga di occuparsi soltanto di un repertorio di oggetti discreti e inerti. Se però abbiamo a che fare con un “malato” – quindi non con un “oggetto”, ma con un “soggetto” –, e questo viene identificato senza residui con la sua patologia, vale a dire annullato dalla sua diagnosi, come sarà mai possibile curarlo? Ora, se un tale annullamento, se una tale svalutazione dell’individualità ha magari un peso relativo in ambiti come l’odontoiatria o la traumatologia, appare evidente che quando parliamo di psichiatria, ossia di individualità del tutto irriducibili a schemi astratti, è indispensabile trovare un approccio radicalmente diverso.

Proprio per dare nuova linfa ad una pratica psichiatrica che non può che configurarsi come rigorosa de-istituzionalizzazione del proprio impianto, a livello locale la prossima Giornata della Salute Mentale è stata progettata pensando al recupero di una “soggettività concreta”, portando all’attenzione le peculiarità che la sofferenza psichica espone quando incrocia la questione di genere, e in particolare la figura della donna. «L’idea di trattare la questione del femminile – ha affermato il dott. Antonio Luchetti, medico psichiatra di Merano e uno degli organizzatori degli eventi che avranno luogo sabato 8 ottobre presso “Casa Basaglia” di Sinigo – parte proprio dall’intenzione di dare spazio alla modalità che questa ha di esprimere la sofferenza senza essere immediatamente medicalizzata (cioè tradotta e sclerotizzata in diagnostica), con l’obiettivo di rianimare una riflessione su come sviluppare dispositivi di cura e di presa in carico della sofferenza più mirati, quindi in grado di scioglierla e diluirla. Abbiamo insomma voluto dedicare la Giornata esplicitamente all’esperienza di donne, madri, figlie, operatrici, utenti esperte e non, per fare luce su come l’esser donna influenzi la cura subita o agita».

Se, come sosteneva acutamente Franca Ongaro Basaglia, la medicina finisse per privilegiare definitivamente l’esame di corpi privati della presenza della soggettività, ad andare persa sarebbe la particolarissima figura degli uomini (e delle donne, volessimo corrispondere all’esigenza di rispettare la soggettività in tutte le sue sfumature) colti nella loro complessità somato-psichica e insieme sociale, amputando dunque il legame con il mondo di cui fanno parte, e senza il quale ogni ipotesi di cura è incenerita sul nascere.

Corriere dell’Alto Adige, 7 ottobre 2022

Minoranze, la terza strada

Giorgia Meloni, durante la sua visita in campagna elettorale a Bolzano (foto: Valentino Liberto, salto.bz)

Abbiamo spesso pensato e scritto bene dell’autonomia sudtirolese. L’abbiamo fatto quando l’occasione lo imponeva — cioè a ridosso di ricorrenze significative — e in generale l’abbiamo ripetuto quando si trattava di lodare un modello che ha portato indubbiamente grandi benefici a questo territorio. Lodare peraltro non significa abolire in linea di principio le critiche, sbiancare le ombre, che ovviamente ci sono e non potrebbe essere altrimenti, costituendo l’autonomia non solo una vicenda istituzionale, ma umana. La cosa più difficile di tutte, allora, non sta tanto nel sottolineare un apprezzamento nei confronti dell’autonomia (e neppure nel denigrarla, come ci si potrebbe aspettare da chi, mantenendosi in una posizione di volontaria esclusione dal suo sviluppo, ha spesso finito col naufragare in una posizione di sterile risentimento), quanto nel conservare un atteggiamento favorevole che non finisca però né in una autocelebrazione rituale e priva di prospettive, né in un discorso che ne relativizzi in modo sbrigativo l’impianto.

In una sua recente cartolina americana, spedita qualche giorno prima del voto, il presidente della provincia Arno Kompatscher ha scritto: «Nell’ambito di un “Highlevel meeting” a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, la Provincia autonoma di Bolzano è stata più volte citata come uno dei pochissimi esempi di successo a livello mondiale di soluzione pacifica di un conflitto etnico e di tutela delle minoranze. Ciò non è solo un incentivo per la comunità degli Stati presenti a lavorare in questa direzione, ma rafforza anche la stessa Autonomia dell’Alto Adige. È stato per me un grandissimo onore poter rappresentare il nostro territorio a New York». Si tratta di parole condivisibili, che qui da noi hanno incontrato ovviamente un’approvazione generalizzata, ma che tuttavia avrebbero bisogno di un commento più articolato per non restare al livello di quella mera autocelebrazione rituale che, come detto, ne ridurrebbe la prospettiva. In modo indiretto, un commento di questo tipo è arrivato da Giorgia Meloni, premier in pectore e leader di un partito (FdI) discendente da una tradizione storicamente poco incline a valutare positivamente l’autonomia sudtirolese, la quale si è rivolta con una sorprendente lettera ai sudtirolesi di lingua tedesca sfruttando le pagine del quotidiano Dolomiten.

Che cosa ha detto, dunque, Meloni nel tentativo di accreditarsi come «nuova amica dell’autonomia», o perlomeno non come sua «nemica»? La citazione più significativa, tradotta, suona: «L’autonomia ha il pregio di valorizzare il territorio e di favorire la massima partecipazione dei cittadini, ma deve essere accompagnata e inserita in un quadro di unità nazionale. Questo perché ci sono temi di interesse nazionale e strategico, dalle infrastrutture all’energia, in cui è utile lasciare al governo centrale compiti di regia e alle regioni altri compiti». Con una formula riassuntiva: «Se l’Italia cresce, cresce anche l’Alto Adige (nel testo chiamato tranquillamente Südtirol, ndr) e se l’Alto Adige cresce, cresce anche l’Italia».

Occorre prestare attenzione alle sfumature. Mentre nelle parole del presidente della Provincia, espresse a commento della sua presenza a New York, l’autonomia appare solida perché suggerisce un modello efficace di tutela delle minoranze, quindi trae in sostanza la sua giustificazione più forte alla luce del passato, quanto afferma Meloni, con uno sguardo al futuro, eccede il riconoscimento della base sulla quale questo modello poggerebbe, perché il successo del modello (sebbene non negato) dovrebbe essere tuttavia visto in una dinamica che reintroduce il peso dell’unità nazionale (si badi: solo di quella, sfumando invece il tema più opportuno di un’unità europea) a sostegno della politica esercitabile in loco.

Anche se l’accordo sull’autonomia sembra condiviso, affiorano ancora errori speculari sull’interpretazione della sua sostanza: o essa viene schiacciata su ciò che ha già contribuito a ottenere senza reinventarne un senso praticabile oltre il motivo della sua affermazione (Kompatscher), oppure s’intenderebbe superarne la configurazione pensando che non sia più opportuno difenderne le peculiarità — di carattere anti-nazionalistico — che l’hanno fatta sorgere (Meloni). A noi, invece, sembrerebbe più opportuno battere una terza strada: proprio perché riconosciamo all’autonomia il pregio di aver difeso le prerogative delle minoranze, il suo sviluppo deve essere pensato in un contesto nel quale auspichiamo la maggiore porosità possibile dei confini tra i gruppi linguistici (il che non significa la loro cancellazione) e quelli degli stati che li ospitano.

Corriere dell’Alto Adige, 29 settembre 2022

Bolzano e le targhe aliene

Si evince una certa disperazione dalle parole di Renzo Caramaschi, il sindaco di Bolzano alle prese con un problema tanto stringente quanto apparentemente ineliminabile: quello del traffico. Secondo il primo cittadino, a mali estremi bisogna reagire con estremi rimedi. E quali sarebbero, dunque, tali rimedi? Filtrare le targhe straniere in determinati giorni e ore di più intenso afflusso, in modo da educare ed eventualmente punire quei dispettosissimi turisti che vogliono godersi la città raggiungendola in macchina? Basta far decantare lo sbotto per rendersi conto che qui, appunto, la disperazione ha ormai occupato quasi tutto il campo, e la razionalità attende tempi migliori. Che vuol dire infatti voler bloccare «solo» le targhe straniere? In pratica significa ammettere che i problemi di viabilità della città — problemi stratificati e con cause che rimontano molto indietro nel tempo (in ordine sparso: assenza di grandi strade in grado di drenare il grosso del traffico intorno alla città e mancanza di previsione del combinato disposto dato dall’aumento del movimento turistico, dalla presenza di cantieri disseminati sul tessuto urbano, dalla poco incisiva rete di trasporto pubblico, qualcuno si ricorda del tram?, e dallo scarso funzionamento dei parcheggi di attestamento) — potrebbero essere come d’incanto risolti eliminando chi, allettato a visitare il nostro territorio, avrebbe l’imperdonabile colpa di provenire da oltre frontiera su quattro gomme.

Del resto, a ricordare al sindaco che con le boutade si fa poca strada (col traffico, poi, ancora meno) ci ha pensato il suo assessore di riferimento, Stefano Fattor, che su Facebook evidenzia le bacchette magiche che parlando di «digitalizzazione» e non lesina il richiamo ai fondamentali: «La verità è che durante l’ultimo episodio di blackout del traffico bolzanino al parcheggio di emergenza dell’areale ferroviario c’erano sei auto. Il problema era dato non dai turisti, ma da chi voleva bypassare la città per evitare l’A22 coinvolta in due incidenti. Per questo sono convinto che l’unica sia predisporre nel Put un piano di “isolamento” in entrata di Bolzano su fatti contingenti ma anche su base previsionale (meteo, flussi turistici, flussi sull’A22, ecc.)». Nessuna parola, par di capire, su una eventuale discriminazione dei turisti con targa aliena, da promuovere cioè al rango di capro espiatorio, mentre dal popolo degli autoctoni si alzerebbe di nuovo il canto trionfale: «S’udiva intanto dalle amate sponde / Sommesso e lieve il tripudiar dell’onde / Era un presagio dolce e lusinghiero / Il Talvera mormorò: Non passa lo straniero».

Intendiamoci, criticare le parole del sindaco non significa ergersi qui a saccenti possessori di metodi invisibili agli occhi degli amministratori, e invece saldamente in mano a chi tutto dice di saper fare non avendo la responsabilità di farlo (mi pongo volentieri a capo della lista). Chiunque, decidendo di spostarsi da un punto A a un punto B del suo percorso agognato, intenda ricorrere al proprio automezzo è responsabile dell’ingorgo nel quale s’infilerà dopo dieci minuti, strangolandosi e strangolando a sua volta. Compito dell’amministrazione, però, è sicuramente quello di predisporre con tutta la perizia del caso strategie strutturali di sfiammamento dei punti nevralgici e d’indirizzo (poi è chiaro che certi risultati non saranno raggiunti subito), in modo che all’idea di non toccare la macchina segua quella di rinunciare a recarsi dove si vorrebbe andare. Insomma, unica certezza ma abbastanza lampante: se le responsabilità sono di tutti, ha poco senso scaricarle sull’unica categoria che, non avendo peraltro il diritto di voto, avrebbe solo la magra consolazione di riportarsi a casa i cocci dei vasi rotti anche dagli altri.

Corriere dell’Alto Adige, 16 settembre 2022

Die Walsche, aber die gute

La storia edificante di una donna immigrata in Sudtirolo senza traumi, la sua passione per l’insegnamento dell’italiano, e la conquista di una Heimat gentile e aperta.

Maria Chiara Ruffo Comba (nome da nubile, al quale va aggiunto Zwerger, da sposata) vive dal 1972 sull’altopiano del Renon, a Oberbozen/Soprabolzano. Nata nel 1935 a Latina (che allora si chiamava Littoria), la sua vita potrebbe essere descritta semplicemente come quella di una delle tante persone arrivate dal resto d’Italia in Alto Adige/Südtirol, e che qui hanno costruito famiglia, integrandosi e riuscendo ad avere una Heimat. Ho scritto “potrebbe”: il condizionale è stranamente necessario perché, in realtà, così facendo alteriamo la tipica narrazione storica che quasi sempre insiste, al contrario, sul cammino tortuoso dell’Autonomia, il difficile rapporto tra i gruppi linguistici. “Potrebbe”, allora, significa: sarebbe bello fosse stato per tutti così.

Esiste un cliché, emerso in particolare con il libro di Joseph Zoderer “Die Walsche”, che ci fa comprendere perché la storia di Maria Chiara sia così interessante e costituisca uno di quegli “scarti” culturali (per usare il concetto messo a punto dal filosofo François Jullien) che erodono la rigida dicotomia tra l’identità e la differenza. Olga, la protagonista di “Die Walsche”, è una sudtirolese di lingua tedesca che avverte come soffocante il suo contesto di origine, e distaccandosene, andando cioè a vivere a Bolzano (città in prevalenza “italiana”), affronta sulla sua pelle, nella relazione con il compagno Silvano, l’esperienza straniante di essere marcata in negativo, cioè come se la sua scelta, ponendola fuori dalla comunità d’appartenenza, ma non consentendole neppure di aderire pienamente al nuovo contesto, la relegasse in una dolorosa e grigia terra di mezzo.

Tutt’altra cosa per Maria Chiara. Sposandosi nel 1962 con il suo Franz Zwerger, incontrato a Firenze poco prima, dove lei viveva con la famiglia e lui studiava Economia e Commercio («allora non era come adesso, molti sudtirolesi non frequentavano l’università oltre il Brennero e ripiegavano sulle grandi città italiane»), l’arrivo nella nostra provincia non l’ha resa qui “straniera”, “bastarda”, o almeno non più di quanto sarebbe accaduto se si fosse trasferita in un’altra città o regione. E questo per un motivo preciso: «Il mio spostamento – racconta – non fu per nulla traumatico, perché in fondo io ero già stata abituata a cambiare spesso luogo di residenza. Sono nata a Latina, poi – a seguito degli spostamenti di mio padre, causati dal suo lavoro – ho vissuto a Roma, Castelnuovo di Porto, che per me fu un vero paradiso, quindi Firenze, avendo in quella città così famosa, e in teoria aperta al mondo, maggiori difficoltà d’inserimento di quante non ne abbia avute a Bolzano». Il viaggio verso nord, insomma, è stato solo l’ennesimo anello di una collana itinerante indossata con semplicità e disinvoltura. L’approdo a una condizione vissuta sotto il segno di una curiosità gentile, e in confronto alla quale il contesto politico, seppur contrassegnato allora da forti tensioni, assume, quando ne parla, il profilo distante che hanno le cose poco essenziali, incapaci di turbare la serenità assicurata dagli affetti più stretti.

Dopo un periodo di dieci anni trascorso in città, la coppia si stabilisce in modo definitivo sull’altopiano del Renon, nella casa di famiglia di Franz. Il tempo continua a tessere la sua lenta trama di accadimenti, insieme alle figlie Judith e Benedikta – che verranno educate secondo i principî sensati del plurilinguismo familiare (si parla col papà in tedesco standard, in italiano con la mamma e, tra loro, le bambine ricorrono al dialetto che respirano nell’ambiente circostante) –, e l’approvazione del Secondo Statuto di Autonomia fornisce la cornice istituzionale per la rimozione dei contrasti più indesiderabili, ma anche la persistenza di alcune contraddizioni di fondo, tuttora ingombranti. È qui che comincia così il lavoro di Maria Chiara, configuratosi come una vera e propria vocazione. «Siccome dove vivevo tutti si davano da fare come volontari in un modo o nell’altro – nella Croce Bianca, nei Vigili del Fuoco, nella banda di paese o nel coro – ho pensato che avrei potuto insegnare l’italiano a chi ne avesse avuto bisogno». La sua attività si concretizza in particolare al di fuori della scuola, liberata dal laccio di un obbligo per tantissimi versi frustrante, e alla fine cercando proprio di supplire a un compito che il livello istituzionale non riusciva a gestire come sarebbe stato auspicabile.

Nel corso degli anni, e con l’ostinazione che solo un impegno dettato dal vero piacere rende possibile, Maria Chiara diventa così uno stabile punto di riferimento per tutti quegli studenti del circondario che manifestavano difficoltà ad apprendere l’italiano tra le mura scolastiche, perché troppo forte il contrasto tra le aspettative loro imposte e le condizioni di un mondo della vita (contrassegnato da un’alternanza studio-lavoro, come si direbbe oggi, semplicemente imposta dal contesto rurale) non modificabile mediante i tradizionali metodi d’insegnamento. «Quello che facevo – spiega – in fondo non era niente di eccezionale. Ho cercato d’incoraggiare le mie allieve e i miei allievi a non vergognarsi dei loro eventuali ritardi, delle loro lacune. Per esempio, quando le condizioni lo consentivano, introducevo, e ancora introduco, perché ancora oggi mi capita e sono felice di poter aiutare qualcuno, letture che suscitassero e suscitino interesse. Non mi sono mai limitata ai soli autori italiani, ma ho affrontato anche tedeschi, francesi, russi. Da poco ho scoperto persino i giapponesi. Non è neppure indispensabile che lo si faccia sui testi in lingua, le traduzioni vanno benissimo, e io stessa, del resto, leggo perlopiù romanzi tradotti. L’importante è iniziare a riflettere su un tema, su una parola, radunare spunti in modo che la discussione poi si dipani liberamente in italiano, senza censurare in modo irritante gli eventuali errori così come accade a scuola, in questo caso solo una dannosa palestra d’inibizione».

Da un’esistenza apparentemente umbratile, svolta a pochi metri dal cielo di Soprabolzano, dove la “maestra senza scuola” intesseva relazioni di generazione in generazione («Ho avuto molti allievi figli di precedenti allievi»), traiamo lo schizzo di un’umanità possibile, che avrebbe potuto realizzarsi per tutti, come detto, ma che invece si è configurata solo talvolta, come eccezione e privilegio. Non sono mancate le punte di amarezza. Quando il marito di Maria Chiara morì in seguito a una lunga malattia, nel 2009, la famiglia, com’è consuetudine, volle pubblicare un annuncio nel giornale Dolomiten. Nel testo fu inserita anche una frase in italiano, un ringraziamento al medico che aveva seguito Franz negli ultimi anni di vita. La redazione però si oppose: in quel giornale “tedesco” una frase in italiano non era prevista. «Fu un gesto di grande stupidità, che ci rattristò tutti, qualcosa che ricordava il periodo nefasto in cui venivano cambiati i nomi sulle tombe, come era accaduto anche ad un parente di mio marito: si chiamava Engelbert, sulla lapide fu scritto Engelberto».

Ma è una nota di amarezza subito cancellata da altri ricordi più lieti. «Un giorno, molti anni fa, un’amica mi ha raccontato un fatterello divertente. Lei era vicina all’entrata della funivia e, mi disse, c’erano due anziani che parlavano. Uno di loro lo avevo conosciuto a una gita, perché in quel periodo facevo l’accompagnatrice presso una casa di riposo. Stava raccontando all’altro, che non aveva partecipato, quali persone avevano preso parte all’escursione, e fece anche il mio nome. L’altro allora chiese chi fosse questa “Zwergerin”, e la risposta fu: come, non la conosci? Die Lehrerin, die Walsche, aber die gute». Una risata squilla dentro la fine di questo racconto: la felicità di essere stata riconosciuta come una del posto, l’apprezzamento del suo ruolo, ma anche l’ironia connessa all’accettazione di uno stereotipo, ancorché qui declinato in senso positivo, da lei smontato per tutta la vita.

ff – 8 settembre 2022

Le librerie non vanno isolate

Spira un alito di ineluttabilità nelle parole di Stefano Stefani, titolare della cartoleria libreria Cappelli di Bolzano affacciata su Piazza della Vittoria, che di recente ha annunciato di voler cedere, o addirittura chiudere l’attività.

La libreria è — o dovremmo già cominciare a dire era? — un punto di riferimento importante, visto che la sua apertura risale addirittura al 1938, anno in cui venne inaugurata dall’editore Danilo Cappelli di Bologna, per poi affermarsi lungo quasi un secolo, e passando dalle mani di Lino Stefani, già commesso di Cappelli, a quelle del figlio, Stefano, del quale non si intravedono eredi. Ma si diceva dell’ineluttabilità. Non vorrei ricalcarne in sede di commento il tono, giacché se sono certamente vere, e dolorose, le motivazioni che stanno dietro alla sconfitta commerciale, è anche opportuno saper guardare oltre, distillare cioè al margine delle ragioni che fanno abbassare la testa (e le serrande) qualche prospettiva di sviluppo finora non percepita. Senza arrenderci, insomma, a una diagnosi che, allargandosi a un intero settore, paleserebbe il lutto angoscioso per la fine di un mondo e di un sorpassato modo di intendere la cultura.

Mentre sfogliavo (ebbene sì) testi inerenti la storia del libro e delle librerie, o consultavo in rete siti che affrontano l’argomento, mi sono così imbattuto in un luogo del tutto singolare. Un quartiere di Tokyo — si chiama Jinbocho — in cui esisterebbero quasi duecento negozi dedicati all’oggetto del quale in molti si sono affrettati a dichiarare l’obsolescenza ferale. Quasi duecento librerie, più di dieci milioni di titoli spalmati su una superficie che trasuda sapere, quindi anche vita, e che sarebbe sbagliato rubricare sotto la categoria di quelle stranezze possibili solo in contesti esotici, irrealizzabili dalle nostre parti. Certo, Bolzano non è paragonabile a Tokyo, ma capire il segreto di quel successo potrebbe almeno aiutarci, se non altro, a trarne ispirazione.

Andando al nodo cruciale, forse è possibile affermare che le librerie sono destinate a sparire se non praticano l’arte dell’adiacenza, se cioè rimangono isolate, confinate nel loro perimetro, e non si connettono a una rete di altre offerte inerenti un ambiente capace di far fluire e circolare l’interesse sia per ciò che hanno sempre dato, ma anche — e questo è l’aspetto decisivo — ricevendolo da ciò che si può trovare appena accanto, nelle immediate vicinanze, appunto, dei loro scaffali. Se l’esempio di Tokyo appare irrealistico alla luce della nostra dimensione ridotta (e certamente funziona in prevalenza come suggestione), sarebbe utile immaginarsi allora dei «distretti» — potrebbero essere delle vie, gli spazi ricavati in un complesso di edifici, una costellazione di indirizzi legati da affinità elettiva — in cui ci si reca per acquistare libri, ma non solo per quello.

L’esempio più calzante è costituito dalle cosiddette «librerie caffè», che coniugano multisensorialità e stile di vita generando occasioni d’incontro. Non è indispensabile, anche in questo caso, concepire contenitori nuovamente separati dal resto. L’importante è che persone diverse confluiscano e sfruttino un ventaglio quanto più ampio di impulsi (possono essere conferenze, presentazioni, ma anche semplici appuntamenti di lavoro o di svago). Anche se la sfida appare complessa, perché poi si tratterebbe in sostanza di passare dal libro come mero oggetto alla lettura come esperienza, prima di considerare ineluttabile l’estinguersi dell’epoca delle librerie puntiamo a una rigenerazione del loro senso, nel contesto di una rinnovata concezione urbana.

Corriere dell’Alto Adige, 17 agosto 2022

La rettitudine del traduttore

È appena uscito per Feltrinelli l’ultimo libro dello scrittore di Dresda Ingo Schulze. Un colloquio col bolzanino Stefano Zangrando, suo traduttore di fiducia.

Quando ha scoperto Ingo Schulze e come ne è diventato il principale traduttore italiano?

Ho conosciuto Ingo Schulze nell’autunno del 2000 a Berlino. Ero lì per un soggiorno di studio e lavoro e avevo portato con me il suo libro più noto, Semplici storie, che era da poco uscito nella traduzione di Claudio Groff. Mi presentai a una sua lettura pubblica al British Counsil dicendogli che avrei voluto scrivere un saggio critico su quel romanzo, cosa che poi feci. Da quel primo contatto nacquero un intenso scambio epistolare e altre mie iniziative di mediazione della sua opera in Italia – che furono anche tra i miei primi cimenti traduttivi –, mentre altri due suoi libri uscirono rispettivamente nelle traduzioni di Margherita Carbonaro e Fabrizio Cambi. Quando Schulze circa sette anni dopo mi propose di diventare il suo traduttore e mi mise in contatto con Feltrinelli, il rapporto era già di profonda amicizia. Io però non lo considero solo un amico, ma anche un mentore: lui dice di dovermi molto, ma io gli devo sicuramente di più.

In cosa identificherebbe il tratto creativo peculiare di questo autore?

La mia conoscenza della letteratura tedesca contemporanea è limitata, credo però che Ingo Schulze sia tra gli scrittori più indipendenti e originali. Fedele a se stesso fino a sottrarsi ai riflettori quando richiedono compromessi che violerebbero la sua integrità, Schulze attinge alla concezione dialogica del romanzo per costruire opere in cui sono preservate l’ambiguità e l’ambivalenza dei rapporti umani. Nei suoi personaggi c’è sempre un lato in ombra che si svela a poco a poco. E questo accade sempre su uno sfondo storico significativo, che nel suo caso sono spesso i mutamenti occorsi in Germania e in Europa a cavallo del 1989, fino ai nostri giorni. Sono stati tracciati parallelismi tra la sua poetica e quella di certi autori americani, da Gaddis a Carver, ma anche la tradizione tedesca, da Hoffmann a Döblin, ha una parte notevole.

Anche nell’ultimo romanzo da lei tradotto – Die Rechtsschaffenen Mörder / La rettitudine degli assassini – la vicenda esistenziale del libraio antiquario Norbert Paulini ripercorre o riflette i cambiamenti intervenuti sulla società tedesca negli ultimi quarant’anni. Quali sono gli effetti di questa sovrapposizione?

Paulini è un “apolitico” che nel corso della storia sembra soccombere alle sirene del populismo. Ma la forza del romanzo non è soltanto nell’interrogarsi – senza dare risposte – sulla possibilità che un uomo colto, un devoto alla letteratura e al libro stampato, in determinate circostanze storiche possa trasformarsi in un sostenitore di idee sovraniste e xenofobe. In seguito questa verità narrativa viene messa in discussione dando voce al narratore che quella stessa biografia avrebbe voluto portarla a termine, salvo poi cedere alle proprie contraddizioni. Queste ultime, a loro volta, emergono in una luce ancora diversa nel racconto di una terza voce, quella della sua editor. Dov’è dunque la verità, in questo gioco di smentite e rifrazioni? Chi può vantare una reale rettitudine? Chi è l’assassino? Il lettore è confrontato con la difficoltà di assumere una posizione morale netta: l’estetica del romanzo rispecchia un’etica della complessità.

Paulini è espressione di un mondo in cui i libri, la letteratura e in generale la cultura veicolata su carta erano ancora dominanti. Un mondo definitivamente tramontato?

Paulini si consacra dapprima al salvataggio del libro cartaceo e della tradizione umanistica in un mondo in cui questa va perdendo valore. In questo senso è un modello. La sua deriva finale è quella di un’epoca in cui viene meno il valore di questa cultura, della Bildung e dei suoi risvolti esistenziali, non solo intellettuali. Dopo Paulini ci siamo noi, cui spetta, io credo, il compito di salvaguardare la cultura umanistica in un mondo che guarda per lo più altrove, anche in senso artistico. Non so dire quanto possa ancora durare il mondo di carta, l’aspetto materiale della lettura, ma credo che per sopravvivere la letteratura debba evitare da un lato di asservirsi alla propaganda, dall’altro di seguire le altre arti in modo subalterno, puntando invece a dire ciò che solo la letteratura può dire. Si tratta insomma di preservarne l’insostituibilità.

Il protagonista, si legge nelle note di presentazione del libro, diventa progressivamente un sovranista reazionario. Quanto è alto il rischio, oggi, che al sovranismo politico se ne accompagni anche uno culturale? Le opere di traduzione forniscono un antidoto?

Personalmente non ho l’impressione che si stia rischiando un sovranismo culturale, se non a livello locale, territoriale. Se nel grande mercato editoriale mi sembra tutt’ora persistere un’esterofilia con preferenze anglo-americane che coesiste pacificamente con i prodotti letterari nazionali, negli spazi regionali vedo farsi strada una tendenza all’autotutela identitaria e all’autonarrazione, che però rimane spesso confinata al cosiddetto sottobosco. In tal senso credo che la forma di resistenza della letteratura sia quella di sempre: fondere in sé l’uno e il molteplice, il particolare e l’universale, il locale e il sovranazionale. E alla traduzione spetta proprio il compito di trasportare questi esiti da un campo linguistico all’altro. Il peggior nemico della letteratura in questo momento a me sembra un altro, ossia l’intolleranza di chi, invece di includere, esclude e censura innalzando a propria autorità vessilli progressisti. Così però l’etica della complessità, il senso del dialogo, la libertà artistica e di pensiero vanno in malora.

Quando trova un passaggio particolarmente arduo, una parte di testo che presenta problemi di resa, come fa a superare l’eventuale blocco?

Mi viene in mente una risposta che spero non suoni immodesta: di fronte a un passaggio del tipo che descrive, di solito non provo nessun blocco, ma un’ostinazione che mi tiene incollato ai due testi fino a perdere il senso del tempo. Non è niente di particolarmente tormentoso, voglio dire che non ne soffro: è una via di mezzo tra il gioco infantile e il rompicapo, qualcosa che, nel momento in cui l’affronti, sprigiona una tale quantità di senso e di sfida che non vorresti fare altro che continuare, starci immerso fino a sciogliere la frustrazione, un nodo alla volta. Sono i casi, peraltro, in cui l’essere stato musicista e avere scritto qualche opera letteraria mi è particolarmente d’aiuto, benché sia noto il rischio di lasciare spazio all’ego. Ma la traduzione è soprattutto ascolto, quindi è un po’ come usare il proprio strumento per riprodurre un brano altrui: più hai esercizio e sensibilità, più ti avvicini all’originale. Virtuosismi compresi.

Pensa che se lei fosse rimasto a Bolzano, anziché pendolare tra Rovereto e Berlino, avrebbe trovato ugualmente la sua strada?

Se fossi rimasto a Bolzano probabilmente sarei morto di ombelicalità, eppure devo alla Provincia il mio primo soggiorno a Berlino, che mi permise di prendere il largo e affrancarmi dalle pastoie del bolzanocentrismo. Questa contraddizione è la stessa che vivo ancora oggi: l’Alto Adige stenta terribilmente a diventare un luogo di mediazione letteraria internazionale, tanto che inizio a dubitare ne sia davvero vocato, eppure ho interlocutori capaci che non vedrebbero l’ora di spiccare il volo partendo da qui. Un esempio: lo ZeLT, il centro europeo di letteratura e traduzione che con altre colleghe e colleghi della SAAV abbiamo fondato a Bressanone, sta incontrando resistenze che scorgono nella nostra visione plurilingue e interculturale una specie di difetto, o almeno una non corrispondenza con ciò che una parte della politica e della cittadinanza sembra continuare ad augurarsi per questa terra. Non siamo esattamente una regione progressista, mi pare.

C’è un autore tedesco, non ancora tradotto, al quale vorrebbe dedicarsi prossimamente? E quale autore italiano consiglierebbe a un editore tedesco che richiedesse la sua consulenza?

Il mio lavoro di insegnante non mi permette di tradurre più di un’opera all’anno, per non parlare dei classici, che richiedono ancor più dedizione, e competenze che forse non ho. Tuttavia accarezzo da tempo l’idea di tradurre un libro o l’altro di Thomas Melle, un autore tedesco della mia generazione di cui in Italia è apparso soltanto il romanzo d’esordio, il meno riuscito. Credo che Melle sia tra i migliori scrittori in circolazione e non disdegnerei neppure una sua opera teatrale, visto che è soprattutto drammaturgo. Spero però di tradurre innanzitutto un trittico di racconti lunghi di Schulze uscito l’anno scorso. A un editore tedesco consiglierei invece di tradurre qualche libro di Marino Magliani, per me uno dei maggiori scrittori italiani viventi. Il suo romanzo più recente (Il cannocchiale del tenente Dumont, ndr), entrato nella dozzina dello Strega, ha le carte per diventare un classico, di quelli che si studieranno a scuola.

ff – 4 agosto 2022

In lotta contro lo Stato

Paolo Morando – Fotografia di Gilberto Cavalli

Ricorre quest’anno l’anniversario di un feroce attentato che vale come esempio della “strategia della tensione”. O della sua paradossale contestazione. Paolo Morando ha ricostruito la strage di Peteano (1972) e la vicenda di uno dei suoi enigmatici artefici, il neo-fascista Vincenzo Vinciguerra.

È opinione abbastanza diffusa che l’Italia, al contrario per esempio della Germania con il nazismo, non abbia fatto sufficientemente i conti con il passato (e l’eredità) del fascismo. Da qui discenderebbero molti dei suoi mali, non ancora curati. In realtà alcune testimonianze contrarie e meritorie – anche se forse confinate in riflessioni ancora incapaci di farsi sentire comune – le abbiamo avute. Ecco, per esempio, cosa scriveva lo storico Claudio Pavone (autore del fondamentale saggio Una guerra civile) nel 1974, in uno scritto intitolato La continuità dello Stato. Istituzioni e uomini: «Istituzioni e apparati che sembrano adattarsi ugualmente bene a regimi politici tanto diversi rispetto ai valori della democrazia sono istituzioni e apparati pericolosi, che non offrono alcuna garanzia democratica, mentre ne offrono molte all’autoritarismo e al fascismo, coi quali più intimamente consonano e dai quali si lasciano senza troppa resistenza conquistare, quando alla conquista attivamente non collaborino, perché giustamente convinti che non saranno essi a pagare le spese di una nuova situazione dalla quale ricaveranno anzi incremento e prestigio».

Nella formula “continuità dello Stato” non dobbiamo cercare soltanto alcuni sporadici casi di conservazione di lacerti del regime di Mussolini negli anni immediatamente successivi al suo smembramento (ed è noto il paradosso inerente il primo decennio repubblicano, nel quale l’esperienza della Resistenza venne normalizzata anche e soprattutto mediante la riabilitazione di non pochi rappresentanti dei quadri dirigenti del fascismo), ma un pervicace intreccio di coperti interessi protrattisi nel tempo, fino a condizionare pesantemente la buia stagione caratterizzata da ciò che è diventato noto con la formula “strategia della tensione”, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. Epoca di stragi in gran parte rimaste colpevolmente a lungo senza colpevoli certi. Con una significativa eccezione.

Nel suo ultimo libro, L’ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma Vinciguerra (Laterza, pagg. 304, Euro 18.00), il giornalista e storico trentino Paolo Morando ha affrontato di petto la questione, focalizzandosi su una delle figure più emblematiche – e per molti versi sconcertanti – di quel contesto. È purtroppo ampiamente possibile che la strage al centro di queste pagine non sia nota ai lettori. Appare dunque necessario recuperarne la memoria almeno per sommi capi. Si comincia con una telefonata anonima, recapitata la notte del 31 maggio del 1972 al comando dei Carabinieri di Gorizia. Una voce, in dialetto friulano, segnala la presenza di una macchina in località Peteano, a pochi chilometri dal confine sloveno: «Pronto? Senta, vorrei dirle che c’è una machina con due buchi sul parabrezza nella strada da Poggio Terza Armata a Savogna… la xè una Cinquecento…». Sul posto si recano tre gazzelle dell’arma per le verifiche del caso. Si tratta in realtà di una trappola. All’apertura del cofano, infatti, succede una violentissima deflagrazione e tre militari – Antonio Ferraro, Donato Poveromo, Franco Dongiovanni – muoiono sul colpo, dilaniati dall’esplosivo. Altri due, il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro, sono gravemente feriti. Le indagini vengono affidate al colonnello Dino Mingarelli e al capitano Antonino Chirico, i quali scartano però la pista neo-fascista e procedono in una direzione che si rivelerà completamente sbagliata: prima negli ambienti trentini di Lotta Continua, poi attribuendo la responsabilità a un gruppo di sei giovani del posto, palesemente estranei all’accaduto.

Perché simili “errori” sono potuti accadere? Nella ricostruzione minuziosa delle indagini (e dei “depistaggi” che le hanno contraddistinte), Morando mette il dito nella piaga e illustra questo vero e proprio caso di scuola per capire il clima di torbide connivenze tra estremismo di destra e apparati dello Stato del quale si diceva all’inizio. Eppure stavolta, e qui sta l’interesse principale del libro, l’oscurità – alla quale sembrava consegnata anche questa strage, così come lo furono molte altre afferenti alla medesima matrice – viene diradata dal comportamento assolutamente inedito di uno degli artefici, il neo-fascista Vincenzo Vinciguerra, appunto, che nel 1984, già recluso in seguito ad altri capi d’imputazione, e benché non pentito, decise di assumersi la piena responsabilità dell’attentato e di avviarsi a una reclusione che dura da più di quarant’anni.

Non è agevole entrare nella mente di Vinciguerra, scalfire la maschera tetragona che egli ha voluto indossare dichiarandosi “soldato in lotta contro lo Stato”, per portare alla luce alcuni tratti di umanità negati quasi in linea di principio da chi, come lui, della “disumanità” ha fatto quasi un’etica rivolta anche contro sé stesso (nell’intervista che chiude il libro, a una domanda del giornalista – «Partecipa alle attività promosse dal carcere?» – risponde: «No. Io trascorro la mia vita in cella: non faccio socialità, non vado all’aria, ho pochissimi rapporti. E non ho mai lavorato, mi hanno aiutato i miei familiari. Non intendo avere alcun rapporto con l’amministrazione penitenziaria»). Eppure, al di là di una vicenda personale che si potrebbe giudicare mostruosa, nel senso etimologico del termine (vale a dire soprannaturale), la strage di Peteano e la figura del suo responsabile principale (degli altri due, vale a dire Carlo Cicuttini – l’autore della telefonata anonima – e Ivano Boccaccio, si dà ovviamente anche ampio conto nel volume) ci permette di ricostruire in filigrana, e meglio di tanti altri episodi che possono esserle assomigliati, di che cosa si sia nutrita tutta quella epoca di sangue.

Vinciguerra si sarebbe quindi autocondannato a testimoniare una militanza politica ritagliandola su un contesto dal quale non ha più inteso trarre vantaggi (vantaggi, nel senso di coperture delle quali, pure, ha comunque per diverso tempo goduto). È proprio, insomma, al fine di smascherare la “strategia della tensione” (la strumentalizzazione dell’eversione da parte di uno Stato che perseguiva la “destabilizzazione dell’ordine pubblico per stabilizzare quello politico”) che egli afferma di aver agito al di fuori degli schemi, attaccando frontalmente tutti coloro i quali avrebbero dichiarato “guerra alla Nazione”. E qui, sia detto di passata, scavando nel significato per nulla scontato del termine “Nazione”, significato che peraltro non rinuncia a virare verso enfatiche dimostrazioni di appartenenza, traluce l’inquietante linea di congiunzione tra il progetto apertamente antidemocratico incarnato dal vecchio fascismo e quello, nominalmente iper-democratico, dell’attuale populismo. Populismo che non ha per fortuna bisogno di bombe o di stragi, ma che, sfruttando anche la dimenticanza e l’ignoranza di quei fatti lontani, pone in essere tecniche disumanizzanti (come tutto ciò che procede da indebite generalizzazioni) non meno temibili. Ha scritto Federico Finchelstein (Dai fascismi ai populismi): «Nel mondo è in atto una trasformazione di portata storica, che vede il populismo ricongiungersi col fascismo. Se questo slittamento verso l’estrema destra ha varie radici nazionali, le sue implicazioni sono globali. Da questo punto di vista, il caso italiano è esemplare. Nel paese che ha dato i natali al fascismo, il populismo non respinge il suo predecessore, e punta anzi a dar vita a schieramenti politici che includono scopi e idee sostenuti dai fascisti». Per questo motivo leggere il libro di Morando non serve solo a capire il passato, ma a dotarci di strumenti migliori per affrontare il futuro incerto che abbiamo davanti.

ff – 7 luglio 2022

La concrezione umana

Ha più senso, è più produttivo chiedersi “chi” o “che cosa” sia un “migrante”? E se ci decidessimo per la prima opzione – che privilegia il “chi” – potremmo forse capire meglio “che cosa” sta dietro a un processo di migrazione?

Porre questioni del genere, prestando attenzione alle parole (in questo caso alle sfumature di un certo pronome), non è una preoccupazione sterile, o tutt’al più stilistica. Come sanno bene i linguisti, un codice può avere valore denotativo (in primo luogo ci si riferisce al mondo), connotativo (il riferimento abbraccia quasi sempre possibili significati, oltre quel riferimento primario), ma anche performativo (il mondo cambia, si trasforma a seconda di come viene nominato). Domandarsi allora “chi” sia un “migrante” è quindi molto diverso dal chiedersi “che cosa” sia, perché nel primo caso articoliamo una relazione coinvolgente, ci apriamo alla ricchezza inesauribile di una narrazione nella quale è nascosta tutta la complessità della persona che ci sta di fronte; nel secondo caso, al contrario, il “che cosa” blocca questa indagine, ci svia dal piano personale per cristallizzare una categoria astratta, in genere ereditata da atteggiamenti pregiudiziali. Fatalmente, l’annullamento dei tratti individuali sbarra poi la strada anche alla comprensione delle dinamiche impersonali (e dunque descrivibili in termini astratti) che riguardano i contesti sociali.

In una simile cornice teorica – e si tratta senza dubbio di una notizia rinfrancante – ha preso corpo l’iniziativa scolastica della quale si sono rese protagoniste due sezioni del liceo classico bolzanino Giosuè Carducci. In breve: coordinati dalle insegnanti Alessia Giangrossi e Novella Carpanese, con la collaborazione della OEW (Organizzazione per un Mondo Solidale) di Bressanone, gli studenti e le studentesse hanno realizzato una serie di 8 podcast in cui sono state raccolte le voci di persone con un background migratorio, proprio al fine di far emergere la particolarità di storie non etichettabili freddamente, in modo sbrigativo, bensì di rendere perspicua la mutevolezza e il contorno sfrangiato di motivazioni ed esiti irriducibili ai cliché consolidati.

Sarà molto interessante ascoltare (e meditare) i podcast scaturiti dal loro lodevolissimo lavoro, giacché si tratta di un approccio scarsamente praticato persino da coloro i quali – intendiamo in primo luogo gli addetti all’informazione, ma anche i politici – dovrebbero sentire tutta la responsabilità dell’uso delle parole. Piuttosto, per trovare riferimenti corroboranti vengono in mente solo eccezioni luminose. Pensiamo per esempio al film “Come un uomo sulla terra”, un documentario del 2008 per la regia di Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer, che rese noto il dramma dei viaggi dalla Libia, o alle opere dello scrittore e giornalista, purtroppo precocemente scomparso, Alessandro Leogrande, autore di fondamentali ricerche (titoli come “La frontiera” o “Il naufragio. Morte nel Mediterraneo” sono ormai dei classici) compiute tutte poggiando su un saldissimo metodo operativo: «Se in questi giorni vai a Taranto – ebbe una volta a dire parlando della sua città natale –, sarebbe meglio non iniziare un reportage parlando del diritto alla salute e del diritto al lavoro, ma piuttosto raccontare la storia di un operaio, creando cioè un’unità narrativa intorno a un’unità biografica».

Anche le ragazze e i ragazzi del Carducci hanno voluto creare un’unità narrativa intorno a delle unità biografiche, in modo da imbastire una fondamentale conversione dello sguardo: per capire fenomeni astratti occorre sempre partire dai destini e dalle parole che servono per concretizzarli, dalla concrezione umana di chi li ha animati e può raccontarceli in prima persona.

Corriere dell’Alto Adige, 16 giugno 2022 – Pubblicato col titolo “Le storie, i destini, le parole”

Difficile eredità

Di un morto celebre è in uso non soltanto dirne bene, talvolta si forza un po’ la mano e – tra le righe di commemorazione raccolte dai redattori delle pagine culturali – facciamo filtrare un’esclamazione che congiunge il senso di una dipartita individuale a quello della chiusura di un’epoca. Nel caso di Joseph Zoderer, deceduto martedì scorso a Brunico all’età di 87 anni, il tono prevalente ha invece un’inclinazione diversa: di lui si dice che è stato un “iniziatore”, lo si qualifica come “padre della moderna letteratura sudtirolese” (pur sapendo che non apprezzava tale delimitazione territoriale) e – dimenticandoci di altre figure patriarcali che l’hanno in qualche modo preceduto, come Franz Tumler o Claus Gatterer – si tende a propagare l’idea che senza i suoi libri il Sudtirolo sarebbe rimasto più a lungo una terra incognita, soprattutto nelle sue contraddizioni. Affermiamo ciò, ovviamente, non per togliergli qualcosa, ma per delineare in modo più compiuto il contesto di cui parliamo.

Provando a sintetizzare la cifra peculiare con la quale l’opera di Zoderer (non unica, ripetiamolo, ancorché in modo paradigmatico) ha inciso nei suoi lettori l’immagine della sua terra, il docente e critico letterario Alessandro Costazza ha scritto: «Con Zoderer se ne è andata una delle voci più significative del dibattito interetnico in Alto Adige/Südtirol degli ultimi cinquant’anni. A partire dalla sua esperienza biografica, in quanto “specialista dell’estraneità”, Zoderer è riuscito a smascherare i diversi pregiudizi etnici, sia italiani che tedeschi. Prima ancora che si cominciasse a parlare del “disagio degli italiani”, ha riconosciuto in Die Walsche (“L’italiana”) il senso di estraneità dei sudtirolesi, mettendo in guardia soprattutto dalle perversioni ideologiche del concetto di Heimat e attirandosi in tal modo le critiche non solo dei “difensori della Heimat”, ma persino della sinistra interetnica». I temi principali sono già tutti qui: un luogo di confine genera quasi spontaneamente punti di vista contrastanti, asimmetrie urticanti, e la letteratura che vuole raccontarlo finisce per essere un sismografo per le oscillazioni identitarie che cercano, invano, di stabilizzarlo. Ma diventare “specialisti dell’estraneità” può avere anche un prezzo salato. Che cosa accade, infatti, se il sentirsi estranei si materializza in un cliché dello spaesamento non più subito, ma addirittura cercato? E soprattutto: come comportarsi davanti a un riconoscimento (come quello di cui ha senza dubbio goduto Zoderer passati gli anni eroici della “dissidenza”, fatali ad altre figure meno fortunate, basti citare l’esempio di Norbert Kaser) che toglie all’arte la sua aura di romantica scomodità?

Chi ha conosciuto Zoderer, soprattutto negli ultimi tempi, non ha potuto fare a meno di notare un nucleo d’insoddisfazione e forse di amarezza all’interno dell’appagamento, una sorta di muto lamento causato proprio dal successo. Essere diventato un’icona ufficiale di questa Heimat da lui ritratta nel suo sfuggire ai connotati ufficiali (fino a lambire pose regressive, come se solo nel passato remoto dell’infanzia si potessero trovare le tracce autentiche di un “sentirsi a casa” ovunque negato) ha contribuito a fissarne il profilo pubblico, certo, ma lo ha anche pericolosamente avviato in quella regione dei “classici non letti”, perché in fondo il bisogno di leggere riguarda sempre meno persone. Ne è una prova, per quanto concerne le traduzioni in italiano, la difficoltà di reperire i suoi testi in libreria, essendo molti titoli (a cominciare proprio da “L’italiana”) usciti dai cataloghi. Possa la morte risvegliare la curiosità, suo unico lato lodevole.

È chiaro che la valutazione di ciò che una simile esperienza lascia, vale a dire la questione della sua eredità, va anche commisurata alla perdita di peso specifico che la letteratura, in generale, assume nel cosiddetto dibattito pubblico, molto più incline a consumare polemiche di corto respiro (anche se vecchie) nello spazio social, piuttosto che dedicarsi ai necessari approfondimenti scaturibili dalle pagine fatte di carta. Ma è anche il nodo centrale attorno al quale questo scrittore ha cominciato a intrecciare le sue storie, alle quali deve in fondo la sua fama di “coscienza critica del luogo natio”, ad aver perso consistenza, potenzialmente liberandoci – e sarebbe una buona notizia – dal dovere di celebrare continuamente quegli apritori di vie che non hanno poi mai raggiunto mete troppo distanti. Allora, se Zoderer fosse riuscito davvero ad emergere come un autore “non soltanto sudtirolese”, bensì di lingua tedesca in un mondo senza barriere, chi ne decanta le qualità non si faccia più tentare relegandolo a testimone di “una” zolla. Altrimenti la sua eredità avrebbe il fiato corto o addirittura non potrebbe essere raccolta.

Corriere dell’Alto Adige, 3 giugno 2022

Oasi di pace

Non ho scritto finora nulla di pubblico sulla guerra in corso, quella sulla quale ognuno si sarà di certo fatto ormai un’idea e tenderà a non cambiarla fino alla fine del conflitto (sperando che tale fine avvenga presto, ça va sans dire). Certo, qualcosa mi è capitato di dire anche a me. Magari con un post su Facebook o rispondendo d’istinto a qualcuno, sempre su quel social diventato così indigesto soprattutto a chi lo frequenta. Il perché una simile piattaforma di discussione si riveli così indigesta è facile da capire: là ogni cosa tende alla polarizzazione, invita a schierarsi di qua o di là, dalla parte di questi o di quelli, e lo spazio per il ragionevole (o ragionato) dubbio, la pazienza necessaria a cogliere (e coltivare) le sfumature, non diciamo a verificare ciò che si afferma, diventano tutte cose che la vox imperante decreta come impossibile a priori. Certo, non si tratta di una novità introdotta dal tempo di guerra. Era così anche prima, quando ci si scannava a proposito del numero di morti a causa del Covid, per i vaccini, per la tessera verde, e in definitiva per ogni altra questione. Solo pochissimi temi sfuggono a questa logica, ma non perché capaci di suscitare una discussione più fondata o raffinata, semplicemente perché non attraggono un numero bastevole di litiganti: tanto per non andare a parare troppo lontano, si guardi quanto poco ci si è impegnati a esaminare la posta in gioco del “referendum sul referendum” tenutosi domenica scorsa. La situazione è questa. Infelicemente incastrati tra un livello decisionale che non ha più credito, imbottiti di parole proferite da esperti ai quali non riconosciamo più alcuna autorità, dilaniati da polemiche accese da chi vede intorno a sé solo occasioni di scontro, le uniche oasi di pace restano i temi, pur importanti, dei quali quasi nessuno (e verrebbe quasi da dire per fortuna) sa nulla.

ff – La colonnina – 1 giugno 2022