Gli universi paralleli

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foto salto.bz

Il consigliere provinciale Alessandro Urzì (Alto Adige nel Cuore) l’aveva anticipato qualche giorno fa con un grido accorato affidato alla piattaforma social: “Popolo di Facebook, in provincia di Bolzano stanno preparando l’operazione più imponente di pulizia linguistica cancellando i bei nomi di luogo conosciuti da generazioni con espressioni italiane che domani saranno vietate”. Un allarme per impedire che all’interno della Commissione dei sei, prima, e poi nell’ambito dello stesso Consiglio provinciale, si operi al fine di scongiurare la bocciatura, da parte della Corte costituzionale, della legge sulla toponomastica approvata nel 2012 e ritenuta lesiva del principio del bilinguismo.

Come ha successivamente spiegato lo stesso Urzì, a rischio sarebbe «il 57 per cento dei toponimi italiani di una lunga lista di 1.527 nomi». Voglio prescindere dall’esattezza di tale dato, cioè dall’effettiva consistenza di una lista di nomi che starebbero per essere cancellati con un atto d’imperio da parte di organismi — la Commissione dei sei, ma anche la specifica Commissione che dovrà essere poi nominata per formulare nel dettaglio la revisione della legge — composti in modo paritetico, quindi predisposti anche a tutela della «minoranza» italiana. Preferisco invece soffermarmi sul meccanismo psicologico che ogni volta s’innesca quando il motivo del contendere afferisce a temi di rilevanza simbolica in un contesto etnicamente frammentato: la possibilità che nell’opinione pubblica prevalgano argomentazioni di tipo razionale si riduce praticamente a zero.

Com’è possibile dunque recuperare un briciolo di razionalità, avendo a che fare, come in questo caso, con la sua palese distruzione? Una saggezza molto disincantata, giacché sancirebbe a priori l’impossibilità di stabilire un accordo tra le parti, suggerisce che ogni gruppo linguistico rinunci per sempre ad imporre agli altri soluzioni univoche, cementificando in sostanza l’esistenza di universi paralleli in larga misura autoreferenziali. Sarebbe ovviamente la sconfitta definitiva del modello di convivenza al quale un po’ ingenuamente abbiamo fatto finta di guardare, pensando che il metodo della mediazione (e del compromesso) potesse estendersi a tutti gli ambiti della nostra giurisdizione. Una cosa resta certa: a più di quarant’anni dalla promulgazione del secondo statuto d’autonomia, doversi ancora occupare di simili questioni “emotive” è una sconfitta per tutti.

Corriere dell’Alto Adige, 22 settembre 2016

Un’accoglienza propositiva

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Il tema ha tenuto banco a lungo sui giornali ed è stato rilanciato più volte in rete, tra malintesi e correzioni. Alla domanda, secca e diretta, se il comune di Laives fosse disposto ad accogliere o meno la quota di profughi prevista dal piano di distribuzione provinciale, sono state date quindi risposte contrastanti, a seconda dei diversi punti di vista. Chi ha avuto però la prima e anche l’ultima parola, vale a dire il sindaco Christian Bianchi, ha poi sempre puntualizzato così: Laives intende accogliere una quota minima di profughi, desidera insomma fare la propria parte, purché sia reperito un luogo adatto e, soprattutto, vengano individuate attività in grado di occupare i migranti rendendoli almeno parzialmente autosufficienti.

Intervistato dal Corriede dell’Alto Adige, Bianchi ha affermato testualmente: “Nei giorni scorsi ho visitato la Caserma Mercanti di Appiano e ho osservato un modello valido: grazie anche alla presenza di molti volontari, vengono organizzate molte attività. I migranti collaborano ai lavori di pulizia e mensa, e partecipano anche a lavori esterni come la raccolta delle mele. Ciò fa bene all’integrazione, gli ospiti non sono lasciati alla deriva e la struttura non è un dormitorio. Se anche a Laives ci fosse la necessità di organizzarsi, penso a qualcosa del genere”. Si tratta di parole che formulano un impegno preciso e, almeno stavolta, di equivoci non potranno davvero essercene.

Nei prossimi giorni, dunque, Bianchi prenderà visione degli ex Magazzini militari di via Stazione pensando di ricalcare sull’esempio di Appiano anche la futura esperienza di Laives. Un lieto fine che, indipendentemente dalla sua auspicabile realizzazione, non può però farci sospendere la riflessione sul modo migliore di affrontare le problematiche inerenti il fenomeno generale.

Non aderendo al programma Sprar (il Sistema per la Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati che finora ha dato i risultati migliori), in Alto Adige permane infatti la tendenza ad affrontare le cose secondo una logica emergenziale, come se i comuni non dovessero costituire la parte attiva e propositiva del processo di accoglienza, ma fossero soltanto i ricettori periferici di ordini provenienti da centri decisionali distanti (il Ministero dell’interno, le prefetture o, nel nostro caso, addirittura la Provincia). Proprio Appiano, da Bianchi indicato come esempio virtuoso, dimostra che la via da perseguire è un’altra e si basa sulla normalizzazione delle pratiche di inclusione nei confronti di soggetti da considerare, finalmente, quali persone pienamente responsabili.

Corriere dell’Alto Adige, 15 settembre 2016

L’autonomia dissonante

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Settant’anni sono una buona misura di tempo per tracciare un consuntivo. Per farlo – parliamo ovviamente del consuntivo inerente lo stato di salute delle nostre autonomie provinciali, peraltro ancora inserite in una cornice regionale assai scricchiolante – bisogna comunque fare attenzione a scegliere con cura il punto di vista dal quale muovere. E qui il paesaggio appare dissonante, anche nel giorno di festa. Vediamo brevemente perché.

Se badiamo alle celebrazioni, ai discorsi di circostanza espressi in forma rituale, specialmente nei luoghi che hanno fatto “la storia”, e dunque in un certo senso cercano di trattenerne lo spirito, non ci sono problemi. Al solito ricade il discorso del “modello”. “L’accordo di Parigi – ha affermato il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni – ha evitato che vi fosse un conflitto congelato nel cuore dell’Europa ed è precursore di scelte che hanno ispirato la crescita dell’integrazione europea”. Sorrisi, applausi, brindisi. Ma come sempre tra la mozione e l’atto si distende una discreta porzione d’ombra.

L’ombra, nella fattispecie, riguarda i lavori della Convenzione (Konvent) che avrebbe il compito di accordare la struttura esemplare dell’autonomia alle esigenze presenti e future. Nell’ultima seduta bolzanina del gruppo dei trentatre è emersa una frattura evidente tra le competenze di chi sta operando in quel contesto e l’azione politica – animata da un gruppo di senatori sudtirolesi e trentini – concretizzatasi in un disegno di legge costituzionale già depositato in Parlamento. Una mancanza di comunicazione che ha generato stupore, incertezza e malintesi, tanto da far affiorare un dubbio radicale: è utile tentare di stimolare dei cambiamenti dal basso, ossia favorendo la partecipazione dei cittadini, se poi le decisioni che contano vengono comunque prese in modalità top-down?

Il presidente Kompatscher e il senatore Palermo hanno cercato di gettare acqua sul fuoco, ribadendo che l’elaborazione a più livelli della riforma è perfettamente compatibile con l’istanza partecipativa della Convenzione, quindi hanno auspicato che, a partire dai prossimi incontri, i parlamentari possano palesare meglio la propria funzione di guida. A questo punto, però, si tratta di agire molto in fretta e con grande chiarezza, perché altrimenti la frattura indicata potrebbe allargarsi in una voragine fatta di sfiducia e disinteresse per le sorti dell’autonomia appena festeggiata.

Corriere dell’Alto Adige, 7 settembre 2016

Un fanatismo senza sbocchi

Fontana

Al pari di qualsiasi tema a forte valenza simbolica, anche per la toponomastica il rischio è quello di avvitarsi in argomentazioni frustranti. Si dirà: al bando inutili frustrazioni, abbiamo ben altre e più rilevanti questioni a cui pensare. Ben altre, sicuro. Eppure rieccoci qui, periodicamente, a spostare la pedina un po’ in giù e un po’ in su, nell’eterno gioco di posizionamento e riposizionamento nel quale nessuno, a quanto pare, vuole mai cedere qualcosa agli altri.

Al fine di rimuovere il tema della toponomastica dall’agenda della politica, la scorsa giunta provinciale aveva cercato di varare una legge intenzionata a mediare le posizioni più estreme, vale a dire quelle sostenute dalle destre tedesche – orientate a ristabilire ciò che per loro rappresenta il primato storico, e dunque monolingue, della gran parte dei toponimi di montagna – e quelle interpretate dai molti italiani paladini di un bilinguismo altrettanto integralista. L’esito fu però alquanto deludente, esponendo una forzatura in chiave maggioritaria distante dal principio del compromesso che si voleva affermare. Il testo venne così impugnato dall’allora governo nazionale guidato da Mario Monti, rinviato al giudizio della Corte costituzionale ed in pratica tenuto in sospeso fino adesso. Avvicinandosi il verdetto (previsto per Ottobre), le vie rimangono perciò due: o si prova ad aggiustare la legge, puntando ancora sul compresso prima che la Corte agisca, oppure celebreremo il suo funerale e torneremo a spaccarci la testa su “Berghof” e “Maso Montagna” (per inciso: la legge avrebbe trovato l’onorevole soluzione di “Berghof/Maso Berghof”).

Ora, per aggiustare la legge occorre che venga reso operativo un passaggio ulteriore, individuato da una norma di attuazione recentemente elaborata all’interno della Commissione dei sei, e scritta proprio per salvaguardare lo spirito del compromesso dal fanatico rispetto per il bilinguismo formale o “assoluto”, quello che tende a trovare una traduzione per ogni più piccola porzione di territorio (al limite per ogni filo d’erba). Ulteriori clausole di salvaguardia sono state previste in modo da non concedere al gruppo maggioritario l’ultima parola sui casi più controversi, a dir la verità non molti (e se poi non ci sarà accordo tutto resta come prima). In questa prospettiva il pericolo di avere la tanto paventata “pulizia linguistica” (così come, adottando il punto di vista tedesco, l’“italianizzazione definitiva”) è visto soltanto dagli incorreggibili amanti della polemica, cioè da chi, in questo preciso momento, si sta augurando che la Corte ci condanni tutti ad occuparci di toponomastica per altre venti legislature.

Corriere dell’Alto Adige, 2 settembre 2016

Così si difende l’autonomia

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Per inquadrare in sede locale il taglio ai costi della politica previsto dal decreto Monti, una volta tanto è utile riferirsi al dettato secco e stringente di un comunicato stampa firmato da Sven Knoll (Süd-Tiroler Freihet), il quale, quando si tratta di mettere i paletti contro Roma, non ha mai peli sulla lingua: “Tutti gli ambiti finanziati dal Sudtirolo in modo autonomo rientrano nel novero delle nostre competenze decisionali, dunque l’Italia non deve immischiarsi”. In modo ancora più crudo, alcuni politici locali stanno in pratica affermando: giù le mani dai nostri stipendi, giacché qui non è in gioco solo ciò che finisce nelle nostre tasche, bensì anche “la sovranità del consiglio provinciale” e persino “il valore della nostra autonomia” (gli ultimi virgolettati sono da attribuire al capogruppo Volkspartei in consiglio provinciale, Dieter Steger).

Al di là dei dati tecnici e giuridici che possono essere fatti valere, qui il senso comune intuisce che il passaggio logico tra “difesa delle indennità” e “difesa dell’autonomia” si esercita su un terreno alquanto scivoloso. Senza agitare il vento dell’anti-politica, anche dall’interno del Palazzo giungono infatti voci in sintonia col sentire popolare. “Il taglio delle indennità – ha per esempio ricordato il presidente del consiglio provinciale di Bolzano, Roberto Bizzo – è opportuno in primo luogo dal punto di vista politico”. Esercitarlo non significherebbe, quindi, abbassare il capo davanti a un’imposizione “esterna”, ma potrebbe essere eseguito davvero in modo autonomo e con spirito pienamente “autonomistico”.

Riprendendo l’argomento di Sven Knoll, dal quale siamo partiti, suggeriamo allora una formula alternativa: se tutti gli ambiti finanziati dal Sudtirolo in modo autonomo rientrano nell’ambito di competenze provinciali, ci piacerebbe cogliere in modo altrettanto autonomo l’opportunità di ridurci le indennità senza aspettare che Roma si immischi in un modo o nell’altro. Esisterebbero forse ostacoli tangibili a un siffatto progetto? A quanto pare no, visto che a Trento, provincia gemella, i tagli sono stati effettuati già da due anni, e a quanto pare ciò non ha reso le istituzioni locali più vulnerabili di quanto lo fossero con le vecchie buste paga di presidenti e assessori. In ogni caso non è difficile azzardare una previsione: i cittadini, anche quelli più convintamente amanti e gelosi delle “nostre prerogative”, apprezzerebbero.

Corriere dell’Alto Adige, 26 agosto 2016

La cultura è ricchezza

Oetzi

L’idea di trasferire la mummia denominata familiarmente Ötzi negli spazi oggi occupati dalla biblioteca civica – illustrata sabato scorso al Corriere dell’Alto Adige da Renzo Caramaschi – ha alla base una motivazione interessante. “Questa città – ha detto il sindaco di Bolzano – ha bisogno di centri culturali, più che commerciali”. Il progetto di creare un grande polo museale, al contempo diviso e unito dal ponte Talvera, avrebbe come primo obiettivo proprio quello di far emergere un profilo attualmente troppo frammentato e squilibrato per risultare davvero visibile o attraente.

La vocazione culturale di Caramaschi è nota. In ogni colloquio con il sindaco spunta sempre la sua passione per la letteratura, in particolare quella a sfondo storico, che intreccia vicende individuali ed eventi di significato collettivo più vasto. Egli è inoltre giustamente convinto che, al contrario di quanto affermava Giulio Tremonti, con la cultura si possa, anzi si debba mangiare. Certo non nel senso triviale di sfruttarla per condurre affari monetizzabili all’istante, ma alludendo al circolo virtuoso che congiunge un sensibile aumento dell’attività conoscitiva ad una ricaduta sul piano economico. La stessa etimologia della parola economia, peraltro, ha a che fare con la buona amministrazione delle cose della famiglia e dello Stato, e solo mediante passaggi successivi ha ristretto la sua applicazione ad un settore in cui ne va meramente della produzione e dell’incremento della ricchezza dei beni materiali.

Sarà compito di chi possiede la necessaria competenza tecnica stabilire se l’accorpamento delle entità museali adesso separate, soprattutto per quel che concerne la ricostruzione in altro sito della costosa camera a temperatura costante che ospita l’uomo del Similaun, implichi un percorso troppo lungo e dispendioso in rapporto a ciò che ci si prefigge di ottenere. La cosa più importante, però, sarà riuscire a creare il consenso indispensabile a profondere investimenti in ambito culturale, in modo da non farli apparire come uno spreco di soldi, bensì il modo migliore di spenderli. Per convincere gli scettici, infatti, non basta continuare a puntare i riflettori sulle zone e i soggetti già privilegiati, ma è indispensabile allargare lo spettro dei benefici che si otterranno anche ai quartieri periferici, finora coinvolti solo in parte nel complessivo piano di rilancio e non a caso sciaguratamente risucchiati in un’orbita d’influenza politica tutt’altro che lungimirante.

Corriere dell’Alto Adige, 17 agosto 2016

Il necessario passo avanti

Bianchi

In tema di accoglienza dei migranti faremmo tutti un grande passo in avanti se la discussione non si arenasse, come spesso invece purtroppo accade, tra favorevoli a priori e contrari per partito preso. Si tratterebbe insomma di adottare quel punto di vista utilitaristico (rivolto a massimizzare i benefici collettivi, senza distinzioni di sorta) che il sociologo Luigi Manconi ha di recente sintetizzato in un volume (“Corpo e anima”, Edizioni minimum fax) dal significativo sottotitolo “Se vi viene voglia di fare politica”: “La sottrazione allo stato di marginalità del maggior numero possibile di migranti (…) costituisce la garanzia essenziale per disinnescare il cortocircuito tra condizione di miseria sociale e reazione di quegli stessi soggetti a rischio”.

Sottrarre alla marginalità i “migranti” – termine in ogni caso generico, includente anche quello di “profughi” – significa però anche un’altra cosa, ossia impedire che si radicalizzi in senso comune la percezione di “usurpatori” di diritti (per giunta ai danni degli autoctoni), sciaguratamente sempre più attribuita ai soggetti che avanzano una legittima richiesta di accoglienza.

Forse occorre chiarire il punto teorico con un esempio. Qualche giorno fa il sindaco di Laives, Christian Bianchi, ha escluso che il comune da lui guidato possa offrire a breve scadenza ospitalità ad un numero anche minimo di profughi, e che in ogni caso ciò sarebbe vincolato alla precondizione di conferire loro un ruolo di utilità pubblica. La posizione di Bianchi non è priva di ambiguità. Da un lato il sindaco appare interpretare l’inaccettabile rifiuto a cooperare al fine di distribuire su tutto il territorio provinciale la quota di accoglienza prevista dagli accordi con lo Stato nazionale (si tratta, ricordiamolo, dello 0,9 per cento del totale). Dall’altro la spiegazione punta ad una condivisibile definizione delle clausole di post-accoglienza, in realtà l’aspetto più lacunoso del sistema italiano, visto che consente ancora la chiusura a riccio delle comunità che hanno gioco facile nel ritenere alquanto labile l’implementazione di programmi strutturati di sostegno all’integrazione sociale ed economica dei titolari di protezione.

Per uscire dall’ambiguità, allora, è necessario che anche Bianchi faccia un passo avanti e proponga di fornire il suo pieno appoggio al piano di distribuzione provinciale dei profughi corredandolo di qualche buona idea per il loro proficuo impiego. Siamo convinti che ci riuscirà.

Corriere dell’Alto Adige, 11 agosto 2016