Sulle gambe del viaggiatore leggero

Lo scorso 22 febbraio, come si dice nei casi in cui il rammarico soffia su candeline immaginarie, Alexander Langer avrebbe compiuto 75 anni. Ogni volta che il calendario propone tale ricorrenza – o quella simile, della morte – lo ripensiamo, e scriviamo che ci manca, uno come lui. Certo, era di gran lunga il politico più lungimirante che ha prodotto il Sudtirolo tra gli anni Settanta e i Novanta, e la sua mancanza risulta evidente, soprattutto se compariamo il suo spessore con quello di chi lo attorniava o lo ha succeduto. Il rammarico però ha anche un lato spiacevole, perché tende ad assolverci non solo dall’impossibile emulazione, adombrata dal tributo rituale, ma anche da un impegno molto più concreto in ciò che sarebbe giusto continuare a fare (è l’invito, come noto, del suo biglietto finale) nel solco del suo insegnamento. Nessuno chiede che gli allievi superino i maestri, ma almeno che sappiano interpretarne in modo autonomo e innovativo la lezione.

Ai giovani, che di Langer hanno sentito a malapena parlare, si potrebbe ricordare il succinto catalogo da lui steso nel 1990 in un appunto rispondente alla domanda: da dove prendi le energie per “fare” ancora? Vengono citate le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e l’America latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia. Alcune questioni nel frattempo spente, altre ancora brucianti di attualità. Poi, naturalmente, i capitoli inerenti la tutela delle minoranze, gli accorgimenti per smorzare il rinascere sempre possibile dei nazionalismi in un’Europa unita a fatica (l’impegno finale di Langer nel contesto delle guerre nella ex-Jugoslavia) e sempre di nuovo il suo amato Sudtirolo, diventato il nostro, così cambiato seppur riconoscibile nell’impostazione istituzionale risalente al secondo Statuto d’autonomia. Una volta deppennato il catalogo, resta la domanda. E noi? Da dove le prenderemo le energie per “fare” ancora?

Se, come detto, rimanessimo orientati sul lato celebrativo, mossi soltanto dal ritmo imperturbabile del calendario, le energie non sarebbero molte. E non sarà solo il trascorrere pigro del tempo che comunque passa a trarci d’impaccio. Si veda ad esempio il tema del Censimento etnico, del quale (ancora potenza del calendario!) ricorre proprio quest’anno il quarantesimo anniversario. Anche qui molte cose sono cambiate nell’apparente fissità dell’impostazione. Nel 1981 la dichiarazione era obbligatoria e possibile solo per i tre gruppi statutariamente previsti. Nel 1991, in pendenza di un ricorso alla Corte costituzionale, è stata introdotta la possibilità di dichiararsi “altro”, per quanto poi aggregato a uno dei tre gruppi. Ma questo almeno ha risolto, sul piano formale, il problema delle liste chiuse, che sono illegittime in base agli standard internazionali. Nel 2005 (pendente una possibile procedura di infrazione europea) la dichiarazione è stata sganciata dal Censimento ed è stata introdotta la possibilità di modificarla in ogni momento, con effetto però dopo 18 mesi, in modo da evitare le cosiddette dichiarazioni di comodo. Dal 2015 (sempre per il rischio di una procedura di infrazione) è prevista la possibilità di rendere la dichiarazione da parte dei cittadini UE e parificati (soggiornanti di lungo periodo) e in questo modo è risolto uno dei nodi maggiori, oltre a aver reso la dichiarazione un fatto formale (perché il kosovaro si può dichiarare ladino). Restano sul tappeto alcune questioni tecniche, e ovviamente la domanda politica di fondo: ha ancora senso un sistema di accertamento ufficiale della consistenza di gruppi percorsi da mutazioni e variazioni che, di quel sistema, riconoscono ormai quasi solo gli effetti senza badare troppo alla sua legittimità?

Intanto, il nome di Langer fiorisce in bocche sulle quali fino a qualche anno o addirittura mese fa sarebbe apparso come bestemmia. “Se fosse riuscito a continuare la sua battaglia – ha scritto su Facebook il parlamentare leghista Filippo Maturi – oggi vivremmo in un Alto Adige diverso: con meno contrapposizioni etniche, nel rispetto delle identità senza prevaricazioni. Un Alto Adige più green, forse senza bisogno di transizione ecologica, con maggiore rispetto per la biodiversità agricola e faunistica”. Langer però non è un supermercato di idee tra le quali si può scegliere secondo i propri pregiudizi, tralasciandone altre. E non è neppure solo una targa da apporre ufficialmente (c’è finalmente la notizia: è iniziato l’iter necessario) su un ponte che comunque già portava il suo nome. Le gambe del viaggiatore leggero devono diventare le nostre, senza paura di irrobustircele su sentieri imprevisti, che purtroppo a lui rimasero sconosciuti.

Corriere dell’Alto Adige, 24 febbraio 2021

Scuola, il tempo propizio

Partiamo dai fatti, che molto spesso sono fatti anche di parole, e proviamo a commentare la presunta dichiarazione di Mario Draghi sull’eventuale allungamento dell’anno scolastico fino alla fine di giugno.

Intanto, chi era presente all’incontro con l’ex presidente della BCE, come per esempio il deputato del gruppo Misto Alessandro Fusacchia, ha cercato di circoscrivere il senso di quell’affermazione. In un’intervista rilasciata al sito Orizzontescuola.it, il parlamentare ha detto: «Draghi ha parlato delle difficoltà affrontate dagli studenti a causa della pandemia, sotto il profilo sia degli apprendimenti sia del disagio psicologico, e della necessità di intervenire in proposito. Ha fatto un cenno ai prossimi mesi e si è speso soprattutto sull’inizio del prossimo anno scolastico. Sul calendario ha fatto solo una veloce menzione, senza entrare in alcun dettaglio, e noi sappiamo che quell’espressione, senza ulteriori specificazioni, può voler dire tante cose diverse». Una veloce menzione, insomma, che però ha generato un prevedibile subbuglio.

Provando a ragionare, occorre dunque distinguere chirurgicamente l’uscita di Draghi dall’opinione di quanti, presala subito per buona, non hanno esitato ad applaudire rilanciandola come progetto da acquisire senza troppi indugi. Tra questi, il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher, che ha dichiarato (stavolta ci sono le registrazioni): «Perché no? Sarebbe come rompere un tabù». Ma di quale tabù si tratta, e perché sarebbe così auspicabile romperlo? Il tabù, a quanto pare, riguarda essenzialmente l’idea di mantenere confinata la frequenza dell’anno scolastico — da parte degli studenti, beninteso, visto che gli insegnanti lavorano tutti già almeno fino alla fine del mese, e non pochi anche oltre — entro la metà di giugno. Rompere il tabù significherebbe arrivare, appunto, perlomeno a luglio (e poi — perché no? — in prospettiva anche ad agosto). Ma su che base questa visione arrecherebbe un vantaggio agli studenti? Occorre risalire alla prima motivazione disponibile, provando però anche a capire se ce n’è una nascosta.

La motivazione disponibile è questa: dato che l’anno scolastico che avremo alle spalle (e in parte anche quello precedente) è stato reso difficoltoso da una diminuita opportunità di fare lezioni in presenza, si ritiene che il ricorso alla didattica a distanza sia stato «tempo sprecato» e quindi occorra «recuperarlo» in chiave eminentemente quantitativa (cioè aggiungendo dei giorni). Vengono subito in mente parecchie obiezioni.

Ne cito due. Per prima cosa la didattica a distanza non è stata «tempo sprecato», ma l’unico modo di affrontare le enormi difficoltà dovute alla chiusura degli spazi pubblici, una chiusura che è stata imposta (anche al mondo della scuola) da una politica a dir poco non impeccabile nella gestione della pandemia. Inoltre, è la seconda obiezione, il carico di lavoro alternativo che studenti, insegnanti (e anche famiglie) hanno dovuto affrontare mediante tale ricorso alla didattica a distanza — anche nella forma a singhiozzo che ha caratterizzato gran parte dell’offerta che le scuole sono riuscite, nonostante tutto, a proporre — non è stato minore di quello che avremmo avuto potendo usufruire della sola didattica in presenza. Anzi. Aggiungere un’altra quindicina di giorni in presenza (posto poi che ci si riesca, visto che qui si viaggia nella più totale incertezza) a cosa servirebbe?

Chiarito il poco convincente argomento fornito dalla motivazione disponibile, arriviamo così a quella occulta. Purtroppo, l’idea che la scuola sia definita solo dal parametro del «tempo» speso tra i banchi tradisce una concezione quantitativa dell’apprendimento che manca completamente il bersaglio, non riuscendo cioè a rendere perspicuo che è soprattutto in base a una complessa miscela di elementi qualitativi che noi riusciamo davvero ad apprendere (a scuola, ma non solo a scuola). Chi ha passato diverso tempo operando nella didattica sa benissimo che, talvolta, aiutano di più dieci minuti fatti nelle condizioni favorevoli che non dieci ore ritenute in astratto la quantità di tempo «necessaria» ad acquisire le «competenze» previste. Insomma, passare più tempo a scuola non offre, di per sé, alcuna garanzia. Occorrerebbe piuttosto pensare a come lo si fa.

Per fortuna, all’entusiastica adesione rivelata da Kompatscher rispetto alla presunta dichiarazione di Draghi ha ribattuto l’assessore alla scuola tedesca Philipp Achammer, il quale — anche in questo caso testuale — ha scritto su Facebook: «Sono scettico. Di sicuro la didattica a distanza non può avere la stessa qualità delle lezioni in presenza, ma mi risulta poco chiaro che cosa si vorrebbe ottenere aumentando il calendario scolastico di due settimane». Se vogliamo davvero parlare di tempo scolastico, lo suggeriva in un illuminante intervento Antonio Vigilante sul sito «Gli Stati Generali», occorre lasciare per il momento da parte il chronos, vale a dire il tempo cronologico, e recuperare il senso del kairos, il tempo propizio, nel quale cose nuove possono accadere e anche gli antichi tabù (pensiamo a quello, davvero ostinato, delle scuole divise, qui in Alto Adige) potrebbero cominciare a sgretolarsi.

Corriere dell’Alto Adige, 14 febbraio 2021

La delicatezza dell’arabo

Claudia Raudha Tröbinger si dichiara “artista visiva iconoparca”, il cui materiale preferito sono le parole. Nel suo ultimo libro, edito da Raetia, ha illustrato la sua inclinazione per la lingua e la cultura araba sviluppatasi anche in seguito ad un prolungato soggiorno all’estero.

Dalle sue note biografiche si ricava che ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. L’interesse per il mondo arabo, invece, come è nato?

Il mio primo incontro con lo “spazio linguistico arabo” – preferisco usare questa espressione rispetto a “mondo arabo” – l’ho avuto da bambina grazie a un libro di Karl May. Lì ho conosciuto questi uomini con le loro tende e i loro cavalli pregiati ai quali leggevano (o forse recitavano) delle sure del Corano. Io amavo sia i cavalli che i libri e la combinazione fra i due toccò delle corde molto profonde dentro di me. In seguito ho anche conosciuto persone di questi posti, sul lavoro e nella vita privata, e a un certo punto ho anche visto per la prima volta esempi di calligrafia araba, ma non ricordo esattamente quando.

E la possibilità di apprendere la lingua quando si è concretizzata?

Durante i miei studi all’Accademia realizzai un video cercando di coinvolgere Adel, un ragazzo tunisino, e da allora, eravamo alla fine degli anni Novanta, ho cominciato a presentare i miei lavori espressivi in due lingue: italiano e arabo. Dopo aver conseguito il diploma, trovandomi a disposizione una grande somma di denaro, ho deciso di investire il mio tempo nell’apprendimento di questa lingua notoriamente difficile, e sono partita per Beirut.

Quanto tempo ha passato a Beirut?

Tre mesi, nei quali oltre a godere di una vita sociale molto intensa e studiare con due insegnanti privati diversi ho anche iniziato a stendere la biografia delle donne della mia famiglia, una specie di autoterapia. Scrivevo prevalentemente sui banconi dei bar e la gente mi diceva: Enti thayyeba (sei in gamba). Però i miei progressi erano limitati. La maggior parte delle persone mi parlava in inglese. Allora decisi di cambiare e mi recai in Siria, ad Aleppo. Era il 2005, allora in quel paese non c’erano grandi tensioni.

Che tipo di vita faceva ad Aleppo?

Vivevo in un hotel frequentato da soli arabi in un quartiere centrale vicino al vecchissimo e splendido suq. Frequentavo l’università, andavo in piscina e ovviamente studiavo. Siccome il tempo rimanente era poco, interruppi il lavoro alla mia biografia e iniziai invece a occuparmi di un altro testo, una lettera, che poi si sarebbe sviluppata in un libro.

E poi c’è stata la scoperta della Tunisia.

Sì, a Tunisi non ho vissuto presso una famiglia bensì in un mabit, uno studentato, e quindi in un appartamento mio. Nel secondo anno ho cercato di inserirmi nel mondo del lavoro, anche per apprendere meglio la lingua. Oltre a ciò ho avuto l’opportunità di frequentare degli ottimi corsi di calligrafia araba. Mi dedicavo alla stesura di tre testi diversi e preparavo una mostra personale dal titolo: “Chi sono io come artista e perché studio l’arabo”. Stavo anche per sposarmi con un giovane del posto, ma poi le cose sono andate diversamente da come avrei – e penso avremmo – voluto.

Perché studio l’arabo” è la sua terza pubblicazione bilingue (italiano/arabo). Esiste una linea di ricerca precisa in questo suo approfondimento?

Una linea di ricerca precisa non direi. Mi nutro di letteratura araba contemporanea. L’anno scorso, per esempio, mi sono dedicata ad alcuni libri palestinesi o a opere sulla storia palestinese. Colgo l’occasione per raccomandare autori come Ghassan Kanafani, Elias Khoury e Mazen Maarouf.

Il libro ha una struttura grafica molto peculiare ed è strutturato in tre sezioni: una prima parte di “ringraziamenti”, una seconda in cui cita numerosi proverbi e, infine, una sezione in cui spiega, per l’appunto, perché si sta dedicando all’apprendimento della lingua. Qual è il motivo di questa scelta?

Veramente tutto è nato come parte della mostra menzionata prima e all’inizio non doveva essere un libro, ma un murales pieno di risposte alla domanda sul perché io studio l’arabo. Poi per vari motivi questo progetto non è andato in porto. Venendo dall’Accademia di Belle Arti ho un approccio molto libero rispetto alla scrittura, ho fabbricato vari libri d’artista. Il mio ultimo lavoro è stato definito “arte verbale” e non mi dispiace.

A un certo punto, nella sezione delle spiegazioni, cita il filosofo L. Wittgenstein (“I limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo”). In quale direzione pensa che lo studio dell’arabo abbia contribuito ad allargare i limiti del suo mondo?

Bella domanda. Ho imparato una lingua extraeuropea, extracomunitaria se vogliamo. È sicuramente verso sud/sud-est che il mio orizzonte culturale vede un allargamento. Potrei però rispondere anche con una frase del mio libro: “Perché gli arabi sanno cos’è la delicatezza”.

Se pensiamo però agli episodi di estremismo islamico che si sono succeduti negli ultimi anni, anche qui in Occidente, la delicatezza non è la prima cosa che verrebbe in mente parlando di quella cultura. In che modo è possibile contrastare questo pregiudizio?

Trovo triste che parlando dell’amore per una lingua, come faccio io, mi si confronti con una domanda del genere. Quindi rispondo chiedendo a mia volta: se avessi scritto un libro sul fascino di studiare l’inglese americano, lei mi avrebbe forse ricordato Hiroshima e Nagasaki?

Allora ritiro la domanda, o meglio: la trasformo. In base alla sua esperienza e alle sue frequentazioni dei paesi e delle persone di lingua araba, può dirci quali sono i pregiudizi prevalenti che riguardano il mondo occidentale in generale e in particolare l’Italia?

Qui si pensa spesso che da parte dei musulmani veniamo percepiti come “miscredenti”, e può darsi che ciò capiti. Ma alla luce della mia esperienza mi è capitato di sentirci definire come ahl al-kitab (gente del libro), cioè appartenenti a una religione che, come quella musulmana e quella ebraica, si basa su un testo sacro. Pregiudizi invece che riguardano l’Italia li ho sentiti in Tunisia, dove pensano che da noi ci siano tante donne bionde e la verdura sia più buona della loro.

A proposito di donne, nel libro lei scrive: “(Imparo l’arabo perché) in un paese dove la maggioranza delle donne si veste alla musulmana, e indossa quindi vestiti che tendono a non evidenziare, ma al contrario a celare il corpo, malattie psicosomatiche come l’anoressia e la bulimia potrebbero essere meno diffuse rispetto all’Occidente…”. Non ritiene che, a parte questi vantaggi, il ruolo della donna sia là fortemente subordinato rispetto a quello dell’uomo, erigendo quindi un ostacolo insormontabile al dialogo tra le culture?

No, non lo penso. Prima di tutto non esiste un unico “là”. Esistono tanti stati diversi, ognuno con la propria costituzione e le proprie stratificazioni sociali. E poi ci sono gli individui, che sono tutti diversi fra loro. Sulla cosiddetta condizione della donna, mi permetto inoltre di suggerire uno spunto di riflessione: di quale donna stiamo parlando? Parliamo della donna giovane, della donna matura o della donna anziana? Quest’ultima in Tunisia, in Siria, in Libano difficilmente finirebbe i suoi giorni in un ospizio, mentre da noi è quasi diventata la normalità.

Adesso risiede nuovamente in Sudtirolo. In che modo continua a praticare la lingua araba e a mantenere i contatti con quella cultura (a parte scrivendo dei libri)?

È dall’inverno 2014 che non metto piede in Tunisia. Ovviamente così non è facilissimo continuare a praticare questa lingua. Ho iniziato a leggere libri in lingua originale, faccio molta fatica ma non demordo. Ho poi instaurato uno scambio linguistico con due donne siriane, una studia l’italiano e l’altra il tedesco. In cambio del mio aiuto loro mi danno la possibilità di parlare l’arabo con regolarità. E poi ci sono le varie amiche, c’è Facebook, ci sono le chat.

ff – 11 febbraio 2021

Via Castel Roncolo 22

Le cose cambiano. Anche quando non sembra, quando tutto appare immobile e in pace, come in una giornata di sole. Anche quando sembra che tutto permanga, le cose dentro di noi e intorno a noi si stanno sgretolando e ricomponendo in nuove figure. La prima volta che ho percorso via Castel Roncolo dev’essere stato almeno dieci anni fa. Forse qualcosa in più. Avevamo parcheggiato la macchina in via Weggenstein, oltre il bivio con via Sant’Osvaldo, e poi eravamo discesi a piedi verso il centro, passando, appunto, per via Castel Roncolo. Era quasi sera. Una sera profumata. Il posto mi parve bellissimo. Pensai: è una delle vie più belle di Bolzano. Camminando verso Marienplatz bisogna tenere la sinistra, ed è proprio sulla sinistra che si trovano le ville più belle. Ne conoscevo solo una, per sentito dire. Era la villa al civico 18, la cosiddetta villa di Magnago. La villa di Magnago ha un gusto un po’ francese, anche se questo gusto non si addice al personaggio. Per buttare un occhio su queste ville bisogna spingere lo sguardo oltre le recinzioni, oltre le siepi che proteggono i giardini, infilarlo tra le fessure strette dei cancelli. Passeggiare in una via così, comunque, consente che nell’animo si riverberi un po’ dell’atmosfera del luogo. Ci si immagina di essere invitati a un ricevimento. Si può anche sognare di abitarci, prima o poi. Io mi sono trasferito a Bolzano otto anni fa. Non ho cercato a lungo. In pratica il primo appartamento che ho visto l’ho preso. Era in via Castel Roncolo, al civico 22. In uno dei tantissimi servizi sul fatto di cronaca che adesso l’ha reso famoso, ho sentito: “Chi vive qui può considerarsi arrivato”. Non mi sono mai considerato arrivato. Chiunque lo faccia, penso, non capisce che le cose mutano sempre, e quindi in realtà non si arriva mai da nessuna parte. E comunque poi a un certo punto tutto può crollarti addosso. Accade ovunque. È la vita che ci schiaffeggia così.

La colonnina – ff – 11 febbraio 2021

Lo sguardo della giraffa

È possibile parlare dell’Alto Adige/Südtirol senza ricorrere allo stereotipo di una terra difficile e complessa perché ancora imprigionata nelle controversie etno-nazionaliste del Novecento? Ci ha provato il giornalista bolognese Massimiliano Boschi, con un reportage focalizzato sui temi del turismo e dell’immigrazione.

All’inizio del suo nuovo libro, La montagna disincantata. L’Alto Adige/Südtirol tra mito e presente (Edizioni alphabeta Verlag, pagine 183, euro 14), Massimiliano Boschi racconta una storia curiosa, protagonista una giraffa fuggita da un circo, che apparentemente non ha nulla a che vedere con gli argomenti trattati in seguito. In realtà, è possibile prendere spunto proprio da qui, cioè utilizzando l’animale esotico alla stregua di una metafora, per sintetizzare in modo perfetto il contenuto del volume e la sua visione innovativa. Scrive Boschi: «Era la mattina del 21 settembre 2012 quando ho lasciato definitivamente Imola per trasferirmi a Bolzano. Le prospettive non erano straordinarie, ma sufficienti ad abbandonare la cittadina romagnola insieme a tutta la famiglia. Se è vero che in ogni passaggio importante della propria esistenza si cercano ovunque segnali di buon auspicio, io non mi sono dovuto sforzare molto. Il segnale era alto oltre quattro metri e aveva gettato nello scompiglio l’intero quartiere in cui abitavo». «Ai tempi – prosegue l’autore dopo aver raccontato la storiella della giraffa, e con ciò l’inizio della sua emigrazione in provincia di Bolzano – non sapevo che sarebbe stata la migliore decisione della mia vita».

Sfogliando le pagine de La montagna disincantata – un reportage, quasi una flânerie da Nord a Sud e da Est a Ovest che tocca città e vallate seguendo il filo conduttore di tue temi prevalenti: il turismo e l’immigrazione – occorre tenere conto in primo luogo di questo felice rilievo, perché in effetti la comparazione (spesso implicita, ma talvolta dichiarata) tra il mondo esterno all’Alto Adige/ Südtirol e le opportunità di realizzazione individuale che qui si danno rompe col tono lamentoso al quale siamo abituati. Tono derivante dalla percezione di alcuni notissimi problemi endemici che sudtirolesi e altoatesini non finiscono di denunciare e di rinfacciarsi, e lascia spazio a valutazioni depurate da qualsiasi traccia di risentimento. «Se ci limitiamo alla politica e allo schema istituzionale – leggiamo a un certo punto con sollievo – è difficile negare l’importanza della questione etnica, ma in queste pagine si vuole raccontare ciò che nelle stanze del potere non si vuole vedere, perché la realtà è molto più articolata e affrontarla nella sua complessità rischia di far perdere consenso». Per dirlo con le parole di Francesco Palermo (docente universitario, costituzionalista e politico, ndr), che firma la prefazione, che cosa potrebbe accadere se smettessimo di filtrare la realtà mediante la logica del «Re Mida etnico», riacquistando piuttosto una freschezza di sguardo che evita di ricadere in formule prescrittive?

Che cosa accade, insomma, al di fuori delle stanze del potere? Accade, per esempio, che il responsabile del Centro Giovani del Brennero si chiami Saad Khan, sia cioè un pachistano aggregatosi al gruppo linguistico italiano che lavora per un’istituzione finanziata dalla Ripartizione Cultura tedesca; accade che a Fortezza, dove domina una costruzione eretta «in nome di un nemico che non giunse mai», ci siano due scuole elementari, una di lingua italiana e una di lingua tedesca, ma sia nella prima che nella seconda la stragrande maggioranza di chi la frequenta abbia un’origine straniera; oppure accade che nel centro di Bolzano sempre più cartelli siano scritti in inglese, cioè in una lingua che – e sono parole di chi si occupa di comunicazione alla Confesercenti, non di un pericoloso rivoluzionario post-etnico – permette di risolvere il dubbio di scegliere quale idioma istituzionale utilizzare, se uno dei due o entrambi, tagliando così la testa al toro. Gli esempi fatti da Boschi nel libro sono tantissimi, e servono tutti a rendere inequivocabile il messaggio: anche se gli aspetti tradizionali pesano, anche se l’universo mentale di molte persone sembra apparentemente ancora prigioniero di quei confini, attorno a noi si colgono mutamenti che perciò avrebbero bisogno di una declinazione nuova, di una progettualità più orientata al futuro. Non dovrebbe esserci più neppure bisogno dello sguardo sopraelevato di una giraffa fuggita da un circo, per accorgersene.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 7 febbraio 2021 (Apparso con il titolo “Montagna disincantata”)

Curare la città insieme

Una città non deve essere curata solo quando è già malata, ma occorre prendersene cura prima che determinate patologie sociali (e quindi anche individuali) ne compromettano seriamente lo stato di salute. Ad ammalarsi, peraltro, non sono solo i grandi centri, i giganteschi agglomerati urbani che chiamiamo metropoli. Anche i nostri comuni, quelli in cui viviamo spesso in una condizione di isolamento, ognuno rinserrato al di qua della trincea del proprio appartamento, sono esposti al rischio.

A questo proposito è sorta a Bolzano una lodevole iniziativa che ha proprio nel concetto di «cura» il suo fulcro. Si chiama «Transforming the City by Care» e l’idea ha diversi soggetti ispiratori: in primo luogo un Master in EcoSocial Design della Lub, quindi la cooperativa sociale Officine Vispa, e infine l’ufficio famiglia, donna, gioventù e promozione sociale del Comune di Bolzano. Sullo sfondo la riflessione che riguarda i «beni comuni», vale a dire quelle risorse utilizzate da più individui (sia sul piano materiale che su quello immateriale) indispensabili alla sopravvivenza e all’edificazione di una comunità in cui riconoscersi e arricchirsi reciprocamente. Non è un caso che la prima scena di questo esperimento si collochi nel quartiere periferico di Don Bosco, al quale potrebbe essere collegata una suggestione già operante in un altro contesto territoriale, ancorché con un’accezione là mirata esplicitamente alla prevenzione sanitaria. Stiamo parlando delle microaree triestine, raccontate da un libro intitolato proprio «La città che cura» (edizioni alphabeta Verlag).

Dovessimo indicare con un facile esempio quali vantaggi potrebbero palesarsi mediante una progettazione del genere basti pensare alla soddisfazione di un’esigenza che sopraggiunge assieme alla domanda: «E ora a chi potrei rivolgermi?». Sto cucinando, mi manca il sale, magari avrò solo bisogno di suonare all’appartamento vicino al mio. Esistono però bisogni che nascono proprio da contatti più estesi, e che per potersi manifestare (per poter essere soddisfatti) devono poggiare su una conoscenza più estesa dell’ambiente in cui ci muoviamo. Immaginiamoci che più persone vogliano organizzare un teatro di marionette per dei bambini, o anche una semplice visione di una partita di calcio unita al consumo di bibite che ognuno può portare da casa, mettendole a disposizione degli altri. Un luogo che sappia suscitare attività di questo tipo già comincia ad assumere una forma più invitante.

Ha scritto Soketu Metha: «È assolutamente necessario che gli urbanisti mettano piede fuori dalle università e prendano posizione nella sfera pubblica, per spiegare agli abitanti di Bombay che il traffico non si combatte costruendo un nuovo gigantesco viadotto, perché servirà solo a condurli più rapidamente all’ingorgo successivo» (Suketu Metha, La vita segreta delle città, Einaudi). Mutatis mutandis, era decisamente l’ora che urbanisti e progettisti uscissero dai loro seminari orientati a un sapere esoterico e tecnico per incontrare chi abita realmente i nostri spazi, e rendere chiaro che, poniamo, non sono le telecamere o i dispositivi di controllo e repressione a garantire la sicurezza alla quale tutti agognano, bensì un tessuto di relazioni orientate allo scambio e alla condivisione di esperienze umanamente gratificanti.

Corriere dell’Alto Adige, 28 gennaio 2021

Che cosa ci manca di Agitu

Nel suo ultimo libro – dedicato alla “Follia di Hölderlin” – il filosofo Giorgio Agamben ha scritto che “il tenore di verità di una vita non può essere definito in parole, ma deve in qualche modo restare nascosto”. Questa acquisizione non è ristretta alla vita del poeta tedesco, ma è di ordine metodologico, quindi vale per tutti. Poi Agamben prosegue: “Il tenore di verità di un’esistenza, pur restando informulabile, si manifesta costituendo quella esistenza come «figura», cioè come qualcosa che allude a un significato reale, ma celato. Solo nel punto in cui percepiamo in questo senso una vita come figura, tutti gli episodi in cui sembra consistere si compongono nella loro contingente verosimiglianza – cioè depongono ogni pretesa di poter fornire un accesso alla verità di quella vita”. Ora, qual è la «figura» in cui si può comporre la cronaca della vita (e quindi della morte) di Agitu Ideo Guideta, avendo cura di non accontentarci della sua contingente verosimiglianza e con ciò, conservandone il segreto, alludere al tenore di verità della sua esistenza?

Personalmente non ho mai incontrato Agitu, neppure quando – come è noto – saliva a Bolzano per vendere i suoi prodotti. Me ne sono rammaricato molto, il giorno in cui abbiamo appreso della morte orrenda alla quale è andata incontro. La straordinaria partecipazione alla piccola cerimonia organizzata in suo ricordo, in piazza Walther, ha manifestato, e non solo per chi c’era, tutto il tenore di verità della sua esistenza. Pioveva, le candele sono rimaste accese. Chissà perché a me è tornata in mente la cerimonia d’inaugurazione della scritta di Hannah Arendt in piazza Tribunale. Anche allora pioveva, gli ombrelli aperti, e c’era un grande silenzio. Ma il paragone tra le due donne e tra i due eventi, chiaramente, finisce qui. Il tenore di verità dell’esistenza di Agitu ha così cominciato a prendere forma nella «figura» della sua mancanza. E stabilire cosa ci manca, di lei, potrebbe portarci più vicino a scoprire il segreto che costituisce la sua verità.

Ci sono due cose, tra le tante che sono state dette, a non parlarci di questa verità, pur essendo entrambe assolutamente verosimili. La prima riguarda l’integrazione, mostrando Agitu come un esempio. La seconda, concentrata sul momento che ce l’ha strappata, riguarda il femminicidio. Perché, anche se si tratta di termini verosimili, sentiamo che qui la verità ci sfugge? Agitu non era venuta dall’Etiopia per integrarsi. Era venuta per fare qualcosa di bello e d’importante per sé e per chi le stava vicino. Chi parla d’integrazione mette dunque in evidenza qualcosa di non essenziale, pone l’accento su di noi, che eventualmente l’avremmo accolta per poterle consentire d’integrarsi e quindi, in un certo senso, di assimilarsi. Allo stesso modo, chi parla di femminicidio tende a descrivere Agitu come un caso, l’ennesimo, in cui a una donna capita di essere eliminata per il fatto stesso di appartenere a un genere minacciato, costretto a vivere (e a soccombere) sotto la minaccia dell’elemento maschile. Anche se assolutamente verosimili, ripeto, la verità dell’esistenza di Agitu non può essere resa con questi tratti, perché la sua «figura» ne verrebbe sminuita. Non la sminuiamo più se, al contrario, e a partire dalla sua mancanza, riflettiamo che era proprio nella libertà di fare ciò che le piaceva fare, e che sapeva fare così bene al di là dei cliché di donna minacciata e di immigrata perfettamente integrata, era insomma in questa irriducibile libertà il segreto della sua esistenza, della sua verità, e anche il motivo che ne fa apparire la «figura» nella giusta collocazione.

Alla fine, non possiamo dire che cosa ci manca di Agitu senza poter rinunciare a dire che la cosa che più ci manca è Agitu stessa – quindi non un cosa, ma un chi –, proprio questo chi che resta nascosto, che non può essere definito a parole. Attraverso la memoria, mediante le iniziative pubbliche che verranno organizzate per ricordare Agitu, affinché venga continuato il lavoro da lei intrapreso, il suo “chi”, la sua «figura» acquisterà più contorno, dando a noi rimasti la sensazione di averla ancora tra noi, di non averla perduta per sempre.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige – 16 gennaio 2021

Wir und die Drogen

Vincenzo Muccioli

In den letzten Tagen hat sich die öffentliche Debatte im Netz an einer Dokumentarserie entzündet (auf Netflix ausgestrahlt), die die Erfahrungen einer therapeutischen Gemeinschaft ins Bewusstsein rückte, die in Italien in den späten siebziger Jahren und in den folgenden Jahrzehnten sehr berühmt war: “SanPa – Lichter und Dunkelheit von San Patrignano”, heißt die Serie. Ich kann nicht auf diese Serie eingehen, da ich sie nicht gesehen habe, und es ist auch nicht meine Absicht, zu viele Worte über die umstrittene Figur von Vincenzo Muccioli zu verlieren, dem Schöpfer und in gewisser Weise dem Tyrannen von San Patrignano. Vielmehr habe ich einige Fragen, die ich mit meinem privilegierten Zugang zu einer deutschsprachigen Leserschaft stellen möchte. Berühren die Geschehnisse in San Patrignano in irgendeiner Weise die Erfahrungen der ehemaligen Drogenabhängigen vor Ort? Sind Südtiroler in dieser Gemeischaft oder in Gemeinschaften dieser Art gelandet? Und wenn das nicht der Fall ist – die fehlende Reaktion auf diese Serie aus dem deutschsprachigen Raum legt das nahe – wie wurde (und wird) das Problem der Drogen und der Auswirkungen, die sie auf den Einzelnen und die Gesellschaft hatten (und immer noch haben), in Südtirol angegangen? Heute hat der Drogenkonsum eine sehr geringe Sichtbarkeit im Vergleich zu dem, was vor vierzig Jahren geschah, und wenn überhaupt, dann konzentriert sich die ganze Aufmerksamkeit auf jene Phänomene des Drogenhandels, die einige wenige Orte in der Stadt betreffen (in Bozen spricht man oft über den Parco Stazione), ohne dass die Konsumenten jemals in den Orbit der Diskussion eintreten. Aber der Mangel an Sichtbarkeit bedeutet nicht, dass das Phänomen verschwunden ist. Ganz im Gegenteil. Es ist offensichtlich, dass sich die Phänomenologie der Sucht verändert hat und dass die Logik der Genesung ganz anderen Wegen folgt, als in der Dokumentation dargestellt, aber gerade aus dem Vergleich mit der Vergangenheit könnten sich Sichtweisen und Überlegungen ergeben, die uns helfen, etwas mehr über die aktuelle Situation und die Art und Weise, wie unsere Gesellschaft dieses Thema lebt und verstoffwechselt, zu verstehen. Ich appelliere nie direkt an diejenigen, die mich lesen, und ich bin der Meinung, dass, wenn das, womit wir uns beschäftigen, uninteressant ist, es die Schuld derjenigen ist, die das Thema vorschlagen, nicht derjenigen, die sich betroffen fühlen sollten. Aber dieses Mal würde es mir leid tun, wenn meine Worte auf taube Ohren stoßen würden, und ich wäre wirklich daran interessiert, ein Feedback von denen zu erhalten, die in voller Kenntnis der Sachlage über diese Art von Erfahrung sprechen können.

ff – La colonnina – 14 gennaio 2021

La lingua sorgiva di Fanis

La traduttrice Donatella Trevisan ci svela il significato delle leggende ladine ricreate nella narrativa poetica di Anita Pichler.

Ormai da qualche anno, grazie al lavoro della casa editrice alphabeta e delle curatrici del suo lascito (Sabine Gruber e Renate Mumelter), sono in corso ristampe (Come i mesi l’anno, 2016) e traduzioni (Di entrambi gli occhi lo sguardo, 2019, e Le donne di Fanis, 2020) delle opere narrative di Anita Pichler (1948-1997), la scrittrice meranese che, tra le prime della sua generazione, riuscì ad acquistare notorietà fuori dai confini dell’Alto Adige. Si tratta di un importante recupero, giacché – come scrivono Gruber e Mumelter ne Il mondo plurilingue di Anita Pichler, che funge da prefazione all’ultimo libro tradotto (apparso in libreria alla vigilia di Natale), la Pichler “trascorse tutta la vita tra il mondo tedescofono e quello italofono e conosceva entrambe le lingue e i rispettivi contesti culturali e sociali”. Una convinta rappresentante di quel “Sudtirolo indiviso”, dunque, alla quale possono guardare tutti coloro i quali sono persuasi che si dia veramente cultura solo se può stabilirsi uno scambio, un’osmosi tra appartenenze e influenze diverse, specialmente in una zona di confine come la nostra. La bolzanina Donatella Trevisan* – anch’essa infaticabile pontiera tra il mondo culturale italiano e tedesco –, dopo aver tradotto Di entrambi gli occhi lo sguardo, è anche l’autrice della traduzione de Le donne di Fanis, è quindi a lei che abbiamo chiesto di aiutarci a gettare uno sguardo in quest’opera molto particolare, un’opera che peraltro tocca con grande sensibilità il terzo elemento della cultura locale, quello afferente alle valli ladine.

ff: Anita Pichler da dove ha ricavato l’ispirazione a comporre questo suo breve e densissimo libro di racconti ispirato alle leggende ladine?

Donatella Trevisan: Il libro si compone di tredici brevi sezioni narrative o frammenti che prendono spunto dall’opera di Karl Felix Wolff (l’autore della raccolta Dolomitensagen, apparsa nel 1913, ndr), anche se intervengono con un taglio caratterizzante molto deciso, perché in pratica si concentrano solo su figure femminili.

La fantasia prevale dunque sulla filologia?

Non proprio: diciamo che ci troviamo davanti a un recupero narrativo che presuppone anche un intenso lavoro filologico, da lei affrontato assieme alla germanista meranese ed esperta di folclore alpino Ulrike Kindl. Nel libro c’è infatti anche una preziosa ed esaustiva appendice della Kindl che spiega il contesto e i tratti salienti della loro operazione.

Dicevi che il tratto peculiare dell’opera di ricostruzione di queste leggende, effettuato dalla Pichler, è costituito dalla prevalenza delle figure femminili…

Esatto, lo scarto rispetto a ciò che possiamo trovare nella raccolta di Wolff si basa essenzialmente sulla messa in evidenza di queste figure femminili, alle quali in un certo senso è affidato il compito di recuperare un tessuto narrativo mitologico primigeneo, che dunque si stacca nettamente dall’impianto favolistico dato da Wolff, più basato sulla tradizione dei fratelli Grimm, e lo avvicina di molto alla poetica contemporanea del frammento letterario, lasciando al lettore il compito di immaginarsi un filo conduttore più personale.

Possiamo forse dire che la poetica del frammento sia uno dei tratti salienti della scrittura di Anita Pichler?

Non direi che la scrittura della Pichler privilegi in assoluto questo tratto. Sicuramente questa è la caratteristica dei suoi libri ai quali io mi sento più legata. Rispetto al volume precedente (Di entrambi gli occhi lo sguardo, ndr) qui viene meno il tenore filosofico, la compattezza teoretica sfuma ed emerge un lirismo che sintetizza benissimo tratti arcaizzanti, del resto il tema delle saghe e delle leggende si presta in tal senso, con una sensibilità più spiccatamente contemporanea: una scrittura che mi sembra perfetta per navigare in rete.

Quali difficoltà ti ha posto la traduzione di questi frammenti?

Come dicevo, in questo caso si tratta di una scrittura molto poetica. Gli elementi da considerare sono dunque il flusso, il ritmo, la melodia. Direi che la difficoltà maggiore deriva dal sapersi intonare a queste caratteristiche, per restituirne appieno l’impressione anche acustica, pur nella inevitabile differenza del codice linguistico.

Venendo invece al significato, potresti sintetizzare qual è l’idea che sta alla base dei racconti, vale a dire il senso dell’insistenza sulle figure femminili delle leggende ladine del popolo dei Fanes?

Non vorrei forzare troppo l’interpretazione dicendo che l’intento è quello di attingere a un mito della fondazione in senso matriarcale. Indubbiamente vedo il tentativo di risalire alla sorgente della significazione, alle immagini che parlano delle forze elementari della natura e di come in esse di dispieghi quella trama di senso che andrà a sostenere tutte le storie possibili. Lo dice benissimo la Pichler al termine della Premessa: “Le storie di Fanis parlano di un sapere che resta perduto, la cui verità non comprendiamo, che non richiede fedeltà. […] Nulla di ciò che vi è narrato può essere dimostrato, ma da tutto traspare, quasi invisibile, qualcosa di vero; vero come la fame, la sete e il nutrimento, come l’acqua e la paura, come l’affetto e l’avversione, come il tempo che viene, e continua a venire, e poi sarà passato”.

*Donatella Trevisan fa parte del collettivo “Tanna”, che deriva il proprio nome da una delle figure di spicco delle leggende di Fanis e si è adoperata per far conoscere Anita Pichler anche al mondo italianofono.

ff – 14 gennaio 2021

Schützen, il DNA non mente

Cosa sia il DNA — un lungo polimero costituito da unità ripetute di nucleotidi, l’ordine dei quali costituisce l’informazione genetica di una determinata cellula — ognuno più o meno lo sa. O meglio: crede di saperlo. Se però cominciassimo a grattare un po’ la superficie di questa credenza potremmo trovare dei baratri. Per esempio: è vero che il patrimonio genetico è stabile? Tendono a ripeterlo quelli che usano il DNA come una metafora proprio per riferirsi a ciò che sarebbe fisso nella loro identità. Eppure non è così. Il patrimonio genetico, al pari di ogni altra cosa, è sottoposto nel tempo a mutazioni che vengono ereditate, e di questo aspetto si occupa la branca delle genetica chiamata epigenetica. Secondo l’epigenetica — trascrivo da un testo scientifico divulgativo — il DNA non è una struttura rigida e immutabile, ma una struttura vibrante che produce «biofotoni», ovvero informazioni sotto forma di fasci di luce. Questo significa che il nostro stile di vita, il nostro stesso pensiero, potrebbe essere in grado di influenzare i nostri geni, prima in modo temporaneo, e in seguito a ripetute e continuate sollecitazioni, in modo permanente. Tutto dunque muta, dalla struttura più minuta della materia di cui siamo composti alle più grandi configurazioni culturali nelle quali siamo immersi. Per trovare qualcosa di veramente stabile occorre così chiamare in causa delle narrazioni mitologiche.

Narrazioni fantastiche, che non potendo poggiare su alcun dato scientifico rischiano però anche sempre di tramutarsi in plateali scempiaggini. Ecco, tra le scempiaggini delle quali qui in Alto Adige/Südtirol facciamo parecchia fatica a liberarci dobbiamo annoverare quelle che, di tanto in tanto, vengono esposte dagli Schützen, i quali amerebbero essere descritti proprio come i custodi immutabili di una tradizione immutabile. Di recente gli Schützen sudtirolesi hanno pubblicato un video che ha fatto (si fa per dire) molto scalpore. Servendosi dello stile rap hanno deciso di ribadire i soliti concetti con un linguaggio più moderno delle loro solite parate o fiaccolate. Il messaggio è chiaro: anche con fogge mutate, anche attingendo a elementi della cultura contemporanea, noi siamo e saremo sempre gli stessi e ciò che affermiamo (in soldoni: la nostra battaglia per la libertà del Tirolo dal giogo italiano) non muterà mai.

Il testo del pezzo (intitolato comicamente Mamma Tirol) cantato dal comandante dei cappelli piumati, Jürgen Wirth Anderlan, ha fatto scalpore perché al suo interno sarebbero rinvenibili, secondo i critici, accenni razzisti, xenofobi e sessisti. A guardar bene non è proprio così o, anche se la volessimo proprio vedere così, questi accenni non cambiano davvero l’impostazione media della loro propaganda decennale o secolare. Il buon Anderlan voleva forse provocare, ma per scorgere la provocazione ci sarebbe insomma voluto comunque un grande impegno. Piuttosto, ed è qui che torna il discorso iniziale, è sorprendente che il ritornello della canzone chiami in causa proprio il DNA, il quale — come abbiamo visto — è uno strumento poco affidabile per sostenere una battaglia parmenidea e rischia, invece, di far franare tutta l’impresa nelle braccia del primo Eraclito di passaggio. Da questo punto di vista è una fortuna, per lui e gli Schützen in generale, che il pensiero scientifico e filosofico non sia molto praticato, qui in Alto Adige/Südtirol, e così possiamo trastullarci ancora con queste provocazioni che non provocano nessuno ma alle quali (sarà colpa del DNA?) tutti finiscono sempre per reagire.

Corriere dell’Alto Adige, 8 gennaio 2021

Non leggete Bruno Vespa

Una persona che entra in libreria per comprare Bruno Vespa si comporta allo stesso modo di un acquirente che, in pescheria, anziché scegliere del pesce fresco chieda due kg di teste marce, squame putride e cozze avariate per intossicare i suoi ospiti. Bruno Vespa rappresenta la pattumiera del giornalismo italiano. Una pattumiera che viene sparsa con abbondanza in televisione, per radio, in rete, ovunque sia possibile massimizzare il tanfo insopportabile e ineliminabile che si leva dalle pagine dei suoi libri. Una persona che esce da una libreria con in mano la sua bella copia di Bruno Vespa è un pericolo pubblico, un nemico della verità, un potenziale avvelenatore del discorso pubblico, uno jihādista che sta per far saltare in aria l’intelligenza di chiunque abbia la sventura di incrociarlo. Nessuno può salvarsi, al cospetto di un libro di Bruno Vespa. Anche se in realtà nessuno legge poi un libro di Bruno Vespa – quelli che cominciano non vanno mai oltre le prime dieci righe, o si fermano addirittura alle note di copertina -, già il possedere un libro di Bruno Vespa, già il deporlo su un tavolo del salotto, su una scrivania dello studio, su una mensola, su un comodino della propria abitazione, già questo semplice avere a che fare con un libro di Bruno Vespa squalifica il possessore del libro di Bruno Vespa e l’avente a che fare con questa traccia di Bruno Vespa come un personaggio dal quale è obbligatorio tenersi alla larga, un personaggio che deve essere considerato quindi definitivamente corrotto e completamente inservibile ai fini di qualsivoglia confronto, di qualsivoglia controversia, di qualsivoglia interlocuzione. I libri e il giornalismo di Bruno Vespa sono pattumiera di stato, pattumiera che fa status, e perimetrano la vergogna del Paese in cui qualcosa come Bruno Vespa può impunemente (anzi: con grande successo) scrivere e vendere le proprie deiezioni stampate.

Scomparsi nello schermo

Strade e baite piene, aule vuote. È con questo slogan – impressionistico quanto si vuole, ma basato su una osservazione innegabile dei fatti – che la prima parte del nuovo anno scolastico, finora disgraziato al pari del precedente, si avvia a sfumare davanti alle porte delle vacanze natalizie. I proclami di fine estate sono evaporati al cospetto della dura realtà epidemiologica. L’aumento del livello di contagio, peraltro lievitato senza che la scuola vi contribuisse in modo inequivocabilmente accertabile, ha fatto prevalere considerazioni intonate alla prudenza. Resta comunque una duplice sensazione di amaro in bocca. La prima dovuta al fatto che sia stato proprio il mondo dell’istruzione, e della trasmissione culturale in genere (pensiamo anche ai cinema, alle biblioteche, ai teatri), uno dei settori più colpiti da misure di prevenzione che altrimenti, cioè in altri ambiti, si sono dimostrate ben più ondivaghe, contraddittorie e persino lasche. La seconda sensazione spiacevole è legata alla spossatezza crescente provata sia dai docenti che dai discenti costretti a ricorrere alla didattica a distanza.

A quest’ultimo proposito è importante non dare per scontata un’acquisizione di fondo alla quale, si spera, nessuno vorrà più oppore argomentazioni ignare dei reali processi di insegnamento e apprendimento: le lezioni in presenza, specialmente in quelle fasce di età non caratterizzate da un atteggiamento autonomo nei confronti dell’assimilazione del sapere, sono sempre da preferire, e tutti vorremmo che venissero ripristinate il prima possibile. Costretti a sospenderle, o comunque a limitarne in modo cospicuo la fruizione, si evidenziano infatti aspetti di sofferenza sui quali sarebbe pericolosissimo sorvolare, ritenendo che possano essere semplicemente diluiti dalla retorica della necessità o, peggio, dai “vantaggi” offerti dalla mediazione tecnologica.

Il danno maggiore causato dalla didattica a distanza si esprime in un elevato, e spesso intollerabile, aumento della solitudine di chi vede restringersi il campo dell’esperienza interattiva a un mero espediente di saturazione del tempo trascorso “in connessione”. Ed è la natura restrittiva del non luogo dal quale (e al quale) si parla a causare la distruzione stessa delle relazioni che si vorrebbero preservare. Preservazione illusoria, giacché basata su un effetto di alienazione e derealizzazione che ci porta a scomparire proprio là sullo schermo, dove crediamo di apparire. Non è un caso che alcuni istituti siano stati parzialmente riaperti per consentire ai ragazzi che ne avevano bisogno – incapaci di trovare “a casa” un minimo di concentrazione – di usare le aule, ancorché vuote, almeno come localizzazione di un’auto-percezione in dissolvimento. Non si può, insomma, apprendere qualcosa in astratto, ma soltanto trasferendoci in un ambiente fisico che ci consente di fare ciò che vorremmo davvero fare. Quando ciò sarà di nuovo possibile, priorità che dovrebbe essere avvertita da tutti, non fingiamo che le conseguenze di questo terribile periodo spariscano con un semplice colpo di spugna.

Corriere dell’Alto Adige, 17 dicembre 2020

Lo sguardo lungo di Lidia

Lidia Menapace

Tra i vari meriti ricordati dai commentatori a proposito di Lidia Menapace, scomparsa lunedì all’età di novantasei anni, non si è forse dato particolare rilievo al contributo, assai rilevante, da lei fornito alla soluzione pacifica della questione sudtirolese.

Ricordiamo brevemente i fatti. All’inizio degli anni Sessanta la situazione era tutt’altro che tranquilla. Nella notte tra l’11 e il 12 giugno del 1961 un gruppo di attentatori aderenti al BAS (Befreiungsausschuss Südtirol) sfruttò la celebrezione del Sacro Cuore per far saltare in aria numerosi tralicci dell’alta tensione. Uno di questi attentati costò la vita a un cantoniere dell’Anas, Giovanni Postal. Il dibattito politico era surriscaldato. Qualcuno, sulle pagine dei giornali della destra italiana, auspicava persino lo scioglimento della Svp, che in realtà svolgeva e avrebbe poi sempre più svolto un ruolo di arginamento rispetto agli impulsi provenienti dai settori intransigenti e secessionisti della comunità locale. Per fortuna il quadro istituzionale resse. Il governo italiano (da poco presieduto dal democristiano Amintore Fanfani) istituì a Settembre una commissione (detta “dei 19”) al fine di proporre un percorso di discussione, e individuare così delle misure di riforma dello statuto di autonomia. Per risolvere i problemi, però, occorreva che il dibattito coinvolgesse anche gli intellettuali e gli operatori culturali, coloro i quali, insomma, facendo prevalere lo spirito di mediazione e il ragionamento fondato, potessero rendere plausibile e soprattutto comprensibile quella svolta necessaria sul piano della sicurezza pubblica.

È in questo ambito che si colloca il convegno promosso a Bolzano nel mese di Novembre dalla rivista bolognese “Il Mulino”, proprio su iniziativa di Lidia Menapace e Giuseppe Farias. Rileggendo gli atti di quel convegno, ripercorrendo soprattutto il loro chiarissimo intervento, non può sfuggire la lungimiranza di quell’azione. Sono due le acquisizioni basilari: il riconoscimento del diritto alla compresenza di una popolazione mista sul territorio della provincia; la convinzione che “le diverse popolazioni potranno pacificamente convivere e svilupparsi” soltanto se verrà garantita un’automomia pienamente accettata dalla popolazione di lingua tedesca e ladina nel quadro di una completa uguaglianza “rispetto agli abitanti di lingua italiana qui residenti”. Ma c’è di più. In un passaggio centrale, il richiamo allo sviluppo dell’autonomia viene valutato come superiore anche alla sua interpretazione di meccanismo di mera tutela delle minoranze, poiché – e questa sì è una citazione davvero lungimirante – “il richiamarci continuamente all’esercizio dell’autonomia, piuttosto che a quello della salvaguardia, ci sembra doppiamente richiesto qui dalla caratteristica della zona mista, entro la quale interventi di tutela diverrebbero alla lunga forme di discriminazione”.

Già nel 1961, dunque, Lidia Menapace aveva visto con grande anticipo che l’autonomia non doveva arrestarsi alla sua legittimazione etnica, ma avrebbe potuto fiorire in senso autenticamente territoriale. Ecco il messaggio e il testimone che la sua passione politica hanno lasciato in eredità alla sua terra d’adozione. Messaggio e testimone che attendono ancora di essere raccolti.

Corriere dell’Alto Adige, 11 dicembre 2020 (pubblicato col titolo: Oltre il recinto etnico)

Tutti gli scandali di Dante

Disegno di Roberto Abbiati

Nel 2021 saranno settecento anni a separarci dalla morte di Dante Alighieri. Per l’occasione l’editore Keller ha affidato a Simone Marchesi – docente di letteratura italiana e medievale a Princeton – e all’illustratore Roberto Abbiati la cura di un libro che ci regala un viaggio d’immagini e parole nell’opera principale del grande poeta fiorentino.

Professor Marchesi, per oltre vent’anni lei ha insegnato Dante agli studenti americani. Potrebbe sintetizzare in cosa è consistito questo suo lavoro di avvicinamento rispetto all’approccio che avrebbe adottato in Italia?

Innanzitutto direi che insegnare Dante negli Stati Uniti è stato liberatorio. Mi ha liberato dall’idea che quando insegniamo stiamo riproducendo noi stessi nei nostri studenti. Mi spiego: da studente, in Italia, sono stato formato da persone che mi stavano insegnando a diventare come loro, ma negli Stati Uniti questa funzione mimetica non funzionerebbe. Così ho imparato a vedere il mio compito di docente di letteratura italiana medievale come un servizio di rimozione degli ostacoli, quegli ostacoli che derivano dalla distanza temporale e culturale che esiste certamente tra il mondo di Dante, nel quale e per il quale il suo testo è stato concepito, e il mondo di oggi, ostacoli che rendono difficile l’avvicinarsi al testo da parte dei lettori. Insegnare in America, insomma, mi ha portato a vedere i testi di Dante (ma non solo i suoi) non tanto come un oggetto rivolto a futuri esperti di letteratura, ma come qualcosa che ci induce a guardare a noi stessi, al mondo e al linguaggio in maniera critica e approfondita.

L’anniversario della morte del poeta sarà celebrato anche cercando in questo “monumento” delle nuove chiavi di accesso al significato che la sua opera può avere per noi. Quali sono stati gli elementi del testo da lei prescelti per stendere il suo commento?

Ho puntato sugli elementi di scandalo. E ce ne sono molti. La Commedia è considerata a torto un’opera che riflette passivamente il tempo in cui è stata scritta: un tempo che immaginiamo compatto nei suoi presupposti culturali e pacifico nelle forme di elaborazione del sapere. Niente di più falso. La Commedia è scandalosa sia per chi la scrive (un laico che tratta senza complessi questioni di dottrina e spiritualità, un non-laureato che tratta di filosofia in maniera spregiudicata, un politico fallito, oggi si direbbe un pregiudicato, che tratta di giustizia) sia per come è scritta (un testo in volgare che affronta questioni di alta cultura, un poema che adotta un registro realistico nella rappresentazione dell’aldilà, una narrazione che contempera epica e profezia biblica come non si era mai fatto prima). Questi sono tutti scandali, per così dire “filologici”, cioè elementi che erano di disturbo per i primi lettori. Ma ci sono scandali nel testo che sono vivi anche per noi, facendoci quasi pensare che Dante li abbia congegnati proprio per provocare i suoi lettori futuri.

Ce ne ricorda alcuni?

Pensiamo per esempio al fatto che una delle tre guide di Dante, la più vicina ad essere il suo Cristo personale, sia una donna, e una donna loquace peraltro, che non ha paura di parlare nel tempio e di spiegare a un uomo come è fatto davvero il mondo; oppure al fatto che la cultura cristiana di Dante inglobi quella dell’Islam nel pacifico mondo internazionale e intergenerazionale rappresentato dal suo Limbo, non meno che nella raffigurazione del Profeta come un cristiano a pieno titolo nella bolgia degli scismatici; oppure, ancora, al fatto che la poesia di Dante è animata da un francescanesimo radicale, che va dalla polemica riformista con la mondanità della Chiesa del suo tempo all’esaltazione mistica dell’abolizione della proprietà privata. Se ne potrebbero trovare altri, e le mie note sono state concepite anche allo scopo di evidenziarli. Ai lettori il compito di interpretare in maniera eretica il suo testo. In fondo, il libro vorrebbe essere questo: un invito a riprendere il capolavoro dantesco e leggerlo, se possibile contro corrente.

Simone Marchesi

Una delle caratteristiche più evidenti della Commedia è la sua straordinaria capacità di evocare immagini che hanno sempre stimolato la fantasia e la creatività degli artisti figurativi. In questo caso come si è configurato il rapporto che lei ha avuto con Roberto Abbiati?

Questa domanda va al cuore del progetto – anzi, ai due cuori della nostra collaborazione. Il rapporto tra parola e immagine che abbiamo cercato di costruire vuole essere diverso da quello che si è tradizionalmente affermato: vale a dire, non mira alla riproposizione in forma visiva di oggetti, situazioni e personaggi narrati. Non è questa la modalità d’illustrazione che cercavamo. Non volevamo insomma rendere graficamente quello che la Commedia dice, come fanno quasi tutti gli illustratori del poema (Doré forse più di tutti gli altri). In fondo, Dante desidera che quelle immagini ce le costruiamo noi lettori a partire dal suo testo. Roberto e io volevamo, al contrario, provare a rendere ciò che la Commedia fa: coinvolgere, provocare i lettori ad appropriarsi del testo. Dal mio punto di vista, le mie illustrazioni verbali sono provocatorie in un senso tecnicissimo: le parole di commento alle terzine dell’Inferno sono scritte tutte in seconda persona singolare, il commento dà, cioè, del ‘tu’ ai lettori; quelle del Purgatorio sono in prima plurale, il pubblico della seconda cantica siamo ‘noi’; quelle del Paradiso (ad eccezione di una) sono tutte in terza singolare e ci invitano ad assumere il punto di vista altro di Dante.

Dante è uno di quegli autori che possono essere definiti “patrimonio universale dell’umanità”. Dal suo osservatorio privilegiato può dirci quali sono i Paesi nei quali l’interesse per il grande fiorentino è particolarmente acceso?

Nella cultura letteraria e scolastica anglosassone Dante è sempre stato una presenza vitale: dal Dante club di Harvard a T.S.Eliot, dai lettori afroamericani della Commedia alla scena artistica pop contemporanea. In Germania, allo stesso modo, la tradizione di leggere Dante e di studiarne l’opera è stata costantemente forte: la Deutsche Dante Gesellschaft è testimone vivo di questa continuità anche istituzionale, essendo la più antica delle società dantesche del mondo. L’America Latina ha, a sua volta, da molto tempo iniziative culturali che ruotano intorno a Dante: Borges non fu dantista per caso. Forse più nuovo e interessante è l’entusiasmo che si sta sviluppando in Asia per la Commedia, come parte del canone occidentale, ma non solo. Circola da un po’ la notizia che una delle biografie di Dante che stanno per uscire in Italia abbia un contratto già pronto per una traduzione in cinese. E una delle più interessanti realtà con cui sono venuto a contatto è stato il Dante Seminar all’Università di Yale-NUS di Singapore, guidato da Andrew Hui. E questi sono davvero solo alcuni esempi tra i tanti che si potrebbero ancora fare. Un volume in uscita in questi giorni, quello di Franziska Meier presso il C.H. Beck-Verlag (Besuch in der Hölle. Dantes Göttliche Komödie. Biographie eines Jahrtausendbuchs), descrive con più cura e completezza modalità e cause del grande successo di Dante nel mondo.

Come ultimo “scandalo”, cioè al contrario di chi vorrebbe farne soltanto un “eroe nazionale”, è possibile individuare già nell’intento primitivo del poeta questa aspirazione alla transnazionalità?

Non è in fondo sorprendente, per chi legga Dante con cura, questa sua vitalità transnazionale. Chi conosce il De vulgari eloquentia ricorda, ad esempio, che Dante disse di se stesso, da vero intellettuale cosmopolita, che la sua patria è il mondo come per i pesci il mare. E questo, insieme a molto altro, è importante dirlo spesso e con determinazione a chi vuol leggere Dante con un’agenda per così dire limitante. Ad eterna confusione di ogni tentativo di “nazionalizzare” anche linguisticamente l’autore, si può e si deve dire che la Commedia non solo vuole essere letta nella patria di Dante, cioè nel mondo intero, ma è disposta a farsi «trasmutabile … per tutte guise», cioè ad essere tradotta in ognuna delle lingue che appartengono, vive, a questo mondo. E questa traducibilità è un’altra delle sue condizioni di attualità, non solo culturale, ma se vogliamo anche politica.

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Disegno di Roberto Abbiati

ff – 10 dicembre 2020

La casetta dell’essere

Il Natale si avvicina e senza mercatino (ribattezziamolo “mancatino”) gli addobbi, le luci, la nostalgia della festa splendono senza luce. L’impressione prevalente, nonostante gli sforzi di metterci una pezza, è comunque di tristezza (anche in questo caso vengono in mente giochi di parole: trost-essa, trotz-essa, ma la tristezza resta). A Bolzano, in piazza Municipio, hanno per esempio edificato una casetta che sembra di marzapane, invece è fatta di polisterolo. Qualcuno ha polemizzato: è brutta, è kitsch, sarebbe stato meglio che il vuoto fosse completo, almeno ci saremmo ricordati dei veri valori, avremmo recuperato un’intimità della quale c’è più bisogno di mediocri surrogati. Qualcun altro ribatte: bisognava pur fare qualcosa, almeno per i bambini. Ci dimentichiamo che, specialmente sotto le feste, i veri bambini siamo noi. Probabilmente hanno ragione e torto sia gli uni che gli altri. Tra il non fare e il fare comunque, l’ultima parola adesso ce l’ha il non poter fare. Sarà questo il messaggio più forte, la vera lezione che trarremo dall’anno declinante, passato ormai quasi tutto all’insegna del virus e della vita intermittente che ci ha concesso? Eppure sappiamo già che non si tratta di una lezione facile da apprendere, giacché per apprenderla davvero bisognerebbe acclimatarci all’idea di vivere confinati entro le proprie contraddizioni (vogliamo sempre ciò che non si può ottenere). «Il dramma dell’esistenza in genere – ha detto una volta il filosofo Emil Cioran – è che tutto ciò che si guadagna da un lato lo si perde dall’altro. L’umanità sarebbe potuta benissimo rimanere inerte. Andando al fondo delle cose, ci si rende conto che l’uomo avrebbe avuto tutto l’interesse a restare com’era». In realtà sono ben pochi gli uomini che hanno interesse ad andare al fondo delle cose, per non dire a lasciar tutto com’era. E dunque, chi lo sa, magari proprio una brutta casetta di polisterolo, trasfigurata in splendida fiaba dai nostri occhi bambini, è la migliore metafora possibile per esprimere la grigia inconsistenza di ciò che siamo.