A Silvius

Magnago

Una delle cose più belle viste recentemente è lo sketch di Corrado Guzzanti sulle poesie di Leopardi, anzi sulla poesia “A Silvia”, che un adulto “Lorenzo” recita mescolando citazioni errate e riferimenti impropri per culminare con l’esilarante richiesta di procedere finalmente ad una raccolta di liriche del recanatese che, sempre secondo il personaggio, non sarebbe ancora disponibile sul mercato (e a nulla valgono i richiami del figlio Luco, le mani raccolte a megafono intorno alla bocca, che gli grida “a papààààà… ce sta giàààà!!!”). A parte la bravura del comico, le ragioni per ridere qui stanno nella satira rivolta non tanto al poeta – la cui gloria non risulta minimamente scalfita o messa in questione –, ma al rimbambimento generale di una cultura che, proprio cercando di riuscire celebrativa, affonda in una melassa di stereotipi triti e ritriti (“Leopardi morì di gobba”), di informazioni liofilizzate e ruminate, di ricordi ossessivi e quindi ormai del tutto imprecisi. Il rimbambimento di una cultura, ecco, sfibrata e consunta perché eccessivamente focalizzata, egemonizzata da rituali stantii (la recita fatta da bambini invecchiati di qualcosa che non si conosce più, la salmodia di un canto protratto senza più attenzione per il contesto, mandato giù a forza e risputato in poltiglia). Si ride di quello, e fa bene farlo. Anche dalle nostre parti, a ben vedere, esisterebbe un soggetto buono ad essere ironizzato in quel modo. La poesia, in questo caso, dovrebbe però intitolarsi “A Silvius”, e l’autore collettivo lo scorgiamo a partire da tutte quelle bocche che – a dieci anni di distanza dalla sua morte – stanno ancora lì a intessere le lodi per il vecchio leader della Svp, il Mosè della Nazione Sudtirolese, l’eroe insostituibile nella narrazione che lo accredita come figura di agiografico richiamo: “Silvius, rimembri ancora / quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / e tu, lieto e pensoso, il limitare / di autonomia salivi?”. Anche su Silvius Magnago il libro “ce sta già”, eppure i suoi scrivani lo ricompongono sempre di nuovo, avendo cura di non omettere (quasi) niente, finendo solo per imbastire una tiritera pronta all’uso e funzionante come promemoria nello sgretolamento mnemonico circostante: il ragazzo cresciuto a Merano, trasferito a Bolzano, la laurea in giurisprudenza (si laureò nel 1940, a Bologna, ma si omette che il titolo della tesi era I reati contro la razza ed il patrimonio biologico ereditario nella legislazione nazional-socialista, indicata come raro – anzi, a quel tempo “unico” – esempio di “attenzione scientifico-accademica alla normativa razziale tedesca”), l’opzione per il Reich tedesco, la perdita della gamba sul fronte russo, la conquista del potere, l’omelia del Los von Trient recitata a Castel Firmiano, il convegno del partito a Merano, quello dell’approvazione del Pacchetto nel 1969 (per i sudtirolesi evento più importante del contemporaneo allunaggio), e poi la mummificazione in vita, fino alla statua di legno nel foyer della sede di via Brennero e l’intitolazione della piazza del Potere fatta al grido di “Santo subito!”. Chi oserebbe ironizzare su Magnago? Nessuno. La genuflessione di massa non ammette eccezioni, la critica (ma anche una storiografia appena più dissacrante) non trova nessuno spazio per affermarsi. Un ipotetico Luco si sgolerebbe per nulla. “Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvius mio!”: la recita andrà avanti, senza variazioni apparenti, probabilmente per sempre.

#maltrattamenti

Se la politica viola le regole

 

Sgarbi Italia e Amore

Ricordate? La parola chiave con la quale il Landeshauptmann Arno Kompatscher ha lanciato l’anticipazione della Fase 2 in provincia di Bolzano era “responsabilità”. Responsabilità è anche il concetto che si vorrebbe legato all’interpretazione più autentica dell’autonomia. Come a dire: noi non vogliamo che ci venga riconosciuto uno status di specificità senza mostrare che tale status ce lo sappiamo guadagnare grazie soprattutto a un comportamento irreprensibile, addirittura di esempio per gli altri. Nella fattispecie: abbiamo chiesto di riaprire tutto, e per di più in anticipo, preoccupandoci di obbedire a criteri di irreprensibile sicurezza, l’abbiamo fatto in modo che la riconquistata libertà non fosse solo un capriccio, svincolato dalle norme che altrove sono mantenute sotto controllo, ma ci proponiamo come i fautori stessi del nostro controllo, che quindi dovrà essere inteso come una forma compiuta di autocontrollo, ed è questa l’essenza dell’autonomia.

Bene, davanti a questi principi così impegnativi come interpretare le posizioni espresse dall’onorevole Vittorio Sgarbi, consegnateci al margine di una sua breve visita? Sfoderando la proverbiale irrisione per le costrizioni di ogni tipo, il critico d’arte, nonché presidente del Mart, ma famoso soprattutto per le sue fragorose e spesso sboccate apparizioni televisive, ha emesso la sua definitiva sentenza sui provvedimenti di pubblica sicurezza che dovrebbero accompagnare l’estensione della fase post-lockdown. Al primo posto nella lista delle sue contumelie: l’uso della mascherina, da lui ritenuto evidentemente eccessivo (“sarebbe meglio distribuire preservativi”). Omettiamo ovviamente le altre paludate considerazioni, del resto facilmente recuperabili in rete.

Si dirà, in fondo Sgarbi lo conosciamo. Ciò che dice non va preso troppo sul serio: sparata più o sparata meno, basta non starlo a sentire. Può essere. Purtroppo però Sgarbi non era solo. Ad accompagnarlo in queste escursioni c’era l’esponente della Lega e assessore provinciale Massimo Bessone, in teoria uno dei massimi rappresentanti di quell’habitus responsabile con il quale il presidente della provincia vorrebbe accreditare l’immagine dell’Alto Adige/Südtirol. Bessone – lo si può vedere in un video – ha trovato molto divertenti le sparate di Sgarbi. Ritratto con la mascherina in mano (in realtà la metteva e la toglieva a piacimento), mentre il presidente del Mart lo deliziava appellandolo “chiavatore”, sembrava insomma evidente che trovasse del tutto sensate le dichiarazioni alle quali stava assistendo, rivendicandole dunque come proprie anche al di là della sua funzione di sfondo scenografico prestato al più noto personaggio.

Dal siparietto, francamente, è possibile trarre solo una lezione desolante. I cittadini comuni sono obbligati a rispettare le leggi, sono tenuti a indossare le mascherine per ogni spostamento, a osservare le distanze, e se non lo fanno vengono accusati di mettere in pericolo la salute pubblica (non pochi hanno pagato anche di tasca propria con multe salate). Alcuni rappresentanti delle istituzioni, al contrario, si permettono di fare le guide turistiche di chi sbeffeggia le regole e per giunta si scompisciano dalle risate alle battute di un “onorevole” che posta volentieri comizi seduto sulla tazza del cesso.

Corriere dell’Alto Adige, 23 maggio 2020

Questa non è una scuola

Questa non è una scuola

Ho visto il video della brava dirigente scolastica “tedesca” che descrive com’è andato il primo giorno di “scuola” dopo la “riapertura”. Uso le virgolette – attorno alle parole tedesca, scuola e riapertura – perché qui la connotazione eccede di molto la denotazione, e bisognerebbe perciò profondersi in un ampio commento. Dietro a queste parole, infatti, si nasconde un’opposizione (forse più ideologica che pragmatica) che ci porterebbe, se non la affrontassimo con la massima delicatezza, a finire dritti dritti dove non bisognerebbe finire. Ma a Bolzano sembra impossibile non finire dove non bisognerebbe finire. La strada è sempre tracciata. E, del resto, già solo l’esistenza di scuole tedesche e scuole italiane, l’esistenza stessa di tale divisione, dico, non può che indurci a replicare il senso di un contrasto che sta “nelle teste”, prima ancora che “nelle cose”. Cosa è accaduto lo sanno tutti. In estrema sintesi: siccome qui sta riaprendo più o meno tutto, la giunta provinciale ha pensato che all’appello delle varie riaperture non potevano mancare gli istituti scolastici, almeno quelli relativi all’infanzia e di livello primario. Se i genitori tornano a lavorare, infatti, chi accudirà i bambini? Aule aperte, quindi, anche se non per tutti, anzi per pochissimi, e, soprattutto: non per fare quello che di solito si fa nelle aule. Ma a questo punto, ecco la spaccatura. I “tedeschi” (torno a usare le virgolette) dicono sì, va bene, ci adattiamo, faremo quel che possiamo. Gli “italiani” (sempre virgolettati) frenano, recalcitrano, sollevano obiezioni: non esistono condizioni di sicurezza, non possiamo permetterci di aprire un servizio che non è compatibile con le nostre competenze. Chi ha ragione? Come se ne esce? Possiamo parlare veramente di “riapertura delle scuole”, in una situazione del genere? Tornando al video dal quale ho preso le mosse: quel che si vede sono esercizi di distanziamento sociale, più che una vera e propria didattica. O meglio: la didattica, ciò che viene proposto come didattica, è solo “pedagogia emergenziale”, un modo per tenere distanti i bambini, insegnando loro a rispettare delle “regole” che non li spingano a fare a scuola ciò che normalmente si farebbe a scuola. Un paradosso, accettato nel nome della solidarietà, che quindi andrebbe percepito per ciò che è, ossia alla luce dei problemi che pone, non solo in relazione ai problemi – di natura evidentemente extra-scolastici – che magari riesce anche in parte a risolvere. Mi rendo conto di muovermi su un crinale molto scivoloso, perché le persone qui hanno sempre bisogno che venga offerto loro un giudizio definitivo (le scuole andavano riaperte oppure no? Hanno fatto bene i “tedeschi” a dichiararsi – o comunque ad apparire – come disponibili a riaprire oppure i dubbi degli “italiani” sono giustificati e bisognava attendere ancora?). Io ritengo però che la discussione avrebbe dovuto essere essenzialmente un’altra: cosa significa fare scuola in circostanze che non lo permettono? È vero, per discutere ci vorrebbe tempo, e qui di tempo non ce n’è, bisognava fare qualcosa. Ma perché non si può discutere comunque, anche mentre si sta facendo qualcosa, senza usare ciò che si sta facendo (o non facendo) per immiserire e reprimere la discussione della quale, è evidente, ci sarebbe così tanto bisogno? L’ho già scritto in un editoriale e torno a ripeterlo: tra poco ci sarà l’estate e poi tornerà settembre; per quel termine riusciremo a ritrovare il bandolo della matassa, riusciremo a capire in quali condizioni e come lavorare riportando in primo piano le vere esigenze di chi a scuola ci vive (docenti e discenti), al di là del “servizio” di supplenza verso il quale ci siamo adesso dovuti muovere e anche al di là della divisione tra “tedeschi” e “italiani”, divisione che continuiamo a mettere in campo per non pensare alla nostra – evidentemente complessiva – incapacità di affrontare problemi comuni?

#maltrattamenti

Scuola, slogan da evitare

Bambino Scuola

La questione della riapertura delle scuole dell’infanzia e delle elementari che sta tenendo banco in Alto Adige sembrerebbe sintetizzabile fin troppo facilmente in uno slogan buono solo a rimpolpare il già vastissimo repertorio della contrapposizione etnica: gli insegnanti tedeschi tornano a lavorare, quelli italiani preferiscono restare a casa. Gli slogan sono brutali, si sa, e purtroppo il loro fascino perverso persiste anche al di sotto di spiegazioni più articolate. Ecco, per esempio, cosa ha scritto sul suo profilo Facebook il giornalista Giuseppe Musmarra, un osservatore della realtà politica e sociale in genere attento a schivare gli scogli delle semplificazioni: «A parità di disincentivo la scuola in lingua tedesca ha dimostrato di esistere, anche come entità diciamo “spirituale”, come capacità di un’assunzione globale dell’importanza del compito ad essa assegnato. La scuola italiana invece no, non esiste. Esistono tutta una serie di piccole auto-protezioni personali, esiste la mitologia del “rischio zero” che poi è filosoficamente quanto di più diseducativo possa esistere a meno che non vogliamo considerare la vita un luogo perennemente sterile (magari, che dite, già che ci siamo eliminiamo la malattia e la morte per decreto?)».

Tentiamo di abbandonare gli slogan (espliciti o impliciti), disattiviamo il consueto meccanismo della contrapposizione etnica, e vediamo cosa è possibile dire. Innanzitutto, quando parliamo di «riapertura delle scuole», cosa intendiamo esattamente? A differenza di quanto accade nel resto d’Europa — dove in effetti le scuole sono state o vengono «riaperte» nel senso pieno del ritorno all’attività didattica —, nel nostro caso la «riapertura» è prevista soltanto come servizio di assistenza alle famiglie che non possono più occuparsi dei bambini, perché i genitori sono tornati o stanno tornando al lavoro. Non è una differenza da poco, giacché qui, allora, non è più in gioco tanto la disponibilità degli insegnanti ad «assumersi il compito a loro assegnato», ma a mutarne in profondità senso e modalità d’intervento. Per fare un paragone, è come se chiedessimo ai medici degli ospedali non di curare i pazienti, ma di tenerli a letto leggendo loro delle fiabe. Certo, la flessibilità è una risorsa che tutti siamo chiamati a sollecitare in tempi di crisi, ma ci si può anche chiedere legittimamente se un tale cambiamento di prospettiva sia accettabile senza fiatare, obbedendo all’esigenza di prestare solidarietà al fine di contenere uno stato di necessità che non si è capaci di gestire altrimenti. Evitiamo comunque di parlare di «riapertura delle scuole» o genericamente di insegnanti che non vogliono tornare a fare il proprio lavoro, perché è in ballo qualcosa di assai diverso.

A quanto appena detto, i fautori della cosiddetta «riapertura» — ma che non è una vera «riapertura», come abbiamo appena visto — ribattono dicendo che anche l’allestimento di un servizio di sostegno alle famiglie svolto in condizioni di permanente sospensione delle attività didattiche, e senza troppe garanzie dal punto di vista della profilassi sanitaria, sarebbe comunque un segnale verso un tentativo di ripresa. Può essere. Dobbiamo però, ancora una volta, chiarire bene il punto: il tentativo di ripresa viene in questo modo affidato a persone chiamate a fare un lavoro diverso da quello per il quale sono state formate, in condizioni di grande incertezza sulla capacità di esaudire il mandato loro affidato, e senza essere state coinvolte in una discussione preliminare sulla trasformazione in atto del loro ruolo professionale. E ciò dopo che, da mesi, esse hanno già elaborato strategie di «sopravvivenza didattica» mediante l’insegnamento a distanza (altro capitolo nei confronti del quale è parimenti mancata un’approfondita riflessione e sono, invece, fioccati gli slogan).

Certo, anche considerando quanto esposto rimane il dato di partenza, appiattito dallo slogan al quale non dobbiamo assolutamente arrenderci: tedeschi e italiani stanno reagendo in modo diverso alle domande poste dalla crisi, meritoriamente i primi e disgraziatamente i secondi. In realtà: siamo proprio sicuri che prescindendo da un esame accurato di ciò che ha portato a formulare risposte apparentemente opposte saremo anche in grado di tornare a capire la vera esigenza di fondo, comune a tutti? Che le scuole debbano «riaprire» è palese. Persino urgente. Ma devono farlo soprattutto tornando a praticare la loro funzione specifica, difficilmente pensabile senza la presenza contemporanea di tutti gli studenti e di tutti gli insegnanti. Sarà bene cominciare a cercare soluzioni in vista di settembre, quando le contraddizioni, delle quali stiamo avendo adesso solo un assaggio, potrebbero deflagrare nel modo più devastante.

Corriere dell’Alto Adige, 17 maggio 2020

Coronahofer

Los-von-Rom-6

Anche stavolta non accadrà nulla di nuovo. Nonostante i fuochi accesi sulle montagne, l’immarcescibile “Los von Rom” che ustiona il buio della notte e che vorrebbe piegare il “Sonderweg” in merito all’atteggiamento da adottare in questa balbettante “Fase 2” per scatenare la solita, stantia, polemica a sfondo autodeterministico, non accadrà nulla che non sia già accaduto mille volte e che accadrà ancora mille volte. Il più grande scrittore di cose sudtirolesi vivente di lingua italiana (e anche di lingua tedesca: visto che è tradotto), Enrico De Zordo, ne ha parlato in uno dei suoi “divertimenti tristi”, riferendosi al “Sudtirolo ideale eterno”: “Il Sudtirolo ideale eterno non è una narrazione cui sia stata sottratta la dimensione del tempo, ma semplicemente un presente in cui troppi tempi sono contemporanei, una storia senza punteggiatura in cui gli eventi, anziché accadere uno dopo l’altro, stanno pigiati l’uno accanto all’altro, come se sedessero nello scompartimento di un Intercity in corsa”. Una storia – così ancora De Zordo – “dilatata a dismisura con la brutta abitudine di mandare i suoi tentacoli all’indietro”. Utilizzare il virus e le sue conseguenze per rilanciare improbabili battaglie di sapore hoferiano è solo l’ennesimo schiacciamento sul presente, l’ultimo a disposizione, di un passato che vorrebbe essere incastrato nel futuro ammaccando così l’autonomia (il nostro bene istituzionale più prezioso) proprio mentre s’illude di poterla lucidare. Finora c’è sempre andata bene, perché la proverbiale Aussichtslosigkeit di simili tentativi si è schiantata contro un principio di realtà ancora inesorabile e, per fortuna, sempre chiamato in causa quando il deragliamento di pochi stolti attecchiva, proprio come un virus maligno, in un discorso pubblico ripetitivo fino allo sfinimento. Sì, è stancante, molto stancante dover essere ancora qui a tirare il freno a mano per rimettere faticosamente il treno sui binari, per mostrare che il percorso è tracciato e le alternative radicali sono tutte peggiori di ciò di cui disponiamo. Ribadiamolo, quindi, ancora una volta. Ma che noia. Che tristezza.

ff – Numero 20 – La colonnina – 14. Mai 2020

Ridere (quasi) di tutto

Fillide

Compie dieci anni “Fillide”, la rivista dedicata all’umorismo in letteratura. Ce ne parla la studiosa di filosofia e direttrice Luisa Bertolini, una delle sue ideatrici.

Fillide, chi era costei? E soprattutto: che cosa avrebbe a che fare con il tema dell’umorismo? Prescindendo dalla triste storia mitologica della principessa tracia e dell’eroe Acamante, il nome ricorre in un’altra vicenda che ci riporta sempre all’antica grecia. Qui i protagonisti sono Alessandro Magno, il suo maestro Aristotele e, per l’appunto, Fillide, stavolta con le sembianze irresistibili di una fanciulla indiana capace di conquistare e “sviare” il cuore del grande condottiero macedone. L’incantamento esercitato su Alessandro da parte di Fillide era talmente forte che Aristotele si vide costretto a tentare di richiamarlo ai suoi doveri. Ma a questo punto accade un rovesciamento. Fillide infatti riesce a sedurre anche il filosofo, lo costringe a mettersi a quattro zampe e gli impone di tenere una sella sulla schiena per farsi cavalcare da lei. Vedere lo stagirita così mal ridotto può indurre a sorridere, eppure la lezione che ne possiamo trarre ci fa pensare.

Luisa Bertolini

Luisa Bertolini

Messi da parte gli antefatti mitologici o leggendari eccoci al dunque. “Fillide” è infatti il nome di una bellissima rivista online che esattamente da dieci anni (e da venti numeri) si occupa di letteratura adottando un punto di vista molto particolare ed eccentrico. Come raccontano le note di presentazione, essanacque in una grigia e piovosa domenica d’autunno verso la fine del 2008. Barbara Ricci propose a Luisa Bertolini di fondare una rivista dedicata alla letteratura e alla filosofia. Luisa la guardò perplessa e disse: neanche per sogno. Poi cambiò idea. Prima erano venuti i laboratori di estetica a Bolzano che avevano visto la partecipazione, fra gli altri, di Fabio Cioffi, Marco Antonio Bazzocchi, Elio Franzini, Fabrizio Cambi. Dentro quell’esperienza si era definita l’esigenza di costruire uno spazio di ricerca che raccogliesse le riflessioni sui temi della comicità e dell’umorismo”. Il primo numero arrivò nel settembre 2010, condensando proprio nella figura dell’eroina dissacrante la narrazione emblematica per sondare il tema prescelto.

Chiedo a Luisa Bertolini, direttrice della rivista, di schizzare il modus operandi della redazione e di tratteggiarne il divenire in questi (primi) dieci anni. «Abbiamo cercato di individuare una linea che focalizzasse la nostra attenzione sui fenomeni del brutto, del grottesco, dell’ironia e dell’umorismo. Un controcanto a una interpretazione dei fatti letterari basata al contrario sulla seriosità, ma anche su una bellezza intangibile, sempre difficile da afferrare. In questo senso il comico può essere visto anche come qualcosa di profondamente filosofico, perché ne condivide il gesto di prendere le distanze dal sentire comune, mettendolo per così dire tra parentesi o guardandolo dall’esterno». Ma com’è organizzata la rivista? In che modo vengono scelti i contributi? E soprattutto, qual è l’orizzonte della sua diffusione? «Diciamo che all’inizio siamo partiti da un nucleo di collaboratori bolzanini, ma il nostro intento era quello di costruire una rete che ci portasse ad acquisire contatti di alto profilo, con un raggio di interventi via via sempre più ampio, di respiro almeno nazionale, sfruttando tutte le potenzialità del digitale, visto che la rivista per adesso esiste solo online. Sono nati così numeri monografici e miscellanee in grado di posizionare il nome di “Fillide” in un settore ben individuato della ricerca letteraria. Con l’ultimo numero – che è dedicato al tema “Ridere con gli animali” – è stata rivoluzionata la grafica, adesso maggiormente curata, e si è dato maggiore spazio ai racconti. Abbiamo inoltre potuto avvalerci del lavoro di disegnatori di altissimo livello, basti pensare a Roberto Abbiati. Siamo quindi davvero contenti e i riscontri più che positivi ci danno un notevole impulso per continuare nel nostro percorso».

Copertina Fillide

La copertina di “Fillide”

Un’altra delle innovazione della “nuova” Fillide, spiega ancora Luisa Bertolini, è costituita dal rendere già disponibili fin da adesso i contributi che costituiranno la prossima edizione, la ventunesima: «In questo modo non costringiamo i nostri lettori ad aspettarci ogni sei mesi, ma consentiamo loro di gettare uno sguardo nel nostro laboratorio, mentre la rivista si va facendo. Non a caso abbiamo intitolato il numero “Risus in fieri”. Tra le prime cose che si possono leggere, mi limito solo a questo esempio, un bellissimo racconto di Giorgio Vasta (“Mio padre e mia madre sono un bagliore”), che inaugura anche la collaborazione con un’altra rivista (“Morel. Voci dall’isola”)». Guardando più avanti, la redazione è già al lavoro per costruire un altro numero monografico, dedicato al binomio “eros e comicità”, non mancando poi di approfondire anche alcuni aspetti della riflessione teologica sul riso – un nodo cruciale, basti pensare al romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa” – che permetterà, ancora una volta, di evidenziare dai suoi margini il contorno della nostra cultura, così apparentemente incline a ridere di tutto, ma in realtà anche bloccata su rigidità che forse discendono dal suo scaturire dall’incontro (e dallo scontro) delle tre grandi religioni monoteistiche. Dunque si può e si deve ridere di tutto?, le chiedo infine: «No, ci sono dei temi sui quali risulta molto difficile ridere. Se dovessi per esempio immaginarmi di porre in relazione l’umorismo con un fenomeno così drammatico come quello che stiamo vivendo, parlo ovviamente alla pandemia, non saprei cosa dire. Resta comunque vero che l’umorismo è una chiave per renderci liberi, per alleggerirci, e, almeno quando è possibile, va praticato».

ff  -Numero 20 – 14. Mai 2020

Il campo delle possibilità

Silvia Romano smiles from a window in Milan

In questi giorni ho letto un libro bellissimo: “Le transizioni”, di Pajtim Statovci. Statovci è un giovane autore kosovaro, ma dall’età di due anni risiede in Finlandia. Nel suo romanzo parla di un ragazzo, di nome Bujar, che all’occorrenza “sa diventare una donna”. La notazione, riportata nella quarta di copertina, ha il potere di spiazzare (e chiaramente bisogna leggere il libro per capire esattamente in cosa consista questo “saper” diventare una donna), perché noi siamo siamo sempre inclini a concepire l’identità sessuale come qualcosa di fisso, oppure anche come qualcosa di mobile, ma che comunque, alla fine, ha di mira una nuova fissità. Un uomo può diventare una donna, una donna può diventare un uomo, ma cosa significa che un uomo, come in questo caso, “sappia” diventare una donna? Perché non lo diviene una volta per tutte? Statovci qui ci propone un altro modello. L’identità sessuale del protagonista è per così dire conservata in uno stato di permanente liquidità. Quando, da un altro uomo che sta diventando una donna, un transgender, a un certo punto gli viene rivolta la domanda “Tu sei gay?”, Bujar riflette e pensa di poter rispondere così: “Non so se sono gay o etero, mi verrebbe da dire. Vorrei dire che non mi sono mai piaciuti gli uomini a cui piacciono altri uomini, di fatto mi piacciono soltanto gli uomini attratti dalle donne, che dunque non sarebbero attratti da me, ma comunque sono stato con delle donne, e vorrei dirle che, anche senza riuscire ad eccitarmi, ho comunque fatto sesso sia con uomini che con donne quando nella mia vita ci sono stati uomini e donne che volevano questo da me”. Mantenersi in uno stato di permanente liquidità, di sospensione, avendo il talento o la ventura di precipitarsi in forme identitarie che cambiano a seconda delle circostanze non è facile, è una condizione difficile da sopportare perché la maggioranza delle persone reagisce con ostilità a questo campo di possibilità aperte, e vorrebbe costringere chi ha deciso di abitarvi a ridurre l’oscillazione in una sagoma fissa. Ciò vale per l’identità sessuale (disciplinata da stereotipi appresi fin dalla prima infanzia), ma anche per tutte le altre identità che ci contraddistinguono: quella culturale, quella linguistica, quella sociale e ovviamente quella nazionale e religiosa. Chi nasce in un determinato contesto viene così immediatamente inchiodato dalla richiesta di immobilizzare il proprio essere in una forma rigida: le sfumature sono viste come qualcosa di sbagliato, le escrescenze dalla “normalità” devono essere amputate in fretta, pena la stigmatizzazione, la qualifica infamante della “diversità” e l’emarginazione. Davanti allo spettacolo di una metamorfosi, di una “transizione”, l’atteggiamento prevalente sarà perciò l’incomprensione, il dileggio, la condanna. Siamo tutti invitati a recitare la parte che qualcun altro cerca incessantemente di cucirci addosso, scartare di lato è considerato un tradimento, un’offesa alla tribù dalla quale nessuno può permettersi di evadere. Eppure, ci racconta Statovci nel suo bellissimo libro, “nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle”, e noi troveremo sempre il modo di sfuggire alle pietre scagliate dai fanatici delle identità fisse.

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