L’emergenza prevedibile

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Ogni volta che sentiamo pronunciare il sostantivo “emergenza” davanti a parole quali “maltempo”, “profughi” o “freddo” (in estate “caldo”) possiamo quasi sempre stare sicuri che si tratta di una malcelata ammissione di colpa. La colpa consiste in questo: fenomeni del tutto prevedibili, in quanto stagionali e ricorrenti, ci colgono impreparati perché abbiamo fatto poco o male il nostro dovere. Abbiamo per così dire preferito sperare che non si ripresentassero nella gravità con la quale sono già conosciuti, e perciò proviamo a battezzarli col nome di “emergenze” al fine di contrabbandare nell’opinione pubblica una percezione di eccezionalità largamente ingiustificata.

Chi ricorre alla retorica emergenziale, però, non fa altro che utilizzare un meccanismo di pensiero ideologico. Come insegnava il vecchio Marx, la realtà viene perlopiù deformata in nome di determinati interessi sistematicamente difesi (per l’appunto, in modo ideologico) dal ceto dominante. Non c’è bisogno, comunque, di attivare truci rappresentazioni di un potere perverso e maligno: la produzione ideologica emerge anche ad un livello più basso, allorché si tratta di “coprire” situazioni banalmente scomode. Un’amministrazione che, ad esempio, non sia in grado di risolvere il quotidiano problema di smaltimento dei rifiuti non macererà a lungo nel rimorso e non ammetterà tanto facilmente la propria responsabilità. Parlerà di “emergenza rifiuti”, attribuirà la colpa a un destino cinico e baro, e disporrà provvedimenti provvisori, rimandando i cosiddetti interventi strutturali a data da destinarsi (in genere fino alla prossima “emergenza”).

Chiarito il quadro d’insieme, non stupisce che a Bolzano, ogniqualvolta le temperature stanno per scendere, compaia l’inevitabile “emergenza freddo”, che colpisce soprattutto i senza tetto stanziali, ma anche tutti coloro che si trovano a transitare per la città senza una protezione degna di questo nome. Dove metterle, queste persone? Si cercano luoghi adatti, si fanno proposte, s’individuano persino degli spazi (sempre periferici e defilati), ma poi, alla fine, quando cadono le prime foglie dagli alberi e i bravi cittadini scelgono dal guardaroba gli indumenti pesanti, ecco che rispunta la famosa “emergenza”. Adesso l’ultima trovata è quella di sistemare i senza tetto in container da porre nel rione Piani, motivando l’ovvio scontento di tutti quelli che ci abitano e che considerano la zona già ampiamente vessata da altri problemi. A voler essere a nostra volta ideologici, se ne potrebbe quasi dedurre che la vera “emergenza” consista nell’inefficienza politica mostrata nel risolvere questioni del genere.

Corriere dell’Alto Adige, 6 ottobre 2017

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Un assedio senza sfumature

Enrico Mentana

L’autonomia dovrebbe essere entrata da tempo in un porto sicuro, invece è ancora minacciata da venti insidiosi. O per usare un’altra immagine: anziché essere vista e apprezzata come la superficie vasta e rigogliosa sulla quale basiamo la nostra convivenza, nonché un modello adattabile in diverse circostanze, troviamo chi la svaluta considerandola un campo spelacchiato, da bruciare o ridurre in nome di ricette reazionarie o avventuristiche.

Siamo abituati a conoscere i nemici interni dell’autonomia. Si tratta degli scontenti di professione, dei reduci mentali del nazionalismo (qui da noi ce ne sono sia tra gli italiani che tra i tedeschi), ai quali ogni buona pratica di compromesso sembra sempre troppo poco, perché essi amano la nettezza dei vecchi contorni geopolitici, quando lo spirito dei popoli era però intorbidato dalle passioni ostili verso l’alterità, e l’altro era solo il vicino di casa.

Esistono poi anche dei nemici esterni, i quali agiscono perlopiù in base all’ignoranza e all’approssimazione. Un esempio recente l’ha fornito il direttore del Tg La7 Enrico Mentana. Ospite del Festival delle Resistenze di Trento, ha dichiarato: “L’autonomia è un privilegio e non ha più senso di esistere”. Mentana ha coinvolto nel suo discorso anche l’Alto Adige: “Non si può giustificare l’autonomia col dire altrimenti quelli se ne vanno, perché non esiste una nazione sudtirolese, alcuni parlano la stessa lingua che c’è aldilà del confine ma questo non porta a diritti superiori”. Possiamo chiederci con costernazione come faccia un uomo che ha la fama di essere “sempre sul pezzo” a ignorare le ragioni storiche che legittimano l’autogoverno regionale e a disconoscerne i meriti attuali. Lo scivolone purtroppo non è occasionale, attinge cioè a un retroterra di pensiero ostinato.

Lo stesso Mentana, appena qualche giorno prima, aveva scritto su Facebook: “Ma perché i curdi, i catalani, i baschi non dovrebbero aver diritto a un loro stato? Perché l’Armenia sì e il Kurdistan no? Perché Andorra sì e la Catalogna no? Perché il Liechtenstein sì e l’Euskadi no? Perché Israele sì e Palestina no? Le croste terribili del passato non possono farci sviare dalla strada più diritta verso un futuro giusto. Un popolo, una storia, una lingua, una nazione. Conosco i mille problemi, interessi, blocchi: ma la carta geografica non può essere solo l’effetto delle guerre”. Chi non apprezza le virtù dell’autonomia finisce sempre col non accorgersi delle sfumature, e s’immagina di contrastare i problemi favorendo la soluzione del tutto o niente. Una tentazione che non è mai stata una buona soluzione.

Corriere dell’Alto Adige, 30 settembre 2017

La città dolce firmata Benko

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Durante la presentazione dei nuovi uffici bolzanini della holding Signa, al quinto piano del palazzo di piazza Walther passato di recente sotto il controllo della Fondazione Cassa di Risparmio, il magnate austriaco René Benko ha usato un aggettivo chiave: sanft. Sanft significa dolce, lieve, morbido. Un modo per rendere meno traumatica dal punto di vista psicologico l’accettazione di un intervento altrimenti decifrabile in termini assai più drastici: da qui a tre anni verranno investiti più di 500 milioni di euro per “fare di Bolzano una città viva e pulsante dal punto di vista commerciale”. Città viva e pulsante, dunque, ma in modo morbido, pacato, quasi come se potessimo slittare nel benessere senza neppure accorgercene.

È possibile che l’apertura quasi contemporanea dei cantieri (prevista a partire dalla prossima primavera), con gli sconvolgimenti che procurerà soprattutto in centro, faccia ricredere un po’ chi adesso è scivolato senza battere ciglio sulla “morbidezza” di quella promessa. Balza però agli occhi che nel frattempo Benko disponga di un consenso compatto e trasversale: la sua personale campagna di conquista non ha più nessun oppositore significativo tra quanti – politici o rappresentanti di interessi economici significativi – in passato avevano sollevato almeno il dubbio che la crescita della città non dovesse essere appaltata per intero al latore di un progetto così invasivo e totalizzante. Un giro di brindisi e l’augurio che gli effetti della riqualificazione promessa trasformino in pochi anni Bolzano da piazza litigiosa e stagnante a luogo “vivo e pulsante” è ormai diventato l’atteggiamento comune.

Dato per scontato che amministratori e personaggi legati al mondo del commercio non possano opporre una vera resistenza al dominio di tale visione d’insieme, è bene però non privare il racconto di una siffatta evoluzione del commento che continui a suggerirne anche il lato in ombra. Preparata da una massiccia operazione di restyling narrativo – restyling peraltro parassitario della retorica del “degrado” coltivata per lanciarlo –, l’esibizione scintillante di queste ennesime magnifiche sorti e progressive vorrebbe convincerci che davvero tra poco sarà possibile vivere all’altezza dei prospetti pubblicitari fatti di spazi puliti, popolati di famiglie felici e sorridenti donne sui tacchi. Nel fantastico mondo patinato di Benko, dove imperano musica da ascensore e aiuole ben curate, tutto ciò che non si lascia omologare (e comprare) è considerato una pura eresia. Qui il cattivo è diventato così scaltro da essere rimasto l’unico buono in circolazione.

Corriere dell’Alto Adige, 23 settembre 2017

Norbert C. Kaser, rabbioso bambino

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Dobbiamo all’incontro di due date con un libro – libro che sfrutta l’occasione fornita da queste date, ma non si riduce affatto all’esercizio di una mera commemorazione – se oggi è possibile riparlare del poeta sudtirolese Norbert Conrad Kaser (o come si firmava lui, senza maiuscole, norbert c. kaser). Le date indicano ovviamente gli estremi di una vita, collocando a una distanza di settanta anni la nascita, e quasi a cinquanta la morte (1947-1978); il libro invece consegna al presente e al futuro un ampio compendio dei suoi scritti (“rancore mi cresce nel ventre”. Poesia & prosa 1968-1978. Un’antologia. Testo originale a fronte. A cura di Toni Colleselli, traduzioni dal tedesco di Werner Menapace, Edizioni alphabeta Verlag).

Ma chi era Norbert Kaser? Alexander Langer ne ha tratteggiato la figura illuminando retrospettivamente la scena del suo funerale mediante un riflettore politico: “Norbert era morto d’isolamento all’età di 31 anni: sempre più profondamente immerso nell’alcol e nello sforzo estremo di scuotere, di comunicare qualcosa, di graffiare” (“Funerale laico con Tedeum”, 1980). Comunicare per graffiare, dunque, e il rancore come combustibile che rende incendiari i suoi versi. La formula estratta è lapidaria (“un dissidente”), eppure la condensazione potrebbe apparire oggi non intuitiva e certo non rende giustizia al valore complessivo (non soltanto politico) di un’esperienza che, al pari di un Erker, sporge al di fuori della facciata generazionale. Di questo non si accorse neppure un finissimo lettore come Claudio Magris, il quale ha peccato di ingenerosità decretandolo “autore rispettabile” a causa, in primo luogo, della fortuna con la quale gli scrittori tirolesi potevano allora imporsi in un contesto contrassegnato dal conformismo della Heimat: “…è facile essere uno scrittore osteggiato e meritarsi considerazione in virtù della prepotente ostilità dei benpensanti. Atteggiamenti letterari che in un contesto culturale sarebbero puberali o patetici, in Alto Adige hanno ancora un valore contestativo” (C. Magris, “Antholz”, in “Microcosmi”, Garzanti 1998). Vero in parte, perché un testo viaggia nel tempo e magari (com’è il caso di una traduzione) anche da lingua a lingua. Allora può accadere che tali vincoli si sciolgano, fino a liberare potenzialità espressive rimaste latenti nella retorica dell’Eingeklemmt, dell’uomo incastrato o soffocato in un malessere talmente acuto da mozzare persino il respiro alle sue parole.

La liberazione di Kaser dal cliché agiografico del ribelle incompiuto potrebbe così cominciare proprio adesso, nel proporlo a un pubblico nuovo e ancora tutto da conquistare. Werner Menapace ha colto l’essenziale della sua traduzione in questo modo: “L’immagine, il personaggio che vorrei si presentasse al pubblico italiano è quello di un grande poeta che dall’interno del suo mondo e del suo tempo ha saputo generare, con la sua straordinaria creatività linguistica e poetica, una letteratura, un mondo di valore universale e senza tempo”. Bastano pochi esempi per rendersene conto. Si pensi al bellissimo, aspro testo “der wind treibt den schnee” (“il vento fa girare la neve / e me come / moneta falsa / che la mia pancia sia / secca al tatto / come una cozza / succhiata buttata / al sole / non riguarda nessuno”) o al celebre “die laerche” (“vorrei essere un larice / non dover bere / né fumare / non dovermi muovere / lasciarmi solo / ondeggiare”). Figlio della sua terra e delle angustie che la segnavano, il canto che qui si ascolta abbandona la Einfallslosigkeit (la “mancanza di idee”) di un’origine fangosa e si libra verso l’alto, proprio come l’astore sbranagalline, la poiana che chiude forse la lirica più struggente che sia mai stata dedicata all’Alto Adige (Alto Fragile, si legge in una poesia del 1968) Südtirol.

La domanda da porci, alla fine, è come conciliare questa istanza di liberazione con il recupero di una fedeltà testuale che riporterebbe, nello spazio teso tra la piccola casa sudtirolese e la grande casa di una auspicata ricezione nazionale, l’opera di chi può davvero essere definito come il “maggiore poeta italiano di lingua tedesca”. Sorella ladina di Kaser, e per questo anche madre postuma che ne ha lenito il rancore, la poetessa Roberta Dapunt ha scritto: “E dunque, giovane Kaser, alla letteratura sudtirolese, a quella altoatesina / va il merito di essere ciò che è per natura: un nome composto di lingue diverse. / Nostra letteratura è il melo, il suo ramo d’innesto, / la pianta in sviluppo sul callo cicatriziale di un’ibrida alleanza politica. / Kein schöner Land, noi siamo chimera alpina”. Un lascito che perciò può essere inteso anche al pari di una nuova nascita, annunciata nella forma di una sorpresa non più sovversiva, ma sovvertitrice: “Alla lettura approfondita delle opere di Kaser – ha osservato Francesca Melandri, che presenterà il volume a Brunico – si arriva con l’aspettativa di godere pericolosamente delle sue spettacolari rabbie e invettive, peraltro sottolineate dal titolo scelto per questa raccolta. Quello che forse ci si aspetta meno, che almeno per me è stata una grande scoperta, è la variegata tenerezza, spesso colorata di umorismo sornione, con cui i suoi versi accarezzano le cose del mondo, soprattutto quelle più piccole e lontane dal Potere, come i bambini”.

Corriere dell’Alto Adige, 21 settembre 2017

Una speranza oltre le sbarre

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Fotografia di Othmar Seehauser

Ho visitato la piccola e bella mostra di fotografie intitolata “Hinter Gitter – Dietro le sbarre”, ne è autore Othmar Seehauser, aperta fino al 24 settembre alla Galleria Civica di Bolzano, in Piazza Domenicani. Era un giorno di pioggia, uno di quelli che definiamo senza pensarci troppo “chiusi” o persino “claustrofobici”: il cielo plumbeo, la gente che scappa di qua e di là, soprattutto quella sprovvista di ombrello, com’ero io. La pioggia ha questo di bello, pensavo. Quando cade ti fa assaporare l’esigenza di ripararti e spesso non ci sono ripari migliori di una galleria d’arte. Si entra così anche nella speranza che intanto torni il sereno, avendo a disposizione un modo intelligente per far passare il tempo.

Davanti alle fotografie di Seehauser – che, come fa capire il titolo della raccolta, espongono le condizioni di vita dei carcerati rinchiusi nella fatiscente struttura di via Dante – ho avuto però subito modo di considerare quanto fossero futili le mie sensazioni iniziali. La chiusura del cielo, il bisogno di far passare il tempo, di lasciarlo scorrere più velocemente, o la ricerca di un luogo in cui trovare protezione, sono tutte cose che cambiano radicalmente senso quando ci si trova nella condizione di non poter neppure essere infastiditi dal passeggero problema di una giornata piovosa. Sarebbe stato bello, insomma, vedere anche qualche fotografia di carcerati che sorridono sferzati da un’acquazzone, lasciandosi beatamente bagnare la faccia. Visione anch’essa romantica, forse, e sicuramente di poco sollievo al cospetto di una realtà pesante da sopportare per tutti coloro che, per l’appunto, vivono dietro le sbarre, siano carcerati o carcerieri.

La mostra, idealmente tesa a congedare quella vecchia struttura (visto che tra poco dovrebbe aprirne un’altra, più “moderna”), raccontava comunque anche qualcos’altro. Le immagini in bianco e nero, senza dubbio di elevato pregio artistico, tradivano un non so che di familiarità desiderata, quasi di confortevole abitudine. Sono molti i fantasmi da scacciare, quando siamo tentati di pensarlo. Il carcere non è mai un luogo romantico e la promessa di ammodernarlo, di renderlo più “vivibile”, è solo un trucco per confermarne il fallimento umanitario. Restano invece aperte tutte le questioni del recupero, del reinserimento dei carcerati nel tessuto civile dal quale la detenzione si limita spesso a tenerli lontani. Come ci ricorda la Costituzione (articolo 27) e come ha scritto Elvio Fassone nel suo splendido libro Fine pena: ora (Sellerio): “La detenzione, ove non mitigata da un trattamento educativo reale, è una morte parziale, l’asportazione di una porzione di vita”.

Corriere dell’Alto Adige, 16 settembre 2017

Emogramma del nostro razzismo

Francesca Melandri

Francesca Melandri, fotografia di Carlo Traina

Dopo il grande successo di “Eva dorme” (Mondadori, 2010) e “Più alto del mare” (Rizzoli, 2010), Francesca Melandri torna oggi in libreria con un romanzo di grandi dimensioni e di ampie ambizioni.

Sangue giusto” (ancora per Rizzoli, 2017, pagine 527) segue l’impostazione conosciuta – vale a dire quella di proiettare le vicende relative ai protagonisti sullo sfondo della grande storia – ma stavolta il sofisticato meccanismo ad incastri è concepito in modo ancora più esplicito per illuminare in senso politico gli eventi contemporanei (il fenomeno migratorio che da anni tiene banco nelle cronache e impegna le agende politiche degli stati), fornendone al contempo una chiave d’interpretazione archeologica e prospettica. Libro che dunque muove da uno scavo biografico (corrispondente al piano, più stretto, della finzione letteraria), si allarga a coinvolgere ampie porzioni di una esperienza collettiva in gran parte rimossa (gli anni del colonialismo italiano in Etiopia: 1936-1941) e infine si accredita come possente esempio di letteratura civile, non scadendo nello schematismo ideologico che divide il mondo in buoni e cattivi.

Senza citare i nodi attorno ai quali si sviluppa la trama – lasciamo ai lettori il piacere della scoperta –, è forse opportuno insistere ancora sul plesso di storia e narrazione, cioè sui limiti esercitati reciprocamente da questi due aspetti. In una riflessione che riassume la sua poetica, l’autrice ha scritto: “I limiti sono il grano di sabbia attorno al quale l’ostrica creerà la perla. Un danzatore su un palco vuoto con totale libertà di movimento è senza punti di riferimento; diamogli una sedia magari insieme all’obbligo di non staccarsene e inventerà una formidabile coreografia” (F. Melandri, “Raccontami una storia”, in “Storia e narrazione in Alto Adige/Südtirol”, a cura di A. Costazza e C. Romeo, edizioni alphabeta verlag, 2017). La sfida della creazione deve allora essere compresa come il tentativo di mantenere sempre saldo il punto d’equilibrio tra caratterizzazione individuale e significato universale, mostrandone tutti gli intrecci possibili. Sfida che ci pare sia stata vinta in modo brillante, purché si sappia apprezzare il ritmo largo del tempo presupposto ad eseguire la lettura, assumendo cioè le digressioni e le diramazioni che intersecano il ritratto dei protagonisti come strumenti della loro progressiva manifestazione. Fino alla sorpresa conclusiva.

Se il titolo di un libro serve a condensarlo in un’immagine, possiamo intanto dire che “Sangue giusto” rappresenta un compiuto emogramma del razzismo italiano: toglie il velo su vicende apparentemente sepolte (basti pensare a particolari raccapriccianti come l’uso dei gas sulle popolazioni invase o al ricorso fin troppo disinvolto della violenza sessuale, non raramente alla base del fenomeno del “madamato”), e ritrae la nostra persistente incapacità di riconoscere piena dignità umana ai migranti di pelle scura, allorché essi vengono descritti quali pericolosi elementi di disturbo sociale (o per l’appunto, persino come minacciosi agenti di inquinamento del sangue) da reprimere mediante la pratica della detenzione arbitraria e del respingimento coatto. Il fatto che tale referto si palesi a poco a poco, come i lenti movimenti dell’indagine condotta da una figlia alle prese con la verità a lungo nascosta dal padre, contribuisce a trasformare una questione privata in una domanda decisiva per tutti. Le storie di Attilio Profeti, di Abeba, di Ilaria, del ragazzo etiope e di tutti gli altri protagonisti di questo bellissimo romanzo non forniscono soltanto lo scintillante tappeto letterario preposto al nostro godimento estetico, ci aiutano anche a rendere più intelligibile il dibattito sul diritto di cittadinanza degli stranieri o su come stabilire la relazione con il continente africano al di là degli automatismi che, tuttora, tendono invece a riconfermare logiche di tipo neocoloniale.

Corriere dell’Alto Adige, 14 settembre 2017, pubblicato col titolo: “Razzismo italiano”.

Sangue Giusto

Due narrazioni, una sola città

Piazza Walther

Narrazione è un termine molto inflazionato. Si incontra ovunque, forse perché più suggestivo dei suoi modesti corrispettivi referenziali. La speranza è che quanto viene narrato — e non semplicemente raccontato o esposto — affascini, persuada o comunque catturi un pubblico altrimenti sempre più distratto e apatico. Su Bolzano esistono almeno due narrazioni alternative e di recente si sono confrontate su canali diversi.

La prima è andata in onda alla televisione austriaca (Orf 2), grazie al servizio di Ines Pedoth intitolato «Mein Bozen». Ecco dunque l’immagine di una città in piena salute, riavutasi dal passato conflittuale che ha segnato la storia dell’Alto Adige-Südtirol, quindi orientata a coltivare tutte le sue virtù più scintillanti: bilinguismo diffuso, savoir-vivre, gente soddisfatta, sorridente, alla moda. Una Bolzano molto «Schickimicki», come dicono in Germania, narrata (voilà) soprattutto restando nel centro storico dei negozi e dei caffè, peraltro senza che la vista incroci mai richiedenti asilo o questuanti, e accennando solo di sfuggita alla parte posta oltre il fiume Talvera, dove ci si può addentrare giusto per considerare la fine che hanno fatto i superstiti delle semirurali e rifarsi subito la bocca con il gelato di un noto artigiano, nei paraggi di piazza Mazzini.

La seconda narrazione — diffusa perlopiù in rete — corrompe e incupisce l’idillio. Cittadini che si lamentano di tutto, in preda alla paura, alla rabbia, che non lesinano confronti tra un passato di quiete e un presente condannato allo sfacelo e al degrado, dando libero sfogo al razzismo nei confronti degli immigrati (esiste una pagina, involontariamente comica, intitolata «Bolzanistan»). Infaticabili, essi sono alla continua ricerca di spunti che mettano sotto accusa l’amministrazione, la quale sembra dare ragione a chi la rimprovera d’inefficienza e così dissemina le vie d’accesso al centro (lo stesso in cui, intanto, la Schickimickeria entra ed esce dai costosi negozi di scarpe con in mano un gelato artigianale) di barriere in cemento armato.

Com’è possibile che la medesima città, in fondo molto piccola, produca una tale bipolarità? Non è improbabile che il difetto consista proprio nel tentare di parlarne affidandosi a narrazioni celebrative o stigmatizzanti, che finiscono per risultare sfocate o nascondere una parte della realtà. Più che di narrazioni ad effetto, avremmo bisogno di descrizioni sobrie e magari anche di qualche critica circoscritta, senza esaltarci o abbatterci troppo.

Corriere dell’Alto Adige, 2 settembre 2017