Il machismo imperante

International_Womens_Day_1917

L’8 marzo, il giorno che celebra le donne, ha una inequivocabile valenza politica. La sua origine risale infatti a una manifestazione avvenuta proprio in quella data a San Pietroburgo nel 1917, dove un folto gruppo di donne scese in strada per richiedere la fine della guerra, quasi preconizzando l’affermazione di Carla Lonzi, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale, la quale ha scritto: «La guerra è stata da sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile». Alcuni storici ritengono che, visto il grande successo dell’iniziativa, quello fu anche l’inizio della fine dello zarismo e, più in generale, l’avvio della Rivoluzione di febbraio.

Ricordare l’ascendenza politica della festa ci è utile per comprendere la proposta avanzata da Brigitte Foppa (Verdi) con un’apposita mozione redatta al fine di valorizzare la presenza delle donne nelle istituzioni: «Seguendo l’esempio di Montecitorio — è scritto — si potrebbe allestire in Consiglio provinciale una “sala delle donne” che ospiti una piccola esposizione in cui dovranno trovare posto ed essere nominate le pioniere della politica altoatesina: sindache, consigliere provinciali, presidenti del Consiglio, assessore, e parlamentari». Il chiaro intento documentaristico ha poi un risvolto simbolico esplicitato dall’idea di appendere alcuni specchi nei quali le visitatrici dovrebbero immaginare se stesse nei ruoli dirigenziali declinati al femminile e sinora mai ricoperti.

La mozione di Foppa non ha però raccolto un consenso unanime. Le esponenti della destra tedesca hanno affermato di non scaldarsi all’idea. Secondo Myriam Atz Tammerle l’intento sarebbe irrealizzabile perché all’interno del Consiglio non è facile individuare un ambiente apposito. Nessun ideale, per quanto nobile, potrebbe insomma essere ospitato in un ripostiglio del Palazzo? Scontata poi l’ironia dei molti benaltristi pragmatici, in genere maschi alfa non di primo pelo, pronti a spargere il loro triste sarcasmo su qualsivoglia iniziativa simbolica che ponga le donne al centro dell’attenzione (e per di più davanti a degli specchi, dove sicuramente –—malignano — passano già molto tempo a truccarsi). La causa dell’uguaglianza, dicono sempre costoro, non va perseguita nei musei, bensì nella vita e nella competizione reale. Una forma di progressismo ipocrita che è la faccia più subdola, poiché nascosta, del machismo imperante.

Corriere dell’Alto Adige, 8 marzo 2017

Un’ostilità persistente

almirante_vittoria_sicilia_1971

Giorgio Almirante, storico leader del MSI

Il centrodestra locale assomiglia a un pugile spedito regolarmente al tappeto dopo ogni tornata elettorale, il quale prova tuttavia sempre a rialzarsi, a combattere ancora, finché crolla nuovamente sotto i colpi — neppure troppo irresistibili — degli avversari. La spiegazione del fallimento è sempre la stessa: si perde perché non c’è unità. Ma l’unità non è una formula magica che, appena pronunciata, è subito in grado di generare i suoi effetti. L’unità va cercata pazientemente, ha bisogno di essere elaborata avendo chiara la direzione nella quale ci si vuole muovere. Poi occorrono le persone giuste per guidare un tale processo, non certo personaggi già bocciati perché impegnati soprattutto a scambiarsi accuse e contumelie. A tale riguardo, non pare che il recente incontro organizzato dal circolo comunale «Il Nibbio» — al quale hanno partecipato alcuni esponenti o rappresentanti della frammentata galassia di centrodestra — abbia fornito significative novità. Già il fatto che le cronache si siano quasi più soffermate sugli assenti (Holzmann e Biancofiore) è indice che l’epoca dei personalismi è ancora ben lungi dall’essere terminata, risultando al contrario prolungata dall’immancabile scia di polemiche nelle quali sarebbe vano ricercare un contenuto concreto.

Il richiamo alla sostanza politica è forse l’elemento più sfuggente, soprattutto all’attenzione dei protagonisti in questione. Prima di convenire o dissentire sui temi che potrebbero creare i presupposti di alleanze o fusioni (sicurezza, ruolo degli italiani, immigrazione, solo per citare quelli più discussi), sarebbe infatti necessario venisse chiarita la contraddizione fatale che ha sempre incenerito ogni proposito di portare a coincidere le tendenze dell’elettorato di riferimento con le realistiche aspirazioni di governo.

Si tratta in realtà di una contraddizione piuttosto evidente, perché nutrita dal senso di persistente ostilità nei confronti del gruppo tedesco e delle ragioni fondanti dell’autonomia. Un po’ come rivendicare di assumere una posizione a «schiena dritta» senza però possedere neppure la spina dorsale, e dunque il midollo in cui dovrebbero aver sede i nervi necessari a percepire la natura particolare e composita dell’Alto Adige. Al pari della sospirata unità, però, anche nervi del genere non crescono semplicemente formulandone il mero auspicio. Occorre tempo, lavoro e soprattutto un’apposita cultura che faccia i conti con la situazione reale.

Corriere dell’Alto Adige, 1 marzo 2017

La cantina ammuffita

kerdonis

Per comprendere il senso del gesto compiuto dal senatore Francesco Palermo — la presentazione del disegno di legge sulla riforma dell’articolo 19 dello Statuto di autonomia per introdurre su base volontaria la possibilità di sezioni scolastiche nelle quali venga praticato l’insegnamento paritario dell’italiano e del tedesco — immaginiamoci un edificio dotato di cantina e terrazza.

In cantina sono riposti gli strumenti del nostro tradizionale convivere, i faticosi compromessi sempre sul punto di essere messi in discussione e quindi orientati verso ulteriori trattative, con i paletti posti alla libertà individuale da accordi e trattati, ovviamente in ossequio ai diritti dei rispettivi gruppi di appartenenza. Qui, però, troviamo pure qualche ingombrante e ammuffito ciarpame risalente a tempi passati, per esempio la questione dei cartelli di montagna, ai quali nessuno dice di tenere, ma che in realtà, appena se ne parla, scaldano gli animi più di una pentola a pressione. Sulla terrazza, invece, ecco finalmente il cielo aperto, dove tutto sembra possibile, i limiti vengono superati e la convivenza ha un profumo nuovo perché indica opportunità individuali. Basterebbe volerlo, basterebbe capire che in gioco non è più solo la difesa delle prerogative identitarie già note, peraltro inalienabili e non certo da sottoporre a inutili rischi, ma anche la competitività, la libertà, il futuro.

Giunto quasi alla fine del suo periodo romano, essendo piuttosto sicuro di non ricandidarsi, è probabile che Palermo abbia voluto salire in terrazza per dare almeno una piccola scossa, lasciare un ricordo del proprio lavoro segnalando che non si può morire di toponomastica o di discussioni su chi sarà destinato a rilevare il vice di un vice, perché è necessario rimettere al centro della discussione gli argomenti essenziali per chi vive nel nostro territorio. Purtroppo, ma non desta soverchia sorpresa, sembra che la scossa sia stata già riassorbita dal metabolismo politico al quale siamo abituati. Le prime dichiarazioni dei principali esponenti dei partiti — persino da parte di Elena Artioli, un tempo fiera paladina del plurilinguismo, ancorché da lei sempre frainteso come mistilinguismo — hanno fatto capire che per poter restare uguale a se stesso, a differenza della Sicilia di Tomasi di Lampedusa, qui tutto deve proprio rimanere inalterato il più a lungo possibile. Del resto, i tempi non sono mai maturi, dalla terrazza si può cadere. E allora è meglio stare un altro po’ chiusi in cantina.

Corriere dell’Alto Adige, 25 febbraio 2017

La sovranità fraintesa

Eduard Limonov

Nel recente discorso d’insediamento pronunciato da Giancarlo Bramante, nuovo capo della Procura di Bolzano, ha colpito un passaggio dedicato al crescente fenomeno di «disconoscimento della sovranità dello Stato» messo in atto da parte di alcuni imprenditori afflitti da debiti, i quali si sarebbero opposti alle previste procedure di pignoramento ricorrendo anche alla violenza o all’intimidazione nei confronti degli ufficiali giudiziari. Un aspetto preoccupante, secondo il giudizio di Bramante, perché tali comportamenti non risultano spontanei o casuali, ma traggono ispirazione dall’esistenza di un movimento ideologico — definito per l’appunto «sovranista» — che ha di mira la rifondazione dei rapporti di rappresentanza (e dunque di potere) tra cittadini e istituzioni.

Per spiegare cos’è il «sovranismo», cominciando così a gettare un po’ di luce sulle contraddizioni che lo spingono a farsi nemico dello Stato pur puntando a una sua completa rifondazione, può essere utile parafrasare un frammento di un articolo pubblicato dal portale «Appello al popolo» (rivista del «Fronte sovranista italiano»). Qui si illustra come gli effetti impoverenti della globalizzazione sul ceto medio occidentale, il senso di alienazione culturale causato dalle nuove ondate migratorie e la debolezza della risposta politica avrebbero ormai posto fuori gioco «la narrazione autoreferenziale delle élite». Così si è originata a una volontà di cambiamento — ovviamente definito come «vero» — costituita dall’incontro di una componente populista (dal lato della domanda) e una componente nazionalista (dal lato dell’offerta), al momento manifestata da un arcipelago di sigle («Fronte sovranista italiano», «Alternativa per l’Italia», «Riscossa Italia») tutte in cerca del grande balzo elettorale.

Quali sono dunque le contraddizioni che abitano una simile pluralità di istanze? Innanzi tutto l’impossibilità di neutralizzare problematiche globali fingendo che tale globalità non intacchi contesti più ristretti. Ma è soprattutto l’impulso a saltare qualsivoglia processo di mediazione democratica in nome di una sua supposta estensione incondizionata, fino a mettere in atto veri e propri tentativi di esautorare la normativa vigente, a destare i sospetti maggiori. Ogni modificazione dello Stato di diritto, infatti, dovrebbe avvenire sempre agendo sul piano delle leggi, non dichiarandone la destituzione in modo arbitrario.

Corriere dell’Alto Adige, 17 febbraio2017

Partecipazione a due velocità

hartung-2

All’inizio degli anni Settanta, in una canzone intitolata «La libertà», Giorgio Gaber spiegava che «la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero: libertà è partecipazione». Partecipare significa prendere parte, condividere, contribuire a estendere la responsabilità dei cittadini nei confronti della «res publica». L’applicazione in campo politico è palese, non è quindi un caso che il dibattito su quale sia la forma democratica più appetibile si avvalga ormai del continuo ricorso ad aggettivi quali «partecipativa» o «partecipata». Se cerchiamo di mettere a fuoco la tendenza locale, magari prendendo spunto dallo stato di salute di due assemblee — la prima allestita a livello provinciale, la seconda ristretta al capoluogo — comparabili proprio in base al metro del loro successo partecipativo, balza all’occhio una differenza innegabile. Su scala provinciale abbiamo da circa un anno la Convenzione per la riforma dello statuto di autonomia, della quale Riccardo Dello Sbarba — il consigliere dei Verdi che vi contribuisce più assiduamente — ha messo in luce i gravi difetti in un’intervista rilasciata al settimanale «Ff»: «Il processo partecipativo si è inceppato. Nel mare della politica la Convenzione è un’imbarcazione alla deriva. E, nel piccolo lago della Convenzione, è il Forum dei cento a essere un’imbarcazione alla deriva». In particolare, ha commentato ancora Dello Sbarba, proprio gli italiani avrebbero mancato l’appuntamento partecipativo. Sarebbe però miope concludere che è dunque «solo» colpa loro (anche se è vero: in primo luogo è colpa loro), perché tale defezione non può che avere poi dei riflessi negativi sull’impresa in generale.

Al contrario, è stato accolto da un grande successo il piano strategico per Bolzano voluto dal sindaco Caramaschi. La sala di rappresentanza in vicolo Gumer era esaurita in ogni ordine di posti. I quattro tavoli tematici hanno registrato un interesse elevato e numerosi iscritti. Possibile che tutti i bolzanini, e dunque gli italiani sfuggiti dal contenitore provinciale, si siano riversati in quello comunale? Evidentemente il bisogno di partecipare c’è, ma fatica a diventare complessivo, tende a spezzettarsi e soprattutto risente delle macro-divisioni che solcano ancora il nostro territorio in ambiti scarsamente comunicanti. Come se, insomma, abitassimo in stanze non solo separate, ma persino molto distanti.

Corriere dell’Alto Adige, 7 febbraio 2017

Idee nebulose contro il declino

bizzo-pallaver

Roberto Bizzo e Guenther Pallaver

In Alto Adige forse non esiste un tema più scivoloso da trattare del «disagio» degli italiani. Ecco così spiegata la necessità di ricorrere ai numeri, meglio se scaturiti da ricerche sociologiche fondate su metodologie statistiche, ritenuti indicatori di certezze, se non indiscutibili, almeno più solide delle semplici opinioni. Ma ecco allora anche un interessante slittamento terminologico, visto che ormai la questione del «disagio» si è trasformata in quella del «declino».

Di declino italiano si è parlato sabato scorso a Bolzano, nell’ambito di un convegno organizzato dal presidente del Consiglio provinciale Roberto Bizzo (Pd) e al quale hanno partecipato esperti quali Günther Pallaver, Antonio Scaglia e Luca Fazzi. Nelle intenzioni, il simposio puntava proprio a stabilire una connessione tra il piano dei bisogni effettivi, in base al quale tale declino risulterebbe certificato, e il loro possibile soddisfacimento nel quadro dell’elaborazione del nuovo Statuto di autonomia. Questa la sintesi fornita da Bizzo: «Il dato più significativo emerso per una corretta definizione della riforma del terzo Statuto dovrebbe prevedere un nuovo sistema governativo al fine di garantire la massima inclusione di tutti i gruppi linguistici nei processi decisionali».

Assodato il dato di partenza e scontata la ricetta della maggiore partecipazione (che però non si ottiene semplicemente evocandola), rimarrebbero da chiarire le vere cause del declino e, soprattutto, cosa significhi quel «nuovo sistema governativo» a proposito del quale spiace che proprio un politico di lungo corso come Roberto Bizzo non sia in grado di darcene un’idea appena meno sfocata.

Costretti a interpretare la riforma come magro auspicio, la sensazione che emerge è così piuttosto deludente. Per contrastare il declino, pare che gli italiani dispongano solo di un’appartenenza collettiva ottenuta con la somma dei propri difetti, quindi restino condannati a reiterare una malcelata e impotente invidia per quanti, invece, si sono imposti sfruttando il proprio radicamento e puntando su un sostanziale autogoverno: anche chi, per esempio, ripropone in modo rituale e ormai molto stancamente il tema dell’abolizione della proporzionale, è costretto a farlo non potendo affatto escludere che l’uguaglianza formale finisca per aggravare le disparità conclamate. Insomma, risulta assai difficile immaginarsi «un nuovo sistema governativo», qualsiasi cosa s’intenda, senza la premessa costituita da un nuovo approccio ai problemi della comunità locale.

Corriere dell’Alto Adige, 25 gennaio 2017

Le credenze pericolose

vaccino

Parlando di profilassi vaccinica si incontrano generalmente due tendenze, entrambe nocive. La prima trova ancoraggio nella sua diminuzione, motivata dalla crescente diffusione di opinioni apprensive a proposito degli effetti collaterali che i vaccini potrebbero comportare, oppure, variante di natura ideologica, dalla presupposizione che il loro consumo procuri vantaggio alle case farmaceutiche; la seconda, di segno opposto, corrisponde alle forti impennate delle vendite di prodotti immunizzanti allorché occasionalmente si propaga, anche in questo caso con dubbie motivazioni, la paura di una particolare epidemia.

Le tendenze descritte oscurano la semplice verità: la profilassi vaccinica costituisce una conquista irrinunciabile del progresso umano, ha salvato milioni di vite e contestarne l’efficacia (o esaltarla, ma solo in casi ritenuti eccezionali) contraddice i dati di fatto. Certo, al pari di ogni altro atto medico, anche le vaccinazioni non immunizzano dall’insorgenza di eventi avversi, ma la percentuale di subire un danno grave da vaccino è del tutto minoritaria rispetto alle dosi somministrate. Rimane perciò da chiarire da dove si origina lo scetticismo, il più delle volte corroborato da argomentazioni come quelle sostenute di recente dalle consigliere provinciali Elena Artioli e Brigitte Foppa, secondo le quali nessuna supposta evidenza scientifica può limitare la scelta di percorrere una via individuale alla ricerca della propria salute. Per farlo, si potrebbe citare qui il fenomeno cognitivo che gli psicologi chiamano «bias di conferma» (confirmation Bias), consistente nel dare esclusivo peso a informazioni che avallano le proprie convinzioni o ipotesi perché corrispondenti a forti emozioni o convinzioni radicate, indipendentemente da una possibile smentita su un più ampio piano sperimentale. Un po’ come chi è terrorizzato dall’idea di prendere un aereo, e per questo magari decide per un lungo e rischioso viaggio in macchina. «I nemici delle vaccinazioni — scriveva Karl Kraus già nel 1907 — hanno detto che a Vienna non è scoppiato il vaiolo, ma un’epidemia da vaccino. Ora, anche loro sanno valutare il valore della profilassi, ma la loro prudenza è un po’ esagerata: si prendono il vaiolo per proteggersi dal vaccino».

Contrastare il bias di conferma non è facile, perché purtroppo un vaccino contro le credenze radicate non è stato ancora inventato, e comunque troverebbe poi altri obiettori a contrastarlo.

Corriere dell’Alto Adige, 21 gennaio 2017