Una strana idea di inclusione

 

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Siamo in un Paese straniero, qualcosa non va per il verso giusto, ci hanno per esempio rubato soldi e documenti, dunque occorre contattare l’ufficio consolare. È probabile che tra i termini non intercorra soverchia parentela etimologica, eppure a quell’idea l’espatriato in affanno associa quella della consolazione, dell’essere risollevati da una caduta il cui senso resta scolpito per sempre nel sessantunesimo verso della Commedia di Dante: «Mentre ch’i’ rovinava in basso loco…». Il consolato, questo Virgilio burocratico, ci accoglie e ci rinfranca, ma soprattutto lì troveremo qualcuno in grado di parlare la nostra lingua, forse addirittura un impiegato proveniente dalla nostra stessa regione, che pronuncia le parole con la nostra inflessione; e allora tutto diventerà subito familiare, i problemi saranno risolti in un’atmosfera di casalinga benevolenza.

Saranno questi i motivi che avevano spinto il nuovo governo austriaco — in attesa di proseguire gli approfondimenti sul doppio passaporto — a dare vigore alla sua politica di inclusione nei confronti dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina offrendo loro la possibilità di rivolgersi ai propri consolati in caso di necessità? Il disegno di legge, intanto, è già stato ritirato, ma ha ovviamente fatto in tempo ad attirare il commento plaudente dei patrioti (si tratta di un provvedimento che «rafforza ulteriormente il legame e la funzione tutrice dell’Austria verso i sudtirolesi», secondo i Freiheitlichen) e le critiche di chi, come il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha parlato di un progetto «assolutamente non conforme alle norme Ue in materia di cittadinanza europea e in materia consolare, e del tutto contrario al diritto internazionale, oltre a essere assolutamente non in linea con la collaborazione che dovrebbe esistere tra Paesi europei».

In effetti, oltre all’eventuale vantaggio immediato di potersi rivolgere agli impiegati in tedesco, cosa sarebbe cambiato (o cambierebbe) nella sostanza? Le tutele finora garantite non hanno evidenziato lacune o mancanze di sorta. Al contrario, hanno contribuito a risolvere anche problemi spinosi, come ricorderanno certamente i due ragazzi venostani finiti in un carcere thailandese dopo aver oltraggiato alcune bandiere. In quel caso vennero «consolati» nonché assai bene assistiti dalla diplomazia italiana, nella persona di Lamberto Maria Moruzzi, e alla fine ne furono piuttosto contenti.

Corriere dell’Alto Adige, 20 aprile 2018

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Contrastare l’alienazione

Alberto Burri, Sacco e nero, 1954

Le elezioni provinciali di ottobre sono ancora lontane, già adesso però cominciano a delinearsi i primi elementi di una discussione che potrebbe condizionarne l’esito. In questo senso riveste sicuramente un significato particolare il ruolo che gli italiani sono ancora chiamati a giocare per contrastare una tendenza che, altrimenti, potrebbe cronicizzarsi in modo assai pericoloso, vale a dire quella della loro irrilevanza sul piano della rappresentanza politica. Se ne è parlato sabato scorso in una affollata assemblea organizzata dal presidente del Consiglio provinciale Roberto Bizzo (come noto fuoriuscito dal Partito democratico alla vigilia del voto del quattro marzo), alla quale ha partecipato, in qualità di analista, il senatore Francesco Palermo.

Proprio da un’affermazione di Palermo è utile partire per mettere subito il dito nella piaga: “Non esiste una regia dei cattivi tedeschi che terrebbe fuori dalla porta gli italiani in quanto tali, piuttosto osserviamo da tempo una naturale predisposizione dei gruppi ad isolarsi, a cercare il confronto al loro interno e quindi a non prendere in considerazione una comune strategia per il futuro di questa terra”. Possiamo allora chiederci in cosa consista il contributo positivo di una manifestazione come quella di sabato al fine di correggere tale predisposizione, tenendo conto del fatto che anche l’insolito moderatore – Elmar Pichler Rolle – ha ribadito di essere in effetti uno dei pochi “tedeschi” a sottolineare come solo da un confronto più assiduo e paritario sarebbe possibile consolidare il governo del Sudtirolo, sottraendolo così al pericolo delle derive populiste o alla rinascita dei nazionalismi (spesso due facce della stessa medaglia).

Minoritaria da parte tedesca, l’idea di un maggiore benessere della nostra autonomia in rapporto ad una più accentuata integrazione dei gruppi linguistici non sembra ovviamente destinata ad attingere un grande successo spingendo ulteriormente la decomposizione del quadro politico “italiano”. Ma neppure l’ipotesi di un apparentamento a sfondo etnico (il cosiddetto “partito degli italiani”) può essere sostenuta seriamente, almeno finché permane il quadro istituzionale vigente e le necessità sul piano locale verranno sempre diluite dalle logiche nazionali. L’unico sbocco ragionevole all’impasse resta quello individuato a suo tempo da chi intuì come alla creazione di società parallele in Alto Adige/Südtirol dovesse rispondere un movimento alternativo all’alienazione e all’indifferenza reciproca. C’è qualcuno, oggi, che si sente all’altezza di rilanciare una sfida del genere?

Corriere dell’Alto Adige, 14 aprile 2018

Poco entusiasmo, una ragione c’è

Achammer Minority Safepack

«Firma la petizione e rendi la Ue un luogo in cui ogni persona che appartiene a una minoranza autoctona o a un gruppo linguistico possa sentirsi a casa». L’esortazione ha portato i suoi frutti: le firme complessive sono già più di un milione. Per avere piena efficacia, tuttavia, l’iniziativa dovrà essere sostenuta entro oggi da almeno sette dei 28 Stati Ue nel rispetto della soglia minima prevista per ciascun Paese. Per l’Italia tale soglia è pari a 54.750 firme, e mentre scriviamo non è stata ancora toccata. Ma di cosa si tratta realmente, in quale modo cioè l’azione a sostegno delle minoranze europee è stata percepita e gestita nella nostra regione, che quasi per antonomasia fornisce tutele già formalmente riconosciute?

L’apposizione della firma, si legge nella pagina web che ha lanciato la petizione, comunica la volontà che venga rafforzata la diversità linguistica e siano ribaditi i diritti delle minoranze mediante iniziative legislative. Una proposta che può sembrarci ovvia, vivendo in un angolo di mondo da questo punto di vista piuttosto evoluto, ma che altrove, e per altrove s’intende ancora l’interno dei confini comunitari, non rappresenta un dato acquisito. Sarà insomma a causa dell’ovvietà se neppure nel perimetro più stretto del Trentino-Alto Adige si è riusciti a fornire un contributo sufficientemente largo alla raccolta delle firme? Sarebbe interessante, quando li avremo, confrontare i dati fra le due province autonome. Valga per intanto il principio preliminare secondo il quale solo chi è davvero toccato e minacciato è pronto a disturbarsi. Altrimenti prevale pigrizia e disinteresse.

Forse però esiste anche una motivazione più sottile. Soprattutto qui da noi, ovvero in un territorio in cui la giusta rivendicazione di maggiore protezione per le minoranze non è immune o comunque non è perfettamente discernibile da un atteggiamento di virulenta reazione identitaria, ogni tipo di iniziativa che non sia di ascendenza prettamente locale, che insomma sfoggi, oltre ai colori del borgo natio, anche quello di una costellazione transnazionale, viene vista con sufficienza, quando va bene, e persino con fastidio, quando va male. Non so se ciò valga per il Minority Safepack. Non è comunque un caso che quando le parole d’ordine sono da tempo diventate «l’Italia agli italiani» e «il Sudtirolo ai sudtirolesi», chi parla di minoranze senza esibire un accento sciovinistico non sembra avere un compito molto facile.

Corriere dell’Alto Adige, 3 aprile 2018

Skatepark, Lugano insegna

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Le recenti polemiche che hanno investito lo skatepark situato sui prati del Talvera esibiscono un tratto curioso. Sembra infatti che il dubbio principale concerna la sua stessa definizione: ci troviamo difronte a un mero impianto sportivo oppure a un luogo di aggregazione sui generis? Approfondendo un po’ la questione — osservando cioè cosa accade nei grandi centri nei quali la cultura degli skaters è più diffusa — diventa evidente come alla pratica di chi compie le evoluzioni sulla «tavola» si accompagni un vero e proprio modo di vivere. Gli skaters — ricopio una delle tante possibili descrizioni che li riguardano — «indossano felpe e pantaloni larghi, scarpe da ginnastica con suole di gomma che aderiscono bene e portano quasi sempre cappelli con la visiera. Sulle loro magliette c’è spesso un logo o una scritta: Skate and destroy, skate or die, skateboarding is not a crime». Certamente un fenomeno sociale articolato, più che un semplice sport. La questione allora si radicalizza: è interesse collettivo che la natura di un luogo del genere venga preservata, oppure — per ottemperare alle esigenze di sicurezza che secondo l’assessora Lorenzini, ma anche per i suoi frequentatori, sono diventate urgenti — occorre ridisegnarne in profondità la destinazione d’uso, trasformando per l’appunto lo skatepark in una specie di palestra a cielo aperto? È significativo che un membro del consiglio comunale da sempre vicino alla cultura degli skaters, e per di più appartenente allo stesso partito dell’assessora, vale a dire Tobias Planer, non abbia gradito troppo l’interpretazione restrittiva della collega: «Il Platza va trattato come un luogo importante di aggregazione, non come una palestra di squash, dove giochi mezz’ora e poi vai a casa». Forse, per risolvere l’impasse, non sarebbe male guardarsi un po’ attorno. Nella vicina Svizzera, per l’esattezza a Lugano, esiste un parco grande oltre 500 metri quadrati, teatro di gare, ma anche di eventi, concerti e di tutto ciò che ruota intorno alla cultura skate. Inaugurata nel 2002, la struttura è stata creata in collaborazione con gli utenti locali e ogni anno vi transitano circa 30.000 persone. Tra le prime recensioni del posto pescate su Tripadvisor si legge: «Mio figlio di 6 anni ci va spesso in mia compagnia. Devo dire che trovo sempre il posto accogliente, pulito e piacevole. I ragazzi che si allenano hanno tanto rispetto anche per i più piccoli e questo fa loro onore. Un grazie al comune di Lugano per la continua cura di tutte queste strutture».

Corriere dell’Alto Adige, 24 marzo 2018

Il lupo scomodo ci assomiglia

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Sembra che i sudtirolesi abbiano molta paura dei lupi. Adesso c’è anche una petizione online — promossa dall’assessore per l’agricoltura Schuler (Svp) — che chiede di «abbassare il livello di tutela» nei loro confronti o, detto altrimenti, di limitarne in modo drastico lo spazio vitale. In poche ore sono state raccolte migliaia di firme. Si tratta di una paura giustificata? È davvero necessario stringere la morsa, anche legislativa, attorno ad una creatura con la quale è stato dimostrato — accade in altre zone d’Italia con una presenza ben più numerosa di esemplari — che si può anche convivere in modo non così traumatico?

Sul tema della convivenza è opportuno ascoltare l’opinione di un esperto. Per lo scrittore e biologo Luigi Boitani, autore del libro «Dalla parte del lupo», pensare a un rapporto che non preveda il conflitto è pura utopia: «È come convivere con le autostrade — scrive — Ci saranno sempre delle vittime dettate dall’ignoranza delle leggi o dalle fatalità. L’obiettivo da raggiungere è quello di una coesistenza: non si può pensare di riservare tutto il territorio all’uomo o viceversa ai lupi». In tali parole si esprime una saggia equidistanza, chiamiamola pure razionale, rispetto a posizioni sentimentalmente estreme, quelle di chi è incline a una visione idealizzante dello stato ferino e quella di chi, al contrario, concepisce la natura selvaggia come mera riserva ritagliata in un paesaggio completamente antropizzato. Il lupo, invece, tende a sconfinare dai territori fisici e mentali che ci piacerebbe assegnargli, richiamandoci a un’osservazione dei limiti che anche noi, in primo luogo, dovremmo meglio calibrare e rispettare.

Parlare di limiti reintroduce dunque il discorso del prelievo controllato, eufemismo per dire uccisione. Se ne era parlato, senza pervenire poi ad alcun risultato immediato, nella Conferenza StatoRegioni, ed è questo evidentemente il motivo che ha portato Schuler a passare all’azione. Si tratta di un «Sonderweg» che vuole estendere la specialità sudtirolese fino alla licenza di sbarazzarsi di problemi irrisolti sul piano nazionale oppure di un’estremizzazione sbrigativa, per di più priva di effettiva urgenza? Possibile che non sia possibile trovare alternative in grado di evitare il ricorso agli abbattimenti? «Il lupo ci fa paura perché è troppo simile a noi», ha scritto ancora Boitani. E se è vero che «homo homini lupus», figuriamoci se potremmo risparmiare dalla mattanza chi ci assomiglia di più.

Corriere dell’Alto Adige, 16 marzo 2018

Rivoluzione di paradigma

Fontana Giallo

Per commentare il risultato elettorale in Alto Adige conviene partire da un’immagine. Lunedì mattina Maria Elena Boschi, prima di infilarsi nella Lancia Thema grigia e tornare nella capitale, ha salutato tutti con un laconico «ciao, a presto». Possiamo malignare su quanto «presto» la rivedremo qui, un fatto però è certo: né lei né Gianclaudio Bressa rappresentano adesso quel punto di riferimento affidabile sul quale la Svp, decisiva nella loro elezione, aveva riposto le attese. Il voto nazionale, infatti, ha vistosamente eroso il consenso dell’alleato storico della Stella Alpina, ridisegnando in profondità il paesaggio politico. Un partito navigato e pragmatico come la Svp è chiamato perciò a modellare i propri ragionamenti su tale cambiamento, traendo spunto da quanto accaduto.

Prima di correre il rischio di consultare la palla di vetro per capire cosa accadrà in una situazione così fluida, è opportuno innanzi tutto fotografare in modo accurato l’esistente, e provare a interpretare i dati del mutamento. Per quanto riguarda l’elezione dei rappresentanti che entreranno nel nuovo parlamento, alle spalle della Svp la scala delle preferenze con esplicito riferimento italiano suggerisce un’evidente rivoluzione di paradigma: il Pd è stato infatti scalzato dalla sua posizione di preminenza dalla Lega e, in proporzione ancora più ampia, dal M5S. Con una formula: alla tranquillizzante e controllabile dialettica sinistra/destra si è sovrapposta una nuova variabile, orientata da soggetti di matrice federalista, autonomista e capaci per giunta d’intercettare anche il voto interetnico, cioè oltre le linee di frattura alle quali siamo sempre stati sinora abituati. Dettaglio non da poco: si tratta dei due assi attorno ai quali si stanno esercitando tutte le ipotesi più accreditate di governo per il Paese.

Insomma, nonostante l’estremo sforzo di puntare ancora a una conservazione del quadro politico consolidato, persino nella nostra provincia si è determinato un sommovimento potenzialmente destabilizzante, sia per quanto concerne gli equilibri del «mondo di lingua italiana», sia anche a un livello più generale, ed ecco perché risulta molto interessante seguire la reazione che tale nuova variabile solleciterà all’interno della Südtiroler Volkspartei. In primo luogo a Roma, com’è ovvio, in vista della formazione del futuro esecutivo, ma con il dovuto rimbalzo anche tra Salorno e il Brennero, gettando quindi fin da adesso lo sguardo alle elezioni provinciali di ottobre.

Corriere dell’Alto Adige, 7 marzo 2018

La frontiera corre sempre nel mezzo

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In ricordo di Alessandro Leograndedi Giovanni Accardo

«Alessandro Leogrande era un intellettuale, lui l’avrebbe messo tra virgolette, come Sciascia, per schermirsi, ma noi possiamo fare a meno dell’ironia: il suo nome discende da Gaetano Salvemini, Alexander Langer, Carlo Levi. Loro riempivano le giornate di Alessandro, che intanto si dava da fare per buttare giù le frontiere e i naufragi, il caporalato e l’ignoranza, la malafede e le ingiustizie. Aveva quarant’anni, li aveva compiuti a maggio al Salone del libro di Torino dove era consulente e li aveva trascorsi lavorando, come sempre.» Con queste parole la scrittrice Nadia Terranova, sua carissima amica, ricorda lo scrittore e reporter Alessandro Leogrande, morto improvvisamente lo scorso 26 novembre. Su invito dell’associazione BZ1999, della Fondazione Langer e del liceo “Pascoli” era venuto a Bolzano nel dicembre 2013 per presentare il libro “Fumo sulla città”, conversando con Michele Buonerba, segretario provinciale della CISL/AGB, che così lo ricorda: «Quel libro era dedicato a un tema molto importante, il conflitto tra salute e lavoro, tema di strettissima attualità non solo nella martoriata Taranto, sua città d’origine, ma ovunque i residui della produzione industriale altamente inquinanti del ‘900 sono ancora presenti. Descrisse con una narrazione avvincente gli accadimenti economici e politici di Taranto che, come altre del mezzogiorno d’Italia, subì il ricatto occupazionale di un polo industriale dal quale dipendeva l’economia del territorio. Da allora con Alessandro era nata un’amicizia che si è interrotta con la sua prematura scomparsa e per la quale ho pianto come se avessi perso un fratello.»

Martedì 6 marzo, alle ore 18.00, al Centro Trevi di Bolzano, su invito della Biblioteca provinciale “C. Augusta”, in collaborazione con BZ1999, Fondazione Langer, liceo “Pascoli” e libreria Ubik, Alessandro Leogrande sarà ricordato in un incontro pubblico a cui parteciperanno la scrittrice Nadia Terranova, Michele Buonerba e il giornalista Gabriele Di Luca, che per primo ha avuto l’idea di questo incontro, dopo che nel 2016 aveva presentato l’ultimo libro dello scrittore, “La frontiera”, in cui si parla anche di Bolzano, visto che proprio nella nostra città Leogrande aveva ritrovato Shorsh, un suo amico curdo irakeno che nel 1998, in una casa di studenti universitari a Roma, gli aveva mostrato un video dei gas usati da Saddamm Hussein nella città curda di Halabja, provocando lo sterminio di tutti i suoi abitanti. Shorsh, prima di avviare il video, dice che quello che vedranno “riguarda noi”, cioè i curdi, ma per Leogrande quelle immagini oscene e violente, come le definisce, riguardano lui e tutti noi, si appellano al nostro senso di responsabilità. E difatti lo segnano profondamente, da quella sera comincia a interrogarsi su coloro che scappano dalle dittature, dalle guerre, dalla fame. «Per la prima volta ebbi la sensazione di quanto fosse difficile capire la vita prima del viaggio, l’ammasso di eventi che precede ogni partenza, per decine, centinaia di migliaia di migranti che si riversano ai confini della frontiera europea», scrive nel suo libro.

«Alessandro Leogrande è stato un intellettuale vero, prezioso, indispensabile in tempi come questi. Le sue doti più grandi erano la sicurezza del metodo investigativo, la chiarezza espositiva e la sua ferma posizione ideale a favore degli ultimi della terra. Nel mare sterminato delle notizie che strattonano la verità e fanno annegare i lettori, le sue pagine erano e sono come una mano tesa, che ci tira su e prova a salvarci», mi dice con parole sinceramente commosse Gabriele Di Luca.

Leogrande collaborava con vari giornali e riviste, aveva diversi progetti in corso, tra cui quello di far tradurre in albanese alcuni scritti di Alexander Langer dalla casa editrice che aveva tradotto in Albania il suo libro “Il naufragio”, in cui racconta la vicenda della motovedetta albanese che nel 1997 venne speronata da una corvetta della Marina militare italiana, provocando la morte di 57 persone. Langer, infatti, agli inizi degli anni ’90 era stato presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con l’Albania e aveva seguito la protesta degli studenti universitari e poi l’ondata migratoria verso l’Italia, scrivendo diversi articoli e un vero e proprio diario. Anche di questo progetto si parlerà nell’incontro di martedì.

Leogrande Evento