Molto cuore e poco futuro

Durni e compagnia

Quando pensiamo all’Austria e al Sudtirolo ci viene in mente sempre una parola: Herzensanliegen, o anche Herzensache. Faccenda di cuore, insomma, con tutto ciò che ne consegue.

I parlamentari austriaci hanno dedicato alla questione cardiaca le ultime sedute prima della pausa estiva. L’occasione era data dalla celebrazione del venticinquesimo anniversario della quietanza liberatoria (da noi ampiamente festeggiata a Merano). Gli interventi che si sono succeduti, con le inevitabili sfumature dovute all’ispirazione dei diversi partiti politici, hanno perlopiù sparso abbondante miele sulla ferita storica. Con l’inevitabile amarognolo ricordatoci dai Freiheitlichen di Strache e Neubauer, i quali ovviamente hanno parlato di «unità tirolese», da intendere sempre come secessione dall’Italia. Quello che però c’è da chiedersi è se, oltre al miele e all’amarognolo, è possibile cavare da un simile effluvio di parole rituali anche qualcosa di più sostanzioso. Per farlo il cuore serve a poco (tanto quello batte comunque) e occorrerebbe in effetti l’organo posizionato nella scatola cranica. Il cervello, diversamente dal cuore, non si muove da solo, ma quando pensa produce uno sforzo d’intensità variabile a seconda degli stimoli che riceve.

Commentiamo allora la fotografia che mostrava i nostri Knoll, Atz e Durnwalder intenti a seguire gli oratori. Il trio è significativo, perché traccia una linea di relativa continuità tra due diversi tipi di passato affacciati sul medesimo vuoto di futuro. Leggere il pensiero dei primi due, esponenti di Süd-Tiroler Freiheit, non è difficile. Per loro il futuro coincide esattamente con il passato, e la chiusura della questione sudtirolese non è che una variazione sul tema della sua inesausta riproposizione. L’anno da rivivere costantemente è il 1918, un anno congelato con orrore nella memoria patriottica e al quale vorrebbero costantemente tornare, come se tutto ciò che l’ha seguito non avesse portato anche qualcosa di buono. Ma neppure l’ex Landeshauptmann è messo meglio, a ben vedere. Le cronache delle sedute della Convenzione per la riforma dell’autonomia, nelle quali si è reso protagonista, ce l’hanno mostrato come nostalgico emulo di Magnago sul podio di Castel Firmiano, anche lui congelato nel grido «Los von Trient!».

Se a Vienna batte il cuore, si potrebbe sintetizzare, a Bolzano a volte il cervello pare offuscato in perpetue rivisitazioni del passato che non passa.

Corriere dell’Alto Adige, 1 luglio 2017

Accoglienza e buone maniere

bolzano-rifugiati

In un libro che tutti gli amministratori italiani dovrebbero leggere — «Rifugiati. Conversazioni su frontiere, politica e diritti» (Edizioni Gruppo Abele) — il vicepresidente dell’Arci ed esperto di problematiche legate alle migrazioni Filippo Miraglia ha spiegato con parole inequivocabili perché la soluzione offerta dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) sia, nell’attuale passaggio storico, da preferire a tutte le altre. Vale la pena citarne un brano per esteso: «Quando arriva la famiglia gli viene affidata la chiave dell’appartamento; c’è un operatore che la segue fin dall’inizio, le spiega le regole, le fa firmare un contratto di accoglienza. E i profughi fin dal primo giorno cucinano, vanno a fare la spesa: all’inizio accompagnati, poi piano piano in maniera più autonoma, perché deve essere un’accoglienza finalizzata a ripristinare condizioni di vita normali e un radicamento nel territorio».

Date tali premesse, va salutata con soddisfazione la decisione della giunta bolzanina di aderire finalmente al programma. Un gesto basato sul buon senso, sul riconoscimento delle migliori pratiche e, non ultimo, sulla concreta speranza che l’esempio venga seguito da più Comuni limitrofi possibili, in modo da avere quella distribuzione sul territorio che alleggerirebbe il capoluogo dal concentramento riscontrato nei mesi passati (con effetti deleteri sia dal punto di vista degli stessi richiedenti asilo, sia nella percezione della popolazione locale).

Un’altra buona notizia arriva da Laives. Dopo quasi un anno di tira e molla, finalmente il Comune guidato dal sindaco Bianchi aprirà un piccolo centro di accoglienza organizzato secondo le prerogative Sprar. Alle obiezioni mossegli da alcuni cittadini, che lo hanno accusato di non mantenere la linea dura auspicata, Bianchi ha risposto con pragmatismo e senso istituzionale. Non era scontato, soprattutto tenendo conto della base del suo elettorato.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Il rifiuto di ospitare anche una quota minima di richiedenti asilo da parte di alcune località ricchissime, come Corvara e Caldaro — parliamo di accoglienza e non del Centro per i rimpatri, altra partita aperta — indica che la ragionevolezza e la solidarietà non sono purtroppo una dotazione standard. Per citare Schopenhauer, «l’egoismo ispira un tale orrore che abbiano inventato le buone maniere per nasconderlo, ma traspare attraverso tutti i veli e si tradisce in ogni occasione». Corvara e Caldaro, evidentemente, eccellono in buone maniere.

Corriere dell’Alto Adige, 22 giugno 2017

Come far scoppiare la bolla monolingue

Bolla

La politica non è la causa esclusiva del nostro mancato bilinguismo, ma potrebbe aiutarci a migliorarne i presupposti. Analisi di un paradosso apparente.

1. Poco bilinguismo? La responsabilità è (anche) personale

Il secondo studio sullo stato del bilinguismo tra i giovani di 17 anni in Alto Adige/Südtirol, pubblicato dall’Eurac (Kolipsi 2), ha suscitato il prevedibile clamore che viene riservato alle cattive notizie. Dirò subito che la prevedibilità rischia già di scivolare nel metabolismo riservato a tutte le notizie di questo genere (se ne parla, appunto, per un paio di settimane, poi sempre meno, quindi non ci si fa più caso e tutto torna come prima). Appare quindi opportuno cogliere l’occasione della presente “finestra di dibattito” per fissare almeno alcuni punti dai quali sarebbe utile ripartire, in modo da non commettere più gli errori che siamo soliti fare affrontando simili questioni, errori che – fra l’altro – hanno il demerito di stancarci, di frustrarci e di farci ritenere che saremo per sempre condannati a pensare che il “migliore modello di autonomia al mondo” si regga necessariamente su un progetto di convivenza a scartamento ridotto.

Quanto leggiamo nelle conclusioni di quello studio, vale a dire l’invito a praticare le lingue al di fuori del contesto scolastico, propende infatti ad essere ancora una volta frainteso. Abbiamo subito visto ridestarsi subito i lamenti e i proclami. Dobbiamo farla finita col “sistema di gabbie” che caratterizza la società altoatesina e sudtirolese nel suo complesso! Eppure, dire “sistema di gabbie”, oggi, ha davvero ancora senso? Posto che tali gabbie esistano, chi ne detiene le chiavi? La risposta più facile, e che sentiamo più spesso, è: la politica. Del resto, una risposta buona per spiegare qualsiasi responsabilità. Siamo tutti più poveri? Colpa della politica. Finiamo imbottigliati nel traffico? Colpa della politica. Sentiamo un petardo, abbiamo paura, scappiamo e ci tagliamo con dei vetri di bottiglia lasciati cadere per terra? Colpa della politica. Piove? Governo ladro.

Che la politica abbia anche delle responsabilità è chiarissimo. Un’autonomia impostata sulla divisione dei gruppi linguistici in ambiti sensibili (come ad esempio la scuola) tende ovviamente a creare una società divisa. Ma lo studio Kolipsi ci dice per l’appunto che se la scuola non basta a promuovere competenza plurilinguistica di un certo tipo, allora le soluzioni vanno cercate oltre i suoi cancelli. E qui la politica ha o potrebbe comunque avere meno presa. Perché oltre i cancelli della scuola chiunque potrebbe procacciarsi occasioni di apprendimento e di contatto al fine di raggiungere ciò che dentro quei cancelli non è possibile ottenere. Se io sto tutto il giorno su Facebook chi mi impedisce di conoscere il o la tal dei tali, abitante a due o dieci o venti chilometri da casa mia, parlante un’altra lingua, e di invitarlo o invitarla a prendere un caffè? Chi mi impedisce di usare tutti gli strumenti mediatici a mia disposizione per fare esercizio ed entrare in contatto con l’altra cultura? Chi mi impedisce, infine, di prendere parte ad attività, entrare in associazioni, gestire insomma tutto il mio tempo libero scegliendo consapevolmente di impegnarmi in prima persona per colmare le lacune che la scuola non riesce a colmare?

Non è vero che in Alto Adige/Südtirol tutto è diviso. Spazi in cui intersecare esperienze ci sono, non vengono però sfruttati. E non vengono sfruttati soprattutto per pigrizia, per disinteresse, per abitudine. Si vorrebbe delegare tutto alla scuola, perché crediamo che soltanto essendo obbligati a fare certe cose poi le facciamo davvero. La verità è più banale: nessun obbligo riuscirà mai a convincerci di fare una cosa, se quella cosa non la vogliamo fare. Il bilinguismo, in Alto Adige/Südtirol, è sviluppato poco perché la maggioranza delle persone non ha il coraggio, o per meglio dire la volontà di perforare la bolla monolingue nella quale perlopiù vive. E dire che è tutta colpa della politica (una politica peraltro scelta, puntualmente, da chi se ne lamenta) è il modo migliore per non affrontare mai il problema assumendosi finalmente le proprie responsabilità.

½. Intermezzo: perché i ladini sono più plurilingui degli altri?

Lo si sente dire spesso: basterebbe fare come i ladini, adottare cioè il loro modello scolastico, che prevede l’insegnamento paritetico dell’italiano e del tedesco (con l’aggiunta di una manciata di ore nella madrelingua badiota o gardenese). In realtà, anche per i ladini – meno gravati comunque dal peso della storia conflittuale che ha opposto la cultura tedesca con quella italiana, e non è una differenza di poco conto – vale il principio secondo il quale le lingue si apprendono, praticandole, al di fuori del contesto scolastico. I ladini sono infatti gli unici che non possono ricorrere strutturalmente al proprio idioma se vogliono essere compresi e dunque comunicare con gli “altri”. È questo, a ben vedere, ciò che li rende più duttili: la necessità dettata dall’ignoranza altrui. Il modello paritetico, di per sé, non funzionerebbe senza l’esistenza di un contesto d’uso in cui le due lingue apprese a scuola possono essere effettivamente parlate: al di fuori delle loro valli e grazie alle migliaia di turisti (di lingua italiana e tedesca) che li vanno a trovare.

2. Più bilinguismo? Occorre che la politica se ne assuma la responsabilità

Quanto precede, tuttavia, ha bisogno di un’integrazione. Anche se insomma è vero, o almeno a me pare vero, che a difettare sia soprattutto la volontà di uscire dalla propria bolla monolinguistica, specialmente in ambito extra-scolastico, non ci possiamo certo limitare a prenderne atto con rassegnazione. Un’analisi più dettagliata e differenziata mostra infatti che la politica, messa tra parentesi come causa determinante di una condizione di deficit individuale, potrebbe tornare utile proprio per correggere una simile deriva.

A Bolzano, dove vivono in prevalenza gli italiani, la lingua della comunicazione è in buona sostanza l’idioma nazionale (i tedeschi si adattano, anche se a farlo è in particolare la popolazione adulta, o quei pendolari che hanno l’occasione di passare la giornata in città). Il discorso s’inverte in periferia, cioè nella valli. Qui gli italiani sono ormai quasi completamente assenti e sono pochi i bolzanini che frequentano assiduamente quei posti in modo da esportare la loro lingua o praticare il tedesco, che vi si parla in larghissima maggioranza. La cosa è ancora più estrema per quanto riguarda i giovani in età scolare, che dunque vengono socializzati in un contesto educativo pressoché monolingue, finendo per rimanere chiusi nelle proprie abitudini. Affidare esclusivamente all’iniziativa personale e privata il compito di spezzare il circolo vizioso non basta, anche se resta il modo più utile nell’immediato, visto che concerne gli aspetti motivazionali.

A questo punto va posta quindi la domanda su cosa sia possibile fare, a livello collettivo, adottando una prospettiva che chiama necessariamente in causa anche scelte extra-soggettive. È evidente che sarebbe necessario qualificare tale tendenza come un problema vero, da affrontare in modo non ideologico. Se la conquista maggiore dell’autonomia si riassume nel benessere diffuso derivante dall’abbassamento della soglia del conflitto etnico (per merito anche di una relativa “separatezza” dei gruppi, vedi per esempio dispositivi come la proporzionale), dovrebbe altresì essere chiaro che la nostra prosperità futura dipende da un innalzamento del livello di cooperazione, in primo luogo mediante una crescita del plurilinguismo in grado di generare maggiori e più eque opportunità di lavoro, nonché, sul piano culturale, una sensazione di appartenenza al medesimo territorio da parte di chiunque lo abiti (senza asimmetrie, recriminazioni o, peggio, parziali rifiuti).

Ciò che manca, è una regia panoramica, una visione guida (Leitbild, termine che andava di moda qualche tempo fa) per un Alto Adige/Südtirol plurilingue e pluriculturale non solo di nome, ma anche di fatto. È inammissibile che ancora oggi ci siano dei giovani (soprattutto di lingua italiana) che non scorgono nella terra in cui sono nati possibilità di realizzazione perché, così dicono, il bilinguismo è un traguardo non solo troppo faticoso da raggiungere, ma addirittura inutile (danno per esempio la colpa al dialetto che impedirebbe loro di usare il tedesco appreso a scuola). Parimenti, è inammissibile che ragazze e ragazzi tedeschi, specialmente nelle valli, sappiano l’italiano peggio dei loro genitori, perché magari proprio dai genitori, a casa, sentono che in futuro la provincia non sarà più italiana e quindi anche l’italiano non sarà più necessario.

Occorre lottare contro simili atteggiamenti con grande determinazione, sforzarsi di indebolirli in tutti i modi, essendo consapevoli che finora, anche quando ci sembrava di averlo fatto, o si diceva che lo si stava facendo, in realtà non lo si è mai fatto abbastanza, e soprattutto non a vantaggio di tutti. La necessità di agire (una volta riconosciuta come tale, e ciò non è affatto scontato) implica interventi di vario tipo: nella scuola, certamente, non accontentandosi però di ricorrere a slogan spesso generici (la “scuola bilingue” o altre ricette miracolose che in un attimo risolverebbero ogni problema), ma anche al di fuori (come suggerisce lo studio Kolipsi) e in pratica in ogni luogo, in ogni snodo della società in cui possa finalmente accadere quello che adesso accade in modo troppo sporadico e non sistematico.

La minoranza più scomoda

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La denominazione corretta è Rom e Sinti, ma perlopiù la vulgata li definisce come «zingari», termine purtroppo quasi esclusivamente carico di connotazioni negative. Pescando nel cesto senza fondo dei pregiudizi troviamo di solito affermazioni come queste: gli zingari sono tutti ladri, rubano i bambini e per compenso ricevono la casa gratis. Mai visti al pari di un qualsiasi altro gruppo di individui, ovviamente caratterizzato da esempi positivi e negativi, per loro non ci si vergogna di ragionare all’ingrosso, e così quasi ovunque si parla di un «problema» da risolvere mediante l’estinzione sistematica (come accadde negli anni dei fascismi) o la rimozione forzata.

Il peccato originario che — come un vero e proprio stigma  — perseguita tali popolazioni consiste paradossalmente nell’essere il primo modello di veri europei: senza uno Stato particolare di riferimento, senza un esercito e inclini a una mobilità che contraddice in modo drastico la logica nazionalista responsabile di aver lavorato il profilo del continente durante il XIX secolo. Da questo punto di vista, com’è stato chiarito dal meritevole convegno organizzato dalle antropologhe Paola Trevisan e Elisabeth Tauber, tenutosi alla Lub, il destino di emarginazione o negazione violenta della loro identità — voluto dalla monarchia asburgica, dal fascismo e dal nazismo — rappresenta una perfetta cartina di tornasole per ottenere un disarmante ritratto delle nostre società, di ciò che riteniamo in modo semplicistico essere la nostra esclusiva cultura. L’analisi approfondita del concetto di cultura, che non può fare a meno di comprendere l’eterogeneità e l’irriducibilità delle sue diverse componenti, trae dall’esperienza dei Rom e dei Sinti un contributo essenziale per la decostruzione della mitologia dell’appartenenza, con la quale vorremmo sempre livellare ogni «diverso».

Non è allora un caso che, pure in una regione in teoria abituata a vedere nelle minoranze e nella loro tutela il proprio tratto distintivo, l’assenza di una documentazione specifica sulle pratiche storiche di annientamento dei nomadi si nutra anche con la perdurante incapacità di riconoscerne la presenza storica sul territorio. Poche e benemerite realtà si oppongono alla tendenza generalizzata. Lo fa, ad esempio, l’associazione «La Strada – Der Weg» che ha organizzato una conferenza sulla cultura sinta al centro culturale Lovera. Si tratta d’importanti gocce di consapevolezza in un mare di perdurante ignoranza.

Corriere dell’Alto Adige, 14 giugno 2017

I libri di Lang nella cabina

Lang cabina biblioteca

A prima vista nessuno tenderebbe a collegare Roland Lang, l’inesauribile animatore delle iniziative dello Heimatbund, a qualcosa che non sia il rimestare nella storia locale, la litania sull’ingiusto confine, la rimembranza dei vari martiri della patria (in lui declinata ancora nel senso del Vaterland austriaco), insomma il consueto rosario di eventi e personaggi celebrati o stigmatizzati, snocciolato con il calendario alla mano. Ha destato quindi se non altro curiosità la sua lode a un’iniziativa della consigliera comunale Corinna Lorenzi (Verdi), ossia l’allestimento di una piccola biblioteca tascabile ricavata in una cabina telefonica in disuso in piazza Ziller. Lode inoltre provvista, nel comunicato stampa, di citazione assai rilevante: «Un libro dev’essere come un’ascia per il mare ghiacciato dentro di noi» (Franz Kafka)

Prima di dedicarci all’interpretazione di cosa sia, nella prospettiva di Lang, il mare ghiacciato da rompere con l’ascia di un libro, facciamo un breve excursus. Visitiamo altre celebri frasi pronunciate o scritte da grandi artisti sulla lettura o sui libri, per ritagliare una possibile indicazione sull’uso di questa benemerita iniziativa. «Leggere è come pensare, come pregare, come parlare con un amico, come esporre le tue idee, come ascoltare le idee degli altri, come ascoltare musica (sì, sì), come contemplare un paesaggio, come uscire a fare una passeggiata sulla spiaggia» (Roberto Bolaño); «Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo» (Gianni Rodari). In tali citazioni riluce la possibilità, ricavata incontrando magari un volume o un autore del quale non sospettavamo neppure l’esistenza, di evadere dalla ricorsività dei nostri pensieri, di abbandonare (seppure solo mediante l’immaginazione) quella prigione dell’io nella quale siamo inevitabilmente rinchiusi se le modalità della nostra esperienza non si aprono anche al fittizio, all’ipotetico, o alla prospettiva donataci da altri punti di vista.

Ma torniamo a Lang. Quali sono i libri che ha portato subito nella cabina telefonica? Testi sull’indipendentismo veneto, sugli attentati legati alla stagione del terrorismo sudtirolese e il medesimo repertorio di sempre. Auguriamoci che, in cambio, abbia almeno preso una guida a un’isola tropicale, un trattato medico sulle insolazioni oppure una novella erotica (very hot). Altrimenti, hai voglia di picchiare con l’ascia su quel mare, non s’incrinerebbe neppure dopo mille colpi.

Corriere dell’Alto Adige, 3 giugno 2017

Un pasticcio gestito male

ramadan

Sul caso legato al mancato arrivo a Bolzano dello scrittore e accademico musulmano Tariq Ramadan adesso è persino possibile fare ironia giocando sul suo cognome: ne è sorto infatti un grande Ambaradan. Oppure, rifacendoci al titolo di un famoso libro di Carlo Emilio Gadda, un pasticciaccio, un «nodo, o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuole dire gomitolo». Al fine di dipanare un po’ la matassa, ecco intanto i due temi principali dell’intrico: l’intellettuale ambiguo, il cattivo maestro — troppo filoislamico per gli occidentali e troppo riformatore per gli islamici — e la critica al Centro per la pace mossa dalla destra cittadina, che ha preso di mira sia i suoi finanziamenti, sia la sua intimità con l’istituzione comunale. In breve: il malumore nei confronti del Centro sobbolliva da tempo, ma l’occasione propizia per mostrarlo è giunta soltanto adesso, al cospetto di una figura che, per la risonanza internazionale e la sua collocazione ideale, si prestava benissimo a smuovere le polemiche.

Riguardo al primo punto — se cioè Ramadan sia un intellettuale ambiguo, controverso e perciò da ostracizzare — la risposta può restare aperta. Sicuramente il suo pensiero risulta complesso, ricco di sfaccettature che non consentono l’attivazione di classificazioni semplici o immediatamente comprensibili. Per giudicarlo, insomma, non ci possiamo sottrarre alla fatica di ascoltare i suoi ragionamenti per intero o di leggerlo con attenzione. Del resto, è lo stesso sindaco Caramaschi, dopo un tardivo approfondimento, a essersi ricreduto dichiarando candidamente: «Adesso l’avrei incontrato». Sono però proprio le modalità dell’incontro — che può essere informale o istituzionale, vista la carica da lui ricoperta — a farci intravvedere il passaggio al secondo nodo della vicenda. In effetti, se anziché essere patrocinate e finanziate interamente dal Comune, le attività del Centro per la pace risultassero libere da qualsiasi condizionamento istituzionale, ci sarebbe stata probabilmente maggiore libertà di movimento. Vero è che il patrocinio e il finanziamento ha consentito che venissero organizzati incontri di altissimo livello. Ma così ci hanno rimesso un po’ tutti: il sindaco e gli organizzatori — per non essersi mostrati pienamente consapevoli di quanto sarebbe accaduto — e la città, che si è dimostrata inospitale nei confronti di un pensatore discusso, ma insieme al quale, proprio per questo motivo, sarebbe stato interessante e utile discutere.

Corriere dell’Alto Adige, 24 maggio 2017

L’altra faccia del silenzio

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Ognuno conosce il «Werther» di Goethe, il suo sfortunato amore per Charlotte e l’epilogo, con il suicidio del protagonista. Forse è meno noto che di un vero e proprio «effetto Werther» si parla, in ambito sociologico e psichiatrico, a proposito del fenomeno emulativo, allorché viene diffusa la notizia di un gesto così estremo. Sono perciò gli stessi specialisti che si occupano di tali tristissime storie a raccomandare il massimo riserbo.

Il silenzio e la prudenza possono tuttavia rivelarsi un corsetto troppo stretto davanti a un incremento sensibile di suicidi registrati in un breve lasso di tempo (negli ultimi sei mesi ben otto casi tra val Pusteria e valle Isarco). Ciò soprattutto tenendo conto che l’enorme estensione della superficie informativa della quale oggi disponiamo, grazie al web, finisce ugualmente per far circolare notizie un tempo ben più facilmente controllabili. Il problema non è più dunque circoscritto solo all’alternativa del parlarne o meno, ma riguarda in concreto le modalità con le quali gli intricatissimi nodi del disagio psichico possono essere sciolti se le attuali mani, diventate moltissime, si rivelassero poi non competenti.

A proposito di soggetti competenti: intervistato dal portale online «Salto», il primario del servizio psichiatrico di Brunico, Roger Pycha, ha lamentato la soppressione di un progetto di autopsia psicologica che era servito proprio a illuminare circostanze e motivazioni di molti decessi violenti. L’obiettivo delle perizie post-mortem è di fatto l’unico metodo per ricostruire il quadro psicologico e sociale utile all’individuazione di cause altrimenti disperse in una ridda di ipotesi e conclusioni condannate a restare troppo vaghe, pur sapendo come neppure l’indagine più accurata possa determinare con esattezza la dinamica per cui una persona è portata a togliersi la vita. «Se il progetto fosse ancora attivo — ha affermato Pycha — ci sarebbe la possibilità di risalire in modo ben più obiettivo e accurato dal punto di vista scientifico alle circostanze che hanno causato la morte degli otto ragazzi e stabilire se, per esempio, ci troviamo davanti a un nuovo gruppo a rischio». Attrezzarsi per passare da una strategia del silenzio a una che si adatti all’epoca nella quale viviamo, e sempre più vivremo, richiede uno sforzo di notevole intensità. Sarebbe perciò almeno indispensabile dotarsi dei migliori strumenti utili ad affrontare la complessità di un tema così delicato.

Corriere dell’Alto Adige, 19 maggio 2017