Emogramma del nostro razzismo

Francesca Melandri

Francesca Melandri, fotografia di Carlo Traina

Dopo il grande successo di “Eva dorme” (Mondadori, 2010) e “Più alto del mare” (Rizzoli, 2010), Francesca Melandri torna oggi in libreria con un romanzo di grandi dimensioni e di ampie ambizioni.

Sangue giusto” (ancora per Rizzoli, 2017, pagine 527) segue l’impostazione conosciuta – vale a dire quella di proiettare le vicende relative ai protagonisti sullo sfondo della grande storia – ma stavolta il sofisticato meccanismo ad incastri è concepito in modo ancora più esplicito per illuminare in senso politico gli eventi contemporanei (il fenomeno migratorio che da anni tiene banco nelle cronache e impegna le agende politiche degli stati), fornendone al contempo una chiave d’interpretazione archeologica e prospettica. Libro che dunque muove da uno scavo biografico (corrispondente al piano, più stretto, della finzione letteraria), si allarga a coinvolgere ampie porzioni di una esperienza collettiva in gran parte rimossa (gli anni del colonialismo italiano in Etiopia: 1936-1941) e infine si accredita come possente esempio di letteratura civile, non scadendo nello schematismo ideologico che divide il mondo in buoni e cattivi.

Senza citare i nodi attorno ai quali si sviluppa la trama – lasciamo ai lettori il piacere della scoperta –, è forse opportuno insistere ancora sul plesso di storia e narrazione, cioè sui limiti esercitati reciprocamente da questi due aspetti. In una riflessione che riassume la sua poetica, l’autrice ha scritto: “I limiti sono il grano di sabbia attorno al quale l’ostrica creerà la perla. Un danzatore su un palco vuoto con totale libertà di movimento è senza punti di riferimento; diamogli una sedia magari insieme all’obbligo di non staccarsene e inventerà una formidabile coreografia” (F. Melandri, “Raccontami una storia”, in “Storia e narrazione in Alto Adige/Südtirol”, a cura di A. Costazza e C. Romeo, edizioni alphabeta verlag, 2017). La sfida della creazione deve allora essere compresa come il tentativo di mantenere sempre saldo il punto d’equilibrio tra caratterizzazione individuale e significato universale, mostrandone tutti gli intrecci possibili. Sfida che ci pare sia stata vinta in modo brillante, purché si sappia apprezzare il ritmo largo del tempo presupposto ad eseguire la lettura, assumendo cioè le digressioni e le diramazioni che intersecano il ritratto dei protagonisti come strumenti della loro progressiva manifestazione. Fino alla sorpresa conclusiva.

Se il titolo di un libro serve a condensarlo in un’immagine, possiamo intanto dire che “Sangue giusto” rappresenta un compiuto emogramma del razzismo italiano: toglie il velo su vicende apparentemente sepolte (basti pensare a particolari raccapriccianti come l’uso dei gas sulle popolazioni invase o al ricorso fin troppo disinvolto della violenza sessuale, non raramente alla base del fenomeno del “madamato”), e ritrae la nostra persistente incapacità di riconoscere piena dignità umana ai migranti di pelle scura, allorché essi vengono descritti quali pericolosi elementi di disturbo sociale (o per l’appunto, persino come minacciosi agenti di inquinamento del sangue) da reprimere mediante la pratica della detenzione arbitraria e del respingimento coatto. Il fatto che tale referto si palesi a poco a poco, come i lenti movimenti dell’indagine condotta da una figlia alle prese con la verità a lungo nascosta dal padre, contribuisce a trasformare una questione privata in una domanda decisiva per tutti. Le storie di Attilio Profeti, di Abeba, di Ilaria, del ragazzo etiope e di tutti gli altri protagonisti di questo bellissimo romanzo non forniscono soltanto lo scintillante tappeto letterario preposto al nostro godimento estetico, ci aiutano anche a rendere più intelligibile il dibattito sul diritto di cittadinanza degli stranieri o su come stabilire la relazione con il continente africano al di là degli automatismi che, tuttora, tendono invece a riconfermare logiche di tipo neocoloniale.

Corriere dell’Alto Adige, 14 settembre 2017, pubblicato col titolo: “Razzismo italiano”.

Sangue Giusto

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Due narrazioni, una sola città

Piazza Walther

Narrazione è un termine molto inflazionato. Si incontra ovunque, forse perché più suggestivo dei suoi modesti corrispettivi referenziali. La speranza è che quanto viene narrato — e non semplicemente raccontato o esposto — affascini, persuada o comunque catturi un pubblico altrimenti sempre più distratto e apatico. Su Bolzano esistono almeno due narrazioni alternative e di recente si sono confrontate su canali diversi.

La prima è andata in onda alla televisione austriaca (Orf 2), grazie al servizio di Ines Pedoth intitolato «Mein Bozen». Ecco dunque l’immagine di una città in piena salute, riavutasi dal passato conflittuale che ha segnato la storia dell’Alto Adige-Südtirol, quindi orientata a coltivare tutte le sue virtù più scintillanti: bilinguismo diffuso, savoir-vivre, gente soddisfatta, sorridente, alla moda. Una Bolzano molto «Schickimicki», come dicono in Germania, narrata (voilà) soprattutto restando nel centro storico dei negozi e dei caffè, peraltro senza che la vista incroci mai richiedenti asilo o questuanti, e accennando solo di sfuggita alla parte posta oltre il fiume Talvera, dove ci si può addentrare giusto per considerare la fine che hanno fatto i superstiti delle semirurali e rifarsi subito la bocca con il gelato di un noto artigiano, nei paraggi di piazza Mazzini.

La seconda narrazione — diffusa perlopiù in rete — corrompe e incupisce l’idillio. Cittadini che si lamentano di tutto, in preda alla paura, alla rabbia, che non lesinano confronti tra un passato di quiete e un presente condannato allo sfacelo e al degrado, dando libero sfogo al razzismo nei confronti degli immigrati (esiste una pagina, involontariamente comica, intitolata «Bolzanistan»). Infaticabili, essi sono alla continua ricerca di spunti che mettano sotto accusa l’amministrazione, la quale sembra dare ragione a chi la rimprovera d’inefficienza e così dissemina le vie d’accesso al centro (lo stesso in cui, intanto, la Schickimickeria entra ed esce dai costosi negozi di scarpe con in mano un gelato artigianale) di barriere in cemento armato.

Com’è possibile che la medesima città, in fondo molto piccola, produca una tale bipolarità? Non è improbabile che il difetto consista proprio nel tentare di parlarne affidandosi a narrazioni celebrative o stigmatizzanti, che finiscono per risultare sfocate o nascondere una parte della realtà. Più che di narrazioni ad effetto, avremmo bisogno di descrizioni sobrie e magari anche di qualche critica circoscritta, senza esaltarci o abbatterci troppo.

Corriere dell’Alto Adige, 2 settembre 2017

Un problema che non si schioda

Salsa

Gli instancabili patrioti di SüdTiroler Freiheit hanno presentato la pubblicazione in lingua italiana di un opuscolo a sostegno della raccolta di firme per l’abolizione del «regio decreto» (anno 1923) con il quale si determinò «la lezione ufficiale dei nomi dei comuni e di altre località dei territori annessi». Ufficialità perdurante, che dunque ancora subordina (in assenza di una legge provinciale apposita) la toponomastica tedesca e ladina a quella italiana.

Da un punto di vista storico è indubbio che l’arcaico decreto redatto in epoca fascista sia un relitto ingombrante; la sua abolizione forse non avrebbe bisogno neppure di un centro di documentazione per spiegarne l’evidente vocazione nazionalista. Ma qui, come noto, il discorso si complica un po’: entrano in gioco delicate considerazioni politiche e, soprattutto, si corre il rischio di non essere capiti da chi continua a ritenere che il principio del bilinguismo non possa essere intaccato neppure quando parliamo dei nomi dei luoghi più infimi.

Il problema, insomma, è sempre il solito: come spiegarlo agli italiani? Siccome evidentemente spiegarglielo in tedesco non bastava, quelli di Süd-Tiroler Freiheit hanno deciso di ricorrere a un testimonial d’eccezione. Si tratta dell’antropologo ligure Annibale Salsa, del quale apprendiamo che ha condotto studi e ricerche su tematiche relative alla genesi e alla trasformazione delle identità delle popolazioni delle Alpi, soprattutto in rapporto alle problematiche dello spaesamento e dei rispettivi risvolti psico-antropologici ed etno-psichiatrici. In effetti, parlando di toponomastica in Alto Adige-Südtirol, tirare in ballo competenze di tipo «etno-psichiatriche» potrebbe sembrare quasi malevolo, ma è meglio non eccedere con l’ironia. Quante probabilità ci sono, comunque, che gli argomenti di un italiano, spiegati in italiano, convincano gli altoatesini che gran parte della toponomastica italiana dell’Alto Adige debba sparire? La risposta l’ha data prontamente il consigliere provinciale Alessandro Urzì e sa di ripicca: «La campagna dei secessionisti in tema di toponomastica, imporrà una controcampagna informativa anche in lingua tedesca da parte dell’Alto Adige nel cuore nel corso dei mesi autunnali». Non vorremmo sottovalutare l’importanza di tutte queste assai utili campagne informative, e lodiamo senz’altro il ricorso alla «lingua dell’altro» per farsi comprendere, temiamo tuttavia che anche stavolta ognuno rimarrà inchiodato alle proprie posizioni di sempre.

Corriere dell’Alto Adige, 26 agosto 2017

Distinguere è necessario

Caramaschi

Nella tradizionale conferenza stampa del mercoledì, il sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi ha chiarito il senso dell’operazione — compiuta a ridosso di Ferragosto — che ha visto collocare in alcuni punti dell’arginale dei pesanti blocchi di cemento. L’iniziativa, sollecitata dal Nucleo operativo per la sicurezza urbana e dalla Questura, si è resa necessaria per motivi di sicurezza, dato che quegli spazi sono spesso sfruttati da alcuni senzatetto. Occorreva perciò impedirne l’accesso, soprattutto al fine di proteggere le persone minacciate dal rischio di cadere o di entrare in contatto con i cavi elettrici e i tubi del gas lì presenti. Il sindaco ha inoltre annunciato che simili interventi saranno applicati in futuro anche sotto altri ponti cittadini e ovunque gli sbandati di vario genere si ritrovano per passare la notte.

Nonostante in un primo momento qualcuno abbia storto la bocca, va riconosciuto che stavolta le motivazioni addotte sono convincenti. Certo, l’impatto simbolico è pesante quasi quanto i blocchi di cemento: impedire a dei disperati di avere un riparo potrebbe apparire un gesto di ulteriore crudeltà, che ricorda per esempio quelli compiuti da amministratori prodighi nel togliere le panchine dalle piazze in modo da impedirne l’occupazione da parte di «sfaccendati» e «stranieri». Al di là dei simboli, però, qui vale l’apprezzamento pragmatico, purché dalla fase di sgombero e di ripristino del «decoro» si passi alla realizzazione di alternative degne di questo nome. Sarebbe infatti imperdonabile che chi adesso non dispone neppure della garanzia di avere un tetto sopra la testa — si parla di circa 200 persone — si veda costretto a spostarsi in luoghi altrettanto inopportuni.

L’apertura di un ulteriore centro riservato a chi si trova in condizioni così estreme dovrebbe consentire di risolvere il problema prima che le temperature si abbassino sensibilmente. È importante tuttavia che vengano ricercate anche soluzioni di altro tipo, oltre a distinguere accuratamente tra chi ha realmente diritto a essere aiutato (e per il quale occorre ragionare in termini di reale accoglienza e non solo di smaltimento dei bisogni primari) e chi, invece, rifiuta comunque offerte di ricovero per sfuggire a ogni tipo di registrazione. Non è un caso che, nello specifico, la maggioranza degli «accampati» non fosse costituita da profughi o individui realmente in difficoltà, ma da persone dedite anche ad attività di microcriminalità e per così dire «residenti» a Bolzano solo saltuariamente.

Corriere dell’Alto Adige, 18 agosto 2017

Sarebbe una bella Heimat

Heimat

A casa lontano da casa

Pare che la parola tedesca “Heimat” non abbia un corrispettivo diretto in italiano. Per afferrarne il senso bisogna ricorrere a una definizione, e generalmente si usa quella di “sentirsi a casa”, coprendo così varie sfumature di significato: posso sentirmi a casa dove sono nato, ma anche tra un gruppo di persone amiche, senza un riferimento topografico preciso, e persino da soli in un luogo straniero. Nella mia vita ho fatto diverse volte esperienza di questa sensazione così sfuggente ed elastica. Ricordo, per esempio, una mattina di molti anni fa, a Parigi. Aspettavo una donna, colei che poi sarebbe diventata mia moglie, in procinto di raggiungermi il pomeriggio provenendo dalla Germania. Avevo dunque alcune ore di tempo e decisi di andare a leggere su una panchina dei Giardini del Lussemburgo. Era un caldo inizio d’autunno, le foglie degli alberi non avevano ancora cominciato a ingiallire (o almeno, dal filtro della memoria adesso mi appaiono così). Intorno madri con i loro figli, coppie che si tenevano per mano, ma anche persone solitarie come me. Cominciai a sfogliare il Livro do Desassossego di Fernando Pessoa, intercalando la lettura con osservazioni distratte, quasi di sbieco, su ciò che mi circondava. Pensieri svagati. In quei minuti di attesa non provai alcuna “inquietudine” suggerita dal testo. Al contrario, alla luce di frasi come “Ognuno di noi è più d’uno, è molti, è una prolissità di se stesso” mi veniva la conferma di poter essere veramente chi ero proprio grazie a quella condizione acerba di estraneamento e sospensione, godendo insomma nel non aderire completamente a quel contesto così particolare ma anche universale (l’effetto di una metropoli come Parigi), come chi magari c’era nato o perché figlio di parigini. In quella condizione di estraneamento e sospensione, avrei riflettuto in seguito, trovavo me stesso nella possibilità di essere sempre potenzialmente diverso da ciò che ero, e ciò mi faceva sentire per l’appunto a casa lontano da casa, felice abitante di una casa provvisoria, una casa quasi senza muri, senza tetto, arredata da speranze imprecise e volatili come le nuvole che mi trascorrevano sulla testa.

Una Heimat non condivisa

Al netto del mio desiderio – al contempo saccente ed ingenuo – di poter incarnare lo spirito di una flânerie e di un déracinement cosmopoliti, dopo aver insomma subito l’influenza del pensiero di tanti scrittori, filosofi e sociologi assai critici nei confronti del concetto di identità, l’impatto con il Sudtirolo fu segnato per me da un trauma stimolante. Parlare qui di identità multiple, di mescolanze, di meticciato culturale, ma anche solo di plurilinguismo fin dalla più tenera età (arrivai esattamente venti anni fa e la prima parolaccia che appresi fu “immersione”) era considerato un’eresia proprio alla luce della nozione di Heimat, così suadente e ingombrante e perciò onnipervasiva. Ovviamente c’era anche chi aveva praticato l’eresia multiculturale e la critica (non certo la negazione) della Heimat facendone un progetto politico, ma non aveva avuto il successo sperato. Cos’era allora per me questa Heimat sudtirolese/altoatesina nella quale io stavo cominciando a muovere i miei primi passi, in che modo essa costituiva il verso ed il recto di ogni discussione, lo sfondo di ogni percezione includente ed escludente, come se solo decifrandone in modo esatto l’ambigua latenza fosse possibile comprendere davvero la terra tra i monti e i sentimenti, per non dire le ossessioni, dei suoi cittadini? Il punto da chiarire era l’origine della contrapposizione tra due nazionalismi opposti e solidali: quello tedesco, proprio di una minoranza divenuta con gli anni dominante, e l’altro, quello italiano, esito di un colonialismo fallito e testimoniato soprattutto nel capoluogo, Bolzano, che era (ed è ancora) centro in larga parte abitato da emigrati o discendenti di emigrati da altre province. Decifrando il rapporto che entrambi i gruppi hanno sviluppato con il diverso senso di appartenenza alla medesima terra si può scoprire così che mentre per i primi, i tedeschi, la Heimat esprime talvolta una sfumatura che fa pensare a una sorta di esigenza di possesso atavico, un possesso da approfondire spesso in chiave esclusiva, vorrei dire quasi gelosa, per gli italiani, al contrario, l’identificazione con il territorio appare molto più fragile, si aggrappa a una memoria collettiva recente, giudicata con ostilità o quanto meno con sospetto dall’altro gruppo (essenzialmente per colpa del fascismo e della sua mancata rielaborazione), quindi percorsa anche da fenomeni di spaesamento (come ha mostrato molto bene il giornalista Lucio Giudiceandrea) che producono a loro volta pulsioni contraddittorie (di rifiuto, ma anche di amore non corrisposto) alla base della retorica del “disagio”. Un paralizzante impasto di lamento e necessità.

La ricetta difficile

Sempre coltivando la mia incorreggibile tendenza alla saccenza e all’ingenuità, ho aspettato per anni di veder maturare sul terreno dei due fronti divisi e uniti da tali percezioni discordanti della Heimat sudtirolese/altoatesina istanze di cambiamento. La ricetta, in teoria, avrebbe potuto apparire semplice. Ai tedeschi, finalmente tranquillizzati dai successi dell’autonomia, avrei consigliato un relativo dimagrimento del senso di appartenenza esclusiva alla propria terra. Giusto un piccolo dimagrimento, per aprisi ed aprirla ad una possibile condivisione con chi, pur essendo capitato qui da meno tempo, sentiva e sente il bisogno di non considerarsi estraneo o mal sopportato. Per gli italiani, al contrario, al fine di renderli davvero protagonisti e non eterni ospiti, avrei auspicato un progressivo ispessimento del senso di appartenenza, una propensione più marcata a impossessarsi del primo strumento indispensabile per sentirsi finalmente a casa, vale a dire la lingua tedesca, ma anche una rivisitazione autocritica del proprio passato, senza aspettare sempre che fossero gli altri ad utilizzare l’argomento dell’eredità fascista come la prova provata di un’estraneità incancellabile e irredimibile. Alcuni passi su questa via sono stati pur fatti, sarebbe ingeneroso negarlo. Eppure, al fondo, si è conservata l’asimmetria che, se misurata, induce costantemente a riaprire le vecchie ferite. Non occorre peraltro stupirsi troppo che sia così. La ricetta è inefficace, volessimo preparare un farmaco definitivo. Si impara a convivere anche con la difficoltà di convivere (ecco la vera ricetta: stare insieme è sempre un’arte difficile), e sarebbe già tantissimo riconoscere le trappole in cui siamo caduti tante volte. Dal canto mio, adesso, provo stanchezza e giudico insensato continuare ad affontare questi temi come se fossero gli unici di cui vale la pena occuparsi. Ma il senso di liberazione che provai quel giorno lontano a Parigi, per tornare all’inizio del mio discorso, mi ha regalato la possibilità di giudicare con maggiore serenità le ricorrenti controversie di questa Heimat nella quale troviamo chi si sente a casa da sempre e chi, pur provando il desiderio di fare altrettanto, tuttora non ci riesce. Saranno le nuove generazioni a prendere lo scomodo testimone inerente le difficoltà descritte. Difficoltà che, se a noi paiono rappresentare un pesante fardello, magari, per circostanze imponderabili, forse diventeranno leggere come un bastoncino portato dalla corrente.

La Heimat futura

Se oggi però mi chiedessero cosa ne penso di questa Heimat della quale, come ho detto, non avverto più il pressante bisogno di occuparmi (e credo anche che sarebbe sano se smettessimo tutti di interrogarci di continuo su ciò che l’ha resa in passato così problematica, sarebbe proficuo voltare la pagina consunta dei discorsi sulla Heimat), penso che risponderei con una storia della quale sono stato testimone. Una sera aspettavo mio figlio Paolo alla stazione di Bolzano. Lo vidi scendere dal treno con un altro ragazzo, suo coetaneo, di colore. Parlavano inglese. Il ragazzo di colore era stato respinto al Brennero dai poliziotti austriaci e ora voleva tornare a Verona dove, così diceva, aveva degli amici che l’avrebbero aiutato. Mio figlio, nato da un padre toscano e da una madre germanica, spiegò in inglese al ragazzo di colore a che ore partiva il treno per Verona e da quale binario. Provo a immaginarmi cosa possa significare per lui essere sudtirolese/altoatesino avendo ricevuto, grazie all’amore e alla fortuna, le migliori condizioni possibili per avere un futuro nella terra in cui è nato, e in ogni terra voglia andare per essere felice. E penso anche alle difficoltà dell’altro, che aveva perso i genitori e ora vagava tra il Brennero e Verona, lontanissimo dalla sua terra, con un terribile viaggio alle spalle, tentando di lasciare l’Italia, un paese per lui completamente sconosciuto, senza riuscirci. Mi piacerebbe che entrambi, mio figlio e il suo amico di pochi minuti, disponessero di un futuro che non propone più l’esperienza di differenze così marcate tra gli esseri umani, di ineguaglianze così ingiuste. Un futuro di questo tipo, ecco, sarebbe una bella Heimat.

Pubblicato il 17 agosto 2017 nel No 33 del settimanale “ff”

Diario calabrese (10-24 luglio 2017)

Calabria copertina

Il mio sarà un viaggio senza meta e il mio unico traguardo sarà il tempo atroce che divora gli uomini (Luigi Malerba, Itaca per sempre)

I. Poche righe al giorno da questa vacanza in terra di Calabria. Prima cosa positiva, la famosa autostrada Salerno-Reggio Calabria, che abbiamo percorso fino a Lamezia Terme. Una bellissima autostrada, poco trafficata e a tratti lunare (sembrava di stare sulla luna). Quanti anni ci sono voluti per averla? Trenta? Cinquanta? Non importa, adesso c’è e mi pare funzioni. La Calabria è una terra molto aspra, la gente mi pare mediamente gentile, il mare è bello, ma la spazzatura ai bordi delle strade francamente troppa. Come troppi sono gli incendi che punteggiano le colline e fanno levare in alto continui pennacchi di fumo. Sembra che ai calabresi non interessi molto adeguare la loro terra a standard turistici rassicuranti. Ma non è possibile trovare qui neppure molti angoli di positiva arretratezza che darebbero una sfumatura piacevole all’aggettivo “selvaggio”. Si è costruito moltissimo, invece, e male. La grande periferia che ha reso orrende molte città italiane qui si ritrova anche in riva al mare. Peccato. Probabile che le autentiche bellezze siano nascoste e comunque fragilissime. Nei prossimi giorni andremo a cercarle.

Calabria noi tre

II. Nella piazzetta di Copanello c’è un negozio di alimentari in cui vado a comprare ogni giorno il pane per la colazione. Pane ottimo, devo dire, e commesse gentilissime. Una, in particolare, è anche ciarliera e butta lì sempre due sottintesi che io ogni volta soppeso nella loro eventuale latenza di richiesta di complimenti apportatori di rinnovate chiacchiere: sono troppo grassa perché mi piace mangiare, ergo non mi sposerà nessuno. La prima volta che sono andato lì c’erano anche i miei figli, i quali hanno deciso poi che il compito di andare a prendere il pane poteva essermi delegato senza ulteriori indugi. Così uno dei temi d’innesco della conversazione tra me e quella commessa è anche questo: oggi non li ha portati? No, dico io, preferiscono dormire. Ieri questo teatro minimo ha però rivelato un equivoco sul quale mi toccherà lavorare. La ragazza, squisitamente, ha infatti commentato così: “Eh, ma sono in vacanza, li lasci pure dormire – I SUOI NIPOTI”. Non so che faccia devo aver fatto. Fosse stato un fumetto avrei avuto sulla testa la nuvoletta con scritto “NIPOTI???” e una serie di improperi. Comunque non ho detto niente. Ho preso la busta con il pane e sono uscito dal negozio. Non sono riuscito neppure a trovare un possibile salvagente: mi avrà mica scambiato per lo zio?

Calabria normanna

III. Un edificio normanno del XI secolo, una necropoli bizantina, un teatro romano e un anfiteatro. Poi ulivi maestosi e l’azzurro del mare in lontananza. La bellezza forse non salverà il mondo, ma ci aiuta parecchio.

IV. Stasera parlo di cibo. Qui si mangia in genere bene, anzi benissimo. Soprattutto per me, che amo la generosità piccante, ogni angolo è una scoperta. La mia menzione d’onore, per il momento, la assegno al Bar Jolly di Stalettì (per le brioche col gelato e le granite) e allo Spuntino Campagnolo di Soverato, una meravigliosa osteria “arcaica” (la definisco così) che occupa in pratica una specie di stazione di posta con annessa una piazza. Patron (e cameriere) un settantenne che incarna l’essenza del territorio: il signor Peppe. Dopo averci annusati, l’oste ci ha proposto un menu degustazione per tre che era un piccolo viaggio di meraviglie. Infinita sequenza di antipasti, una meravigliosa pasta e ceci e, quasi come dessert, lo stocco (stoccafisso) con patate e olive. Persino i miei figli erano entusiasti di un’abbuffata dalla quale siamo usciti pesanti (in senso buono) e felici. Prezzo all inclusive: 60 euro. Peppe ci ha raccontato poi della pigrizia imprenditoriale dei locali (compresa la sua) e dello stupore che ha provato quando gli hanno detto che il suo locale era stato segnalato dalla guida di Repubblica che associa percorsi autostradali a divagazioni gastronomiche. Se vi trovate da queste parti fateci un salto, dal buon Peppe. Mangiare così, sotto le stelle e accompagnati da un concerto di grilli, è un’esperienza che vi riconcilierà col mondo.

Cakabria Pensilina

V. L’altro giorno ho visto una cosa che mi ha fatto riflettere molto. Avevo notato questa fermata dell’autobus sulla strada da Soverato a Stalettì passandoci accanto veloce. Sono tornato indietro e l’ho fotografata. Come interpretare una cosa del genere? Trasformare il luogo in cui si vive in un immondezzaio è possibile forse solo sulla base di una serie di gesti che fanno della noncuranza un’abitudine selettiva. Si sceglie per esempio di scempiare un luogo come questo come per fare un esorcismo. Lo faccio qui per concentrare in un punto tutto lo schifo possibile, e subito volgere la testa dove andrò a stare poi, dove sicuramente non accadrà (e invece è già accaduto, perché qualcun altro ha pensato la stessa cosa). È questa forse anche la logica delle discariche abusive. Luoghi della separatezza immaginaria. Ogni autentica rinascita (in Calabria come ovunque) si origina dal percepire, dal sentire in modo quasi doloroso che il destino di ogni frammento di territorio è tale solo grazie al destino di tutti gli altri, che la separatezza (qui è mio, là mi è indifferente) non è più possibile. Bisognerebbe battere su questo chiodo continuamente. Aiutiamoci a casa nostra, perché ovunque è casa nostra.

VI. Prima di Tropea, dietro la città, letteralmente alle sue porte, le tracce dei recenti incendi incorniciano la cosiddetta “perla del Tirreno” in un paesaggio devastato. La città pare fingere che ciò che è accaduto non sia accaduto, comportandosi da quadro senza cornice. Una finzione impossibile. La ragazza tropeana (è lei che mi suggerisce l’aggettivo giusto) che vende centrifughe e succhi mi racconta che è stato alla fine di giugno, e per giorni tutta la città era ricoperta di cenere. C’è troppa gente che finge di trovarsi in un posto da vedere a tutti i costi, a Tropea. Mentre le cose che davvero balzano agli occhi, e che si dovrebbero considerare con sgomento per giurare a se stessi che non si potranno più ripetere, quelle fanno solo volgere la faccia altrove. La “perla” Tropea soffoca dentro la sua conchiglia bruciata.

Calavbria Pasquale Negro

VII. Questo annuncio ci ha fatto ridere parecchio. Il tizio che lo ha prodotto (quello della foto) si rivolge direttamente ai tedescofoni: “non capite nulla? Imparate l’italiano”. E chi glielo dovrebbe insegnare l’italiano a svizzeri, germanici e austriaci? Ovviamente lui, Pasquale Negro, senza neppure bisogno di pagare (si accontenta di una libera offerta).

Calabria Bodo

VIII. Finire di leggere questo splendido libro su questa splendida terrazza. Sto diventando vecchio e mi commuovo facilmente (come Ulisse appena tornato a Itaca, anzi di più, ché io Itaca neppure ce l’ho).

Calabria lui

IX. Stamani poi è apparso lui. A vederlo poteva quasi essere una figura eterna, appena staccato da un quadro verista dell’Ottocento. Invece trainava una colonna di pinguini di plastica (3 euro l’uno). E l’effetto era sconcertante, allegro e triste insieme.

X. Oggi ho rivisto i bronzi di Riace dopo 37 anni. La prima volta fu a Firenze, li avevano appena restaurati. Ricordo benissimo l’evento (fu organizzato e riuscì in quanto tale). La fila lunghissima per entrare nel luogo in cui li avevano esposti, e poi quell’apparizione incredibile, due sculture che sembravano, anzi erano l’immagine primordiale e finale di ogni statuaria, belli da far paura. Nel Museo archeologico di Reggio Calabria sono collocati in una stanza che li tiene, a mio avviso, troppo distanti l’uno dall’altro, e forse in condizioni di luminosità poco scenografiche. Sembrano due atleti raggelati nella luce di un’alba polverosa. Ma forse è il ricordo e la nostalgia del mio primo incontro a suggerirmi queste parole. Più buio intorno, più vicini fra loro, colpiti da una fonte luminosa che pioveva loro sul capo, l’effetto era (e dunque sarebbe) quello di due miraggi marini, come in effetti devono essere sembrati a chi, nel 1972, li ripescò dal fondo sabbioso del mare di Riace, su cui giacevano da duemila anni. Restano comunque uno spettacolo senza pari, questi fratelli di vere sirene, e profumano d’alga, hanno la memoria dei cantori che intonavano storie di mostri nascosti tra le onde del Mediterraneo, parlano di città o flotte incendiate, sono amore e poesia. Non è possibile neppure fotografarli, perché non si lasciano catturare da nessuna immagine. Vanno visti e sognati.

XI. “Squillace. Cittadina interessante e ricca di memorie, m 344, ab. 3293, è posta su una rupe in faccia all’omonimo golfo, in vicinanza del boscoso altipiano delle Serre. È nota per l’artigianato delle terrecotte, ancora abbastanza attivo”. Così la guida del Touring, aggiornata al 2005. Ieri sera l’impressione che ho avuto è che di abitanti ce ne fossero molti meno. Un borgo quasi abbandonato, anzi, l’unico punto di vita la trattoria o locanda dei Templari sotto le mura del castello (mangiato benissimo, fra l’altro). A vedere questo stato di relativo abbandono (penso all’inverno, o meglio non oso pensarci) mi si stringe il cuore. Squillace è solo un esempio dello spopolamento del nostro Appennino, la colonna vertebrale d’Italia ormai svuotata di midollo. Tra i sogni più ingenui che ho, compiere un’emigrazione dal centro alla periferia del paese, dal rumore verso questi silenzi, ma – e soprattutto – dal Nord al Sud, invertendo un corso che solo la pigrizia e l’ottusità collettiva hanno stabilizzato lungo l’altro vettore. Poter ripartire da qui, risvegliarsi attivi al centro di questo lago di sonno, e ricostruire con amore e compostezza una vita altrove dissipata in giri sempre più frenetici. Perché non è possibile? Vorrei fosse possibile.

Calabria immagine finale

Il lato cinico del nazionalismo

Bernhard_Zimmerhofer_2014

Non sono in molti a conoscere Bernhard Zimmerhofer, il consigliere provinciale di SüdTiroler Freiheit eletto nel 2013 con 2.680 voti di preferenza. Dalle scarne note sul sito del Landtag, si apprende che ha conseguito un diploma triennale all’Istituto professionale per i servizi commerciali di Campo Tures, quindi ha lavorato in una ditta del settore elettrico. Più rilevanti le notizie concernenti il tempo libero. Membro degli Schützen, del gruppo di danze tradizionali di Lutago e del soccorso alpino. I suoi interessi più direttamente politici, infine, rientrano senza sbavature nel quadro motivazionale del partito ispirato alla biografia di Eva Klotz: autodeterminazione, autodeterminazione e ancora autodeterminazione.

Il nostro ha diffuso un comunicato stampa sull’incidente avvenuto il 2 agosto nei paraggi della Vetta d’Italia, al confine con l’Austria, in cui è morto un alpinista di nazionalità italiana. Esperto di soccorso alpino, il commento di Zimmerhofer avrebbe potuto prendere una piega tecnica, oppure di semplice rammarico per la perdita di una vita umana. Purtroppo non è andata così. Ecco infatti cosa ha scritto: siccome i turisti italiani pensano erroneamente che il Klockerkarkopf (questo il nome della Vetta d’Italia in tedesco) sia la montagna più a nord della Penisola, la falsità dell’informazione e il «crimine culturale» della sua denominazione altrettanto falsata alimentano un potere di magica attrazione su molti turisti delle pianure (Zimmerhofer usa proprio tale espressione: «Flachlandtouristen»), esponendoli a gravi rischi e provocando pure un grande fastidio per quanti poi sono costretti a soccorrerli. Insomma, se invece che anche «Vetta d’Italia», quel luogo si chiamasse solo con il suo nome tedesco, ci sarebbero meno incidenti, oltre a ottenere un ripristino della verità storica e della corretta toponomastica.

Reagire a un fatto tragico riproponendo viete polemiche è deprimente di per sé. Ma poniamo che, sul serio, l’analisi di Zimmerhofer trovi una logica nei meccanismi di marketing nazionalistico da lui ritenuti rilevanti. E se il clamore per un’eventuale cancellazione del nome di Tolomei provocasse proprio un interesse maggiore nei riguardi del monte improvvisamente sconsacrato? Anche per molti italiani nazionalisti, ricordiamolo, il mantenimento del bilinguismo di montagna era ipocritamente argomentato come un modo di preservare la sicurezza.

Corriere dell’Alto Adige, 11 agosto 2017