Cosa significa essere un maestro?

Sono molti anni che ritorno a leggere un pensiero di Wittgenstein datato 1946. Lo trovo a pag. 109 dell’edizione italiana del libro “Pensieri diversi” (Adelphi). Eccolo:

Mostro ai miei allievi ritagli di un paesaggio smisurato, dove per loro è impossibile orientarsi.

Di sei anni prima è un pensiero (anche questo contenuto in quel libro, a pag. 79) che in un certo senso può fornirne una chiave interpretativa:

Per essere un buon maestro non basta ottenere dei risultati buoni, o addirittura soprendenti, durante l’insegnamento. Perché è possibile che un maestro elevi i suoi scolari ad un’altezza per loro innaturale quando essi si trovano sotto il loro influsso diretto, ma non sia capace di guidare il loro sviluppo portandolo sino a quell’altezza; così che essi precipitano appena il maestro abbandona l’aula. Questo vale forse per me: ci ho pensato. (Le esecuzioni didattiche di Mahler erano splendide quando dirigeva lui; ma l’orchestra sembrava crollare appena lui stesso smetteva di dirigerla).

Torno alla prima immagine, quella del paesaggio smisurato (anzi, dei ritagli di un paesaggio smisurato). Per orientarsi, mi sembra di capire, occorrerebbe che il paesaggio non fosse “smisurato”, ma fosse ritagliato sulle possibilità di comprensione degli allievi. Occorrerebbe, in altre parole, che gli elementi che compongono quel paesaggio fossero almeno parzialmente riconoscibili, in modo da poter essere utilizzati come i pioli di una scala (qui alludo alla metafora dell’altezza messa a fuoco dal secondo pensiero) sulla quale si può salire, ma anche aggrapparsi per non cadere. Vista così, effettivamente, possiamo dire che l’insegnamento filosofico di Wittgenstein (non un buon maestro, secondo la definizione convenzionale da lui adottata in quei due pensieri) consista nel comporre una progressione di passi programmati per annientare ogni precedente acquisizione e proiettarci in una dimensione smisurata (facendoci letteralmente perdere l’orientamento e cadere nel vuoto):

Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare via la scala dopo che vi è salito). Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo.

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34 thoughts on “Cosa significa essere un maestro?

  1. un buon maestro è colui che aiuta gli altri ad acquisire capacità che non hanno.
    sa come suscitare curiosità, interesse e applicazione; sa dare risposte che a loro vota suscitano nuove domande. un buon maestro non sommerge i suoi discepoli di parole, perché sa che si impara facendo (non semplicemente ascoltando). un buon maestro è chiaro quando parla: infatti wittgenstein sarà pure un grande filosofo, ma non credo fosse un buon maestro. come può esserlo uno che mostra ai suoi allievi “ritagli di un paesaggio smisurato”, accorgendosi che “per loro è impossibile orientarsi”? se i miei figli fossero stati alunni di un maestro del genere sarei andato dal preside a chiedergli di scolarizzare quel maestro.
    delle parole di wittgenstein riportate salvo la metafora della scala (che già conoscevo). io la interpreto così: l’importante è comprendere,non ripetere discorsi di chi ritiene di aver compreso.

  2. Non so. Gesù era sicuramente un maestro che mostrava ai suoi discepoli ritagli di un paesaggio smisurato nel quale loro non sapevano orientarsi (un paesaggio che distruggeva o riformava profondamente quello noto, le coordinate dell’ebraismo). Eppure…

  3. Mi sembra vera, Lucio, la tua conclusione! E forse era proprio questo che è andato storto nel cristianesimo. C’erano troppi traduttori (tradittori).
    Penso che l’immagine (o un suo ritaglio) sia il modo più umile per offrire un punto di vista personale. L’ideale sarebbe poi che maestri ed alunni si potessero “trovare” reciprocamente. In modo che tutti possono essere entrambi.
    Sarebbe il caso di scolarizzare il preside?..

  4. Hai dimenticato la virgola, ma non di dire le tue solite cazzate. Comunque non c’è da preoccuparsi, se il mondo brucia. A spengerlo ci penserai tu e altri supereroi della tua risma.

  5. @asteriod
    beh, il cristianesimo è il risultato di una tradizione, di tanti traduttori-traditori che hanno costruito la figura di cristo, così come oggi ce la presentano (di cristo in carne ed ossa sappiamo poco o nulla).
    non so se l’immagine, come mezzo di comunicazione, sia “umile”; di certo è potente e come tale viene usata da chi ha o ritiene di avere qualcosa da dire. io però ho qualche problema con le immagini troppo astratte; ad esempio non so cosa pensare di “ritagli di paesaggio smisurato”. capisco che c’è un tentativo di paradosso; c’è un paesaggio che definisco smisurato e tuttavia ne mostro solo un ritaglio…. ma non capisco bene dove voglia andare a parare questa immagine. poi aggiunge (wittgenstein) che per i suoi allievi è “impossibile orientarsi” in quel paesaggio: ma allora perché glielo mostra?

    neppure l’interpretazione di gadilu mi convince, a meno che essa non voglia dire qualcosa di molto banale. e cioé che prima di spiegare le potenze e le radici quadrate bisogna spiegare le addizioni, le sottrazioni, le moltiplicazioni e le divisioni. ma questo, ripeto, è risaputo e non dovrebbe costituire materia di discussione.

  6. Lucio, per sviluppare sensatamente la discussione mi piacerebbe rinviarti alle pagine di Massimo Cacciari sul “Mistico” di Wittgenstein (le trovi nel volume “Dallo Steinhof”, pp. 135-140). Ma io non volevo in realtà accendere nessuna discussione, solo scrivere quello che ho scritto rammemorando un pensiero di Wittgenstein che (a partire dalla sua formulazione) mi colpì quando lo lessi (più di venti anni fa) e continua a colpirmi adesso.

  7. @Lucio
    Personalmente non credo molto nella gerarchia del sapere, cioè in che una cosa deve per forza essere imparata prima o dopo un altra per comprenderla. O almeno non è necessario seguire un piano troppo rigido.
    Ultimamente ho sentito dire: bisogna voler bene agli alunni per rendere un insegnamento fertile. Forse questo è che cercava Wittgenstein. Ma non lo posso sapere perché le poche frasi sopra sono le uniche che ho mai letto di lui.

  8. Boh, credo che sia una discussione un po’ campata in aria. Essere un buon maestro… bisogna vedere qual’e il proprio scopo ultimo nell’insegnare. E questo dipende inevitabilmente dalla materia: un sapere poietico, un sapere tecnico, un sapere teorico, un habitus intellettuale o comportamentale.
    Non credo si possa confrontare l’Etica Nicomachea con un libro di fisica od un metodo per violino, per via della difformità dei saperi che si propongono di insegnare. E così trovo ancora più insensato parlare di un “buon maestro” in generale, mentre trovo utilissimo interrogarsi su quali siano le caratteristiche che rendono una certa persona un buon maestro di vita, storia, matematica, danza.

  9. Dallo Steinhof: il primo libro di Cacciari che ho cercato di leggere, circa trent’anni fa. Mi aveva affascinato, pur nella sua oscurità, come un libro di poesia (del resto la filosofia assomiglia alla poesia). La tua citazione mi fa pensare che dovrei cercare di rileggerlo, ora che sono vecchio, alla luce di tutto quello che ho letto dopo. Le pag. 135-140 le riassumerei provvisoriamente così: il mistico è il presupposto, che non è affermabile né negabile, ma è completamente altro dal linguaggio, e semplicemente si mostra.
    A me sembra però che il suggerimento didattico che si può trarre da Wittgenstein, come dallo Zen, è che quasi nulla si può insegnare solo dicendo, nemmeno nelle materie scientifiche. Da una parte il dire ha sempre un presupposto, dall’altra il dire deve sempre essere anche un mostrare, e alla fine deve anche fermarsi (l’ultima proposizione del Tractatus, naturalmente). Ricordo ancora un maestro di sci che voleva insegnarmi a sciare descrivendomi dettagliatamente tutti i micro-movimenti che dovevo fare, e pretendendo che li attuassi a bassissima velocità, quasi da fermo; e invece l’insegnamento di una maestra che con poche ma evocative parole e gesti, e molte discese veloci, mi insegnò a sciare. Nel frattempo ho anche imparato la necessità di saper ammettere, quando si presenta, l’impossibilità di insegnare ad altri, e la propria impossibilità di imparare (ad es. non ho mai imparato a sciare davvero bene, su ogni tipo di neve).
    Poi sono d’accordo con Fabius che non si è buoni maestri in generale, perché tutto dipende da cosa si deve insegnare/imparare, e a (0 da) chi; si può essere un buon maestro per qualcuno ma pessimo per qualcun’ altro.

  10. Gabriele, der Satz, den du zitierst, gefällt mir.
    Wittgenstein: “Ich zeige meinen Schülern Ausschnitte aus einer ungeheuren Landschaft, in der sie sich unmöglich auskennen können.”
    (Werkausgabe des Suhrkamp Verlages, 1984, Band 8, Seite 529; im selben Band auf Seite 503 auch die Bemerkung “Ein Lehrer, der …”)

    Ich glaube, dass die Welt tatsächlich eine “ungeheure Landschaft” ist, die niemand wirklich überblickt. Manchen Menschen ist dies mehr bewusst, anderen weniger, und es völlig zu vergessen oder zu verdrängen scheint mir gefährlich.
    Ein guter Lebens-Lehrer wird wohl beides haben und vermitteln: den Drang, die Ausschnitte, die er einigermaßen zu überblicken vermag, zu erweitern, und die Anerkennung unserer menschlichen Beschränktheit.

    “Bisogna voler bene agli alunni” (asteroid) halte ich für das Wichtigste, und als Zweites erscheint mir sehr wichtig, dass die Lehrerin / der Lehrer selbst Spass am Unterrichtsfach hat.
    Das Handwerk des Lehrens kann man ein wenig lernen und die Methoden hängen naturgemäß von den einzelnen Gegenständen ab. Handwerk kann gewiss helfen, aber wenn beim Lehrer Wohlwollen und Interesse gegeben sind, wird er nie allzu viel falsch machen.

    Wittgensteins Leiter (Tractatus 6.54)
    Was wissenschaftlich sinnvolle Sätze sagen können ist nicht das, was uns wirklich wichtig ist, was uns existentiell berührt. Die Wissenschaft kann nichts darüber sagen, was gut oder schlecht oder was der Sinn des Lebens ist. Diese Einsicht könnte die Leiter des Tractatus sein.
    “…, darüber muss man schweigen” (Tractatus 7)
    Wittgenstein selbst hat in seiner späteren Philosophie starke Einwände gegen diese strenge Begrenzung sinnvollen Sprechens auf wissenschaftliches Sprechen entwickelt.
    Es gibt die verschiedensten “Sprachspiele” und wir tun, wenn wir reden, ganz unterschiedliche Dinge (vergl. auch Austins Sprechakte).

    Aber auch nach dem Tractatus hat Wittgenstein immer die allergrößte Sorgfalt darauf verwendet, sich klar zu machen, was das bedeutet oder bedeuten könnte, was wir sagen.
    Gedankenloses Schwätzen verstößt gegen den Respekt, den wir einander entgegenbringen sollten. (Ich denke, das müsste Lucio gefallen)
    Das philosophische Projekt Wittgensteins ist im Letzten ein Ethisches (so wie das Literarische für Tolstoi, den Wittgenstein sehr geschätzt hat).

    Ich habe außer der Werkausgabe vor mir liegen:

    Guide ai filosofi: Wittgenstein, a cura di Diego Marconi, Editori Laterza 1997

    Holm Tetens: Wittgensteins “Tractatus”, Ein Kommentar, Stuttgart Reclam 2009

  11. non so chi sia il miglior maestro. so però che il miglior studente è quello che, quando un insegnante parla, gli guarda le scarpe.

  12. >il miglior studente è quello che, quando un insegnante parla, gli guarda le scarpe.

    e la migliore studentessa è quella che si aggiusta il vistoso decoltè… entrambi hanno capito come fare strada in Italia: non ascoltando una stupida lezione di un grigio professore universitario, ma lustrando le scarpe o assecondando le libidini del potente di turno.

  13. 🙂 no, fabius, intendevo dire un’altra cosa. intendevo dire che – almeno per mia diretta esperienza – si impara più dalla persona nella sua globalità che da quello che un insegnante dice. quando penso a quegli insegnanti dai quali ho imparato qualcosa mi viene sempre in mente la loro persona complessiva, non le frasi che hanno detto. ci sono frasi ‘profonde’ che suonano terribilmente stonate in bocca ad alcuni, ed enunciati ordinari che acquistano una luce particolare sulle labbra di altri. le scarpe secondo me rivelano meglio dei libri quello che uno non dice mentre parla, o meglio rivelano il senso di quello che uno dice mentre lo dice. (l’ho sempre pensato, eh, da molto tempo prima di aver visto ‘sogni d’oro’ di nanni moretti 😉 ).

  14. quando oltre 20 anni fa fondammo alphabeta, la migliore scuola di lingue che vi sia in sudtirolo e una delle migliori in europa, avevamo come leitsatz una frase di saint exupery, che diceva più o meno questo:

    se vuoi costruire una nave non chiamare carpentieri, falegnami e ingegneri, non radunare assi e chiodi e cime e vele … ma fai sentire alla gente la nostalgia del grande mare (exupery lo dice in modo molto più elegante, ma il concetto è quello).

    da qualche anno abbiamo girato quella frase:
    se vuoi costruire una nave, metti insieme i professionisti che sanno come fare, trova assi, chiodi, pialle, seghe, cime e vele ecc.

    facile intuire dove si andrà a finire. per costruire una nave, per essere un buon maestro occorrono entrambe le cose: saper destare la nostalgia e disporre della techne necessaria.

    un buon maestro deve saper suscitare interesse per la sua materia – come sono convinto che sappia fare ottimamente il nostro marcolenzi con la musica; poi deve anche saperti indicare esercizi per diventare sempre più agile sulla tastiera, perché il sentimento, la passione, la nostalgia da sole non bastano.

    a naso direi che la scuola italiana (i maestri in italia) privilegiano il primo aspetto (quello della nostalgia del grande mare), trascurando invece il secondo (la didattica). infatti, fino a pochi anni fa non era neppure richiesta una formazione didattica per insegnare a scuola.
    questo ha a sua volta a che fare con un’idea elitaria e snobistica e in realtà provinciale della cultura, soprattutto in campo umanistico. il buon professore è quello che sa citare dante e montale… e ciò ha portato a trascurare un’altra idea di cultura e di formazione.

  15. @lucio:

    In quel che leggo intravedo una piccola damnatio memoriae del professore erudito vecchio stampo, che non aveva nozioni di pedagogia. Per condividere le tue affermazioni senza compiere un atto di fede occorrerebbe che ci fosse stato un tangibile miglioramento dell’istruzione in generale negli ultimi decenni.
    Io questo lo vedo tutt’altro che un dato assodato. Sono, invece più convinto del contrario.
    E tendo ad individuare le colpe in base alla struttura intrinseca dell’insegnamento: da una parte il docente, dall’altra il discente. Oggi qualsiasi lacuna nella preparazione di quest’ultimo è imputata all’incapacità dell’insegnante: si da per scontato che lui abbia fallito e che non fosse all’altezza.
    Quando poi ti accorgi che gli studenti meno brillanti sono immancabilmente quelli che trascorrono più tempo davanti a TV-PC-Playstation e non dedicano alcuna cura ai compiti, ti viene spontaneo farti un’idea diversa… Ogni studio richiede applicazione. Visto che citavi la musica e le lingue, non ho mai sentito nessuno diventare un concertista applicandosi solo nell’oretta settimanale di lezione e davvero pochi che acquisissero abilità linguistiche limitandosi a partecipare passivamente ad un paio di ore settimanali.
    Ma certo in fondo il problema sta nell’insegnante, che non regge il confronto con l’intrattenimento da tubo catodico…

  16. Per Lucio che scrive: “se vuoi costruire una nave non chiamare carpentieri, falegnami e ingegneri, non radunare assi e chiodi e cime e vele … ma fai sentire alla gente la nostalgia del grande mare” (e poi ripiega- berlusconianamente- su professionisti di assi, chiodi, pialle, seghe, cime e vele) posto da YouTube una bella esecuzione di House Carpenter.

    Poi che il Sudtirolo che ha in mente Lucio produca anche il meglio che ci sia in Europa in fatto di scuole di lingue è un classico tratto autoreferenziale del Sudtirolo, appunto. Se proviamo per un istante a chiamare il Sudtirolo “Alto Adige”, non vediamo il meglio da nessuna parte, almeno questo sembra di capire da quello che dice la gente.

    Ecco il testo completo di House Carpenter (che parla di naufragio inevitabile per chi rompe con le tradizioni, ma anche di chi si sente il migliore )

    The House Carpenter

    “Well met, well met, my own true love,
    well met, well met,” cried he.
    “I’ve just returned from the salt, salt sea
    all for the love of thee.”

    “I could have married the King’s daughter dear,
    she would have married me.
    But I have forsaken her crowns of gold
    all for the love of thee.”

    “Well, if you could have married the King’s daughter dear, I’m sure you are to blame,
    For I am married to a house carpenter,
    and find him a nice young man.”

    “Oh, will you forsake your house carpenter
    and go along with me?
    I’ll take you to where the grass grows green,
    to the banks of the salt, salt sea.”

    “Well, if I should forsake my house carpenter
    and go along with thee,
    What have you got to maintain me on
    and keep me from poverty?”

    “Six ships, six ships all out on the sea,
    seven more upon dry land,
    One hundred and ten all brave sailor men
    will be at your command.”

    She picked up her own wee babe,
    kisses gave him three,
    Said “Stay right here with my house carpenter
    and keep him good company.

    Then she putted on her rich attire,
    so glorious to behold.
    And as she trod along her way,
    she shown like the glittering gold.

  17. >Se proviamo per un istante a chiamare il Sudtirolo “Alto Adige”, non vediamo il meglio da nessuna parte

    Ti pregherei di illustrarci meglio la tua tesi. Sembra l’eco del solito snobismo altoatesino nei confronti del Sudtirolo, corroborato dai soliti esempi poco calzanti. [Del tipo: l’orchestra filarmonica di Londra suona meglio della Haydn, quindi facciamo cagare; a Manhattan c’è più vita che a Bolzano, quindi facciamo cagare; eh sì, quanto siamo mediocri ed autoreferenziali!]

  18. Fabius, io penso che in politica a Bolzano chi usa il termine “Sudtirolo” esibisca una precisa collocazione di sinistra, chi a Bolzano invece dice “Alto Adige” ha come riferimento principale la destra. Che sia urgente rifondare tanto la destra quanto la sinistra per dare senso alla politica non è un problema solo di Bolzano. A Bolzano, tuttavia’, dobbiamo lavorare per trovare significati condivisi.

    Argomenti del tipo di quelli da te citati: “l’orchestra filarmonica di Londra suona meglio della Haydn, quindi facciamo cagare; a Manhattan c’è più vita che a Bolzano, quindi facciamo cagare; eh sì, quanto siamo mediocri ed autoreferenziali” non li ho mai sentiti.

    Questo tuo modo di criticare la destra di Bolzano (immagino che questo tu avessi in mente) non mi sembra un buon modo per cercare signficati condivisi.

  19. Interessante che da Wittgenstein (che sta parecchio in alto) si sia lentamente (nemmeno troppo) passati a parlare di Sudtirolo e/o Alto Adige (che sta – o stanno – decisamente più in basso).

  20. hai ragione Gadilu, secondo me hanno abbassato il livello gli interventi di quelli della sinistra, posso capire che loro non riescano a volare alto perchè il loro orizzzonte è circoscritto al concreto.

    Vedi su Wittgenstein: la questione non era assolutamente sui caratteri della professionalità dell’insegnante (che lasciamo meglio descrivere ai sindacati scuola), ma su cosa è la conoscenza e come essa possa essere trasmessa, posto che di trasnissione si possa parlare.

    Quelli di sinistra qui mi sembra abbiano automaticamante optato per una idea di trasmissione della conoscenza (e quindi giu’ con le critiche al cattivo maestro Wittegenstein che è troppo complicato per trasmettere qualcosa) .

    Probabilmente da destra sono intervenuto solo, ma io ho in mente una conoscenza che si costruisce , non che si trasmette.. Quindi le riflessioni di Wittgenstein per me sono oro..

  21. @ fabius
    il professore vecchio stampo, tanta erudizione e poca didattica, funzionava perché la scuola era una scuola d’elite. gli studenti che fino a trenta, quaranta anni fa frequentavano il liceo venivano da famiglie colte e portavano con sé una certa predizposizione agli studi.
    la scuola “di massa” è diversa. per la maggior parte degli studenti la scuola rappresenta l’unica occasione per leggere, studiare, applicarsi, riflettere criticamente su un problema.
    che la scuola in italia produca il fallimento che sappiamo ha conseguenze spaventose e dipende da più fattori. ne cito due, ma ce ne sono molti altri.
    intanto la scuola è fatta per soddisfare le esigenze degli insegnanti, non quelle degli studenti. poi, come detto, gli insegnanti sono del tutto digiuni di dicattica; direi anzi che la snobbano, la didattica. come si apprende? come si insegna? come si desta curiosità e interesse? come coinvolgere gli studenti in processi attivi? come divulgare relazioni complesse?… tutto questo interessa poco i nostri insegnanti. tanto è vero, ripeto, che fino a pochi anni fa una formazione didattica per loro non era neppure prevista.
    eppure una certa esperienza l’abbiamo accumulata; certe cose riguardanti l’apprendimento e l’insegnamento le sappiamo, non siamo completamente a digiuno. ma applicarle richiederebbe impegno e anche una certa dose di umiltà. in effetti wittgenstein che entra in classe, prospetta paesaggi smisurati, anzi: solo ritagli di essi, e sa già che per loro è impossibile orientarsi … andrebbe effettivamente scolarizzato.

    scusate, ma quell’enrico che scrive fesserie è sempre lo spacciatore di ricette facili?

  22. Credo che il punto più critico sia la formazione degli insegnanti. Per l’impostazione eccessivamente umanistica della scuola e dell’università italiana, si continuano a tenere separati il “sapere” e il “saper fare”, per cui si trascura il fatto che l’insegnamento, oltre che una vocazione, è una tecnica, e come tale è un qualcosa che va appreso. Un esempio tipico mi sembrano gli insegnanti di lingua, che in genere escono dalle facoltà di Lingue e Letterature Straniere, che già di per sé nascono male per il fatto di sommare le mele e le pere, che si suppone abbiano imparato molto bene, quasi come un madrelingua, ad es. l’inglese e che sappiano insegnarlo. Quindi dovrebbero essere in grado di creare in classe quella simulazione di immersione che è riconosciuta come il metodo migliore per stimolare gli allievi a un uso attivo della lingua orale, vale a dire capire e parlare, anche se poi la soluzione definitiva probabilmente è l’immersione vera, cioè usare la lingua straniera per veicolare le altre materie. Invece nella realtà spesso non è così, per cui gli insegnanti finiscono per concentrarsi sulla lingua scritta, per cui si scade nella didattica della letteratura (????) o, ancora più tristemente, nel famigerato insegnamento della “civiltà” straniera tipico degli istituti tecnici e professionali.
    Non a caso le facoltà dove è stato meglio affrontato il problema delle formazione dei docenti sono quelle scientifiche, più pragmatiche per definizione e meno inflazionate di iscritti, ad esempio Matematica e Fisica, dove c’è espressamente l’indirizzo didattico e quello applicativo.

    Poi, si sa, l’insegnante è una di quelle professioni, come il medico, il prete, l’infermiere, per cui bisogna avere la vocazione e la personalità adatta, e queste non si insegnano.

  23. Was genau ist hier eigentlich der Gegenstand der Auseinandersetzung?

    Bestreitet irgendjemand, dass Lehrer in ihrem Unterricht die didaktischen Techniken und Methoden anwenden sollten, die aufgrund von Erfahrung und/oder wissenschaftlichen Untersuchnungen bereit stehen? Dazu gehört natürlich auch, dass Lehrer darauf achten, welche Voraussetzungen ihre Schüler mitbringen.
    Dass hier Vieles im Argen liegt, wird wohl kaum geleugnet werden.
    (Zufällig habe ich vor ein paar Tagen eine Rezension gelesen, die sich auf dieses Thema bezieht: Gerhard Roth: Bildung braucht Persönlichkeit. Wie Lernen gelingt. Stuttgart 2011. Rezensiertvon Reinhard Kahl in der Literaturbeilage DIE ZEIT Nr. 12, März 2011)

    Mir scheint, es wird auch eine andere Frage verhandelt:
    Ist es elitär, ist es überheblich, ist es blauäugig, ist es rechts, ist es links, … wenn jemand daran erinnern will, dass die Naturwissenschaften wohl faszinierende Erkenntnisse und Hypothesen über die Welt liefern können (und dass die technische Entwicklung neben Gefahren auch früher nicht vorstellbare Verbesserungen der Lebensbedingungen gebracht hat, zumindest für die Menschen in unseren Breiten), dass diese Wissenschaften uns aber nicht zu sagen vermögen, was wir tun sollen und welche Ziele wir unserem Leben geben sollen?

    Ist es elitär, … wenn die Schule es als eine ihrer wichtigen Aufgaben ansieht, auch denjenigen Jugendlichen, welche aus bildungferneren sozialen Milieus kommen, nicht nur technisch-praktische Fertigkeiten zu vermitteln, sondern auch einen ersten Zugang zu Dante, Tolstoj, Joyce, Calvino, Vivaldi, Bach, Cage, Caravaggio, Duchamp, Aristoteles, Augustinus, Franz von Assisi, Kant, Nietzsche, Marx, Rawls, … zu eröffnen?
    Meine Meinung ist, dass gerade die Linke vehement das Recht ALLER JUGENDLICHEN auf Zugang auch zu Literatur, Kunst und Philosophie fordern sollte!
    Ich meine NICHT, dass die Schule Fragen nach Sinn und Zielen ANSTELLE der Schüler beantworten soll, wohl aber, dass die Schule dazu anregen soll, auch solche Fragen zu stellen.

    Und noch einmal zu Wittgenstein: Wittgenstein sagt im zuerst zitierten kurzen Satz ja nicht, dass der Unterschied im Sich-Auskennen etwas Wünschenswertes oder etwas Unveränderliches sei, und wenn wir das zweites Zitat aus Gabrieles anfänglicher Betrachtung dazunehmen, ergibt sich ganz klar das Gegenteil: wir erleben einen “demütigen” Philosophen, der es als Aufgabe des Lehrers ansieht, den Schüler selbständig werden zu lassen, und der sein (Wittgensteins) Scheitern für möglich hält.

  24. grazie a tuscan: sono sostanzialmente del tuo stesso avviso. (temo solo che il tuo avere tirato in ballo “l’immersione” possa dare la stura a uno spacciatore di ricette magiche che gira da queste parti: ma questo è un altro discorso).
    danke an hans knapp: didaktische techniken u methoden gibt es zwar, sie werden aber von einem großteil unserer intellektualität vernachlässigt; es überwiegt tatsächlich eine elitäre auffassung der kultur.
    was die italienische linke anbelangt: augenscheinlich fordert sie zwar zugang zur kultur für alle schichten; in der praxis verteidigt sie aber meistens korporative positionen der lehrerschaft.

  25. @ Lucio

    Non vorrei riattivare una polemica che ci ha avvelenato per decenni, ma una parola (ennesima) sulle “formule magiche” concedimela. L’immersione o insegnamento veicolare è sicuramente un metodo proficuo e accertato. Il che non significa che risulterebbe valido per TUTTI, in OGNI CASO e, soprattutto, che non sia possibile ottenere ottimi risultati anche con ALTRI metodi. Ma come dobbiamo difenderci dall’idea che sia il metodo (di per sé) a risolvere i nostri problemi, bisogna anche difenderci dall’idea che l’introduzione di questa metodologia porti alla rottura di un sistema altrimenti non criticabile o sia un attacco all’establishment politico consolidato.

  26. Mi piace questo gioco di destra o sinistra. Visto che le semplificazioni e gli incasellamenti sono graditi da una parte del pubblico, per meritarmi qualche applauso supplementare da ora li chiamerò “fascisti” e “comunisti”, tanto per rendere la dicotomia più aderente alla realtà.

    Ecco il classico frutto dell’albero proibito. L’immersione, ovvero la velleità teutonizzante dei fascisti bolzanini. Ed anche molti comunisti si son fatti prendere da questo sogno, ma i fascisti ormai lo cavalcano da decenni. Loro hanno antropologicamente bisogno di un capro espiatorio e di una panacea di tutti i mali. Il male è la SVP, il bene è l’immersione. Quando i loro figli impareranno “drei mal drei ist neun” invece che “tre per tre è nove” sarà sorto il sol dell’avvenir. Il fatto che l’arcinemica SVP ostacoli da anni questa sperimentazione è la prova principale che i fascisti hanno della sua efficacia.
    Se fossero più furbi manderebbero i figli a suonare in qualche banda, a cantare in qualche coro o a divertirsi coi pompieri.
    Io però che ho l’orizzonte del comunistoide, per far polemica ho deciso di lanciare la mia personale campagna; ecco lo slogan, di sicura presa sui fascisti: “Difficoltà con la lingua? Niente immersione? Iscrivi i tuoi figlioli in una Schuetzenkompanie. Risultati assicurati!”

    @Lucio:

    Non prendere troppo sul serio la mia polemica con il sig. Enrico su fascisti o comunisti.
    Ecco la mia opinione sulla cultura: la cultura E’ elitaria, lo è sempre stata e lo sarà sempre; anche quando il livello medio si alzasse (ed è auspicabile). Non è solo questione di classe sociale, anzi: una volta per i comunisti la cultura era vista come strumento di riscatto sociale per cui ” anche l’operaio voleva il figlio dottore” (i fascisti no, il loro mondo è sempre stato organizzato in picchiatori col fez e commendatori col panciotto).
    Oggi però questo elemento è andato perduto: solo pochi illusi oggi studiano per avere un futuro migliore, per una serie di motivazioni esterne al sistema scolastico. Una volta si studiava con l’idea di andare a lavorare, oggi è più vero il contrario. Che poi non è che una volta gli studenti non lavorassero, anzi, ma lo studio era considerato un investimento sul futuro. Oggi invece, specialmente lo studio univeristario, è oggettivamente uno spreco di tempo e denaro, una specie di svago; ma tutta la catena ne risente, perchè le cose che contano sono altre.
    In questo scenario l’insegnante monocrate e severo, che passeggia tra i banchi citando brani dal “de bello gallico” a memoria e sembra sapere tutto di tutto, è stato per molte generazioni la figura temuta ed ammirata assieme che ha spronato allo studio. Per quel che mi riguarda, molto più della professoressa che mi faceva asoltare le cassettine di inglese.
    D’altra parte oggi non sarebbe più possibile un insegnamento liceale di questo tipo: all’ Università di Trento hanno ormai da anni introdotto un esame obbligatorio di lingua italiana, perchè col sistema di dare dall’ 8 in su dalle elementari alle superiori, nessuno prende sul serio le proprie lacune. Trent’anni fa in terza media si cominciava col latino. Ottant’anni fa le elementari erano comunque obbligatorie, ma nemmeno il figlio dell’operaio usciva senza saper tenere in mano correttamente la penna e senza sapere le tabelline… e non cominciate con la storia dei bambini immigrati, che loro a scrivere, lo imparano nel loro paese a volte meglio che i nostri!!!

  27. ecco qua una foto che ho scattato io a Skjolden.

    E’ la targa che la municipalità locale ha messo sulla statale per Sognefjellet, che avvisa che sull’altra sponda del lago c’era la casa che Wittgenstein aveva costruito con le sue mani per abitarci. Ora la casa non è piu’ visibile perchè i muri sono crollati, ma la targa è un tributo a Wittgenstein per quello che lui aveva edificato.

  28. @ FabivS

    Sul gioco destra-sinistra, ricordo la scena di un film (o forse era uno sketch televisivo?) di tanti anni fa, di cui non ricordo assolutamente null’altro: due tizi discutono animatamente sul valore politico dei salumi. E ovviamente il prosciutto di Parma lo definiscono di destra, la mortadella di sinistra. Poi uno chiede: “E i radicali?”. E l’altro: “La finocchiona”.
    Ecco, rispetto a Wittgenstein è parecchio OT: ma considerando che il fratello Paul aveva perso il braccio destro in guerra, e per lui Ravel e Prokofiev scrissero dei concerti per pianoforte per sola mano sinistra, direi che un collegamento si riesce a trovarlo. Poi ci sono altri, più reconditi, collegamenti.
    Ma concluderei con una domanda per te, che sei esperto della questione: lo speck è di destra o di sinistra?
    Ti saluto con le ultime parole che Ludwig sussurrò in punto di morte: “Tell them I’ve haved a wonderful life”.

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