La Grecia sì

Sabato scorso, su IL FOGLIO, un bello spunto di Adriano Sofri (scritto nella sua rubrica “Piccola posta”). Dedicato a tutti quelli che la Grecia sì, la Grecia no, la Grecia forse…

Più di cinquant’anni fa, grazie al mio liceo, visitai un paio di volte Atene. Ieri ci sono tornato, e nel reparto miceneo del Museo archeologico ho letto la targa che riporta il telegramma famoso di Heinrich Schliemann […]

A sua Maestà il Re Giorgio degli Elleni, con estrema gioia, annuncio che ho scoperto le tombe che la tradizione, di cui Pausania si fa portavoce, indicava come le sepolture di Agamennone, di Cassandra, di Eurimedonte e dei loro compagni, tutti uccisi durante il pasto offerto da Clitennestra e dal suo amante Egisto… Ho trovato nelle sepolture tesori immensi fatti di oggetti arcaici in oro puro. Questi tesori bastano da soli a riempire un grande museo che sarà il più bello del mondo e che, durante i secoli a venire, porterà in Grecia migliaia di stranieri provenienti da tutti i paesi del mondo. Poiché lavoro per puro amore della scienza, non ho naturalmente alcuna pretesa riguardo a questi tesori che dò con vivo entusiasmo alla Grecia. Voglia Iddio che diventino la pietra angolare di una immensa ricchezza nazionale. Micene, 16-18 novembre 1876

 

 

Voltare pagina rinnovando le facce e le idee

Per commentare la notizia relativa al proposito espresso dall’ex sindaco di Bolzano, Giovanni Benussi, di costruire un soggetto politico territoriale finalmente slegato dalle logiche di partito “romane”, forse si potrebbe ricorrere al famoso apologo della stalla chiusa con i buoi già tutti fuggiti. Nella nostra situazione si tratterebbe però solo di una mera approssimazione alla realtà, visto che quei buoi non risultano soltanto appena scappati, ma ora si trovano dispersi a pascolare chissà dove e pare inutile rimettersi a cercarli.

Parimenti, quando Michaela Biancofiore propone invece di attendere che il Pdl, terremotato in primo luogo dalla sua incapacità di corrispondere anche minimamente ai miracoli annunciati, possa essere rifondato grazie a una nuova immissione di “spirito berlusconiano”, sembra quasi di udire le voci di un tempo remoto. Più che di spirito, dunque, il suo assomiglia piuttosto a un esercizio di spiritismo: gli amici e i congiunti del trisavolo deceduto da secoli riuniti attorno a un tavolino che ondeggia e sussulta secondo gli improbabili protocolli delle sorelle Maggie e Kate Fox.

Chi avesse avuto la pazienza di seguire le recenti evoluzioni del centrodestra locale, certo non potrebbe avere soverchi dubbi riguardo agli sbagli compiuti da questa compagine adesso quasi completamente disfatta. La dipendenza pedissequa dalla matrice del partito di riferimento (o dei partiti, allorché non s’era ancora compiuta la tiepida fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale) ha sempre portato a inverosimili attese di soluzioni calate dall’alto. La rivendicazione della difesa di supposti “interessi italiani” da contrapporre allo strapotere della Svp ha confinato poi per decenni la critica al modello autonomistico, di per sé pienamente legittima, in una vieta e velleitaria retorica di stampo nazionalista. Persino chi, pur sempre replicando scelte strategiche avvenute lontano da Bolzano, ha provato a staccarsi dal ceppo originario, non è mai riuscito a proporsi in modo credibile; anzi, all’occasione, è caduto maldestramente nella trappola di confondere “italianità” ed “eredità fascista”, come se fossero termini non indecentemente sovrapponibili.

Il fatto è che non basta invocare un cambiamento affinché questo si avveri. A cambiare devono essere in primo luogo le facce e le idee. E il cambiamento delle prime – come ci suggerirebbe l’applicazione di una logica sicuramente impietosa, ma alla fine necessaria – è una condizione imprescindibile per avere quello delle seconde.

Corriere dell’Alto Adige, 23 maggio 2012

La “chiacchiera” che salva dall’oblio

Martedì 22 maggio, presso la libreria Kolibri di Bolzano (ore 19.00), Waltraud Mittich presenterà assieme allo storico Carlo Romeo il suo nuovo libro “Du bist auch immer das Gerede über dich” (Raetia Verlag). Si tratta di un testo, composto in felice equilibrio tra scrittura documentaristica e prosa poetica, che rievoca la figura del partigiano sudtirolese Hans Egarter. Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice.

La sua opera si apre con una citazione tratta da “Essere e Tempo” di Heidegger nella quale si afferma che il termine “Gerede” (chiacchiera) non è inteso in senso spregiativo. Ci può chiarire quale sarebbe il contenuto positivo del termine e in che modo esso diventa importante per la comprensione del suo libro?

Sì, nel linguaggio di Heidegger “chiacchiera” indica un fenomeno positivo, inerente il discorso quotidiano che poi costituisce la dimensione esistenziale del comprendere e dell’interpretare. Anche per quanto riguarda il mio libro la chiacchiera assume un’importanza assai rilevante. Innanzitutto è la narratrice ad essere esposta al flusso di chiacchiere che circondano il protagonista: su molti periodi della vita di Hans Egarter possediamo infatti solo notizie sporadiche. Sarà compito della ricerca storica portarle alla luce e il mio libro in fondo coltiva la speranza di poter contribuire a spronarla. Anche per questo la chiacchiera su Egarter è un fatto positivo. Poi sono stati i suoi nemici a spargere maldicenze di ogni tipo su quest’uomo. Non si tratta ovviamente di riscontri gradevoli, però li ritengo ugualmente utili per riportare Egarter al centro del discorso o comunque per tornare a parlarne. La chiacchiera della narratrice ha dunque uno scopo conoscitivo. Avrebbe potuto tacere – o come Hanna Arendt dice in una lettera a Karl Jaspers: “die Schnauze halten” – e in generale sono molti quelli che pensano che addirittura si debba continuare a tacere. Ma così subentrerebbe l’indifferenza, anche verso le sorti del mondo. Ecco allora che la chiacchiera diventa un modo per fare qualcosa. Infine la chiacchiera è naturalmente anche un azzardo, del quale non è possibile dire dove conduca.   

In Italia la guerra partigiana ha dato luogo a una tradizione letteraria che, almeno negli anni dell’immediato dopoguerra, ha svolto un ruolo essenziale nell’edificazione di una narrazione civile indispensabile ai fini di una rinascita morale del Paese (basti pensare agli scritti di Calvino, Fenoglio e Meneghello). In Sudtirolo, invece, l’esiguità del fenomeno resistenziale ha ostacolato (o comunque non ha favorito) una narrazione in grado di appoggiarsi a quei pochi esempi di dissidenza antifascista e antinazista che avrebbero senz’altro contribuito a generare una maggiore coscienza critica rispetto all’esistente. Adesso non è tardi per colmare una simile lacuna?

Non penso proprio che sia tardi. Anzi, per certe cose non è mai tardi. Probabilmente noi elaboriamo il passato con lentezza. O con cautela, se l’espressione può risultare migliore.

Avviciniamoci di più al protagonista del libro. Chi era Hans Egarter e quali sono state le principali cause del suo oblio?

Hans Egarter è stato un uomo coraggioso. Ha preso terribilmente sul serio parole come fedeltà e tradimento. Al contempo la sua è una personalità estremamente complessa. È stato dimenticato perché avrebbe voluto che la società locale ripudiasse nel modo più drastico chi si era compromesso col regime nazista. La verità, affermava, è che i complici, i fiancheggiatori non hanno mai mostrato alcun pentimento o senso di colpa, ma al contrario hanno subito cominciato a scalare le posizioni di vertice, ad occupare posti di responsabilità. Il passato, quel passato è stato rimosso. Egarter invece pretendeva giustizia per le vittime e che i colpevoli venissero affidati alla giustizia.

Ultimamente abbiamo letto due romanzi, entrambi scritti da donne, che si sono posti il compito di spiegare le contraddizioni della recente storia sudtirolese in una chiave romanzata: prima “Eva dorme”, di Francesca Melandri, e poi “Stillbach oder die Sehnsucht”, di Sabine Gruber. In un certo senso il suo libro si pone nel solco di questa produzione. Com’è possibile – posto che sia possibile – qualificare le peculiarità di una via d’accesso femminile alle problematiche in esame?

Il testo che ho scritto ruota attorno a un dialogo immaginario tra una narratrice e il personaggio Egarter. Alla fine di questo dialogo Egarter afferma: “È probabile, forse è possibile che il ricordo sia femminile”. Ovviamente si esprime in modo prudente, la sua è solo una supposizione. Anch’io, l’autrice Waltraud Mittich, condivido questa posizione e penso che qui possiamo affidarci soltanto a una supposizione.  In tutte le cose che ho scritto ritorna peraltro questa frase a proposito dell’elaborazione dei fatti storici. Ammetto del resto che una tale modalità femminile di ricordare abbia bisogno di essere coltivata con molta più intensità.

A un certo punto, nel libro, lei scrive “Soltanto quando tutte le piccole storie saranno scritte fino in fondo, allora potremmo giungere a scrivere la Saga. E questa tratterà dell’EuRegio, della bella regione”. Da questo punto di vista, qual è il contributo specifico che la piccola storia del partigiano Egarter porta alla costruzione di una simile Saga? E in quale lingua dovrà essere scritta?

La Saga, ovvero il grande romanzo sudtirolese, ancora ci manca. Ma se un giorno qualcuno avrà la ventura di scriverla, di questo sono convinta, illustrerà la via verso una storia che esprimerà un compimento sereno. Anche la lingua dovrà essere un’altra, un nuovo tedesco adatto a descrivere la via che avremo percorso.

Corriere dell’Alto Adige, 19 maggio 2012 (pubblicato col titolo “Partigiano Egarter”)

 

Jacopo con Ilaria

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia / perduta nella morte, quando / la sua età fu più pura e necessaria. […] Nelle chiuse palpebre d’Ilaria trema / l’infetta membrana delle notti / italiane… […] All’Italia non resta / che la sua morte marmorea, la brulla // sua gioventù interrotta…

Pier Paolo Pasolini, L’Appennino

Il ponte texano e la mega-funivia. Incubo o realtà?

In un piccolo testo del poeta Norbert C. Kaser dedicato a Bressanone, la cittadina della Val d’Isarco è tratteggiata così: “B. si perde dormendo persino la fine del mondo”. Da allora le cose sono un po’ cambiate.

Di sicuro la città vescovile non assomiglia più infatti a quella descritta da Heine nel suo “Viaggio in Italia”: dominata da una fisionomia intrisa di quiete crepuscolare, cullata da un malinconico tintinnare di campane e punteggiata da pecore al trotto verso l’ovile. Eppure l’ovvia trasformazione che l’ha resa ormai un centro polimorfo – in equilibrio tra tradizione e innovazione, con un nucleo storico ancora sufficientemente integro e una periferia rigogliosa di aziende e piccole industrie – non aveva sinora destato il sospetto di poter precipitare in una forsennata corsa verso la modernità più abbacinante. 

Basta dare un’occhiata a due recenti progetti, tuttavia, per avere un’idea di cosa adesso potrebbe succedere. Il primo riguarda la costruzione di un ponte in corrispondenza della nuova uscita autostradale a sud della città. L’opera – per la quale è prevista una spesa di nove milioni di euro – assomiglia alle enormi strutture che abbiamo imparato a conoscere nelle megalopoli statunitensi. In modo un po’ provocatorio la Tageszeitung l’ha accostata al famoso Margaret Hunt Hill Bridge di Dallas. Il gigantesco ponte strallato, lungo 570 e alto 122 metri, posto a cavallo del fiume Trinity. Ovviamente da noi le dimensioni e i costi risulterebbero più contenuti del collega texano, ma l’impronta lasciata sul paesaggio non sarebbe da meno. Ed è legittimo chiedersi se sia proprio il caso d’intervenire in modo tanto drastico.

Ben più preoccupante è però la seconda impresa caldeggiata dall’amministrazione cittadina. Si tratta di una funivia capace di collegare la stazione ferroviaria, o comunque un sito vicino, con la costa situata di fronte, e poi  la cima della Plose. Uno sfregio effettuato sull’intero spazio aereo della vallata che usurperebbe il ruolo finora svolto dal Duomo come limite estremo della skyline urbana. Al di là delle possibili argomentazioni di ordine economico e ambientale a favore o a sfavore di un simile progetto, quello che colpisce è l’azzardo estetico dell’operazione. In questo modo Bressanone non diventerebbe semplicemente una città dotata di funivia, ma s’identificherebbe senz’altro con essa, costringendo in pratica chiunque, non solo quelli che ci abiterebbero sotto, ad avvertirla come lo sfondo di ogni futuro sguardo. Un vero incubo, a mio giudizio, una di quelle assurdità che magari ci s’immaginano per un momento quando si è in vena di scherzi.  Invece c’è chi si sta dando da fare affinché un impianto del genere venga costruito.

I due progetti rischiano di alterare in profondità l’immagine di Bressanone. Varrebbe la pena rifletterci meglio.

Corriere dell’Alto Adige, 18 maggio 2012

Gli alpini hanno trionfato con 3 gol

Ho scritto un pezzo che non avrei mai pensato di scrivere. Ero scettico, molto scettico sull’adunata degli alpini. Un misto di fastidio specifico e di snobismo generale m’impediva (e mi ha impedito) di prendere parte a quanto accaduto lo scorso fine settimana a Bolzano. Però ci sono momenti in cui bisogna prendere atto della realtà. Non si tratta affatto di chinare la testa nei confronti del “mainstream”. Si tratta solo di rendersi conto che noi possiamo anche sperare di costringere i fatti dentro i nostri schemi mentali o di farli assomigliare alle nostre illusioni [tipo questi]. Ma poi quei fatti se ne fregano dei nostri schemi mentali e delle nostre illusioni e s’impongono per quel che sono. È anche un salutare gesto d’umiltà. [Ringrazio Leo Angerer per la foto: www.leonhardangerer.com]

Per parlare del trionfo – non sembri esagerato ritenerlo tale – degli alpini a Bolzano occorre mobilitare un linguaggio di tipo calcistico: sono riusciti ad “espugnare” il campo imponendosi col rotondo punteggio di 3 a 0 sui pregiudizi che li aspettavano al varco. E se la sensazione di vivere un momento davvero particolare si poteva leggere in tutti i commenti fatti pervenire a caldo da chi ha direttamente preso parte all’evento, è dalle note dei possibili “avversari” che risalta in modo nitido l’impresa. Ecco allora una cronaca sommaria dei gol, visti dalla porta di chi li ha incassati.

Del primo gol posso parlare in prima persona, giacché anch’io ero tra quelli che storcevano la bocca di fronte a una manifestazione così gigantesca [QUI]. Il timore qui era dovuto al possibile impatto sul tessuto cittadino e sulle sue abitudini notoriamente compassate. Beh, gli alpini hanno senz’altro dimostrato di saper imbrigliare il famoso elefante all’interno di un negozio di cristalli, ma il dato notevole è stato vedere come gli abitanti di Bolzano non solo si siano disposti ad accogliere la pacifica invasione delle piume nere badando a limitare i danni, bensì abbiano colto quest’occasione per farsi contagiare dal soffio di vita e dal clima di festa che in moltissimi hanno percepito come mancanti e necessari.

Il secondo gol è stato segnato contro gli uccelli del malaugurio “etnico”. Ai soliti noti pronti a scommettere sulle provocazioni nazionaliste, agli irrimediabili maestrini della cattiva coscienza storica, gli alpini hanno ribattuto offrendo una serena e sorridente indifferenza. Un’amica mi ha per esempio raccontato di aver visto una donna apostrofare gli ospiti invitandoli a sparare “a tutti i nazi che dicono che qui non siamo in Italia” per poi chiudere la sua triste omelia con un rabbioso “Viva il Duce!”. Gli alpini presenti hanno scosso la testa prendendola per pazza.

Il terzo gol ha gonfiato infine la rete di chi pensava che questa “festa tricolore” non potesse scalfire l’algida estraneità dei tedeschi. Nel nostro piccolo mondo fatto di società parallele, il massimo che ci saremmo potuti aspettare, si sosteneva, sarebbe stato il sussiego di chi concede dall’alto della sua imperturbabilità un’occasione di svago, ma nulla più. Il rimprovero di aver oltrepassato la “buona misura tirolese” – secondo quanto affermato con una punta di acidità da Wendelin Weingartner, l’ex capitano del Tirolo –, non ha però trovato eco significativa tra i sudtirolesi. Segno che quella misura, in realtà, non va stretta solo agli “italiani”. 

Corriere dell’Alto Adige, 16 maggio 2012