La Grecia sì

Sabato scorso, su IL FOGLIO, un bello spunto di Adriano Sofri (scritto nella sua rubrica “Piccola posta”). Dedicato a tutti quelli che la Grecia sì, la Grecia no, la Grecia forse…

Più di cinquant’anni fa, grazie al mio liceo, visitai un paio di volte Atene. Ieri ci sono tornato, e nel reparto miceneo del Museo archeologico ho letto la targa che riporta il telegramma famoso di Heinrich Schliemann […]

A sua Maestà il Re Giorgio degli Elleni, con estrema gioia, annuncio che ho scoperto le tombe che la tradizione, di cui Pausania si fa portavoce, indicava come le sepolture di Agamennone, di Cassandra, di Eurimedonte e dei loro compagni, tutti uccisi durante il pasto offerto da Clitennestra e dal suo amante Egisto… Ho trovato nelle sepolture tesori immensi fatti di oggetti arcaici in oro puro. Questi tesori bastano da soli a riempire un grande museo che sarà il più bello del mondo e che, durante i secoli a venire, porterà in Grecia migliaia di stranieri provenienti da tutti i paesi del mondo. Poiché lavoro per puro amore della scienza, non ho naturalmente alcuna pretesa riguardo a questi tesori che dò con vivo entusiasmo alla Grecia. Voglia Iddio che diventino la pietra angolare di una immensa ricchezza nazionale. Micene, 16-18 novembre 1876

 

 

Voltare pagina rinnovando le facce e le idee

Per commentare la notizia relativa al proposito espresso dall’ex sindaco di Bolzano, Giovanni Benussi, di costruire un soggetto politico territoriale finalmente slegato dalle logiche di partito “romane”, forse si potrebbe ricorrere al famoso apologo della stalla chiusa con i buoi già tutti fuggiti. Nella nostra situazione si tratterebbe però solo di una mera approssimazione alla realtà, visto che quei buoi non risultano soltanto appena scappati, ma ora si trovano dispersi a pascolare chissà dove e pare inutile rimettersi a cercarli.

Parimenti, quando Michaela Biancofiore propone invece di attendere che il Pdl, terremotato in primo luogo dalla sua incapacità di corrispondere anche minimamente ai miracoli annunciati, possa essere rifondato grazie a una nuova immissione di “spirito berlusconiano”, sembra quasi di udire le voci di un tempo remoto. Più che di spirito, dunque, il suo assomiglia piuttosto a un esercizio di spiritismo: gli amici e i congiunti del trisavolo deceduto da secoli riuniti attorno a un tavolino che ondeggia e sussulta secondo gli improbabili protocolli delle sorelle Maggie e Kate Fox.

Chi avesse avuto la pazienza di seguire le recenti evoluzioni del centrodestra locale, certo non potrebbe avere soverchi dubbi riguardo agli sbagli compiuti da questa compagine adesso quasi completamente disfatta. La dipendenza pedissequa dalla matrice del partito di riferimento (o dei partiti, allorché non s’era ancora compiuta la tiepida fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale) ha sempre portato a inverosimili attese di soluzioni calate dall’alto. La rivendicazione della difesa di supposti “interessi italiani” da contrapporre allo strapotere della Svp ha confinato poi per decenni la critica al modello autonomistico, di per sé pienamente legittima, in una vieta e velleitaria retorica di stampo nazionalista. Persino chi, pur sempre replicando scelte strategiche avvenute lontano da Bolzano, ha provato a staccarsi dal ceppo originario, non è mai riuscito a proporsi in modo credibile; anzi, all’occasione, è caduto maldestramente nella trappola di confondere “italianità” ed “eredità fascista”, come se fossero termini non indecentemente sovrapponibili.

Il fatto è che non basta invocare un cambiamento affinché questo si avveri. A cambiare devono essere in primo luogo le facce e le idee. E il cambiamento delle prime – come ci suggerirebbe l’applicazione di una logica sicuramente impietosa, ma alla fine necessaria – è una condizione imprescindibile per avere quello delle seconde.

Corriere dell’Alto Adige, 23 maggio 2012

La “chiacchiera” che salva dall’oblio

Martedì 22 maggio, presso la libreria Kolibri di Bolzano (ore 19.00), Waltraud Mittich presenterà assieme allo storico Carlo Romeo il suo nuovo libro “Du bist auch immer das Gerede über dich” (Raetia Verlag). Si tratta di un testo, composto in felice equilibrio tra scrittura documentaristica e prosa poetica, che rievoca la figura del partigiano sudtirolese Hans Egarter. Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice.

La sua opera si apre con una citazione tratta da “Essere e Tempo” di Heidegger nella quale si afferma che il termine “Gerede” (chiacchiera) non è inteso in senso spregiativo. Ci può chiarire quale sarebbe il contenuto positivo del termine e in che modo esso diventa importante per la comprensione del suo libro?

Sì, nel linguaggio di Heidegger “chiacchiera” indica un fenomeno positivo, inerente il discorso quotidiano che poi costituisce la dimensione esistenziale del comprendere e dell’interpretare. Anche per quanto riguarda il mio libro la chiacchiera assume un’importanza assai rilevante. Innanzitutto è la narratrice ad essere esposta al flusso di chiacchiere che circondano il protagonista: su molti periodi della vita di Hans Egarter possediamo infatti solo notizie sporadiche. Sarà compito della ricerca storica portarle alla luce e il mio libro in fondo coltiva la speranza di poter contribuire a spronarla. Anche per questo la chiacchiera su Egarter è un fatto positivo. Poi sono stati i suoi nemici a spargere maldicenze di ogni tipo su quest’uomo. Non si tratta ovviamente di riscontri gradevoli, però li ritengo ugualmente utili per riportare Egarter al centro del discorso o comunque per tornare a parlarne. La chiacchiera della narratrice ha dunque uno scopo conoscitivo. Avrebbe potuto tacere – o come Hanna Arendt dice in una lettera a Karl Jaspers: “die Schnauze halten” – e in generale sono molti quelli che pensano che addirittura si debba continuare a tacere. Ma così subentrerebbe l’indifferenza, anche verso le sorti del mondo. Ecco allora che la chiacchiera diventa un modo per fare qualcosa. Infine la chiacchiera è naturalmente anche un azzardo, del quale non è possibile dire dove conduca.   

In Italia la guerra partigiana ha dato luogo a una tradizione letteraria che, almeno negli anni dell’immediato dopoguerra, ha svolto un ruolo essenziale nell’edificazione di una narrazione civile indispensabile ai fini di una rinascita morale del Paese (basti pensare agli scritti di Calvino, Fenoglio e Meneghello). In Sudtirolo, invece, l’esiguità del fenomeno resistenziale ha ostacolato (o comunque non ha favorito) una narrazione in grado di appoggiarsi a quei pochi esempi di dissidenza antifascista e antinazista che avrebbero senz’altro contribuito a generare una maggiore coscienza critica rispetto all’esistente. Adesso non è tardi per colmare una simile lacuna?

Non penso proprio che sia tardi. Anzi, per certe cose non è mai tardi. Probabilmente noi elaboriamo il passato con lentezza. O con cautela, se l’espressione può risultare migliore.

Avviciniamoci di più al protagonista del libro. Chi era Hans Egarter e quali sono state le principali cause del suo oblio?

Hans Egarter è stato un uomo coraggioso. Ha preso terribilmente sul serio parole come fedeltà e tradimento. Al contempo la sua è una personalità estremamente complessa. È stato dimenticato perché avrebbe voluto che la società locale ripudiasse nel modo più drastico chi si era compromesso col regime nazista. La verità, affermava, è che i complici, i fiancheggiatori non hanno mai mostrato alcun pentimento o senso di colpa, ma al contrario hanno subito cominciato a scalare le posizioni di vertice, ad occupare posti di responsabilità. Il passato, quel passato è stato rimosso. Egarter invece pretendeva giustizia per le vittime e che i colpevoli venissero affidati alla giustizia.

Ultimamente abbiamo letto due romanzi, entrambi scritti da donne, che si sono posti il compito di spiegare le contraddizioni della recente storia sudtirolese in una chiave romanzata: prima “Eva dorme”, di Francesca Melandri, e poi “Stillbach oder die Sehnsucht”, di Sabine Gruber. In un certo senso il suo libro si pone nel solco di questa produzione. Com’è possibile – posto che sia possibile – qualificare le peculiarità di una via d’accesso femminile alle problematiche in esame?

Il testo che ho scritto ruota attorno a un dialogo immaginario tra una narratrice e il personaggio Egarter. Alla fine di questo dialogo Egarter afferma: “È probabile, forse è possibile che il ricordo sia femminile”. Ovviamente si esprime in modo prudente, la sua è solo una supposizione. Anch’io, l’autrice Waltraud Mittich, condivido questa posizione e penso che qui possiamo affidarci soltanto a una supposizione.  In tutte le cose che ho scritto ritorna peraltro questa frase a proposito dell’elaborazione dei fatti storici. Ammetto del resto che una tale modalità femminile di ricordare abbia bisogno di essere coltivata con molta più intensità.

A un certo punto, nel libro, lei scrive “Soltanto quando tutte le piccole storie saranno scritte fino in fondo, allora potremmo giungere a scrivere la Saga. E questa tratterà dell’EuRegio, della bella regione”. Da questo punto di vista, qual è il contributo specifico che la piccola storia del partigiano Egarter porta alla costruzione di una simile Saga? E in quale lingua dovrà essere scritta?

La Saga, ovvero il grande romanzo sudtirolese, ancora ci manca. Ma se un giorno qualcuno avrà la ventura di scriverla, di questo sono convinta, illustrerà la via verso una storia che esprimerà un compimento sereno. Anche la lingua dovrà essere un’altra, un nuovo tedesco adatto a descrivere la via che avremo percorso.

Corriere dell’Alto Adige, 19 maggio 2012 (pubblicato col titolo “Partigiano Egarter”)

 

Jacopo con Ilaria

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia / perduta nella morte, quando / la sua età fu più pura e necessaria. […] Nelle chiuse palpebre d’Ilaria trema / l’infetta membrana delle notti / italiane… […] All’Italia non resta / che la sua morte marmorea, la brulla // sua gioventù interrotta…

Pier Paolo Pasolini, L’Appennino

Il ponte texano e la mega-funivia. Incubo o realtà?

In un piccolo testo del poeta Norbert C. Kaser dedicato a Bressanone, la cittadina della Val d’Isarco è tratteggiata così: “B. si perde dormendo persino la fine del mondo”. Da allora le cose sono un po’ cambiate.

Di sicuro la città vescovile non assomiglia più infatti a quella descritta da Heine nel suo “Viaggio in Italia”: dominata da una fisionomia intrisa di quiete crepuscolare, cullata da un malinconico tintinnare di campane e punteggiata da pecore al trotto verso l’ovile. Eppure l’ovvia trasformazione che l’ha resa ormai un centro polimorfo – in equilibrio tra tradizione e innovazione, con un nucleo storico ancora sufficientemente integro e una periferia rigogliosa di aziende e piccole industrie – non aveva sinora destato il sospetto di poter precipitare in una forsennata corsa verso la modernità più abbacinante. 

Basta dare un’occhiata a due recenti progetti, tuttavia, per avere un’idea di cosa adesso potrebbe succedere. Il primo riguarda la costruzione di un ponte in corrispondenza della nuova uscita autostradale a sud della città. L’opera – per la quale è prevista una spesa di nove milioni di euro – assomiglia alle enormi strutture che abbiamo imparato a conoscere nelle megalopoli statunitensi. In modo un po’ provocatorio la Tageszeitung l’ha accostata al famoso Margaret Hunt Hill Bridge di Dallas. Il gigantesco ponte strallato, lungo 570 e alto 122 metri, posto a cavallo del fiume Trinity. Ovviamente da noi le dimensioni e i costi risulterebbero più contenuti del collega texano, ma l’impronta lasciata sul paesaggio non sarebbe da meno. Ed è legittimo chiedersi se sia proprio il caso d’intervenire in modo tanto drastico.

Ben più preoccupante è però la seconda impresa caldeggiata dall’amministrazione cittadina. Si tratta di una funivia capace di collegare la stazione ferroviaria, o comunque un sito vicino, con la costa situata di fronte, e poi  la cima della Plose. Uno sfregio effettuato sull’intero spazio aereo della vallata che usurperebbe il ruolo finora svolto dal Duomo come limite estremo della skyline urbana. Al di là delle possibili argomentazioni di ordine economico e ambientale a favore o a sfavore di un simile progetto, quello che colpisce è l’azzardo estetico dell’operazione. In questo modo Bressanone non diventerebbe semplicemente una città dotata di funivia, ma s’identificherebbe senz’altro con essa, costringendo in pratica chiunque, non solo quelli che ci abiterebbero sotto, ad avvertirla come lo sfondo di ogni futuro sguardo. Un vero incubo, a mio giudizio, una di quelle assurdità che magari ci s’immaginano per un momento quando si è in vena di scherzi.  Invece c’è chi si sta dando da fare affinché un impianto del genere venga costruito.

I due progetti rischiano di alterare in profondità l’immagine di Bressanone. Varrebbe la pena rifletterci meglio.

Corriere dell’Alto Adige, 18 maggio 2012

Gli alpini hanno trionfato con 3 gol

Ho scritto un pezzo che non avrei mai pensato di scrivere. Ero scettico, molto scettico sull’adunata degli alpini. Un misto di fastidio specifico e di snobismo generale m’impediva (e mi ha impedito) di prendere parte a quanto accaduto lo scorso fine settimana a Bolzano. Però ci sono momenti in cui bisogna prendere atto della realtà. Non si tratta affatto di chinare la testa nei confronti del “mainstream”. Si tratta solo di rendersi conto che noi possiamo anche sperare di costringere i fatti dentro i nostri schemi mentali o di farli assomigliare alle nostre illusioni [tipo questi]. Ma poi quei fatti se ne fregano dei nostri schemi mentali e delle nostre illusioni e s’impongono per quel che sono. È anche un salutare gesto d’umiltà. [Ringrazio Leo Angerer per la foto: www.leonhardangerer.com]

Per parlare del trionfo – non sembri esagerato ritenerlo tale – degli alpini a Bolzano occorre mobilitare un linguaggio di tipo calcistico: sono riusciti ad “espugnare” il campo imponendosi col rotondo punteggio di 3 a 0 sui pregiudizi che li aspettavano al varco. E se la sensazione di vivere un momento davvero particolare si poteva leggere in tutti i commenti fatti pervenire a caldo da chi ha direttamente preso parte all’evento, è dalle note dei possibili “avversari” che risalta in modo nitido l’impresa. Ecco allora una cronaca sommaria dei gol, visti dalla porta di chi li ha incassati.

Del primo gol posso parlare in prima persona, giacché anch’io ero tra quelli che storcevano la bocca di fronte a una manifestazione così gigantesca [QUI]. Il timore qui era dovuto al possibile impatto sul tessuto cittadino e sulle sue abitudini notoriamente compassate. Beh, gli alpini hanno senz’altro dimostrato di saper imbrigliare il famoso elefante all’interno di un negozio di cristalli, ma il dato notevole è stato vedere come gli abitanti di Bolzano non solo si siano disposti ad accogliere la pacifica invasione delle piume nere badando a limitare i danni, bensì abbiano colto quest’occasione per farsi contagiare dal soffio di vita e dal clima di festa che in moltissimi hanno percepito come mancanti e necessari.

Il secondo gol è stato segnato contro gli uccelli del malaugurio “etnico”. Ai soliti noti pronti a scommettere sulle provocazioni nazionaliste, agli irrimediabili maestrini della cattiva coscienza storica, gli alpini hanno ribattuto offrendo una serena e sorridente indifferenza. Un’amica mi ha per esempio raccontato di aver visto una donna apostrofare gli ospiti invitandoli a sparare “a tutti i nazi che dicono che qui non siamo in Italia” per poi chiudere la sua triste omelia con un rabbioso “Viva il Duce!”. Gli alpini presenti hanno scosso la testa prendendola per pazza.

Il terzo gol ha gonfiato infine la rete di chi pensava che questa “festa tricolore” non potesse scalfire l’algida estraneità dei tedeschi. Nel nostro piccolo mondo fatto di società parallele, il massimo che ci saremmo potuti aspettare, si sosteneva, sarebbe stato il sussiego di chi concede dall’alto della sua imperturbabilità un’occasione di svago, ma nulla più. Il rimprovero di aver oltrepassato la “buona misura tirolese” – secondo quanto affermato con una punta di acidità da Wendelin Weingartner, l’ex capitano del Tirolo –, non ha però trovato eco significativa tra i sudtirolesi. Segno che quella misura, in realtà, non va stretta solo agli “italiani”. 

Corriere dell’Alto Adige, 16 maggio 2012

Controcorrente

Un giorno gli consegnarono una cartolina. Doveva partire per la naia. “A servire la patria” dissero. Calò dalla bolgia dei dannati con le ginocchia molli e un peso al cuore. Non voleva allontanarsi ancora dai suoi monti. Soprattutto non voleva assoggettarsi a comandi, imposizioni e ordini impartiti da sconosciuti. O dal primo caporale in vena di rompere i coglioni. Capitò proprio così. La naia fu una lunga rottura di coglioni, durata sedici mesi. Scontò trentadue giorni di galera. Giorni di punizione collezionati verso la fine del servizio da passare in cella di rigore, sul tavolaccio di legno, giorno e notte. E, peggio ancora, da scontare a fine naia. Per le sue ribellioni e intemperanze, si fece un mese e un giorno in più. Era nel corpo degli alpini. In seguito non volle più saperne del cappello. E nemmeno partecipò alle adunate oceaniche che si tengono ogni anno.

Mauro Corona, Come un sasso nella corrente, Mondadori

P.S. Martedì prossimo Mauro Corona sarà a Chiusa per presentare il suo libro “Come un sasso nella corrente”. Io avrò l’arduo compito di fare da moderatore.

 

 

 

Elegia XVI

Talvolta non sono le cose che abbiamo fatto insieme, ma quelle che non abbiamo fatto, che rimpiangiamo di più. Dunque non l’erba smagliante del giardino fiorito attorno al castello di Amras, in un primo giorno perfetto di maggio, o un albergo dell’Attersee, intitolato alla polverosa memoria di Franz Josef. Piuttosto la terra riarsa e ricoperta di aghi di pino piovuti sul passato che viene a trovarci, quando chiudiamo gli occhi e una vela va lenta laggiù, tra un’isola e l’altra.

L’umiltà del bene

A quasi una settimana di distanza dall’attentato che giovedì scorso, a Vintl-Vandoies, ha sorpreso un pugno di uomini indifesi, è opportuno svolgere qualche riflessione sulle reazioni della politica e della società civile. Il dato confortante, testimoniato da un’onda d’indignazione sincera e unanime, è che sul superamento del confine tra pensieri e azioni non ci sia alcun tipo di tolleranza. Al di là del grado di conflittualità che può essere generato, insomma, è apparsa con chiarezza la percezione di un limite prima del quale occorre sempre arrestarsi. Detto questo, non bisogna commettere l’errore di sottovalutare quei pensieri che – pur non intendendo tracimare in azioni – di quelle azioni costituiscono, se non un presupposto esplicito, una contorta giustificazione a posteriori.

Quali siano e come funzionino questi pensieri l’ha spiegato molto bene Hans Karl Peterlini, intervenendo sulla pagina facebook che già all’indomani dell’attentato è stata aperta per raccogliere la solidarietà nei confronti dei “minacciati”. Peterlini allude a chi, nonostante si affretti a prendere le distanze da ogni forma di violenza, fa scivolare nel suo discorso il richiamo a “un problema che comunque deve essere risolto”, cioè il problema costituito non più dalla violenza appena stigmatizzata, ma da chi è ritenuto adesso “causa” di questa violenza e con ciò – mediante un rovesciamento di prospettiva purtroppo assai diffuso – bollato spregiativamente come “altro da sé”. Un simile modo di pensare – scrive Peterlini – è il varco attraverso il quale il razzismo s’insinua nel nostro piccolo mondo spacciandosi come suo protettore. Ma si tratta in realtà di una protezione ingannevole, giacché in un mondo in cui gli altri vengono visti come un problema è inevitabile concedere spazio alla “desertificazione umana, sociale ed ecologica” del nostro pianeta.

Esiste un modo per contrapporci alla deriva? Qui purtroppo si corre sempre il rischio che dalle buone intenzioni – rese pubbliche dall’impeto di solidarietà di cui abbiamo parlato – nasca la presunzione di rappresentare una porzione d’umanità totalmente “sana” rispetto a una “malattia” che invece dovremmo estirpare anche dentro di noi. Senza concedere nulla alla giustificazione razzista appena individuata, il vero passo decisivo riguarda quindi la lotta al meccanismo di pensiero che si accende allorché tendiamo per l’appunto a considerarci immuni dal riprodurre – anche se con finalità nobili – l’ennesima gerarchia tra individui, magari soltanto perché talvolta ci capita di sostenere le idee migliori. Solo se sapremo contrapporre alla banalità del male l’umiltà del bene, riusciremo a ridurre la discrepanza tra dover essere ed essere dalla quale poi sempre risorge la forza del male.

Corriere dell’Alto Adige, 9 maggio 2012

Sugli alpini

Fortuna che non abito a Bolzano e quindi dell’imminente adunata degli alpini (si parla di cifre a cinque zeri) potrò al massimo percepire una eco lontana. Un tema comunque che mi piacerebbe sviluppare è questo: perché non esistono voci critiche al riguardo, voci – voglio dire – capaci di esporre questa critica in uno spazio pubblico organizzato secondo uno schema top-down (giornali, televisioni, radio)? In effetti è proprio così. Nei confronti degli alpini, tutti (sto parlando ovviamente di tutti i mezzi d’informazione in lingua italiana, anche se non solo) si dimostrano, se non proprio entusiasti o compiacenti, almeno molto tolleranti. L’adunata viene vista come un’allegra rimpatriata di buontemponi dediti al culto del cameratismo e dell’allegria alcolica, e dei soldati (in fondo si tratta di ex-soldati, no?) affiorano solo quei tratti edulcorati che fanno legittimamente storcere la bocca a chiunque non si accontenti di una rappresentazione molto retorica della loro ragione sociale (appunto: siccome però a storcere la bocca sembra di fare qualcosa di particolarmente strano, alla fine si è quasi costretti a supporre che la maggioranza delle persone sia ghiottissima di tale retorica). Insomma, al pari dei morti, a quanto pare anche degli alpini non se ne può dire che bene. Ma perché?

Sarei rimasto senza una plausibile risposta se non avessi letto (qualche minuto fa) un’eccellente analisi di Hans Heiss. Lo storico e consigliere provinciale dei Verdi ha eseguito (da par suo) un’assai brillante disamina del fenomeno degli alpini, confrontandoli (ovviamente non assimilandoli) agli Schützen.  Consiglio veramente di cuore di leggere queste righe di Hans Heiss. Sono come un raggio di luce gettato nel buio pesto di chi in genere – affrontando questi argomenti – non fa che rimestare nel solito torbidume di sempre [eccone un esempio].

L’articolo di Hans Heiss lo potete leggere QUI.

Da postmoderni a realisti, anche in politica

 

Pare che la parola “postmoderno” stia passando di moda. Anni fa, invece, era sulla bocca di tutti, anche se non tutti sarebbero stati in grado di dire bene a cosa si riferisse. Come nel caso di altre espressioni dal significato apparentemente ben delineato (per esempio “romantico”), in essa si mescolavano alcuni oggetti particolari – manufatti artistici, edifici, libri – e l’intero spirito del tempo.  

Intanto, chi volesse diradare un po’ la nebbia che circonda questa parola ha – fino al 3 giugno – la possibilità di visitare una bella mostra al Mart di Rovereto. Ma ancora più stimolante potrebbe risultare la partecipazione all’incontro di oggi pomeriggio* (alle ore 17.30, sempre al Mart) col filosofo Maurizio Ferraris, il quale – grazie a un fittissimo e torrenziale percorso di pubblicazioni – ha tracciato un vero e proprio arco di contributi che vanno da un’iniziale adesione alle posizioni dei postmoderni (in primis Jacques Derrida) a una loro radicale messa in questione teoretica (il suo ultimo libro, intitolato “Manifesto del nuovo realismo” e pubblicato per i tipi di Laterza, può essere anche inteso come un pamphlet anti-postmodernista).

Questa polemica, che uno sguardo superficiale attribuirebbe soltanto al più stretto dibattito filosofico, è peraltro molto utile a delineare un passaggio di sensibilità riscontrabile anche sul piano della politica. Se infatti il postmoderno aveva favorito una concezione della società per così dire liquefatta, senza punti d’appoggio precostituiti o comunque tenuti a ironica distanza, col ritorno di una prospettiva realista si cerca di porre un limite alla possibile deriva prodotta da un troppo libero gioco delle interpretazioni (“non esistono fatti, ma solo interpretazioni” è la frase di Nietzsche spesso citata dai postmoderni). Se per i postmoderni tutto, persino la verità, non era che l’occasione per incrementare il dissolvimento dubbioso di ogni elemento oggettivo, il nuovo realismo postula isole di “resistenza” contro le quali le parole s’infrangono e la verità (considerata dai postmoderni alla stregua di una favola) torna ad essere accertabile al di là di ogni ironico dubbio.

Vi sembrano riflessioni strampalate? Allora provate ad immaginarvi un imprenditore convertitosi alla politica, facciamo un ex premier, che vada in televisione e annunci tutto sorridente l’abolizione dell’Ici. E poi immaginatevi un professore, anche lui premier, che reintroduca con un altro nome la tassa abolita dicendo che l’azione del predecessore era stata fatta senza valutarne appieno le conseguenze. Ecco, è un po’ come passare dal postmoderno al nuovo realismo.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 4 maggio 2012

* Ieri pomeriggio: il tempo passa.