Lotta generazionale

Greta Thunberg

Ho seguito, sto seguendo il fenomeno Greta Thunberg da una distanza che potrei chiamare di sicurezza. Ne parlo quindi attivando una prudenza che lambisce il ritegno più assoluto, quello che potrebbe sfociare in un programmatico non parlarne. Mi contento di essere, di stare con modesta curiosità al margine delle discussioni che si scatenano ogni volta, dopo che la suddetta arriva ad occupare il centro dell’informazione (e il fatto che questa occupazione riesca, comunque, è senz’altro degno di nota). Alcune cose, francamente, non mi interessano. Il suo aspetto fisico, il suo disturbo mentale, il modo drammatico con il quale dice ciò che dice (“How dare you”), l’eventualità che sia mossa da qualcuno che starebbe dietro di lei, come se insomma fosse animata da forze o da poteri che – secondo il vieto assunto complottistico – la trascenderebbero per farne la rappresentante del contrario di ciò che davvero rappresenta. Tutto questo, il “personaggio Greta”, non mi interessa. Piuttosto, mi piacerebbe approfondire il nocciolo critico del suo ambientalismo, capire a fondo la ragione del grido di dolore che si leva in difesa della terra e come è possibile corrispondere in modo serio e circostanziato alla sua richiesta, moltiplicata da centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi come lei, vale a dire quelli che riempiono le vie e le piazze nei famosi fridays for future. La cosa che vorrei soprattutto capire, ecco il punto, è se si tratta realmente di un movimento generazionale, di un’onda di protesta che ha a che fare con un modo d’essere determinato dall’età e dunque dalla contrapposizione a un altro modo d’essere, di vivere e di pensare che resterebbe così confinato in una precisa zona del paesaggio anagrafico. Mi impressiona, nel modo con cui Greta Thunberg e i ragazzi che a lei si ispirano rivendicano l’attenzione del mondo, questo insistere sul concetto di “furto del futuro” perpetrato dalle vecchie generazioni a danno delle nuove. Se le cose stessero davvero in questi termini basterebbe attendere il ricambio generazionale per stare tranquilli. “Loro”, quelli che adesso protestano, non faranno di certo gli sbagli che abbiamo fatto “noi”. Se la terra avrà una speranza di salvezza questa coinciderà con un ambiente non solo depurato dalla plastica e dai veleni che lo soffocano, ma dai “vecchi”, cioè da chi ha prodotto tutta quella plastica e tutti quei veleni. Su questo mi permetto di avanzare il mio scetticismo da vecchio. Piuttosto, vedrei più favorevolmente un appello a considerarci tutti corresponsabili (senza stare a scovare fotografie di Greta che la mostrano mentre beve acqua da una bottiglietta di plastica) e a cercare un’alleanza intergenerazionale per risolvere i problemi che sono, evidentemente, problemi di tutti. Se è vero che “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”, è vero anche che la lotta di classe non può ridursi ad essere solo una lotta tra generazioni.

#maltrattamenti

L’abisso della cronaca

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Le notizie di cronaca non sono mai un sipario che si tira e dietro ci troviamo il fatto, anzi il mostro (perché spesso il fatto è solo una collana di eventi che noi vogliamo appendere al collo del mostro, così da impiccarlo subito). Generalmente le notizie di cronaca, quelle che vengono strillate dai giornali per farsi comprare, vogliono suscitare solo un brivido di agnizione in chi le legge, un brivido però subito spento dalla scarsa conoscenza che è possibile farsi delle circostanze alle quali, pure, si è pensato di poter dedicare un po’ della propria attenzione, sempre così distratta. La reazione, quindi, ridotta all’osso: ah in che tempi viviamo, ah come vanno male le cose, sempre peggio, davvero sempre peggio, qui ci vorrebbe, qui bisognerebbe, qui io farei, qui bisognerebbe fare e così via. Ma la cronaca, dicevo, non è mai solo un sipario che possiamo alzare a piacimento e – una volta deposte le nostre quattro banalità al margine – poi richiudere come se niente fosse. La cronaca è un abisso, un crepaccio, e occorre calarcisi dentro seguendo tutte le precauzioni del caso. Noi pensiamo di aver a che fare con persone e cose immediatamente riconoscibili, identificabili, disponibili a confermare il nostro consueto giudizio sul mondo, sugli affari del mondo, invece le persone e le cose non sono mai come sembrano, la faccia che mostrano non è mai la faccia che hanno, la loro voce è un’altra e dice esattamente il contrario di ciò che noi sulle prime intendiamo, o almeno, se non è proprio il contrario, è comunque diverso – ed è una differenza sulla quale occorrerebbe indugiare a lungo. Prendiamo quanto successo a Lana, la storia della cittadina rumena arrivata da poco in Italia per la raccolta delle mele e ora finita in carcere perché accusata di aver ucciso il proprio bambino, subito dopo averlo partorito. Cosa si nasconde dietro a una storia così, qual è la trama abissale lungo la quale va a comporsi un fatto terribile e insondabile come questo, o meglio sondabile, ma solo usando tutta la prudenza possibile, tutto il tatto necessario, tutto il rispetto di cui dovremmo essere capaci, e soprattutto tutto il silenzio del quale, invece, non siamo davvero quasi mai capaci? A questa domanda non c’è risposta, perché essa suscita la eco di una domanda ancora più vasta. Sant’Agostino, commentando il Salmo 41, l’ha formulata così: “Chi mai potrà comprendere che cosa l’uomo reca nell’intimo, che cosa può, che cosa sa, di che cosa dispone, che cosa vuole, che cosa non vuole?”. Troppo misticismo? Una predica inutile? Non abbiamo bisogno di domande, ma solo di risposte? Non abbiamo bisogno di porte aperte, ma di chiudere subito la porta, anzi tutte le porte, tutte le celle, e di buttare via la chiave, anzi tutte le chiavi? Non abbiamo bisogno di capire, ma solo di giudicare? Io penso che sia esattamente il contrario. Giudicare, sentenziare senza ascoltare, riflettere e capire è come inchiodare una tavola marcia sulla bocca di un pozzo, e saltarci sopra, pensando stupidamente che regga.

#maltrattamenti

Tram, evitare i veleni

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La parola «tram» può originare nella mente di chi la ascolta due immagini diverse. La prima, velata di nostalgia, ci rimanda ad epoche passate, a fotografie in bianco e nero, allo sferragliare e al tintinnare dei suoi vagoni, quindi a ricordi ormai un po’ sbiaditi, seppur dolci, come ogni cosa che suggerisce l’idea della vita che è passata, delle cose che non ci sono più. La seconda, al contrario, è molto contemporanea, quasi futuristica, e qui vediamo scorrere mezzi rapidi, silenziosi, sullo sfondo di una città mutata, costruita ormai quasi tutta con materiali quali il vetro, il cemento e l’acciaio, in nome di una imperante e omogeneizzante riqualificazione. A metà tra queste due immagini ecco Bolzano, un centro perennemente sospeso tra memorie di stagioni ormai trascorse, e per questo rimpiante, e un futuro che per sbocciare ha sempre bisogno di grandi sforzi, di mediazioni che fanno slittare i tempi, di processi decisionali tortuosi e, infine, del ricorso ad un provvidenziale referendum.

È infatti proprio un referendum — si terrà il 24 novembre, chiamando alle urne 70.000 cittadini — che stabilirà se riavremo o meno il «tram»: secondo i suoi fautori un indispensabile strumento per eliminare gran parte del traffico che assedia le strade, per i suoi detrattori un’infrastruttura costosa, inadeguata alla ristrettezza degli spazi a disposizione e per giunta penalizzante alcune zone della città. Che o non sarebbero ancora servite, oppure verrebbero «tagliate» in modo indesiderato da questo mezzo di locomozione, anche se sugli ultimi punti l’amministrazione ha dato ampie rassicurazioni.

Chi ha fortemente voluto la consultazione popolare, intanto, cerca di tenersi in bilico tra le due posizioni, esaltando l’opportunità partecipativa, ma tacendo anche su un fatto che parlerebbe a sfavore dell’iniziativa: chiamare i bolzanini alle urne costerà circa 170.000 mila euro, vale a dire più di quanto Comune, Provincia e Stato, dividendosi gli oneri, hanno previsto per la progettazione dell’opera. Se insomma la maggioranza rispondesse «no» (il testo del referendum recita: «Volete voi che sia introdotto nel tessuto urbano della città di Bolzano il mezzo di trasporto pubblico costituito dal tram su rotaia da Ponte Adige a viale Stazione?»), avremmo in un certo senso finanziato lo status quo senza avere nulla in cambio.

Speriamo che gli elettori abbiano modo di confrontarsi sul merito della questione, scongiurando cioè eventuali contrapposizioni ideologiche già intinte nei prevedibili veleni della campagna che ci porterà a scegliere il nuovo Consiglio comunale in primavera. Una cosa va comunque tenuta ferma: al contrario di quanto accaduto in occasione dell’approvazione dell’intervento promosso dall’imprenditore René Benko, stavolta sono stati i cittadini a mobilitarsi per sottrarre alla giunta una scelta che essa si era assunta seguendo un modello politicamente condiviso di sviluppo infrastrutturale. Segno di un rapporto difficile, che dovrà in seguito essere ricucito indipendentemente dall’esito del voto.

Corriere dell’Alto Adige, 21 settembre 2019

Quel cane di D’Annunzio

D'Annnunzio statua

Poteva andare persino peggio. Potevano raffigurarlo a cavallo, oppure su un aeroplano. Invece hanno scelto questa versione abbacchiata, un vecchietto pelato, di color marroncino, che legge un libro su una panchina. Pare un pensionato qualunque, non il Principe di Montenevoso, non il Vate autore di libri notissimi e non più aperti da almeno quattro generazioni. Per uno dall’ego smisurato come Gabriele D’Annunzio, ha giustamente commentato qualcuno, più una punizione che un omaggio.

A Trieste, città letteraria in cui vado sempre volentieri, le statue di scrittori non mancano. C’è quella famosa di Joyce, sul Ponte Rosso che attraversa il Canal Grande, quella di Saba, quella di Svevo, tutta gente che comunque una relazione con la città l’ha avuta. Se citiamo D’Annunzio, però, non ci viene subito in mente Trieste, pensiamo piuttosto a Fiume, cioè a Rijeka. E infatti a Zagabria i croati, memori della celebre conquista della loro città nel 1919 da parte dei legionari guidati dal poeta abruzzese, non l’hanno presa benissimo. Quanto meno, ci hanno fatto sapere, potevate inaugurarla un altro giorno, non proprio l’undici settembre, che puzza di provocazione lontano un miglio. Adesso si temono rapporti diplomatici guastati. Una bella grana per il nuovo ministro degli esteri, Luigi Di Maio, che forse la Croazia la conosce come destinazione vacanziera, ma di tutta quella lontana storia di confini cambiati, di lotte per conculcare o rianimare i popoli e le loro identità, saprà quanto sapeva della esatta collocazione geografica di Matera.

Ma no, non succederà niente. Non ci sarà alcuna crisi diplomatica. Cari croati, perché prendervela per quella statuina marrone collocata in piazza della Borsa a Trieste? Passato il clamore dell’inaugurazione e della commemorazione fiumana, vedrete, nessuno ci baderà più. Certo, magari qualcuno vorrà farsi un selfie col morto. Ma poca roba. I più tireranno via belli dritti, persi dietro i loro affari, le loro preoccupazioni. Eppure D’Annunzio non è mica un autore da buttare. Io, per esempio, sono molto legato ad una sua poesia “terminale” (l’aggettivo indica sia il tema che il tempo in cui fu scritta), quasi un canto funebre per i suoi cani. È del 1935, una delle sue ultime. Sentite com’è bella.

Qui giacciono i miei cani

gli inutili miei cani,

stupidi ed impudichi,

novi sempre et antichi,

fedeli et infedeli

all’Ozio lor signore,

non a me uom da nulla.

Rosicchiano sotterra

nel buio senza fine

rodon gli ossi i lor ossi,

non cessano di rodere i lor ossi

vuotati di medulla

et io potrei farne

la fistola di Pan

come di sette canne

i’ potrei senza cera e senza lino

farne il flauto di Pan

se Pan è il tutto e

se la morte è il tutto.

Ogni uomo nella culla

succia e sbava il suo dito,

ogni uomo seppellito

è il cane del suo nulla.

Ecco, chissà, forse se lo scultore e l’amministrazione di Trieste si fossero ispirati a questi versi immortali – proprio perché così mortali e decomposti – avrebbero fatto un’opera migliore, oppure avrebbero addirittura lasciato perdere. Anche D’Annunzio, come tutti, alla fine fu il cane del suo nulla. Buon per lui che, almeno in extremis, lo capì.

#maltrattamenti

Non cedere alla rassegnazione

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La storia di Hamza El Hamoudi, raccontata anche dal nostro giornale, è una storia triste. Beninteso: una tristezza da attribuire tutta alla nostra miseria collettiva, più che da accollare allo sfortunato protagonista.

Per chi se la fosse persa, eccone un laconico riassunto. Un ragazzo straniero, impiegato in una nota azienda locale, quindi con un lavoro e una retribuzione corrispondente, cerca casa e non la trova. Non la trova proprio perché straniero, e le persone, dopo averlo visto, dopo aver visto il colore della sua pelle, non si fidano, lo respingono. La vittima di tale trattamento sembra non prendersela neppure più di tanto, usa addirittura parole di comprensione (“Comprendo che abbiano paura. Alcuni stranieri non si comportano bene e, magari, non pagano l’affitto con regolarità. Per un proprietario significa azioni legali, pensieri e costose soluzioni”). L’amaro in bocca, però, resta. E a nulla serve l’ovvia postilla: quanti italiani non pagano l’affitto con regolarità? Arrendersi a un pregiudizio così banale, come quello della provenienza, è davvero qualcosa di inevitabile, qualcosa che deve essere accettato senza interferire nelle relazioni che si instaurano a un livello privato? Certamente no. Ma in effetti l’unica soluzione sembra essere questa: evidenziare i casi di discriminazione e raccontarli, nella speranza che all’interno della coscienza pubblica (ultimamente induritasi fino a diventare orgoglioso senso comune) si rinforzino quegli argini necessari al recupero di una valutazione più disponibile a includere chi, all’apparenza, sembra così “diverso” da noi.

Il giovane ha deciso di parlare della sua storia con un post su Facebook, dichiarandosi addirittura disposto a dare una ricompensa in denaro a chi lo aiutasse a trovare un alloggio. Spargere la voce serve, sicuramente, e noi confidiamo perciò che – per una volta – anche il mondo dei social non si dimostri essere quello che perlopiù è diventato: una palestra di odio, una continua esibizione di frasi dure come i mattoni del muro che ogni giorno innalziamo tra individuo e individuo. Esiste e resiste comunque anche l’empatia, quell’empatia che, nonostante venga discreditata da epiteti sciocchi come “buonismo”, circola ancora tra di noi e ci permette di non cedere all’indifferenza e alla rassegnazione.

“La solidarietà – ha scritto una volta il filosofo americano Noam Chomsky – rende gli individui difficilmente controllabili e impedisce che diventino un soggetto passivo nella mani dei privati. Quindi occorre una macchina propagandistica che corregga ogni deviazione dal principio della soggezione ai sistemi di potere”. Per opporsi alla soggezione che proviamo nei confronti del potere a volte basta un gesto, anche piccolissimo, come quello di dare un’informazione.

Corriere dell’Alto Adige, 11 settembre 2019, pubblicato col titolo “Quel post che fa riflettere”

Heimat senza definizione

Simenon Mediterraneo

Heimat è… Heimat è… Heimat… Resto così, con la penna a mezz’aria, in seria difficoltà, come quando da bambino, in piedi davanti alla lavagna, spostavo il peso da una gamba all’altra e intanto cercavo con la coda dell’occhio un compagno compassionevole. Heimat è… Questa volta l’incipit l’ho rubato. I miei coltissimi lettori non avranno difficoltà a reperire la refurtiva. Si trova in un piccolo libro di Georges Simenon, intitolato “Il Mediterraneo in barca”, pubblicato da Adelphi. È infatti il mare sul quale si affacciano Marsiglia, Messina, il Pireo, Smirne, Beirut, Porto Said, Malta, Tunisi, Tangeri, Barcellona e ovviamente anche Livorno, la mia Livorno, che lo scrittore belga dichiara di non riuscire a definire, e che forse neppure ha interesse a definire, visto che il suo scopo è quello di attraversarlo e narrare alcune sue storie. Attraversare e narrare non devono terminare necessariamente con una definizione. Al contrario. Potremmo persino immaginarci attraversamenti e narrazioni che si tengono a debita distanza dalla costa di una introvabile definizione, perché all’oggetto da (non) definire si preferisce piuttosto il veleggiare in mare aperto, che diventa perciò puro sconfinamento. Ma se anche per me, come per Simenon, il Mediterraneo esprime questo anelito a sconfinare, perché la Heimat, perché invece sempre questo bisogno di capire – etimologicamente risale al verbo “càpere”, dunque prendere – ciò che sfugge ad ogni definizione? In Sudtirolo la parola Heimat è continuamente sottoposta a investigazioni che ne inflazionano il significato fino a limiti insostenibili. Più se ne parla meno si capisce cosa vuol dire. Come accadeva al piccolo Simenon, ci voltiamo verso un compagno compassionevole affinché ci suggerisca una soluzione. Perché a nessuno viene in mente che la vera, l’unica soluzione consiste proprio nel liberarsi da questo falso problema della definizione, e semplicemente ricominciare a narrare?

La colonnina, ff, 5 settembre 2019

Il lavoro che resta da fare

Stare insieme è un'arte

Questo è articolo è apparso in lingua tedesca sul settimanale “ff” – Ausgabe 36/2019 – con il titolo “Was noch zu tun bleibt”.

Prima di parlare della nuova edizione (e della traduzione in tedesco) del libro di Lucio Giudiceandrea e Aldo Mazza (“Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol – Das Handwerk des Zusammenlebens in Südtirol/Alto Adige”, Edizioni alphabeta Verlag) vorrei stendere alcune considerazioni preliminari. La prima: chi firma questo articolo non propone una recensione nel classico senso del termine. Anch’io, infatti, sono presente come autore, avendo scritto una piccola appendice (“Aus der Sicht des Verräters”) che, assieme ad un altro testo di Hans Karl Peterlini, fornisce una guida molto personale alla lettura del nostro territorio. Fin dall’inizio, perciò, sono stato un convinto sostenitore di questa pubblicazione. La seconda: nonostante la collaborazione con il settimanale “ff” preveda che i miei articoli vengano scritti in italiano, ho deciso di avvalermi del tedesco non solo perché il libro esce adesso anche nella bella traduzione di Walter Kögler, nella speranza di poter raggiungere tutti quei lettori – non solo sudtirolesi – che non hanno la possibilità di apprezzare la versione originale: il motivo, il vero motivo è un altro, ossia quello che mi consente finalmente di scendere in media res. “Stare insieme è un’arte” parla molto anche di lingue in contatto e di come sia difficile promuovere una vera coscienza e attitudine plurilinguistica in un luogo nel quale proprio le lingue, il loro uso e apprendimento, hanno rappresentato e rappresentano ancora una questione aperta.

All’inizio del volume, nell’avvertenza che spiega sommariamente le ragioni di questa nuova edizione/traduzione, si legge: “Questo libro è stato scritto nel 2012 e inquadra dunque la situazione di allora. A leggerlo oggi, diversi passaggi possono risultare non più attuali, mentre alcuni riferimenti temporali del testo sono scaduti”. L’affermazione suona a mio avviso troppo ottimistica. L’attualità del libro, infatti, non si è mantenuta solo grazie all’universalità che sostiene l’impianto teorico, ma risiede nel fatto che, in effetti, molte, forse troppe cose sono rimaste esattamente le stesse ben oltre il limite del 2012. Non si registrano neppure grandi variazioni introducendo l’elemento più innovativo con il quale gli autori si confrontano nell’ultima parte, aggiunta per l’occasione, che parla del fenomeno dell’immigrazione. Rispetto a questa staticità, o per meglio dire avvertendo il rischio di una tale staticità, il testo può allora essere inteso anche come un pacato suggerimento su come adeguare il nostro sistema autonomistico alle nuove esigenze e al tempo in cui viviamo.

Al centro della riflessione è posta la geometria variabile delle relazioni alle quali gruppi diversi hanno la facoltà di accedere stando a stretto contatto. Le parole chiave sono quattro: Gegeneinander, Nebeneinander, Ohneeinander e Miteneinander. Da un’epoca in cui i gruppi storici dell’Alto Adige/Südtirol si confrontavano in modo aspro, facendo cioè prevalere episodi conflittuali, si è gradualmente passati ad un modello di convivenza che ha perfezionato un relativo pacifico accostamento (più o meno la fase in cui ci troviamo adesso), modello però arrestatosi davanti a un bivio di possibilità sulle quali noi tutti siamo chiamati a decidere: il Nebeneinander, vale a dire il semplice vivere gli uni accanto agli altri, può infatti maturare ulteriormente in un proficuo Miteinander (vivere gli uni insieme agli altri), secondo il quale è proprio dalla compresenza di più gruppi linguistici che la nostra provincia dovrebbe trarre motivo di orgoglio e sviluppo, oppure degenerare in un Ohneeinder (vivere gli uni senza gli altri), in una reciproca indifferenza che dà ormai questi parziali successi per scontati, rischiando quindi di riaprire la strada a ritroso verso il Gegeneinander (vivere gli uni contro gli altri) dal quale siamo partiti. L’idea forte del libro è che tali variazioni geometriche non siano da lasciare a se stesse, accontentandoci di assistere al loro semplice e per così dire spontaneo divenire, ma occorra sviluppare delle tecniche di controllo – una serie di strumenti consapevoli, un’arte, appunto – la cui elaborazione dev’essere approntata in primo luogo dalla politica e dalla sua capacità d’indirizzo. La presenza di molti stranieri rende poi questo compito ancora più stringente e improcastinabile: “Altoatesini, sudtirolesi, ladini e tutti coloro che vivono in questa terra: abbiamo una missione comune da compiere. Lavorare per una nuova prospettiva che ci porti a cercare, insieme, soluzioni per tutti. È ormai giunta l’ora di tentare questa impresa. Non è detto che vi riusciremo. Ma non provarci sarebbe un’imperdonabile omissione” (questa la conclusione del libro nella sua edizione originaria, del 2012).

Chiudo tornando alla mia introduzione iniziale. In una condizione di convivenza ideale, per la quale cioè la lingua scelta sarebbe indifferente e l’esistenza di un vasto pubblico di lettori capaci di leggere in più lingue maggiormente assodata, non mi sarei posto neppure il problema: avrei scritto in italiano, come sempre. Questo pubblico, però, è ancora ristretto. Inoltre, neppure io sarei stato capace di scrivere il pezzo senza l’aiuto di una traduttrice (ringrazio Anna Rottensteiner della sua capacità e della sua disponibilità), perché troppo pigro o comunque insicuro riguardo le mie effettive competenze. Segno che c’è ancora molto da fare.

La scuola tra specchi e finestre

astuccio nero aperto-500x500Stamani la scuola altoatesina riapre i battenti per una popolazione studentesca (alla quale va ovviamente aggiunta quella dei genitori) che in fondo esprime un unico desiderio: trovare nelle aule docenti preparati e motivati in grado di assicurare ai discenti un futuro di successo.

Dal punto di vista politico, dopo anni in cui l’impronta è stata data da un assessorato d’ispirazione progressista — la cosiddetta «era» Tommasini, contrassegnata dall’insistenza sul tema del plurilinguismo —, si è passati adesso a un nuova gestione, nominalmente «leghista», ma in capo a un nuovo assessore, Giuliano Vettorato, i cui primi passi sono da interpretare piuttosto nel segno del pragmatismo e della bassa intensità ideologica. Variante esplicativa: l’accento posto sulla formazione professionale, innanzitutto sul suo prestigio, mediante l’esplicito richiamo al nesso che unisce il mondo dell’apprendimento e quello del lavoro. Dovrebbero insomma essere introiettati quei principi che guidano già da decenni la scuola professionale in lingua tedesca, un modello ovunque lodato, finora però giudicato ancora estraneo a una tradizione, quella italiana, più legata al predominio di valori astrattamente «umanistici».

Sul fronte degli insegnanti le richieste più significative sono due. Entrambe molto ambiziose. La prima riguarda la ridefinizione del peso e del ruolo del loro mestiere. Una professione quella del docente da tempo sottoposta a processi di burocratizzazione che ne hanno inevitabilmente eroso centralità e attrattività. La seconda muove dal bisogno di istituire collaborazioni più efficaci, e dunque non solo episodiche o affidate all’iniziativa dei singoli, tra le scuole dei due maggiori gruppi linguistici. Soprattutto in questo ultimo caso si tratta di una sfida che contrasta con l’andamento inerziale della società, ma solo se essa sarà affrontata con decisione risulterà possibile anche cominciare a dipingere il ritratto di un Alto Adige/Südtirol «al passo con i tempi», quello che a parole — e dunque «solo» a parole — è sempre auspicato.

Un’ultima considerazione per chiudere con ottimismo. Anche quest’anno le nostre classi saranno affollate da ragazze e ragazzi di origine straniera. Al di là di polemiche spesso pretestuose, l’opera di integrazione va avanti con successo ed è confortante vedere con quanta rapidità le nuove generazioni apprendono le lingue parlate in provincia, impegnandosi per dare concretezza ai propri sogni di realizzazione personale. Se, a nostra volta, sapremo cogliere dal loro contributo l’opportunità di migliorarci, potremo fare in modo che anche la nostra scuola attinga lo scopo attribuitole da un bellissimo aforisma del giornalista americano Sydney Justin Harris, vale a dire quello di «trasformare gli specchi in finestre».

Corriere dell’Alto Adige, 5 settembre 2019