Primarie, quando il vetro diventa opaco

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In origine le primarie erano una filosofia, più che un metodo. Ma per il Pd, sia a livello nazionale che locale, il metodo si è rivelato spesso un destino molesto.

Primarie. La definizione indica una competizione elettorale mediante la quale gli elettori o i militanti di un certo partito decidono chi sarà il candidato per una successiva elezione di una carica pubblica. Una prassi che – almeno consultando le fonti più accessibili – risale addirittura all’Ottocento e al Partito Democratico della Pennsylvania, dove si tennero la prima volta il 9 settembre 1847. Ma anche in Italia, per l’appunto, se diciamo «primarie» ci viene subito in mente il Partito Democratico, che di primarie ha costellato il suo cammino più recente.

Si tratta però di un cammino tutt’altro che spedito, visto che proprio sul terreno delle varie primarie sono stati bruciati, si vorrebbe quasi dire immolati, candidati che le avevano vinte. Oppure si sono create condizioni successive che dell’esito di quelle primarie avrebbero potuto tranquillamente fare a meno. Insomma, tra le primarie e il fare, amara ironia, c’è pur sempre di mezzo il profondo mare di un’incertezza spesso figlia di regole bizantine, turbata da conteggi maliziosi, e soprattutto mai in grado di fugare il dubbio del più convinto dei suoi sostenitori: chi è, qui, che decide davvero?

Quanto accaduto domenica scorsa a proposito delle primarie per eleggere il segretario (o la segretaria) del Partito Democratico altoatesino rappresenta quasi un caso di scuola. Tre candidati, i votanti sono pochi – stanchezza o assuefazione da primarie? -, l’esito sembra delineato. Liliana Di Fede, sindaco di Laives, ottiene la maggioranza (51,4%), mentre gli altri due sfidanti (Mauro Randi e Luisa Gnecchi) finiscono in vario modo staccati. Eppure non basta. Il meccanismo di selezione prevede che a pronunciarsi sull’esito non siano direttamente i votanti, ma i delegati al Congresso provinciale che contestualmente vengono eletti in quell’occasione. Si tratta di una membrana ingombrante, ancorché pensata per rendere l’intero processo più controllato, e la distribuzione dei pesi che poi ogni circoscrizione elettorale fa valere in tale complesso gioco di misurazioni rende il tutto, se possibile, più confuso.

 A tre giorni dal voto, Liliana Di Fede è ancora in attesa di sapere se potrà davvero ricoprire la carica che i numeri maggiori le concederebbero. Nell’attesa crescono sospetti indicibili. Si avverte il fruscio di trame che, pur facendo leva sulle regole, rischiano di mutare la sua vittoria in sconfitta. Un po’ come se a chi venisse consegnata una lastra di vetro perfettamente pulita si imponesse di lucidarla ancora, fino a renderla sciaguratamente opaca.

Corriere dell’Alto Adige, 19 febbraio 2014