Il successo effimero di Gazzini

Matteo Gazzini, il leghista che figura nientemeno come coordinatore del partito di Salvini negli Stati Uniti — un impegno che fatichiamo ad immaginarci gravoso — è un ragazzo che vorrebbe emergere. Non sapendo però ricorrere a gesta lodevoli, ecco che si è immaginato di prendere una scorciatoia: scrivere qualcosa in rete e aspettare la reazione di un’opinione pubblica sempre alla ricerca dell’ultima tempesta nel bicchiere. Il testo del quale parliamo è noto. Per un quarto d’ora — come si dice — è diventato virale, rimbalzando persino sulle pagine di molti quotidiani. Eccolo in tutta la sua non esaltante estensione: «Non ci può essere libertà se non si permette a una persona di essere razzista. Il problema non è il razzismo, ma la discriminazione che il razzismo crea e questo è inaccettabile in una società civile».

Analizziamo il breve scritto e cerchiamo di trarne una lezione. Prima di tutto, qual è qui il vero messaggio? Forse che il razzismo sia una cosa bella, da propagare in sé e per sé? No, Gazzini non lo dice. Nella seconda metà del suo disgraziato aforisma sembra addirittura che affermi il contrario: creando discriminazione, scrive il compito Gazzini, il razzismo è inaccettabile in una società civile. Inaccettabile allorché crea discriminazione — così andrebbe perciò decodificata la «provocazione» — il razzismo diventa qualcosa di legittimo nella sfera del puro pensiero, allorché esso si limita a restare «cogitato», non «agito».

Per fare un esempio ancora più colorito, sarebbe come dire che tutti, in fondo, possono pensare liberamente di mangiare i propri figli a colazione dopo averli decapitati con un machete durante la notte, ma l’importante è riuscire a controllarsi, accontentandosi poi di un cappuccino con un cornetto alla marmellata di more.

Una volta risolta la frase di Gazzini a mera citazione del poeta T. S. Eliot («Fra l’idea / E la realtà / Fra il movimento / E l’atto / Cade l’Ombra», come si legge nella poesia «Gli uomini vuoti»), resta da capire quale sia il vero scopo di simili interventi, non volendo insomma arrenderci all’idea che si tratti solo di ricercata pubblicità, di una mera «provocazione», e dunque qualcosa di transitorio rispetto ad un processo di maturazione politica che, nel caso di Gazzini, ma anche di altri che ricorrono a simili artifici comunicativi, potrebbe in effetti rischiare di attardarsi in una fase piuttosto primitiva (per non dire grezza). Purtroppo, in questo caso, la risposta non è incoraggiante: ergendosi a paladino della pensabilità di tutto il pensabile (il razzismo, la strage di bambini, altri abomini possibili), il liberale Gazzini tende consapevolmente a inquinare il piano performativo delle sue esternazioni fondendo l’espressione pseudoartistica (il gesto futurista, volendo cercare un antecedente accessibile ai meno iniziati) di un aspirante romanziere politicamente scorretto con quella di un politico alla ricerca di basso consenso. Non essendo però né autore di romanzi, né tantomeno un rilevante personaggio politico (di quelli che portano la responsabilità di decidere, tanto per intenderci), il suo successo, almeno per adesso, è assimilabile alla vita degli efemerotteri, vale a dire quei piccoli insetti che sfarfallano in masse enormi e vivono pochi giorni o poche ore.

Corriere dell’Alto Adige, 14 luglio 2020

Riparare la memoria

Per una volta che Bolzano avrebbe potuto brillare, la luce non si è accesa. Il dibattito è appena trascorso, anche se riprenderà, potete scommetterci, sono cose periodiche, eppure l’occasione è stata sprecata. Guardiamo statue e monumenti infetti, ricettacolo di contenuti colonialisti, razzisti, sessisti messi lì, tra suolo e cielo. Nel centro del capoluogo – è noto – spicca quel Monumento alla Vittoria che da qualche mese è incerottato, a testimoniare che il tempo è essenzialmente sfacelo. Il fiume della discussione che ha riportato all’ordine del giorno la domanda su come intervenire, allorché qualcosa è percepito come offensivo, e l’arredo urbano (anche di non così mastodontiche proporzioni) diventa improvvisamente visibile in tutta la sua potenziale velenosità, è passato oltre senza cogliere il valido esempio di manutenzione critica che qui abbiamo saputo offrire musealizzando (o “depotenziando”) l’offesa. Tutto è storia e la storia non si tocca, dicono alcuni. Ma se è la storia a toccarci, e nel modo più brusco? Peraltro, un conto è nascondere o rimuovere o distruggere, un altro è conservare ponendo a distanza. Dalla storia si può anche imparare, insomma, basta mettersi d’accordo su “cosa”. Chi dalla storia ha imparato molto, per esempio, è Marc Fumaroli, il grande umanista francese morto lo scorso 24 giugno. Ecco una sua citazione: «La letteratura è una mnemotecnica malinconica, che conduce cioè lo spirito umano, preda del tempo e della separazione, a misurare i poteri e soprattutto i limiti della parola al cospetto dell’irreparabile». Fumaroli ha dedicato una vita a parlare della bellezza letteraria e dell’eloquenza, cercando di farne il centro di un’Europa da salvare. Salvare significa però anche rivedere, tornare a vedere ciò che è stato dimenticato, cogliendone gli aspetti che mettono in comunicazione e perciò alla prova convinzioni passate e presenti. Più malinconica della mnemotecnica al cospetto dell’irreparabile è la memoria che finge di ricordare per non riparare niente.

La colonnina – ff – 02. Juli 2020

Pulire la lingua

Maddalena Fingerle

Maddalena Fingerle, bolzanina, germanista e italianista, residente a Monaco di Baviera, è la vincitrice della XXIIIesima edizione (2019-2020) del premio “Italo Calvino”, dedicato agli esordienti nella narrativa. Il suo romanzo si intitola “Lingua madre” e trae (anche) spunto dalle nevrosi identitarie della nostra provincia.

Quali sono state le emozioni e i pensieri che hai avuto appena hai ricevuto la comunicazione della vittoria?

Direi che ha prevalso l’incredulità. Ho pensato: voi siete pazzi, non può essere, deve esserci un errore, sarà uno scherzo, non sono io.

L’idea del tuo romanzo è germogliata in tempi remoti oppure si è concretizzata di recente, puntando esplicitamente alla partecipazione al Premio Calvino?

Ho scritto il romanzo un anno fa, avevo un altro testo a cui stavo lavorando, ma aveva una struttura troppo debole, per cui l’ho utilizzato come serbatoio per Lingua madre. La scrittura vera e propria non è poi durata molto, direi qualche mese, senza contare le letture. Non scriverei mai puntando a qualcosa di preciso: scrivo per scrivere, non per motivazioni esterne, men che meno per partecipare o vincere qualcosa. Credo che altrimenti si rovinerebbe la scrittura.

Quale genealogia è possibile scorgere nella tua prosa, quali sono gli autori o le autrici che ti hanno maggiormente influenzata?

Sicuramente l’Adone di Giovan Battista Marino, non solo perché è l’argomento della mia tesi di dottorato, ma anche per il linguaggio e il gioco linguistico. Il tempo materiale di Giorgio Vasta, che mi affascina per la precisione espressiva, Cartongesso di Francesco Maino per la potente libertà linguistica, Verde acqua e La radura di Marisa Madieri per la sincerità delle parole, davvero pulite, i racconti di Paolo Bozzi per le immagini brillanti. Tra gli autori di lingua tedesca citerei senz’altro Thomas Bernhard, un autore che amo. Potrei nominarne molti altri, però.

Quanto è stato determinante il contesto culturale in cui sei nata e vissuta fino a quando non ti sei trasferita in Germania? E in cosa è mutato, dopo aver lasciato Bolzano, il rapporto con la tua città d’origine?

Sicuramente nascere e crescere in un luogo in cui capisco la metà circa di quello che si dice – il dialetto sudtirolese purtroppo non lo so, o fatico a capirlo – è stato d’ispirazione per il soggetto. Certo che se il protagonista fosse stato di un’altra città le sue problematiche sarebbero state molto diverse. La distanza da Bolzano mi ha aperto nuovi orizzonti e mi ha fatto ripensare all’esperienza bolzanina con qualche punta critica.

E questa critica su quali aspetti si concentra? È qualcosa che ha a che fare con l’eredità del contrasto etnico, pensi che in questo senso ci sia ancora molta strada da fare?

In effetti sì, penso che ci sia molta strada da fare. Attualmente il contrasto non è aperto, ma persiste quello latente che impedisce a molti italiani, per esempio, di imparare il tedesco senza l’ansia di doverlo fare.

Eppure, da una recente ricerca effettuata all’Eurac si evincerebbe che in Alto Adige gli studenti hanno “competenze plurilinguistiche” eccellenti. Dobbiamo fidarci dei risultati di questa ricerca o pensi che la percezione della lingua dell’altro, qui da noi, sia ancora piuttosto riferibile al concetto di una “lingua matrigna”, che si impara e si parla per necessità, ma senza un effettivo trasporto affettivo?

Secondo me in Alto Adige c’è un importante apprendimento passivo, ma questo non ha a che vedere con la vita di tutti i giorni, a meno che uno non lavori in un ambiente davvero bilingue, anche se spesso per bilingue si intende dialetto tedesco e italiano. Forse il plurilinguismo accertato concerne solo le materie insegnate a scuola o riguarda persone che provengono da altri contesti culturali. Ma dovrei esaminare meglio i risultati della ricerca, per esprimermi al riguardo.

Tratteggiando il profilo del protagonista del tuo libro, Paolo Prescher, hai messo in evidenza la sua ossessione per la “sporcizia” delle parole, e quindi (se cogliamo il risvolto di questa ossessione) la sua esigenza o il suo tentativo di “pulirle”. Puoi spiegarci meglio questo aspetto e dirci se si tratta di un’ossessione che riguarda anche te?

Le parole si sporcano nell’uso becero, ipocrita, falso, politicamente corretto: sono quelle che non dicono quello che devono dire. La madre e la sorella, le professoresse e i professori sporcano a Paolo le parole. Si tratta di una ricerca di autenticità che si rispecchia nel linguaggio. Per me, invece, è importante che il linguaggio sia diretto e sincero, certo, ma non potrei dire di avere un’idea dicotomica di sporco e pulito.

In futuro ti vedi più come una scrittrice che riesce a vivere della propria creatività, oppure come studiosa che ogni tanto può concedersi il lusso di scrivere un romanzo?

Il futuro è nelle mani di Dio! Mica per caso ho sposato un teologo…

Hai già pensato ad un possibile editore per il tuo libro? C’è una casa editrice dei tuoi sogni, per i tipi della quale vorresti farlo uscire?

Sarei bugiarda se dicessi il contrario. Ma anche se vengo da Bolzano sono scaramantica come una napoletana doc. Quindi non te lo dico. Però lo scrivo su un foglio di carta e ne riparleremo tra qualche anno, d’accordo?

Un’ultima domanda. Conosco un tuo segreto, si chiama “Butelli”. Ce ne vuoi parlare? Magari ha avuto un ruolo decisivo nel farti diventare una scrittrice.

Ma non vale, hai degli informatori! Il ragionier Butelli, comunque. A due anni dissi: il ragionier Butelli oggi è stanco morto. Gli devo molto: a volte, quando sono io a essere stanca morta, scrive lui per me.

ff – 02 Juli 2020 / No. 27