Sulle gambe del viaggiatore leggero

Lo scorso 22 febbraio, come si dice nei casi in cui il rammarico soffia su candeline immaginarie, Alexander Langer avrebbe compiuto 75 anni. Ogni volta che il calendario propone tale ricorrenza – o quella simile, della morte – lo ripensiamo, e scriviamo che ci manca, uno come lui. Certo, era di gran lunga il politico più lungimirante che ha prodotto il Sudtirolo tra gli anni Settanta e i Novanta, e la sua mancanza risulta evidente, soprattutto se compariamo il suo spessore con quello di chi lo attorniava o lo ha succeduto. Il rammarico però ha anche un lato spiacevole, perché tende ad assolverci non solo dall’impossibile emulazione, adombrata dal tributo rituale, ma anche da un impegno molto più concreto in ciò che sarebbe giusto continuare a fare (è l’invito, come noto, del suo biglietto finale) nel solco del suo insegnamento. Nessuno chiede che gli allievi superino i maestri, ma almeno che sappiano interpretarne in modo autonomo e innovativo la lezione.

Ai giovani, che di Langer hanno sentito a malapena parlare, si potrebbe ricordare il succinto catalogo da lui steso nel 1990 in un appunto rispondente alla domanda: da dove prendi le energie per “fare” ancora? Vengono citate le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e l’America latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia. Alcune questioni nel frattempo spente, altre ancora brucianti di attualità. Poi, naturalmente, i capitoli inerenti la tutela delle minoranze, gli accorgimenti per smorzare il rinascere sempre possibile dei nazionalismi in un’Europa unita a fatica (l’impegno finale di Langer nel contesto delle guerre nella ex-Jugoslavia) e sempre di nuovo il suo amato Sudtirolo, diventato il nostro, così cambiato seppur riconoscibile nell’impostazione istituzionale risalente al secondo Statuto d’autonomia. Una volta deppennato il catalogo, resta la domanda. E noi? Da dove le prenderemo le energie per “fare” ancora?

Se, come detto, rimanessimo orientati sul lato celebrativo, mossi soltanto dal ritmo imperturbabile del calendario, le energie non sarebbero molte. E non sarà solo il trascorrere pigro del tempo che comunque passa a trarci d’impaccio. Si veda ad esempio il tema del Censimento etnico, del quale (ancora potenza del calendario!) ricorre proprio quest’anno il quarantesimo anniversario. Anche qui molte cose sono cambiate nell’apparente fissità dell’impostazione. Nel 1981 la dichiarazione era obbligatoria e possibile solo per i tre gruppi statutariamente previsti. Nel 1991, in pendenza di un ricorso alla Corte costituzionale, è stata introdotta la possibilità di dichiararsi “altro”, per quanto poi aggregato a uno dei tre gruppi. Ma questo almeno ha risolto, sul piano formale, il problema delle liste chiuse, che sono illegittime in base agli standard internazionali. Nel 2005 (pendente una possibile procedura di infrazione europea) la dichiarazione è stata sganciata dal Censimento ed è stata introdotta la possibilità di modificarla in ogni momento, con effetto però dopo 18 mesi, in modo da evitare le cosiddette dichiarazioni di comodo. Dal 2015 (sempre per il rischio di una procedura di infrazione) è prevista la possibilità di rendere la dichiarazione da parte dei cittadini UE e parificati (soggiornanti di lungo periodo) e in questo modo è risolto uno dei nodi maggiori, oltre a aver reso la dichiarazione un fatto formale (perché il kosovaro si può dichiarare ladino). Restano sul tappeto alcune questioni tecniche, e ovviamente la domanda politica di fondo: ha ancora senso un sistema di accertamento ufficiale della consistenza di gruppi percorsi da mutazioni e variazioni che, di quel sistema, riconoscono ormai quasi solo gli effetti senza badare troppo alla sua legittimità?

Intanto, il nome di Langer fiorisce in bocche sulle quali fino a qualche anno o addirittura mese fa sarebbe apparso come bestemmia. “Se fosse riuscito a continuare la sua battaglia – ha scritto su Facebook il parlamentare leghista Filippo Maturi – oggi vivremmo in un Alto Adige diverso: con meno contrapposizioni etniche, nel rispetto delle identità senza prevaricazioni. Un Alto Adige più green, forse senza bisogno di transizione ecologica, con maggiore rispetto per la biodiversità agricola e faunistica”. Langer però non è un supermercato di idee tra le quali si può scegliere secondo i propri pregiudizi, tralasciandone altre. E non è neppure solo una targa da apporre ufficialmente (c’è finalmente la notizia: è iniziato l’iter necessario) su un ponte che comunque già portava il suo nome. Le gambe del viaggiatore leggero devono diventare le nostre, senza paura di irrobustircele su sentieri imprevisti, che purtroppo a lui rimasero sconosciuti.

Corriere dell’Alto Adige, 24 febbraio 2021

Scuola, il tempo propizio

Partiamo dai fatti, che molto spesso sono fatti anche di parole, e proviamo a commentare la presunta dichiarazione di Mario Draghi sull’eventuale allungamento dell’anno scolastico fino alla fine di giugno.

Intanto, chi era presente all’incontro con l’ex presidente della BCE, come per esempio il deputato del gruppo Misto Alessandro Fusacchia, ha cercato di circoscrivere il senso di quell’affermazione. In un’intervista rilasciata al sito Orizzontescuola.it, il parlamentare ha detto: «Draghi ha parlato delle difficoltà affrontate dagli studenti a causa della pandemia, sotto il profilo sia degli apprendimenti sia del disagio psicologico, e della necessità di intervenire in proposito. Ha fatto un cenno ai prossimi mesi e si è speso soprattutto sull’inizio del prossimo anno scolastico. Sul calendario ha fatto solo una veloce menzione, senza entrare in alcun dettaglio, e noi sappiamo che quell’espressione, senza ulteriori specificazioni, può voler dire tante cose diverse». Una veloce menzione, insomma, che però ha generato un prevedibile subbuglio.

Provando a ragionare, occorre dunque distinguere chirurgicamente l’uscita di Draghi dall’opinione di quanti, presala subito per buona, non hanno esitato ad applaudire rilanciandola come progetto da acquisire senza troppi indugi. Tra questi, il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher, che ha dichiarato (stavolta ci sono le registrazioni): «Perché no? Sarebbe come rompere un tabù». Ma di quale tabù si tratta, e perché sarebbe così auspicabile romperlo? Il tabù, a quanto pare, riguarda essenzialmente l’idea di mantenere confinata la frequenza dell’anno scolastico — da parte degli studenti, beninteso, visto che gli insegnanti lavorano tutti già almeno fino alla fine del mese, e non pochi anche oltre — entro la metà di giugno. Rompere il tabù significherebbe arrivare, appunto, perlomeno a luglio (e poi — perché no? — in prospettiva anche ad agosto). Ma su che base questa visione arrecherebbe un vantaggio agli studenti? Occorre risalire alla prima motivazione disponibile, provando però anche a capire se ce n’è una nascosta.

La motivazione disponibile è questa: dato che l’anno scolastico che avremo alle spalle (e in parte anche quello precedente) è stato reso difficoltoso da una diminuita opportunità di fare lezioni in presenza, si ritiene che il ricorso alla didattica a distanza sia stato «tempo sprecato» e quindi occorra «recuperarlo» in chiave eminentemente quantitativa (cioè aggiungendo dei giorni). Vengono subito in mente parecchie obiezioni.

Ne cito due. Per prima cosa la didattica a distanza non è stata «tempo sprecato», ma l’unico modo di affrontare le enormi difficoltà dovute alla chiusura degli spazi pubblici, una chiusura che è stata imposta (anche al mondo della scuola) da una politica a dir poco non impeccabile nella gestione della pandemia. Inoltre, è la seconda obiezione, il carico di lavoro alternativo che studenti, insegnanti (e anche famiglie) hanno dovuto affrontare mediante tale ricorso alla didattica a distanza — anche nella forma a singhiozzo che ha caratterizzato gran parte dell’offerta che le scuole sono riuscite, nonostante tutto, a proporre — non è stato minore di quello che avremmo avuto potendo usufruire della sola didattica in presenza. Anzi. Aggiungere un’altra quindicina di giorni in presenza (posto poi che ci si riesca, visto che qui si viaggia nella più totale incertezza) a cosa servirebbe?

Chiarito il poco convincente argomento fornito dalla motivazione disponibile, arriviamo così a quella occulta. Purtroppo, l’idea che la scuola sia definita solo dal parametro del «tempo» speso tra i banchi tradisce una concezione quantitativa dell’apprendimento che manca completamente il bersaglio, non riuscendo cioè a rendere perspicuo che è soprattutto in base a una complessa miscela di elementi qualitativi che noi riusciamo davvero ad apprendere (a scuola, ma non solo a scuola). Chi ha passato diverso tempo operando nella didattica sa benissimo che, talvolta, aiutano di più dieci minuti fatti nelle condizioni favorevoli che non dieci ore ritenute in astratto la quantità di tempo «necessaria» ad acquisire le «competenze» previste. Insomma, passare più tempo a scuola non offre, di per sé, alcuna garanzia. Occorrerebbe piuttosto pensare a come lo si fa.

Per fortuna, all’entusiastica adesione rivelata da Kompatscher rispetto alla presunta dichiarazione di Draghi ha ribattuto l’assessore alla scuola tedesca Philipp Achammer, il quale — anche in questo caso testuale — ha scritto su Facebook: «Sono scettico. Di sicuro la didattica a distanza non può avere la stessa qualità delle lezioni in presenza, ma mi risulta poco chiaro che cosa si vorrebbe ottenere aumentando il calendario scolastico di due settimane». Se vogliamo davvero parlare di tempo scolastico, lo suggeriva in un illuminante intervento Antonio Vigilante sul sito «Gli Stati Generali», occorre lasciare per il momento da parte il chronos, vale a dire il tempo cronologico, e recuperare il senso del kairos, il tempo propizio, nel quale cose nuove possono accadere e anche gli antichi tabù (pensiamo a quello, davvero ostinato, delle scuole divise, qui in Alto Adige) potrebbero cominciare a sgretolarsi.

Corriere dell’Alto Adige, 14 febbraio 2021

La delicatezza dell’arabo

Claudia Raudha Tröbinger si dichiara “artista visiva iconoparca”, il cui materiale preferito sono le parole. Nel suo ultimo libro, edito da Raetia, ha illustrato la sua inclinazione per la lingua e la cultura araba sviluppatasi anche in seguito ad un prolungato soggiorno all’estero.

Dalle sue note biografiche si ricava che ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. L’interesse per il mondo arabo, invece, come è nato?

Il mio primo incontro con lo “spazio linguistico arabo” – preferisco usare questa espressione rispetto a “mondo arabo” – l’ho avuto da bambina grazie a un libro di Karl May. Lì ho conosciuto questi uomini con le loro tende e i loro cavalli pregiati ai quali leggevano (o forse recitavano) delle sure del Corano. Io amavo sia i cavalli che i libri e la combinazione fra i due toccò delle corde molto profonde dentro di me. In seguito ho anche conosciuto persone di questi posti, sul lavoro e nella vita privata, e a un certo punto ho anche visto per la prima volta esempi di calligrafia araba, ma non ricordo esattamente quando.

E la possibilità di apprendere la lingua quando si è concretizzata?

Durante i miei studi all’Accademia realizzai un video cercando di coinvolgere Adel, un ragazzo tunisino, e da allora, eravamo alla fine degli anni Novanta, ho cominciato a presentare i miei lavori espressivi in due lingue: italiano e arabo. Dopo aver conseguito il diploma, trovandomi a disposizione una grande somma di denaro, ho deciso di investire il mio tempo nell’apprendimento di questa lingua notoriamente difficile, e sono partita per Beirut.

Quanto tempo ha passato a Beirut?

Tre mesi, nei quali oltre a godere di una vita sociale molto intensa e studiare con due insegnanti privati diversi ho anche iniziato a stendere la biografia delle donne della mia famiglia, una specie di autoterapia. Scrivevo prevalentemente sui banconi dei bar e la gente mi diceva: Enti thayyeba (sei in gamba). Però i miei progressi erano limitati. La maggior parte delle persone mi parlava in inglese. Allora decisi di cambiare e mi recai in Siria, ad Aleppo. Era il 2005, allora in quel paese non c’erano grandi tensioni.

Che tipo di vita faceva ad Aleppo?

Vivevo in un hotel frequentato da soli arabi in un quartiere centrale vicino al vecchissimo e splendido suq. Frequentavo l’università, andavo in piscina e ovviamente studiavo. Siccome il tempo rimanente era poco, interruppi il lavoro alla mia biografia e iniziai invece a occuparmi di un altro testo, una lettera, che poi si sarebbe sviluppata in un libro.

E poi c’è stata la scoperta della Tunisia.

Sì, a Tunisi non ho vissuto presso una famiglia bensì in un mabit, uno studentato, e quindi in un appartamento mio. Nel secondo anno ho cercato di inserirmi nel mondo del lavoro, anche per apprendere meglio la lingua. Oltre a ciò ho avuto l’opportunità di frequentare degli ottimi corsi di calligrafia araba. Mi dedicavo alla stesura di tre testi diversi e preparavo una mostra personale dal titolo: “Chi sono io come artista e perché studio l’arabo”. Stavo anche per sposarmi con un giovane del posto, ma poi le cose sono andate diversamente da come avrei – e penso avremmo – voluto.

Perché studio l’arabo” è la sua terza pubblicazione bilingue (italiano/arabo). Esiste una linea di ricerca precisa in questo suo approfondimento?

Una linea di ricerca precisa non direi. Mi nutro di letteratura araba contemporanea. L’anno scorso, per esempio, mi sono dedicata ad alcuni libri palestinesi o a opere sulla storia palestinese. Colgo l’occasione per raccomandare autori come Ghassan Kanafani, Elias Khoury e Mazen Maarouf.

Il libro ha una struttura grafica molto peculiare ed è strutturato in tre sezioni: una prima parte di “ringraziamenti”, una seconda in cui cita numerosi proverbi e, infine, una sezione in cui spiega, per l’appunto, perché si sta dedicando all’apprendimento della lingua. Qual è il motivo di questa scelta?

Veramente tutto è nato come parte della mostra menzionata prima e all’inizio non doveva essere un libro, ma un murales pieno di risposte alla domanda sul perché io studio l’arabo. Poi per vari motivi questo progetto non è andato in porto. Venendo dall’Accademia di Belle Arti ho un approccio molto libero rispetto alla scrittura, ho fabbricato vari libri d’artista. Il mio ultimo lavoro è stato definito “arte verbale” e non mi dispiace.

A un certo punto, nella sezione delle spiegazioni, cita il filosofo L. Wittgenstein (“I limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo”). In quale direzione pensa che lo studio dell’arabo abbia contribuito ad allargare i limiti del suo mondo?

Bella domanda. Ho imparato una lingua extraeuropea, extracomunitaria se vogliamo. È sicuramente verso sud/sud-est che il mio orizzonte culturale vede un allargamento. Potrei però rispondere anche con una frase del mio libro: “Perché gli arabi sanno cos’è la delicatezza”.

Se pensiamo però agli episodi di estremismo islamico che si sono succeduti negli ultimi anni, anche qui in Occidente, la delicatezza non è la prima cosa che verrebbe in mente parlando di quella cultura. In che modo è possibile contrastare questo pregiudizio?

Trovo triste che parlando dell’amore per una lingua, come faccio io, mi si confronti con una domanda del genere. Quindi rispondo chiedendo a mia volta: se avessi scritto un libro sul fascino di studiare l’inglese americano, lei mi avrebbe forse ricordato Hiroshima e Nagasaki?

Allora ritiro la domanda, o meglio: la trasformo. In base alla sua esperienza e alle sue frequentazioni dei paesi e delle persone di lingua araba, può dirci quali sono i pregiudizi prevalenti che riguardano il mondo occidentale in generale e in particolare l’Italia?

Qui si pensa spesso che da parte dei musulmani veniamo percepiti come “miscredenti”, e può darsi che ciò capiti. Ma alla luce della mia esperienza mi è capitato di sentirci definire come ahl al-kitab (gente del libro), cioè appartenenti a una religione che, come quella musulmana e quella ebraica, si basa su un testo sacro. Pregiudizi invece che riguardano l’Italia li ho sentiti in Tunisia, dove pensano che da noi ci siano tante donne bionde e la verdura sia più buona della loro.

A proposito di donne, nel libro lei scrive: “(Imparo l’arabo perché) in un paese dove la maggioranza delle donne si veste alla musulmana, e indossa quindi vestiti che tendono a non evidenziare, ma al contrario a celare il corpo, malattie psicosomatiche come l’anoressia e la bulimia potrebbero essere meno diffuse rispetto all’Occidente…”. Non ritiene che, a parte questi vantaggi, il ruolo della donna sia là fortemente subordinato rispetto a quello dell’uomo, erigendo quindi un ostacolo insormontabile al dialogo tra le culture?

No, non lo penso. Prima di tutto non esiste un unico “là”. Esistono tanti stati diversi, ognuno con la propria costituzione e le proprie stratificazioni sociali. E poi ci sono gli individui, che sono tutti diversi fra loro. Sulla cosiddetta condizione della donna, mi permetto inoltre di suggerire uno spunto di riflessione: di quale donna stiamo parlando? Parliamo della donna giovane, della donna matura o della donna anziana? Quest’ultima in Tunisia, in Siria, in Libano difficilmente finirebbe i suoi giorni in un ospizio, mentre da noi è quasi diventata la normalità.

Adesso risiede nuovamente in Sudtirolo. In che modo continua a praticare la lingua araba e a mantenere i contatti con quella cultura (a parte scrivendo dei libri)?

È dall’inverno 2014 che non metto piede in Tunisia. Ovviamente così non è facilissimo continuare a praticare questa lingua. Ho iniziato a leggere libri in lingua originale, faccio molta fatica ma non demordo. Ho poi instaurato uno scambio linguistico con due donne siriane, una studia l’italiano e l’altra il tedesco. In cambio del mio aiuto loro mi danno la possibilità di parlare l’arabo con regolarità. E poi ci sono le varie amiche, c’è Facebook, ci sono le chat.

ff – 11 febbraio 2021

Via Castel Roncolo 22

Le cose cambiano. Anche quando non sembra, quando tutto appare immobile e in pace, come in una giornata di sole. Anche quando sembra che tutto permanga, le cose dentro di noi e intorno a noi si stanno sgretolando e ricomponendo in nuove figure. La prima volta che ho percorso via Castel Roncolo dev’essere stato almeno dieci anni fa. Forse qualcosa in più. Avevamo parcheggiato la macchina in via Weggenstein, oltre il bivio con via Sant’Osvaldo, e poi eravamo discesi a piedi verso il centro, passando, appunto, per via Castel Roncolo. Era quasi sera. Una sera profumata. Il posto mi parve bellissimo. Pensai: è una delle vie più belle di Bolzano. Camminando verso Marienplatz bisogna tenere la sinistra, ed è proprio sulla sinistra che si trovano le ville più belle. Ne conoscevo solo una, per sentito dire. Era la villa al civico 18, la cosiddetta villa di Magnago. La villa di Magnago ha un gusto un po’ francese, anche se questo gusto non si addice al personaggio. Per buttare un occhio su queste ville bisogna spingere lo sguardo oltre le recinzioni, oltre le siepi che proteggono i giardini, infilarlo tra le fessure strette dei cancelli. Passeggiare in una via così, comunque, consente che nell’animo si riverberi un po’ dell’atmosfera del luogo. Ci si immagina di essere invitati a un ricevimento. Si può anche sognare di abitarci, prima o poi. Io mi sono trasferito a Bolzano otto anni fa. Non ho cercato a lungo. In pratica il primo appartamento che ho visto l’ho preso. Era in via Castel Roncolo, al civico 22. In uno dei tantissimi servizi sul fatto di cronaca che adesso l’ha reso famoso, ho sentito: “Chi vive qui può considerarsi arrivato”. Non mi sono mai considerato arrivato. Chiunque lo faccia, penso, non capisce che le cose mutano sempre, e quindi in realtà non si arriva mai da nessuna parte. E comunque poi a un certo punto tutto può crollarti addosso. Accade ovunque. È la vita che ci schiaffeggia così.

La colonnina – ff – 11 febbraio 2021

Lo sguardo della giraffa

È possibile parlare dell’Alto Adige/Südtirol senza ricorrere allo stereotipo di una terra difficile e complessa perché ancora imprigionata nelle controversie etno-nazionaliste del Novecento? Ci ha provato il giornalista bolognese Massimiliano Boschi, con un reportage focalizzato sui temi del turismo e dell’immigrazione.

All’inizio del suo nuovo libro, La montagna disincantata. L’Alto Adige/Südtirol tra mito e presente (Edizioni alphabeta Verlag, pagine 183, euro 14), Massimiliano Boschi racconta una storia curiosa, protagonista una giraffa fuggita da un circo, che apparentemente non ha nulla a che vedere con gli argomenti trattati in seguito. In realtà, è possibile prendere spunto proprio da qui, cioè utilizzando l’animale esotico alla stregua di una metafora, per sintetizzare in modo perfetto il contenuto del volume e la sua visione innovativa. Scrive Boschi: «Era la mattina del 21 settembre 2012 quando ho lasciato definitivamente Imola per trasferirmi a Bolzano. Le prospettive non erano straordinarie, ma sufficienti ad abbandonare la cittadina romagnola insieme a tutta la famiglia. Se è vero che in ogni passaggio importante della propria esistenza si cercano ovunque segnali di buon auspicio, io non mi sono dovuto sforzare molto. Il segnale era alto oltre quattro metri e aveva gettato nello scompiglio l’intero quartiere in cui abitavo». «Ai tempi – prosegue l’autore dopo aver raccontato la storiella della giraffa, e con ciò l’inizio della sua emigrazione in provincia di Bolzano – non sapevo che sarebbe stata la migliore decisione della mia vita».

Sfogliando le pagine de La montagna disincantata – un reportage, quasi una flânerie da Nord a Sud e da Est a Ovest che tocca città e vallate seguendo il filo conduttore di tue temi prevalenti: il turismo e l’immigrazione – occorre tenere conto in primo luogo di questo felice rilievo, perché in effetti la comparazione (spesso implicita, ma talvolta dichiarata) tra il mondo esterno all’Alto Adige/ Südtirol e le opportunità di realizzazione individuale che qui si danno rompe col tono lamentoso al quale siamo abituati. Tono derivante dalla percezione di alcuni notissimi problemi endemici che sudtirolesi e altoatesini non finiscono di denunciare e di rinfacciarsi, e lascia spazio a valutazioni depurate da qualsiasi traccia di risentimento. «Se ci limitiamo alla politica e allo schema istituzionale – leggiamo a un certo punto con sollievo – è difficile negare l’importanza della questione etnica, ma in queste pagine si vuole raccontare ciò che nelle stanze del potere non si vuole vedere, perché la realtà è molto più articolata e affrontarla nella sua complessità rischia di far perdere consenso». Per dirlo con le parole di Francesco Palermo (docente universitario, costituzionalista e politico, ndr), che firma la prefazione, che cosa potrebbe accadere se smettessimo di filtrare la realtà mediante la logica del «Re Mida etnico», riacquistando piuttosto una freschezza di sguardo che evita di ricadere in formule prescrittive?

Che cosa accade, insomma, al di fuori delle stanze del potere? Accade, per esempio, che il responsabile del Centro Giovani del Brennero si chiami Saad Khan, sia cioè un pachistano aggregatosi al gruppo linguistico italiano che lavora per un’istituzione finanziata dalla Ripartizione Cultura tedesca; accade che a Fortezza, dove domina una costruzione eretta «in nome di un nemico che non giunse mai», ci siano due scuole elementari, una di lingua italiana e una di lingua tedesca, ma sia nella prima che nella seconda la stragrande maggioranza di chi la frequenta abbia un’origine straniera; oppure accade che nel centro di Bolzano sempre più cartelli siano scritti in inglese, cioè in una lingua che – e sono parole di chi si occupa di comunicazione alla Confesercenti, non di un pericoloso rivoluzionario post-etnico – permette di risolvere il dubbio di scegliere quale idioma istituzionale utilizzare, se uno dei due o entrambi, tagliando così la testa al toro. Gli esempi fatti da Boschi nel libro sono tantissimi, e servono tutti a rendere inequivocabile il messaggio: anche se gli aspetti tradizionali pesano, anche se l’universo mentale di molte persone sembra apparentemente ancora prigioniero di quei confini, attorno a noi si colgono mutamenti che perciò avrebbero bisogno di una declinazione nuova, di una progettualità più orientata al futuro. Non dovrebbe esserci più neppure bisogno dello sguardo sopraelevato di una giraffa fuggita da un circo, per accorgersene.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 7 febbraio 2021 (Apparso con il titolo “Montagna disincantata”)