Lo sguardo oltre i divieti

Ensor

“Il mutamento di un abito consiste spesso nell’aumento o nella diminuzione della forza di un abito precedente”. Charles Sanders Peirce

Ho chiesto a mio figlio, che ha 17 anni e (beato lui) pratica con estrema disinvoltura il crossover culturale, di spiegarmi perché i suoi coetanei considerano positivamente quello che in tedesco si dice «sich vollsaufen» e in italiano «ubriacarsi». Le due espressioni, mi dice ancora mio figlio, non sono esattamente corrispondenti. Nel primo caso, il riempirsi di alcol fino a scoppiare (questa sarebbe la traduzione letterale) implica sempre un habitus, ossia qualcosa di collettivo, che difficilmente potrebbe essere fatto in completa solitudine, come invece può accadere attivando il campo semantico della seconda parola. Sfumature, che potrebbero evidenziare una differente percezione sociale di tale pratica nel nostro contesto etnicamente frammentato: i tedeschi berrebbero molto di più degli italiani perché, per loro, la sbronza in comune è qualcosa di sostanzialmente accettato, di attraente, quasi indispensabile per far parte del «gruppo» e sentirsi più «cool».

In realtà simili differenze sono ormai molto sfumate, posto ci siano mai state, quindi dobbiamo piuttosto chiederci come sarebbe possibile inibire o almeno limitare una tendenza complessiva che talvolta assume proporzioni davvero gravi. L’abbiamo visto e lo vediamo in occasioni come quelle fornite da grandi feste, raduni o — per richiamarci alla cronaca recente — il Carnevale. Quando parliamo di un habitus, vale a dire di memoria incorporata, sappiamo che mutare il dispositivo alla base di certi comportamenti diventa un’operazione molto difficile, che non può essere eseguita semplicemente auspicandolo o, come qualcuno pensa ogni volta di fare, predisponendo dei divieti (il sindaco di Terlano, Klaus Runer, ha per esempio annunciato di voler cancellare la prossima edizione del Carnevale nel suo paese). La repressione, anzi, potrebbe persino inasprire il ricorso all’additivo della «trasgressione della legge», utile solo a traslare e intensificare gli effetti nefasti.

Esiste allora uno sbocco più ragionevole (ed efficace) della politica dei divieti che penalizza tutti indiscriminatamente? Sicuramente sì, anche se si tratta di imbastire un percorso lungo, fatto di un coinvolgimento stratificato e a più voci tra le istituzioni e le agenzie formative — dalla famiglia alla scuola — senza dimenticare i responsabili degli esercizi commerciali o dei locali pubblici, i quali dovrebbero anteporre la cura della salute agli aspetti legati al profitto.

Corriere dell’Alto Adige, 14 febbraio 2018

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Mediazione, sfida ineludibile

Malevic Cerchio Nero

La medaglia dell’onorificenza al merito (Ehrenzeichen) è costituita da un’aquila del Tirolo in oro, attorniata da un anello d’argento che culmina in un fiocco nel quale sono incise le parole «Aquila tirolis dignitate honesto». Assegnata ogni anno il 20 febbraio, giorno della morte di Andreas Hofer, tale decorazione verrà appuntata stavolta anche al petto di un altoatesino, Aldo Mazza, che in tale cornice potrebbe apparire a prima vista eccentrico e quasi dissonante. Da quando si è stabilito in Sudtirolo, 46 anni fa, il fondatore della scuola di lingue e attualmente direttore della casa editrice Alpha Beta ha infatti sempre agito e pensato per testimoniare una «dignità dell’esistere» consapevolmente «altra» rispetto alle determinazioni identitarie prevalenti. Ciò lo ha spesso portato a denunciare limiti e possibili degenerazioni del concetto di appartenenza, se inteso come raggelata eredità.

In cosa potremmo quindi scorgere l’essenza del contributo dato da Mazza alla nostra comunità? In primo luogo il senso di lieta fatica connesso al principio della tecnica della convivenza, una tecnica (da lui chiamata «arte»), che nella sua riflessione tenta di porre fuori gioco due aspetti generalmente contrapposti in modo superficiale: quello dell’ineluttabilità del contrasto, dell’inconciliabilità delle differenze, ma anche quello della naturalezza e della facilità con la quale entità diverse si accorderebbero da sole, senza il minimo sforzo. Non è così, ci ha insegnato Mazza, poiché ogni accordo, ogni progetto d’incontro implica sempre che in prima battuta le parti rinuncino a qualcosa, mettano cioè in discussione i propri schematismi abituali e si collochino in uno spazio che non potrà mai essere strappato all’incertezza. Incertezza che rappresenta la sfida ineludibile della mediazione, da affrontare a livello individuale e collettivo.

È alla luce di tale interpretazione che l’Alto Adige/Südtirol è visto da Mazza come una società ancora «in bilico», che «può cadere, come spesso purtroppo fa, nella deriva etnica o può diventare un modello di convivenza, dove le diverse comunità e identità non siano concorrenti, ma complementari». Al di là della legittima soddisfazione per il merito personale, è questa la fonte di maggiore soddisfazione leggendo la lettera della sua convocazione a Innsbruck: un segno tangibile e squillante a favore della complementarità, del dinamismo e della diversità come ricchezza.

Corriere dell’Alto Adige, 10 febbraio 2018

Non superare certi limiti

Sironi

Qual è la ricetta della felicità commisurata al lavoro? Un incremento indefinito dello sfruttamento delle risorse e della produzione, anche inteso come saturazione del tempo a disposizione? Oppure si tratta di trovare il modo di gestire il proprio tempo donandogli pause, momenti di «vuoto» che in effetti rendono gli esseri umani più creativi e in generale più sensibili rispetto alla realtà che li circonda? E ancora: abbandonati per così dire alla vacuità scaturita dalla mancanza di un’occupazione, non saremo piuttosto corrosi da una sensazione di noia impotente?

Tali quesiti nascono leggendo la recente indagine dell’Istituto promozione lavoratori (Ipl) sui tempi di lavoro in provincia di Bolzano, secondo la quale gli altoatesini sarebbero quasi degli workaholics, totalizzando in media più di 38 ore d’impegno settimanale, ma con punte eccedenti le 40 ore nei comparti dell’agricoltura, del turismo e per le posizioni dirigenziali. Al contrario, la settimana più breve riguarderebbe i «servizi privati» e l’istruzione, con gli insegnanti impiegati per un tempo inferiore alle 35 ore settimanali (ma per questi ultimi sappiamo che vengono dimenticate le attività che presuppongono un tipo di lavoro «sommerso» o difficilmente misurabile, dalla correzione dei compiti a tutto ciò che contribuisce all’accrescimento del proprio sapere).

Il celebre titolo della raccolta poetica di Cesare Pavese, «Lavorare stanca», sarebbe così inadatto a descrivere l’habitus tipicamente sudtirolese. Un motivo di vanto? Va rilevato però che alle virtù dell’uomo laborioso e taciturno (molta azione e poche parole), Pavese contrappose anche quelle dei «sansôssì» (dal francese «sans-soucì»), cioè coloro che vivono senza pensieri, in modo quasi vagabondo e ciarliero, spezzando quindi una lancia per i cosiddetti marginali e sognatori. Anche Giacomo Leopardi — autorità indiscussa per quanto riguarda il sentimento della noia, e ciò nonostante esempio di lavoratore accanito fino e oltre i limiti dello sfinimento fisico — ci ha dato una trattazione ambivalente del «tempo morto», qualificando la noia sia come tedio sia come «desiderio della felicità» lasciato «allo stato puro». Insomma, sarebbe un vero peccato se nessuno pensasse più che la vera finalità dell’essere umano, la sua più nobile aspirazione, possa consistere in un lavoro che è essenzialmente liberazione dall’obbligo del lavoro.

Corriere dell’Alto Adige, 2 febbraio 2018

Gli emarginati resi invisibili

Clochard

Secondo una dichiarazione del sindaco Caramaschi, il Comune avrebbe l’idea di spostare la mensa per senzatetto e migranti attualmente operativa in piazza Verdi. La zona prescelta è più defilata — anzi, molto defilata — a Sud della città, dove dovrebbe trovare posto anche il nuovo centro emergenza freddo aperto tutto l’anno che non è stato possibile realizzare ai Piani a causa delle proteste dei cittadini. Si tratta di una buona idea?

Chi trova la soluzione non solo buona, ma addirittura ottima, è Carlo Vettori (Lega), il quale ha prontamente commentato l’eventuale progetto su Facebook: «Il teatro comunale, la Camera di commercio, l’Associazione turistica, gli esercenti, i residenti e i cittadini tutti ringraziano! Era ora». Di diverso avviso, ma con una motivazione di fondo ispirata dalla medesima avversione preventiva nei confronti di istituzioni di questo tipo, il consigliere socialista Claudio Della Ratta: «Pensare di potenziare il nuovo centro di emergenza freddo con servizi che contribuirebbero a far aumentare in maniera esponenziale il numero degli irregolari in zona sarebbe scelta scellerata». Indesiderati in centro, temuti in periferia: secondo tali politici i più bisognosi dovrebbero dunque semplicemente essere fatti sparire dalla circolazione, magari pronunciando una formula magica tipo «abracadabra».

Le formule magiche, però, sono per l’appunto affare di maghi (o di demagoghi) e in genere lasciano sul tappeto i problemi da risolvere. Anzi, servono solo a perdere tempo e a creare polemiche prive di utilità. Se il Comune pensa giustamente che un centro di accoglienza comprensivo di mensa sia indispensabile, occorre esaminare con pragmatismo quali siano le condizioni migliori per allestirlo, in primo luogo nell’interesse di chi ne usufruirà. Necessario, insomma, misurare le conseguenze che deriverebbero da un cambiamento della situazione. Un’opinione in merito dovrebbe essere per esempio raccolta ascoltando i volontari e le associazioni che si occupano di sostenere senzatetto e migranti nei loro bisogni più elementari. Essi ci dicono che spingere ulteriormente al margine chi già soffre di estrema marginalità non risolve i problemi, ma li rende più acuti proprio nell’illusione di nasconderli. Visto che la decisione non è stata ancora presa, è consigliabile che la giunta rifletta in modo approfondito, senza farsi bastonare da chi è ancora abituato a non assumersi molte responsabilità.

Corriere dell’Alto Adige, 27 gennaio 2018

L’europeismo pretestuoso

Ratto di Europa

Nella peggiore delle ipotesi la questione del doppio passaporto — invocato da alcuni sudtirolesi e previsto dall’accordo di coalizione tra Övp e Fpö — si risolverà in un pasticcio dal quale a fatica estrarremo le gambe. Nella migliore, avendo ancora la speranza che il tema non occupi troppo spazio nella campagna elettorale in vista delle Provinciali, potremo rubricarla tra le tante ricorrenti occasioni di scongelamento del conflitto etnico al quale ci tocca assistere dal 1919. In bilico tra le due opzioni proponiamo la seguente immagine: invitati per l’ennesima volta a uno spettacolo del quale conosciamo già tutto, non possiamo comunque escludere che alla fine i protagonisti, anziché fare l’inchino e sparire sorridenti dietro il sipario, comincino ad azzuffarsi sul serio tra loro, quindi scendano tra il pubblico ed estendano la rissa anche tra chi non vorrebbe farsi coinvolgere.

Tra i personaggi che ci tengono un po’ con il fiato sospeso c’è anche il presidente Kompatscher, il quale è fautore dell’interpretazione «europeista» del doppio passaporto. Si tratta di una posizione a rischio, che ricorda quella dell’equilibrista sul filo. In una recente intervista al settimanale «Profil», il Landeshauptmann ha così provato a indossare i panni del temporeggiatore e del suggeritore, correggendo un tiro che finora era stato sicuramente sbagliato. La proposta del doppio passaporto — ha detto Kompatscher — non dovrebbe essere limitata solo ai sudtirolesi di lingua tedesca e ladina, ma essere allargata anche ai discendenti italiani del vecchio impero austro-ungarico e persino a tutti gli altoatesini, senza distinzioni di lingua. Nonostante la correzione del tiro, la vicenda continua però a restare problematica e il richiamo alla Ue pretestuoso. Per ridare all’idea di Europa una concreta prospettiva di futuro, la strada che porta al raddoppio o alla moltiplicazione delle cittadinanze non rappresenta affatto una scorciatoia e non erode la predominanza degli Stati nazionali, sostenuta dai populisti di destra, ma anche dai vari indipendentisti, che mirano a rendere sempre più frammentata la sovranità territoriale all’interno del continente. Ingaggiare con questi ultimi una battaglia interpretativa sul senso di un’operazione intrinsecamente connotata in modo restaurativo non ne limiterebbe gli effetti indesiderati e non eliminerebbe il danno d’immagine, che è proprio il tema stesso a procurare, comunque lo si voglia guardare.

Corriere dell’Alto Adige, 18 gennaio 2018

Uno specchio deformante

Bozen

L’annuario 2017 dell’Istat — riferito al 2016 — ha scattato una fotografia della provincia di Bolzano elencando una serie di dati estremamente positivi. Eccone alcuni: qui abbiamo il maggior tasso di incremento demografico d’Italia (+0,5%), il tempo è quasi sempre bellissimo (piove meno che a Napoli), i nostri ospedali (nonostante le file al pronto soccorso) hanno il maggior numero di posti letto per abitante, siamo primi nella spesa pro capite per interventi e servizi sociali, inoltre (anche in questo caso nonostante non manchino i professionisti del lamento e i cantori del «degrado») i cittadini intervistati hanno dichiarato di non percepire un tasso di criminalità particolarmente preoccupante.

Tutto bene, dunque? Ovviamente no, ma se volessimo tracciare su tale visione rosea alcune pennellate negative non dovremmo permettere che il quadro d’insieme ne risulti offuscato. Si tratta di trovare il giusto equilibrio per offrire una narrazione oggettiva. Proprio la mancanza di equilibrio e di oggettività è uno dei difetti che riscontriamo soprattutto quando ci capita di raccontarci all’esterno. Recentemente, per esempio, il quotidiano Il Foglio ha pubblicato un lungo articolo dello scrittore bolzanino Daniele Rielli dai toni, più che pessimistici, addirittura catastrofisti. L’occasione per scrivere il pezzo era data dalla discussione sul doppio passaporto, ma Rielli ha optato per consegnare al lettore una sorta di riassunto del suo contributo contenuto nel libro «Storie dal mondo nuovo» (Adelphi). Storie che, nel capitolo finale dedicato all’Alto Adige, sembrano piuttosto prelevate dal mondo vecchio, ossia quello — per intenderci — descritto da Sebastiano Vassalli negli anni Ottanta in «Sangue e suolo» (Einaudi) e nel quale la nostra provincia appariva stretta da un’inesorabile morsa fatta di privilegi e segregazione etnica. Possibile che da allora non sia cambiato nulla, ammesso e non concesso che già a quel tempo si stesse così male?

Per raccontare la nostra provincia, insisto, occorrerebbe più equilibrio. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma neppure in un «piccolo mondo — come scrive Rielli — a tenuta stagna». Anche qui la realtà cambia o, almeno, può cambiare. Per agevolare il cambiamento è indispensabile però esercitare la critica in modo sobrio e circoscritto, evitando di scadere in alcuni stereotipi distruttivi, che spesso sono solo il controcanto stonato di altrettanto inutili autocelebrazioni.

Corriere dell’Alto Adige, 12 gennaio 2018