Il terzo statuto è lontano

Oswald Schiefer

“È impensabile che un italiano sia nominato al vertice della sovrintendenza ai beni culturali”. Si è espresso così Oswald Schiefer, capogruppo Svp in Consiglio provinciale. L’opinione non può essere sminuita a semplice uscita infelice, magari frutto di un guasto al ventilatore o all’impianto dell’aria condizionata. “Unvorstellbar, impensabile”, è infatti qualcosa che la mente si rifiuta di pensare, che non riesce a definire, giacché indicherebbe una realtà assurda e fuori dal mondo. Sarebbe, per esempio, impensabile realizzare una figura professionale creata per restaurare l’immagine ammaccata del Sudtirolo cercandola tra candidati ignari di cosa sia questa terra, incapaci di riconoscerne i tratti peculiari e che non siano neppure in grado di parlare un po’ di tedesco standard. Eppure, molte cose impensabili diventano poi perfettamente pensabili, mentre altre, che dovrebbero risultare ormai più che pensabili, restano per l’appunto “unvorstellbar”.

Ma chi è Oswald Schiefer? Anche se il nome non è sicuramente tra i più noti, non si tratta di un politico di terza fila. Passando in rassegna le sue cariche di spicco, dal 1980 al 2010 lo troviamo sindaco di Cortaccia, dal 1990 presidente del consorzio di bonifica Monte-Salorno, dal 1991 presidente della comunità comprensoriale Oltradige-Bassa Atesina, dal 2000 al 2010 presidente del comitato per le politiche comunali della SVP, e dal 2010 presidente della sezione Bassa Atesina della SVP. Qualcuno ricorda il suo impegno rivolto, anni fa, alla cancellazione della toponomastica italiana periferica. E nel recente profilo tracciato sulla pagina del Bauernbund si legge che il suo obiettivo prioritario è quello di salvare il suolo dall’urbanizzazione incontrollata. Un conservatore vecchio stampo, quindi, esponente della potente lobby dei contadini tradizionalmente cauti (è un eufemismo) a considerare il Sudtirolo pronto a sperimentare significativi cambiamenti. Esclusi ovviamente quelli cari ai sognatori del futuro “neocacanico”, tanto che in rete si trova una sua foto mentre davanti al consiglio provinciale brandisce, tutto sorridente, l’ambito doppio passaporto.

Quanti sono, nelle sfere influenti, quelli come Schiefer? Quanto è ancora radicata la mentalità secondo la quale, prima di ogni possibile merito, è solo l’appartenenza (di casta o di etnia) a conferire ruoli di spicco all’interno delle istituzioni? Se pensiamo che la legislatura doveva essere quella capace di farci intravedere il contorno del terzo statuto di autonomia, la delusione non è poca.

Corriere dell’Alto Adige, 7 luglio 2018

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Violenza senza confini

Violenza di genere

Chi cerca trova, dice il proverbio. Purtroppo – cercando in internet notizie con la parola chiave “femminicidio” – talvolta si riesce subito a trovare moltissimo. Ecco per esempio il caso di una donna di 31 anni uccisa lo scorso 20 marzo a Terzigno, nel Napoletano: omicida il marito, che ha eseguito il delitto dopo aver accompagnato a scuola la figlia. Ecco un’altra donna di quarantasei anni, di origini sudamericane, uccisa anche lei dal marito appena tornato dall’Ecuador per tentare di riallacciare il “difficile” rapporto. Ecco un appuntato dei carabinieri di servizio a Velletri: il 28 febbraio – raccontano le cronache – ha sparato alla moglie con la pistola d’ordinanza dopo una lite in strada. Poi è tornato in casa e, prima di togliersi la vita, ha ucciso le due figlie che stavano dormendo.

Sono solo tre esempi, la punta di un iceberg di violenze perpetrate secondo uno schema fisso e devastante, non legato a particolari contingenze territoriali. Anche nel nostro Alto Adige, si ricorderà, è accaduto qualcosa di simile. A Bressanone, appena due mesi fa, una donna di cinquantasette anni fu ritrovata ferita mortalmente da una serie di coltellate. Come immediato responsabile venne individuato il compagno, il quale peraltro teneva la confessione in tasca, scritta su un biglietto. Logico quindi che la preoccupazione sia molta e – oltre al prezioso lavoro delle associazioni che offrono protezione a donne minacciate – siano da salutare con favore tutte quelle iniziative volte ad estendere il volume di riflessione e consapevolezza su ogni pratica di violenza di genere, magari al fine di prevenirne la drammatica degenerazione.

Ma quali sono i soggetti che dovrebbero essere invitati, anzi obbligati a riflettere? I maschi allogeni più di quelli nati da generazioni di autoctoni? Dall’esame dei fatti più efferati non si evince una predilezione territoriale. I protagonisti non appartengono neppure a una cultura particolare e sembra indifferente la loro appartenenza religiosa. Leggere così la mozione presentata dalla consigliera provinciale Elena Artioli, la quale ha chiesto che vengano istituiti corsi obbligatori e test di educazione civica focalizzati alla prevenzione della violenza di genere, rivolti però esclusivamente agli “stranieri”, fa pensare ad una iniziativa discriminatoria e soprattutto inutile, giacché non inciderebbe sui confini più vasti e spesso familiari del problema. Semmai, parliamone di più a scuola. Senza escludere nessuno.

Corriere dell’Alto Adige, 29 giugno 2018

I nomadi, Bolzano e Soweto

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Alcuni protagonisti del film “A ciambra”, di Jonas Carpignano

Quest’anno sudtirolesi e altoatesini hanno avuto un’occasione straordinaria per conoscere un po’ meglio la realtà dei cosiddetti “campi rom”. Si tratta del film “A ciambra”, lungometraggio girato dal giovane regista Jonas Carpignano e vincitore del Premio Provincia autonoma di Bolzano all’ultimo Film Festival. La dura realtà in cui vivono alcuni rom – in quel caso residenti in Calabria, nei pressi di Gioia Tauro – non viene edulcorata o resa più appetibile al palato di chi potrebbe avere dei pregiudizi negativi su queste comunità. Molto semplicemente, attraverso la straordinaria bravura degli interpreti si rivela un microcosmo complesso, a sua volta parte integrante di una rete di relazioni più vasta e perciò radicatissimo nel territorio. Cercatelo e vedetelo, ne vale la pena.

Si è tornati a parlare di rom a proposito delle recenti dichiarazioni di Matteo Salvini, il quale – in un’intervista rilasciata ad una emittente privata – ha detto che la “situazione” è ormai “caotica”, che urge un “dossier” in grado di farci vedere “chi, come, quanti”. Qualcuno, allarmato, ha citato odiosi “censimenti” o, peggio, criminali “schedature”. Ma stilare un dossier, in effetti, a quale fine sarebbe necessario? Salvini non l’ha detto esplicitamente, la questione può dunque essere lasciata aperta senza negare a priori una lettura “buonista” degli intenti del ministro: quando in campagna elettorale lui parlava di “ruspa” predicava la chiusura dei campi per costruire nuovi e più confortevoli alloggi in cui trasferivi con calma le persone.

Dalle nostre parti la parola “censimento” o “schedatura” ha subito ridestato vecchi fantasmi e antichi lamenti. Si sono avute dichiarazioni sconcertanti, come quelle della deputata Michaela Biancofiore, la quale non ha mancato di denunciare la condizione di segregazione razziale e di apartheid tuttora imperante in un clima di indicibili sofferenze patite dalla popolazione italiana. Biancofiore ha addirittura citato Langer e il libro di Sebastiano Vassalli del 1985, “Sangue e suolo”, dimenticandosi però che Langer giudicò allora il libro di Vassalli sbagliato e totalmente fuorviante e che lo stesso Vassalli, poco prima di morire, pubblicò un altro testo sull’Alto Adige (anzi sul “Sudtirolo”) lodandone la positiva evoluzione e sottolineando persino l’utilità della “proporzionale”: “Le vicende umane sono così complicate (…) da richiedere che un errore venga corretto da un errore di segno opposto”. Forse anche Biancofiore riuscirà prima o poi a correggere i suoi errori d’interpretazione e con lei quanti, ancora oggi, continuano a sovrapporre la florida provincia di Bolzano alla Soweto del 1976.

Corriere dell’Alto Adige, 22 giugno 2018

Speranza dopo le pietre

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Il video dura poco più di 30 secondi. Si vede la strada antistante la stazione degli autobus percorsa da poche macchine. Poi appare un giovane uomo di colore che grida e tira qualcosa, forse una pietra, verso il punto dal quale sono effettuate le riprese. L’autrice del video è la consigliera provinciale dei Freiheitlichen Ulli Mair, la quale l’ha poi postato sulla sua pagina Facebook con la seguente didascalia: «Le “nostre risorse” diventano più aggressive e tirano pietre alla mia finestra. Forse hanno capito che il vento sta cambiando, almeno voglio sperarlo! Intanto un grazie alla Polizia di Stato che in meno di tre minuti è arrivata e si è portata via due “ingegneri” o forse “chirurghi” che ubriachi fradici hanno trovato anche il tempo di tirare pietre e danneggiare la loro macchina. W la Polizia e forza Salvini».

Prima di commentare questo breve testo è bene esprimere tutta la solidarietà del caso a Ulli Mair e stigmatizzare l’accaduto, purtroppo non episodico. Da tempo la zona di piazza Stazione è teatro di risse e comportamenti che rendono la vita difficile a chi vi si trova. Detto questo, è indispensabile chiedersi anche se il problema possa essere risolto soltanto inasprendo controlli e attendendo l’intervento della forze dell’ordine. Indirettamente, è proprio Ulli Mair a spiegarci che questa non è la strada da seguire, nonostante alla fine il suo gradimento per gli attori di una eventuale repressione faccia pensare esattamente il contrario.

La traccia è contenuta nella parola “risorse”, che la consigliera usa con antifrastico disprezzo. Non possiamo aspettarci nulla da queste persone – ecco il messaggio – perché la loro presenza è di per sé problematica, e neppure adottando migliori misure di integrazione riusciremo mai a fare di loro degli “ingegneri” o dei “chirurghi”. Sono teppisti e vanno eliminati. Eppure, la completa assenza di ciò che potrebbe contrastare il triviale lombrosismo che separa gli esseri umani giudicati degni di questo nome dagli scarti irrecuperabili è una bancarotta della politica. Al contrario, qui sarebbe auspicabile aspettarsi un progetto rivolto a rendere evitabile ciò che ci disturba non invocando subito manette, gabbie e rimozioni, ma conservando l’opportunità di suscitare qualcosa di positivo. Pensare che ciò non possa verificarsi o, peggio, che non sia nostro compito almeno provarci, significa già operare per rendere ineluttabile un mondo più povero, più brutto e più triste, e non solo per chi vorremmo respingere oltre i nostri confini.

Corriere dell’Alto Adige, 16 giugno 2018

L’atmosfera avvelenata

Appiano

Per tentare di analizzare quanto accaduto davanti al centro di accoglienza per richiedenti asilo di Appiano occorre mettere in relazione due fatti, provando a stabilirne un collegamento.

Il primo fatto: durante il loro soggiorno, i trentanove ospiti della struttura non avevano mai causato problemi, molti di loro hanno addirittura un contratto di formazione — cioè lavorano — e il livello di accettazione da parte della popolazione locale era nel complesso molto buono.

Il secondo fatto: gli attentatori, ovvero chi ha causato l’esplosione del petardo e apposto le scritte recanti una simbologia nazista, rappresentano solo se stessi e quindi non hanno agito — come qualche politico, per fortuna in minoranza, ha subito scioccamente commentato — sull’onda dell’esasperazione collettiva. Il nesso, l’unico nesso possibile tra i due fatti enunciati, deve perciò essere cercato altrove.

Dato che non stiamo parlando di una reazione di causa-effetto, è chiaro allora che l’elemento di congiunzione sia qui, per così dire, di tipo atmosferico. Esiste da tempo un’atmosfera psicologica nefasta, impastata di pregiudizi e profezie in cerca di conferma, tale da rendere l’incontro con la realtà quasi impossibile senza ricorrere a generalizzazioni insensibili a qualsiasi smentita fattuale.

Funziona così: se la cronaca, per ipotesi, evidenzia un episodio spiacevole a Pavia o Belluno, ecco che qualsiasi situazione possa anche solo essere lontanamente comparata con quanto accaduto, viene percepita come già in procinto di accadere, e la preoccupazione lievita fino a contraddire ogni tipo di evidenza. Nascosti in tale atmosfera, i pochi estremisti in circolazione, come quelli in azione ad Appiano, possono magari supporre di avere le spalle coperte, ma per stabilire che hanno fatto male i loro conti basta diradare quella atmosfera, quella nebbia nefasta, non stancandoci di ripetere come stanno veramente le cose e, soprattutto, inquadrando i problemi per ciò che sono.

Con difficoltà — talvolta con grande difficoltà, non scordiamoci mai del ragazzo curdo morto a Bolzano — la Provincia sta cercando di ottemperare ai suoi obblighi relativi all’accoglienza. Aggressioni totalmente ingiustificate come quelle di Appiano dimostrano che il cammino da compiere, anche sul piano della cultura diffusa, è ancora lungo. Fondamentale non cedere alle intimidazioni. Come opportunamente ha commentato il Landeshauptmann, Arno Kompatscher: «La violenza non risolve i problemi, bensì produce solo paura e ulteriore violenza».

Corriere dell’Alto Adige, 24 maggio 2018

La psichiatria è anche politica

francobasaglia

In una celebre intervista televisiva fatta da Sergio Zavoli a Franco Basaglia nel 1968, a un certo punto il giornalista chiede allo psichiatra: «Le interessa più il malato o la malattia?». La risposta sintetizza un programma rivoluzionario: «Oh, decisamente il malato!».

Lunedì scorso è stato ricordato anche così, citando queste parole, l’uomo che dall’inizio degli anni Sessanta fino al 13 maggio del 1978, cioè esattamente 40 anni fa, contribuì in modo decisivo a smantellare l’istituzione totalitaria degli ospedali psichiatrici, dei manicomi, restituendo ai malati la soggettività, i diritti civili e in pratica la speranza di poter vivere con piena dignità.

Nella «Casa Basaglia» di Sinigo, un luogo «aperto», gestito dunque tenendo conto dell’impostazione prevista dalla legge 180, si è discusso in particolare delle modalità con le quali la norma — secondo Norberto Bobbio l’unica grande riforma effettuata in Italia nel Novecento — è stata di fatto applicata sul territorio nazionale e provinciale, e di quello che resta ancora da fare. La primaria del Servizio psichiatrico del comprensorio sanitario di Merano, Verena Perwanger, ad esempio, ha miscelato elementi di soddisfazione con annotazioni più critiche. In particolare, è l’esiguità dei fondi a disposizione — poco più del 3% dell’intera cifra destinata alla sanità, mentre la media europea si avvicina al 10% — che oggi inibisce quel salto di qualità necessario a rendere la terapia psichiatrica qualcosa di ben più sistemico e comprensivo di un mero dispositivo tecnico, di per sé incapace di abbattere le barriere dell’emarginazione. Neppure in provincia di Bolzano, a dispetto della sua autonomia finanziaria, la situazione è diversa dal resto del Paese, ha ammesso la dottoressa.

Secondo Basaglia — ecco qualcosa che tendiamo spesso a dimenticare e che a Sinigo è stato opportunamente sottolineato — il lavoro di una psichiatria che pone al centro della sua attenzione il malato, prima della malattia, include anche un gesto profondamente politico. Decostruire le istituzioni disumanizzanti — non solo in ambito clinico, bensì ovunque si producono esercizi di segregazione o esclusione tali da azzerare la volontà e persino l’identità degli individui — è un compito da risvegliare ed estendere all’intero corpo della società. Un compito, peraltro, iscritto nello spirito della nostra Costituzione, la quale ci sprona a rimuovere tutti gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Corriere dell’Alto Adige, 17 maggio 2018

La rivincita del tacchino

Penna di tacchino

Glu glu, glu glu. Chi ha voce, oggi, rinuncia alla parola: sta in disparte, tace, si fa cavo; lascia la scena, per intero, al passaggio di un tacchino che gloglotta.

Nella terza sezione del libro “Divertimenti tristi”, scritto dall’autore brissinese Enrico De Zordo e appena pubblicato per i tipi delle Edizioni Alphabeta Verlag, è contenuta una deliziosa prosa minima il cui incipit disegna il confine di uno spazio simbolico apparentemente inesorabile: “Il cielo sopra Bolzano, sotto qualsiasi aspetto lo si consideri, pullula di aquile”.

Il raccontino, che per l’appunto conforma il suo titolo al nome del più regale dei rapaci, prosegue con un elenco di volatili effettivamente rinvenibili o transitati in loco (“l’aquila del Terzo Reich, l’aquila napoleonica, l’aquila fascista, l’aquila bicipite austriaca”), mentre altri sfumano nel puro divertissement letterario (“l’aquila-demonio, l’aquila della tradizione pellirossa, l’aquila-giustizia di Dante”). Questa moltitudine di aquile sorvola – è il caso di dirlo – una storia e un paesaggio caratterizzati da ciò che l’autore, altrove, ha chiamato “lo sciopero degli eventi”. Molto semplicemente, nella nostra provincia è come se le cose tendessero a ripetersi o a non evadere mai in modo veramente significativo dagli schemi consueti – si pensi a certi evergreen che inceppano il discorso pubblico –, e la tentazione di sottrarsi al loro perpetuo spettacolo diventa perciò irresistibile, una vera e propria necessità esistenziale: “Più spesso mi verrebbe voglia di cambiare cielo, o che entro la linea del nostro orizzonte irrompesse finalmente un tucano”.

L’irruzione di un tucano sarebbe una soluzione, ma forse troppo estrema. Ecco quindi che viene in soccorso un altro uccello, rappresentato sulla copertina del libro mentre corre, o addirittura fugge in uno spazio vuoto. Si tratta di un tacchino, l’uccello vittima per eccellenza, visto che per lui, al contrario dell’aquila, il valore simbolico si contrae per ridursi quasi interamente a quello d’uso, ossia all’essere mangiato. Transitando dall’immagine imperante ma statica dell’aquila verso quella sfuggente e dinamica del tacchino, sentiamo comunque già una benefica diminuzione di peso, un alleggerimento del contesto in cui siamo inseriti, e possiamo così avvistare una dimensione di ritrovata normalità.

Non è affatto male cessare di credersi nobili, irraggiungibili aquile e accettare invece la nostra umile condizione di tacchini, creature condannate a fuggire dal piatto al quale sono destinate non appena nascono, ma proprio per questo pronte a far smettere di scioperare gli eventi, cercando altrove, in altre occupazioni, in altri sogni, un futuro migliore. Siamo tacchini, non aquile, e non appaia un disonore. Forse, al contrario, è l’unico modo per rimettere in moto la nostra storia.

Enrico Divertimenti

Enrico De Zordo durante la presentazione di “Divertimenti tristi”, il 7 maggio 2018 alla libreria Ubik di Bolzano