Ma dov’è la gioia?

Sardine Papeete

Alla fine Bonaccini ce l’ha fatta, il governo è salvo (lo sarebbe stato comunque), l’Italia anche. Il Centrosinista – questo cavallino stanco, che gira in tondo, sempre più deriso dal pubblico del circo elettorale – è passato nel cerchio di fuoco, non ha inciampato, poi ha nitrito di gioia. Almeno in Emilia-Romagna, ché in Calabria ha vinto il clown, l’eterno clown di Arcore, capace come sempre di trasformare la politica in un Bagaglino, con le battute grevi e sessiste, la maschera, il mascherone atteggiato in un riso al contempo ebete e furbo. Questo è l’anno di Federico Fellini, del resto, ognuno lo celebra a suo modo, lo ricorda dimenticandolo, dimenticandosene. Nell’ultimo film del maestro di Rimini, La voce della Luna, c’è una scena meravigliosamente amara. Il nostro satellite è stato catturato, ha perso la sua lucentezza celeste, è legato in un angolo, mentre il paese celebra quella grottesca cattura con una specie di festa triste, una conferenza stampa mentre crepitano i flash dei paparazzi. A un certo punto il caos, lo scompiglio. Tutti si alzano, buttano giù le sedie, fuggono in ogni direzione. Qualcuno viene calpestato. Una voce fuori campo recita un richiamo che è piuttosto un lamento: “Ma dove andate, cosa fate… ancora una volta ci tocca constatare che siamo veramente un popolo di stronzi”. Siamo un paese di stronzi, indubbiamente. L’uomo del Papeete, poi uomo del citofono, ha provato a dare una spallata in agosto (“voglio pieni poteri”), poi ci ha riprovato domenica. Non c’è riuscito, per fortuna, ma non ha certo gettato la spugna. In conferenza stampa, fingendo buon umore, ha promesso che raddoppierà il suo impegno. Se prima faceva tre comizi al giorno bisogna temere che adesso ne faccia sei. Lo show è sempre il solito, con il pubblico ad aspettarlo, i fedelissimi schierati alle sue spalle, le battutacce, gli sberleffi, le minacce e poi il rosario di selfie. E chi lo ammazza, quello? Ha dalla sua l’anagrafe e la dabbenaggine della maggioranza. Il popolo. Il popolaccio. Quello che comunque bisogna ascoltare, vezzeggiare, dargli le sue ragioni. Gran merito della battuta d’arresto del Capitano, si dice, va ascritto alle Sardine. Quei bravi ragazzi di Bologna che hanno riempito le piazze e cantato “Bella ciao”. Ci si accontenta anche così, qui non si butta via nulla. A conclusione della loro campagna elettorale (anche se non erano candidati da nessuna parte, guai a sventolare una bandiera di troppo), hanno fatto, anche loro, una cosa un po’ felliniana. Sono andati a prendersi un bagno invernale nell’Adriatico. Un Papeete in tono minore, crepuscolare. Il mare è lo stesso dei “Vitelloni”, del gran Federico. La sabbia sporca, il cielo velato. “Ragazzi, andiamo a vedere Giudizio che pesca”! Una risata, il vento, il nulla. Il grande nulla che siamo. Solo Emanuele Severino, beato lui, pensava che il Nulla, essendo nulla, non potesse esistere. La follia dell’Occidente, lo sguardo fisso su un Essere rotondo come lo Sfero dei filosofi venuti prima di Socrate. Sicuramente Severino non sarebbe andato a vedere Giudizio che pesca. Sarebbe rimasto lì, sulla spiaggia di bronzo, e avrebbe scritto sulla sabbia che ogni istante, ogni creatura è eterna. Siamo destinati alla gioia, avrebbe detto. A largo, laggiù, le quattro Sardine si spruzzano addosso l’acqua salata. Saranno loro, la nostra Gioia?

#maltrattamenti

Asfissiati dalla Heimat

Tammerle Knoll

Ho seguito la conferenza stampa di Myriam Atz Tammerle e Sven Knoll, il duo che guida in Consiglio provinciale il movimento Süd-Tiroler Freiheit. Si lamentavano, come al solito, perché a dir loro in Alto Adige la lingua tedesca sarebbe gravemente minacciata. La minaccia, stavolta, non proviene dai medici che sanno solo l’italiano, ma dai bambini “stranieri”: nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie di lingua tedesca ce ne sarebbero troppi. Da qui tutta una serie di problemi. Quindi bisognerebbe fare qualcosa per diminuirne il numero. Altrimenti – ecco la vera sostanza del lamento – la salvaguardia del diritto ad avere scuole nella madrelingua sarebbe adulterata, addirittura vanificata.

Ma esistono riscontri oggettivi che suffragano tale preoccupazione? In realtà no. I dirigenti scolastici interessati non segnalano problemi particolari, il tutto si riduce quindi a timori in gran parte strumentali, per giunta espressi da persone che non hanno neppure sensibilità, competenza ed esperienza didattica. I difensori del tedesco che si ispirano ai valori patriottici intendono perciò difendere il tedesco in astratto, ideologicamente, interpretando quella lingua alla stregua di uno strumento che non è fatto per apprendere o comunicare contenuti innovativi, bensì per ruminare all’infinito l’unico striminzito codice identitario nel quale essi si riconoscono.

Ma vediamolo meglio, questo codice identitario propugnato dai patrioti. Per esaminarlo possiamo forse imbatterci in scritti, opere, discorsi nei quali essi ci rivelano qualcosa di diverso o di più interessante del semplice e bieco fatto di essere composti in tedesco? Macché. Tutto quello che i patrioti possono dirci si riduce a una penosa variazione di un’unica parola: Heimat. Oltre all’inesausta ripetizione di questo vocabolo, rivoltato in ogni possibile sua sfumatura, non esiste un solo testo patriottico che si stacchi dalla cantilena della Heimat: Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat, Heimat. Eccolo qui tutto il tedesco del quale i difensori tedeschi della Heimat tedesca hanno tedescamente bisogno per soddisfare in modo tedesco il loro bisogno tedesco di tutela della cultura tedesca.

Ora, è forse un caso che nessun scrittore tedesco nato in Südtirol, nessun intellettuale locale si sognerebbe di impiccare la difesa della lingua tedesca al palo della celebrazione della Heimat? Infatti, nessuno di loro si fa portavoce di una battaglia a difesa della lingua tedesca basata sull’esclusione di bambini di altra lingua o sull’introduzione di quote di “stranieri” nelle scuole di lingua tedesca. Perché sono forse insensibili al problema? No, semplicemente perché il loro uso del tedesco, la loro stessa concezione del tedesco è inserita in un contesto più ampio di quello circoscritto al perimetro angusto della Heimat sudtirolese. O molto più semplicemente: perché quegli scrittori o quegli intellettuali non legano l’uso del tedesco alla paura di perdere il tedesco, visto che mentre loro hanno qualcosa di interessante da raccontare, gli altri, cioè i patrioti, sono inchiodati nel loro stracco vaniloquio sulla Heimat.

Per salvaguardare il tedesco sarebbe opportuno che i patrioti sudtirolesi lasciassero in pace i bambini, smettessero di fingersi esperti di questioni scolastiche, e soprattutto imparassero a dire qualche parola in più di “Heimat”. Sono infatti loro la prima e più micidiale minaccia alla salvaguardia della cultura tedesca; cultura che non solo non sanno difendere, ma che condannano all’asfissia e alla necrosi. Gli “stranieri”, invece, contribuiscono a rinvigorire il tedesco, l’italiano (giacché queste mie considerazioni potrebbero essere rivolte anche ai nazionalisti o ai sovranisti italiani) e in generale la vita culturale di questa terra: la fecondano, la ampliano, la fanno respirare. Ce ne vorrebbero molti di più.

#maltrattamenti

Dignità e buone pratiche

Capogrossi

Non bisognerebbe chiamarla beneficenza. Le parole sono importanti. Così come è importante distinguere accuratamente i termini. I nuovi ospiti del maso Zeiler di Gries, messo nuovamente a disposizione dall’imprenditore Hellmuth Frasnelli, non saranno dei «senza tetto», ma lavoratori «senza fissa dimora», cioè persone che, se non avessero adesso questa possibilità di alloggio, rischierebbero anche di perdere la professione che stanno svolgendo. Spiegare bene il punto può servire a illustrare come si configura oggi a Bolzano non solo la mappa dell’accoglienza di prima necessità, ma anche la prospettiva di un inserimento che viene auspicato a parole, ma reso molto difficile nei fatti.

Il concetto che qui svolge un ruolo centrale è quello di «dignità». Non molti sanno che questa parola, che alla lingua italiana giunge dal latino «dignitas» e dunque da «dignus» (che significa meritevole), è un calco del greco «axios», che vuol dire assioma. Un assioma è un principio evidente, che non ha bisogno di essere dimostrato e che, proprio per questo, può funzionare da elemento basilare di ogni ulteriore costruzione deduttiva. Ecco alcuni esempi: cose uguali a un’altra sono uguali fra loro, il tutto è maggiore della parte, ma anche il celebre «è impossibile non comunicare». Chi negasse il valore di un assioma confinerebbe se stesso al di fuori della logica. Allo stesso modo, chi negasse la possibilità di dare un ricovero a chi ne ha bisogno estrometterebbe il luogo in cui ciò avvenisse dallo spazio della civiltà e del diritto.

Vista da questa prospettiva, la struttura del maso Zeiler è allora esattamente la porta con la quale Bolzano rientra nella civiltà e nel diritto, perché sposta, o per meglio dire torna a centrare l’asse dell’accoglienza dal principio genericamente umanitario e assistenziale (gli sciocchi parlano di «buonismo») al suo valore assiomatico.

Chi lo gestirà — vale a dire il personale volontario dell’associazione SOS Bozen — ha evidenziato il discrimine in modo inoppugnabile: chi verrà ospitato ha un lavoro e provvederà a pagare le spese, si impegnerà a gestire l’organizzazione della casa e in cambio sarà aiutato a rendersi autonomo, perché purtroppo oggi a Bolzano un lavoratore proveniente da altri Paesi (e non stiamo parlando solo dell’Africa) ha molta difficoltà a trovare un contratto d’affitto e quindi a usufruire di normali condizioni di vita.

Sulla via del recupero della dignità, la speranza è che — grazie a esempi del genere — altre buone pratiche possano fiorire e rafforzarsi. Per troppo tempo, a Bolzano, ha tenuto banco il tema dei «fuori quota» e delle persone costrette a passare la notte al freddo. Uno degli impegni primari di qualsiasi amministrazione, ma anche dell’intera società civile, dovrebbe essere la limitazione e l’estinzione di simili, indegne, occorrenze.

Corriere dell’Alto Adige, 23 gennaio 2020

La memoria e l’analisi

Craxi-Raphael

Le ricorrenze servono a ricordare, servono a compiere quel necessario processo di manutenzione della memoria senza la quale noi non potremmo sapere da dove veniamo (e quindi, è sottinteso, neppure a capire dove stiamo andando). Una memoria che però non offra anche un altrettanto necessario sforzo di analisi ci sottopone al rischio di isolare e sovrastimare alcuni particolari, alcune vicende, alcune immagini che potrebbero rivelarsi parziali. In via preliminare potremmo quindi affermare che un paese nel quale la memoria è rivendicata come preponderante sull’analisi è anche un paese in cui è più difficile capire come sono andate le cose, e ciò avviene proprio mentre crediamo di occuparcene, mentre siamo intenti a restaurare il loro profilo. Ebbene, davanti al recentissimo fiorire di interviste, rimembranze, libri e film sulla vicenda umana, politica e giudiziaria di Bettino Craxi, quello che si nota di più è proprio questo: una lotta accanita tra memorie diverse (cioè tra detrattori e riabilitatori) a tutto discapito di una più utile (perché meno emotiva) disamina di quanto accaduto. Io stesso, che ho vissuto in modo cosciente il declino del leader socialista (quando morì, nel 2000, avevo più di trent’anni), conservo una memoria parziale della sua figura, e istintivamente potrei schierarmi tra i suoi detrattori. Occorresse un simbolo ricorrerei senz’altro alla notissima scena di lui che esce dall’Hotel Raphael di Roma, mentre una folla inferocita agitava banconote da mille lire e gli lanciava delle monetine. Una sorta di Piazzale Loreto della Prima Repubblica, che ha preceduto la sua fuga in Tunisia e il decesso da esule (o da latitante) gravemente malato. Oggi è sicuramente giunto il momento di chiedersi quanto quella scena riassumesse davvero la stagione del “craxismo” e quanto sia giusto ignorare le argomentazioni di chi, sul fronte opposto, invita invece a spostare l’attenzione sulla storia che la precede, magari al fine di rovesciare l’interpretazione di quel simbolo (a vergognarsi non doveva essere Craxi, ma i lanciatori di monetine e persino la magistratura). Occorrerebbe l’analisi, appunto. In questi giorni ho letto due libri sospesi tra la memoria e l’analisi. Il primo, di Claudio Martelli, per anni suo intimo sodale, porta un titolo semplicistico e deludente: “L’antipatico” (La nave di Teseo). Il secondo, del giornalista Marcello Sorgi, è ancora più esplicito nella sua tesi di fondo: “Presunto colpevole” (Einaudi). Eppure, dopo averli letti, non potrei dire che lo sforzo riabilitativo riesca a portare quelle prove di cui un colpevolista avrebbe davvero bisogno per rivedere in profondità il suo giudizio. Nel volume di Martelli, per esempio, si afferma che in Italia, negli anni che vanno dal 1992 al 1994, non c’era più lo “stato di diritto”. Sacrosanta la sua fuga in Tunisia, quindi, e la delegittimazione del Pool di Mani Pulite. Similmente, Marcello Sorgi accosta la fine di Craxi a quella di Aldo Moro, sostenendo che in entrambi i casi una aberrante “ragion di stato” abbia stritolato quella umanitaria, tanto da rendere insomma il loro destino simile a quello di Josef K. nel “Processo” di Kafka (“La legge è sì incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”). (Sia detto per inciso: anche Gianni Amelio, nel film “Hammamet”, suggerisce un accostamento tra Craxi e Moro, citando una frase tratta da una delle lettere dello statista pugliese scritte, quasi in punto di morte, dalla prigione delle BR: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo”). Personalmente non ho difficoltà a ritenere che molti dei tratti connessi all’epilogo della vita di Craxi (a cominciare dall’episodio delle monetine) siano stati deplorevoli. Al sopraggiungere dell’analisi, però, non può accompagnarsi l’accoglimento della tesi “martiriologica”, secondo la quale il riesame del cupo finale fa apparire tutto più luminoso. Craxi non fu un “martire”, non fu neppure l’unico a pagare per le vicende di Tangentopoli, e nessuno, neppure lui stesso, avrebbe mai potuto adottare il giudizio espresso da Leonardo Sciascia nel suo “L’affaire Moro”: “il meno implicato di tutti”. Che poi altri, altrettanto “implicati”, siano riusciti a farla franca, resta verissimo e dovrà essere compito di ulteriori analisi renderne minuzioso conto.

#maltrattamenti

Le piaghe etniche esistenti

Vettorato 2

Nei giorni scorsi l’assessore provinciale Giuliano Vettorato ha pubblicato una nota che riguarda «l’inserimento di un principio che sarà vincolante per la richiesta di contributi formulati da aziende e associazioni a partire dal primo gennaio 2020: requisito per accedere ai fondi provinciali sarà quello di non aver messo in atto (dal primo gennaio 2020, ovviamente) come ente, ma neppure i singoli associati, dipendenti o soci, azioni deliberatamente volte a creare un conflitto interetnico tra i tre gruppi linguistici ufficiali della Provincia».

La necessità di una simile presa di posizione è illuminata da una percezione che potrebbe sorprendere non tanto per il contenuto, quanto piuttosto per la tempistica: «Dalla scorsa estate stiamo assistendo al triste teatrino della politica urlata a suon di provocazioni etniche da parte dei soliti noti». Due domande sorgono qui spontanee: prima dell’estate, quindi, andava tutto bene? E chi sarebbero, poi, i «soliti noti»? Chi conosce un po’ la storia di questa provincia sa perfettamente che le «provocazioni etniche» fanno parte del discorso pubblico non dalla scorsa estate, ma praticamente da sempre.

Se ne potrebbe fissare il terminus a quo a partire dal 1919, anno dell’annessione, ma scavando si trovano antecedenti già negli elementi distruttivi immessi dal nazionalismo tardo ottocentesco all’interno dell’Impero austroungarico.

Uno scrittore assai brillante di questa terra, Enrico De Zordo, ha coniato a tale proposito la formula «Sudtirolo ideale eterno» proprio per illustrare la ricorsività con la quale certi temi conflittuali piagano il volto del nostro altrimenti lodatissimo modello di convivenza. Resta poi da definire l’identità di quei «soliti noti», non escludendo il rischio che il numero si riveli molto più alto di quello immaginato dall’assessore («chi è senza peccato scagli la prima pietra…»), oppure paradossalmente bassissimo, essendo in realtà molto difficile capire se e come ci troviamo davanti a una chiara «provocazione etnica». Senza poi contare chi, quale organo, quale commissione, quale istanza potrebbe realmente assumersi il compito di emettere giudizi condivisi.

La sensazione è che al progetto ventilato da Vettorato manchi il minimo presupposto per farlo diventare realtà. Peggio ancora: una cosa del genere potrebbe persino dar luogo all’ennesima guerriglia di carattere «etnico», proprio perché avanzata da un esponente di un partito non particolarmente accreditato sul versante del «pacifismo identitario». Meglio dunque lasciar perdere, meglio tollerare, come abbiamo sempre fatto, le periodiche febbriciattole che alzano la temperatura del conflitto etnico? Forse qualcosa si potrebbe fare, adottando però un principio diametralmente opposto. Perché, invece che sanzionare i reprobi, non premiare quei (pochi) soggetti virtuosi che operano esplicitamente al fine di favorire la comprensione e lo scambio tra i diversi gruppi? In questo modo potrebbe accendersi una competizione migliorativa, contribuendo così alla fertilizzazione del terreno comune che attualmente, e in questo Vettorato ha senz’altro ragione, non appare così rigoglioso come sarebbe bene che fosse.

Corriere dell’Alto Adige, 15 gennaio 2020

Il pozzo del “riconoscimento”

Bacon ritratto

Penso sia giunto il momento di dedicare qualche riflessione a un fenomeno sociale che va sotto il nome di “riconoscimento”. Lo faccio spinto da un libro di Axel Honeth che s’intitola proprio così: Anerkennung. Eine europäische Ideengeschichte. Dirò subito che il mio intento non sarà molto ambizioso, perché più che di Europa parlerò di Sudtirolo, anzi di Südtirol, e lo farò prendendo di mira qualcuno di molto preciso, anche se non ne dirò il nome, sperando comunque che si riconosca (del resto sarebbe sconveniente parlare di “riconoscimento” impedendo a chi si deve riconoscere di riconoscersi). Tizio è un tipo simpatico, lo si incontra spesso in giro con l’aria soddisfatta. La sua posizione nel mondo è sicura, ama il luogo in cui è nato, con le sue belle montagne, le sue belle tradizioni e tutto quello che fa di questo posto il posto che è: bellissimo e inconfondibile. C’è stato un tempo, molto remoto, in cui però non era così. Tizio allora non era affatto certo di trovarsi nel posto più adatto per lui. E questo perché il “riconoscimento” del quale aveva bisogno non proveniva dalla parte che lui riteneva essere la più giusta. Era insomma come se quelle montagne, quelle tradizioni che oggi, a suo dire, lo guardano con grande benevolenza, non lo vedessero, non lo considerassero. A quel tempo Tizio frequentava persone che non amavano quelle montagne e quelle tradizioni. Erano persone che giudicavano quelle montagne e quelle tradizioni alla stregua di cancelli invalicabili, come se fossero le barriere che li dividevano dalla proprietà degli “altri”, in un certo senso i veri padroni del luogo. Una delle chiavi per aprire quei cancelli, pensava Tizio, e pensavano, o almeno dicevano di pensare i veri padroni del luogo, era infatti la lingua. Tizio, per sua involontaria disgrazia, parlava una lingua che i veri padroni del luogo giudicavano inappropriata a far parte veramente di quel luogo. Fu dunque necessario che prima di tutto Tizio cominciasse a progredire in quella lingua, l’unica che poteva aprire i cancelli. Poi però si accorse che neppure la lingua era sufficiente. Certo, era già qualcosa, ma non abbastanza. Bisognava non solo sapere quella lingua, ma anche dire le stesse cose che dicevano quelli che la parlavano. Era necessario, insomma, imitare non solo i significanti, ma anche i significati veicolati da quella lingua, e poi anche i sensi reconditi, le sfumature di quei significati. Solo così, infatti, sarebbe scattato il “riconoscimento” al quale Tizio non avrebbe più voluto, o addirittura saputo mancare. Decise di andare oltre. Fu la volta di una trasformazione parossistica a determinare l’evoluzione della storia. Se, per esempio, l’obbligo ormai introiettato a percepirsi esclusivamente grazie al codice di “riconoscimento” dettato dagli altri implicava che si apprezzasse l’autonomia speciale, Tizio cominciò a dire che questa autonomia speciale non si limitava ad essere buona, o valida, o perfettamente funzionante. No. Tizio diceva che questa autonomia speciale era la sua ragione di vita e, a ben guardare, era anche la migliore autonomia speciale del mondo e persino dell’interno universo. Un’autonomia speciale così, si affannava a testimoniare Tizio, neppure su Marte ce l’hanno. E lo stesso atteggiamento di vera e propria idolatria veniva poi esteso a ogni altro particolare: le nostre montagne sono le più belle e speciali del mondo, le nostre tradizioni sono le più tradizionali e speciali dell’universo, e via di questo passo. Oggi Tizio sembra felice perché crede che gli “altri”, finalmente, lo riconoscano come uno dei “loro”, eppure la sua integrazione, tendente al completo mimetismo, è tutt’altro che compiuta. In realtà un “riconoscimento” privo di reciprocità è come un pozzo nel quale si cade senza mai toccarne il fondo. Un pozzo nel quale chi vi scompare risulta invisibile e insignificante molto più di quando il processo del “riconoscimento” era agli inizi, quando cioè vigeva almeno la resistenza di un’alterità inassimilabile. Speriamo che Tizio, ormai da anni disperso nel pozzo, non se ne accorga.

#maltrattamenti

Il silenzio e le parole

ITALY-GERMANY-ACCIDENT-ROAD

Dopo una tragedia così grande come quella di Lutago, dopo la fine così violenta e insensata di tante giovani vite, in genere il bonario giudizio comune invita al silenzio. Facciamo silenzio, si dice, per rispetto delle vittime, per non turbare con inutili chiacchiere quel processo — chissà quando sarà concluso, semmai sarà concluso — di lentissimo e a sua volta doloroso assorbimento del dolore. Eppure ci sono parole che non solo è giusto spendere, ma che diventano persino doverose se non vogliamo lasciare che il dolore affondi dentro se stesso sbiadendo le sue tracce, fino alla prossima volta in cui un’occasione analoga ci porrà davanti al medesimo sbigottimento.

Si tratta di parole lontane da ogni retorica, che non hanno paura di toccare il dolore perché se ne fanno carico e, cercando di comprendere in modo più profondo quanto accaduto, rifiutano esplicitamente il ricorso alla paralizzante categoria della «fatalità».

Cerchiamo di esaminare le cose con lucidità. Un giovane, al volante di una potente macchina lanciata ad altissima velocità su una strada ghiacciata, con in corpo una quantità di alcol molto superiore ai limiti consentiti. Se volessimo parlare solo di «fatalità» non affronteremmo con tutta la decisione di cui abbiamo invece bisogno l’analisi di un comportamento che, purtroppo, non rappresenta un’eccezione.

Similmente, commetteremmo un altro errore anche relativizzando, affermando per esempio che fatti del genere possono accadere dovunque. Al contrario, la domanda che aspetta da noi una risposta, e dunque appropriate parole, è questa: quanto è diffuso, quanto è stimato — non dappertutto, ma proprio qui, in Trentino Alto Adige — il consumo smodato dell’alcol? Con quanta leggerezza, con quanta baldanza viene collettivamente tollerata l’usanza di mettersi al volante in condizioni di palese ubriachezza? Non è opportuno rimandare la sgradevolezza di una riflessione autocritica collettiva (ripetiamolo) aggrappandosi esclusivamente alla responsabilità personale, additando cioè il reprobo del giorno, perché molto spesso tale responsabilità è minata, indebolita e persino cancellata da un consenso ottuso, ampio, che continua a spingere nella direzione opposta, vale a dire quella della prova di forza, del pericolo, persino del vanto di chi si considera al di sopra delle regole. E questo succede sia tra i giovani, che hanno bisogno di esempi, sia tra chi, ai giovani, manca di fornire un esempio.

Prima di attendere che ci aiutino i dispositivi tecnologici, prima di invocare maggiori controlli, leggi più restrittive, pene più dure, prima di tutto questo occorre sottoporre a una inversione di senso la demente percezione che oggi rende ancora attraenti l’ubriachezza, la velocità, la voglia di prevalere sugli altri aumentando la porzione di rischio. Poi le «fatalità» non si potranno comunque evitare, ma almeno avremo intaccato la cultura che le rende maggiormente possibili.

Corriere dell’Alto Adige / Corriere del Trentino, 9 gennaio 2020