La lealtà a corrente alternata

Pacta sunt servanda, i patti devono essere rispettati: chi non conosce in Sudtirolo il significato strumentale di questa espressione latina? Si potrebbe dire che su di essa – ripetuta come un mantra ogni volta che la cronaca politica ne fornisce l’occasione – si basa la rivendicazione di lealtà da parte di chi, in condizioni mutate, non avrebbe alcuna remora ad operare contro gli stessi patti se ciò si presentasse come necessario o anche soltanto vantaggioso.

Nella sua versione più accreditata, il richiamo al rispetto dei patti è l’argomento decisivo messo in campo dalla maggior parte degli esponenti della Svp allorché la discussione sul rispetto del contratto autonomistico è minata da tendenze secessionistiche non prodotte in seno al partito di raccolta. Capita però che il rispetto dei patti perda improvvisamente di fascino di fronte a due fenomeni non necessariamente legati, eppure dirompenti quando si presentano uniti da un tratto che spesso li accomuna: la presupposizione che l’autonomia sia una conquista interamente da attribuire alle virtù e ai meriti del gruppo linguistico tedesco, dunque qualcosa che l’Italia non riesce a rispettare fino in fondo.

Che la congiuntura attuale segnali un punto di massima tensione proprio alla luce di questo binomio pare fuori dubbio. Il recente declassamento del rating della provincia di Bolzano da parte dell’agenzia internazionale Moody’s (mediante la famigerata perdita dell’ambitissima tripla A) e la motivazione che ne è stata fornita – il declassamento delle province sarebbe un portato del declassamento del Paese – non fanno che rendere ancora più icastico quanto generalmente avvertito: far parte di una nazione fallimentare è già di per sé un fallimento e bisogna fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non condividerne, anche solo in parte, le conseguenze. Contro la forza elementare di una simile conclusione non servirebbe probabilmente ricordare che i patti sono da rispettare pure quando la situazione complessiva non garantisce più il benessere e l’opulenza di qualche anno fa.

Cambierebbe forse qualcosa se, da parte sua, il governo centrale fosse disposto a riconoscere la validità dei suoi onerosi impegni, quelli relativi al finanziamento dell’autonomia, e non facilitasse invece di ora in ora il compito a chi, per usare un eufemismo, non ha molto a cuore l’unità dello Stato? Se ne può dubitare, ovviamente, ma non senza notare che, se a rompere i patti si applicano tutti quelli che li hanno stipulati, allora poi diventa veramente difficile riuscire a mantenerli.  

Corriere dell’Alto Adige, 26 luglio 2012

Se il debito diventa una colpa

Il contenzioso tra governo centrale e Provincia sui tagli – che il primo si vede costretto a fare per risanare i conti e contenere la spesa pubblica – presenta un problema culturale, non solo economico. Dal punto di vista della Provincia, i fatti possono essere sinteticamente espressi così: perché dobbiamo “tagliare” anche noi, proprio noi che siamo stati sempre così virtuosi e capaci di contenere i nostri debiti entro limiti oltrepassati invece da altri? A prima vista sembrerebbe un’obiezione più che legittima, salvo nascondere appunto un problema di tipo culturale, sul quale tendiamo superficialmente a sorvolare.

Ogni problema culturale, alla fine, è anche un problema linguistico o d’interpretazione delle parole. In tedesco, per esempio, si usa un unico termine per indicare sia i debiti che le colpe: “Schulden”. Chi fa debiti, dunque, è percepito immediatamente come “colpevole”: la macchia della sua colpa, automatico corollario morale, non può essere lavata da chi non si considera colpevole ma, anzi, pensa di essere particolarmente virtuoso e meritevole semmai di ricevere un premio.

La domanda allora diventa: quale sarebbe il premio più appropriato per gratificare un comportamento talmente probo da risultare esente da debiti e dunque anche da peccati e macchie morali? La risposta, notoriamente, è duplice. Quella più modesta afferma che il riconoscimento del comportamento virtuoso dovrebbe almeno permettere la conservazione dello status quo: che i debiti, insomma, non vengano fatti gravare in modo così ingiusto su chi non li ha commessi (dimenticando peraltro la passata “generosità” romana della quale, anche come autonomie speciali, abbiamo ampiamente beneficiato). Quella più ambiziosa punta invece al completo affrancamento da ogni tipo di legame istituzionale con lo Stato debitore: in tal caso, la questione dei debiti aggiorna l’eterno tema della secessione, creatura onnivora pronta a nutrirsi di tutto quello che può essere ritenuto opportuno ad ingrassarne le pretese.

In realtà – se volessimo davvero equiparare i debiti a delle colpe, leggendo così i termini dell’intricato garbuglio economico-finanziario in cui ci troviamo in chiave morale, e in ultima istanza culturale – dovremmo aver dimostrato già da tempo di poter gestire questa nostra supposta superiorità a tutti i livelli possibili e immaginabili. Sarebbe un evidente peccato di superbia: al riguardo penso possano essere d’accordo anche i più solerti censori della moralità altrui,  qui da noi in numero assai cospicuo. Il “peso morale”, insomma, non sarebbe certo meno impegnativo da portare o più facilmente gestibile di un debito.

Corriere dell’Alto Adige, 13 luglio 2012

Il contatto è importante ma non basta

Il Consiglio comunale di Bolzano martedì ha approvato a larga maggioranza una mozione presentata da Brigitte Foppa (consigliera e portavoce dei Verdi) che impegna da ora in poi l’amministrazione cittadina a rinnovare o progettare edifici scolastici pronti ad accogliere sotto un unico tetto allievi di lingua italiana e tedesca. Se questa notizia fosse stata data venti o trent’anni fa avrebbe probabilmente fatto epoca, scatenando dibattiti e fiaccolate. Oggi passa invece quasi inosservata; scorrendo le affermazioni di chi, con sfumature diverse, ha cercato di opporsi, viene quasi da sorridere. Sarebbe però sbagliato considerare la decisione come qualcosa di scontato.

Uno degli aspetti più negativi delle vecchie battaglie condotte in passato a favore dell’integrazione tra i gruppi linguistici era l’eccessiva ideologizzazione del confronto. Senz’altro esagerava chi stigmatizzava un maggiore contatto, paventando assimilazione e annientamento della minoranza. Ma esageravano anche gli altri, disposti a credere ciecamente che solo il contatto avrebbe risolto, come per magia, tutti i problemi. La gestione di un tema così sensibile – qual è l’apprendimento della lingua dell’altro in una provincia come la nostra – non ha bisogno di un esasperato clima ideologico. Le cose devono essere affrontate con serenità, in modo pragmatico. Il cambiamento del quale stiamo parlando, pertanto, più che per il contenuto acquista valore proprio per la sua mancanza di spettacolarità. Per la sua normalità.

Occorre allora sottolineare un altro punto. Il contatto, di per sé, non offre una garanzia definitiva di progresso. Esso costituisce sicuramente il contenitore, lo spazio necessario, affinché si sviluppino conoscenze reciproche e venga resa concretamente percepibile l’esistenza di persone che parlano una lingua diversa. Ma per attivare una proficua fusione di orizzonti, e dunque trarre dal contatto uno scambio effettivo di competenze, c’è bisogno di qualcosa in più. In questo senso continua a rivestire la massima importanza l’impegno – in primo luogo individuale, ma anche ad ogni livello istituzionale – rivolto a modificare in profondità tutta una serie di abitudini e di atteggiamenti intonati alla passività. Passare dalla propria lingua a un’altra è scomodo, richiede costanza, implica spesso la capacità di sopportare la stanchezza e alcune delusioni che poi possono persino trasformarsi in ostilità.

Insomma, il contatto è sicuramente prezioso ma non sufficiente. È opportuno esserne pienamente consapevoli, in vista del lavoro futuro che avremo da svolgere.

Corriere dell’Alto Adige, 6 luglio 2012

Onesto purgatorio

Il meranese Alessandro Banda è l’autore altoatesino più bravo e dunque meritatamente noto anche al pubblico nazionale. Ha già pubblicato diverse opere per importanti editori italiani (tra le altre: “Dolcezza del rancore”, uscito nel 2001 da Einaudi, e “Come imparare a essere niente”, del 2010 per i tipi di Guanda). Il critico Giovanni Pacchiano ha scritto di lui: “Abbiamo un debole per quell’ultimo dei Mohicani che è Alessandro Banda, narratore citazionista coltissimo, di coinvolgente vena satirica, ma non solo… La sua terra è solo il grande libro della letteratura”. Con il suo ultimo libro (“Due mondi e io vengo dall’altro”, in uscita da Laterza il prossimo giovedì), lo scrittore abbandona provvisoriamente questa sua terra elettiva e letteraria per confrontarsi con il nostro piccolo mondo altoatesino-sudtirolese.

L’Alto Adige è una provincia alla quale sono stati già dedicati centinaia di libri. Qual è il motivo che l’ha portata ad aggiungere anche il suo?

È molto semplice: me l’hanno chiesto e, dato che potevo dargli un taglio autobiografico, ho accettato: ogni sudtirolese potrebbe scrivere un libro analogo.

Un taglio autobiografico presuppone il riferimento a un vissuto individuale. Ma nessun vissuto, per quanto individuale, alla fine riesce a prescindere da schemi percettivi che interpretano un riferimento culturale comune a più individui. Ora, In Alto Adige viviamo notoriamente all’interno di una realtà culturalmente sdoppiata (i “due mondi” del titolo del suo libro). Alludendo a una provenienza “altra” rispetto a questi due mondi, pare che lei voglia suggerire l’esistenza di un punto di vista (e dunque anche di un mondo?) innovativo. Di cosa si tratta? 

Il titolo è una citazione da una poesia di Cristina Campo, per quello è tra virgolette. Non vuole alludere a un punto di vista altro, o innovativo. Ma a un’estraneità perenne, di uno che non è mai a casa, anche se non essere a casa in alcun posto, per lui (cioè per me), non è male, non è poi così male. Anzi è addirittura un bene. Come per Cristina Campo, esprimendo il desiderio di un altrove irraggiungibile, tipico dei mistici. In Alto Adige, un tempo era tutto sdoppiato. Ora non ci sono più solo due o tre soggetti, ce ne sono quattro, cinque, sei, molti altri, com’è noto. E questo fa sentire gli schemi percettivi soliti di colpo invecchiati, inservibili.

Il non sentirsi a casa in nessun posto è magari una condizione affascinante per l’artista o l’intellettuale déraciné. Non teme però che – considerando la condizione storica e sociologica un po’ da “spaesati” degli altoatesini – questo possa fornire un’ulteriore giustificazione, seppur di “alto profilo”, a quegli italiani locali che rifiutano di sentirsi parte di questa terra? 

No, non credo. Nessuno può rifiutarsi di sentirsi parte della terra dove abita. Anche il “rifiuto” non è che un tipo particolare di relazione con qualcosa, anche con una terra.  A parte ciò, il mio non è un discorso politico. Mi piacciono molto quei testi cristiani delle origini, dalla Lettera a Diogneto alla Città di Dio di Sant’Agostino, che sottolineano come noi, noi umani, tutti, non siamo di questa Terra, o non siamo solo di questa Terra, o lo siamo e non lo siamo. E comunque non siamo “servi della gleba”.

Avviciniamoci al testo. È possibile condensare in poche parole l’immagine dell’Alto Adige visto dalla prospettiva “misticheggiante” che lei delineava in precedenza? In modo più spiccio: quali contorni particolari assume l’Alto Adige nel suo libro?

Detto davvero in due parole: non è un inferno, non è nemmeno un paradiso, è un onesto purgatorio, come molti altri posti. Perché, questa, mi pare proprio la caratteristica specifica dell’Alto Adige odierno (riflesso in “Due mondi”): la perdita di specificità. Il plurilinguismo che lo caratterizzava un tempo, per esempio, è diventato comunissimo a tanti altri luoghi.

Un luogo che dunque perde specificità, che ormai comincia ad assomigliare a qualsiasi altro luogo, eppure ancora caratterizzato da uno status di sorvegliata specialità. È questa la contraddizione che sta alla base del “complesso del provinciale” di cui lei parla nell’ultimo capitolo?

Penso che il complesso del provinciale sia un complesso che si può provare ovunque, perché la Provincia, intesa quasi come categoria dello Spirito, esiste dappertutto, e ciò contrariamente a quanto si crede in genere. Cioè: altro che globalizzazione! Altro che connessione immediata di qualsiasi punto a qualsiasi altro punto. La Provincia esiste, esiste, esiste, più forte e robusta e invincibile che pria. E’ prima di tutto un’esperienza, quella della Provincia, e poi anche una teoria, delirante, ma che prende le mosse da un saggio molto citato, molto noto (e molto brutto) di Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ndr). Qui non aggiungo altro, ma leggere per credere.

Per finire sbirciamo oltre il bordo di questo libro. Alla fine di settembre uscirà il suo nuovo romanzo. Ci sarà anche qui un riferimento all’Alto Adige? Può anticiparci qualcosa?

No, niente Alto Adige. Il libro è di argomento romano antico; esce a settembre per Guanda, il titolo è “L’ultima estate di Catullo” ed è appunto un lungo sogno sulla figura di Catullo, poeta affascinante ed enigmatico.

Corriere dell’Alto Adige, 3 luglio 2012

        

La fine degli Europei

Col passare dei mesi, il divario tra le economie dell’Eurozona si aggrava. E questo non solo grazie alla recessione provocata dalle misure di austerity imposte ai paesi in difficoltà, ma anche a causa del crescente divario tra i tassi d’interesse che lo Stato tedesco paga a chi acquista i suoi titoli di Stato (i Bund) e quelli pagati dagli Stati in crisi dell’Eurozona: basti pensare che oggi lo Stato tedesco (e di conseguenza le imprese tedesche) si finanzia a 10 anni a un tasso inferiore all’1,3 per cento, che è negativo in termini reali (cioè inferiore al tasso di inflazione, che in Germania è attualmente al 2,2 per cento), mentre gli interessi pagati dallo Stato italiano sono superiorei al 5,8 per cento (e così quelli pagati dalle imprese italiane). Questo divario nel costo di raccolta dei capitali tra i diversi paesi dell’Eurozona aggrava i problemi di competitività dei più deboli e può dare ai più forti l’illusione che preservare nella linea sin qui percorsa di cieco rigore e di rifiuto della solidarietà abbia il pregio di favorire gli interessi nazionali (o più precisamente quelli del capitale nazionale).

Si tratta dell’ennesimo grave errore di prospettiva: la deflagrazione di un’area economica fortemente integrata come l’Eurozona non avrebbe vincitori. Già oggi le esportazioni tedesche accusano un forte calo in tutti i paesi mediterranei (quelle verso l’Italia sono crollate del 17 per cento tra il marzo 2011 e il marzo di quest’anno: cfr. Istat 2012). Ed è illusorio pensare che l’export tedesco al di fuori della zona euro e dell’Unione Europea possa compensare durevolmente il venir meno del gigantesco surplus nei confronti degli altri paesi dell’Eurozona. È evidente che la fine della moneta unica, inevitabile se il processo di divergenza tra le economie continentali continuerà, comporterebbe un fortissimo apprezzamento del marco che penalizzerebbe fortemente le esportazioni tedesche.

Ma la fine dell’euro non avrebbe vincitori anche per altri motivi: le sue ripercussioni sui flussi finanziari internazionali sarebbero più gravi di quelle del fallimento di Lehman Brothers, anche perché essa sarebbe accompagnata da default sovrani e fallimenti bancari a catena, tanto nei paesi indebitati quanto nei paesi creditori. È molto probabile che l’effetto domino investirebbe presto gli altri grandi debitori mondiali: ossia Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Olè.

Vladimiro Giacché, Tutto quello che sapete della crisi è falso, MicroMega 4/2012, 163-177