Articolo 19, una sfida impegnativa

Diciannove

È certamente positivo che nell’ambito delle discussioni inerenti la riforma dello Statuto d’autonomia si torni a parlare di scuola bilingue. Per farlo con l’indispensabile misura, occorre però limitare i proclami e le aspettative miracolose. Proprio su tale tema, infatti, negli anni passati si è accesa e poi stancamente trascinata una polemica ideologica tra fautori e oppositori dell’impianto stesso della nostra autonomia. Impianto che, è bene ricordarlo, poggiando sulla difesa delle minoranze tedesca e ladina, non lascia troppo spazio a visioni radicali, come ad esempio quella di chi auspica il completo superamento del modello attualmente vigente.

Di cosa c’è bisogno, allora? Essenzialmente di una chiara enucleazione degli obiettivi da raggiungere e del modo migliore per conseguirli, tenendo conto del fatto che abbiamo avuto alcune sperimentazioni virtuose. In questo senso le recenti dichiarazioni di Siegfried Brugger, pronunciate non a caso durante un forum sul terzo Statuto promosso da Pd e Svp, possono farci intravvedere meglio il nuovo traguardo.

Brugger ha citato il controverso articolo 19 dello Statuto, finora inteso dai suoi critici come un ostacolo insuperabile al raggiungimento di un plurilinguismo diffuso soprattutto da parte italiana: “L’articolo 19 dovrà essere cambiato, non si può costringere la scuola italiana a stare dietro una legislazione ormai logora, e questo creerà anche più concorrenza tra modelli di scuole e un innalzamento della qualità”.

Si tratterebbe di un’innovazione epocale. L’articolo 19, come si evince già dalla lettura del suo incipit perentorio, era considerato uno strenuo baluardo identitario: “Nella provincia di Bolzano l’insegnamento nelle scuole materne, elementari e secondarie è impartito nella lingua materna italiana o tedesca degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna”. Asserendo ora che un tale principio possa essere percepito come “logoro”, almeno dal punto di vista della scuola italiana, significa quanto meno mettere in discussione la preminenza ossessiva della lingua materna e riconoscere quindi pieno diritto alla pluralità di accessi linguistici anche in ambito formativo.

Se una tale apertura dovesse venire confermata e delinearsi davvero come una delle ipotesi di lavoro per porre mano alla riforma dello Statuto, è chiaro che nel mondo di lingua italiana ci sarà bisogno di sviluppare con grande serietà un’attenta valutazione – finalmente pragmatica e non più ideologica – sul significato e soprattutto sulla gestione di un cambiamento così profondo. Una sfida senza dubbio stimolante, ma anche più impegnativa di quello che molti sostenitori della guerra all’articolo 19 sono stati sinora disposti ad ammettere.

Corriere dell’Alto Adige, 15 febbraio 2013

Chissà

Chissà se tra qualche centinaio di anni sarà possibile acquistare presso un’edicola romana un dépliant con i medaglioncini dei Sommi Pontefici Romani e scorgervi queste parole: “San Benedetto XVI. Nato a Marktl – Baviera – il 16 aprile 1927, morto a XXX il XXX. Uomo di eccezionale rettitudine e semplicità, resosi conto di essere uno strumento in mano ai potenti di quel torbido nuovo Medioevo, rinunziò al pontificato”. Ho tolto la citazione, opportunamente modificata, dal libro di Vittorio Sermonti L’inferno di Dante, in corrispondenza del passo della Divina Commedia nel quale il poeta fiorentino condanna la scelta di Celestino V: “Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto” (58-60).  Da Dante a Morselli il passo non parrà tanto breve (chi lo conosce, poi, Morselli?), ma è proprio a lui che ho pensato, oggi, al suo straordinario Roma senza Papa. All’enciclica abdicataria del “defunto Papa Libero” (scritto alla fine degli anni Sessanta, il libro di Morselli allude a fatti che tutt’oggi non sono ancora accaduti, ma che forse, chissà, adesso sembrano già più probabili) e a quel Giovanni XXIV che, spostando (avendo spostato… sposterà?) la sede pontificia fuori Roma, per la precisione a Zagarolo, avrebbe “slocalizzato” e “disancorato” il Papato riducendo la sua “romanità” a vantaggio di un totale rinnovamento dell’essere “cattolico”.  Se ci sarà dato modo di vederlo, sempre seguendo la profezia di Morselli, tra qualche tempo si leggeranno sui muri di Roma scritte come questa: “Ero quirite, e or son congolese – In omaggio all’usanza che ci impose – Chi da Roman passò Zagarolese”. Chissà.

Per approfondire: Malvino

Fascismo, un confort millantato

Candidati che in campagna elettorale la sparano grossa. Normalità. Chi oserebbe sottrarsi all’impulso di dire qualcosa che attiri l’attenzione, che colpisca in modo esemplare l’immaginazione? Ma l’esemplarità non si esaurisce quasi mai nel ridicolo “choc” che osserviamo imperversare nei titoli dei giornali, come fosse davvero preceduto dal sostantivo “dichiarazioni” e non da una spaventosa “noia”. Perlopiù si tratta di luoghi comuni, i più duri a morire. Frasi buttate là tanto per dire, fra sospiri, gemiti o sbotti travestiti da effetti pirotecnici per un’intervista, i microfoni puntati sotto al naso.

Sul fascismo i luoghi comuni abbondano nella loro sfumatura consolatoria e finiscono quasi tutti in braccio all’espressione “italiani brava gente”. È un topos al quale ci si abbarbica persino in flagranza di abominio: “si stava meglio quando si stava peggio”, “i treni arrivavano in orario”, “allora si poteva dormire con le porte aperte” (da quest’ultimo Leonardo Sciascia ha ricavato anche un formidabile romanzo). Ultimamente, però, ne abbiamo ascoltato uno che ha trovato la maniera di essere applicato in una sua variante altoatesina: “il fascismo ha fatto anche tante cose buone”. E tra le cose buone fatte dal fascismo, per venire a quanto dichiarato da Michaela Biancofiore, le canalizzazioni, i gabinetti domestici e le autostrade. Sì, persino le autostrade, nonostante la prima autostrada italiana, quella “del sole”, sia stata realizzata tra il 1956 e il 1964, mentre quella “di casa”, del Brennero, risalga ai primi anni Settanta, cioè l’epoca in cui è nata Biancofiore.

Si tratta solo di menzogne, dunque? No. C’è qualcosa di peggio. Ogni luogo comune vampirizza anche una parte di verità estratta dal proprio contesto. Nel caso delle affermazioni pronunciate da Biancofiore abbiamo così a che fare con menzogne credute vere da tante persone, e in un modo talmente tenace da resistere a qualsiasi tentativo di confutazione. Servirebbe a poco, insomma, cimentarsi in una puntuale opera di correzione, magari per sentirsi confinare nel ruolo di insopportabili maestrini. Ciò che però non può essere davvero taciuto, anche se ci costringe a specchiarci in qualcosa di molto spiacevole, è il “razzismo culturale” che continua ad affacciarsi da quelle parole.

L’immagine del povero bambino sudtirolese minacciato dalla polmonite, in quanto appartenente a un modello culturale primitivo e privo di bagno, bambino dunque “salvato” dai servizi sanitari del regime, è ributtante perché avvolta nella retorica civilizzatrice di un confort millantato per relativizzare una stagione di barbarie politica.

Corriere dell’Alto Adige, 8 febbraio 2013

Le difficoltà di un deus ex machina

Prima francamente sorpreso. Ovviamente anche e soprattutto nel senso di piacevolmente stupito. Adesso progressivamente interessato, ho cominciato a seguire la campagna elettorale del candidato comune Svp/Pd Francesco Palermo nel collegio senatoriale Bolzano-Bassa Atesina.

Intanto bisogna subito dire che la candidatura del giovane professore si è annunciata alla maniera di un deus ex machina, cioè con l’effetto teatrale – in uso presso gli antichi greci – secondo il quale lo scioglimento di una trama intricata veniva prodotto mediante la comparsa di un evento inatteso. Sedato però il primo momento di sbigottimento e riportati sul tappeto dei duri fatti rimane un problema: nel proseguo della vicenda come si comporteranno gli uomini in carne ed ossa, ossia quelli che devono riconoscere nel nume una guida effettiva e non banalizzarne il messaggio?

Palermo, apprezzato dal ceto intellettuale e perfettamente a proprio agio quando si tratta di brillare in fatto di raisonnement costituzionale, non ha sinora mai avuto l’esigenza di confrontarsi con gli istinti grossolani di pance elettorali avvezze a digerire magari anche sassi, non certo però trattati di diritto comparato. Nei giorni immediatamente seguenti l’annuncio della sua partecipazione, bastava infatti accostare l’orecchio ai luoghi canonici nei quali il gorgoglìo epigastrico tende maggiormente a manifestarsi per cogliere segnali poco incoraggianti. A quei tedeschi restii ad accettare il nome di un italiano dietro il proprio simbolo di riferimento, e per di più spaventati dalle voci di posizioni pericolosamente progressiste su proporzionale e scuola bilingue attribuitegli al pari di accuse infamanti, si accompagnavano gli ammuffiti malumori degli italiani contrari per principio a qualsiasi “inciucio” con la Svp, come se in questa terra fosse peraltro possibile dare vita ad esperienze politicamente significative senza dialogare strettamente col maggiore partito sudtirolese.

Magari la pochezza delle candidature alternative non sembra mettere a repentaglio la riuscita dell’operazione, le considerazioni critiche alle quali accennavo non dovrebbero essere comunque sottovalutate. La riforma dello statuto d’autonomia – che costituisce l’obiettivo strategico posto alla base dell’accordo “garantito” dal profilo di un candidato scelto praticamente ad hoc – sarà un’impresa difficile, tale da richiedere non solo molta pazienza e competenza, ma anche un più largo coinvolgimento dei soggetti finora impigliati nella duplice retorica dello stato nazionale da restaurare nelle proprie ormai sorpassate prerogative o dell’indipendentismo formato discount che sottovaluta tensioni e lacerazioni sempre pronte a riemergere.

La riforma federale va rilanciata

Capogrossi 3

Le dichiarazioni sui privilegi delle autonomie, fornite dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani, hanno immediatamente sollevato altissime onde polemiche. Parlando da Padova, e captando così il fastidio con il quale spesso si guarda alle autonomie locali confinanti, il leader e candidato premier del centrosinistra aveva fornito un punto di vista giudicato non congruo da chi ritiene l’autonomia come qualcosa di “indiscutibile”, da approfondire solo in un senso e secondo la logica del prendere senza mai dare. Insomma, il classico fenomeno di reazione a catena al quale dovremmo essere abituati, anche se non ancora sufficientemente interiorizzato per generare definitiva assuefazione. Questo però non è necessariamente un male, dato che, dopo l’avvertimento del colpo, adesso dovranno seguire progressive scosse d’assestamento, utili a ricomporre il dissidio in una normale dialettica tra partner.

L’ostilità nei confronti di autonomie ritenute meccanismi creati al fine di garantire ingiustificati privilegi è una costante con una lunga storia alle spalle. Tutti ricordiamo le stoccate rivolte dall’ex governatore Giancarlo Galan all’indirizzo della nostra regione. “L’autonomia del Trentino Alto Adige – dichiarò per esempio in un’intervista al quotidiano Il Giornale nel novembre del 2005 – fu concessa grazie a un voto di scambio: non andate con l’Austria, cessate gli attentati dinamitardi, restate in Italia e vi ricopriremo di soldi”. Com’è evidente, si tratta di un’analisi rozza e scomposta, ma al pari di altre frasi buttate lì sull’onda di un approccio emotivo e rancoroso fa anche affiorare un sentimento condiviso e difficile da smontare, almeno finché non riusciremo a sciogliere completamente il nodo che identifica il concetto stesso di autonomia con quello di privilegio.

Mutare questa percezione, dimostrare che il vero punto di svolta consiste nel concepire l’autonomia essenzialmente come responsabilità, è sicuramente diventato più complesso alla luce della mediocre politica federalistica impostata negli anni passati proprio da quelle forze di solito pronte ad alimentare invidie e critiche nei confronti delle autonomie già sussistenti. Certo, per chi si è trovato a pagare maggiori imposte e a ricevere sempre minori servizi non deve essere facile accettare che altrove, poco distante, la situazione appaia migliore. Ma la colpa non è da ravvedere nelle eccezioni virtuose, bensì – come ha sottolineato l’ex governatore del Trentino Lorenzo Dellai – va attribuita in primo luogo al pressappochismo e all’incompetenza di coloro i quali si sono a lungo proclamati rottamatori del centralismo senza mai gettare le basi di una seria riforma.

Dovrebbe essere interesse comune rimettere mano alla riforma federale affrontando con sistematicità i molti problemi che essa propone. Speriamo che nella prossima legislatura si cominci a recuperare un po’ il tempo perduto.

Corriere dell’Alto Adige, 31. 1. 2013