L’istinto identitario

Fontana Attesa

Qualsiasi riflessione o discorso sull’autonomia con il presupposto di una sua riforma si muove necessariamente in uno spazio che implica difformi orizzonti d’attesa. Ognuno di tali orizzonti coincide con l’aspettativa dei due principali gruppi linguistici, eredi del conflitto ben temperato o a bassa intensità (per citare Alexander Langer) formalmente risolto dai meccanismi stessi dell’autonomia. Il tutto, però, è continuamente sollecitato anche da un’irrequietezza di fondo, legata al permanere di istinti identitari ciclicamente risorgenti. Spingere sulla fusione delle prospettive tuttora distinte prevederebbe pertanto una scommessa di livello ulteriore: fino a quale punto la popolazione locale è disposta a superare il piano istintivo del ricorso identitario — ciò che segna un confine tra «noi» e gli «altri» — per generare un sentimento di appartenenza in un certo senso indifferenziato o di nuova matrice? E ancora: da quali ambiti, in quali laboratori attualmente disponibili è o sarebbe all’opera la definizione di una simile impostazione?

Chi sta seguendo i lavori della Convenzione per la riforma dell’autonomia ha potuto constatare come i passi da fare in quella direzione siano ancora molti. Anzi, la sensazione è che di passi se ne stiano facendo ma per andare nella direzione opposta, riattivando ancora una volta il disegno che proprio l’allestimento di quell’organismo consultivo avrebbe dovuto quantomeno mettere in dubbio. Il fatto abbastanza grave è quindi la mancanza di un punto di vista superiore, capace di disattivare gli automatismi più vieti e puntare proprio a un esame della contrapposizione storica incistata nelle parole e negli atti — come ad esempio dimostra la recente votazione avvenuta in Consiglio provinciale con cui si è rimosso il termine «altoatesino» da un disegno di legge — che bloccano il nostro usuale modello di convivenza.

È un luogo comune piuttosto diffuso affermare che, se la politica non è in grado di aprirsi ai cambiamenti, per svoltare dovremmo rivolgerci alla società civile, ingenuamente ritenuta «più avanti» del Palazzo. L’esperienza della Convenzione sta dimostrando invece come non sia esattamente così, visto che anche il contributo dei cittadini selezionati ricalca l’impostazione a suo tempo data dalla politica. Speriamo di essere smentiti, ma se dalla montagna delle riforme uscirà un topolino, allora la colpa dovrà essere considerata di tutti.

Corriere dell’Alto Adige, 6 luglio 2016