Lo sguardo del leone

Lyon

Qualcuno ha fatto giustamente notare che dell’intera vicenda relativa al viaggio, lunghissimo viaggio della Sea-Watch3 (è cominciato il 12 giugno, quando la nave era operativa in zona SAR libica), chi fin da subito è scomparso dai radar dell’attenzione sono proprio i migranti, che qualcuno chiama “clandestini”, altri “naufraghi”, ma in buona sostanza si tratta di persone (53, inizialmente) sulle quali si è detto pochissimo e si sa pochissimo (per trovare qualcosa in rete sulla loro identità bisogna penetrare una selva intricata di altre notizie, tutte relative alla figura della comandante Carola Rackete o alla polemica che l’ha opposta al ministro dell’interno italiano). Anche quando la nave è attraccata a Lampedusa i riflettori erano tutti per la comandante, per il piccolo contatto avvenuto con una imbarcazione della Guardia di Finanza, per la reazione disgustosa degli astanti. Ma di loro, dei veri protagonisti della vicenda, pochissime tracce. Giusto qualche inquadratura rapidissima, i volti spauriti di chi sta chiedendosi dove si trova, se è davvero finita, e quali altre prove avrà da superare. Sono sguardi che abbiamo già visto diverse volte, magari oltre i vetri di un autobus, quando (sempre di notte o in genere di notte) i migranti vengono fatti giungere in una delle loro destinazioni provvisorie, e non di rado devono essere protetti dalle offese della popolazione che non li vuole e manifesta loro il proprio disprezzo.

Che sguardi sono? Ludwig Wittgenstein, nella sue Ricerche filosofiche, ha scritto: “Se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo”. Se ne può comprendere il motivo: anche se un leone possedesse per assurdo la facoltà di parlare, spiega Wittgenstein, il suo modo di vivere, la sua forma di vita è talmente diversa, talmente distante dalla nostra percezione e dal nostro modo di abitare la realtà, che non riusciremmo ad intenderla. Ma un leone non può parlare, visto che il linguaggio, l’articolazione di una forma di vita mediante l’uso dei segni, è esattamente ciò che lo distingue da noi. Mentre questi uomini, essendo “uomini”, lo possono fare. Eppure, dietro agli sguardi di quella gente spaurita, temo, molte persone non scorgono molto più degli occhi incomprensibili di un animale. Molti tendono a pensare che se anche potessero parlare (imparando per esempio la nostra lingua), noi non potremmo ugualmente capirli. Ecco perché di loro non ci accorgiamo e li riteniamo ininfluenti ad essere coinvolti nella narrazione di ciò che li ha investiti. Essi sono per noi come degli oggetti, degli animali, appunto, deprivati della capacità di comunicare. Ci occupiamo di loro come se fossero dei leoni, e non è infatti un caso che alcuni li interpretino alla stregua di bestie potenzialmente feroci. Così quando parliamo di “integrazione” vogliamo piuttosto dire “addomesticamento”. I leoni, quei leoni devono diventare cani. Solo così li potremmo accogliere.

Bandiere, vergogna e identità

Kompatscher tricolore

Nella lingua tedesca la parola «vergogna» ha due possibili traduzioni: Scham e Schande. «Scham», cito il Tommaseo, copre maggiormente il senso individuale che la nostra «vergogna» attribuisce «al sentimento di dolore che l’uomo prova per cose che gli apportano, o teme debbano apportargli disonore», mentre «Schande» è proprio l’onta, lo scandalo che può scaturire da un comportamento privato che in genere si estende però ad un’intera comunità: sarebbe per esempio uno scandalo, una vergogna nel senso di «Schande», far morire dei bambini di fame o di sete alla frontiera, e il responsabile o i responsabili dovrebbero vergognarsene, nel senso di «sich schämen».

Un tipico cortocircuito del discorso pubblico sudtirolese, affiorante all’incrocio tra i due significati di «Scham» e «Schande», è occorso nei giorni passati quando, in seguito all’attribuzione della sede dei giochi olimpici invernali del 2026, è rimbalzata da Losanna l’immagine del Landeshauptmann Arno Kompatscher raggiante, e fin qui nulla di particolarmente strano, ma soprattutto con il tricolore in mano. Uno scandalo, secondo alcuni patrioti sudtirolesi, del quale il Presidente della provincia dovrebbe vergognarsi. Myriam Atz Tammerle, consigliera provinciale del partito autodeterminista Süd-Tiroler Freiheit, lo ha sintetizzato così: «Kompatscher vuole vendere il Sudtirolo come una normale provincia italiana negando la realtà dei sudtirolesi come minoranza austriaca. Anche se ora Anterselva è stata designata come una delle sedi di eccellenza per i prossimi i Giochi olimpici invernali all’interno del tandem organizzativo CortinaMilano, il governatore avrebbe potuto e dovuto presentarsi con la bandiera austriaca, sudtirolese o in alternativa della Provincia autonoma di Bolzano, ma non con la bandiera italiana».

Certo, potremmo liquidare questa polemica riferendola a uno dei tanti episodi di «retromania», il concetto elaborato da Simon Reynolds, a diagnosticare la nostalgia e il ritorno a stili passati come mancanza di prospettive future. Un fenomeno più afferente alla sociologia del gusto che alla cronaca politico-sportiva. C’è però qualcosa di peggio. In una società mediamente evoluta, in modo particolare in una società composita, come la nostra, l’irreggimentazione identitaria — vale a dire il tacito ordine di portare continuamente ad esibita coincidenza comportamenti individuali e collettivi — genera una cappa insopportabile. Una continua chiamata alle armi dell’autorappresentazione che poi sbocca (da qualsiasi lato la si guardi) in un permanente e ostentato concorso di stupidità. Non si tratta di negare l’identità di nessuno o di impedire che essa venga manifestata pubblicamente, sia chiaro, ma solo della circoscrizione e relativizzazione di ogni sentimento di appartenenza, per di più se occasionale, affinché non accada più che qualcuno sia poi incitato a vergognarsi se non marcia incolonnato insieme a tutti gli altri.

Corriere dell’Alto Adige, 29 giugno 2019

Möglichkeiten Menschen

Carola-Rackete

Scoprire le possibilità alternative che abbiamo a disposizione per sfuggire al pericolo mentale, culturale, morale e anche fisico di consegnarci a un’unica versione, a un’unica interpretazione, è l’esercizio della filosofia e della cura di sé. Come diceva Freud, il nevrotico è quello che percorre un corridoio in fuga e non vede che ai suoi fianchi, ai suoi lati, ci sono tante porte che potrebbe aprire. Nel quarto capitolo de L’uomo senza qualità, Robert Musil dice che chi attraversa una porta deve essere consapevole che gli stipiti sono rigidi. Questo è il senso della realtà, che appartiene ai Tatsachen Menschen. Ma, oltre al senso della realtà, esiste anche il senso della possibilità, e sono i Möglichkeiten Menschen, gli uomini del possibile, ad avere questa sensazione. L’uomo che ha solo il senso dei fatti vede una sola versione: è andata così, non poteva che andare così, non poteva andare altrimenti. L’uomo che ha il senso della possibilità dice: è andata così ma poteva andare in tanti altri modi diversi, tutto potrebbe egualmente accadere. Gli uomini che hanno il senso della possibilità possiedono un fuoco divino, uno slancio, un utopismo consapevole che non li fa arretrare davanti alla realtà, ma che anzi permette loro di affrontarla come un compito e un’invenzione.

Aldo Giorgio Gargani

Tornelli permettendo

Chiesetta Val di Funes

La chiesetta di San Giovanni a Ranui (Val di Funes), fotografia di Alan Bianchi

Io della storia della chiesetta di San Giovanni a Ranui, quella bella chiesetta settecentesca costruita su un prato dell’appartata Val di Funes – anzi: della NON più appartata Val di Funese –, di quella storia lì, dicevo, non so bene che dire. Ne hanno parlato i giornali e quindi intanto la riferisco come farebbe un bravo copista. Cito l’Ansa, l’agenzia di notizie più amata dagli italiani. “Dopo Venezia i tornelli arrivano ora anche in val di Funes, nel cuore delle Dolomiti. Sui social media è scoppiata una polemica per la scelta dei proprietari della famosissima chiesetta di San Giovanni a Ranui di limitare l’accesso con un tornello da stadio, alto oltre due metri. Il sindaco Peter Pernthaler sottolinea che la chiesetta è di proprietà privata e che si tratta di un’iniziativa dei proprietari. La chiesetta di San Giovanni davanti alle maestose cime del Gruppo delle Odle è una delle location più ambite delle Dolomiti per gli appassionati della fotografia, ma anche per gli innamorati. Infatti, non sono poche le coppie, addirittura giapponesi, che per il fatidico sì scelgono la val di Funes. Mentre sui social il tornello viene aspramente criticato, in paese c’è chi difende l’iniziativa. I turisti spesso non rispettano la proprietà privata, scavalcano le recinzioni e si comportano come se fossero a casa loro, è uno dei commenti”. Proviamo ad approfondire. Sul sito delle Dolomiti Val di Funes (che riporta tutti i simboli possibili, da quello dell’Unesco a quello del marketing provinciale) la chiesetta è addirittura assunta a simbolo della zona (sta nel logo, per dire) senza troppe sfumature esoteriche: “Soggetto fotografico di fama mondiale”. Eccola lì. Poi ecco anche un box con l’indicazione utile per i turisti: “La chiesetta può essere visitata, chiedendo le chiavi all’adiacente maso Ranuihof”. Immagino che quelli del maso Ranuihof siano proprio coloro i quali hanno messo i tornelli. Immagino anche che fossero, che siano al corrente del fatto che quella loro proprietà è una specie di faro pulsante per chi non vede l’ora di strizzarla nei propri selfie, nei reportage delle vacanze condivisi in tempo reale con altri sei milioni di amanti di luoghi un tempo da scoprire. Ma se non si può più scoprire nulla, se tutto ormai è già scoperto e visto e poi rivisto e inquadrato, fotoshoppato, immortalato, visualizzato, condiviso e copiato e incollato e squartato, l’unica cosa sarà allora ricoprire (almeno un po’), tappare (almeno un po’), allontanare (almeno un po’), rendere più inaccessibile (almeno un po’) l’oggetto bramato e ricercato e quindi anche calpestato e scempiato (più di un po’). Perché non se ne esce: se pubblicizzi (venite, venite, venite) arrivano tutti; ma se poi arrivano davvero tutti allora devi chiudere, limitare, scoraggiare (oh, ma quanti siete? Siete pazzi? Siamo mica sull’Everest!). Che poi, a ben vedere uno se la cava anche con poco. Cinque euro di parcheggio, quattro euro per passare dal tornello piantato nel campo come un pugno nell’occhio, come se ci trovassimo all’ingresso di una partita del campionato italiano di calcio, coi poliziotti e le telecamere e i cani che abbaiano. Mordono? Macché, buonissimi sono. Intanto godiamoci l’estate, tornelli permettendo. Per le soluzioni ci risentiamo a settembre. Buone vacanze a tutti.

#maltrattamenti

Riprendersi il parco

Papadam Diop

Qualche giorno fa, con uno scatto un po’ stizzito, ho pubblicato su Facebook una specie di appello alla giunta di Bolzano. Fate qualcosa – scrivevo all’incirca –, qualsiasi cosa per calmare la situazione al parco Stazione. È uno spot a cielo aperto per Lega e fascistume sparso. In fondo sono solo pochi metri quadrati. Fatevi venire un’idea, anche una mezza idea. È inammissibile prestare il fianco ai propri avversari in questo modo così pervicace. Ne è nato un vivace dibattito, come si suol dire, che mi ha fatto pensare e mettere meglio a fuoco la questione. Ma prima di tutto qualche precisazione. Chi scrive sa benissimo che la maggior parte delle polemiche inerenti la cosiddetta condizione di “degrado” del parco è strumentale, si basa cioè sull’enfatizzazione di problematiche amplificate dagli impresari della paura, da qualche tempo diventati anche forza di governo nazionale e provinciale. Sa anche benissimo che tutte le questioni di ordine pubblico (relative insomma al contrasto della criminalità) non dipendono dall’amministrazione comunale, bensì in ultima istanza proprio da quel ministro dell’interno al quale molti attribuiscono (con risultati inversamente proporzionali alla propaganda che li sostiene) poteri di mega sceriffo. È evidente però che se un tema così insistito è potuto affiorare (e non è certo storia degli ultimi giorni o settimane) vuol dire che esistono anche dati oggettivi sui quali occorre riflettere molto seriamente. Non è insomma tollerabile che nel parco sostino persone intente a praticare lo spaccio di sostanze illegali e che – perlopiù a causa di tale pessima pratica – si arrivi periodicamente a scontri fisici, risse e ferimenti vari. Cos’è possibile fare, dunque? In che modo l’amministrazione comunale, nell’ambito delle sue competenze, può contribuire a riappropriarsi di un così importante spazio pubblico? Il mio appello era un invito a discuterne e a rendere visibile questa discussione. Intanto qualcuno si è già messo all’opera, e vorrei quindi usare questa mia piccola rubrica per sottolinearlo. Papadam Diop, il lavoratore della Iveco protagonista di altre utilissime iniziative (per esempio quella del plogging, la raccolta di rifiuti abbinata al fitness), ha proposto di usare il parco per animarlo il fine-settimana con sedute di ginnastica. Benissimo. È un’iniziativa che va pubblicizzata e incrementata. Possono essere immaginati altri interventi del genere? L’importante è tornare ad abitare quell’area favorendone una destinazione d’uso che non sia solo quella del passaggio frettoloso e – a torto o a ragione – impaurito. Un luogo, ogni luogo va curato e attrezzato al fine di richiamarvi persone di diverse età, in modo da renderlo un teatro permanente di cittadinanza attiva e condivisa. Non è possibile arrendersi alla negatività che traccia il solco dell’emarginazione, dell’alienazione, e che poi lascia solo il terreno fertile ai fautori della repressione. Proprio un’amministrazione di centrosinistra dovrebbe (infinita tristezza di un condizionale…) insistere con determinazione su questi aspetti, farne una bandiera della propria politica. Ci vogliamo almeno provare, sì o no?

#maltrattamenti

Una città intimidita e noiosa

MovidaBolzano

Foto Quotidiano Alto Adige

C’è qualcosa di sbagliato nella definizione di «Bolzano città per vecchi», risuonata ancora una volta a margine del naufragio della festa universitaria che si sarebbe dovuta tenere venerdì sera in piazza Darwin, in pratica nel cortile dell’Ateneo. Lo sbaglio sta nella connotazione, questa sì davvero polverosa, generalmente attribuita allo status dell’essere «anziani». Se guardiamo per esempio all’aspettativa — o speranza — di vita, i dati ci confortano con quote che si innalzano sopra gli 80 anni sia per gli uomini sia per le donne. Dunque una popolazione sempre più âgée, ma per questo anche fisicamente in forma e potenzialmente vitale per un periodo che si estende ben oltre le soglie della giovinezza formalmente intesa. Non sono allora gli eventuali «vecchi» il problema, ma lo stile di vita che vorremmo suggerire loro e che troppo sbrigativamente diamo per scontato. La definizione iniziale subisce una variazione inevitabile: «Bolzano città per gente noiosa». Noiosa o forse semplicemente intimidita. Come commentare altrimenti la decisione dell’ufficio tutela e ambiente del Comune di restringere il tempo concesso al concerto di fine semestre portandolo alle 21, vale a dire in un orario da striminzito dopocena?

Se neppure il limite recentemente introdotto — vale a dire quello delle 23 per la musica e delle 24 per il servizio di bibite all’aperto — basta più a contenere la brama di quiete del vicinato, non ci resta che rassegnarsi all’idea di un centro votato alla pace cimiteriale o, peggio, lasciato in balia di chi comunque dei divieti e delle proibizioni può permettersi di fare a meno, proprio perché intenzionato a sfruttare in modo ben più discutibile le vie e le piazze desertificate. Vale la pena insistere su quest’ultimo punto, perché forse neppure i fautori del silenzio e dell’anti-movida ne sono pienamente consapevoli. Inibire l’utilizzo della città a chi vorrebbe lasciarsi ogni tanto un po’ andare a feste e musiche e danze non migliora il contributo all’agognato placido decoro. Sicurezza e vivibilità non si assottigliano certo con la partecipazione, l’animazione e la ricerca del divertimento. Al contrario, è proprio quando la morsa dei divieti e delle proibizioni si trasforma in una vera e propria sindrome del controllo che i pericoli aumentano e i cosiddetti «normali cittadini» finiscono per essere assediati dagli effetti (spesso più concreti delle cause) delle loro paure, andando così a confermare il teorema di William Thomas: «Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze».

Vivacità e tranquillità, ecco cosa bisognerebbe alla fine riuscire a spiegare, non sono poli antitetici, inconciliabili. Non sono l’una la condizione d’impossibilità dell’altra. Esse, piuttosto, possono integrarsi e agire in equilibrio, rispettando gli interessi di ognuno e operando per il beneficio di tutti.

Corriere dell’Alto Adige, 16 giugno 2019

Il disagio cammina insieme a noi

Joachim Albrecht

Joachim Albrecht

Della storia di Harry, il migrante nigeriano che a metà novembre dell’anno scorso risaltò nelle cronache nazionali perché accusato ingiustamente da un tweet del ministro dell’interno di aver «violentato» un’operatrice del centro di accoglienza straordinario di Bressanone (ex caserma Schenoni), adesso conosciamo la fine. Il ragazzo (appena ventenne) si è suicidato nel centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Restinco, in provincia di Brindisi.

Una parte di questa storia, cioè la storia del suo calvario da un luogo di detenzione all’altro, la si può leggere in alcuni resoconti che sono stati pubblicati appresa la notizia del decesso (avvenuto all’inizio di giugno). Ma al di là della sequenza di avvenimenti che hanno materialmente portato al tragico epilogo, in filigrana appare anche una vicenda che ci riguarda tutti, perché mette impietosamente sotto la lente d’ingrandimento l’incapacità strutturale di affrontare tutti i problemi dei quali Harry è adesso diventato l’ennesima vittima.

Per capire esattamente il caso è necessario recuperare il dettaglio più saliente. Harry, infatti, non è arrivato a compiere il gesto estremo precipitando in una condizione di prostrazione occasionale, contingente. Fin dalle prime settimane in cui sbarcò in Italia, dunque appena emerso dall’inferno del suo viaggio della «speranza», la situazione era chiarissima. Nel 2017, quando si trovava presso il centro di accoglienza ex Lemayr di Bolzano, i servizi psichiatrici vennero allertati perché il suo comportamento aggressivo esibiva una chiara situazione di disagio. Il referto certificò quindi una condizione di vulnerabilità complessiva (per sé e per gli altri) che, oltre al trattamento farmacologico, richiedeva l’accoglienza in una struttura «idonea». Parere ovvio, addirittura di «buon senso», ancor prima che professionale, che purtroppo non diede alcun esito. Nessuna struttura «idonea», per Harry. Al contrario: le peggiori condizioni immaginabili, in modo da rendere la sua vita quanto più offesa e impossibile.

Nel 2016 «Medici Senza Frontiere» pubblicò un report intitolato «Traumi ignorati», in cui si evidenziava come un’altissima percentuale di richiedenti asilo analizzati presentava sintomi di disagio mentale, relativo a traumi precedenti o posteriori alla partenza. Il 3 maggio 2017, il ministero della Salute, allora guidato da Beatrice Lorenzin, rilasciò alcune linee guida per l’assistenza, la riabilitazione e il trattamento dei disturbi psichici dei rifugiati e delle vittime di tortura. Esistono esempi virtuosi, come quello dell’associazione «Cambalache – Nella stessa barca» di Alessandria, in Piemonte, nata con l’intento di promuovere un modello alternativo di accoglienza e inclusione di richiedenti asilo e rifugiati con un apposito focus sul disagio psichico. Si tratta di esempi che andrebbero incoraggiati, copiati, e diffusi su tutto il territorio. Nel Paese di Franco Basaglia, a quarant’anni dall’approvazione della legge 180, sarebbe un obiettivo doveroso.

Corriere dell’Alto Adige, 11 giugno 2019