Una casa accogliente per tutti

Dunque la Svp apre agli italiani. Anzi, per riprendere il titolo ad effetto della “Zeitung am Sonntag”, adesso “parla” persino italiano. Come noto, è accaduto venerdì scorso, nella Sala polifunzionale Ortles del quartiere Don Bosco di Bolzano, in occasione del primo incontro progettato e voluto da Richard Theiner, Obmann del partito di via Brennero, allo scopo di proporre la visione di un’autonomia “più condivisa”.

In che cosa consiste questa visione? Il discorso di Theiner non è sceso nei particolari, ma si è a lungo soffermato sull’immagine di un pericolo che si tratterebbe di fronteggiare (comunemente). Quello, avvertito da tutta la società sudtirolese, di scivolare nuovamente verso un periodo d’incomprensioni e tensioni a sfondo etnico. Un pericolo da circoscrivere ed evitare ad ogni costo, in quanto il bene supremo dell’autonomia, come ha ricordato giustamente Theiner, poggia sulla collaborazione e la concordia dei gruppi linguistici.

La valutazione di una simile apertura non può che essere positiva. Resta però da vedere quali saranno i contenuti messi poi effettivamente sul tappeto, quando cioè si tratterà di passare da questa generica dichiarazione d’intenti ai provvedimenti concreti. In realtà l’unica via possibile è anche quella che finora è stata percorsa in modo titubante: superare un concetto di autonomia basato esclusivamente sul riconoscimento dei diritti delle minoranze (facendo quindi leva su aspetti “di parte”) e puntare verso un’interpretazione compiutamente territoriale della stessa. Più facile a dirsi che a farsi? Vero. Fino a poco tempo fa, però, neppure si diceva e quindi non sarebbe opportuno svolgere un esercizio di sfiducia preventiva.

Ora, che forma assumerebbe un Sudtirolo pensato secondo gli auspici di Theiner (e dei molti che ne hanno apprezzato il discorso)? Tanto per abbozzarne il contorno: sarebbe una terra caratterizzata dall’intensificazione delle scelte improntate all’allargamento della cooperazione tra i diversi gruppi, prevarrebbero le istanze di scambio e si avrebbe una migliore distribuzione delle quote di responsabilità assegnate ai suoi singoli attori. Soprattutto, potremmo evolvere un senso di appartenenza più avvolgente e più largo di quello finora reso possibile dalle strutture dell’“autonomia etnica”. Un Sudtirolo che sappia insomma rivelarsi una vera Heimat, una vera casa per tutti coloro che ci abitano – non importa da quanto – e desiderano prendersene cura.

Corriere dell’Alto Adige, 30 settembre 2009

Come funziona la demenza etnica

Leggendo questo post (e i relativi commenti) si capisce molto bene come funziona la demenza etnica. La spiegazione sarà svolta per punti.

1. Un sito d’informazione decide di raccontare la storia di un ragazzo morto in circostanze non chiare dopo essere stato arrestato per detenzione di droga (fumo).

2. La storia è scritta in italiano, il fatto è accaduto a Trento.

3. Un commentatore interviene e accusa il sito di fornire un’informazione “di parte” (si racconta la vicenda di un “trentino” e si tace una vicenda simile – seppur non finita tragicamente – occorsa a un sudtirolese di lingua tedesca).

4. Da qui in avanti la maggior parte dei commenti si concentra solo sulle vicende (non descritte) di quel sudtirolese di lingua tedesca e del povero ragazzo trentino (al quale era stato dedicato il post d’apertura) non si fa più parola.

Sudtirolo ideale eterno

Variazioni sull’anno hoferiano(I)

L’inossidabilità di certi miti può trasformare i loro fruitori in merce scaduta.

Dal primo gennaio al 31 dicembre del Duemilaenove i nostri sguardi fissano un punto credendo che si tratti di Andreas Hofer. Sorridiamo tutti, come se ci trovassimo nel bel mezzo di un’estasi collettiva. In realtà, di fronte a noi non c’è Hofer, ma il paparazzo di “Die Südtirolerin” che ci sta scattando una fotografia: ne viene fuori l’immagine un po’ mossa di una comunità di problemi sempre più vetusti e ritoccati. La luce crepuscolare della Val Martello, indugiando su un gomitolo di rughe tenute assieme con il piercing, mette a nudo senza malizia una vecchiezza restaurata. Il Nazionalismo italiano, normalmente calvo, si è piantato in testa un cespuglio di capelli finti che gli cascano sul viso, mentre quello tedesco, vivacissimo e decrepito, ci mostra due guance rosse e senza grinze. Miracoli di chirurgia politica? Non lo so. So solo che al centro della foto un Relitto Fascista con le labbra troppo grosse corteggia la Toponomastica che si è rifatta il seno.

Alle nostre spalle, per contrasto, giganteggia la sagoma dell’Albergo Paradiso al Cevedale. Costruito nel ventiduesimo secolo su progetto di Gio Ponti, l’edificio sprigiona la bellezza misteriosa di un tempo ancora da venire. Per il momento non ha molto da dirci: solo che il futuro, anziché essere in cantiere, è spesso in rovina. Prima di congedarsi, il redattore della rivista ci fa sapere che il servizio fotografico uscirà sul numero di dicembre. Da come parla, si capisce che ha già tutto in mente, anche il titolo: „La casa di riposo quest’anno è in gita“. [edz]

Superciuk, fine della corsa

Superciuk vive ancora, certo. Ma da oggi – per gentilezza – lo farà da un’altra parte.

Ho rimandato più che potevo questo post, sperando persino di non doverlo scrivere. Impedire a un utente di partecipare a questo blog non è una cosa piacevole. Ma dopo averle provate tutte, offrendo cortesia e dialogo, e ricevendo in cambio sempre e solo sputi in faccia (del tipo: “non dici nulla”, “sei un comunista”, “sei un amico di Ellecosta” e simili baggianate), non vedo proprio perché debba continuare a essere così masochista. Inoltre, è storia recente, ho dovuto anche assistere (proprio da parte sua) alla glorificazione di un blog nato con l’unico scopo di dileggiarmi. Adesso basta. Auguro di tutto cuore a Luigi D’Ambrosio di trovare (in rete ma soprattutto nella vita) qualche possibilità di rigenerazione.

A futura memoria, copio di seguito un intervento del Gambero Rotto [lo leggete anche QUI] che – in modo difficilmente superabile – presenta a D’Ambrosio il conto definitivo:

Non rovinarti le unghie cercando di arrampicarti sugli specchi: hai scritto «Tutte le città del mondo onorano il grande musicista in ogni modo, intitolandogli strade, piazze, conservatori. Tutte, tranne Bolzano […]». Questo, come facilmente dimostrato, non è vero. A Bolzano esiste una piazza intitolata a Giuseppe Verdi. (Avessi più tempo, aprirei una parentesi sul Conservatorio, rimasto chi sa perché pervicacemente intitolato a Claudio Monteverdi, famigerato estremista pantirolese).

Basta o non basta una piazza ad onorare il grande bussetano? Il tuo post non sollevava minimamente la questione. Se quel che volevi dire era che ti piacerebbe che a Verdi fosse intitolato anche il nuovo Teatro Comunale (il vecchio Teatro Comunale del 1918, ribattezzato “Verdi” durante il Ventennio, andò distrutto nel ’43 e non fu mai più ricostruito), dovresti forse rivedere, articolare e curare maggiormente il modo in cui esprimi il tuo pensiero.

Tra i commenti, poni poi la domanda «Esiste o non esiste un problema, a Bolzano, con il compositore Verdi?». No, non esiste. A meno che non lo si voglia creare. Non esiste, se non nel senso che a Bolzano si esegue in generale poca opera lirica, genere musicale di suo piuttosto costoso, il che di fatto esclude gran parte dell’opus verdiano. La pur annosa «questione del teatro» è invece da ritenersi tra quelle risolte: il nuovo teatro è stato finalmente costruito (piaccia o meno), funziona e porta il nome con cui è stato inaugurato il suo predecessore, mentre a Verdi era già da tempo stata intitolata una piazza cittadina. Se proprio una “questione” la si vuole ancora considerare, è da ritenersi di quelle di lana caprina che tanto appassionano te, i tuoi omologhi corifei del disagio ed i corrispettivi estremisti della rava e della fava, che anche grazie a voi prosperano e fan proseliti.

«Lo vogliamo questo teatro Verdi, nei pressi dell’omonima piazza, sì o no?». No, grazie. Teatro Comunale va benissimo; non è indispensabile intitolarlo a chicchessia. E, se mai, perché non a Busoni o Benedetti Michelangeli, tanto per fare due nomi, piuttosto che proprio quello di Verdi che, guarda caso, fu quello scelto per “italianizzare” il Teatro? Troppo tedeschi? Ad ogni modo, nulla ti vieta di fondare un comitato civico per chiedere l’intitolazione a Giuseppe Verdi anche del nuovo Comunale, ma che la città ne abbia poi tutto questo gran bisogno è davvero un altro paio di maniche. Abbiamo davvero altro cui pensare, credimi. Verdi merita di essere onorato, studiato ed eseguito, non di esser trascinato per la barba in certe logore questioncelle politiche bolzanine. Non trovi?

«Non è certo bello vedere tanto accanimento contro i nomi italiani in barba allo Statuto». Te lo chiedo il più gentilmente e brevemente possibile: che cazzo c’entra lo Statuto col Teatro, con Verdi, Debussy o Rachmaninov? Davvero, che cazzo c’entra? Sempre lo stesso discorso bisogna fare, anche quando non c’entra una beata ceppa?

Correggimi poi se sbaglio, ma se ho ben capito, anche da quanto ti vedo fare su altri blog, ti consideri (o perlomeno vorresti essere) una specie di “fool” shakespeariano, che con la sua lucida follia ed un metalinguaggio tutto suo mette a nudo le aporie del pensiero dominante, minando dogmi e certezze e sovvertendo le regole con “idee e provocazioni”. Se è così, mi dispiace dirtelo, perché non mancheresti di intelligenza, né di preparazione (né tantomeno ho motivo di ritenerti una cattiva persona), ma il gioco proprio non ti riesce. Manchi il bersaglio. Perché, malgrado le tue buone qualità, sei sempre troppo sciatto. Troppo sciatto per spiazzare, illuminare, sorprendere con punti di vista inconsueti: suoni per pigrizia il solito disco rotto, che suona sempre lo stesso ritornello, senza mai adattarti, tutto uniformando alla tua tesi, alla tua personale ossessione. Finisci col sembrare più un testimone di Geova, di quelli che si evitano facendo finta di non essere in casa o con un cortese ma fermo «no, grazie» (e che, se non altro, suonano sempre prima di entrare, e che non stanno a menarla con la “censura” se non si ha voglia e tempo di starli a sentire).

Peccato, Superciuk. Sul serio.

Concludo, citando «Le patenti le rilasciano in altri siti», «Fatti un giro e non potrai non darmi ragione». Un giro, intanto, me lo sono fatto qui da te, ed ho trovato un epiteto di «asino italico, regalo di Googlia, la dea della Rete», sull’identità del cui destinatario avrei ancora qualche residua curiosità: vorresti usare ai tuoi lettori la gentilezza di svelare quest’arcano? Coraggio, non sei certo uno di quelli che le mandano a dire, o che parlano a nuora perché suocera intenda. Non deluderci!

Stammi bene.

Sta cambiando forse qualcosa?

Questo fine settimana (tra venerdì e sabato) si è discusso molto di autonomia. Lo si è fatto in modo critico e costruttivo. Prima (venerdì) grazie all’incontro promosso da Richard Theiner insieme alla comunità italiana del capoluogo (e la Zeitung am Sonntag intitolava significativamente “Svp spricht italienisch”). Poi (sabato) con un incontro organizzato alla galleria Lungomare (sempre a Bolzano), al quale ho partecipato attivamente anch’io. Il punto caratterizzante le due serate era lo stesso: dobbiamo ripensare l’autonomia, le sue coordinate storiche, la sua prospettiva dinamica. Muoviamo dunque da una percezione di “fine di un’epoca” e tentiamo d’immaginarci uno sviluppo futuro. Come filo conduttore mi piacerebbe assumere il titolo e il sottotitolo di un contributo scritto da Giorgio Mezzalira per il numero della rivista Confronti della quale ho già parlato a proposito di un mio piccolo saggio sul Monumento della Vittoria [QUI – L’articolo di Mezzalira è a pp. 25-33] : “Un nuovo patto territoriale tra gruppi linguistici. Fiducia e governance locale oltre la dominante etnica“. Prendendo spunto dalla recente manifestazione di Innsbruck: dalle spine (finalmente!) alle rose.

P.S. Il brano di Nick Cave che apre il post? Oh, è semplicemente la cosa che ho ascoltato di più in macchina, andando su e giù per la Valle Isarco, in questi due giorni.