Serbatoio carico di sospetti

SCUOLA ISLAMICA

A partire dal 2019 la Provincia autonoma di Bolzano vincolerà le prestazioni sociali non essenziali – si tratta per esempio dell’assegno familiare o del sussidio casa – alla volontà di integrazione dei migranti. In pratica ciò che prima poteva apparire come automatico, rientrando così nell’attribuzione di un diritto rivendicabile da qualsiasi cittadino autoctono o straniero, adesso assume la fisionomia di un premio, di un favore elargito in cambio di qualcosa. Nel dettaglio, i criteri per accedere a tali prestazioni saranno l’apprendimento di almeno una delle due lingue maggiori che si parlano in Alto Adige (il ladino non viene mai preso in considerazione), la frequentazione di corsi di integrazione e il rispetto dell’obbligo scolastico.

C’era proprio bisogno adesso di dare questa stretta, di rendere quindi l’accesso alle prestazioni sociali supplementari più difficoltoso da parte dei cittadini stranieri? Non ci sono dubbi che la conoscenza della lingua e l’obbligo scolastico siano presupposti indispensabili al processo di proficua integrazione (e nel caso del secondo la legislazione vigente non ha certo bisogno di essere sottolineata con provvedimenti selettivi), ma sul nostro territorio già vivono e lavorano moltissime persone in grado di farsi capire sia in italiano che in tedesco, i cui figli siedono nei banchi scolastici stupendo spesso gli insegnanti per la velocità dei loro progressi, e che della nostra storia e cultura ne sanno almeno abbastanza da potersi orientare. Certo, ci sono anche delle eccezioni, dei ritardi o inibizioni, ed è opportuno che vengano ridotti. Ma non con un provvedimento che – almeno stando alla sua enunciazione generica – impone una verifica in molti casi superflua e in fin dei conti discriminante.

A queste considerazioni se ne aggiunge poi un’altra, illuminata dal contesto nel quale la delibera ha preso forma. Tra poco più di un mese, infatti, la popolazione parteciperà alle elezioni provinciali, e il tema dell’integrazione è uno dei più caldi. Nella nostra provincia i residenti stranieri sono circa il 9% della popolazione totale, percentuale leggermente superiore a quella registrata a livello nazionale, ma il loro inserimento nel tessuto economico e sociale è più che confortante. Persiste tuttavia una specie di serbatoio fatto di pregiudizi e scetticismo, sfiducia preventiva e persino sospetto sistematico quando parliamo dei migranti, e da questo serbatoio sono pochissimi i partiti politici che, purtroppo, rinunciano a trarre spunti utili al suo prosciugamento. L’accento che viene posto è invece sempre sul tasto negativo, la sensibilità per gli aspetti problematici ottunde ciò che potrebbe essere percepito come incoraggiante e i meccanismi sanzionatori vengono fatti scattare anche dove potremmo puntare su un semplice allargamento dell’offerta concernente le opportunità. Se le elezioni si tenessero ogni tre anni, anziché ogni cinque, è probabile che i processi d’integrazione subirebbero un significativo rallentamento.

Corriere dell’Alto Adige, 16 settembre 2018

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La fatale illusione dei 5 stelle

Paul Köllensperger

Paul Köllensperger non è mai stato un tipico grillino. La sua fuoriuscita dal movimento alimentato dal temperamento sulfureo del comico genovese costituisce perciò una sorpresa relativa, anche se la dinamica con la quale si è svolta è apparsa assai repentina. Ma non è la modalità che dev’essere indagata, e neppure le residue prerogative di un ruolo sostanzialmente azzerato con l’annuncio della sospensione del lavoro di consigliere provinciale. Quel che ci interessa, piuttosto, è cogliere il significato politico di una spaccatura tra l’ala “tedesca” e quella “italiana” di un soggetto accreditato, almeno finora, di scardinare in profondità la logica etnica che qui tutto informa e tutto regola (persino chi la contesta).

Perché Köllensperger è uscito dal gruppo? La versione ufficiale è quella di una difficoltà di territorializzare il movimento, allentandone magari qualche regola particolarmente rigida, ma soprattutto cercando di farne un marchio appetibile anche all’elettorato che non risiede a Bolzano o Merano, e perciò non molto pratico di questioni o atteggiamenti nazionali. Dietro tale versione, però, se ne nasconde un’altra. Possibile insomma che Köllensperger abbia intuito per tempo un appeal decrescente del M5S, poi confermato dall’appiattimento che hanno avuto all’indomani della formazione del governo a trazione leghista. Capendo, inoltre, che proprio la concorrenza leghista nelle città principali suggerisce che il bacino di consensi a cui attingere debba essere allargato in altre direzioni, erodendo quello dei Verdi, dei Freiheitlichen, della stessa Svp ed ereditando lo spirito delle Bürgerlisten. Un tentativo di capitalizzare la protesta assennata, quindi, per focalizzare un profilo più consistente di quello esercitato come esponente un po’ alieno di una filiale partitica “romana”.

In un primo momento il M5S locale sembrava aver assorbito il colpo. La defezione di altri personaggi di spicco ha invece generato molta irritazione e fatto suonare più di un campanello di allarme. Köllensperger era riuscito a declinare in senso pragmatico e personale la sua leadership all’interno di un gruppo di militanti attardati in una fatale illusione ideologica: che alla fine i risultati siano esclusivo merito del collettivo, e per giunta ottenibili grazie ad una selezione meccanica, per non dire talvolta casuale, del ceto dirigente.

Corriere dell’Alto Adige, 5 settembre 2018