Intervista a Sabine Gruber

Sabine Gruber, scrittrice sudtirolese nata a Merano ma residente a Vienna, ha pubblicato da pochi mesi il suo quarto, bellissimo, romanzo: Stillbach oder die Sehnsucht. Un grande romanzo che, muovendosi su più livelli temporali e riuscendo in modo convincente a tratteggiare il destino personale dei protagonisti in relazione ad alcune vicende salienti della storia novecentesca, rivela una qualità artistica di spessore internazionale. Le ho rivolto alcune domande per mail alle quali ha molto gentilmente risposto.

La scrittura percorre molte vie per giungere a cristallizzarsi in un’opera che possa dirsi pienamente compiuta. Quali sono state le esperienze che ti hanno portata a creare un libro come Stillbach oder die Sehnsucht?

Es waren Geschichten und Anekdoten meiner Großmütter, die dazu geführt haben, daß ich mich mit der sozialen Lage von Frauen in der Zwischenkriegszeit und im Zweiten Weltkrieg zu beschäftigen begann. In der Folge stieß ich auf historisches Material, aus dem hervorging, daß es zwischen 1920 bis herauf in die 60er Jahre Südtirolerinnen gab, die als Dienstpersonal in italienischen Städten gearbeitet haben. Die Figur Emma zieht 1938 von dem ärmlichen Stillbach nach Rom und bleibt in der Ewigen Stadt, sie unterstützt ihre Familie in Stillbach, bis sie einen Römer heiratet, was ihr vor allem ihr Vater nie verzeiht. Mit der Erfindung der Figur Emma und der Wahl des Ortes Rom gingen Recherchen einher, die sich näher mit den politischen Verhältnissen jener Zeit befaßten, mit dem Faschismus einerseits und mit dem Einmarsch der Deutschen im Herbst 1943 andererseits. So war es naheliegend, auch den Partisanenanschlag in der Via Rasella im März 44 (bei dem 33 Südtiroler Wehrmachtssoldaten umkamen) und das darauffolgende Massaker der Deutschen an 335 italienischen Zivilisten in den Ardeatinischen Höhlen zu thematisieren.

La parola Sehnsucht è uno di quei termini della lingua tedesca che traduciamo con più difficoltà. Mentre “nostalgia” esprime soprattutto il desiderio di riappropriarsi del passato, nella Sehnsucht riecheggia anche una tensione, un anelito verso qualcosa di futuro. È possibile definire questo sentimento in rapporto alla rilevanza che esso assume per la comprensione del tuo romanzo?

Sehnsucht kann ein unbestimmter Gemütszustand sein, das Verlangen nach Liebe, nach etwas Entferntem, Unerreichbarem, eine Art Heimweh nach Stillbach, in das Emma nicht mehr so leicht zurückkehren kann. Jede Figur hat ihre eigenen Sehnsüchte; so sehnt sich der  Historiker Paul nach Wahrheit und Aufklärung, Clara hingegen vor allem nach einem neuen Leben jenseits ihrer beengenden Ehe – Sehnsucht ist auf jeden Fall eine Kraft, die Veränderungen herbeiführen kann.  Der Begriff “Heimweh” war mir zu rückwärtsgewandt und konservativ.

Si dice giustamente che il Sudtirolo sia un luogo esemplare per chi desidera ricostruire la natura di molti conflitti e avvenimenti che hanno caratterizzato il novecento europeo. Ritieni che oggi disponiamo di una distanza sufficiente per occuparci di questo passato, senza cioè rimanere impigliati nelle contraddizioni che ha prodotto e nei suoi meccanismi ricorsivi? E quale ruolo particolare può svolgere un’autrice che, come te, ritiene importante confrontarsi in modo approfondito su un argomento del genere?

Meine Generation hat den Vorteil, über ausgezeichnete historische und politikwissenschaftliche Werke zu verfügen, die es vor 10-20 Jahren noch nicht gegeben hat. Mit einem Roman kann man, wenn er unterschiedliche Zeitebenen und Figuren aufweist, Geschichte aus verschiedenen Blickwinkeln erfahrbar machen und somit auch deren Brüche und Widersprüche einfließen lassen. Mir war es wichtig, vieles in dem Buch offen zu lassen, so daß sich der Leser/die Leserin aus den erinnerten Erzählungen und historischen Informationen ein eigenes Bild schaffen muß. Denn Aufarbeitung ist immer individuell und von den eigenen Erfahrungen und dem Familien- und Gesellschaftskontext abhängig.

Sfruttando i ricordi personali dei protagonisti, i luoghi dove essi vivono e la relazione ai fatti storici che fanno da sfondo alle loro avventure, nel libro prende corpo anche un interessantissimo confronto tra le diverse “strategie del ricordo” che caratterizzano la cultura italiana e quella tedesca. È possibile sintetizzare con una formula gli esiti di questo confronto?

Es gibt Erinnerungen, die politisch und medial geprägt sind. Ich würde behaupten, daß in einem Land wie Deutschland, das sich sehr früh seiner NS-Vergangenheit stellen mußte, das Erinnerungsvermögen differenzierter ist als in einem Land wie Italien, das keine Nürnberger Prozesse kannte und den Faschismus und Kolonialismus bis heute verharmlost. In Südtirol wurde Erinnerung lange Zeit politisch instrumentalisiert. Man hat sich vor allem an die Unterdrückung unter dem Faschismus erinnert; die Erinnerungen an die Kollaboration mit den Nazis, wurden und werden noch immer gerne verdrängt. Es werden im Roman aber auch geschlechtsspezifische Unterschiede im Erinnerungsvermögen thematisiert. Pauls Gedächtnis ist sehr stark auf Fakten bezogen, er kann sich andererseits nicht genau erinnern, welcher Art seine emotionale Beziehung zu Ines war.

Il libro, che ha avuto un’eccellente ricezione critica e sta godendo del favore del pubblico, purtroppo non è ancora disponibile in italiano. Possiamo sperare di leggerlo presto anche tradotto?

Leider habe ich bisher noch keine Zusage von einem italienischen Verlag, wenngleich es Interessenten gibt. Es erstaunt mich doch, wie zögerlich die Verlage reagieren, denn ich weiß im Augenblick keinen anderen deutschsprachigen Roman, der sich auf so vielfältige Weise mit italienischer und deutscher Geschichte in Italien befaßt.

Per finire una domanda sul tuo futuro. Hai già pensato a come sottrarti dalla dolce schiavitù del successo e degli obblighi che questo comporta (presentazioni di libri, incontri, interviste)? O per dirla in modo più semplice: quali altre storie ti piacerebbe ancora raccontare?

Es wird nach dem Rummel um dieses Buch schwierig werden, in die Einsamkeit des Schreibens zurückzukehren. Ich habe bereits für nächstes Jahr zahlreiche Einladungen. Aber ich merke, wie ich zunehmend unruhig werde und bereits mit neuen Figuren spazierengehen, allerdings erzählen sie noch nicht sehr viel…

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Dal manifesto alla vita

Volevo scrivere qualcosa – o meglio: tornare a scrivere qualcosa – sul tema dell’indipendenza sudtirolese e su alcune frasi, lette sul blog BBD, che mi hanno fatto parecchio scuotere la testa. Così, ancor prima di cominciare a scrivere, ho pensato al titolo, a questo titolo, e poi mi sono accorto che oggi, proprio oggi, gli organi d’informazione riportano la notizia del suicidio assistito di Lucio Magri, uno dei fondatori de “Il Manifesto”, tanto da volgere subito quel titolo nel suo opposto (dal Manifesto alla morte) e suscitare così un doppio senso sgradevole del quale ovviamente mi scuso.

Nel blog BBD, dicevo, ho letto una frase che mi ha fatto scuotere la testa. La riporto senza alterazioni e non ricostruendo il contesto da cui l’ho prelevata in modo da passare subito al tema che mi sono proposto di svolgere (che poi sarebbe quello del passaggio dal manifesto alla vita) sia pure in forma di fuggevole (me ne rendo conto) accenno:

… se mi potresti scrivere in un email cosa pensi come si potrá cambiare la situazione del Zusammenleben e come si potrebbe dare una nuova Heimat agli italiani qui in sudtirolo, con la quale si possano identificare veramente, costruendo und nuova identita italo-tirolese per gli italiani qui da noi, su nuove fondamenta, e buttando via la vecchia, marcia identitá illusoria che si tiene ferma sul fascismo e neofascismo, ne sarei molto contento e ti potrei mandare la mia bozza del testo.

Credo che l’autore di queste parole sia giovane (e dunque anche abbastanza inesperto). Per chi volesse conoscere il suo modo di pensare questo è l’indirizzo del suo blog personale: http://freiessuedtirol.wordpress.com/. A me preme mettere in evidenza solo l’essenziale, segnalandolo con dei brevi commenti tra parentesi quadre.

La “Zusammenleben” [tra italiani e tedeschi del Sudtirolo] deve essere cambiata. Il cambiamento dovrebbe mettere capo a un sentimento di appartenenza alla Heimat da parte degli italiani [sentimento che evidentemente oggi non c’è, o è poco sviluppato, mentre quello dei tedeschi sussiste e non ha bisogno di essere ritoccato in alcun modo]. Per mettere capo a questo nuovo sentimento d’appartenenza occorre costruire una nuova identità italo-tirolese su nuove fondamenta [forse non è un caso che il trattino di “italo-tirolese” richiami subito l’idea di un fondamento, e sia insomma un gesto interamente fondazionalista – con tutto quello che in filosofia si congiunge all’uso di questo aggettivo – a sfociare qui nella logica di un trattino capace di costruire identità inedite]. La costruzione della nuova identità, infine, dovrà essere realizzata demolendo quella vecchia (vecchia identità definita marcia, illusoria, di stampo fascista e neofascista) [l’autore non fa capire qui se quest’opera di demolizione debba essere compiuta prima d’intraprendere l’opera di costruzione della nuova identità, oppure se la demolizione si realizzerà come effetto spontaneo della nuova costruzione; inoltre neppure ci fa sapere se, assieme alla demolizione di quella vecchia identità connotata in senso totalmente negativo – marcia, illusoria, fascista e neofascista – sia in gioco anche la distruzione di un’identità positiva – rovesciando gli aggettivi di prima, direi ancora vitale, concreta, antifascista e autonomista – che pure mi sembra caratterizzi il patrimonio ideale di non pochi italiani di qui e forse persino alcuni tedeschi].

Adesso potrei diffondermi in modo molto approfondito su ciascuno dei problemi segnalati dai miei rapidi commenti. Ma la cosa, ancorché stimolante e per certi versi necessaria (alla base del frammento citato si esprime una violenza forse inconsapevole di essere tale, violenza dunque forse persino più pericolosa di quella manifesta, perché stupida e travestita da sentimenti persino nobili) allungherebbe di molto questo intervento. Mi concentrerò così soltanto sull’uso di quel trattino e sul gesto fondazionalista che ho già evidenziato. Per farlo, è sufficiente ricorrere a una citazione di Jacques Derrida, citazione contenuta nel libro Il monolinguismo dell’altro (1996)[1], suggerendone caldamente la lettura agli amici di BBD (ovviamente ai più scaltri di loro: non sono molti) e a tutti quelli che vanno da anni parlando di cose che fingono di conoscere (soprattutto per quanto riguarda le loro possibili conseguenze). Ma ecco cosa dice Derrida (e ovviamente ognuno provveda a tradurre il termine “franco-magrebino”, da lui usato nel suo contesto, nell’espressione “italo-tirolese” che serve a comprendere il nostro; e ovviamente si badi bene alle parti scritte qui evidenziate in neretto; e ovviamente si legga lentamente e si rilegga, all’occorrenza):

Secondo una legge circolare che è familiare alla filosofia, si affermerà dunque che colui che è il più, il più puramente o il più rigorosamente, il più essenzialmente franco-magrebino, costui permetterebbe di decifrare cosa è essere franco-magrebino in generale. Si decifrerà l’essenza del franco-magrebino sull’esempio paradigmatico del “più franco-magrebino”, del franco-magrebino per eccellenza. Se supponiamo ancora – il che è tutt’altro che certo – che ci sia una qualche unità storica della Francia e del Magreb, la “e” non è comunque mai data, ma solo promessa o addotta. È di questo che in fondo dovremmo parlare, è di questo che non smettiamo di parlare, anche quando lo facciamo per omissione. Il silenzio di questo trattino non pacifica o non calma niente, nessun tormento, nessuna tortura. Non farà mai tacere la loro memoria. Potrebbe addirittura aggravare il terrore, le lesioni e le ferite. Un trattino non basta mai a coprire le proteste, le grida di collera o di sofferenza, il rumore delle armi, degli aerei e delle bombe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 


[1] Ed ecco un caso davvero curioso: riprendendo in mano il libro per ricorrere alla citazione che segue, ho rinvenuto tra le sue pagine una copia del „Manifesto“ di BBD. Non ricordo in nessuno modo perché e quando l’abbia messa lì. Ma giuro che stava proprio lì.

Sabine Gruber in Brixen

Esattamente una settimana fa, all’Hotel Elephant, ho avuto il grandissimo piacere d’introdurre, assieme ad Hans Heiss, una Lesung di Sabine Gruber, l’autrice del bellissimo romanzo Stillbach oder die Sehsucht. Col permesso di Hans pubblico qui il suo intervento riservandomi di pubblicare in seguito l’intervista che le ho fatto [QUI].

Sabine Gruber, Stillbach oder die Sehnsucht, München 2011

Hotel „Elephant“ Brixen, 20. 11. 2011

Veranstaltet von heimat Brixen/Bressanone/Porsenu

Wir freuen uns, dass Sabine Gruber bei uns ist, hier im “Elephanten“ und in Brixen, wo „Stillbach“ großes Interesse gefunden hat. Nur eine denkbar knappe Einführung, da wir gespannt sind auf die Einbegleitung von Gabriele Di Luca, weil Raum sein soll für Ihre, an die Lesung anschließenden Fragen und vorab für die Autorin selbst.

 Im Rhythmus der Lebens-Reisen

Sabine Gruber ist seit Juli dieses Jahres auf einer langen Lesereise, in der Begegnung mit wechselndem Publikum, die gewiss Kraft kostet, ihr aber auch – so hoffen wir – Energie zurückgibt. Auch „Stillbach“ ist ein Buch des Reisens, in einer Pendelbewegung zwischen Gegenwart, mehreren Vergangenheiten und mit einem Vorschein von Zukunft. Räumlich im Mittelpunkt steht die Reise nach Rom, an einen universalen Ort der Geschichte, zugleich Schauplatz individueller Erfahrungen und persönlicher Geschichten.

„Stillbach“ setzt ein mit der Reise von Clara, einer der drei Protagonistinnen des Buches von Wien über Südtirol nach Rom, auf dem Weg zur Auflösung des Haushalts von Ines, ihrer eben verstorbenen Freundin, mit der ihr Leben untrennbar verflochten ist. Bereits auf dieser Reise entfaltet der Text jene ziehende Kraft, die seine Faszination ausmacht: Die Präzision, Detailsicherheit und Eindringlichkeit der Beschreibung, den Wechsel der Stimmungen im Vorübergleiten der Landschaft, das Verfließen von Innen und Außen, das Aufblitzen von Situationen und zugleich auch die Vertiefung. Die Sicherheit in der Wahl von Tempi und wechselnden Taktarten, die Musikalität und der Sog, den der Text bereits auf den ersten Dutzend Seiten voll ausspielt, sind schlichtweg stupend. Den Jazzfreund erinnern die Stränge solcher Musikalität an die hypnotische Kraft einer Gruppe wie Ronin um den großartigen Pianisten Nik Bärtsch.

„Stillbach“ handelt vom Leben von Frauen in unterschiedlichen Generationen und Existenzorten, von Männern und ihren Absenzen, sein Hauptthema aber ist das Schreiben selbst. Emma Manente, die älteste Akteurin, 1916 geboren und damit Generation Magnago, durchläuft in ihrem Aufwachsen in Stillbach, ihrem Umzug nach Rom und ihrem Aufstieg vom Dienstmädchen zur Hotelbesitzerin nicht nur Stationen persönlicher, wenn auch gebrochener Entfaltung, sondern spiegelt in ihrer Vita zentrale Stationen Südtiroler und europäischer Geschichte des 20. Jahrhunderts, im Blick auf die Kriegsjahre 1943-45, auf die Zeit der deutschen Besetzung, der Judenverfolgung, des Anschlags von Via Rasella und ihren Konsequenzen.

Ines und Clara hingegen, die beinahe Emmas Enkelinnen sein könnten, entstammen der Generation Post-Achtundsechzig, Ines kommt als Dienstmädchen 1978 nach Rom, im annus mirabilis, als Moro entführt und ermordet wird, als mit Pertini ein vormaliger Partisan zum Presidente aufsteigt und mit Johann Paul I und II das Papsttum neue Weltgeltung erreicht. In eben dem Jahr 1978, das – so darf man für Südtirol hinzufügen, ohne dass dies im Buch explizit erwähnt wird – mit dem Tod von N.C. Kaser der Dissens im Land neue Qualität erreicht und eine neue Ära auch der Literatur einsetzt. Das Buch ist wesentlich gebaut um die Achsen der Basisjahre 1943 und 1978, um die Einschreibungen der Vergangenheit in die Gegenwart, wenn etwa mit Pertini eine Hauptfigur der Via Rasella zum Präsidenten der Republik aufsteigt und mit Erich Priebke im aktuellen Rom das Böse des 20. Jahrhunderts bis zum Schluss weiterhin präsent ist. Das Unabgearbeitete der Vergangenheit frisst sich in die Gegenwart durch, aber Geschichte ist längst nicht Alles, wird sie doch im nachhinein stets in Frage gestellt vom Eigensinn jeder Epoche und der in ihr handelnden Menschen.

Grenzen der Geschichte

„Stillbach“ schlägt auch eine Schneise in die Gegenwart, in das späte Berlusconi-Italien, das in diesen Tagen endlich abgedankt hat, sodass das Buch ungewollt auch ein Schlussstein ist, ein wenig Abgesang auf eine unselige Ära. Sie finde ich im Buch personifiziert in der Gestalt jenes Exhibitionisten, der dem nach Rom fahrenden Zug, in dem Clara sitzt, an der Bahnstrecke seinen erigierten Penis entgegen reckt, zwar obszön, aber wehrlos und von der Geschichte überholt.

“Stillbach“ ist auch Bilanz des 20. Jahrhunderts und seiner Nachwirkungen, das über den Zugang von Familien- und Generationenerfahrungen erschlossen wird, darin nicht unähnlich dem soeben erschienenen „Mittelreich“ von Josef Bierbichler oder in Eugen Ruges „In Zeiten abnehmenden Lichts“ – deutlich wird allemal, dass die jüngere Geschichte unter dem dramatischen Druck der Gegenwart neue Bewertungen einfordert.

Geschichte und ihre Grenzen: Die in Stillbach entfalteten Biografien, zumal der Frauen sind exemplarisch für das Leben zwischen Bindung, Belastung und Befreiung. Und der Historiker Paul, der männliche Hauptprotagonist, ist mit Francesco Repräsentant einer Männer-Generation, die in neuen Selbstentwürfen trotz ihrer Brüchigkeit allmählich wieder Hoffnung gibt.

Emma, Ines und Clara sind zugleich aber auch weit mehr als bloße Typen oder Verkörperungen bestimmter Existenzweisen. Der Charakter der Figuren ist eigen-mächtig, sie sind in ihrer Lebensgestaltung und Präsenz so persönlich, dass sie sich dem Vollzug von Geschichte, der Macht ihrer Prägungen immer wieder entziehen. Der Text bildet sie in ihrer Identität, in ihren Haltungen aus, er verflüssigt zugleich aber immer wieder das scheinbar Feste und Unumstößliche. Er macht damit deutlich: Erzählen befreit von der Macht der Geschichte, von den Lähmungen des Äußeren und Auferlegten. Je mehr „Stillbach“ voranschreitet, umso mehr wissen wir zwar, umso rätselhafter werden aber auch die inneren Beweggründe und Motive der Handelnden. Daher bietet Stillbach zwar Fakten, Deutungen und Interpretationen in reicher Fülle an, es macht aber auch deutlich, wie die Narration alle Gewissheiten immer wieder unterläuft, wie neue Skripts die Fundamente unserer Selbst- und Fremdentwürfe fortwährend unterspülen.

Die erzählerische Dichte und Präzision, mit der Sabine Gruber aufwartet, ist daher auch von leiser Tücke, hinter der Genauigkeit ihrer Recherche lauert daher auch eine Falle, in die sie die Leser hineinlockt. So schildert sie das römische Hotel von Emma Manente in Räumen und Arbeitsabläufen mit einer Exaktheit, die jeden Insider geradezu entzückt, bis hinein in die kleinen Details der Küchenarbeit und Serviceabläufe.

Wir wissen aber auch, dass im Hotel per se nichts fest und auf Dauer ist, dass es ein Raum des Wechsels und der Illusionen ist, ein „Schwellenort“, in dem Dauer keinen Platz findet, in dem Gäste und Mitarbeiter ständig wechseln, das Hotel als Metapher des Lebens und der Geschichte.

 Gehen ohne Grund

Wenn auf der Erde das Sinngewebe zerrissen ist  – so fragt Clara am Schluss – bliebt dann nur mehr das Wolkengewebe am Himmel, seine ständig wechselnden und zerfließenden Muster?

Wenn aber auch alles Feste und Unumstößliche in Frage steht, fügen wir hinzu, so bleibt doch der Strom des Erzählens, das Fluten jenes Stillbachs, der ungestillte Sehnsucht, aber auch Erfüllung zugleich bedeutet. Und es bleiben jene Momente der Nähe und Verbindlichkeit zwischen Menschen, die stärker sind als Einsamkeit und Tod, die Zeiten und Abschiede überdauern.

Wir müssen Sabine Gruber dankbar sein für „Stillbach“, das von Südtirol handelt, aber über das Land und seine Beschränkungen hinausweist, das die Leichen im Keller benennt, aber nicht gegen die Vergangenheit anschreit. Die „Toten werden nicht mehr getötet“, vielmehr erschließt „Stillbach“ in der Kraft des Erzählens Öffnungen und Hoffnungen in Fülle, in einem tieferen Wissen, das nicht Resignation verbreitet, sondern Zuversicht und Gelassenheit.

Una questioni di stile, ma non solo

Con il cambio di governo appena avvenuto, e prima ancora di poter saggiare i suoi primi passi, non pochi osservatori politici hanno rilevato come sia il profondo mutamento sul piano dell’immagine a costituire già il punto di discontinuità più rilevante rispetto al passato. E questo proprio perché lo stile così inappariscente e compassato che caratterizza il nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti, è intonato a quei principi etici trascurati e persino irrisi dall’opera del suo predecessore.

Trovandoci ad assistere a questi accadimenti dalla nostra posizione particolare – cioè al confine tra due mondi culturali, quello mediterraneo e quello mitteleuropeo, che durante la lunga stagione del “berlusconismo” si sono per molti versi sensibilmente allontanati – possiamo senz’altro salutare positivamente una tale innovazione stilistica. Infatti, anche se il progressivo crollo di credibilità mostrato dai mercati nei confronti delle nostre istituzioni non è solo da attribuire ai molti difetti incarnati da Silvio Berlusconi, la qualità dei comportamenti pubblici e privati, giustamente ritenuti appropriati al ruolo di un leader, rappresenta un capitale irrinunciabile per un Paese che non voglia essere trattato dall’alto in basso dai suoi partner di riferimento. E questo ovviamente vale per gli altri stati europei ma anche per la nostra piccola e autonoma provincia, sempre percorsa da fremiti di superiorità e di malcelata soddisfazione ogni qual volta il resto dello stivale si copre di ridicolo o affonda nel fango.

L’orientamento ideale del Corriere dell’Alto Adige è notoriamente molto distante da qualsiasi rivendicazione di tipo nazionalistico o di retorico patriottismo. Ma il senso per la dignità e il rispetto della nazione – anche in merito al contributo dato allo sviluppo di questo suo estremo lembo di terra e nella prospettiva di un’auspicabile unificazione continentale – costituisce la garanzia di un’armonica integrazione delle nostre articolate specificità identitarie. Quando questo senso viene a mancare – negli ultimi tempi ne abbiamo avuto la sofferta prova – si originano spinte centrifughe basate ancora una volta sul rancore o la supposizione di meriti e demeriti univoci, tutti fattori di sicuro impoverimento collettivo.

Augurando quindi al senatore Monti che il suo lavoro possa incidere positivamente sul quadro generale dei gravissimi problemi economici e finanziari che dovrà affrontare, intanto ci contentiamo che il benefico effetto della sua responsabile presenza possa riverberarsi anche un po’ dalle nostre parti, restituendo all’Italia e agli italiani qualche frammento di considerazione perduta. Non si tratta di un progresso da poco.

Corriere dell’Alto Adige, 24 novembre 2011

L’italianità ricoperta (indovinate di cosa…)

Eh, non si fa in tempo a bastonarne uno che subito spuntano gli altri ad esigere il medesimo trattamento. Ieri avevo scritto delle disavventure della povera Michaela Biancofiore (sul Corriere, peraltro, se ne è occupato persino Stella, concentrandosi sugli strafalcioni linguistici di questa indomita paladina dell’italianità). Ma per non lasciare del tutto sola la collega di partito nella sua alquanto penosa traversata nel deserto, oggi è spuntato anche il “moderato” e gran censore di blog Giorgio Holzmann. Pubblico di seguito il fondo di Toni Visentini che ovviamente condivido al 100%.

Povero Presidente Monti! Prima l’on. Michaela Biancofiore con la sua ”Todesmarsch” degli italiani e poi l’on. Giorgio Holzmann con la sua ”pulizia etnica”:  come se di problemi Monti non ne avesse abbastanza, come se non gli fosse sufficiente l’aver davanti l’impresa di salvare l’Italia tutta intera, l’Euro e dunque pure tutta l’Europa. Adesso gli tocca anche salvare ”gli italiani dell’Alto Adige” dai guasti combinati dal governo… Berlusconi. E a chiederglielo – un misto di paradosso e di faccia tosta – sono proprio i due parlamentari simbolo locale di quel governo che hanno sostenuto, amato, esaltato salvo poi scoprire, fuori tempo massimo, che gli importava poco o niente dei famosi ”italiani dell’Alto Adige”: molto meglio e molto più utili un paio di astensioni Svp in Parlamento.

Il fatto è che tra Biancofiore ed Holzmann, con relativi adepti al seguito, continua la sfida all’ Ok Corral, il duello all’ultimo sangue alla fine del quale ci sarà la conquista del partito ed allora, come ci ha insegnato in questi anni una politica truculenta, non si faranno prigionieri. In questa sfida – ed il grave sta proprio qui – l’arma che entrambe le fazioni hanno deciso di usare e’ quella del patriottismo nazionale e dei simboli fascisti. Insomma, si va avanti per l’antica strada che per decenni ha tenuto congelati non solo migliaia di consensi ma anche le energie di tantissimi nostri concittadini cullandoli nella falsa illusione che vivere a Bolzano-Bozen è come abitare a Sassari o Rovigo. Su questa strada si è mosso pure il Presidente del Consiglio provinciale Mauro Minniti andando in giro a deporre corone sugli ossari. Poi sono arrivati anche i giovani del partito armati di tricolori a ripescare il monumento alla Vittoria come monumento ai caduti. Sull’altro fronte interno al Pdl, l’on. Biancofiore si ė messa a scrivere al ministro Tremonti ( che pure è il più odiato dai berlusconiani doc) per chiedergli di mettere una toppa a quanto fatto dal suo collega ministro Bondi. Oggetto del contendere è il duce a cavallo di piazza Tribunale considerato specchio e simbolo di una italianità che per loro pare non esistere se non legata al fascismo. Poi, non bastasse, c’è stato il discorso alla Camera sulla ”Todesmarsch”. 

Ora – non facciamoci mancare nulla – è la volta dell’on. Holzmann. Evidentemente non ci sta a farsi bollare come moderato (o peggio) dai suoi rivali interni. Ed anche lui – come Biancofiore a Tremonti – si è messo  a scrivere rivolgendosi però allo stesso Monti. I temi sono sempre quelli: cartelli di montagna, toponomastica e Duce a cavallo. Il tutto sotto la voce ”pulizia entica” che però – ultima stilettata alla Biancofiore ed al patron politico – attribuisce non al comportamento del ministro Bondi  ma ”all’accordo Frattini-Durnwalder”.  Signor Presidente Monti, è il tono della missiva di Holzmann, ”la invito a soprassedere”.

Insomma, sulle macerie di un centrodestra altoatesino sempre più diviso, frastornato e soprattutto disilluso, l’unica idea venuta in mente ai suoi litigiosi dirigenti è quella di tornare al passato ed alle certezze di un nazionalismo che ha già dimostrato il proprio fallimento. Sì, l’Italia rischia di andare a rotoli ma noi teniamoci ben stretto il nostro Duce a cavallo. Intanto però – tra errori della lettera di Biancofiore a Tremonti e virgole ballerine della lettera di Holzmann a Monti – non sarebbe male se i nostri difensori dell’italianità si prendessero un po’ più a cuore anche la lingua italiana.

Corriere dell’Alto Adige, 23 novembre 2011 (pubblicato col titolo “L’italianità riscoperta”)