Le due facce di CasaPound

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Com’era già accaduto durante la votazione per l’insediamento del sindaco, i tre consiglieri di CasaPound si sono astenuti in occasione dell’approvazione del documento di programmazione economica di fine anno. La notizia è stata data con un certo rilievo dai media, che hanno sottolineato il carattere di reciproca «apertura» tra l’ala più estremistica dell’opposizione e il governo cittadino. Qualcuno ha ritenuto esagerata l’enfasi, considerando la limitazione che il richiamo a ideologie contrapposte trova nel concetto e nella pratica dell’«amministrazione».

È dunque sul piano amministrativo, non su quello ideologico, che può darsi, come visto, una convergenza. Non è un male sia così. Pensare che non sia un male significa, senza introdurre ulteriori sfumature, affermare sia anche un bene? Cercare una risposta ci permette di approfondire la questione della strategia comunicativa di CasaPound, composta da una miscela assai variegata di attitudini: vicinanza alle esigenze della popolazione italiana più svantaggiata (sulla pagina Facebook della sezione bolzanina campeggia la scritta: «Essere liberi di dire prima gli italiani e dopo, forse, gli stranieri»), volontarismo teso a ristabilire una rozza, ancorché efficace, lotta contro il «degrado», fino a un’equivoca interpretazione della propria funzione di sentinella della sicurezza che tende a sostituirsi, anche maldestramente, alle forze dell’ordine. L’utilizzo di simboli tratti dal passato fascista e nazista, poi, aggiunge quella nota provocatoria, quando non sfocia nella violenza vera e propria, che serve a coltivare il proselitismo di chi avrebbe qualche difficoltà a seguire una strategia troppo mansueta e istituzionalizzata sul côté amministrativo, specialmente in una città come Bolzano, tendenzialmente di destra. Sia detto ironicamente: ciò funziona benissimo come promessa di affidabilità a tuttotondo.

Se i vantaggi della strategia complessiva sembrano, per CasaPound, assodati, rimane il dubbio non lo siano per chi non può limitarsi a incassare tali «aperture» senza chiedersi quale sia la reale posta in gioco. Ci vorrebbe, insomma, un po’ di reciprocità, andando ad occupare fuori dal Palazzo quelle zone del consenso ancora mobilizzabile dove gli adepti della tartaruga possono sin troppo facilmente spacciarsi per gli unici, o comunque i più attrezzati, a costituirne il lievito. Le prossime elezioni amministrative sono lontane, ma il terreno, a lungo inaridito, deve essere preparato con grande anticipo.

Corriere dell’Alto Adige, 28 dicembre 2016

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La democrazia calpestata

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Prima di commentare l’ultimo gesto compiuto da Andrea Bonazza, l’esponente di CasaPound che durante una seduta del Consiglio comunale ha mostrato una felpa recante una sigla nazista, una breve annotazione.

All’inizio degli anni Settanta, in Francia, uscì un film documentario intitolato «Le Chagrin et la Pitié» nel quale compare l’intervista a Christian de la Mazière, un sopravvissuto della seconda guerra mondiale attivo nella divisione «SS Charlemagne», la stessa evocata da Bonazza con la sua felpa. Alla domanda sul perché fosse diventato un collaborazionista, e se provasse rimorso per aver compiuto tale scelta, l’uomo rispose che il suo ambiente di provenienza era di destra, che prima della guerra era stato colpito dalle notizie allarmanti sul comportamento dei comunisti in Unione Sovietica e in Spagna, e che lui condivideva anche molta della mentalità razziale e antisemita diffusa al suo tempo. Alla fine, però, espresse la consapevolezza di aver aderito a una causa sbagliata.

Il percorso individuale di de la Mazière implica l’inversione di un corso di pensieri di solito agevolati collettivamente a muoversi in tutt’altra direzione. La fedeltà alle idee nelle quali si è creduto, anche quando si appoggiano a principi aberranti, e la forte presenza di un orientamento politico contrario, che tende a cristallizzare le colpe, costituiscono ostacoli a una rielaborazione autocritica del passato. Con il passare degli anni ciò è sfociato in una mentalità vittimistica che trova sfogo nell’esibizione infantile di simboli proibiti, soprattutto se la probabilità di scandalizzare è ormai garantita a basso costo (basta una felpa) e comunque risulta assorbita da una società civile intorpidita, cioè non più abituata a esercitare su simili temi una sensibile soglia di vigilanza, perché non ne ricorda o ne riconosce il pericolo.

Aspettarsi che Bonazza e i suoi sodali, al pari di de la Mazière, giudichino come stupida e criminale l’ideologia alla quale continuano a tributare adesione è inverosimile. Il capitale di riconoscibilità sociale ereditato adottando di tanto in tanto questi facili stratagemmi autopromozionali non è più messo in discussione da un’efficace morale sanzionatoria, senza la quale neppure le leggi possono peraltro agire. Al contrario, ogni giorno cresce il numero di chi irride la correttezza politica che ancora tenta, a fatica, di levare in aria il suo dito ammonitore. Per troppe persone, ormai, democrazia significa rivendicare il diritto di «sputare» sulla stessa democrazia e i suoi valori fondanti.

Corriere dell’Alto Adige, 21 dicembre 2016

Il gelido inverno dell’autonomia

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C’era una volta un bel sogno di mezzo autunno, ricordate? L’autunno del secondo statuto di autonomia, quando tutti additavano le sue foglie ormai ingiallite, quindi era già il sogno della sua primavera, i nuovi frutti da raccogliere insieme a quelli che avrebbe maturato l’intero Paese, sull’onda di un più vasto slancio riformatore. Il 4 dicembre equivale allora al soffio del più gelido inverno. Fine del sogno riformatore (o dell’incubo, dipende da come si è votato) e nuovo addensarsi di dubbi sul senso e il destino dei due organismi provinciali, Convenzione e Consulta, attraverso i quali avremmo dovuto mettere capo a una riscrittura dei principi fondamentali che informano le nostre istituzioni.

La prima reazione all’improvviso cambio di stagione ha generato in realtà commenti di circostanza, come se niente fosse, come se si dovesse — e si potesse — andare avanti comunque. A Bolzano, sul terreno già accidentato da scetticismo e polemiche, mentre l’ultima riunione del cosiddetto gruppo dei Cento ha fatto registrare quasi la metà di posti vuoti, a dissimulare l’evidente imbarazzo è stata esibita la scusa del ponte dell’Immacolata. Ma davvero è possibile andare avanti comunque?

Ora, prima di abbandonarci al cinico pessimismo al quale, per la verità, siamo fin troppo abituati, occorrerebbe cercare di individuare nel famoso bicchiere (quello mezzo pieno) una traccia di liquido. Certo, il prosciugamento non si può negare, perché essendo stato privato della sua cornice più larga, il compito da assegnare alle proposte si è ridotto e assomiglia a un piccolo gioco di società, di quelli che si fanno per non capitolare dopo una cena abbondante. Ma in realtà è sempre stata un’illusione il ritenere Consulta e Convenzione organi appena più incisivi di due buone camere di compensazione, spazi di mediazione tra i desideri più impetuosi delle minoranze iper-autonomistiche (o finanche indipendentiste) e la cavillosa realtà dei paragrafi e delle successive istanze con le quali ogni seria riforma avrebbe dovuto poi comunque confrontarsi. Una scuola di educazione civica, in pratica, dalla quale, forse, siamo ancora in tempo a ricavare un po’ di metodologia e qualche grano di buon senso.

Se ciò accadrà, pur essendo finito apparentemente su un binario morto, un più circoscritto e circospetto intento riformatore potrebbe non essere ancora totalmente privo di futuro. Almeno per ciò che riguarda quello che possiamo plasmare con le nostre mani.

Corriere dell’Alto Adige, 15 dicembre 2016

Il sabotaggio delle urne

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Talvolta l’immagine di una spaccatura si riesce a comprendere meglio dai numeri, più icastici della fotografia di un terreno crepato dal sole di agosto. L’Italia che vota compatta “no” e le poche regioni che assecondano i desideri di un premier in procinto di dimettersi. Una provincia, la nostra, che va in controtendenza e segue le indicazioni del partito di raccolta nelle valli più profonde, quelle “tedesche”, ma che nei centri in maggioranza abitati dagli “italiani” torna a sintonizzarsi sulla tendenza nazionale. Quindi Bolzano, con i suoi quartieri divisi: Don Bosco, Oltrisarco-Aslago, Europa-Novacella schierati contro le riforme; Gries-San Quirino e Centro-Piani-Rencio docilmente incamminati sulla via maestra e governativa.

Al netto delle frasi di circostanza, il dato è abbastanza semplice da registrare. Tra i due partiti che più si sono fatti carico di sostenere le ragioni del cambiamento, solo alla Svp di Arno Kompatscher – giacché una Svp minore, e quindi perdente, aveva deciso di aderire alla campagna del “no” – è riuscita l’impresa di spronare al voto una notevole quantità di cittadini e orientarne così la scelta. Il Pd locale, invece, questa impresa l’ha fallita, e il voto degli elettori di lingua italiana ha costituito un fronte sfrangiato, al suo interno contraddittorio, ma ugualmente unito dallo stesso dissenso. In provincia di Bolzano, insomma, il fantomatico “partito degli italiani”, inesistente sulla carta, si è materializzato esponendo dei connotati chiari e confusi, come il filosofo Leibniz definiva quelle idee che, pur essendo afferrabili, non consentono di individuarne le componenti.

Ciò nonostante, una componente è forse individuabile. Parliamo dell’incapacità conclamata, da parte dei politici italiani che da anni governano questa provincia all’ombra dei loro colleghi di lingua tedesca, di trasmettere alla popolazione che rappresentano almeno la sensazione di un’appartenenza territoriale radicata, e soprattutto la fiducia che la loro sia una rappresentanza all’altezza. Certo, anche tra chi ha votato “no” vi sono quelli che l’hanno fatto perché hanno percepito la riforma come centralistica, iscrivendosi quindi nel novero occulto degli autonomisti dissidenti o privi di origine garantita. La maggioranza, però, ha colto l’occasione per dichiararsi ostile all’autonomia e ha voluto sabotare il progetto di chi ne possiede le chiavi. Il probabile naufragio del terzo statuto potrebbe riaprire scenari conflittuali che pensavamo fossero ormai definitivamente consegnati al passato.

Corriere dell’Alto Adige, 8 dicembre 2016