Il sabotaggio delle urne

urne

Talvolta l’immagine di una spaccatura si riesce a comprendere meglio dai numeri, più icastici della fotografia di un terreno crepato dal sole di agosto. L’Italia che vota compatta “no” e le poche regioni che assecondano i desideri di un premier in procinto di dimettersi. Una provincia, la nostra, che va in controtendenza e segue le indicazioni del partito di raccolta nelle valli più profonde, quelle “tedesche”, ma che nei centri in maggioranza abitati dagli “italiani” torna a sintonizzarsi sulla tendenza nazionale. Quindi Bolzano, con i suoi quartieri divisi: Don Bosco, Oltrisarco-Aslago, Europa-Novacella schierati contro le riforme; Gries-San Quirino e Centro-Piani-Rencio docilmente incamminati sulla via maestra e governativa.

Al netto delle frasi di circostanza, il dato è abbastanza semplice da registrare. Tra i due partiti che più si sono fatti carico di sostenere le ragioni del cambiamento, solo alla Svp di Arno Kompatscher – giacché una Svp minore, e quindi perdente, aveva deciso di aderire alla campagna del “no” – è riuscita l’impresa di spronare al voto una notevole quantità di cittadini e orientarne così la scelta. Il Pd locale, invece, questa impresa l’ha fallita, e il voto degli elettori di lingua italiana ha costituito un fronte sfrangiato, al suo interno contraddittorio, ma ugualmente unito dallo stesso dissenso. In provincia di Bolzano, insomma, il fantomatico “partito degli italiani”, inesistente sulla carta, si è materializzato esponendo dei connotati chiari e confusi, come il filosofo Leibniz definiva quelle idee che, pur essendo afferrabili, non consentono di individuarne le componenti.

Ciò nonostante, una componente è forse individuabile. Parliamo dell’incapacità conclamata, da parte dei politici italiani che da anni governano questa provincia all’ombra dei loro colleghi di lingua tedesca, di trasmettere alla popolazione che rappresentano almeno la sensazione di un’appartenenza territoriale radicata, e soprattutto la fiducia che la loro sia una rappresentanza all’altezza. Certo, anche tra chi ha votato “no” vi sono quelli che l’hanno fatto perché hanno percepito la riforma come centralistica, iscrivendosi quindi nel novero occulto degli autonomisti dissidenti o privi di origine garantita. La maggioranza, però, ha colto l’occasione per dichiararsi ostile all’autonomia e ha voluto sabotare il progetto di chi ne possiede le chiavi. Il probabile naufragio del terzo statuto potrebbe riaprire scenari conflittuali che pensavamo fossero ormai definitivamente consegnati al passato.

Corriere dell’Alto Adige, 8 dicembre 2016

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