Il gelido inverno dell’autonomia

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C’era una volta un bel sogno di mezzo autunno, ricordate? L’autunno del secondo statuto di autonomia, quando tutti additavano le sue foglie ormai ingiallite, quindi era già il sogno della sua primavera, i nuovi frutti da raccogliere insieme a quelli che avrebbe maturato l’intero Paese, sull’onda di un più vasto slancio riformatore. Il 4 dicembre equivale allora al soffio del più gelido inverno. Fine del sogno riformatore (o dell’incubo, dipende da come si è votato) e nuovo addensarsi di dubbi sul senso e il destino dei due organismi provinciali, Convenzione e Consulta, attraverso i quali avremmo dovuto mettere capo a una riscrittura dei principi fondamentali che informano le nostre istituzioni.

La prima reazione all’improvviso cambio di stagione ha generato in realtà commenti di circostanza, come se niente fosse, come se si dovesse — e si potesse — andare avanti comunque. A Bolzano, sul terreno già accidentato da scetticismo e polemiche, mentre l’ultima riunione del cosiddetto gruppo dei Cento ha fatto registrare quasi la metà di posti vuoti, a dissimulare l’evidente imbarazzo è stata esibita la scusa del ponte dell’Immacolata. Ma davvero è possibile andare avanti comunque?

Ora, prima di abbandonarci al cinico pessimismo al quale, per la verità, siamo fin troppo abituati, occorrerebbe cercare di individuare nel famoso bicchiere (quello mezzo pieno) una traccia di liquido. Certo, il prosciugamento non si può negare, perché essendo stato privato della sua cornice più larga, il compito da assegnare alle proposte si è ridotto e assomiglia a un piccolo gioco di società, di quelli che si fanno per non capitolare dopo una cena abbondante. Ma in realtà è sempre stata un’illusione il ritenere Consulta e Convenzione organi appena più incisivi di due buone camere di compensazione, spazi di mediazione tra i desideri più impetuosi delle minoranze iper-autonomistiche (o finanche indipendentiste) e la cavillosa realtà dei paragrafi e delle successive istanze con le quali ogni seria riforma avrebbe dovuto poi comunque confrontarsi. Una scuola di educazione civica, in pratica, dalla quale, forse, siamo ancora in tempo a ricavare un po’ di metodologia e qualche grano di buon senso.

Se ciò accadrà, pur essendo finito apparentemente su un binario morto, un più circoscritto e circospetto intento riformatore potrebbe non essere ancora totalmente privo di futuro. Almeno per ciò che riguarda quello che possiamo plasmare con le nostre mani.

Corriere dell’Alto Adige, 15 dicembre 2016

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