Un ponte da Cesare a Cesare

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La sovrapposizione è sconcertante. Davvero però qualcuno ha scambiato le numerosissime targhe commemorative di Cesare Battisti, l’irredentista giustiziato il 12 luglio 1916 nella fossa della Cervara, presso il Castello del Buonconsiglio di Trento, per una celebrazione in vita dell’ex terrorista, nato 38 anni dopo a Cisterna di Latina e recentemente estradato dalla Bolivia in Italia con grande soddisfazione di popolo? La triste burla, o il tragico abbaglio, rivela in realtà qualcosa di molto significativo, al di là della banale omonimia e della vaga somiglianza fisica dei due personaggi storici. La potremmo chiamare persistenza patibolare, e purtroppo la distanza di un secolo tra gli episodi ci informa che l’evoluzione dei costumi non è qualcosa di lineare, ma passa per curve, faticosi tornanti e persino impensabili regressi.

Richiamiamo allora alla memoria l’impiccagione del primo Battisti, eseguita come detto a Trento per mano di un boia fatto venire apposta da Vienna addirittura prima che iniziasse il processo. La scena, fissata da una serie di fotografie diffuse poi come cartoline, è notissima nella nostra Regione. Nella sua colossale opera di denuncia contro la guerra, lo scrittore Karl Kraus vi scorse un penoso documento d’inadeguatezza, d’insensata crudeltà da parte delle autorità austroungariche. In particolare, sull’immagine che ritraeva Battisti già morto, dominato in alto dalla faccia sorridente di Josef Lang, il boia.

Kraus appose una sentenza di inappellabile sdegno: «Non solo abbiamo impiccato, ma ci siamo anche messi in posa […]. E il particolare effetto della nostra mostruosità è che quella propaganda nemica […] non ha nemmeno avuto bisogno di fotografare i nostri misfatti perché, con sua grande sorpresa, ha trovato le nostre fotografie dei nostri fatti sul luogo stesso del delitto, dunque noi “al naturale” in tutta la nostra ingenuità».

battisti in carcere

Anche nel caso del secondo Battisti la scena è stata allestita in modo patibolare, ancorché senza la minima ingenuità. Certo, qui non è avvenuta alcuna impiccagione, eppure l’esposizione umiliante del prigioniero appena sceso a terra riesce a stabilire un ponte tra i sorrisi di un tempo e quelli dell’attuale ministro dell’Interno e del suo collega Guardasigilli. Un comportamento stigmatizzato anche da un documento promosso dalla giunta dell’Unione delle Camere penali: «I ministri Bonafede e Salvini hanno ritenuto di doversi presentare in aeroporto, dove erano stati zelantemente predisposti palchetti, per esibirsi in favore di telecamera, al fine di acquisire nell’immaginario collettivo il merito di un evento frutto, come è ben noto, del lavoro ultratrentennale dei vari governi che si sono succeduti nel tempo, al pari delle forze di polizia e dei servizi di intelligence».

«Ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico», scriveva Cesare Beccaria nel suo «Dei delitti e delle pene». Un monito contro la tentazione di trasformare una condanna, qualsiasi condanna, in un deprimente spettacolo.

Corriere dell’Alto Adige / Corriere del Trentino, 22 gennaio 2019

Lasciateci ancora sorridere

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Purtroppo ho i figli già grandi e ormai, ma stavolta per fortuna, perfettamente in grado di esprimersi nelle cosiddette due lingue ufficiali di questa provincia (il ladino no, la terza cosiddetta lingua ufficiale non l’hanno imparata perché non hanno mai vissuto nelle due valli in cui lo si parla e, seppur parzialmente, lo si insegna). Avessi ancora i figli piccoli, però, e davvero si trovassero davanti al problema di essere «testati» linguisticamente prima di accedere a un determinato istituto scolastico — come ipotizzato nel recente patto di governo tra Lega e Svp—, avessero questo problema, dicevo, consiglierei loro di non fare nulla e di limitarsi a sorridere. Solo sorridere. Un sorriso come quello descritto per esempio dalla scrittrice Banana Yoshimoto: «… dolce come quando le nuvole si disperdono in un soffio, lasciando apparire il cielo azzurro e la luce, alla stessa velocità con cui gli angoli della bocca si sollevano e quelli degli occhi si assottigliano. Un sorriso puro, radioso, così disarmante da commuovere, sano, spontaneo». Un sorriso che prelude al ridere per non piangere, anche. Certo, qui stiamo commentando solo una proposta, quindi vale al massimo come sintomo e non come una patologia acclarata. Non è però la prima volta. Già in passato la voglia di filtrare (diciamo così) l’accesso scolastico per ottenere classi quanto più possibile etnicamente e linguisticamente omogenee è stata manifestata ora da quel partito ora da questo.

Tutti preoccupatissimi di non imbrigliare la genialità del popolo altoatesino/sudtirolese, si capisce, un popolo evidentemente frenato nel suo mirabolante sviluppo cognitivo dalla presenza di qualche straniero incapace di parlare già a tre o cinque anni il bellissimo tedesco e il bellissimo italiano padroneggiato dagli autoctoni (mi sia concessa l’ironia). Una voglia rimasta sempre frustrata, peraltro, perché procedere alla definizione di sbarramenti, test d’ingresso o altri dispositivi discriminanti farebbe scattare di certo il richiamo di chi ha il compito di armonizzare i provvedimenti educativi con l’impianto della Costituzione italiana e quindi anche dello Statuto di autonomia, che proprio nella Costituzione ha il suo ancoraggio.

Sono andato a rileggere un brano di un libro scritto da due studiosi a lungo attivi all’interno dell’università locale, quindi in teoria da considerare un faro orientativo per quanti vogliano affrontare seriamente il tema della glottodidattica.

Dicevano dunque i due studiosi Siegfried Baur e Doris Kofler: «Das Konzept von Sprache als soziales Handeln bedeutet, dass Sprachenlernen soziales Lernen ist, da die Sprache immer in sozialen Situationen verwendet wird» (Siegfried Baur/Doris Kofler, Tocca a te! Edizioni alphabeta Verlag 2012).

Tradotto significa che la lingua è un’attività sociale e anche il suo apprendimento è un fatto sociale, perciò non può essere disgiunto dalla scena del contatto, che ne permette la piena realizzazione.

Se ciò, in un contesto plurilingue, presenta necessariamente particolarità o livelli di difficoltà superiori rispetto a un contesto monolingue, tali difficoltà dovranno essere affrontate con sensibilità e creatività, senza però recidere la radice sociale e socializzante che nutre e sostiene l’apprendimento delle lingue. Sarebbe molto disdicevole se il nuovo governo provinciale decidesse d’ignorare tali acquisizioni, togliendoci il sorriso dalla bocca.

Corriere dell’Alto Adige, 12 gennaio 2019