Mozziconi, Talvera e cinismo

Ponte Talvera fiamme

L’editore Quodlibet ha mandato da poco in libreria la ristampa di un vecchio volumetto di Luigi Malerba, originariamente pubblicato da Einaudi alla metà degli anni Settanta, che parla di uno straccione romano un po’ filosofo, chiamato Mozziconi, il quale a un certo punto decide di andare a vivere sotto un ponte, sul Tevere. La filosofia praticata da questo strampalato personaggio è ovviamente quella cinica, della quale può essere fatta valere la definizione datane da Oscar Wilde: «Il cinismo è l’arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere».

Considerando le cose per quello che sono, e non come dovrebbero essere, si produce un proficuo abbassamento del punto di vista secondo il quale noi, in genere, tendiamo invece a prenderci sempre molto sul serio, e soprattutto a prendere sul serio tutto ciò che ci riguarda, con l’effetto di sminuire o denigrare il resto.

A ben vedere ogni discriminazione, ogni emarginazione comincia proprio quando abbandoniamo la considerazione delle cose per quello che sono e vi sovrapponiamo un dover essere irrealistico e pretenzioso, una vera e propria maschera dell’esistente. Per mettere in pratica una lezione del genere consideriamo adesso il destino di altri Mozziconi, meno poetici ma più vicini a noi. La scorsa settimana, per esempio, a Bolzano, sotto il ponte Talvera, si sono incendiati alcuni materassi o cartoni usati come giacigli.

Una vampata, per fortuna subito spenta dai vigili del fuoco, che ha riproposto alla cittadinanza il problema della discrepanza tra le cose come sono e come dovrebbero essere. Chiaramente, che qualcuno dorma sotto un ponte è qualcosa che non dovrebbe accadere. Al di là del delicato riferimento letterario dal quale siamo partiti, non c’è infatti molta gloria nel passare la notte al freddo, tra privazioni di ogni genere. Anche se qualcuno può finire sotto un ponte o sotto un porticato per scelta, magari perché tenacemente fedele a una propria imperscrutabile ostinazione a perseguire le cose come sono, la maggior parte di quelli che ci finiscono preferirebbe trovare una sistemazione più confortevole ed è (non solo sarebbe) compito dell’amministrazione comunale adottare le soluzioni necessarie al fine di ridurre il numero dei clochard al minimo indispensabile. Perché ciò non accade? Le risposte sono molte e mescolano pigri richiami alla tolleranza (in questo senso le cose non vengono prese per quello che sono, ma sono lasciate nello stato, spesso deplorevole, in cui sono) o ancora più irrealistici sogni di cancellare la povertà, la disperazione o anche semplicemente la diversità e la solitudine dalla faccia della terra. Alla fine del breve romanzo di Malerba, Mozziconi combina un bello scherzo all’amministrazione comunale di Roma. Riesce infatti a scrivere una parola (non sveliamo quale) usando dei cespugli di ciliegio marino, per rivolgere così il suo messaggio di denuncia a tutti coloro che usavano le rive del Tevere — ma potrebbe essere anche il nostro Talvera — per nascondere le proprie debolezze.

Corriere dell’Alto Adige, 28 marzo 2019

100 anni in 50 minuti

manifesti-fascisti

Ci siamo talmente abituati a non riflettere sulle cose, a reagire prima di aver capito ciò di cui si parla, che davanti a dei manifesti attaccati un po’ qui e un po’ là al fine di celebrare i 100 anni del fascismo – 23 marzo 1919 / 23 marzo 2019 – abbiamo sorvolato sull’essenziale. 100 anni fa, infatti, non nacque tanto il fascismo del braccio teso levato e degli altri gesti coreografici del carnevale politico a noi noto; nacque quel nucleo germinativo – definito dagli storici “Sansepolcrismo” – dotato di caratteristiche molto precise.

È lo stesso Mussolini, in un articolo apparso poi sul quotidiano Il Popolo d’Italia, a tratteggiarne in tre punti le principali rivendicazioni. Sarà quindi utile vedere se si tratta di temi attuali, sentiti davvero dalla maggioranza dei nostri concittadini, oppure di reperti archeologici inservibili e minacciosi quanto lo può essere la lettera minatoria spedita da un cadavere putrefatto. Ecco cosa scriveva il futuro Duce: «Primo. L’adunata del 23 marzo rivolge il suo primo saluto e il suo memore e reverente pensiero ai figli d’Italia che sono caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del Mondo, ai mutilati e invalidi, a tutti i combattenti, agli ex prigionieri che compirono il loro dovere, e si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni d’ordine materiale e morale che saranno propugnate dalle associazioni dei combattenti. Secondo. L’adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e all’eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli; accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni e presuppone l’integrazione di ognuna di esse, integrazione che per quanto riguarda l’Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull’Adriatico colla rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia. Terzo. L’adunata del 23 marzo impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti».

Bene, non so se si è capito, ma le preoccupazioni del fascismo nascituro sono talmente invecchiate che ci viene quasi da sorridere quando leggiamo lo slogan “100 anni di giovinezza”. I caduti, gli invalidi e i mutilati della prima guerra mondiale sono tutti defunti e sepolti da decenni e l’unica cosa da fare è non disturbarli. L’opposizione dell’Italia all’imperialismo fu sconfessata dallo stesso fascismo nelle sue immonde campagne di conquista africane. A Fiume e in Dalmazia ci si va in vacanza d’estate portando pinne, fucile (ma da pesca) e occhiali. Infine, anche i cosiddetti “neutralisti”, al pari dei caduti e mutilati citati, sono tutti spariti dalla circolazione. Impedire loro di candidarsi alle elezioni appare francamente grottesco. Sì dirà: ma chi ha affisso questi manifesti è il primo a fregarsene di tali rilievi filologici. Immaginatevi  il successo che tra i seguaci postremi del Predappiofesso, come lo chiamava Gadda, potrebbe avere adesso “una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze” o “il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose” (perché questo si legge nel progamma del 1919, per l’appunto).

E dunque? Dunque niente. Ovviamente oggi in Italia di veri fascisti, e figuriamoci di “sensepolcrini”, non se ne trovano molti. Sopravvivono caricature di mezza tacca e una sparuta teppaglia riverniciata di nero, a sfruttare l’ignoranza diffusa e il lassismo di Stato. Poi ovviamente c’è il resto. La massa malmostosa che a parole brandirebbe volentieri il randello, ma che alla prova dei fatti è refrattaria a qualsiasi “governo”, figuriamoci ad una eventuale dittatura. Solo la distanza tra Piazza S. Sepolcro e Piazzale Loreto, a Milano, resta quella di una volta. Per coprirla, però, non servono più venti anni. Bastano 50 minuti. Andando a piedi.

#maltrattamenti

Incel e Greta

Hansel-e-Gretel

Conoscete tutti la favola di Hänsel e Gretel, no? Quei due bambini che hanno una matrigna cattivissima intenzionata a farli smarrire nel bosco, e ovviamente poi, nel bosco, c’è la strega cattiva nella casetta di marzapane e un forno minaccioso destinato a trasformarli in succulenti bocconcini (vado a memoria, spero di non aver sbagliato troppo). Le fiabe possono essere attualizzate e liberamente interpretate, quindi adesso leggerò in chiave distopica la strega cattiva e la casa di marzapane (per il forno non c’è bisogno di interpretare troppo) come, rispettivamente, il cambiamento climatico e la cattiveria sparsa nel Web, la rete diventata ormai il regno incontrastato di haters e imbecilli di variegata taglia. Ho bisogno solo di cambiare un po’ i nomi. Hänsel lo chiamerò Incel, mentre Gretel, è quasi scontato, sarà Greta. Greta Eleonora Thunberg Ernman, ovviamente. Sono figure note agli internauti, anche se la seconda lo è diventata in modo particolare negli ultimi mesi, grazie alle gigantesche manifestazioni di piazza che è riuscita a suscitare in tutto il mondo. Per Incel, invece, c’è forse bisogno di qualche spiegazione. La parola – chiarisce Wikipedia – è un neologismo originato dall’unione dei vocaboli involuntary e celibate, si tratterebbe quindi di un “celibato involontario” e le persone che si autodefiniscono così sostengono di non riuscire a trovare un partner sessuale, nonostante ci provino moltissimo. Tra gli Incel alligna perciò la verginità vissuta come castigo, la misoginia risentita, e in alcuni casi persino la predicazione della violenza contro le donne. Gente orrenda, insomma, della quale non sarebbe credo un grosso peccato fare a meno in seguito ad una estinzione di massa (il solito meteorite che andiamo invocando da anni). Per una paradossale involuzione del meccanismo fiabesco al quale mi sto dedicando (Hänsel e Gretel mi pare fossero solidali fra loro), tra gli Incel e Greta non scorre buon sangue. Essendo femmina e di successo, la giovane svedese è odiatissima dai feroci misogini, i quali detestano anche tutto ciò che profuma di bellezza e futuro (essendo per loro negato il futuro, specialmente quello riproduttivo). Ovviamente gli Incel possono assumere alla bisogna anche fattezze femminili, l’abbiamo visto con le cattivissime streghe Rita Pavone e Maria Giovanna Maglie. Non bisogna poi sottovalutare il potere che questi Incel nefasti hanno nell’influenzare il dibattito pubblico, o la loro capacità di avvelenare i pozzi dell’informazione. Qualsiasi fenomeno venga percepito come foriero di speranza e rinascita ecco che sarà braccato da teorie complottistiche e affossato da dicerie rivolte alla distruzione dei modelli benevoli. Davvero siamo qui davanti a potenziali serial killer macerati in continui esercizi di abbrutimento e sarcasmo, e la parete che divide la semina dell’odio ideologico dall’uso di un’arma da fuoco è molto più sottile di quanto ci si immagini. Ad ogni buon conto, la favola di Hänsel e Gretel va a finire abbastanza bene. Quella di Incel e Greta ancora non lo sappiamo.

#maltrattamenti

Vernice sul passato

Montanelli imbrattato

Dal maltrattamento all’imbrattamento il passo è breve. Soprattutto se si tratta di una storia che torna a galla in media ogni due anni, per la gioia dei “gognaroli” grandi e piccini. Dunque, un gruppo di femministe appartenenti al movimento “Non una di meno” ha imbrattato il monumento a Indro Montanelli che la città di Milano gli ha dedicato collocandolo in un giardino di Corso Venezia. Il gesto è stato eseguito con della vernice rosa lavabile, e l’onta già prontamente rimossa. Non si è trattato quindi di barbaro vandalismo, le femministe hanno voluto richiamare l’attenzione su un episodio risalente alla primavera di bellezza del noto giornalista, precisamente agli anni in cui operava in Etiopia come sottotenente in un battaglione coloniale di àscari. In quel contesto (“contesto” è un’altra parola chiave), era comune allacciare una relazione temporanea more uxorio con una donna delle terre colonizzate. Donne che venivano chiamate “madame” e non di rado, come nel caso di Montanelli, erano ancora bambine. È interessante notare che il regime mussoliniano, proprio perché razzista al sommo grado, formalmente non appoggiava questa tendenza, rinvenendovi al contrario un reato – il “madamismo” – per il quale era prevista persino una pena reclusiva. Ma ecco il punto più scottante. In che modo Montanelli ha riferito, anche molti anni dopo, di quella sua remota esperienza? In una intervista televisiva del 1982, officiata dall’altro papavero del giornalismo nazionale che fu Enzo Biagi, i ricordi sono edulcorati, si potrebbe anche dire verniciati, come segue: “Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì [le africane] erano già donne. L’avevo comprata dal padre assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri àscari… Arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”. Un animaletto docile, una schiavetta, una servetta. Avrebbe potuto dire “scimmietta”. I suoi difensori corrono in soccorso così: altri tempi, altre culture, altre pratiche. Altre razze, anche. Evidentemente qui l’imbrattamento serve ad ispessire il velo. Se le cose andavano a quel modo, infatti, non è che l’accanimento su Montanelli finisce proprio per nascondere il fenomeno nel suo complesso? Dovremmo pretendere più chiarezza, più informazioni, più documentazioni sul nostro passato coloniale, e quindi pretendere anche più critica sulla mentalità che istituì certi comportamenti. Colorare una statua di rosa può servire, può essere utile ad introdurre questa riflessione di carattere più generale? L’unica cosa importante, a ben vedere, sarebbe questa, non certo l’ennesima e vana discussione sul “grande giornalista” che si è comportato da “grande stronzo”.

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La mancanza del sale

Per dire la verità, io delle primarie del Pd me n’ero quasi scordato. Domenica, verso mezzogiorno, volevo prepararmi psicologicamente al non difficilissimo compito di farmi una pasta al sugo, quando mi sono accorto che mi mancava il sale. Porca miseria, mi manca il sale, mi sono detto. E come se non bastasse: cavolo, ma oggi è domenica, quindi i negozi sono chiusi, quindi mi toccherà mangiare la pasta senza sale. La pasta “sciocca”, come diceva mia nonna e come credo si dica correttamente (mia nonna non sbagliava mai un aggettivo o un verbo). Chiederò ai vicini. Esco, suono e paro il cappello: scusate, sono rimasto senza, avete mica un po’ di sale? Ma aspetta un momento… Anche se è domenica, oggi i supermercati sono aperti. E non solo quelli. Così sono uscito, ho preso la bici, e ho percorso i pochi metri che mi separano dal supermercato di via Museo. Ho comprato il sale (ho comprato anche altre cose, del resto è inevitabile: si finisce sempre per comprare anche cose di cui non abbiamo immediato bisogno, signora mia) e sono ripartito verso casa. In via dei Vanga ho visto Giuseppe Musmarra sulla soglia del Circolo della Stampa e ho accostato, per scambiare due chiacchiere. Giuseppe mi ha chiesto se ero lì per votare alle primarie del Pd e io, ehm, ecco, caspita, le primarie del Pd! Non mi è venuta voglia di votare, ma almeno di riflettere sul perché uno come me – come la puttana di Lucio Dalla, progressista e di sinistra – alle primarie del Pd non ci aveva proprio pensato. Sfiducia nella democrazia? Sfiducia in questa democrazia? Ormai i buoi sono tutti scappati dalla stalla? Gialli, rossi e neri, tutti uguali? Non lo so, riuscivo solo a percepire la tristezza della situazione, con Giuseppe che stava lì sulla porta, io con la mia busta del supermercato dentro il cestino della bici, e là dietro la sala mezza vuota (anche se poi i numeri hanno detto che hanno votato in molti, persino qui in Alto Adige). A casa ho pensato che avrei potuto un po’ informarmi, che avrei dovuto dare il mio piccolo contributo. Ormai è passato un anno da quando la Sacra Corona Unita del populismo ha preso il potere, e di un’opposizione, o di qualcosa che assomigli a una opposizione parlamentare e di idee, non se n’è vista moltissima. Mi sono messo a leggere un po’ di commenti. Ecco il cinguettio di Maria Elena Boschi: «Nicola Zingaretti è il nuovo segretario del Pd. Il popolo delle primarie ha parlato. E noi rispetteremo questo risultato in modo leale. Complimenti a Nicola. E grazie a Maurizio e soprattutto a Bobo per la bella battaglia. Da domani tutti insieme a lavoro contro il Governo di Salvini e Di Maio». Da domani, dice la deputata eletta nel collegio di Bolzano. Anche se Salvini e Di Maio stanno lì da mesi. Meno male non ha aggiunto quello che dicono tutti in queste occasioni: “E adesso pancia a terra…”. Oddio la pancia, che fame. Ho di nuovo fame, possibile? Mi farò una pasta. Tanto il sale ce l’ho, l’ho comprato ieri.

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