Quel dì nel mese azzurro di settembre

Quel dì nel mese azzurro di settembre

quieto all’ombra d’un giovane susino

tenevo il quieto e pallido amore mio

fra le mie braccia come un dolce sogno.

E su di noi nel bel cielo d’estate

c’era, e a lungo la guardai, una nuvola.

Era assai bianca e alta da non credere

e quando la cercai non c’era più.

Bertold Brecht (Ricordo di Marie A.)

Un nuovo partito di raccolta?

Kölly

Il successo di Paul Köllensperger alle elezioni provinciali di Bolzano è talmente eclatante da aver generato ammirato stupore. Nella fretta di capire, qualcuno ha pure azzardato un’interpretazione poco ponderata, non sostenuta cioè da informazioni di prima mano o da una più accurata ricognizione compiuta in loco. Non basta infatti confrontare il risultato raggiunto dal M5S alle recenti politiche di marzo con quello che ne decreta la sua attuale, esigua dimensione. Köllensperger non ha insomma portato con sé molti dei voti intercettati quando ancora faceva parte del Movimento nazionale, secondo il modello meccanico del travaso, anche se la sua dipartita ha influito, eccome, sulle sorti di chi è rimasto.

Nei cinque anni trascorsi all’interno del Palazzo la crescita del profilo da leader, che oggi tutti gli riconoscono, non è avvenuta in armonia con il sentire prevalente dei “grillini”, o comunque delle persone che si riconoscevano in quell’area. Al contrario: possiamo dire che Köllensperger è diventato tanto più sicuro di sé e delle sue possibilità quanto più ha cominciato a non identificarsi con il Movimento, con i suoi schemi di pensiero, le sue liturgie, i suoi punti di riferimento. Tra i quali spicca senz’altro quello costituito dall’esclusiva afferenza al mondo culturale nazionale. Per questo ad un certo punto la fuoriuscita si è imposta quasi come inevitabile, e che si sia trattato di una mossa azzeccata lo dimostra l’incredibile 15,2 % che gli assegna ben sei seggi nell’assemblea altoatesina.

Non provenendo dal tradizionale mondo a 5 Stelle, italiano ed urbano, è chiaro che la maggior parte dei voti è giunta così dal mondo tedesco e rurale, quello che costituisce il serbatoio di un sentire privo di un accento ideologico definito, ma di volta in volta unificabile dalla voglia di trovare spazio in alternativa all’egemonia del partito di raccolta. Cinque anni fa ne trassero grande vantaggio i Freiheitlichen, poi rivelatisi incapaci di dare un serio sbocco politico alla loro proposta. Stavolta è stato il turno del simpatico Kölly, abilissimo nel mettere a fuoco una visione critica ma al contempo rassicurante, in sostanza modellabile a piacimento da un desiderio finalmente liberato. Non è un caso che in alcune interviste post-voto Köllensperger abbia etichettato il suo exploit come la nascita di un nuovo partito di raccolta, annunciando anche l’imminente cambio del nome, che dovrebbe renderlo appetibile a chi non ama i cartelli personali.

Adesso il vincitore ha una grande responsabilità. Fare della sua lista un nuovo partito di raccolta potrebbe funzionare solo se il consolidamento (quasi certamente stando all’opposizione) avverrà trovando dei punti qualificanti capaci di distinguerlo in modo complessivo dalla Svp, e non solo – occasionalmente – sui singoli temi. Essere alternativi alla Stella Alpina significa essere proprio un’altra cosa, non un suo – peraltro improbabile – doppione. Come riuscirci? Grazie a un diverso concetto dell’autonomia, per esempio, sperabilmente non più legato alla difesa esclusiva delle minoranze, bensì da sviluppare in senso territoriale e inclusivo. Un cantiere davvero aperto a tutti, insomma (e la non elezione di un candidato italiano, a questo proposito, non deve essere vista come qualcosa di “sfortunato”, ma proprio come uno “sbaglio”). Prima o poi la partita dovrà perciò anche tornare ad essere giocata nei campi di città, dove intanto si è affermata la Lega sovranista, avversa all’immigrazione e desiderosa di aggiungere Bolzano alla collezione dei suoi trofei. Da questo punto di vista, la prossima legislatura si annuncia come estremamente interessante.

Corriere dell’Alto Adige, 24 ottobre 2018 (pubblicato in una versione leggermente ridotta col titolo: Un nuovo serbatoio)

Il Blitz di Castelrotto e le sue possibili (nefaste) conseguenze

Salvini Spatzen

Impossibile minimizzare. La comparsata di Matteo Salvini alla festa dei Kastelruther Spatzen si è trasformata prima in una inaspettata apparizione, quindi nell’evento saliente della campagna elettorale. Non era scontato che l’operazione – stimolata dall’onorevole Filippo Maturi – andasse in porto così felicemente, né che sortisse un effetto tanto marcato. Merito di chi cura l’immagine del “Truce”, come lo chiama Giuliano Ferrara, e del fiuto dei suoi adepti.

Da decenni siamo abituati a vivere il mondo politico locale profondamente diviso, ossia fatto da personaggi, rituali e soprattutto lingue che non si mescolano o s’incontrano solo in circostanze circoscritte e prevedibili. Certo, in passato abbiamo visto alcune fugaci “passeggiate” fatte dai leader della Svp nei cosiddetti quartieri italiani di Bolzano, a suggerire l’idea che se proprio non “una faccia, una razza”, almeno stiamo tutti più o meno nella stessa barca. Ma ciò che ha compiuto il vicepremier e ministro dell’interno è qualcosa di totalmente inedito, perché nessuno finora era andato a prendersi gli applausi e a fare il pieno di visibilità utilizzando un palcoscenico (in realtà solo una quinta, ma la cosa, come detto, è maturata oltre le aspettative) pensato per gli “altri”.

Detto questo, è importante anche analizzare il “contenuto” del Blitz salviniano. L’apparente primavera etnica è ovviamente solo strumentale ed è in sostanza vecchia politica. A parte la poco sorprendente dichiarazione di omogeneità culturale segnalata dal godimento di salsicce, birre e canti popolari, tale contenuto si riassume infatti nell’esclusiva disponibilità a governare assieme alla Svp questa provincia approfittando di due fattori contingenti: la crisi di consenso del Pd e il grave disorientamento strategico del partito di raccolta sudtirolese. Salvini, insomma, è come se avesse dettato all’auspicato partner la seguente ricetta: qui in provincia metto personalmente sul piatto un paio di eletti – li vedete confusi tra le mie guardie del corpo – che vivono solo grazie a me, come semplici pupazzi da piazzare alla bisogna, in modo che tutto venga deciso, come e meglio di prima, tra Bolzano e Roma. Scontato che ci intenderemo poi sulle cose essenziali e che aggiusteremo tutto il resto senza badare troppo al sottile. Il momento è propizio, le paturnie degli “italianissimi” allergici ai grembiuli blu e alle magliette che dichiarano “die Treue”, la propria fedeltà, al Land Tirol possono all’occorrenza sparire davanti all’ennesima denuncia di un fatto di “degrado” nei pressi della stazione, e poi un’alleanza celebrata mentre in sottofondo gli Spatzen cantano “Das Schicksal kennt di Grenzen nicht, was zählt ist das Gefühl” (il destino non conosce confini, cioè che conta è il sentimento) che male può fare?

Visto che però si parla di “confini”, ecco che sbuca il solito dubbio. A Castelrotto Salvini ha parlato di confini da difendere. Ma qui difendere i confini implica necessariamente riaprire la vecchia, ormai secolare ferita. Trecento selfie sotto al tendone non bastano a spazzare via la contraddizione che schianta ogni nazionalismo, anche quello che oggi va in giro per l’Europa facendosi chiamare “sovranismo”. Un’alleanza tra Svp e Lega è quanto di peggio, anzi di nefasto, possa uscire dal voto di domani.

Sudtirolo ancora al bivio

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Non si costruisce alcun futuro se non si guarda anche al passato. In rapporto al passato, però, non possiamo comportarci in modo ingenuo, come se esso offrisse un repertorio di fatti semplicemente disponibili e perfettamente chiari nel loro significato immutabile. Il passato risorge, per così dire, solo dopo un’operazione di conquista capace di salvarlo e trasportarlo provvisoriamente nel futuro. In base alla scelta che noi facciamo (cosa o chi vogliamo salvare, cosa o chi preferiamo dimenticare) può essere poi intuito il tipo di futuro che ci attende.

Per il prossimo 21 ottobre – data in cui si svolgeranno le elezioni del nuovo Consiglio provinciale – il passato ci offre una formula resa nota da Friedl Volgger, politico e giornalista sudtirolese ormai conosciuto purtroppo soltanto dai meno giovani. Volgger fu un antifascista e un antinazista. Insieme al Canonico Michael Gamper, a Erich Amonn e Josef Mayr-Nusser costituì un punto di riferimento per i cosiddetti “Dableiber”, la minoranza che rifiutò di abbandonare il Sudtirolo in seguito allo scellerato accordo delle “Opzioni”. In seguito alla sua opposizione al Völkischen Kampfring Südtirols (l’organizzazione filonazista che sosteneva l’annessione del Sudtirolo alla Germania) subì l’internamento a Dachau. Sopravvissuto all’esperienza del campo di concentramento, divenne un protagonista della vita politica e culturale post-bellica, pubblicando infine un libro di ricordi (1984) che, per l’appunto, porta un titolo che contiene una formula futuribile: Mit Südtirol am Scheideweg, Sudtirolo al bivio.

Il bivio del quale parlava Volgger nel 1984, ovviamente, non è esattamente il bivio che ci troviamo davanti adesso. In un certo senso ne eredita però alcuni tratti, confermandoci nella supposizione che, in una terra come la nostra, sia inevitabile ritrovarsi sempre un po’ indecisi sulla strada da prendere. Come se, insomma, fossimo ancora sospesi tra opzioni per fortuna non laceranti come quelle del 1939, e tuttavia capaci di farci leggere quella pagina dolorosa in filigrana. A guardar bene, infatti, non c’è dubbio che il bivio principale sia ancora questo: dobbiamo ritenere l’autonomia una formula definitiva, non questionabile, e quindi da difendere come valore in sé, oppure possiamo darla per scontata, addirittura ritenerla sacrificabile e alterabile in vista di soluzioni più drastiche, intendendola alla stregua di un trampolino dal quale saltare verso un altrove dai contorni più avventurosi e seducenti? Pur tra difficoltà, incertezze ed errori, la via fin qui percorsa ha dato delle risposte incoraggianti, garantendo un benessere diffuso. Al contrario, le alternative prospettate (anche dov’era previsto che affiorassero in modo proficuo, come all’interno della Convenzione per la riforma dell’autonomia) non hanno fatto altro che tornare a rianimare incomprensioni, sospetti e potenziali conflitti.

Corriere dell’Alto Adige, 13 ottobre 2018

Quando lo scarto è positivo

saknes

Ho conosciuto di recente una bellissima persona. Come ormai accade sempre più spesso, l’incontro è avvenuto in rete, su Facebook. All’inizio, guardando il nome di chi mi aveva inviato il messaggio, non ero riuscito neppure a capire se si trattava di un uomo o di una donna (la foto del profilo non lo rivelava). Santija Bieza, ho scoperto in seguito, è comunque nata in Lettonia e risiede in Italia ormai da 20 anni. Il suo italiano è ricco, fluente. Si occupa di teatro, di danza, legge moltissimi libri e perciò aveva deciso di mettersi in contatto con me. Tempo fa avevo infatti fatto molta pubblicità ad un piccolo volume del filosofo francese François Jullien, intitolato «L’identità culturale non esiste» (Einaudi). Lei l’aveva letto, in parte anche apprezzato, ma c’era qualcosa che le sfuggiva, che addirittura la disturbava. Così desiderava chiedermi delle spiegazioni in merito.

Parlando, abbiamo capito che la difficoltà era costituita dall’interpretazione di un concetto centrale per Jullien, vale a dire quello di «scarto». «La rivendicazione di un’identità culturale — scrive il filosofo — tende oggi a imporsi in tutto il mondo, a causa dei nazionalismi e della globalizzazione. Ma è un errore parlare di «differenze» che isolano le culture. Conviene, piuttosto, parlare di scarti, che le mantengono l’una di fronte all’altra, promuovendo un terreno comune».

In che senso qui si parla di «scarti», mi ha chiesto Santija. Uno «scarto» non è forse qualcosa di negativo, che deve essere eliminato? E mi ha poi raccontato la sua vicenda personale, come lei si è sentita di fatto scartata allorché le è stata rifiutata la cittadinanza italiana a causa di mortificanti limiti burocratici ed economici. In questo contesto, ho cercato di interpretare più correttamente Jullien, «scarto» vuol dire solo deviazione da una norma pretesa come invariabile, sfumatura, mobilità. Qualcosa di assolutamente positivo, insomma, e molto utile, anche, perché ci permette di mettere fuori gioco l’opposizione statica tra identità e differenza, che appesantisce e fa naufragare molte discussioni sul tema.

Capito lo sbaglio, Santija mi ha mostrato la locandina di un suo spettacolo di danza (dal titolo «Saknes», che vuol dire «radici») impreziosita da una citazione di un altro grande pensatore di lingua francese, Édouard Glissant: «Ci sono molte radici, se una si proclama unica o esclusiva distrugge la vita, sia che si tratti di una radice piccola gelosamente chiusa nella sua particolarità, sia che si tratti di una grande e potente». A questo punto si potrebbe chiedere se la famosa questione del doppio passaporto o della cittadinanza multipla da concedere ad alcuni — e quindi negata ad altri — è all’altezza di tali riflessioni, di tale complessità. Oppure, stavolta da intendere in senso negativo, se si tratta piuttosto di uno «scarto» primo novecentesco, un fardello che ci porta indietro nel tempo e non ci parla di radici che «si allargano in superficie, come rami di una pianta, ad incontrare altre radici e a stringerle come mani», ma tende a sprofondarci nel «buio atavico delle origini, alla ricerca di una pretesa purezza».

Purtroppo la qualità del dibattito attuale non sembra inclinare verso la prima ipotesi.

Corriere dell’Alto Adige, 2 ottobre 2018