Storici coraggiosi

Tra le virtù dei margini c’è quella di poter osservare con maggiore distacco ed equilibrio ciò che si consuma al centro. Una constatazione che, per esempio, sorge spontanea apprezzando come dalla periferia geografica di una nazione – periferia da intendere sempre anche come confine tra territori diversi – si possa articolare con più incisività il necessario lavorio decostruttivo di pose e mitologie elaborate dai diversi centri per legittimare la propria posizione di predominio.

A questo proposito, ormai da alcuni anni, spicca l’attività di un giovane storico trentino, Francesco Filippi, che in passato si è reso protagonista di un vero e proprio caso editoriale grazie a un libro che passava al setaccio l’edulcorazione del Ventennio fascista (“Mussolini ha fatto anche cose buone”, uscito per Bollati Boringhieri), e adesso è appena tornato in libreria con un saggio dedicato alla torbida vicenda del colonialismo italiano (“Noi però gli abbiamo fatto le strade”, anch’esso pubblicato da Bollati Boringhieri). Scrive Filippi introducendo questo secondo volume: «È opinione comune che il grande fenomeno dell’assalto bianco alla conquista delle ricchezze globali non abbia coinvolto che di striscio l’Italia e soprattutto abbia toccato pochissimi italiani. Nella memoria collettiva, poi, questo scarso coinvolgimento, soprattutto dopo la perdita del controllo delle colonie nel secondo dopoguerra, si trasforma a volte in una implicita ammissione di estraneità: che gli italiani abbiano aderito “tardi e male” all’assalto di altri continenti pare essere la dimostrazione che gli italiani “per loro natura” non siano portati al dominio sull’Altro». Il libro dimostra ovviamente che le cose non stanno così e che la leggenda auto-assolutoria degli “italiani brava gente” continua a prosperare su uno spesso strato di rimozione.

Facendo però leva sul concetto (negato) di dominio sull’“altro”, potremmo qui inserire una nota supplementare che nel volume di Filippi non è presente. Anche l’annessione dei frammenti di Tirolo storico al Regno d’Italia, prima, e poi la loro definitiva incorporazione nel tessuto statale dell’Italia repubblicana ha infatti assunto, per un lungo periodo, i tratti di un’impresa coloniale sui generis, ancorché fortunatamente mancata. A testimoniarlo in modo eminente la famosa scritta che campeggia sul frontone del monumento piacentiniano nella piazza dedicata alla “vittoria” contro l’impero austro-ungarico. Qui occorre comuque distinguere e sottolineare un rilievo che, in modo sorprendente, è emerso dalle recenti ricerche di Annemarie Augschöll, un’altra storica locale, stavolta sudtirolese, a proposito della forzata italianizzazione delle scuole nella provincia di Bolzano durante il periodo fascista.

Contrariamente alla vulgata dominante, in un’intervista rilasciata al settimanale “ff” Augschöll ha messo in evidenza come il pregiudizio a ragione smontato da Filippi – che cioè Mussolini abbia fatto anche molte cose buone – potesse tuttavia sprigionare elementi di critica rispetto all’opinione che inscrive “ogni elemento” di quella colonizzazione nel quadro di un annientamento della minoranza tedesca e ladina. La linea argomentativa sostenuta da Augschöll è raffinata, attentissima a non scivolare in un grossolano revisionismo. Basandosi sulle testimonianze di chi frequentò la scuola fascista, è riuscita così a recuperare valutazioni più sfumate, persino inaspettatamente positive, tali da poter separare i tratti repellenti della dittatura dalla loro ipostatizzazione di comodo, responsabile (a suo motivato dire) di aver raggelato il trauma subito in atteggiamenti vittimistici improduttivi e agenti oltre i confini del perimetro storico in cui si sono originati. Perché per esempio – si chiede a un certo punto Augschöll – abbiamo così tanti problemi ad accettare l’idea di una scuola plurilingue? «Perché – risponde – ci sono ancora troppe esperienze, narrazioni e ricordi tramandati che galleggiano nelle nostre teste che non vengono mai discussi adeguatamente e apertamente, comprese molte paure che derivano dal fascismo».

Anche se in apparenza Filippi e Augschöll stanno dicendo cose diverse, o persino opposte, è muovendo dai loro rispettivi margini d’osservazione, dal coraggio con il quale tentano di mettere in questione visioni incrostate, che possiamo attingere una speranza finalmente liberata dalle ipoteche del passato.

Corriere dell’Alto Adige, 31 ottobre 2021, pubblicato col titolo “Cancellare le ipoteche del passato”

La voce della poesia

Molto raramente leggo poesie in classe. Ho il vantaggio, se posso dirlo con ironia, che i programmi ai quali mi devo attenere non lo prevedono. Niente poesia, niente letteratura. La lingua che insegno ha un’unica vocazione: quella di essere strumentale. Nulla di più. Eppure la lingua non è solo uno strumento, la lingua è un corpo vivente, e ci propone sempre una lotta corpo a corpo, quando la usiamo. Ma il corpo a corpo che una lingua ingaggia con noi (e che noi ingaggiamo con lei) è solo uno dei tanti corpo a corpo possibili. Anche se può sembrare strano, una lingua è sempre in lotta con le altre, perché ogni lingua condivide assieme alle altre lo spazio aperto del dicibile, quel dicibile che sostiene ogni lingua, la fa emergere, lasciando presagire anche la presenza di altri modi di dire, e quindi di altre lingue. Nel caso della poesia, il corpo a corpo tra noi e la lingua, e quello tra le lingue, che prima ho definito lotta, lo potremmo anche chiamare amore.

Così, qualche giorno fa ho letto in classe una poesia sollevandola da tutti gli incarichi che le si potrebbero attribuire all’interno di un programma scolastico. Gli studenti non dovevano far altro che ascoltare, se possibile capire, ma non prendere appunti, non aspettarsi domande, non temere che dalla poesia potessero originarsi degli esercizi. L’unica cosa che volevo facessero era quella di restare esposti per pochi minuti all’effetto di questa poesia, alla sua voce. Volevo far risuonare la voce della poesia nel perimetro esclusivo della sua lettura. In realtà, nessuno dovrebbe aspettarsi molto di più. Oppure sì? Visto che già questo potrebbe riempire di senso non solo pochi minuti, e neppure alcune ore, ma un intero anno scolastico, un’intera vita.

La poesia che ho scelto è “In memoria”, di Giuseppe Ungaretti.

Fatene pure quello che volete.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

Autodeterminazione e vaccini

Qualche giorno fa il quotidiano Dolomiten ha pubblicato una lunga intervista all’immunologo Bernd Gänsbacher dal titolo «Die Südtiroler haben’s selbst in der Hand» (si potrebbe tradurre così: sono i sudtirolesi che hanno la possibilità di decidere da soli). Vale la pena scorrere le sue conclusioni, perché illustrano con chiarezza il buon senso scientifico che quasi tutti gli specialisti del settore non si stancano di diffondere da quando si è capito che all’attacco del virus si poteva rispondere solo massimizzando il ricorso ai vaccini. «Ogni popolazione – afferma Gänsbacher – ha la possibilità di decidere autonomamente. E l’obiettivo primario della società dovrebbe essere quello di avere il maggior numero possibile di persone vaccinate, in modo che il virus non abbia l’opportunità di infettare i non vaccinati e gli immunocompromessi, testando così come può aggirare in modo migliore il sistema di difesa immunitario e formare mutanti resistenti al vaccino».

Ma se questo è, per l’appunto, il buon senso scientifico, resta da capire perché, a quanto ci dicono i numeri, i sudtirolesi finora si sono dimostrati particolarmente restii a non prendere la decisione che gli esperti si sarebbero aspettati da loro, collocando così la nostra provincia in fondo alla classifica dei vaccinati.

In genere le motivazioni offerte per giustificare la robusta opposizione alla campagna vaccinale attingono ad argomentazioni non riscontrabili solo qui. Si va dal sospetto nei confronti di medicinali ritenuti non sufficientemente testati, dalla presupposizione che essi possano insomma dare origine ad effetti collaterali addirittura più letali della stessa malattia che avrebbero il compito di prevenire, fino alla messa in questione della stessa strategia complessiva adottata per contrastare gli effetti della pandemia, basandosi cioè sull’opinione che il virus possa essere ben più efficacemente combattuto ricorrendo all’uso precoce di farmaci alternativi.

Le informazioni sulle «cure domiciliari precoci» – spiega un contributo molto chiaro pubblicato dal portale d’informazione online Il Post «hanno un certo seguito perché vengono promosse anche da medici (raramente specializzati in immunologia o virologia), che contribuiscono a dare loro un’aura di legittimità e coerenza scientifica, nonostante non siano basate su chiare evidenze» e inoltre alimentano surrettiziamente la classica teoria del complotto, secondo la quale – prosegue l’articolo – «le istituzioni e le autorità sanitarie non dicono tutta la verità per coprire altri interessi. In questa narrazione, chi propone di trattare la COVID-19 fuori dai protocolli si presenta come l’esperto controcorrente osteggiato dal potere costituito o dalle grandi aziende farmaceutiche; società che comunque producono anche i farmaci consigliati per le cure precoci».

A queste argomentazioni volendo, si potrebbe aggiungere poi una nota di colore «etnico», desunta dalla famosissima storia della rivolta hoferiana del 1809 contro i bavaresi. Tra i vari motivi scatenanti, desta infatti curiosità l’opposizione all’obbligo della vaccinazione contro il vaiolo voluta dal governo di Monaco. «Questo morbo – leggiamo in una cronaca – mieteva ogni anno molte centinaia di vittime nel già spopolato Tirolo, ma i suoi abitanti erano convinti che la vaccinazione fosse una creazione diabolica, tramite la quale venisse iniettato il protestantesimo. L’obbligo della vaccinazione anti-vaiolosa provocò violenti tumulti nel Tirolo propriamente detto». Possibile che l’onda lunga e sotterranea di fatti accaduti tanto tempo fa abbia contribuito a modellare una mentalità collettiva che, seppur non in modo consapevole, riproponga atteggiamenti comparabili? Sarebbe come sovrapporre le fotografie di Heike Müller (ex aiuto primario ed ex compagna di Luis Durnwalder) o di Renate Holzeisen (l’avvocatessa in prima linea soprattutto contro l’introduzione della certificazione verde) e ritrovare il ritratto di Joachim Haspinger.

Accantonando la suggestione appena evocata, alla quale ci rifiutiamo ovviamente di dare particolare peso, resta il fatto che il governo provinciale (da tempo ormai in linea con quello nazionale) deve affrontare la svolta del 15 ottobre cercando di convincere chi ancora non si è vaccinato a farlo al più presto. Chissà se declinando in senso medico il richiamo alla Selbsbestimmung, della quale in sostanza parlava Gänsbacher nell’intervista citata, non possa ottenere il successo finora mancato.

Corriere dell’Alto Adige, 17 ottobre 2021 – Pubblicato col titolo “I vaccini e i dubbi da superare”

A mani nude contro Hitler

Ucciso dai nazisti per essersi rifiutato di combattere, dopo un lungo oblio venne beatificato nel 2007. Un libro ricorda l’altissima figura morale di Franz Jägerstätter.

La breve vita del contadino e obiettore di coscienza austriaco Franz Jägerstätter (Sankt Radegund, 20 maggio 1907 – Brandeburgo sulla Havel, 9 agosto 1943) coinvolge in un unico tratto eroismo civile e santità cristiana. Ma se ne potrebbe dare una lettura anche più laica, ricordando ciò che una volta scrisse il filosofo Emmanuel Lévinas: «Il solo valore assoluto è la possibilità umana di dare una priorità all’altro rispetto a sé». Perché valori come amore, tolleranza, compassione non dipendono dalla fede, né da una specifica religione. Ne racconta la storia straordinaria un libro, appena uscito per le edizioni Emi, scritto dal giornalista bolzanino Francesco Comina, al quale abbiamo chiesto di parlarci dell’uomo che ha affrontato il terzo Reich rispondendo alla chiamata della propria coscienza.

In che circostanze hai portato a compimento la stesura del tuo libro?

Il 9 agosto del 2015 sono stato invitato a St. Radegund, nella casa-fattoria di Franz Jägerstätter, per cercare di fare un parallelismo fra i due padri di famiglia antinazisti, ossia Franz e Josef Mayr-Nusser. Erano i giorni delle commemorazioni per la morte del contadino austriaco. Ho parlato nella Stube e mi sono commosso pensando che in quella stanza maturò la sua ribellione a Hitler. Con me c’erano Leopold Steurer e Giampiero Girardi, che vent’anni fa ci ha fatto conoscere la vicenda dell’obiettore di coscienza ghigliottinato a Berlino nel 1943. Lì cominciai a pensare di scrivere un racconto ma ci è voluta l’insistenza del direttore editoriale della Emi per convincermi ad affrontare un progetto più vasto.

Il caso di Jägerstätter è emerso dopo una stagione di oblio, una vera e propria damnatio memoriae che non ha risparmiato altri oppositori al regime nazista. Quali sono i passi che hanno portato alla sua riscoperta e quindi alla molto tardiva beatificazione?

Conosciamo la storia di Jägerstätter grazie all’illuminazione di un sociologo pacifista americano, Gordon Zahn, che nel nel 1964 uscì con un libro-reportage dal titolo In Solitary Witness: The Life and Death of Franz Jägerstätter. Quel libro ebbe una eco enorme negli States e suscitò l’interesse di uno degli uomini simbolo del movimento pacifista, ossia il monaco trappista Thomas Merton. Merton rilanciò la vicenda di Jägerstätter nel libro Fede e violenza, uscito in Italia nel ’69 con la prefazione di Padre Balducci. La storia fu poi ripresa nel Concilio Vaticano II, in una discussione dedicata all’obiezione di coscienza. A quel punto anche in Austria non si poteva più far finta di nulla, nonostante i silenzi della Chiesa e l’esecrazione delle associazioni dei veterani di guerra che non volevano sentir parlare di quel “traditore”.

Qual è il nucleo dal quale si irradia il messaggio offerto da Jägerstätter?

Jägerstätter prende gradualmente coscienza di cosa è il bene e cosa è il male fin da giovanissimo, quando decide di andare per un periodo di tempo a lavorare nelle miniere. Lì comincia a capire come agisce il potere, come l’uomo viene reso schiavo dall’ingiustizia che divide il mondo in ricchi e poveri. Scrive addirittura dei versi sulla dialettica servo-padrone. Ciò che gli altri non vedono, o non vogliono vedere, diventa così per lui chiarissimo: «L’appartenenza a Cristo richiede il coraggio della testimonianza». Con l’avvento del nazismo le sue domande si fanno brucianti: come si può aderire ad un sistema che sacrifica i deboli, i malati, gli anziani? Come può un cristiano leggere “beati i costruttori di pace” e nello stesso tempo sparare al prossimo di un’altra nazione? Come si può obbedire a leggi ingiuste?

La Chiesa austriaca (ma non solo quella) cercò però di spegnerlo, quel fuoco. Perché così tanta difficoltà, anche dopo la sua morte, a riconoscerne l’urgenza e l’autenticità?

Mentre lui urla le sue verità è preso per matto. Si precipita dal Vescovo Josef Fließer con i suoi quesiti dirimenti e viene rimandato a casa senza risposte. Ne parla in famiglia e tutti si terrorizzano. Evidentemente, Jägerstätter era allora una figura troppo scomoda per una chiesa tiepida e questa situazione si protrasse ancora per molti anni: il suo messaggio scuoteva alle radici una società piena di sensi di colpa a causa di tutte le compromissioni avvenute durante gli anni del nazismo. Con una formula si potrebbe forse dire che, attraverso la vita di Jägerstätter, Cristo si è fatto nuovamente vivo nell’Austria devastata dalla dittatura, ma questa verità ha spaventato in primo luogo chi avrebbe dovuto riconoscerla.

Un fotogramma dal film di Terrence Malick (Hidden life, uscito nel 2019), dedicato a Franz Jägerstätter

Pensi che per chi possiede la fede sia più semplice giungere a gesti di una simile portata?

Uno dei grandi teologi del Novecento, Dietrich Bonhoeffer (anche lui ucciso dai nazisti nell’aprile del ’45) aveva introdotto il tema della fede adulta. Diceva Bonhoeffer: “Come cristiani oggi dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur”, ossia senza tirar in ballo l’ipotesi di Dio. Una fede immatura si aliena dalla storia e si ritira in uno spazio rarefatto, ignorando il principio di responsabilità. Non ci serve oggi un Dio tappabuchi buono per tutte le stagioni – diceva Bonhoeffer – ma un’etica umana capace di trascinare il male a giudizio. Jägerstätter aveva una fede solidissima e felice. Una fede adulta, capace di fondere libertà e responsabilità. Non so se la fede nell’aldilà sia di per sé un sostegno a scelte radicali. Tanti non credenti hanno perso la vita in nome di diritti calpestati. Certamente in questi uomini dalla fede adulta si avverte una spinta in più, una fiducia che i giochi non si risolvono qui ed ora, ma che c’è qualcosa capace di animare la speranza di un riscatto post mortem.

In un punto le parole di Jägerstätter da te citate riecheggiano la famosa frase di Hannah Arendt “nessuno ha il diritto di obbedire”: «… l’obbedienza non deve arrivare al punto di commettere azioni malvage in suo nome…» Ma se l’obbedienza non è più un diritto (Arendt) o una virtù (Don Milani) diventa lecito anche oltrepassare le leggi vigenti?

Fra la legge di uno Stato che, in tempo di guerra, ordina di uccidere e la coscienza morale che afferma “tu non uccidere!” deve prevalere la legge morale, perché quella legge morale ha una dimensione profetica, che la legge dello Stato non possiede in quanto la legge è finita mentre la coscienza è infinita. Dunque penso che il limite sia oltrepassabile allorché si manifesta la consapevolezza certa, profonda e autentica della immoralità di una legge. Una legge che impedisce di salvare una persona è una legge ingiusta e va cambiata.

Hai ricordato in precedenza Josef Mayr-Nusser, al quale hai dedicato peraltro un tuo precedente libro. Quali sono i tratti che accomunano maggiormente i due personaggi e quelli che li dividono?

Jägerstätter era il più solo dei soli. La sua formazione è venuta dall’esperienza diretta, dalle letture improvvisate nella biblioteca del nonno, dalla relazione con Franziska Schwaninger, la moglie che gli è sempre stata vicina nei momenti più drammatici. Josef Mayr-Nusser aveva una cultura più solida, lavorava in una ditta commerciale, era presidente dei giovani dell’Azione Cattolica, aveva quindi fonti dirette su ciò che accadeva intorno a lui. Li possiamo accomunare senza però dimenticare le differenze.

Hai già avuto modo di presentare il volume, possiamo sperare di averti presto anche a Bolzano?

Ho già girato moltissimo: Rimini, Sorrivoli, Assisi, Fano, Merano, Cremona, Brescia. Il 14 sarò con Alex Zanotelli al Salone del libro di Torino, il 15 a Trento e il 16 a Lichtenstern, dove ci sarà anche la biografa austriaca Erna Putz, la quale dal 1979 gestisce l’archivio di Jägerstätter per la diocesi di Linz. Certo, mi piacerebbe molto inserire anche una data a Bolzano, magari unendo la presentazione del libro alla visione del recente e bellissimo film di Terrence Malick (Hidden life), che ne ha raccontato la vita e la passione attraverso immagini davvero possenti.

ff – 7 ottobre 2021

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