Battere il negazionismo

La parola “negazionismo” sta prendendo ultimamente molto piede, insieme a chi, del concetto, se ne fa portatore “insano”. Cortocircuito interessante: i negazionisti di oggi non credono all’esistenza della pandemia, così come quelli di ieri non credevano alla Shoah o all’allunaggio, quindi la loro insania consisterebbe in una professione di estremismo salutista. Altra cosa interessante: per dimostrare le loro tesi (dimostrazioni che si basano perlopiù su falsificazioni o decontestualizzazioni di dati altrimenti comunemente accettati), i negazionisti postulano che la loro posizione serva a smascherare la mistificazione praticata in grande stile da governi e stati, oppure (meglio ancora) da poteri occulti che avrebbero la capacità di manovrarci. E con ciò siamo in piena teoria o sindrome del complotto, vale a dire all’interno di una ambientazione euristica che in tempi dominati dai social network può avere effetti devastanti. Pensiamo per un momento se oggi un tizio del calibro di Paul Rassinier avesse un account Facebook o Twitter: quante migliaia di followers potrebbe aizzare contro il predominio di certe versioni ufficiali? Ma è proprio il caso di Rassinier – per chi non lo sapesse, fu uno dei primi a negare l’esistenza della soluzione finale riservata agli ebrei – ad essere assai istruttivo. Rassinier fu infatti anti-nazista, combattente in Francia per la resistenza e internato nei campi di concentramento di Buchenwald e Mittelbrau-Dora. Era un testimone anche lui, insomma, eppure usò la sua esperienza diretta per non riconoscere quella di chi aveva subito un destino analogo al suo. Cosa ne possiamo evincere? Un negazionista non si batte augurandogli lo stesso male che egli, apparentemente, sarebbe incapace di vedere, ma semplicemente continuando a operare al fine di ridurre in solido le proporzioni dei danni pertinenti a eventi (effettivi o potenziali) nei confronti dei quali ci sarà comunque chi, nonostante l’evidenza, s’impegnerà a negarne l’esistenza.

ff – 12 agosto 2020

Il mondo nuovo non esiste

Odio”, il nuovo romanzo di Daniele Rielli racconta una storia sospesa tra utopia e distopia tecnologica, tra un passato che non passa e un futuro non ancora pienamente sbocciato.

Per parlare del nuovo libro del bolzanino Daniele Rielli (Odio, Mondadori 2020) può essere utile prendere le mosse dalla prima delle tre citazioni poste in esergo al non piccolo volume (500 pagine): “L’idea che le credenze di tutta quanta l’umanità non siano che un’ampia mistificazione, alla quale noi saremmo pressoché i soli a sfuggire, è a dir poco prematura”. L’autore della citazione è René Girard, antropologo, critico letterario e filosofo francese che qualcuno ha definito anche “profeta dell’invidia”. Sul tema dell’invidia, come oscuro motore della società, e della funzione svolta dalle più famose teorie di Girard sul “capro espiatorio”, torneremo alla fine. Intanto, accenniamo le linee del campo nel quale il protagonista – Marco De Sanctis, un blogger-filosofo velocemente convertito al profitto innescato dai più sofisticati e contemporanei strumenti tecnologici – comincia a muoversi dopo aver incontrato un imprenditore di successo (Marco Taddei, detto “Il Mastro”). Casualmente colpito dal modo brillante con il quale lo stesso De Sanctis si occupava di argomenti affini alle sue predilezioni, gli propone di saltare il fosso costituito dalla semplice osservazione dei fenomeni innovativi e diventarne, a tutti gli effetti, un protagonista di successo nell’elaborazione e comunicazione dei suoi progetti.

Qui torna in gioco la citazione iniziale. È impossibile sfuggire alla mistificazione globale, dice Girard. Ma di quale mistificazione si tratta? Si potrebbe pensare che essa sia prodotta da una insuperabile cesura tra la realtà e il mondo delle rappresentazioni, o per meglio dire il mondo delle rappresentazioni orientate, che a quella realtà sbarrerebbero l’accesso. Uno dei sogni creati dall’espansione della tecnologia informatica più recente è stato infatti quello di rendere tale distanza sempre più impalpabile, oltrepassando la barriera che ha storicamente opposto i produttori ai consumatori delle informazioni. Hanno scritto Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini in un saggio che traccia la mappa della rivoluzione in cui siamo immersi: “Molto più delle generazioni precedenti, i ventenni sono cresciuti in un mondo in cui si accede ai saperi, e in particolare all’informazione, senza i passaggi, le selezioni, i filtri del passato, senza ricorrere al supporto dei garanti del sapere, ovvero i maestri, gli autori, le biblioteche, i giornalisti” (La cultura orizzontale, Laterza 2020). La parola chiave è “disintermediazione”, ottenuta mediante “una conversazione ininterrotta, uno spazio psichico allargato, che ha nella ramificazione e nella condivisione le sue cifre distintive, e che rende molto sfumati i perimetri” (Ibid.). Eppure: rendere sfumati i perimetri, fare in modo che il sapere sia sempre più accessibile e orizzontale corrisponde ipso facto ad una liquefazione degli antichi processi di legittimazione del potere, nel senso di una progressiva estensione della democraticizzazione e della giustizia?

La risposta dell’autore è ovviamente ambivalente, lasciando che sia il protagonista, dopo aver percorso il tratto coincidente con gli avvenimenti narrati, a suggerirla. Perché se da un lato esiste una parte attraente, costituita dalla possibilità di una rapida ascesa sociale, dalla svolta repentina che può rendere oggi un anonimo startupper una ricca celebrità (questo è anche il tema di un altro romanzo, scritto da un giovanissimo autore veneto – Giacomo Mazzariol, Squali, Einaudi 2018 –, per molti versi simile al libro di Rielli), è anche vero che sotto il luccichio degli ambienti, dei paesaggi lasciati scorrere rapidamente in successione davanti ai finestrini delle auto di grossa cilindrata e dei dessert da 22 euro, si nasconde sempre un altro mondo, alieno da quello “net-à-porter”, già qui, indossabile al polso, secondo la promessa dell’applicazione utopistica intorno alla quale gira un po’ tutta la vicenda (si chiama “BEFORE” ed è un braccialetto che serve in pratica a rendere tangibili i desideri nel momento stesso in cui si manifestano), ed invece terribilmente dispotico, ancora invischiato in un passato remoto che la disponibilità delle informazioni non ha il potere di far affondare insieme al tempo che passa. E che quindi alla fine non passa mai, ma torna per controllare, ingoiare ed espellere da sé anche il futuro auspicato.

A questo punto si chiarisce anche il ruolo del termine che dà il titolo al libro, che poi è una cristallizzazione dell’invidia girardiana alla quale si accennava all’inizio. Nel mondo reso orizzontale dalla tecnologia circola infatti in modo pervasivo la sostanza che deduce ogni desiderio dall’imitazione di altri desideri, condannando gran parte dell’umanità a non raggiungere mai i propri scopi, quindi a permanere letteralmente in una malmostosa condizione d’irrisolto rancore. Per poter raggiungere uno stato di quiete (ancorché apparente) è necessario così che qualcuno venga costantemente identificato come “capro espiatorio”, sia cioè estromesso dalla giostra promessa, assicurandone il moto perpetuo. In un mondo che non si può più fermare – e dal quale non è più possibile “scendere”, come recitava lo slogan di un celebre spot pubblicitario degli anni Settanta – l’unica soluzione sembrerebbe quella di suscitare omidici (o suicidi) sacrificali. Oppure volgere gli occhi da questo mondo nuovo così indecifrabile e minaccioso e, prima di raccontarlo, almeno aspettare di “averlo visto”, secondo l’esergo più prudente di Aldous Huxley tolto dal libro precedente di Rielli (Cronache dal mondo nuovo, Adelphi 2016).

ff – 12 agosto 2020

Gli slogan non sono sufficienti

Roberto Zanin, candidato sindaco del Centrodestra bolzanino

Qualche giorno fa, Roberto Zanin, il candidato sindaco del Centrodestra bolzanino, ha scritto sulla sua bacheca Facebook: «Insieme faremo tornare la nostra città sicura, bella, attrattiva e forte. Insomma, la Bolzano che abbiamo sempre conosciuto». Sappiamo che testi di questo tipo hanno un’affidabilità lasca. Non è tanto ciò che dicono ad essere interessante, ma quello che involontariamente rivelano (anche e soprattutto a livello di strategia comunicativa). Se il progetto del centrodestra locale fosse veramente quello espresso dalle parole di Zanin, non resterebbe infatti che prendere atto di trovarci davanti a una situazione attuale inversa a quella vagheggiata. Bolzano sarebbe quindi realmente una città insicura, brutta, scarsamente attraente, debole e molto diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto.

Ma sospendiamo il giudizio, anzi poniamo proprio un punto di domanda dietro ogni enunciato appena trascritto: Bolzano è davvero una città insicura? Brutta? Scarsamente attraente? Debole? Diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto? Per porre tutte queste domande in un orizzonte di senso appena più comprensibile, al di fuori di un uso che ne fa soltanto una sequenza di slogan privi di contenuto, occorrerebbe almeno aggiungere delle precisazioni. Insicura se comparata a quali standard di sicurezza accertabili e auspicabili? Brutta in base a quale concezione estetica vigente? Scarsamente attraente per chi? Debole in base a quali rilevazioni di forza? Diversa da quella che abbiamo conosciuto — ovvio, il tempo passa anche sotto i sofà, cantava Paolo Conte — in rapporto a quale epoca rimpianta?

È possibile che troveremo utili indicazioni per capire meglio di cosa stiamo parlando grazie ai programmi. Ma basterà la lettura del programma per aprire un serio dibattito, accessibile alla maggioranza dei cittadini che verranno chiamati a decidere e in grado di disegnare sulla loro mappa mentale due orizzonti chiaramente contrapposti, non ideologici, afferenti insomma a due idee alternative sul futuro della città?

Finora il modo con il quale lo sfidante di Renzo Caramaschi ha deciso di segnalarsi all’opinione pubblica è stato contraddistinto da toni assai pacati, distanti da quelli altrimenti usati dai principali esponenti dei partiti che lo appoggiano. Benissimo. Eppure, se per una serie di causalità che adesso ci paiono inverosimili, senza tuttavia esserlo realmente, fosse stato lui a guidare la coalizione di Centrosinistra è probabile che la sua candidatura avrebbe funzionato lo stesso. Ma esattamente qui sta il punto. Al di là degli slogan (se ne potrebbero trovare di altrettanto vacui anche sull’altro fronte dello schieramento, intendiamoci), perché i bolzanini dovrebbero preferire il cambiamento proposto da chi afferma che «Bolzano deve finalmente tornare a essere il capoluogo della provincia», rispetto a chi chiede il voto procedendo dall’identico assunto, di essere cioè già riuscito a cogliere in parte tale obiettivo e voler dunque proseguire nel percorso intrapreso?

Tutto resterà una pantomima di posizioni interscambiabili, una mera questione di stile, fino a quando non emergerà un tema, dei contenuti capaci di rivelarsi come dirimenti e forieri di una vera battaglia. Solo un esempio: sul progetto dell’areale ferroviario, un nodo decisivo, intorno al quale potrebbe profilarsi una delle differenze maggiori, perché gli uni vogliono andare avanti a tutti i costi e invece gli altri hanno messo in questione la sua realizzabilità? Farlo capire bene, prima del 21 settembre, è l’unica cosa che conta.

Corriere dell’Alto Adige, 11 agosto 2020