At the station

Ero la sposa più invidiata del secolo. La principessa delle favole. La Cenerentola del nostro tempo. La maestra d’asilo prescelta dall’erede al trono. Se solo avessero saputo, gli innumerevoli spettatori delle nozze del secolo; se solo avessero immaginato, le miriadi di casalinghe ipnotizzate dal matrimonio pastello; se solo il mondo si fosse fermato un attimo a pensare cosa può essere uno sposalizio regale; cos’è, in fondo, depurato di tutto lo sfarzo, delle migliaia di cappellini e tight e alte uniformi e coccarde, stendardi, passatoie, ali di folla impazzita…

Cos’è, se non una stazione di monta.

La condizione regale è molto vicina alla condizione animale. Molto più di quella, che so, d’un impiegato, un bottegaio o un tassista. I quarti di nobiltà sono come i quarti di bue. Essere re o regina o duca e marchese equivale a essere un cavallo. Si tratta d’una condizione equina. Si cerca di riprodurre il purosangue. Ci vuole un nobile stallone che si accoppi con una nobile giumenta. Che abbia tutti quarti a posto. Si ricostruisce il pedigree al modo che si risalgono stemmi araldici ramificatissimi. E viceversa. Il compito di una brava regina è quello di figliare quanto una brava vacca, una coniglia feconda o una cavalla, appunto. La principessa più fertile e più a portata di mano, giovane, vergine, di buon casato, pronta a sfornare il puledrino vincente – ero io.

Alessandro Banda, Come imparare a essere niente, Guanda 2010, pagg. 79-80

Nella rete ogni nodo è decisivo

Gli organizzatori della quarta edizione del Festival delle Città Impresa hanno scelto uno slogan (“Far viaggiare le idee”) che si appoggia sull’immagine ormai consolidata di un reticolo di linee metropolitane. Un’immagine nella quale prevale l’idea della velocità e della molteplicità delle connessioni, dunque, più che il respiro lento di un territorio frazionato in municipalità distanti tra loro e ripiegate su se stesse. E visto che questa effervescente metropoli fatta di nuove infrastrutture materiali e ideali dovrebbe animare un Nordest futuribile “le cui reti di subfornitura d’eccellenza si ridislocano verso i mercati globali della Bric” (Aldo Bonomi)[1], tornano alla memoria le impressioni prodotte dai racconti del Marco Polo di Italo Calvino su uno stupefatto Kublai Kan: “Adesso, da ogni città che Marco gli descriveva, la mente del Gran Kan partiva per suo conto, e smontata la città pezzo per pezzo, la ricostruiva in un altro modo, sostituendo ingredienti, spostandoli, invertendoli”[2].

Ma quali sono le prime tappe di questo viaggio per adesso più fantasticato che reale? Scorrendo la voce “I luoghi” sul sito che presenta il programma del Festival (http://www.festivaldellecittaimpresa.it/), troviamo Schio e Padova, Isera e Rovereto, Gorizia e Udine. Troviamo ovviamente Venezia e Trento, però nessuna città del Sudtirolo. E questo nonostante il laboratorio immaginato per allacciare la rete nella quale dovrebbe materializzarsi – sospirato premio – la Capitale europea della cultura 2019 in teoria si estenda proprio fin quassù, all’ombra delle Dolomiti, dove l’interscambio tra i suoi nodi diviene in modo evidente interscambio di culture, polifonia di lingue, non solo di dialetti.

Come noto, esistono dubbi e obiezioni (alcune delle quali sensate) riguardo al progetto di coinvolgere la provincia di Bolzano in quest’avventura. Una comune identità regionale del Nordest – ha scritto Thomas Benedikter in un contributo critico pubblicato sul blog Brennerbasisdemokratie[3]– è difficile da riconoscere, non può semplicemente essere inventata con strategie di marketing e soprattutto non dovrebbe oscurare quella regione transfrontaliera già esistente dal punto di vista istituzionale che corrisponde al nome di Euroregione Tirolo-Südtirol-Trentino. Per superare questi dubbi non basta ripetere, come ha fatto recentemente Sabina Kasslatter Mur, che noi ci saremo per testimoniare la nostra condizione di “minoranza”. La “rete” è di per sé una struttura nella quale ogni nodo risulta decisivo e per così dire deve svolgere una funzione “trainante” ben al di là dello schema “centro-periferia” (e dunque anche “maggioranza-minoranza”) al quale siamo stati fin qui abituati. Altrimenti avrebbe davvero poco senso partecipare.

Corriere dell’Alto Adige, 29 aprile 2011


[1] Aldo Bonomi, Fra sviluppo e transizione, Corriere della Sera, Martedì 26 aprile 2011, pagg. 40-41

[2] Italo Calvino, Le città invisibili, Torino 1972, pag. 49

Vaffanculo

Dialogo – ridotto all’osso – tra due esponenti idealtipici dell’attuale governo sul caso libico.

Esponente della Lega (EL): vaffanculo!

Esponente del Pdl (EPdl): che c’è?

EL: vaffanculo, ho detto.

EPdl: non ce l’avrai mica con noi?

EL: no, figurati. Vaffanculo in generale.

EPdl: noi non potevano dire di no. Non potevamo non bombardare. Ce l’hanno chiesto.

EL: già.

EPdl: eh.

EL: ogni bomba che gli tiriamo sulla testa sono profughi che arrivano però.

EPdl: già.

EL: (…)

EPdl: no, dai, non possiamo cercare di colpire i civili per bloccarli laggiù…

EL: Vaffanculo.

EPdl: Già. Vaffanculo.

Per la famiglia (onore e oneri)

Una delle tecniche più usate dalla propaganda del governo in carica – tecnica che discende dal modo di pensare e di parlare del suo capo – è quello di affermare con forza che si sta fecendo quello che palesemente non si sta facendo. Si dice, per esempio, di voler riformare la giustizia e si opera esclusivamente per sistemare i processi che vedono imputato Berlusconi, in spregio a qualsiasi criterio di giustizia. Non tradisce questo modo di concepire il proprio “impegno” l’atteggiamento rivolto (ovviamente a parole) al “sostegno” delle famiglie, in teoria un baluardo di ogni governo sedicente di destra. In pratica: affermando in modo truffaldino di voler favorire, anzi di “onorare” il ruolo di solidarietà attribuito alle famiglie (suona bene, no?) si lasciano alle famiglie tutti gli “oneri” dovuti alla restrizione degli interventi sociali che dovrebbero sostenerne gli sforzi. Un articolo dal sito “La voce” ci spiega in dettaglio come funziona questo osceno giochetto:

http://www.lavoce.info/articoli/-famiglia/pagina1002268.html

Il tempo di agire

Con la pubblicazione dei cinque progetti finalisti, concepiti allo scopo di coprire il fregio mussoliniano di Hans Piffrader, si è compiuto il primo passo per dare concreto seguito all’intento di storicizzare e contestualizzare uno dei documenti più eclatanti della “marchiatura” fascista del capoluogo atesino. La bontà e la necessità dell’operazione, paradossalmente, sono esaltate proprio dalle prime reazioni negative, peraltro ampiamente previste.

Dunque, chi continua a storcere il naso e a protestare davanti a questa iniziativa? Si tratta dei rappresentanti degli opposti nazionalismi, anche se mascherati e camuffati da altre sigle. La loro funzione è quella di bloccare il discorso pubblico su opposte trincee identitarie, utilizzando i resti del passato affinché questo non passi. I nazionalisti italiani vorrebbero che tutto venisse lasciato com’è, opponendosi persino all’installazione di semplici targhe o testi esplicativi in grado di descrivere in forma di un esplicito distanziamento il contenuto politico (e violento) di ciò che è rappresentato. I nazionalisti tedeschi vorrebbero invece togliere tutto, pretendendo di cancellare ogni traccia visibile di quei reperti e illudendosi che, così facendo, anche le tracce invisibili, quelle cioè depositatesi nella nostra memoria collettiva, comincino finalmente a perdersi. Come abbiamo spesso notato, si tratta di due atteggiamenti apparentemente antitetici, eppure solidali in un punto decisivo: rigettare il principio stesso della mediazione riflessiva e della piena assunzione di responsabilità che concerne un positivo rapporto dialettico – il che significa sempre interpretativo – con l’eredità più controversa della nostra storia.

Forse non è realistico, anche se auspicabile, attendersi che la sopravvivenza di queste posizioni estremistiche e di chi ancora le propaga venga accorciata nel breve periodo o addirittura estinta per sempre. Si tratta però di scegliere strategie possibilmente mirate al loro confinamento in spazi quanto più stretti, prosciugando il brodo di coltura che li alimenta. La popolazione altoatesina e sudtirolese, seppur con sfumature diverse, ha imparato da tempo a vivere in pace, sopportando con un crescente senso di noia i professionisti del rancore e del malcontento. Coprire in modo accorto gli oggetti che costituiscono il palcoscenico dal quale questi professionisti traggono i loro argomenti polemici può indubbiamente servire ad affievolirne le voci. L’importante è agire con decisione, velocemente e senza impigliarsi nelle solite discussioni inconcludenti. È arrivato insomma il tempo di fare.

Corriere dell’Alto Adige, 20 aprile 2011

Das Recht zu gehorchen

“Niemand hat das Recht zu gehorchen” (“Nessuno ha il diritto di obbedire”). È la frase che dovrebbe campeggiare a copertura del fregio mussoliniano di piazza Tribunale, a Bolzano, se vincesse questo progetto tra i cinque selezionati dalla commissione di esperti preposta alla scelta. Ovviamente il mio è anche un augurio. La frase è infatti molto adatta per oscurare l’abominevole “Credere, Obbedire, Combattere” scolpito accanto al famoso Duce a cavallo. Ma cosa significa, propriamente, “Nessuno ha il diritto di obbedire”? Sento già nelle orecchie il ronzio insostenibile prodotto da chi sarà pronto a spezzare una lancia per QUALSIASI diritto (dunque incluso quello di obbedire). Così come abbiamo avuto quelli pronti a garantire la libertà d’espressione e di dimostrazione a chi si è fatto portatore di messaggi d’intolleranza. Per non cadere in contraddizione, dicono. Come se non tollerare chi fa pratica d’intolleranza fosse una contraddizione. E non legittima difesa.

Torniamo alla frase. L’autrice è Hannah Arendt. Il contesto dalla quale è tratta – un’intervista col giornalista Joachim Clemens Fest – è illustrato nel modo seguente in un contributo che ho pescato in rete:

Die Welt umgestalten in eine vernünftige Einrichtung wollte auch die Aufklärung. Zum “Wahlspruch” erhob der deutsche Philosoph Immanuel Kant daher das lateinische Sprichwort “Sapere aude!”, also “Wage zu denken!“. Kants epochale und zeitlose Übersetzung lautet: „Habe Mut, dich deines eigenen Verstandes zu bedienen!” Es gibt wenige Reformulierungen, die diesem Satz an Eindrücklichkeit nahe kommen; zu ihnen gehört diejenige der Philosophin Hannah Arendt in einem Interview mit Joachim Fest: “Niemand hat das Recht zu gehorchen.”

Colpirne uno per educarne cento

“Colpirne uno per educarne cento”, lo slogan coniato da Mao Zedong, ebbe ovviamente corso anche negli anni plumbei del terrorismo italiano. Ironia della sorte, adesso nel Pdl si vorrebbe colpire Roberto Lassini – l’autore dei simpatici manifesti che potete vedere nell’immagine – per dare sotto elezioni una riverniciatina di credibilità a un partito che dell’attacco ai giudici e alle procure ha da sempre fatto un suo personalissimo cavallo di battaglia. Cavallo a briglie più che sciolte, aggiungiamo. Dunque: colpirne uno (Roberto Lassini) servirà ad educarne altri cento? È lecito dubitarne. Il problema – di Milano e del Paese – resterà sempre l’ispiratore e il finanziatore di questi attacchi inverecondi ed eversivi. Il problema è Mao Zedong, non l’ultimo dei suoi cinesi.

Questa è una dedica particolare

Non avevo dubbi che l’articolessa del pachiderma avesse colpito Castaldi. L’ha fatto però meno rispetto ad un altro articolo (cfr. il link qui sotto), che cito volgendolo in dedica particolare a un amico (si fa per dire) perfettamente ritratto dall’atteggiamento descritto. Anche se d’intelletto non eccelso, sono convinto che l’amico (si fa sempre per dire) saprà prontamente riconoscersi.

http://malvinodue.blogspot.com/2011/04/dopo-un-emozionante-testa-testa.html

Vera

Ieri, a Bolzano, Francesca Melandri ha portato il suo medio-metraggio “Vera”. Un film intenso e bellissimo. Un film che ci riconcilia con il senso più prezioso del termine “umanità”. E riconciliazione è una parola guida, per Francesca. Ma anche per noi.

Grazie.

Qualcosa di destra

Ricordo che il compianto Edmondo Berselli (ci manchi, Eddy) amava citare sempre la gag di Francesco Storace, cioè la sua risposta a un’invocazione di un simpatizzante (“France’ dicce qualcosa de destra!” e lui, prontissimo: “ah frociii!”). Gag rivelatrice, anche leggendo l’editoriale di stamani pubblicato da Giuliano Ferrara sul Foglio, che nelle intenzioni vorrebbe fornire sempre la risposta più sofisticata possibile (ma solo nella forma) all’invocazione suddetta (il contenuto rimane infatti sempre quello: “ah frociii!”).

E insomma, ecco come esordisce il pachiderma:

Da un lato c’è il priapismo statuario di Berlusconi, e chissà se siano vere quelle propalazioni semiporno delle sue allegre amichette (d’una sera, in casa propria). Dall’altro c’è la chimica contro la pubertà, per la salvezza di una corretta scelta dell’identità di genere.

Per capire il riferimento contrastivo alla “chimica contro la pubertà” rinvio all’articolo. Dell’esordio mi preme mettere subito in luce almeno tre elementi:

1. Definire “statuario” il priapismo di Berlusconi non corrisponde già a un piccolo monumento-lecchino piuttosto spinto considerando l’ambizione del pachiderma a non figurare tra le schiere dei Bondi-qualunque?

2. Che Berlusconi sia al declino (e dunque – cito da un articolo di un altro servo del capo – venga trattato alla stregua del nonnetto rincoglionito della famiglia; quello seduto in poltrona con il plaid sulle ginocchia e il cornetto all’orecchio. Quello che quando gli chiedete: “Nonno, hai preso la pasticca?” lui risponde ad alta voce: “Garibaldi era una bella persona!”) lo si potrebbe evincere dallo scetticismo con il quale il pachiderma scherza sulle mirabolanti imprese erotiche del Cav., magnificate prima (ma allora forse anche la storia del monumento era uno scherzo) e messe poi in dubbio assieme alle “propalazioni semiporno delle sue allegre amichette” (insomma, con sorrisino ammiccante: bunga-bunga sotto il plaid? Ma non scherziamo…).

3. Ma se da un lato abbiamo “questo” (un vecchietto ancora arzillo e ancora “masculo” il giusto) dall’altro lato cosa abbiamo? L’unico argomento valido sarebbe, a ben vedere, proprio la “chimica” e i suoi additivi (perché, come notava acutamente una mia amica, altrimenti l’enigma non si spiega). Macché. Si spiega benissimo. Qui per l’appunto l’analisi si ferma e con la consueta sincope devia sugli scenari orrorifici di giovinetti sottoposti a programmi (si legge orwelliani, s’intende comunisti) di annullamento dell’identità sessuale. Vale la pena leggere almeno il commento finale:

L’infanzia, la vita, il sesso non sono mai stati così intensamente e ferocemente prostituiti [sic e sigh!] come in questi decenni di massacri di bambini non nati e di massacro dell’intelligenza di genere, del buon senso di genere, dei ruoli di genere.

C’è bisogno di una traduzione? Traduciamo: è compito di una destra moderna (e senza dubbio quella berlusconiana lo è) prendersi cura della tutela di questa infanzia, di questa vita e di questo sesso basati sul buon senso di genere e sui ruoli di genere, cribbio! Tutto può essere così ridotto a uno slogan da prendere alla lettera: W la figa! Questa è la destra, signori, e se non vi piace vuol dire che vi piace Marrazzo (e cioè non capite un cazzo).

Ogni tanto

Ogni tanto mi ritrovo nuovamente impelagato in una discussione su autodeterminazione/autonomia. Sono come piccoli scoppi che si accendono, senza introduzione apparente, un po’ alla rinfusa. Allora vado subito a visitare i due o tre principali siti d’informazione per capire se questo rinnovato interesse scaturisce da una notizia, se insomma è accaduto qualcosa in grado di poter giustificare la ripresa di una simile discussione. Ma non trovo mai nulla (al massimo un’intervista nella quale il signor x ha blaterato qualcosa sull’argomento, suscitando le reazioni di y, w e z). Il tema è insomma uno di quelli che vengono tenuti in vita artificialmente e per molti versi mi ricorda l’accanimento terapeutico su un malato terminale.

Come finiscono generalmente discussioni di questo tipo? Con la frase: “l’autodeterminazione è un diritto”. Certo che è un diritto. Ma detta così non si capisce bene. Occorre un’immagine.

Se io abito in una stanza al quarto piano e in questa stanza si accende il fuoco, è chiaro che io posso abbandonare la stanza passando dalla finestra (per fortuna c’è un cornicione abbastanza spesso, ho controllato) e non dalla porta (che sta fiammeggiando là sullo sfondo). Ma se al posto del fuoco vero, le fiamme che adesso si vedono provengono semplicemente da una scena del telefilm che stavo vedendo prima di perdermi in queste oziose riflessioni? Avrebbe senso che io abbandonassi precipitosamente la stanza buttandomi dalla finestra?

Ecco, i nostri autodeterministi somigliano quasi tutti agli spettatori di quel telefilm. Cambiassero almeno canale, ogni tanto.

Europei

Scriveva Alberto Savinio il 14 agosto 1943

I mali di cui soffrono attualmente nonché gli italiani ma gli europei, vengono in massima parte dal che essi restringono l’idea della vita e del mondo entro la cerchia dei propri consanguinei, dal che non mandano lo sguardo oltre la barriera delle proprie abitudini quotidiane, delle proprie conoscenze, delle proprie cognizioni: egoismo, meschinismo, iniquità, settarismo, grettezza mentale e il corollario di queste qualità (perché nella parola “qualità” si vuole sottendere sempre il significato di “buona” qualità?), cioè a dire la malvagità accompagnata dal suo sottoprodotto la crudeltà, e la disposizione a nuocere al prossimo senza scrupoli né rimorsi, anzi con certo quale intimo convincimento che nocendo al prossimo si benefica se stessi e “i suoi”, al quale obbrobrioso sentimento non hanno mancato di collaborare anche talune forme religiose.

Parole scritte il 14 agosto 1943, ripeto. Vi pare sia cambiato moltissimo da allora? A me non pare.

Appello

Con piacere pubblico l’appello che Brigitte Foppa e Sepp Kusstatscher (portavoci dei Verdi sudtirolesi) hanno recentemente lanciato per sensibilizzare l’opinione pubblica locale sulla cosiddetta “emergenza” profughi.

Con sgomento seguiamo in questi giorni gli sviluppi della questione dei profughi africani a livello internazionale e locale.

In particolar modo ci spaventano certe affermazioni dei nostri compaesani e dei nostri governanti locali. In preoccupate prese di posizione si tenta di costruire un’emergenza profughi laddove non ne esistono i presupposti  – per ora le stime indicano la futura presenza di neanche 1 profugo per comune sudtirolese.

Si sente parlare di „clandestini“ i quali non meriterebbero certo di essere ospitati – quando è solo il tipo di legge in vigore che determina lo stato di “illegalità” in cui un immigrato/a si viene a trovare. Troviamo cinico che si cerchi di individuare delle ipotetiche differenze tra la responsabilità etiche verso chi fugge da un dittatore (e quindi è “profugo”) e chi invece fugge da fame e miseria (e quindi è un “clandestino”).

Si sente dire che noi altoatesini non saremmo colpevoli della politica italiana sulla migrazione ed il coro del rifiuto arriva a quelle frange che sfruttano il momento per ribadire che apparteniamo a questo stato senza volerlo. Tutte queste persone non menzionano il fatto che noi siamo tra le province più ricche dell’Italia e che quindi potremmo anche avere una responsabilità specifica verso chi è più povero di noi. Si tace sul fatto che i rappresentanti politici della Volkspartei hanno dato un notevole contributo alla persistenza del governo Berlusconi con la sua politica della migrazione assurda, sconnessa e misantropa.

La nostra terra ed i suoi politici che attualmente discutono animatamente sul fatto se la nostra provincia riesca ad assorbire più di 20 profughi, sembrano aver dimenticato che il Sudtirolo stesso neanche troppo tempo fa è stata terra di emigrazione e che 70 anni fa ben 80.000 compaesani sono emigrati per motivi politici ED economici. Allo stesso modo si finge di non sapere degli europei che hanno colonizzato paesi interi, senza mai porsi il dubbio della legalità o addirittura della buona accettazione da parte di chi veniva sottomesso.

La nostra terra ed i suoi politici che negli ultimi anni hanno fatto a gara, nei dibattiti sulla Rana, il Crocifisso nelle aule e le Radici cristiani nei programmi scolastici, sembrano aver eliminato dalla loro scala di valori lo spirito dell’amore per il prossimo come anche la decenza ed il senso per la giustizia e la giusta misura.

La nostra terra ed i suoi politici che mettono a disposizione generosi mezzi per i megaprogetti e la pubblicizzazione di essi e che finora sembravano temere una sola cosa – la “raggiungibilità” dell’Alto Adige, ora temono la “grande ondata” dei profughi e la prevengono puntando sulla chiusura.

Siamo indignati di fronte al clima che si tenta di creare e ci solleva solo il fatto che percepiamo anche voci di dissenso nella nostra popolazione.

Proprio per questo chiediamo alla Giunta Provinciale di abbandonare la posizione difensiva e di rifiuto e di avviare invece subito la ricerca di alloggi dignitosi per tutti quelli che ne avranno bisogno. L’atteggiamento solidale che caratterizza una gran parte della nostra popolazione deve essere rafforzato e utilizzato positivamente.

Non vogliamo certo minimizzare la problematica intorno a flussi migratori ed integrazione o di fingere armonia laddove ci saranno certamente anche attrito e conflitto.

Ma respingere, rifiutare, spostare uomini e donne come merci non potrà mai essere la base di una responsabile e rispettosa politica della migrazione.

Solo amici

I futuristi odiavano Venezia perché, pensavano, non si guarisce dal passato, dalla nostalgia, se non ponendosi mete sempre ulteriori (nella scienza, nell’arte, probabilmente anche nell’amore). A questo genere di vitalismo io però continuo a preferire il ricordo di vecchie chiavi d’albergo, passate di mano in mano, e l’odore della moquette consunta di certe camere con le persiane chiuse. Fa un po’ male, pensarci. Fa male, tornarci. Ma è inevitabile. Non si può essere “solo amici”, a Venezia.