Interessi tutelati

Svp Lega

Qualche giorno fa, grazie a un’intervista concessa al quotidiano online salto.bz, l’ex parlamentare europeo Sepp Kusstatscher ha spiegato benissimo perché la Svp non si sarebbe mai espressa a favore di un’alleanza con i Verdi. Non si tratta di un’incompatibilità ideologica. Ai Verdi, per esempio, la Svp non avrebbe dovuto certo sottoporre delle condizioni preliminari da firmare al fine di rendere il partito fondato da Alex Langer compatibile sul piano della tutela delle minoranze (di tutte le minoranze), della vocazione europeista e dell’impegno nei confronti dell’autonomia. Europa, autonomia e convivenza sono proprio i punti programmatici che i Verdi già misero sul piatto di una loro possibile partecipazione al governo della provincia fin dalla campagna elettorale (Riccardo Dello Sbarba ebbe allora modo di dichiarare: “Sono questi i pilastri che vanno rilanciati e riformati, altrimenti si rattrappiscono, e la Svp non è apparsa in grado di farlo”). La ragione, sostanziale, è quindi un’altra, e come dicevo l’ha espressa molto bene Sepp Kusstatscher, che fra l’altro, prima di militare tra i Verdi, ha per anni fatto parte dell’ala sociale della Svp.

Il suo ragionamento è cristallino: “I vertici della Svp sanno benissimo che la Lega costituisce un partner molto più semplice da trattare rispetto ai Verdi. Con la Lega la Svp può fare e disfare ciò che vuole. È questo, a mio avviso, il motivo principale del veemente rifiuto che viene opposto ai primi” E ancora: “Soprattutto per quanto riguarda gli ambiti dell’urbanistica e della politica ambientale, ma anche in quello sociale, i Verdi rappresenterebbero una sfida per la Svp e dovrebbero essere trattati alla pari. La Lega, al contrario, è un garante dei gruppi di pressione che vogliono continuare a comportarsi come hanno fatto negli ultimi anni”. Una dimostrazione, ricorda ancora Kusstatscher, è il lavoro colossale che Dello Sbarba ha compiuto nella commissione legislativa sull’urbanistica, smontando pezzo per pezzo gli emendamenti portati dal Bauernbund o da certi agenti immobiliari. In questo modo i rappresentanti della Svp hanno potuto osservare come una simile solerzia e competenza nel lavoro di oppositore non potesse conciliarsi con l’ipotesi di averlo un giorno all’interno del governo.

Ora, sarebbe stato chiaramente molto più complesso sottoporre ai Verdi un contratto o una carta “valoriale” da firmare nella quale venisse richiesto di chiudere occhi, orecchi e bocche su certi affari. L’intoppo, il vero mal di pancia, insomma non deve essere tanto interpretato con gli argomenti spacciati per rilevanti solo quando si tratta di appianare questioni di facciata (“Voi intanto firmate, ché dopo ci si aggiusta”). La Lega – che spaccia se stessa alla stregua di un agente del “cambiamento” – rappresenta così in realtà il principale strumento per la conservazione.

Corriere dell’Alto Adige, 28 novembre 2018

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Daniele da Volterra e Piazza Vittoria

Daniele da Volterra

16 anni fa, a Bolzano, la cittadinanza fu invitata a prendere posizione su una questione di portata simbolica. Il sindaco di allora, Giovanni Drioli Salghetti, era riuscito solo per poche settimane a convertire il nome di “Piazza Vittoria” in “Piazza della Pace”, scatenando l’ira funesta dei nazionalisti italiani (attaccati come patelle allo scoglio dei vecchi reperti del regime fascista) ma anche di molti cittadini avversi a qualsiasi riforma dell’uso pubblico della memoria. E pazienza se la minoranza di lingua tedesca bolzanina, invece, avesse apprezzato il gesto di “riappacificazione”, o l’avesse sfruttato in chiave revanscista. Il referendum, voluto dall’allora rappresentativo partito di destra Alleanza Nazionale, con a capo Giorgio Holzmann, dette un risultato quasi speculare alla proporzionale etnica. I fautori del ritorno al nome “storico”, gli amanti della Nike, si espressero per un robusto 61,94%. Gli altri, i pacifisti, incassarono una pesante sconfitta, arrendendosi a quota 38,06%.

Da quella data, molta acqua è passata sotto il ponte Talvera. Fatti importanti sono accaduti riguardo alla rivisitazione dell’eredità conflittuale dei nazionalismi novecenteschi, come l’apertura del centro di documentazione storica, proprio sotto al Monumento che dà il nome alla piazza, e la copertura del fregio mussoliniano di piazza Tribunale con la scritta di Hannah Arendt. Eppure, la mentalità collettiva non ha fatto grandi passi in avanti. L’ha indirettamente verificato il vescovo Ivo Muser, il quale – cogliendo l’occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale – ha incautamente proposto ancora di cambiare il nome della piazza, riesumando la “pace” rimossa nel 2002. Una valanga di commenti negativi, ma anche di esplicite contumelie come sempre affidate ai social, ha seppellito l’idea dell’alto prelato. Tra le dichiarazioni dei politici contrari spicca quella del primo non eletto della Lega alle recenti elezioni provinciali, e quindi perdurante consigliere comunale Luigi Nevola: “Se la polemica non si spegnerà – ha scritto in un post su Facebook, pur sapendo che la polemica è tenuta in vita solo da interventi come i suoi – e se la volontà della giunta sarà quella di intervenire cambiandone nuovamente il nome, sulle orme di Daniele da Volterra intendo proporre una mozione volta a rinominare Piazza Vittoria in Piazza dei Bivacchi. Nome più adatto, vista la situazione creata da sindaco e giunta”.

La dotta citazione di Daniele da Volterra – sovente i leghisti hanno bisogno di recuperare appeal intellettuale – ci consente però un’interpretazione divertente di tutta la faccenda. Il pittore in questione, infatti, ricevette il soprannome di “Braghettone” in seguito al suo noto intervento post-conciliare sulle ignude figure michelangiolesche del Giudizio Universale. Divertente, dicevo, perché Nevola ha spesso sbandierato le proprie convinzioni ultracattoliche, e quindi dovrebbe stare esattamente dalla parte di Gian Piero Carafa. In realtà, e per ricollocare le cose nella loro giusta dimensione, diciamo quanto segue. Cambiare il nome di una piazza non significherebbe di per sé falsificare la storia, né tanto meno scempiare opere d’arte. Vie e piazze cambiano spesso denominazione. Qui non si farà perché non esiste la volontà politica di farlo. La giunta comunale, infatti, non ha mai espresso il desiderio di riaprire quello spinoso capitolo, e l’appello del Vescovo, lodato per il suo generico irenismo, resterà lettera morta. Infine, ironizzare sulla condizione poco felice dei senzatetto che sostano da quelle parti è una spiacevole deviazione dal tema in questione e soprattutto non fa onore al devoto Nevola.

Corriere dell’Alto Adige, 3 novembre 2018, pubblicato col titolo “Mentalità collettiva offuscata”