Lo specchio di una società non omogenea

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Chissà se la nuova formula introdotta per svolgere i test di accertamento linguistico, praticata soltanto da tre mesi, porterà a un miglioramento. Intanto, i dati Astat che documentano le percentuali di successo nell’esame di bi- e trilinguismo per il 2013 continuano a rimanere piuttosto basse. L’anno scorso soltanto il 26,2 per cento dei candidati è riuscito a superare lo scoglio del patentino B. Poco meglio il risultato del C, fissato al 37,5 per cento. Sopra la media (comunque inferiore al 50 per cento) le due altre due categorie, l’A e il D, rispettivamente con il 61,6 e il 73,5 per cento.

Al di là delle considerazioni realizzabili in base a una prima veloce analisi – ma, come si accennava, bisogna tener conto che il cambiamento della formula, più variegata della precedente, potrebbe forse alterare questa tendenza – c’è da dire che il patentino continua a rappresentare un vero e proprio spauracchio per altoatesini e sudtirolesi. La dimostrazione sta nell’elevato coefficiente di successo registrato nelle prove equipollenti, quelle compiute presso gli enti riconosciuti mediante l’apposita norma di attuazione dello Statuto di autonomia approvata con il Decreto Legislativo n. 86 del maggio 2010. Solo per limitarci all’esempio più eclatante, il livello B, proibitivo per gli aspiranti al patentino “tradizionale”, in questo caso fa registrare ben il 97,6% dei promossi. Una ragione per chiedersi se, nonostante l’aggiornamento delle modalità con le quali viene svolto, non sia proprio la struttura profonda dell’esame a costituire il problema maggiore.

Quali sarebbero, insomma, i meccanismi inibitori del successo generati da questa struttura? Me ne vengono in mente due. Innanzitutto, il fatto di rappresentare un’occasione isolata di confronto, staccata cioè da qualsiasi percorso relazionale capace di accompagnare e costituire una preparazione ben più significativa alla prova. Secondariamente, lo spettro troppo ampio della motivazione con la quale i candidati si presentano agli esami: si va da chi tenta tanto per fare, quindi apportando un minimo impegno, a chi invece ha bisogno del diploma per ottenere o confermare un lavoro, e perciò si carica della massima, e dannosa, tensione possibile.

Alla fine ad essere misurate non sono così tanto le competenze linguistiche, ma piuttosto la generica facoltà a superare un ostacolo che, proprio per questo, s’intende come qualcosa di cui ci si vuole soltanto liberare. Per molte persone, specie di madrelingua italiana, l’acquisizione del “pezzo di carta” segna psicologicamente persino il definitivo congedo dal proposito di migliorare, e soprattutto esercitare, la lingua dell’altro. Non stupisce inoltre che la percentuale dei promossi cali con l’avanzare dell’età o sia inferiore nelle zone dove la presenza di un gruppo linguistico è largamente dominante (con l’eccezione delle valli ladine, ovviamente). Nonostante tutti i progressi nel campo della convivenza fin qui realizzati, segno di una società ancora contraddistinta da un plurilinguismo non omogeneo.

Corriere dell’Alto Adige, 20 marzo 2014

Se la catastrofe diventa un’opportunità

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Il cosiddetto scandalo delle pensioni d’oro ha scosso l’opinione pubblica della nostra regione in modo profondo. Per Richard Theiner, l’Obmann della Svp adesso costretto a porre la fiducia sul proprio mandato, si è trattato della “più grave crisi dai tempi della Seconda guerra mondiale”. La crisi riguarda il tacito patto tra elettori ed eletti fondato su un assunto altrove, cioè nel resto d’Italia, già ampiamente contraddetto da molte evidenze: che gli eletti governino in primo luogo pensando ai bisogni degli elettori, e che gli eventuali vantaggi tratti dalla loro condizione non siano così marcati da scavare un baratro tra gli uni e gli altri.

Quando i privilegi aprono un abisso sempre più invalicabile per il popolo, infatti, la legittimità di governo che gli eletti hanno ricevuto dagli elettori vacilla. E il danno non si limita alla perdita di credibilità individuale di questo o di quel politico, ma investe la politica nel suo complesso, creando un vuoto molto pericoloso.

La percezione esemplare dell’abisso l’abbiamo avuta mercoledì 12 marzo, allorché un folto gruppo di cittadini indignati si è radunato in piazza Magnago allo scopo di partecipare a una manifestazione di protesta contro i privilegi dei politici. Una contestazione molto dura, non solo nei confronti della Svp o dei rappresentanti di governo, ma estesa a tutta l’opposizione – fatta eccezione per l’acclamato Paul Köllensperger, il quale infatti ha poi rivendicato per il Movimento 5 Stelle i meriti della sua azione “anti-casta” – ritenuta responsabile di non essersi distinta in positivo quando era il tempo di farlo. Neppure i passi già intrapresi dai presidenti delle due province, Ugo Rossi e Arno Kompatscher, per eliminare i vitalizi dei Consiglieri e procedere così rapidamente a una nuova legge regionale in materia, oppure la promessa di restituire i soldi, fatta da alcuni politici o da interi gruppi consiliari, hanno sortito effetti consistenti. La rabbia non si dissolve facilmente. E la richiesta, salita dalla piazza, di indire nuove elezioni dimostra soprattutto la voglia di azzerare l’attuale ceto dirigente.

L’azzeramento di un ceto dirigente, ammesso e non concesso si tratti di un passaggio necessario, o anche semplicemente praticabile, non s’improvvisa però dall’oggi al domani. “Wir sind das Volk”, scandivano i manifestanti riecheggiando toni berlinesi e da caduta del muro. Ma un muro non può cadere con la prospettiva di lasciare solo macerie. Il nuovo esecutivo, guidato fortunatamente da “uomini nuovi”, ha ancora la possibilità di tracciare una profonda linea di discontinuità col passato.

Forse la tempesta che stiamo attraversando può essere letta persino come un’ultima opportunità di apprezzare il ruolo della politica, piuttosto che come l’annuncio della sua definitiva catastrofe.

Corriere dell’Alto Adige, 15 marzo 2014