Le radici cristiane (gnocca e sghei)

Avevamo sempre sostenuto che le cosiddette “radici cristiane” alle quali spesso si richiamavano politici di bassa lega (questa è più che un’allusione) corrispondevano soltanto a un uso strumentale e francamente abietto della religione. La conferma arriva in queste ore dall’operazione circense con la quale il governo di Silvio Berlusconi ha accolto il colonnello libico Gheddafi a Roma. Insomma, i veri fondamenti del paese sono stati ribaditi per quel che veramente sono e continueranno per molto a essere: la gnocca e gli sghei (la metto giù così in modo che capiscano anche i leghisti).

P.S. Dalle cronache non risulta che tra le cinquecento signore invitate a Roma ad assistere alla “predica” del colonnello sia rentrata quella consigliera comunale bolzanina che proprio in questi giorni ha lasciato la Lega Nord (partito nel quale si era prontamente e strategicamente iscritta prima delle elezioni) per ricongiungersi in seconde nozze col PDL precedentemente abbandonato. Mi piacerebbe tanto sentire una sua dichiarazione sull’estensione del programma di governo alla quarta “i”: dopo “inglese”, “impresa” e “internet”, adesso fa la sua tardiva ma significativa entrata anche “islam”.

Superare il paradigma Vassalli

Qualche giorno fa, il Corriere dell’Alto Adige ha dedicato ampio spazio a un significativo anniversario. Sono infatti passati venticinque anni dalla pubblicazione di “Sangue e Suolo. Viaggio tra gli italiani trasparenti”, il libro-inchiesta dello scrittore genovese Sebastiano Vassalli che – a giudizio di molti – rappresentò un ritratto verosimile delle storture del nostro sistema istituzionale e politico. Questo volume (molto fortunato, più volte ristampato) si basa, com’è noto, su una tesi priva di sfumature: “L’Alto Adige è il paese in cui tutto è separato e tutto è doppio, in cui è stato attuato – con la connivenza dei governi di Roma – un sistema sofisticato di sostanziale apartheid, che emargina una minoranza di (…) italiani in uno Stato che dovrebbe essere il loro, rendendoli come invisibili”. Vassalli dichiarò di essere giunto a queste conclusioni interpellando molti testimoni e osservando con “sguardo neutro” la situazione nella quale si trovò immerso per le poche settimane necessarie a raccogliere il suo materiale. Appena uscito, il libro venne però anche accolto con legittimo fastidio da parte di una minoranza di lettori più acuti e meglio informati (e non solo “tedeschi”). Il passare degli anni ha soltanto fatto in modo che emergessero tutte le sue debolezze, com’è il caso di una fotografia ingiallita non solo per colpa del tempo, ma soprattutto a causa della sua originaria e parziale messa a fuoco.

Il problema non consiste allora esclusivamente nell’accertamento dell’eventuale attualità dell’opera, quanto nel tipo di sguardo che lo scrittore decise di attivare per descrivere le peculiarità del microcosmo altoatesino-sudtirolese. Dedicandogli una illuminante recensione sul quotidiano romano Reporter, Alexander Langer colse immediatamente i rischi connaturati a una operazione del genere: “Temo che il libro di Vassalli possa diventare una specie di piccola bibbia dell’italiano incazzato per l’Alto Adige”. Langer aveva ragione. “Sangue e suolo” si rivelò una trascrizione perfetta e un potente amplificatore del cosiddetto “disagio”, codificandone per mezzo di formule incisive e di sicuro effetto (ma perciò anche decisamente banalizzanti) il paradigma o la matrice di fondo: un prontuario di accuse rivolte al sistema locale sostanzialmente incapace di coglierne le contraddizioni strutturali, cioè quelle non riducibili allo schema “italiani” (agnelli) vs “tedeschi” (lupi).

Oggi, a distanza di venticinque anni, chiunque voglia capire la realtà locale da un punto di vista “italiano” è ancora costretto a confrontarsi con l’influenza del “paradigma Vassalli”. Un paradigma assai più pervasivo e resistente di quanto si possa generalmente ritenere e – per questo – così difficile da superare. 

Corriere dell’Alto Adige, 26 agosto 2010

Testimoni di un’Italia migliore

Oggi vorrei proporre una riflessione di carattere generale. Una riflessione non legata quindi a una notizia recente, non sottoposta alla pressione dell’attualità, ciò nondimeno tutt’altro che priva di un riscontro per così dire “atmosferico”, relativo a molte delle convinzioni che soprattutto i nostri concittadini di lingua tedesca condividono quando si parla dell’Italia e degli italiani. Una nota marginale, apparentemente. Tuttavia responsabile dell’inevitabile rapporto di stima (o disistima, come maggiormente sembra) che determina ogni atteggiamento di apertura/chiusura nei nostri confronti.

Non penso si tratti di un argomento da sottovalutare. Se infatti l’immagine pubblica di un intero paese si corrompe, viene degradata fino al punto da rappresentare un bersaglio di facili ironie o perfino di acido sarcasmo (del tipo: l’Italia è una nazione allo sbando, in preda alla corruzione e al malaffare, una “repubblica delle banane” guidata da una classe dirigente cialtrona), il discredito si estenderà automaticamente anche a tutte quelle persone (cioè gli “italiani”) che abitano qui, costituendo un elemento di comparazione e raffronto utilizzato per rigettare non solo l’idea di far parte amministrativamente dello stesso territorio, ma anche di condividerne la responsabilità.

Ora, non c’è dubbio che l’immagine dell’Italia ultimamente risulti – per usare un eufemismo – piuttosto ammaccata. E sono gli italiani stessi (attraverso i principali mezzi d’informazione) a incrudelirsi maggiormente sui difetti nazionali, esponendo alla vista e perfino evidenziando quelle storture e quelle ferite che tradiscono in primo luogo l’incapacità di offrire un quadro meno cupo e disperato. Non che tali difetti non siano riscontrabili e l’unico modo di affrontarli consista nello stendervi sopra un velo pietoso o, peggio, avvolgendoli in una coltre di parole vanamente consolatorie. Ma è pur vero anche che accanto ai molti mali presenti si possono trovare delle risorse spendibili, aspetti positivi voglio dire, in grado di suggerire una lettura sfumata o quantomeno differenziata della realtà.

Ciò sarebbe molto importante, dal nostro punto di vista, proprio per evitare il pericolo che segnalavo, vale a dire quello costituito dalla completa svalutazione – specialmente in loco – dell’esiguo capitale di riconoscimento del quale disponiamo anche per ragioni storiche, e dunque dalla drastica riduzione della possibilità di esercitare un’influenza positiva su chi ci sta vicino. Forse dovremmo cominciare a pensare che tocca proprio a noi, “italiani di frontiera”, renderci testimoni e ambasciatori di un’Italia migliore e più attraente. E certo non solo per una questione d’immagine.

Corriere dell’Alto Adige, 20 agosto 2010

La difficile ricerca di un Alto Adige diverso

Stefano Fait / Mauro Fattor – Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso / Raetia-Bolzano 2010

Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso (Raetia, Bolzano 2010) è un libro che si colloca nell’ambito di quelle pubblicazioni intenzionate a decostruire la preminenza delle culture e dei richiami identitari come strumenti di consenso politico. Il volume è diviso in due parti. La prima – scritta dal giovane antropologo trentino Stefano Fait – focalizza il quadro teorico di riferimento e, pur tematizzando esplicitamente il microcosmo sudtirolese/altoatesino, riceve la propria intonazione da contesti più ampi. La seconda – a cura di Mauro Fattor – cerca di applicare invece l’indagine in modo più stringente al caso locale, indagando quella che viene definita come l’“ideologia tirolese”. Dirò subito che il libro è molto interessante e merita di essere letto con attenzione. Esistono però a mio avviso alcuni punti di debolezza che vorrei qui sottolineare. (Anche per corrispondere meglio all’intento che si sono prefissi i due autori: far discutere). Uno dei vizi più irriducibili del dibattito pubblico locale, infatti, è la sua rigidità nell’accogliere stimoli al dialogo che in qualche modo sospendano gli automatismi percettivi – vere e proprie reazioni pavloviane – tipici di una terra caratterizzata dalla frammentazione etnica. Ogni messaggio rischia così di essere filtrato secondo la convenienza particolare di punti di vista non convergenti. Un libro, come quello di Fait e Fattor, che vorrebbe però lodevolmente scardinare alla radice questo meccanismo di fondo, è costretto a misurarsi direttamente con il rischio appena menzionato. E la sua utilità dipende dalla capacità di riuscire a mettere per così dire questa società divisa davanti a un unico (e nuovo) specchio. Nel caso di Contro i miti etnici temo che ciò non sia completamente riuscito, e vorrei spiegare brevemente perché.

Ha scritto A. M. Rivera: “Il fatto che l’etnicità sia un artefatto, un modello, una “finzione” o un criterio di classificazione non significa che le categorie che definisce siano caselle vuote. Al contrario, sono categorie investite di una grande carica affettiva ed emotiva, e percepite come dati reali da coloro che in esse si riconoscono” (A. M. Rivera, Etnia-etnicità, in S. Latouche (a cura di), Mauss # I. Il ritorno dell’etnocentrismo, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 9.) Rivera opportunamente distingue qui il livello dell’osservazione teorica (quella che ci porta a decostruire i miti, i racconti identitari, rivelandone l’artificiosità) da quello della pratica (che riproduce i miti ben oltre il lavoro compiuto dalla loro decostruzione). Chi intende decostruire un mito si comporta sempre un po’ come quel pesce anziano che vorrebbe spiegare ai due pesci più giovani che cosa sia l’acqua. In altre parole: l’esibizione della mitologia soggiacente al discorso etnico (la torbida acqua nella quale noi tutti un po’ nuotiamo) può indurre a riflettere chi a quel discorso non crede già più, mentre lascerà indifferente chi invece ancora ci crede e soprattutto non vede nessuna convenienza nello smettere di crederci. Ora, in Sudtirolo l’opposizione tra chi si muove acriticamente all’interno di configurazioni mitologiche (Fait ne individua tre diadi: Volk/Popolo – Heimat/Patria – Kultur/Cultura) e chi invece ha smesso di farlo costituisce se vogliamo un’opzione già disponibile ma purtroppo incapace di suscitare scelte veramente incisive (basti pensare alla figura, priva di eredi, di Alexander Langer). Il motivo? È lo stesso Fait a spiegarcelo: “Questo tipo di democrazia etnocratica rimane in vita solo perché una maggioranza di cittadini ha paura di quel che avverrebbe con la sua scomparsa e perché si identifica così fortemente con la patria che qualunque critica all’ideologia dominante nella sua patria è vista come un attacco personale”. Per risultare veramente efficace, il lavoro di decostruzione dovrebbe allora applicarsi su entrambi i versanti contrapposti (cioè su quello che presiede la costruzione dei miti e su quello che pretende di smontarli), mostrando come essi, in definitiva, costituiscono le condizioni di possibilità del gioco complessivo. Ma ciò, purtroppo, nel testo in questione non avviene con quella nettezza che sarebbe auspicabile.

Ciò non avviene anche perché il libro basa proprio sulla separazione netta di “mito” e “critica del mito” tutto il suo impianto, riducendo così le alternative possibili – vale a dire le coordinate che occorrerebbero per avvistare questo vagheggiato Alto Adige “diverso” – a due vie scarsamente percorribili (o meglio: l’una quasi impercorribile, l’altra condannata a terminare in un vicolo cieco). La prima via – proposta essenzialmente da Fait – suggerisce una utopistica celebrazione degli individui “liberati” da ogni loro identificazione comunitaria e la connette all’ardua ipotesi che finalmente si dispieghi un’epoca contrassegnata da “individualità democratiche” in grado di scrostare “convenzioni, vicoli ciechi, credenze, superstizioni, dogmi, meccanicità, schematismi, routine, drammatizzazioni e teatralità indebite”. Tutto molto bello e condivisibile, certo. Peccato presupponga però una palingenesi culturale a dir poco improbabile. La seconda via – battuta da Fattor – declina l’opposizione strutturale tra aderenza e distacco dal mito tornando a usare una chiave d’interpretazione paradossalmente etnica (paradossalmente: rispetto all’ispirazione generale del libro) e considera l’“ideologia tirolese” il responsabile principale (se non esclusivo) nell’attivazione delle dinamiche che porterebbero all’“esasperazione emotiva” e al “doping identitario”. Significativo, a questo proposito, che persino parlando dei programmi di un partito “italiano” molto sui generis come la Lega-Südtirol, Fattor ne metta in evidenza gli aspetti d’integrazione e di sostegno alla cooperazione tra i gruppi linguistici “autoctoni”, tacendo però sulla sua ispirazione populista e xenofoba, un’ispirazione certamente non molto distante da quella propria della destra tedesca pantirolese da lui aspramente, e giustamente, attaccata. In questo modo la “liberazione” si configura adesso come una sorta di fuoriuscita dalla caverna platonica, di affrancamento dai ceppi di un “Tirolertum” visto come un modello imbalsamato di identità collettiva e di oscurantismo tellurico (mentre su una parallela “ideologia nazionalista” italiana si tende a sorvolare, la si giudica ininfluente, perché non “direttamente” coinvolta in dinamiche di potere). Un ritratto più vicino insomma alla caricatura del “Tarrol” fatta da Carl Techet all’inizio del secolo scorso che alla realtà, sicuramente ancora conflittuale, ma anche più sfumata e contraddittoria, dell’attuale Alto Adige-Südtirol.

Corriere dell’Alto Adige, 19 agosto 2010

Comunicare è difficile (risposta a Beppi)

0. Premessa ermeneutica. Comunicare è difficile. Non impossibile, ma difficile. Ricordo che fu il filosofo tedesco Schleiermacher a illustrare con chiarezza come lo stato normale della comunicazione non riposi sulla comprensione reciproca (che dunque rappresenterebbe un’eccezione), ma sul fraintendimento. Generalmente tendiamo a non accorgerci di questa cosa perché la comunicazione più frequente avviene innazitutto e perlopiù su una base ancora più larga di quella offerta dal fraintendimento: l’indifferenza nei confronti dei contenuti espressi da noi e dai nostri interlocutori. Heidegger ha chiamato questo fenomeno “chiacchiera” (Gerede), avvistando con ciò un fenomeno centrale nella relazione tra l’uomo (Dasein) e il mondo (Welt) che si esprime nel concetto di “deiezione” (Verfallenheit): “L’esserci può anche non sottrarsi mai a questo stato interpretativo quotidiano nel quale è cresciuto. In esso, da esso e contro di esso si realizza ogni comprensione genuina” (Essere e Tempo). Per analogia, il caso che presenterò qui di seguito è un tentativo di strappare il velo della deiezione al fine di liberare alcune scintille di “comprensione genuina” intorno a un problema ricoperto – nella sua quotidianità, cioè nell’estensione del discorso pubblico sudtirolese – da una formidabile coltre di chiacchiere. Sto parlando del problema della toponomastica.

1. Dentro la selva. Non ricapitolerò in dettaglio i termini della questione. Anche se forse non sarebbe inutile farlo. I miei quattro lettori “sanno” più o meno di cosa si tratta. Solo in rapida sintesi, dunque. In provincia di Bolzano vivono ufficialmente tre gruppi linguistici. La convivenza di questi gruppi linguistici è regolata da una complessa struttura di norme (definita come autonomia e poggiante su uno statuto, un testo dunque) che ha una duplice finalità (la esprimo cioè in chiave positiva e negativa): 1) Quella di consentire a ciascun gruppo linguistico di preservare la sua “sostanza culturale”; 2) quella di prevenire che il contatto reciproco tra gli individui dei singoli gruppi esponga questi ultimi al rischio di una perdita di tale “sostanza culturale”.  Quasi ogni aspetto della vita pubblica è informato da un siffatto (duplice) principio. Esiste un ambito, però, non ancora regolato da una legge provinciale. Quello della toponomastica, ovvero “l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche” [Fonte].

2. Dei simboli, ovvero il contrasto etnico rappresentato.  La difficoltà a stabilire per legge delle regole riguardanti l’utilizzo della toponomastica non risulta evidente a tutti. Per il motivo che qui entrano in gioco aspetti del “contrasto etnico rappresentato”, più difficili da affrontare di quelli relativi al “contrasto etnico effettivo” (che invece, per l’appunto, è stato formalmente risolto). A molti sfugge, per di più, che l’evoluzione del contrasto etnico dal piano effettivo a quello rappresentato (o simbolico) sia proprio una inevitabile conseguenza della soluzione di quel contrasto al suo primo livello. Il contrasto etnico effettivo, in altre parole, è stato “risolto” solo a patto che questa “soluzione” venisse anche rinviata al livello della rappresentazione e dei simboli. E questa mancata soluzione è anche la migliore garanzia per la tenuta dei meccanismi che inibiscono la riproposizione del contrasto al primo livello, quello effettivo. Una garanzia che – paradossalmente! – sembra venir meno proprio quando si pensa di mettere mano anche al contrasto simbolico e rappresentato per tentare di risolverlo. Ed è in questo spazio assai contraddittorio e paradossale che va collocato il cosiddetto “Schilderstreit”.

3. Le soluzioni in campo. E prima ancora, gli atteggiamenti di fondo che dovrebbero presiedere a questa soluzione sono di vario tipo. Come prima ipotesi (la soluzione “non-soluzione”) c’è chi avanza la proposta di non regolamentare nulla, di lasciare tutto com’è (vale a dire: ufficialità dei toponimi in lingua italiana – quelli che ci sono, nonostante la loro origine fascista – e libero uso degli altri, che non sono “ufficiali” ma solo “equiparati”, anche se ovunque visibili e tranquillamente usati). È la soluzione che abbiamo adottato fino a ora e, in assenza di azioni particolarmente eclatanti (come quella avviata dall’AVS), si è sempre dimostrata di buona tenuta. Il difetto, certo, è che non si tratta di una soluzione, ma di una non-soluzione. E poi abbiamo visto che la “buona tenuta” può essere scossa in ogni momento. Come seconda ipotesi c’è quella di chi vuole ufficializzare tutto l’esistente. È una soluzione apparentemente salomonica, ma anche questa ha un difetto. L’ufficializzazione dei toponimi tedeschi comporterebbe la defnitiva accettazione dei toponimi (già ufficiali, peraltro) tolomeiani. Sarebbe insomma come la pietra fatta rotolare sulla tomba. È per questo motivo che non si è ancora compiuto questo passo (in teoria il piu facile da compiere). Come terza ipotesi c’è infine quella di una profonda revisione della toponomastica tolomeiana (nel senso di una sua riduzione), accompagnata ovviamente dall’ufficializzazione di quella tedesca. Qui, come è prevedibile, a impuntarsi sono gli italiani. Che ovviamente (ma sul significato di questo avverbio dovremmo soffermarci di più) non sono dello stesso avviso, temendo – sul piano simbolico – un attacco alla loro consistenza visibile in questo luogo (il cosiddetto “preavviso di sfratto”). Per quest’ultimo punto esistono ovviamente possibili varianti in merito alla profondità dell’intervento di revisione (e con diverse modalità operative). Dalla soluzione più estrema (proposta da chi non tollera nessun nome italiano che abbia come sua origine la matrice tolomeiana) a quelle che invece puntano sulla sfuggente nozione di “uso” e che quindi vorrebbero rimuovere “solo” i nomi che non sono usati dalla popolazione (ed è evidente/inevitabile che poi qui ci si vada a dividere sui metodi della rilevazione di un simile “uso”).

4. La mia posizione. Per molto tempo io mi sono rifiutato di assumere una posizione, su questa tematica. In linea di principio, infatti, credo che vivrei bene in ogni caso (e non pochi vivrebbero bene in ogni caso). Ma il problema non sono certo io. Allora ho cercato di esercitare un tipo di ragionamento capace di accogliere la sensibilità altrui e di mostrare (ai diversi interlocutori) quali POSSIBILI reazioni si sarebbero verificate in rapporto a questa o quella soluzione. Un atteggiamento, questo, difficile da comprendere (cfr. supra). Anche perché in quanto “italiano”, l’attribuzione di una certa visione delle cose (da difendere o da attaccare) scattava quasi automatica in ogni mio interlocutore. Alla fine (proprio perché tirato per i capelli) ho finito persino con l’immaginarmela, quella benedetta soluzione. Che enucerei così: 1) Ufficializzazione dei toponimi tedeschi; 2) Creazione di una commissione (con prevalenza decisionale italiana) per la revisione della toponomastica tolomeiana; 3) Promulgazione di una legge nella quale compaia – ovvero venga evidenziata – l’origine storica di gran parte dei toponimi italiani. In questo modo, ecco l’assunto di fondo, ognuno potrebbe veder riconosciute le proprie prerogative, e questo come “male minore” rispetto al “male maggiore” di una eterna discussione sempre rinascente.

È a questo punto, però, che mi sono state mosse ulteriori obiezioni da parte di un simpatico lettore della piattaforma BBD. E con il commento di queste obiezioni tenderei a chiudere (almeno per questa estate).

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 gadilu, du wiegst die beiden “Befindlichkeiten” der Sprachgruppen Südtirols gegeneinander auf und kommst zum Schluss, dass ein “Hinzufügen” von Namen weniger schwer wiegen (oder die Befindlichkeit der anderen Sprachgruppe weniger stark stören) sollte, als eine “Eliminierung” des ursprünglichen Namens. Nun, unter den von dir in Betracht gezogenen Umständen und Vorgaben (deinem “abgeschlossenen System”) magst du Recht haben, mehr noch: dein Schluss erschiene als der einzig logische und gangbare.

Ho effettivamente parlato dell’opposta “Befindlichkeit” dei diversi gruppi linguistici partendo dalla constatazione che – in presenza di un contrasto simbolico – quella diversa “Befindlichkeit” costituiva un ostacolo praticamente insormontabile, sì. E davanti a un ostacolo insormontabile è meglio cambiare percorso – girare attorno alla pietra, come suggeriva Wittgenstein – e lasciare per il momento che ognuno se la veda da sé, senza per forza esigere che si trovi con affanno una soluzione (impossibile) da condividere.

Was du dabei aber unterschlägst ist der historisch-ethischen Überbau. Namen am Schreibtisch zu übersetzen und ein Territorium damit zu überziehen ist ein der (proto-)faschistischen Ära eigenes proprium, eine Eigenschaft, die in dieser speziellen kühl-maschinellen-”wissenschaftlichen” Form jener Epoche eigen ist. Und wie das allermeiste, das vor 1945 in Mittel- und Südeuropa en vogue war und nachher (zu Recht) von demokratiepolitischer Seite diskreditiert wurde, sollte man auch übersetzte Orts- und Flurnamen mit der nötigen Skepsis und Vorsicht betrachten.

Non ho mai – e sottolineo MAI – sottovalutato questo aspetto. Anzi. So benissimo che questo aspetto è la “radice” profonda del dissidio. Quello che però tu a tua volta sottovaluti (mi pare) è la “percezione” di questa ingiustizia e le conseguenze che ne derivano in base alla diversa sensibilità dei gruppi linguistici precedentemente citata. Se infatti il ricordo di questa ingiustizia può risultare ancora “bruciante” per qualcuno (e non parlo dei tedeschi soltanto, ma anche di tutti quei “sinceri democratici” italiani per i quali il fascismo e le sue opere restano un permanente abominio), è indubbio che altre persone intenderanno quei simboli in un modo diverso, assumendole come parte del proprio vissuto, (per esempio: mi pare questo il caso del Sindaco Spagnolli quando difendeva il nome “Vetta d’Italia”), e quindi aggiungendo elementi di complessità a una faccenda che solo da un preciso punto di vista può essere invece ridotta a quello che affermavi tu.

Eine Gleichstellung der jeweiligen “Toponomastiken” kann aus dieser Sicht also nicht geteilt werden. Hier die historisch und kulturell gewachsene, an Siedlungsgeschichte und “Tradition” reiche Ortsnamensgebung, dort die aus dem alleinigen Zweck der Assimilierung und Kolonialisierung erdachte Übersetzung derselben.

Io credo che una “equiparazione” delle due toponomastiche possa avvenire anche se si tratta di una “equiparazione asimmetrica”. Può insomma avvenire sul piano del diritto (astratto), il che però lascia certo impregiudicate tutte quelle componenti differenziali (concrete e affettive) che tu sottolinei. Anche in questo caso io farei valere una semplice (anche se, come vediamo, non è poi così semplice) scelta basata sulla diminuzione della superficie di contrasto. E riconoscere l’origine di quei nomi (dunque proprio quello che dici tu), senza tuttavia procedere a una loro drastica eliminazione (quello che non accetterebbe la maggioranza degli italiani) mi sembra una linea di compromesso più praticabile di altre.

Indem man also vorsätzlich die Problematik der Tolomei-Namen leugnet, sie sozusagen versucht gänzlich wertneutral zu betrachten, macht man sich schon zum Parteigänger der Schergen, die die Genese und Exekutierung des “Prontuario” zu verantworten haben. Möchte man dann, aus Gründen der Parität, des “guten Willens”, des Gesetzes und dergleichen mehr, die komplette Anbringung dieser Übersetzungen zur Vollendung führen, macht man sich darüberhinaus mitschuldig an der Rehabilitierung von Unrecht und vollendet die Pläne Tolomeis unter – vermeintlich – demokratischen Vorzeichen.

Ho già detto più volte che non approvo una valutazione “neutrale” dell’eredità tolomeiana, ma mi preoccupa solo il meccanismo reattivo che innescherebbe un processo di revisione basato, per di più, su un’azione in gran parte dettata da un gruppo linguistico nei confronti dell’altro. Ed è per paura di quello che potrebbe accadere che, in questo caso, faccio mie, rovesciandole, le tue conclusioni: ciò peserebbe assai sulla sensibilità  degli uni e degli altri.