Le radici cristiane (gnocca e sghei)

Avevamo sempre sostenuto che le cosiddette “radici cristiane” alle quali spesso si richiamavano politici di bassa lega (questa è più che un’allusione) corrispondevano soltanto a un uso strumentale e francamente abietto della religione. La conferma arriva in queste ore dall’operazione circense con la quale il governo di Silvio Berlusconi ha accolto il colonnello libico Gheddafi a Roma. Insomma, i veri fondamenti del paese sono stati ribaditi per quel che veramente sono e continueranno per molto a essere: la gnocca e gli sghei (la metto giù così in modo che capiscano anche i leghisti).

P.S. Dalle cronache non risulta che tra le cinquecento signore invitate a Roma ad assistere alla “predica” del colonnello sia rentrata quella consigliera comunale bolzanina che proprio in questi giorni ha lasciato la Lega Nord (partito nel quale si era prontamente e strategicamente iscritta prima delle elezioni) per ricongiungersi in seconde nozze col PDL precedentemente abbandonato. Mi piacerebbe tanto sentire una sua dichiarazione sull’estensione del programma di governo alla quarta “i”: dopo “inglese”, “impresa” e “internet”, adesso fa la sua tardiva ma significativa entrata anche “islam”.

Superare il paradigma Vassalli

Qualche giorno fa, il Corriere dell’Alto Adige ha dedicato ampio spazio a un significativo anniversario. Sono infatti passati venticinque anni dalla pubblicazione di “Sangue e Suolo. Viaggio tra gli italiani trasparenti”, il libro-inchiesta dello scrittore genovese Sebastiano Vassalli che – a giudizio di molti – rappresentò un ritratto verosimile delle storture del nostro sistema istituzionale e politico. Questo volume (molto fortunato, più volte ristampato) si basa, com’è noto, su una tesi priva di sfumature: “L’Alto Adige è il paese in cui tutto è separato e tutto è doppio, in cui è stato attuato – con la connivenza dei governi di Roma – un sistema sofisticato di sostanziale apartheid, che emargina una minoranza di (…) italiani in uno Stato che dovrebbe essere il loro, rendendoli come invisibili”. Vassalli dichiarò di essere giunto a queste conclusioni interpellando molti testimoni e osservando con “sguardo neutro” la situazione nella quale si trovò immerso per le poche settimane necessarie a raccogliere il suo materiale. Appena uscito, il libro venne però anche accolto con legittimo fastidio da parte di una minoranza di lettori più acuti e meglio informati (e non solo “tedeschi”). Il passare degli anni ha soltanto fatto in modo che emergessero tutte le sue debolezze, com’è il caso di una fotografia ingiallita non solo per colpa del tempo, ma soprattutto a causa della sua originaria e parziale messa a fuoco.

Il problema non consiste allora esclusivamente nell’accertamento dell’eventuale attualità dell’opera, quanto nel tipo di sguardo che lo scrittore decise di attivare per descrivere le peculiarità del microcosmo altoatesino-sudtirolese. Dedicandogli una illuminante recensione sul quotidiano romano Reporter, Alexander Langer colse immediatamente i rischi connaturati a una operazione del genere: “Temo che il libro di Vassalli possa diventare una specie di piccola bibbia dell’italiano incazzato per l’Alto Adige”. Langer aveva ragione. “Sangue e suolo” si rivelò una trascrizione perfetta e un potente amplificatore del cosiddetto “disagio”, codificandone per mezzo di formule incisive e di sicuro effetto (ma perciò anche decisamente banalizzanti) il paradigma o la matrice di fondo: un prontuario di accuse rivolte al sistema locale sostanzialmente incapace di coglierne le contraddizioni strutturali, cioè quelle non riducibili allo schema “italiani” (agnelli) vs “tedeschi” (lupi).

Oggi, a distanza di venticinque anni, chiunque voglia capire la realtà locale da un punto di vista “italiano” è ancora costretto a confrontarsi con l’influenza del “paradigma Vassalli”. Un paradigma assai più pervasivo e resistente di quanto si possa generalmente ritenere e – per questo – così difficile da superare. 

Corriere dell’Alto Adige, 26 agosto 2010

Testimoni di un’Italia migliore

Oggi vorrei proporre una riflessione di carattere generale. Una riflessione non legata quindi a una notizia recente, non sottoposta alla pressione dell’attualità, ciò nondimeno tutt’altro che priva di un riscontro per così dire “atmosferico”, relativo a molte delle convinzioni che soprattutto i nostri concittadini di lingua tedesca condividono quando si parla dell’Italia e degli italiani. Una nota marginale, apparentemente. Tuttavia responsabile dell’inevitabile rapporto di stima (o disistima, come maggiormente sembra) che determina ogni atteggiamento di apertura/chiusura nei nostri confronti.

Non penso si tratti di un argomento da sottovalutare. Se infatti l’immagine pubblica di un intero paese si corrompe, viene degradata fino al punto da rappresentare un bersaglio di facili ironie o perfino di acido sarcasmo (del tipo: l’Italia è una nazione allo sbando, in preda alla corruzione e al malaffare, una “repubblica delle banane” guidata da una classe dirigente cialtrona), il discredito si estenderà automaticamente anche a tutte quelle persone (cioè gli “italiani”) che abitano qui, costituendo un elemento di comparazione e raffronto utilizzato per rigettare non solo l’idea di far parte amministrativamente dello stesso territorio, ma anche di condividerne la responsabilità.

Ora, non c’è dubbio che l’immagine dell’Italia ultimamente risulti – per usare un eufemismo – piuttosto ammaccata. E sono gli italiani stessi (attraverso i principali mezzi d’informazione) a incrudelirsi maggiormente sui difetti nazionali, esponendo alla vista e perfino evidenziando quelle storture e quelle ferite che tradiscono in primo luogo l’incapacità di offrire un quadro meno cupo e disperato. Non che tali difetti non siano riscontrabili e l’unico modo di affrontarli consista nello stendervi sopra un velo pietoso o, peggio, avvolgendoli in una coltre di parole vanamente consolatorie. Ma è pur vero anche che accanto ai molti mali presenti si possono trovare delle risorse spendibili, aspetti positivi voglio dire, in grado di suggerire una lettura sfumata o quantomeno differenziata della realtà.

Ciò sarebbe molto importante, dal nostro punto di vista, proprio per evitare il pericolo che segnalavo, vale a dire quello costituito dalla completa svalutazione – specialmente in loco – dell’esiguo capitale di riconoscimento del quale disponiamo anche per ragioni storiche, e dunque dalla drastica riduzione della possibilità di esercitare un’influenza positiva su chi ci sta vicino. Forse dovremmo cominciare a pensare che tocca proprio a noi, “italiani di frontiera”, renderci testimoni e ambasciatori di un’Italia migliore e più attraente. E certo non solo per una questione d’immagine.

Corriere dell’Alto Adige, 20 agosto 2010

La difficile ricerca di un Alto Adige diverso

Stefano Fait / Mauro Fattor – Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso / Raetia-Bolzano 2010

Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso (Raetia, Bolzano 2010) è un libro che si colloca nell’ambito di quelle pubblicazioni intenzionate a decostruire la preminenza delle culture e dei richiami identitari come strumenti di consenso politico. Il volume è diviso in due parti. La prima – scritta dal giovane antropologo trentino Stefano Fait – focalizza il quadro teorico di riferimento e, pur tematizzando esplicitamente il microcosmo sudtirolese/altoatesino, riceve la propria intonazione da contesti più ampi. La seconda – a cura di Mauro Fattor – cerca di applicare invece l’indagine in modo più stringente al caso locale, indagando quella che viene definita come l’“ideologia tirolese”. Dirò subito che il libro è molto interessante e merita di essere letto con attenzione. Esistono però a mio avviso alcuni punti di debolezza che vorrei qui sottolineare. (Anche per corrispondere meglio all’intento che si sono prefissi i due autori: far discutere). Uno dei vizi più irriducibili del dibattito pubblico locale, infatti, è la sua rigidità nell’accogliere stimoli al dialogo che in qualche modo sospendano gli automatismi percettivi – vere e proprie reazioni pavloviane – tipici di una terra caratterizzata dalla frammentazione etnica. Ogni messaggio rischia così di essere filtrato secondo la convenienza particolare di punti di vista non convergenti. Un libro, come quello di Fait e Fattor, che vorrebbe però lodevolmente scardinare alla radice questo meccanismo di fondo, è costretto a misurarsi direttamente con il rischio appena menzionato. E la sua utilità dipende dalla capacità di riuscire a mettere per così dire questa società divisa davanti a un unico (e nuovo) specchio. Nel caso di Contro i miti etnici temo che ciò non sia completamente riuscito, e vorrei spiegare brevemente perché.

Ha scritto A. M. Rivera: “Il fatto che l’etnicità sia un artefatto, un modello, una “finzione” o un criterio di classificazione non significa che le categorie che definisce siano caselle vuote. Al contrario, sono categorie investite di una grande carica affettiva ed emotiva, e percepite come dati reali da coloro che in esse si riconoscono” (A. M. Rivera, Etnia-etnicità, in S. Latouche (a cura di), Mauss # I. Il ritorno dell’etnocentrismo, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 9.) Rivera opportunamente distingue qui il livello dell’osservazione teorica (quella che ci porta a decostruire i miti, i racconti identitari, rivelandone l’artificiosità) da quello della pratica (che riproduce i miti ben oltre il lavoro compiuto dalla loro decostruzione). Chi intende decostruire un mito si comporta sempre un po’ come quel pesce anziano che vorrebbe spiegare ai due pesci più giovani che cosa sia l’acqua. In altre parole: l’esibizione della mitologia soggiacente al discorso etnico (la torbida acqua nella quale noi tutti un po’ nuotiamo) può indurre a riflettere chi a quel discorso non crede già più, mentre lascerà indifferente chi invece ancora ci crede e soprattutto non vede nessuna convenienza nello smettere di crederci. Ora, in Sudtirolo l’opposizione tra chi si muove acriticamente all’interno di configurazioni mitologiche (Fait ne individua tre diadi: Volk/Popolo – Heimat/Patria – Kultur/Cultura) e chi invece ha smesso di farlo costituisce se vogliamo un’opzione già disponibile ma purtroppo incapace di suscitare scelte veramente incisive (basti pensare alla figura, priva di eredi, di Alexander Langer). Il motivo? È lo stesso Fait a spiegarcelo: “Questo tipo di democrazia etnocratica rimane in vita solo perché una maggioranza di cittadini ha paura di quel che avverrebbe con la sua scomparsa e perché si identifica così fortemente con la patria che qualunque critica all’ideologia dominante nella sua patria è vista come un attacco personale”. Per risultare veramente efficace, il lavoro di decostruzione dovrebbe allora applicarsi su entrambi i versanti contrapposti (cioè su quello che presiede la costruzione dei miti e su quello che pretende di smontarli), mostrando come essi, in definitiva, costituiscono le condizioni di possibilità del gioco complessivo. Ma ciò, purtroppo, nel testo in questione non avviene con quella nettezza che sarebbe auspicabile.

Ciò non avviene anche perché il libro basa proprio sulla separazione netta di “mito” e “critica del mito” tutto il suo impianto, riducendo così le alternative possibili – vale a dire le coordinate che occorrerebbero per avvistare questo vagheggiato Alto Adige “diverso” – a due vie scarsamente percorribili (o meglio: l’una quasi impercorribile, l’altra condannata a terminare in un vicolo cieco). La prima via – proposta essenzialmente da Fait – suggerisce una utopistica celebrazione degli individui “liberati” da ogni loro identificazione comunitaria e la connette all’ardua ipotesi che finalmente si dispieghi un’epoca contrassegnata da “individualità democratiche” in grado di scrostare “convenzioni, vicoli ciechi, credenze, superstizioni, dogmi, meccanicità, schematismi, routine, drammatizzazioni e teatralità indebite”. Tutto molto bello e condivisibile, certo. Peccato presupponga però una palingenesi culturale a dir poco improbabile. La seconda via – battuta da Fattor – declina l’opposizione strutturale tra aderenza e distacco dal mito tornando a usare una chiave d’interpretazione paradossalmente etnica (paradossalmente: rispetto all’ispirazione generale del libro) e considera l’“ideologia tirolese” il responsabile principale (se non esclusivo) nell’attivazione delle dinamiche che porterebbero all’“esasperazione emotiva” e al “doping identitario”. Significativo, a questo proposito, che persino parlando dei programmi di un partito “italiano” molto sui generis come la Lega-Südtirol, Fattor ne metta in evidenza gli aspetti d’integrazione e di sostegno alla cooperazione tra i gruppi linguistici “autoctoni”, tacendo però sulla sua ispirazione populista e xenofoba, un’ispirazione certamente non molto distante da quella propria della destra tedesca pantirolese da lui aspramente, e giustamente, attaccata. In questo modo la “liberazione” si configura adesso come una sorta di fuoriuscita dalla caverna platonica, di affrancamento dai ceppi di un “Tirolertum” visto come un modello imbalsamato di identità collettiva e di oscurantismo tellurico (mentre su una parallela “ideologia nazionalista” italiana si tende a sorvolare, la si giudica ininfluente, perché non “direttamente” coinvolta in dinamiche di potere). Un ritratto più vicino insomma alla caricatura del “Tarrol” fatta da Carl Techet all’inizio del secolo scorso che alla realtà, sicuramente ancora conflittuale, ma anche più sfumata e contraddittoria, dell’attuale Alto Adige-Südtirol.

Corriere dell’Alto Adige, 19 agosto 2010

Comunicare è difficile (risposta a Beppi)

0. Premessa ermeneutica. Comunicare è difficile. Non impossibile, ma difficile. Ricordo che fu il filosofo tedesco Schleiermacher a illustrare con chiarezza come lo stato normale della comunicazione non riposi sulla comprensione reciproca (che dunque rappresenterebbe un’eccezione), ma sul fraintendimento. Generalmente tendiamo a non accorgerci di questa cosa perché la comunicazione più frequente avviene innazitutto e perlopiù su una base ancora più larga di quella offerta dal fraintendimento: l’indifferenza nei confronti dei contenuti espressi da noi e dai nostri interlocutori. Heidegger ha chiamato questo fenomeno “chiacchiera” (Gerede), avvistando con ciò un fenomeno centrale nella relazione tra l’uomo (Dasein) e il mondo (Welt) che si esprime nel concetto di “deiezione” (Verfallenheit): “L’esserci può anche non sottrarsi mai a questo stato interpretativo quotidiano nel quale è cresciuto. In esso, da esso e contro di esso si realizza ogni comprensione genuina” (Essere e Tempo). Per analogia, il caso che presenterò qui di seguito è un tentativo di strappare il velo della deiezione al fine di liberare alcune scintille di “comprensione genuina” intorno a un problema ricoperto – nella sua quotidianità, cioè nell’estensione del discorso pubblico sudtirolese – da una formidabile coltre di chiacchiere. Sto parlando del problema della toponomastica.

1. Dentro la selva. Non ricapitolerò in dettaglio i termini della questione. Anche se forse non sarebbe inutile farlo. I miei quattro lettori “sanno” più o meno di cosa si tratta. Solo in rapida sintesi, dunque. In provincia di Bolzano vivono ufficialmente tre gruppi linguistici. La convivenza di questi gruppi linguistici è regolata da una complessa struttura di norme (definita come autonomia e poggiante su uno statuto, un testo dunque) che ha una duplice finalità (la esprimo cioè in chiave positiva e negativa): 1) Quella di consentire a ciascun gruppo linguistico di preservare la sua “sostanza culturale”; 2) quella di prevenire che il contatto reciproco tra gli individui dei singoli gruppi esponga questi ultimi al rischio di una perdita di tale “sostanza culturale”.  Quasi ogni aspetto della vita pubblica è informato da un siffatto (duplice) principio. Esiste un ambito, però, non ancora regolato da una legge provinciale. Quello della toponomastica, ovvero “l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche” [Fonte].

2. Dei simboli, ovvero il contrasto etnico rappresentato.  La difficoltà a stabilire per legge delle regole riguardanti l’utilizzo della toponomastica non risulta evidente a tutti. Per il motivo che qui entrano in gioco aspetti del “contrasto etnico rappresentato”, più difficili da affrontare di quelli relativi al “contrasto etnico effettivo” (che invece, per l’appunto, è stato formalmente risolto). A molti sfugge, per di più, che l’evoluzione del contrasto etnico dal piano effettivo a quello rappresentato (o simbolico) sia proprio una inevitabile conseguenza della soluzione di quel contrasto al suo primo livello. Il contrasto etnico effettivo, in altre parole, è stato “risolto” solo a patto che questa “soluzione” venisse anche rinviata al livello della rappresentazione e dei simboli. E questa mancata soluzione è anche la migliore garanzia per la tenuta dei meccanismi che inibiscono la riproposizione del contrasto al primo livello, quello effettivo. Una garanzia che – paradossalmente! – sembra venir meno proprio quando si pensa di mettere mano anche al contrasto simbolico e rappresentato per tentare di risolverlo. Ed è in questo spazio assai contraddittorio e paradossale che va collocato il cosiddetto “Schilderstreit”.

3. Le soluzioni in campo. E prima ancora, gli atteggiamenti di fondo che dovrebbero presiedere a questa soluzione sono di vario tipo. Come prima ipotesi (la soluzione “non-soluzione”) c’è chi avanza la proposta di non regolamentare nulla, di lasciare tutto com’è (vale a dire: ufficialità dei toponimi in lingua italiana – quelli che ci sono, nonostante la loro origine fascista – e libero uso degli altri, che non sono “ufficiali” ma solo “equiparati”, anche se ovunque visibili e tranquillamente usati). È la soluzione che abbiamo adottato fino a ora e, in assenza di azioni particolarmente eclatanti (come quella avviata dall’AVS), si è sempre dimostrata di buona tenuta. Il difetto, certo, è che non si tratta di una soluzione, ma di una non-soluzione. E poi abbiamo visto che la “buona tenuta” può essere scossa in ogni momento. Come seconda ipotesi c’è quella di chi vuole ufficializzare tutto l’esistente. È una soluzione apparentemente salomonica, ma anche questa ha un difetto. L’ufficializzazione dei toponimi tedeschi comporterebbe la defnitiva accettazione dei toponimi (già ufficiali, peraltro) tolomeiani. Sarebbe insomma come la pietra fatta rotolare sulla tomba. È per questo motivo che non si è ancora compiuto questo passo (in teoria il piu facile da compiere). Come terza ipotesi c’è infine quella di una profonda revisione della toponomastica tolomeiana (nel senso di una sua riduzione), accompagnata ovviamente dall’ufficializzazione di quella tedesca. Qui, come è prevedibile, a impuntarsi sono gli italiani. Che ovviamente (ma sul significato di questo avverbio dovremmo soffermarci di più) non sono dello stesso avviso, temendo – sul piano simbolico – un attacco alla loro consistenza visibile in questo luogo (il cosiddetto “preavviso di sfratto”). Per quest’ultimo punto esistono ovviamente possibili varianti in merito alla profondità dell’intervento di revisione (e con diverse modalità operative). Dalla soluzione più estrema (proposta da chi non tollera nessun nome italiano che abbia come sua origine la matrice tolomeiana) a quelle che invece puntano sulla sfuggente nozione di “uso” e che quindi vorrebbero rimuovere “solo” i nomi che non sono usati dalla popolazione (ed è evidente/inevitabile che poi qui ci si vada a dividere sui metodi della rilevazione di un simile “uso”).

4. La mia posizione. Per molto tempo io mi sono rifiutato di assumere una posizione, su questa tematica. In linea di principio, infatti, credo che vivrei bene in ogni caso (e non pochi vivrebbero bene in ogni caso). Ma il problema non sono certo io. Allora ho cercato di esercitare un tipo di ragionamento capace di accogliere la sensibilità altrui e di mostrare (ai diversi interlocutori) quali POSSIBILI reazioni si sarebbero verificate in rapporto a questa o quella soluzione. Un atteggiamento, questo, difficile da comprendere (cfr. supra). Anche perché in quanto “italiano”, l’attribuzione di una certa visione delle cose (da difendere o da attaccare) scattava quasi automatica in ogni mio interlocutore. Alla fine (proprio perché tirato per i capelli) ho finito persino con l’immaginarmela, quella benedetta soluzione. Che enucerei così: 1) Ufficializzazione dei toponimi tedeschi; 2) Creazione di una commissione (con prevalenza decisionale italiana) per la revisione della toponomastica tolomeiana; 3) Promulgazione di una legge nella quale compaia – ovvero venga evidenziata – l’origine storica di gran parte dei toponimi italiani. In questo modo, ecco l’assunto di fondo, ognuno potrebbe veder riconosciute le proprie prerogative, e questo come “male minore” rispetto al “male maggiore” di una eterna discussione sempre rinascente.

È a questo punto, però, che mi sono state mosse ulteriori obiezioni da parte di un simpatico lettore della piattaforma BBD. E con il commento di queste obiezioni tenderei a chiudere (almeno per questa estate).

***

 gadilu, du wiegst die beiden “Befindlichkeiten” der Sprachgruppen Südtirols gegeneinander auf und kommst zum Schluss, dass ein “Hinzufügen” von Namen weniger schwer wiegen (oder die Befindlichkeit der anderen Sprachgruppe weniger stark stören) sollte, als eine “Eliminierung” des ursprünglichen Namens. Nun, unter den von dir in Betracht gezogenen Umständen und Vorgaben (deinem “abgeschlossenen System”) magst du Recht haben, mehr noch: dein Schluss erschiene als der einzig logische und gangbare.

Ho effettivamente parlato dell’opposta “Befindlichkeit” dei diversi gruppi linguistici partendo dalla constatazione che – in presenza di un contrasto simbolico – quella diversa “Befindlichkeit” costituiva un ostacolo praticamente insormontabile, sì. E davanti a un ostacolo insormontabile è meglio cambiare percorso – girare attorno alla pietra, come suggeriva Wittgenstein – e lasciare per il momento che ognuno se la veda da sé, senza per forza esigere che si trovi con affanno una soluzione (impossibile) da condividere.

Was du dabei aber unterschlägst ist der historisch-ethischen Überbau. Namen am Schreibtisch zu übersetzen und ein Territorium damit zu überziehen ist ein der (proto-)faschistischen Ära eigenes proprium, eine Eigenschaft, die in dieser speziellen kühl-maschinellen-”wissenschaftlichen” Form jener Epoche eigen ist. Und wie das allermeiste, das vor 1945 in Mittel- und Südeuropa en vogue war und nachher (zu Recht) von demokratiepolitischer Seite diskreditiert wurde, sollte man auch übersetzte Orts- und Flurnamen mit der nötigen Skepsis und Vorsicht betrachten.

Non ho mai – e sottolineo MAI – sottovalutato questo aspetto. Anzi. So benissimo che questo aspetto è la “radice” profonda del dissidio. Quello che però tu a tua volta sottovaluti (mi pare) è la “percezione” di questa ingiustizia e le conseguenze che ne derivano in base alla diversa sensibilità dei gruppi linguistici precedentemente citata. Se infatti il ricordo di questa ingiustizia può risultare ancora “bruciante” per qualcuno (e non parlo dei tedeschi soltanto, ma anche di tutti quei “sinceri democratici” italiani per i quali il fascismo e le sue opere restano un permanente abominio), è indubbio che altre persone intenderanno quei simboli in un modo diverso, assumendole come parte del proprio vissuto, (per esempio: mi pare questo il caso del Sindaco Spagnolli quando difendeva il nome “Vetta d’Italia”), e quindi aggiungendo elementi di complessità a una faccenda che solo da un preciso punto di vista può essere invece ridotta a quello che affermavi tu.

Eine Gleichstellung der jeweiligen “Toponomastiken” kann aus dieser Sicht also nicht geteilt werden. Hier die historisch und kulturell gewachsene, an Siedlungsgeschichte und “Tradition” reiche Ortsnamensgebung, dort die aus dem alleinigen Zweck der Assimilierung und Kolonialisierung erdachte Übersetzung derselben.

Io credo che una “equiparazione” delle due toponomastiche possa avvenire anche se si tratta di una “equiparazione asimmetrica”. Può insomma avvenire sul piano del diritto (astratto), il che però lascia certo impregiudicate tutte quelle componenti differenziali (concrete e affettive) che tu sottolinei. Anche in questo caso io farei valere una semplice (anche se, come vediamo, non è poi così semplice) scelta basata sulla diminuzione della superficie di contrasto. E riconoscere l’origine di quei nomi (dunque proprio quello che dici tu), senza tuttavia procedere a una loro drastica eliminazione (quello che non accetterebbe la maggioranza degli italiani) mi sembra una linea di compromesso più praticabile di altre.

Indem man also vorsätzlich die Problematik der Tolomei-Namen leugnet, sie sozusagen versucht gänzlich wertneutral zu betrachten, macht man sich schon zum Parteigänger der Schergen, die die Genese und Exekutierung des “Prontuario” zu verantworten haben. Möchte man dann, aus Gründen der Parität, des “guten Willens”, des Gesetzes und dergleichen mehr, die komplette Anbringung dieser Übersetzungen zur Vollendung führen, macht man sich darüberhinaus mitschuldig an der Rehabilitierung von Unrecht und vollendet die Pläne Tolomeis unter – vermeintlich – demokratischen Vorzeichen.

Ho già detto più volte che non approvo una valutazione “neutrale” dell’eredità tolomeiana, ma mi preoccupa solo il meccanismo reattivo che innescherebbe un processo di revisione basato, per di più, su un’azione in gran parte dettata da un gruppo linguistico nei confronti dell’altro. Ed è per paura di quello che potrebbe accadere che, in questo caso, faccio mie, rovesciandole, le tue conclusioni: ciò peserebbe assai sulla sensibilità  degli uni e degli altri.

Patentino tra il dire e il fare

In base al rapporto annuale dell’amministrazione provinciale che rileva la quota dei promossi all’esame di bilinguismo, emerge nuovamente un risultato sconcertante. Il 64,2 % dei candidati al cosiddetto patentino C e addirittura il 78,2 % di quelli che hanno tentato il B tornano a casa senza diploma. Una “moria” davvero notevole, anche in considerazione di questo fatto: le prove in questione, oltre a essere quelle che raccolgono il maggior numero di candidati, fotografano anche il livello di competenza linguistica degli adolescenti, di chi insomma frequenta le scuole superiori e dunque dovrebbe trovarsi inserito all’interno di un processo di apprendimento adeguato alle esigenze di una società plurilingue. Si tratta di una sconfitta gravissima ed è necessario comprenderne bene i motivi.

Per farlo abbiamo tre possibilità, da intendersi, a mio avviso, nel senso di crescente plausibilità. Potremmo dunque pensare (prima possibilità) che la prova sia troppo complessa e i commissari troppo severi. Oppure (seconda possibilità) potremmo ritenere che la maggioranza dei candidati si presenti con gravi lacune di base e senza una conoscenza specifica delle difficoltà inerenti quel tipo di esame. Infine (terza possibilità) potremmo allargare lo sguardo e mettere in questione l’atteggiamento generale, nei confronti della seconda lingua, delle nuove generazioni, puntando il dito su una crescente mancanza di motivazione e d’interesse ad acquisire abilità che magari non sarebbero finalizzate solo al superamento dell’esame, ma che proprio per questo, eccedendo la ristrettezza dell’occasione, non lo renderebbero così ostico.

Come accennavo, anche se tutte queste possibilità risultano plausibili (la prima mi sembra però la meno convincente), personalmente ritengo che sia sulla terza che dobbiamo insistere. Dobbiamo cioè chiederci se le opportunità di apprendimento linguistico delle quali oggi disponiamo (in non pochi casi limitate alla scuola e all’interpretazione della “seconda lingua” come se si trattasse ancora di una “lingua straniera”) non debbano essere integrate e per così dire alimentate da un maggiore sforzo della politica, delle associazioni, delle famiglie e soprattutto dei singoli. Non basta insomma dichiarare a parole (quando va bene) che il plurilinguismo è utile e va sostenuto perché così si creano più opportunità. Questo è vero, ma banale. Bisogna agire, impegnarsi in prima persona, forzare le barriere della pigrizia e dell’indifferenza che rendono poi così difficile, per citare un famoso proverbio, l’attraversamento del mare che separa il dire dal fare.

Corriere dell’Alto Adige, 13 agosto 2010

In basso

Per comprendere quanto siamo caduti in basso non occorre guardare in alto. Lo so, banale gioco di parole, poco riuscito, scusate. Ritento così: se volete farvi un’idea di quanto la cosiddetta classe politica di questo paese faccia sempre più schifo, non occorre seguire i lanci di fango che stanno tenendo banco ultimamente a livello nazionale: la guerra dei dossier incrociati, le maldicenze, le trappole e le minacce reciproche. No. Basta scendere le scale e percorrere un po’ il marciapiedi sotto casa. Anche lì, infatti, ci saranno politici di passaggio che, pur ricoprendo cariche infime o infimissime, adottano le medesime strategie dei loro maggiori referenti. La storia seguente ne fornisce un valido (ancorché ributtante) esempio.

http://gattomur.wordpress.com/2010/08/10/e-ora-finalmente-un-post-locale/

Plurilinguismo laico

di Valentino Liberto

Affrontando la diatriba estiva sulla toponomastica si corre purtroppo sempre il rischio di affondare nelle sabbie mobili di una sterile polemica. L’occasione potrebbe invece essere colta per aprire nuovi orizzonti interpretativi di carattere più generale e, soprattutto, di maggiore utilità per tutti.

Come sappiamo, lo Statuto d’Autonomia prevede tra i suoi cardini l’esercizio della potestà legislativa autonoma per la materia toponomastica, “fermo restando l’obbligo della bilinguità”. Lo stesso Statuto implica ulteriori meccanismi di gestione del “compromesso etnico” (scuole separate in madrelingua e proporzionale, per esempio) applicati sinora in maniera molto rigida e perlopiù a senso unico, essendo norme concepite principalmente a tutela delle due minoranze “nazionali” tedesca e ladina. Gran parte delle persone che adesso, da parte “tedesca”, attaccano l’interpretazione pseudo-letterale del comma sui toponimi, pretendono al contempo il rispetto assoluto di quanto contemplato nell’art. 19 (quello che limita una profonda riforma del sistema scolastico locale, ancora largamente basato sul predominio del monolinguismo). Due pesi, due misure. Ma la necessità d’interpretare in modo gradualmente più flessibile lo spirito dello Statuto d’Autonomia – in modo da garantire maggiore aderenza alla realtà e alla luce dell’evoluzione che ha avuto la società sudtirolese dal 1972 ad oggi – non significa solo battersi per una distinzione tra “binomismo” e “bilinguità” (cioè: si traduca tutto, tranne i nomi) sui sentieri di montagna, bensì riconoscere che occorre superare l’atteggiamento di rifiuto che emerge da ogni lato quando si tratta finalmente di cambiare un po’ le cose. Perché all’immobilismo è facile poi che subentri la degenerazione.

Chi avanza l’argomento del suolo privato sul quale sono stati piantati la gran parte dei cartelli monolingue – e per questo ritiene che si sia trattato di una scelta insindacabile – sottovaluta la possibilità che qualcuno, per rivalsa, incarichi un’associazione “italiana” di rispondere con cartelli monolingui in italiano. Speriamo non accada. In questo modo si affermerebbe una concezione “fai da te” e privatistica della politica senz’altro da evitare. L’articolo 8 dello Statuto era stato ideato come risolutivo rispetto al monolinguismo italiano presente dai tempi del fascismo, per ottemperare alla mancanza d’una legge che ufficializzasse la toponomastica tedesca e ladina, nonché alla mancata abolizione del Prontuario di Ettore Tolomei. Lo Statuto è “programmatico”, ovvero auspica un provvedimento legislativo del Consiglio provinciale. Ergo: sembra che il “peccato originale” dello Statuto sia tutelare la toponomastica tolomeiana e fascista. Non è così. Nacque proprio per tutelarci dalla follia “tolomeiana” e l’applicazione rigida del bilinguismo andò sempre a vantaggio di chi prima era in condizioni svantaggiate. L’articolo fu una conquista, non una sconfitta. Il partito di maggioranza dei sudtirolesi non colse quest’opportunità per timore di veti incrociati. E il vuoto legislativo, l’abbiamo visto, ha finito col produrre la presente deriva: da parte dell’Alpenverein, che ha fatto valere da privato una “sua” legge a Statuto invariato, e da parte governativa, con la dura reazione del ministro Fitto. Redatta insomma anche per garantire il rispetto della toponomastica “storica” da parte italiana, la carta fondamentale dell’Autonomia ha finito per fomentare, suo malgrado, un revanscismo linguistico incrociato. Un ribaltamento nefasto tutto giocato all’interno della logica del conflitto etnico sopravvissuto sul piano della rappresentazione e dei simboli.

Data la difficoltà di “estendere” la coperta statutaria, tirata ora da una parte, ora dall’altra del letto matrimoniale (prima il lato tedesco, poi quello italiano), bisognerebbe forse cominciare a ridiscutere sul serio la rigidità di alcune interpretazioni, polarizzate e polarizzanti, dello Statuto e concedere margini di manovra orientati verso un modello di plurilinguismo autenticamente diffuso e in un certo senso più “laico” (senza ricorrere a dogmatismi). Sarebbe una cosa opportuna e ormai persino necessaria.

Corriere dell’Alto Adige, 12 agosto 2010

DFW

Sapete poi come succede. Un caro amico che ti consiglia di leggere assolutamente una cosa, ma non è il momento giusto per farlo, il libro sbagliato?, la pagina sbagliata?, sembra finire lì. Un’occasione mancata, che sarà mai, tanto fa lo stesso, hai altre mille cose da leggere e da fare e un autore in più o in meno mica casca il mondo. Ma poi capita che per caso tu non abbia di meglio da fare e allora entri in una libreria e sfogli un po’ questo e un po’ quello e trovi proprio un libro di quell’autore abbandonato e, chissà perché, cominci a leggerlo un po’ e ti piace, sì stavolta ti piace e decidi di riprovarci e siccome non costa molto lo compri e riprendi a leggerlo in treno e ti piace sempre di più e rischi addirittura di non scendere alla tua stazione perché vuoi finire la storia, una storia tipo Solomon Silverfish e pensi che, accidenti, questa storia sembra scritta proprio per te, qui e adesso, e ti innamori perdutamente di questo autore, del suo modo di scrivere, di quello che dice e ti chiedi ma come cavolo ho fatto a non capirlo prima?

Leggete anche voi, David Foster Wallace.

Ognuno deve avere una sua ferita

Ognuno deve avere una sua ferita per poter cantare questa canzone e deve esserne anche avviato alla guarigione per poterla cantare in pubblico, e non a una persona sola. Almeno per me fu così, ma non posso immaginare Estate cantata come qualsiasi altro brano da repertorio. Estate ha una sua stagione nella vita, esattamente come quello di cui racconta. (Vinicio Capossela)

Lo sviluppo non diventi un’ideologia

Esistono parole frequentemente utilizzate senza che il loro significato e la loro valenza risultino chiari. Sviluppo, modernità, innovazione, crescita sono quattro di queste parole. Parole accostate per sostenersi a vicenda, come gemme di una collana che assomiglia piuttosto a un rosario snocciolato per esorcizzare quelli che sembrerebbero concetti contrari e dunque da stigmatizzare: “regressione”, “antichità”, “reazione”, “stagnazione”. È bene però renderci conto che le cose non stanno senz’altro così. Non esiste un significato univoco per concetti strutturalmente ambigui. Il filosofo Serge Latouche, per esempio, ha mostrato con grande sensibilità e intelligenza che l’uso disinvolto di quelle parole corrisponde a un’ideologia ben precisa. Un’ideologia violenta, uniformante, responsabile di una vera e propria colonizzazione delle nostre coscienze. Un’ideologia quindi che deve essere sottoposta a una critica radicale e, al limite, contrastata.

L’Alto Adige-Südtirol viene visto non di rado come la scena di un confronto tra le istanze della modernità – e dunque dello sviluppo, dell’innovazione e della crescita – e quelle inerenti un pigro spirito di conservazione. Con ciò si vorrebbe sottolineare l’urgenza di propagare cambiamenti insofferenti a una riflessione più approfondita su quelle che sono le nostre specificità territoriali, sbrigativamente rubricate nell’immagine di un mondo ormai passato di moda, vecchio, chiuso. Se non addirittura ottuso. Ma affermare l’urgenza di simili cambiamenti – insistendo per esempio sul refrain di una globalizzazione che non può essere fermata, che non conosce confini – significa arrendersi alla retorica della novità a ogni costo, retorica che vorrebbe, in primo luogo, distruggere definitivamente la logica economica dei “legami” sostituendola con quella dei “beni” (o della massima diffusione dei “beni”).

Parafrasando ancora Latouche, l’occasione offerta dalla riduzione del peso dell’elemento nazionale – riduzione che costituisce il risvolto più appariscente della globalizzazione – può essere colta soprattutto mediante una riattivazione dell’elemento “regionale” e “locale”, liberando a un livello “microterritoriale”, secondo le inclinazioni e le caratteristiche proprie del luogo, le energie che poggiano sul tempo libero, la salute, l’educazione, l’ambiente, i servizi alla persona. Ha scritto Tonino Perna (Fair Trade. La sfida etica al mercato mondiale, Bollati Boringhieri): “Cercare di adattarsi alle pretese leggi del mercato capitalistico (…) può dare qualche risultato in termini quantitativi e nel breve periodo, ma alla fine questa scelta si rivela perdente”. Sono considerazioni che ci sentiamo di condividere.

Corriere dell’Alto Adige, 7 agosto 2010