Segregazione imbarazzante

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Prima di criticare occorre tradurre secondo la lettera e lo spirito. Il testo da tradurre è stampato su un manifesto: «Vorrang für deutsche Kinder in deutschen Kindergärten». In italiano: «Precedenza per i bambini tedeschi negli asili tedeschi». E prima di dedicarci all’interpretazione (e alla critica) del messaggio occorre ricordare anche l’immagine che correda — e nelle intenzioni esemplifica — il testo: un bambino dall’incarnato candido, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiari. Ci torneremo.

«Precedenza per i bambini tedeschi negli asili tedeschi», dunque. Il contesto è noto. Da tempo i partiti che rivendicano una difesa più intransigente delle prerogative delle minoranze hanno raccolto il «disagio» di alcuni genitori e insegnanti delle scuole materne in lingua tedesca, perché le classi sarebbero affollate da troppi parlanti di un’altra lingua, non solo l’italiano. Il problema esiste, dovrebbe essere affrontato con raziocinio, mettendo in campo le migliori risorse pedagogiche, ma sciaguratamente, assumendo una caratterizzazione in primo luogo politica, finisce per essere strumentalizzato nel modo peggiore. La «precedenza» invocata, infatti, attiva tutta una serie di significati escludenti, di tipo segregazionista, resi evidenti anche dall’imbarazzante identificazione tra lingua parlata (trattandosi di bimbi piccolissimi, un dato di difficile acquisizione) e identità personale. Un supplemento di «etnicismo» non necessario e completamente fuorviante anche, e soprattutto, dal punto di vista formativo.

Torniamo al manifesto. Quel bambino che dovrebbe rappresentare la «tedeschità» in pericolo non è di Gries, non abita con i genitori in una villa di Bozen Dorf, ma è russo. I «creativi» di Süd-Tiroler Freiheit, il partito autore dei manifesti, si sono rivolti a un’agenzia dove lavora la fotografa Oksana Kuzmina, specializzata nel fornire immagini di una Confederazione in cui, peraltro, si contano circa 130 nazionalità e si parlano almeno 150 lingue. Insomma, se quel bambino — chiamiamolo Boris, Yuri, Dimitri — risiedesse in Sudtirolo, sarebbe immediatamente sospettato di essere portatore di nociva molteplicità identitaria, e così invitato a dare la precedenza a un vero campione di purezza etnolinguistica. A quel punto, però, ci sarebbe parecchio da preoccuparsi e non resterebbe che augurare tristemente «spakojnoj nochi» (buonanotte, in russo) al futuro della nostra autonomia.

Corriere dell’Alto Adige, 27 aprile 2018

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Una strana idea di inclusione

 

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Siamo in un Paese straniero, qualcosa non va per il verso giusto, ci hanno per esempio rubato soldi e documenti, dunque occorre contattare l’ufficio consolare. È probabile che tra i termini non intercorra soverchia parentela etimologica, eppure a quell’idea l’espatriato in affanno associa quella della consolazione, dell’essere risollevati da una caduta il cui senso resta scolpito per sempre nel sessantunesimo verso della Commedia di Dante: «Mentre ch’i’ rovinava in basso loco…». Il consolato, questo Virgilio burocratico, ci accoglie e ci rinfranca, ma soprattutto lì troveremo qualcuno in grado di parlare la nostra lingua, forse addirittura un impiegato proveniente dalla nostra stessa regione, che pronuncia le parole con la nostra inflessione; e allora tutto diventerà subito familiare, i problemi saranno risolti in un’atmosfera di casalinga benevolenza.

Saranno questi i motivi che avevano spinto il nuovo governo austriaco — in attesa di proseguire gli approfondimenti sul doppio passaporto — a dare vigore alla sua politica di inclusione nei confronti dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina offrendo loro la possibilità di rivolgersi ai propri consolati in caso di necessità? Il disegno di legge, intanto, è già stato ritirato, ma ha ovviamente fatto in tempo ad attirare il commento plaudente dei patrioti (si tratta di un provvedimento che «rafforza ulteriormente il legame e la funzione tutrice dell’Austria verso i sudtirolesi», secondo i Freiheitlichen) e le critiche di chi, come il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha parlato di un progetto «assolutamente non conforme alle norme Ue in materia di cittadinanza europea e in materia consolare, e del tutto contrario al diritto internazionale, oltre a essere assolutamente non in linea con la collaborazione che dovrebbe esistere tra Paesi europei».

In effetti, oltre all’eventuale vantaggio immediato di potersi rivolgere agli impiegati in tedesco, cosa sarebbe cambiato (o cambierebbe) nella sostanza? Le tutele finora garantite non hanno evidenziato lacune o mancanze di sorta. Al contrario, hanno contribuito a risolvere anche problemi spinosi, come ricorderanno certamente i due ragazzi venostani finiti in un carcere thailandese dopo aver oltraggiato alcune bandiere. In quel caso vennero «consolati» nonché assai bene assistiti dalla diplomazia italiana, nella persona di Lamberto Maria Moruzzi, e alla fine ne furono piuttosto contenti.

Corriere dell’Alto Adige, 20 aprile 2018

Contrastare l’alienazione

Alberto Burri, Sacco e nero, 1954

Le elezioni provinciali di ottobre sono ancora lontane, già adesso però cominciano a delinearsi i primi elementi di una discussione che potrebbe condizionarne l’esito. In questo senso riveste sicuramente un significato particolare il ruolo che gli italiani sono ancora chiamati a giocare per contrastare una tendenza che, altrimenti, potrebbe cronicizzarsi in modo assai pericoloso, vale a dire quella della loro irrilevanza sul piano della rappresentanza politica. Se ne è parlato sabato scorso in una affollata assemblea organizzata dal presidente del Consiglio provinciale Roberto Bizzo (come noto fuoriuscito dal Partito democratico alla vigilia del voto del quattro marzo), alla quale ha partecipato, in qualità di analista, il senatore Francesco Palermo.

Proprio da un’affermazione di Palermo è utile partire per mettere subito il dito nella piaga: “Non esiste una regia dei cattivi tedeschi che terrebbe fuori dalla porta gli italiani in quanto tali, piuttosto osserviamo da tempo una naturale predisposizione dei gruppi ad isolarsi, a cercare il confronto al loro interno e quindi a non prendere in considerazione una comune strategia per il futuro di questa terra”. Possiamo allora chiederci in cosa consista il contributo positivo di una manifestazione come quella di sabato al fine di correggere tale predisposizione, tenendo conto del fatto che anche l’insolito moderatore – Elmar Pichler Rolle – ha ribadito di essere in effetti uno dei pochi “tedeschi” a sottolineare come solo da un confronto più assiduo e paritario sarebbe possibile consolidare il governo del Sudtirolo, sottraendolo così al pericolo delle derive populiste o alla rinascita dei nazionalismi (spesso due facce della stessa medaglia).

Minoritaria da parte tedesca, l’idea di un maggiore benessere della nostra autonomia in rapporto ad una più accentuata integrazione dei gruppi linguistici non sembra ovviamente destinata ad attingere un grande successo spingendo ulteriormente la decomposizione del quadro politico “italiano”. Ma neppure l’ipotesi di un apparentamento a sfondo etnico (il cosiddetto “partito degli italiani”) può essere sostenuta seriamente, almeno finché permane il quadro istituzionale vigente e le necessità sul piano locale verranno sempre diluite dalle logiche nazionali. L’unico sbocco ragionevole all’impasse resta quello individuato a suo tempo da chi intuì come alla creazione di società parallele in Alto Adige/Südtirol dovesse rispondere un movimento alternativo all’alienazione e all’indifferenza reciproca. C’è qualcuno, oggi, che si sente all’altezza di rilanciare una sfida del genere?

Corriere dell’Alto Adige, 14 aprile 2018

Poco entusiasmo, una ragione c’è

Achammer Minority Safepack

«Firma la petizione e rendi la Ue un luogo in cui ogni persona che appartiene a una minoranza autoctona o a un gruppo linguistico possa sentirsi a casa». L’esortazione ha portato i suoi frutti: le firme complessive sono già più di un milione. Per avere piena efficacia, tuttavia, l’iniziativa dovrà essere sostenuta entro oggi da almeno sette dei 28 Stati Ue nel rispetto della soglia minima prevista per ciascun Paese. Per l’Italia tale soglia è pari a 54.750 firme, e mentre scriviamo non è stata ancora toccata. Ma di cosa si tratta realmente, in quale modo cioè l’azione a sostegno delle minoranze europee è stata percepita e gestita nella nostra regione, che quasi per antonomasia fornisce tutele già formalmente riconosciute?

L’apposizione della firma, si legge nella pagina web che ha lanciato la petizione, comunica la volontà che venga rafforzata la diversità linguistica e siano ribaditi i diritti delle minoranze mediante iniziative legislative. Una proposta che può sembrarci ovvia, vivendo in un angolo di mondo da questo punto di vista piuttosto evoluto, ma che altrove, e per altrove s’intende ancora l’interno dei confini comunitari, non rappresenta un dato acquisito. Sarà insomma a causa dell’ovvietà se neppure nel perimetro più stretto del Trentino-Alto Adige si è riusciti a fornire un contributo sufficientemente largo alla raccolta delle firme? Sarebbe interessante, quando li avremo, confrontare i dati fra le due province autonome. Valga per intanto il principio preliminare secondo il quale solo chi è davvero toccato e minacciato è pronto a disturbarsi. Altrimenti prevale pigrizia e disinteresse.

Forse però esiste anche una motivazione più sottile. Soprattutto qui da noi, ovvero in un territorio in cui la giusta rivendicazione di maggiore protezione per le minoranze non è immune o comunque non è perfettamente discernibile da un atteggiamento di virulenta reazione identitaria, ogni tipo di iniziativa che non sia di ascendenza prettamente locale, che insomma sfoggi, oltre ai colori del borgo natio, anche quello di una costellazione transnazionale, viene vista con sufficienza, quando va bene, e persino con fastidio, quando va male. Non so se ciò valga per il Minority Safepack. Non è comunque un caso che quando le parole d’ordine sono da tempo diventate «l’Italia agli italiani» e «il Sudtirolo ai sudtirolesi», chi parla di minoranze senza esibire un accento sciovinistico non sembra avere un compito molto facile.

Corriere dell’Alto Adige, 3 aprile 2018