Equal Rights Iran

Manifestazione a sostegno del popolo iraniano

Bolzano il 3 luglio – ore 20

Con grande preoccupazione vediamo ogni giorno le immagini, e leggiamo notizie, di una violenta repressione in corso nelle città iraniane, contro manifestazioni di donne, giovani, giornalisti, intellettuali, artisti, semplici cittadini, che denunciano brogli nelle ultime elezioni presidenziali.

Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questa intollerabile violazione della democrazia e dei diritti fondamentali.

Per questo rivolgiamo un appello alle istituzioni, alle associazioni civiche e ai singoli cittadini, perché si mobilitino per sostenere il movimento per le riforme in Iran che chiede nuove e libere elezioni, la scarcerazione di tutti gli arrestati, il rispetto dei diritti umani, di opinione, riunione, informazione e delle diverse convinzioni culturali, politiche e religiose.

Invitiamo ad aderire a questo appello e a partecipare ad una pacifica manifestazione a sostegno del popolo iraniano, portando messaggi e segni che ricordino la forma di protesta “verde e non violenta” che riempie le strade delle città iraniane e di tutto il mondo.

La manifestazione partirà con una catena umana alle ore 20 dall’Università-ex-Museion e si concluderà alle 20.30 con un intervento del premio Nobel per la pace Shirin Ebadi all’interno della Volxfest/a sui prati del Talvera.

Promuovono: /Veranstalter:

Associazione Nedaye Iran Bz, Fondazione Alexander Langer Stiftung Bz

Radio Tandem Bolzano, Associazione Culturale Tandem Kulturverein Bolzano

Café Plural, Associazione Kaleidoskopio, Frauen Archiv/Archivio storico delle donne BZ

Per aderire/Um den Appell zu untersützen, bitte E-Mail an: info@alexanderlanger.org

Die Eintragungen und Unterstützungserklärungen werden auf der Homepage http://www.alexanderlanger.org aktualisiert.

Le adesioni saranno aggiornate sul sito http://www.alexanderlanger.org.

Sull’apprendimento delle lingue (IV)

Pubblico l’editoriale di Francesco Palermo, apparso sull’Alto Adige di oggi, per gentile concessione dell’autore.

Scuola plurilingue: l’ultimo tabù

“Ma come? La comunità internazionale insiste perché le minoranze possano avere scuole separate. Ma quando le hanno, ci vengono a dire che dobbiamo favorire il multilinguismo e i modelli scolastici integrati. Insomma, un po’ di coerenza!” Sono molti i politici in Europa che si meravigliano quando gente come il commissario Orban invita ad adottare modelli scolastici multilingui. Lo avranno pensato in molti anche da noi: “Ci dicono che siamo un modello di convivenza e poi ci chiedono di rivoluzionarlo con la scuola plurilingue”.

Ma non c’è alcuna contraddizione. Per proteggere una minoranza è indispensabile garantirle l’istruzione in madrelingua e spesso anche un percorso scolastico separato. Quando questa garanzia c’è, è indispensabile guardare al passo successivo. Troppo spesso i politici, specie se sono espressione delle minoranze, capiscono il primo passaggio (le scuole separate) ma non il secondo (le forme di integrazione tra alunni e l’istruzione plurilingue). Ma in un sistema funzionante non c’è l’uno senza l’altro.

Non ci può essere integrazione se un gruppo teme l’assimilazione. Ma nel contempo la separazione scolastica deve avere dei contrappesi, altrimenti conduce alla creazione di società parallele. E la segregazione non è meno dannosa dell’assimilazione.

Le recenti aperture da parte di autorevoli esponenti della SVP all’istruzione multilingue in Alto Adige sono un segnale importantissimo, perché mostrano disponibilità a ragionare del futuro. Certo, cosa nel concreto possa significare istruzione plurilingue è tutto da verificare. Ma questa verifica può farsi solo se si iniziano a superare le chiusure pregiudiziali.

Finora l’assenza di volontà politica nell’intraprendere questo percorso è stata ipocritamente mascherata dietro due foglie di fico: l’articolo 19 dello statuto di autonomia e i pareri degli esperti.

L’articolo 19 garantisce l’inviolabile diritto della minoranza tedesca allo studio nella propria lingua. In altre parole, la premessa indispensabile per la fiducia. Nulla dice invece rispetto alla possibilità di affiancare a quel modello altre forme di istruzione. Che non sono vietate e sono quindi permesse, come ricordato dalla Corte costituzionale quando diede torto alla Klotz che riteneva violato lo statuto per l’introduzione dell’italiano nelle prime classi elementari delle scuole tedesche, perché l’art. 19 lo prevede della seconda.

L’art. 19 è il primo passo (scuole separate) che non solo non impedisce il secondo (scuole plurilingui) ma ne costituisce la premessa. Ritenere quell’articolo un ostacolo alla scuola plurilingue perché scritto in un’epoca e in un contesto in cui a quelle scuole non si pensava neppure lontanamente è come l’atteggiamento di quelle comunità Amish che rifiutano televisore, telefono, automobile e corrente elettrica perché la Bibbia non ne parla.

Il parere degli esperti, poi, è quanto di più ballerino esista. Negli anni ’70 la corrente dominante riteneva indispensabile “proteggere” e rafforzare la madrelingua prima di esporre al contatto con altre lingue. Oggi il multilinguismo precoce è invece ritenuto un’opportunità non solo per l’apprendimento delle lingue, ma anche nelle altre discipline. Steger lo sa benissimo, e con sottile perfidia invoca il parere degli esperti per decidere il da farsi. Lo stesso argomento su cui Zelger basava negli anni ’70 la politica del “più ci separiamo e meglio ci capiamo” serve oggi a mettere una pietra tombale su quella politica.

Non giriamoci intorno: la scelta è politica, non tecnica. Ed è la politica, non gli esperti, a dover dare alla società ciò di cui la società ha bisogno. Alla nostra società serve ancora l’art. 19 nella sua attuale formulazione, proprio per garantire risposte al secondo bisogno: quello di aprire a sistemi diversi. E’ proprio perché siamo un modello che ci chiedono la scuola plurilingue. Che non contraddice la tutela delle minoranze ma la esalta e la porta a compimento.

 

Über allen Gipfeln ist Ruh

Pace in vetta, ma a valle c’è la guerra

(Corriere dell’Alto Adige, 4 luglio 2009)

Il 6 settembre del 1780 Johann Wolfgang von Goethe si trovava sulle montagne di Ilmenau, in Turingia. Giunto vicino alla cima del Kickelhahn pernottò da solo in un rifugio e, affascinato e commosso dall’assoluto silenzio, al calar della sera incise sul legno una poesia passata poi alla storia col titolo “Wanderers Nachtlied”: “Über allen Gipfeln / ist Ruh’ / In allen Wipfeln / Spürest Du / Kaum einen Hauch: / Die Vögelein schweigen im Walde / Warte nur, balde / Ruhest du auch” (Su ogni cima / è pace / In ogni chioma / senti appena un alito: / Nel bosco anche gli uccelli tacciono. / Aspetta: presto / anche tu avrai pace).

È sin troppo facile rammentare adesso questi versi, magari cogliendo l’occasione della recente decisione grazie alla quale l’Unesco ha inserito le Dolomiti nel catalogo dei siti di “eccezionale importanza” contrassegnati dall’appellativo “patrimonio dell’umanità”. Ha scritto il filosofo Remo Bodei: “Con la loro verticalità, le montagne hanno spesso rappresentato l’allegoria del sacro. La bianca neve immacolata, simbolo di purezza; l’aria rarefatta delle vette, che dà un senso di euforica leggerezza; il loro contorno che si conserva a dispetto delle frane parziali ed evoca l’idea di eternità; lo sguardo dall’alto sull’abisso, che ricorda il mistero insondabile dell’esistenza; il sentirsi sospesi tra terra e cielo; la lontananza dai miasmi della vita sociale e dalle meschinità quotidiane: tutto attira gli animi verso l’alto, verso la contemplazione e la luce” (R. Bodei, Paesaggi sublimi. Gli uomini davanti alla natura selvaggia, Bompiani 2008). Troppo facile, dicevo, ma purtroppo anche azzardato.

Se c’è infatti una cosa che si è manifestata subito, già all’indomani della lieta notizia proveniente da Siviglia, è che gli uomini faticano moltissimo a corrispondere al compito implicato da questo solenne impulso. Come facciamo insomma a parlare di “umanità” quando gli umani – a parte i poeti, solitamente restii a considerarsi appartenenti ad una categoria così generale – tendono a dividersi immancabilmente in fazioni, a frammentarsi in gruppi d’interesse particolari? La discussione sul luogo nel quale ospitare la fondazione, la sede amministrativa del nuovo sito, sta opponendo le province che hanno la fortuna (molto più che il merito) di avere sul loro territorio le varie porzioni di un patrimonio che al contempo le unisce e le divide. Il buon senso dovrebbe qui suggerire un comportamento dignitoso, confacente all’onore ma anche all’onere del quale siamo stati investiti. Sarebbe infatti davvero disdicevole se, al di sotto delle vette, simbolo di pace, si scatenasse una guerra tra valligiani incapaci di guardare in alto perché imprigionati “dai miasmi della vita sociale e dalle meschinità quotidiane” inerenti le loro ristrette comunità. Speriamo che non vada a finire così.

Song to the siren

Grazie a YouTube vado collezionando da tempo versioni della mia canzone preferita (è incredibile: ho una canzone preferita!). Song to the siren, di Tim Buckley. Qui interpretata (con grande intensità e bellezza, a mio avviso) da Robert Plant.

On the floating, shapeless oceans
I did all my best to smile
til your singing eyes and fingers
drew me loving into your eyes.

And you sang “Sail to me, sail to me;
Let me enfold you.”

Here I am, here I am waiting to hold you.
Did I dream you dreamed about me?
Were you here when I was full sail?

Now my foolish boat is leaning, broken love lost on your rocks.
For you sang, “Touch me not, touch me not, come back tomorrow.”
Oh my heart, oh my heart shies from the sorrow.
I’m as puzzled as a newborn child.
I’m as riddled as the tide.
Should I stand amid the breakers?
Or shall I lie with death my bride?

Hear me sing: “Swim to me, swim to me, let me enfold you.”
“Here I am. Here I am, waiting to hold you.”

Michael (o della “fama”)

Sicuramente lo sapete tutti. È morto Michael Jackson. Ora, non voglio spendere inutili parole di commento sulla sua figura d’artista e di personaggio pubblico. Non ne ho la competenza e poi, devo dire, neppure m’interessa (le sue canzoni non mi piacevano). La sua morte mi dà però l’occasione di trascrivere qui un ricordo che forse serve a chiarire il meccanismo della “fama”, la sua capacità pervasiva.

Una ventina d’anni fa, forse addirittura qualcuno in più, ero ospite a casa di mia zia Marisa (la sorella di mia madre). Durante la cena, a volte capita, si creò un’improvvisa bolla di silenzio. Letteralmente, per alcuni secondi, nessuno pronunciò più alcuna parola (un registratore avrebbe carpito soltanto il rumore delle bocche che mangiavano). Zitto io, zitta mia zia, zitte le mie tre cugine. Zitto, soprattutto, mio zio Nicolino, il quale era uno che invece parlava sempre. Quand’ecco, forse perché esasperato da questa pausa muta che come un’ombra si stava allungando sulla tavola, che proprio mio zio si sentì in dovere di pronunciare qualcosa. E infatti, dopo aver deglutito un cucchiaio di minestra, scandì con voce stentorea e con una insospettabile pronuncia anglosassone un nome: “MICHAEL JACKSON!“. Seguirono ovviamente grandi risate da parte di tutti.

Piccola spiegazione: l’effetto comico innescato da mio zio era dovuto a più fattori. Prima di tutto all’impeccabile pronuncia (come detto, insospettabile) e poi anche da quel riferimento. Mio zio era un ammiratore delle canzoni di Claudio Villa e sono sicuro che non avesse mai neppure ascoltato un pezzo di Michael Jackson. Potenza della “fama”.

L’autonomia tra il fuoco e la cenere

In occasione delle celebrazioni per il Sacro Cuore, come noto, sulle montagne che circondano Bressanone è stata fatta brillare nell’oscurità la scritta “Ein Tirol”. Con una mail spedita alle redazioni dei quotidiani locali, il gesto è stato rivendicato da tre persone vicine alle organizzazioni patriottiche (in primo luogo gli Schützen) che hanno lo scopo di tenere vivo “il fuoco” dell’amore per la Heimat, e dunque anche quello di manifestare in modo visibile e spettacolare a chi essa “appartiene”. Una scritta di fuoco ricamata su una montagna corrisponde alla logica del “marchio” (un marchio “a fuoco”) e serve a rendere esplicito un confine identitario che, come ogni confine, risulta al contempo includente (alcuni vi si riconoscono) ed escludente (alcuni non vi si riconoscono). Da qui il solito balletto di prese di posizione al quale siamo abituati da sempre e che sempre saremo costretti a vedere, giacché la controversia che sta alla base di simili fenomeni non è risolvibile (intendo: definitivamente risolvibile) all’interno del quadro istituzionale vigente.

Vorrei cercare di spiegare bene quest’ultimo punto perché purtroppo sfugge ai più. Chi interpreta l’autonomia sudtirolese alla stregua di una soluzione capace di risolvere il contrasto etnico dimentica che essa è il frutto di un compromesso destinato a rimanere tale. L’autonomia non è servita e non serve cioè a sradicare il contrasto, ma soltanto a depotenziarne gli effetti più nefasti, a ridurne le occasioni degenerative. Ovviamente, questo significa che a livello latente (e dunque “sotto la cenere”) permane un serbatoio d’ostilità disponibile. Ma se questa ostilità non fosse disponibile, se l’autonomia, per come è stata concepita, servisse davvero ad eliminarla, avremmo il caso piuttosto paradossale di un dispositivo che rimuove le condizioni della sua stessa possibilità d’esistenza. Cosa inimmaginabile, anche utilizzando la semplice logica.

Letteralmente, allora, i fuochi della scorsa notte (e di ogni altra “notte dei fuochi”, passata e futura) non rappresentano altro che l’emersione rituale e cadenzata di una controversia inestinguibile ancorché, per fortuna, ridotta a una pura dimensione simbolica e per così dire teatrale. Quei fuochi non segnalano la propagazione di un incendio imminente, non meritano la preoccupazione (altrettanto rituale) che si esprime con l’ennesima inutile interrogazione parlamentare, ma devono essere visti come la rappresentazione del contrasto etnico sopravvissuta alla sua estinzione sul piano della realtà. Finché insomma avremo fuoco sui monti non lo avremo in città. E possiamo così continuare a dormire (anche se mai in modo del tutto sereno) sul nostro comodo letto di cenere. 

(Corriere dell’Alto Adige, 26 giugno 2009)

Prese

Finalmente una buona battuta. Do atto a Matteo Gesualdo Corvaja di avermi fatto piuttosto ridere dicendo che “confondere i Savoia con i nazisti è come confondere una presa elettrica con una presa di culo” (sul blog di Cetty Failly). Bravo Matteo.

La cosa

Ognuno ha le sue fonti. Tra gli adepti del sedicente Premier è prassi, per scusarlo, citare qualche giornale di sua proprietà (tipo “Il Giornale”), e da lì erigere un cordone di protezione nei confronti di colui il quale – conservando anche solo un briciolo di giudizio – appare come un vero e proprio tumore impiantato ai vertici dell’establishment italiano. Fortuna vuole che non tutti abbiano portato il cervello all’ammasso. Questo vale per noi, che nel nostro piccolo continueremo a denunciare per quanto possibile l’ignobile figuro che governa il paese, e vale anche per i principali intellettuali europei, i quali giustamente usano la propria intelligenza al servizio della verità. È il caso, ultimo, di José Saramago, premio Nobel per la letteratura, autore di un articolo (La cosa Berlusconi) che molto volentieri pubblico qui di seguito.

La cosa Berlusconi

Non vedo che altro nome gli potrei dare. Una cosa che assomiglia pericolosamente a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un conato di vomito profondo non riuscirà a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrompere le loro vene e per squassare il cuore di una delle più ricche culture europee.

I valori fondamentali della convivenza umana sono calpestati tutti i giorni dai piedi appiccicosi della cosa Berlusconi che, tra i suoi molteplici talenti, ha un’abilità funambolica per abusare delle parole, sconvolgendone l’intenzione e il senso, come nel caso del Polo della Libertà, come si chiama il partito con il quale ha preso d’assalto il potere. L’ho chiamato delinquente, questa cosa, e non me ne pento. Per ragioni di natura semantica e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente ha in Italia una valenza negativa molto più forte che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa.

Per tradurre in forma chiara ed efficace ciò che penso della cosa Berlusconi utilizzo il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli dà abitualmente, sebbene si possa avanzare più di un dubbio che Dante qualche volta lo abbia usato. Delinquere, nel mio portoghese, significa, secondo i dizionari e la pratica corrente della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o ai precetti morali”.

La definizione combacia con la cosa Berlusconi senza una piega, senza un tirante, fino al punto da assomigliare più a una seconda pelle che ai vestiti che si mette addosso. Da anni la cosa Berlusconi commette delitti di varia, ma sempre dimostrata, gravità. Per colmo, non è che disobbedisca alle leggi, ma, peggio ancora, le fa fabbricare a salvaguardia dei suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, e in quanto ai precetti morali non vale neppure la pena parlarne, non c’è chi non sappia in Italia e nel mondo intero che la cosa Berlusconi da molto tempo è caduta nella più completa abiezione.

Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte per servirgli da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui vengono trascinati i valori di libertà e dignità che permearono la musica di Verdi e l’azione politica di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale dell’Europa e degli europei. Questo è ciò che la cosa Berlusconi vuole gettare nel bidone della spazzatura della Storia. Gli italiani, alla fine, lo permetteranno?

(7 giugno 2009)