Pizza, spaghetti e vecchi cliché

Pizza liquida

La “Pizza liquida” dello Chef Andrea Fenoglio

Identificare un popolo con una pietanza che lo marchierebbe in modo indelebile è il primo vagito di un razzismo non sempre inconsapevole. Il repertorio è vasto. Per limitarci a una rapida rassegna, gli italiani vengono chiamati altrove garlics, los polpettos, Spaghettifresser (il verbo fressen si adopera per designare il modo di alimentarsi degli animali), pastar (parola croata che significa mangiatore di pasta) e ovviamente secondo la pietanza regina: la pizza.

Anche gli Schützen di Laives venerdì non hanno trovato niente di meglio che ricorrere a un cliché del genere, intitolando la serata dedicata al presunto rischio di «italianizzazione» delle scuole di lingua tedesca «Pizza im Kopf» (pizza in testa). La banalizzazione, purtroppo, non si è però fermata al titolo. Tutto l’andamento del dibattito ha ricalcato posizioni da decenni utilizzate al fine di metterci in guardia davanti al pericolo di un’eccessiva contaminazione linguistica in orario scolastico, soprattutto se forzata con le subdole armi della didattica integrata (sul banco degli imputati il Clil, moderno succedaneo della mai troppo vituperata immersione). In modo apertamente contraddittorio, tali sperimentazioni sono state così decretate sia insufficienti a migliorare la competenza linguistica dei ragazzi, sia minacciose per la preservazione della loro monolitica (e mitologica) identità culturale. Punto di vista ideologico, lontanissimo ormai dalla mutata realtà sociale del Sudtirolo, e soprattutto incapace di affrontare un fenomeno che, specie in luoghi dove di fatto esiste un plurilinguismo diffuso (determinato anche da una cospicua presenza di cittadini provenienti da altre parti del mondo), avrebbe bisogno di essere trattato con ben altra sensibilità e una molteplicità di strumenti, non certo auspicando il ritorno ai bei tempi in cui la rigida divisione dei gruppi linguistici poteva almeno avere una giustificazione storica.

La realtà cambia, dunque, ma in certi ambienti gli atteggiamenti restano gli stessi, questo il succo non esaltante di quanto ascoltato a Laives. Un’occasione mancata anche dal sindaco Bianchi, infine, il quale non solo ha snobbato l’evento, ma l’ha commentato su Facebook distanziandosi dallo stereotipo gastronomico con un altro stereotipo di uguale natura: «Altro che pericolo di italianizzazione, la serata avrebbero dovuto intitolarla Kebab in testa». Come a ricordarci, insomma, che alla fine i problemi non sono mica attribuibili a noi litigiosissimi autoctoni, bensì a chi è arrivato qui da poco.

Corriere dell’Alto Adige, 26 aprile 2017

Dibattito

Annunci

È necessario voltar pagina

Alimarket

Il dato è desolante. La provincia di Bolzano — una delle zone più ricche d’Italia, anzi, d’Europa — non riesce a venire a capo di una situazione tutt’altro che emergenziale, caratterizzata dalla presenza sul territorio di alcune centinaia di richiedenti asilo. Ammassati in strutture palesemente inadeguate del capoluogo, quando non addirittura ributtati per strada nella speranza che si dissolvano miracolosamente in aria, alcuni di loro creano situazioni di prevedibile tensione. L’ultimo fatto, accaduto nella notte tra domenica di Pasqua e ieri, può sorprendere solo chi, in tutti questi mesi, ha sempre cercato di non vedere, di non capire. Le responsabilità sono distribuite tra i piani alti della politica — dove l’indecisione o il calcolo miope regnano sovrani — e negli scantinati dei social network, dove sobbolle e si scarica indisturbato il razzismo più becero.

Concentrare in uno spazio angusto duecento persone, provenienti per di più da regioni diverse del mondo, senza altra occupazione che non sia di attendere la maturazione del proprio incerto destino, quindi con un potenziale altissimo di conflittualità reso ancora più virulento dalla promiscuità, significa innescare una bomba a orologeria. Sapevamo che l’ex magazzino Alimarket era una struttura non consona alle esigenze di una moltitudine di passaggio. Non venne destinato neppure agli alpini al tempo della grande adunata, ricordiamolo. Trasformarlo in un centro di «accoglienza» pressoché permanente vuol dire tendere la corda fino a farla spezzare e creare tutte le condizioni affinché si sviluppino disordini e fatti gravissimi.

Se oggi siamo qui a scrivere di pochi feriti, dobbiamo ringraziare la fortuna e le forze dell’ordine, che peraltro non sono uscite indenni dalle colluttazioni. Le problematiche inerenti l’immigrazione costante alla quale siamo esposti non si possono più affrontare come si è fatto sinora, in pratica imitando i protocolli di gestione per le emergenze più acute e sempre nella speranza di risultare poco attraenti o persino inospitali. Una strategia di cortissimo respiro, che non ha mai pagato. Le migliori pratiche suggeriscono invece di frazionare in modo cospicuo il numero dei richiedenti asilo e pretendere che vengano distribuiti in tutto il territorio, per essere integrati con maggiore facilità e non semplicemente stoccati — non c’è altra parola — in un regime di quasi completa passività.

I campanelli d’allarme sono suonati a sufficienza. Adesso è tempo di agire.

Corriere dell’Alto Adige, 18 aprile 2017

La ribellione sui muri

murales

Sapete cosa vuol dire «tag» nel linguaggio dei graffitari? Si tratta della forma base di un graffito, cioè la firma del writer realizzata con lo spray o un pennarello indelebile. E «throw-up»? Significa vomito, ma nel writing si usa per indicare diversi tipi di graffiti, ad esempio quelli realizzati con un solo strato di colore di riempimento e un outline, oppure ogni sorta di bubble style non necessariamente monocromatico, ma comunque di rapida realizzazione. Mi fermo qui, tanto si capisce che il mio sfoggio di cultura è posticcio. Una giungla di termini che sottendono una forma di vita stratificata e complessa, perlopiù incomprensibile alle moltitudini di persone che ogni giorno passeggiano per la città e s’imbattono in una multiforme colata di segni ritenuta, quando va bene, superflua, oppure senza mezzi termini indecorosa e vandalica.

Christian Guémy, in un articolo pubblicato sul sito Rue89, definisce così l’essenza della street art: «Il coraggio è il principale elemento per giudicare la qualità di un intervento. La performance serve a trasgredire e a provocare nello spazio pubblico. La ricercatezza delle calligrafie è estrema e arriva fino al criptaggio. Lo scopo principale dei graffitari è piacere al proprio gruppo di appartenenza, e non piacere alla società che intendono provocare». Ecco dunque gli ingredienti: istoriazione dello spazio pubblico, reazione alla cementificazione, mimesi semiotica dei processi di inclusione/esclusione e, inutile negarlo, una forte componente di ribellione che urta la sensibilità dei comuni cittadini, sprovvisti dei codici culturali necessari ad apprezzare tali manifestazioni, specialmente allorché vengano esercitate sulla loro proprietà privata. In questo senso il contrasto non potrebbe essere più netto e infatti, periodicamente, le istituzioni intervengono per cancellare le tracce dei graffitari. Il sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi, ha dichiarato che prossimamente affiderà a una squadra di imbianchini la pulizia di parecchi muri deturpati. Alla periferia della città esistono già degli spazi, delle superfici murali sulle quali è permesso dipingere legalmente. Inevitabile però che non bastino a soddisfare quanti vedono nella sfida all’ordine estetico costituito la motivazione prevalente del loro agire. Si tratta perciò di una lotta endemica tra istanze urbane inconciliabili, l’esito della quale dipende da profondi processi di mutazione del gusto e del senso civico, più che dalla tolleranza delle amministrazioni o da saltuari provvedimenti repressivi.

Corriere dell’Alto Adige, 13 aprile 2017

La reciprocità riduce la paura

preghiera musulmana

I lettori italiani conoscono il nome del giornalista Constantin Schreiber grazie a un volume, da lui curato, in cui il blogger saudita Raif Badawi raccontò il suo personale calvario. In «Mille frustate per la libertà» (Chiarelettere) il tema è quello della facoltà negata di esprimersi criticando uno Stato che usa la religione, o meglio la shari’a, come strumento di governo, dunque di repressione: «Gli Stati legittimati dalla religione tengono chiusi i loro popoli nel cerchio angusto della fede e della paura». Schreiber — esperto di lingua araba — adesso ha mandato nelle librerie tedesche un altro libro, «Inside Islam», dal quale apprendiamo che quanto si predica nelle moschee disseminate in Germania esprime spesso l’inconciliabilità tra i valori delle democrazie occidentali e la professione di fede islamica, equiparata a un pericoloso nemico insediatosi all’interno della nostra società. Per fortuna si sta facendo sempre più largo la consapevolezza che senza una più approfondita opera di mediazione non sarà possibile risolvere i problemi causati dall’accostamento di culture potenzialmente conflittuali. Ne è prova il corso di lingua araba di recente istituito presso il comando bolzanino dei carabinieri, con il quale una quindicina di volontari prenderà confidenza con il difficile idioma, nel frattempo praticato da un cospicuo numero di migranti residenti in Alto Adige. Un’iniziativa peraltro non basata esclusivamente sul sospetto e la diffidenza. «Il fatto che i carabinieri sentano l’esigenza di imparare almeno i rudimenti della nostra lingua — ha affermato l’insegnante Khadija Lachgar — è un segnale importante che va nella direzione di una miglior comprensione dello straniero e favorisce l’integrazione».

A proposito di integrazione, l’iniziativa ci permette di sfatare uno dei tanti malintesi che ne rendono senz’altro più difficile l’affermazione. Molti infatti pensano che gli stranieri — se vogliono integrarsi — debbano quasi scomparire nella cultura del Paese ospitante, riducendo alla sola sfera privata le peculiarità della propria identità di partenza. Un’esperienza traumatica, non di rado causa di radicalizzazione e di rifiuto aggressivo. Garantire invece un apprezzabile livello di reciprocità, permettere uno scambio alla pari, in primo luogo di natura linguistica, costituisce l’unico modo per stabilire proficui ponti culturali e una base di contrattualità indispensabile all’abbattimento dei muri. Solo la conoscenza reciproca può alimentare il capitale di fiducia che limita la paura originata dalla diversità.

Corriere dell’Alto Adige, 6 aprile 2017