Il campanello da suonare

Muslime

La cronaca ci ha condotto nel mondo del Jihad meranese, mostrandoci i campanelli delle abitazioni alle quali avremmo potuto in precedenza suonare per farci tradurre le parole che adesso, a posteriori, spiamo dalle lunghe trascrizioni degli inquirenti. Tutte le tragedie – reali, sventate o anche semplicemente immaginate – sono sempre il frutto tardivo di una serie di atti mancati, lo squarcio nella rete dell’abitudine che credevamo a prova di bomba (qui l’espressione va purtroppo presa alla lettera).

Dopo i fatti di Parigi la macchia dell’insicurezza, provocata dall’efficace strumento del terrore, si è allargata intorno a un quesito di fondo: com’è possibile avere ancora fiducia nella convivenza se permane il sospetto radicale su ciò che accomuna lo sterminatore suicida di innocenti e il semplice credente in Allah? Fare di tutta l’erba un fascio è un moto fin troppo istintivo, per non parlare di chi è pronto a suscitare interpretazioni di comodo. L’Islam – ha chiesto su Facebook ai suoi affezionati Matteo Salvini – è compatibile con la democrazia? E poco prima, brandendo la medesima accetta concettuale, Andreas Pöder aveva anticipato la risposta in modo conforme: “Der Islam gehört nicht zu Europa. Der Islam zerstört Europa” (l’Islam non appartiene all’Europa. L’Islam distrugge l’Europa).

Se l’illazione generalizzante deve essere ripudiata, perché contraddetta dai milioni di musulmani pacifici o anch’essi vittime della violenza islamista, non è invece inutile indagare i processi, sia psicologici che sociali, capaci di portare l’innocuo osservante a trasformarsi in un cieco assassino. Il giornalista Domenico Quirico, in un libro che ricostruisce il profilo del “Grande califfato”, ha scritto: “In Francia, in Gran Bretagna i guerrieri partiti dalle banlieue per le katibe, le brigate, della guerra civile siriana sono la seconda, la terza generazione di immigrati: i loro nonni, forse ancora i loro padri uccidevano il montone per far festa il giorno in cui riuscivano, scavalcando reticolati che abbiamo posto all’ingresso del nostro paradiso, a ottenere il pezzo di carta, l’autorizzazione, la cittadinanza. Molti dei nipoti, sempre di più, non vedono l’ora di rifiutarci, di tornare indietro a cercare Dio. Contro di noi”.

Non potremo mai riavere alcuna sicurezza se non saremo in grado di impedire una tale degenerazione, se cioè ritarderemo il suono gentile di un campanello perché convinti che l’unica soluzione ormai possibile sia quella del calcio di un poliziotto armato su una porta già chiusa da sempre.

Corriere dell’Alto Adige, 27 novembre 2015

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La passione per la politica

Kleecentro

Durante la cosiddetta “Settimana Sharm” ho sfruttato la breve vacanza per leggermi qualche libro. Tra questi, la dolente ricognizione sullo stato critico della nostra democrazia scritta da Gustavo Zagrebelsky (“Moscacieca”, Laterza). In un passaggio del testo, il giurista affronta il tema della crescente disaffezione che si esprime anche (e soprattutto) mediante la diserzione dal voto: “La rinuncia volontaria all’esercizio del primo e basilare diritto democratico sta a significare che la frustrazione della democrazia è stata interiorizzata, è entrata nel midollo della società”. Difficile dargli torto.

Potremmo presupporre che almeno a livello locale, dove le preoccupazioni amministrative rendono evidente la necessità di darsi un governo efficiente e condiviso, la necrosi del midollo democratico non sia così avanzata come sembra esserlo su scala più ampia. Le condizioni in cui versa il capoluogo altoatesino – attualmente retto da un commissario, senza peraltro intravvedere a breve una soluzione dello stallo che ne ha provocato l’intervento – smorzano però qualsiasi sorriso. Seguendo ancora il pensiero di Zagrebelsky, si tratta allora di ritrovare energia per opporsi alla “forza normativa del fatto”, ossia alla cupa disperazione che ci fa dire “tanto ormai la situazione è questa e non possiamo cambiare le cose”. Per cambiare le cose, intanto, bisognerebbe recuperare l’orientamento, cioè in primo luogo ragionare di spazi in cui la politica abbia almeno la possibilità di rigenerarsi.

A questo proposito è consigliabile rispolverare qualche nozione fondamentale. In un bellissimo studio di Jean-Pierre Vernant sulla struttura geometrica delle nozioni politiche nella cosmologia di Anassimandro, il grecista ha ricostruito la svolta, affermatasi nelle antiche città-stato elleniche, consistente nel porre proprio nel mezzo (méson) della città (polis) ciò che è comune e pubblico, opponendolo in tal modo a ciò che è privato e particolare.

Il riferimento qui è ovviamente alto e sarebbe sciocco scorgere in quella tradizione filosofica una polemica contro i centri commerciali. Eppure, la lezione può davvero essere applicata anche alle nostre esigenze. Solo rimettendo al centro (non solo metaforicamente, ma anche spazialmente) passioni e idee per la cosa pubblica, la politica riacquisterebbe l’interesse degli uguali, cioè dei cittadini che rifiutano modelli di dominazione autocratica, e conterrebbe in modo più trasparente l’influenza dei meccanismi impersonali della grande finanza o degli interessi commerciali di qualche speculatore primariamente in cerca di buoni affari.

Corriere dell’Alto Adige, 19 novembre 2015