Sull’Ethos del Lucioperca

Sull’Ethos del Lucioperca. Invito all’essenza dell’indefinito.

(Dedicato a – e ringraziando – Gabriele Di Luca)

di Chiara Mosti e Valentino Liberto


«IO MI DOMANDO: come può diventare commestibile un’immagine di un sottobosco dopo una nevicata o una meditazione di un’opera jazz? Come possono essere tradotti in piatti e concetti culinari? Joseph Beuys è stato uno dei più grandi artisti del XX secolo. Beuys diceva: “Nell’istante in cui l’estetica coincide con l’uomo, in quell’istante, ogni uomo è un artista. Si tratta semplicemente della descrizione della natura umana”. La mia cucina non è un ricettario, un elenco di ingredienti, una dimostrazione di conoscenze tecniche. E’ un modo di approfondire il mio territorio. Beuys sosteneva: “La natura della mia scultura non è mai fissa né finita, ma il processo naturale continua: reazioni chimiche, fermentazioni, cambi di colore, essiccamento e la decomposizione…tutto è in uno stato di cambiamento.”» (Massimo Bottura, chef e patron dell’Osteria Francescana, Modena).

«Definire è limitare.» (Oscar Wilde)

Il lucioperca (Stizostedion lucioperca) è un grosso e vorace pesce. Ha corpo allungato, di colore variabile da grigio-argenteo a verde, coronato da due pinne dorsali e coperto da squame ctenoidi, cioè ruvide, con margine dentellato. Il capo è slanciato e la bocca è dotata di una consistente dentatura, con singoli denti, i cosiddetti “denti canini”, di notevole dimensioni. Considerato un pesce pregiato per la squisitezza delle sue carni, è diffuso nelle acque dolci.

Misterioso pesce eppure prelibata pietanza, da assaporare in religioso silenzio, intervallato solo da brevi (ed enfatiche) note d’approvazione. Sconosciuto ai più, il lucioperca racchiude in sé la delizia del mistero, intrinseca al suono stesso del termine. La sinfonia di sapori è dunque racchiusa dentro le cose che ci circondano, nella natura stessa degli elementi di terra o di mare, incastonata nelle carni come nelle fibre vegetali plasmate da abili mani in cucina; un’anima tangibile raggiungibile nel viaggio introspettivo del palato. Le più buone sensazioni gustative sono spesso quelle più difficilmente raggiungibili, perché rare o poco ricercate. Un’esperienza per noi imprescindibile con l’indefinita estetica del gusto – dalla forma non formale, così intima e personale, rinomata ma tradizionale – che parte da un bisogno primario (sfamarsi) e si trasforma in un’arte della lenta degustazione percettiva, da condividere possibilmente con chi possiede una gastronomica-mente. Mente priva di definizioni preconcette, senza conservanti conservatori, creativa e aperta, volta all’incontro e alla mescolanza.

Ma chi è il lucioperca? E come vive o sopravvive? La prima lezione che apprende un lucioperca è eraclitea. Tutto scorre. L’acqua lo avvolge, è un turbinio di momenti che si divertono, sovrapponendosi e separandosi. La corrente lo culla, lo cresce, lo trascina, mai del tutto. Il lucioperca sa che si tratta tutt’al più d’acqua, tra mille altre dolci. Il non poterne fare a meno è solo una questione di branchie. Tuttavia nuota, due pinne dorsali ed una certa sicurezza. Lascia che le sue acque giochino a rincorrere il tempo e non sopporta che si disturbi il suo, di tempo. E’ per questo che è così restio a presentarsi sulle nostre tavole. Se e quando lo fa, si presenta sotto forma di tortino, affiancato da un bicchiere di saporita salsa di porcini. Cosa leghi un lucioperca ad un bicchiere di salsa di porcini è materia che ci pare del tutto oscura. E’ forse questa incognita dei fiumi a prediligerne la compagnia? O forse, è impossibile non subire il fascino del lucioperca? Potrebbe venirci in mente una terza ipotesi. Che siano i rispettivi ethos, di ombra e silenzio, a incontrarsi in una zolla di cielo così similmente discreta?

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Fuori menu

Il mio fraterno amico Nicola Perullo ha voluto farmi dono di un bellissimo testo che sintetizza alcuni dei temi contenuti nel suo saggio “Filosofia della Gastronomia Laica” (Meltemi, 2010). Il libro cerca di rispondere a una domanda finora purtroppo affrontata con scarsa perizia o sconcertante pressapochismo: “È possibile una riflessione filosofica sul gusto e sulla gastronomia?” Diciamo che con la “Filosofia della Gastronomia Laica” questa domanda comincia finalmente a trovare quelle risposte che attendeva da sempre. Buona lettura.

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Fuori menu.  Ethik und Ästhetik sind Eins

di Nicola Perullo

Agli albori della civiltà occidentale, Platone fa dire a Socrate questo: “Ti pare che un vero filosofo possa curarsi di piaceri come quelli del mangiare e del bere?” La domanda è retorica, e sottende una convinzione che attraversa tutto l’arco della nostra cultura fondando una tradizione potente, tuttora in ottima salute: il gusto è fuori dal sapere. Un sentire diffuso ancora oggi: il cibo è degno di studio solo quando è nutrizione, salute, economia e politica – oggi diciamo food policy – non quando concerne i sentimenti di piacere o dispiacere che il gusto ci procura. De gustibus non est disputandum, recita il noto motto medievale, sottraendo il gusto alla possibilità di una verità e relegandolo nella sfera del privato e dell’idiosincratico.

Il gusto vive uno stato di minorità nella gerarchia della conoscenza innanzitutto perché è considerato, con l’olfatto, un senso minore. Per gran parte della tradizione filosofica occidentale, infatti, sono la vista e l’udito i sensi della conoscenza e dell’oggettività, in quanto sensi di distanza: la conoscenza – a maggior ragione dopo la rivoluzione scientifica galileiana – è neutralità, distanza tra soggetto e oggetto. Gusto e olfatto sono sensi di prossimità e introiezione, mettono a contatto percipiente e percepito e mescolano la grana delle cose – una mela, una pietanza, un vino – con il cogito, scompaginandolo. Il gusto confonde, e può anche essere pericoloso se praticato con troppa acribia. L’idea (id-, da video, vedere) è immagine, non è un gusto; l’uomo è a immagine di Dio; la conoscenza e la verità non hanno gusto e sapore. E anche nel campo dell’estetica le cose non stanno tanto diversamente: Kant ci dice che è possibile parlare filosoficamente di gusto solo a patto di distinguere tra bello e piacevole, cioè tra quanto concerne gli oggetti visibili dell’arte e della natura e quanto concerne oggetti legati al bisogno e alla necessità come cibi e bevande. Hegel ribadisce il concetto, sottolineando che solo vista e udito sono sensi estetici in quanto sensi teoretici. C’è qualcosa, in tutta questa storia, che non convince. Vediamo perché.

Un grande psicologo della percezione del secolo scorso, James J. Gibson, sulla base di dati e esperimenti confermati dalle ricerche successive, ha dimostrato che, come gli altri sensi, anche gusto e olfatto sono un intero sistema percettivo, nel quale rientrano fattori neurofisiologici, disposizionali, culturali e sociali; sotto questa luce, il gusto non appare più come un senso minore ma come un sistema complesso e interconnesso. In altri termini, non si gusta con bocca e naso ma con il  cervello, con tutto ciò che di problematico quest’affermazione prospetta in termini di rapporti tra “natura” e “cultura”. Queste ricerche di tipo percettologico si sono saldate, nel Novecento, con lo sviluppo dell’antropologia, della sociologia e della storia dell’alimentazione, costituendo  un campo che può dunque essere studiato e che ha molto da insegnarci.

L’estetica del gusto muove da questo retroterra, torcendo la sua riflessione sui significati dell’esperienza gastronomica, una nozione che oggi appare decisamente importante. In questa fase storica, infatti, il gusto del cibo  ha acquisito una dimensione pubblica rilevante attraverso molteplici canali; i desideri di consapevolezza attorno al tema della qualità alimentare fanno sempre più spesso capolino (anche se non si deve sopravvalutare il fenomeno dei foodies, degli appassionati, che sono sempre un’esigua minoranza); forme di sensibilizzazione ed educazione del gusto sono certamente molto più disponibili di quanto non fosse solo qualche decennio fa. Questo sta avvenendo perché si percepisce nella sensibilità gustativa una possibilità di expertise, di sapere tecnico acquisito con l’esperienza, che ci consente di riappropriarci di una relazione con gli oggetti del mondo – tra i quali quelli alimentari non rivestono certo un’importanza secondaria – che pare per molti versi preclusa, ormai ottusa dalle forme più massicce di riduzionismo tecnocratico che vorrebbe ridurre tutto a virtualità oppure a esperienze di tipo visuale. L’esperienza gustativa consente il ristabilimento di un legame a rischio scissione, al tempo stesso criticando e smentendo l’ideologia secondo cui  l’immagine è tutto; è proprio in questo senso, che nei miei lavori ho proposto di concepire il gusto come relazione. Cosa significa? L’estetica del gusto rivendica innanzitutto una relazione materiale, corporea, col mondo. Una relazione che, se vissuta in tutte le sue articolazioni, ci espone anche sempre alla possibilità di uno di un attrito con questi stessi oggetti: la sorpresa, lo stupore, la difficoltà di comprendere e di assimilare tutto. Pensiamo per esempio a quanto si può imparare dall’esperienza gustativa di cibi e bevande altre, irriducibili alla nostra cultura; quanti quesiti possono nascere, educando la propria sensibilità gustativa, attorno ai valori che costituiscono le nostre identità. Il gusto, in quanto è relazione, è anche un’espressione di resistenza.

Il gusto come esperienza è una relazione ecologica: un rapporto dinamico e attivo tra noi e quei particolari oggetti della “natura” (le virgolette sono d’obbligo, perché il cibo è il perfetto esempio di un’ulteriore implicazione, quella tra natura e cultura, perché sintesi di materia prima e sua elaborazione, cura, produzione) che sono gli oggetti alimentari. Una relazione differenziata, diversamente modulata in base ai contesti: piacere, repulsione, conoscenza possono darsi alternativamente o contemporaneamente, come mostra in modo esemplare il racconto di Calvino Sotto il sole giaguaro (Sapore/sapere), dove una coppia di coniugi, attraverso il gusto, esplora i significati di un paese sconosciuto, il Messico, ma anche approfondisce la conoscenza dell’altro, in una mescolanza di emozioni, piaceri, riflessioni e stravolgimenti. Persino l’indifferenza ha il suo senso in certi contesti di esperienza gustativa: non sempre si può essere attenti, e anche l’indifferenza può marcare uno scarto critico.

Queste poche note per insinuare che del gusto si può dunque discutere, anche rispetto all’esperienza che se ne fa e nella quale siamo integralmente coinvolti, corpo e mente;  non solo trattandolo come oggetto da laboratorio, vivisezionandolo e analizzandolo, come vorrebbero certi scientisti. Naturalmente, questo implica un punto, centrale per un’estetica del gusto: accettare una concezione dell’oggettività ecologicamente – o socialmente – costituita di certi atti. In altri termini, il gusto ha a che fare con una forma di oggettività che rimanda all’inter-soggettività, un’oggettività “debole”. Infatti, gustare è un atto sociale; i codici e i parametri che determinano il valore dell’atto che si esprime in valutazioni e giudizi sono complessi e costituiti, stratificati, e potenzialmente cangianti. Per questo annoiano i più (richiedono esperienza e pazienza) e insospettiscono i tutori delle cosiddette hard sciences. Nella discussione estetica contemporanea, la necessità di un concetto filosoficamente ambiguo come quello di gusto emerge con nettezza a proposito del rapporto tra qualità estetiche e non estetiche: quando valuto un vino armonico, elegante o di grande personalità, esprimo giudizi estetici di valore che non sono semplicemente la conseguenza del fatto che tale vino possiede determinate quantità (come tali, misurabili) di aromi, tannini o acidi. Vi è una certamente relazione, tra qualità estetiche e non estetiche, ma le prime non sono riducibili e non dipendono in senso stretto dalle seconde. Per percepire l’armonia, l’eleganza e la finezza occorre qualcosa di ulteriore, occorrono gusto e sensibilità.

Col gusto allora ci si mette in gioco, in una dimensione che è insieme estetica, epistemologica ed etica: è nella formazione e nell’educazione alimentare, come oggi emerge chiaramente nella battaglia tra difensori delle differenze e della biodiversità e colonizzatori/omologatori, che si svolge una battaglia anche per una diversa sensibilità gustativa, per la costituzione di nuovi valori di piacere.  Dire che il gusto è soggettivo è, insomma, dire una lapalissiana ovvietà e insieme una sciocchezza: da un lato, i codici entro cui il gusto si costituisce sono spesso facilmente riconoscibili, esprimono un sistema di valori condivisi e rimandano a culture precise e consolidate. Dall’altro, e al tempo stesso, il gusto rimanda a una sfera dove agiscono biologia, disposizioni effimere, background personali, stili e firme individuali e irriducibili. Il gusto è perciò anche narrazione, racconto, biografia. Ma è proprio tutto questo a renderlo interessante e degno di riflessione. L’estetica del gusto è implicata in tutto questo, consapevole di non potersi perciò erigere a sistema teorico completo e fiera della sua essenziale marginalità.

Contro il tragico

di Stefano Fait

C’è un libro non particolarmente brillante ma che contiene una grandissima intuizione. E’ “The Comedy of Survival: Studies in Literary Ecology”, di Joseph W. Meeker (New York: Scribner’s, 1972). Ecco una sintesi: la cultura occidentale si fonda sulla una visione tragica del mondo (patriarcale) in cui il conflitto è inevitabile, così come la necessità di una sua risoluzione attraverso una morte eroica che contribuisce alla disfatta della polarità antagonistica. La commedia invece insegna che la sopravvivenza dipende dal nostro adattamento alla realtà, dalla nostra capacità di trasformare noi stessi invece di trasformare l’ambiente, di accettare limiti invece di imprecare contro il destino che ci limita. La commedia cerca di risolvere i conflitti senza distruggere chi ne è coinvolto (riconciliazione). L’eroe tragico prende il conflitto in modo dannatamente serio e si sente obbligato a riaffermare la sua supremazia e grandezza anche a costo della sua stessa distruzione. L’uomo comico è come “Il buon soldato Sc’vèik”, di Jaroslav Hašek, tira avanti anche se è considerato debole, stupido, picaresco e poco dignitoso. La sua umiltà e tenacia lo fanno trionfare laddove gli “uomini superiori” perdono completamente il senso della realtà. La tragedia è la lotta tra l’eroe e forze più vaste e potenti di lui (la natura, il fato, gli dèi, l’ingiustizia, ecc.). L’eroe alla fine muore, inevitabilmente, ma il suo sacrificio non è futile, perché si trasforma in un modello e spesso riceve una ricompensa celeste. Dunque l’autoimmolazione è utile, gode della massima considerazione lassù in alto e quaggiù, sulla Terra. Il senso tragico dell’esistenza premia un comportamento violento se questo è “giusto” ed “altruistico” e si sovrappone, annullandolo, all’istito di sopravvivenza. Per Meeker, invece, infinitamente più auspicabile è il senso comico della vita, che invita ad evitare i conflitti, a cercare il compromesso, ad impiegare una buona dose di autoironia (e perciò autocritica) a beneficio della sopravvivenza di tutti. Il senso tragico dell’esistenza spinge a sacrificare il prossimo per un presunto Bene Superiore. Al contrario, il senso comico della vita non prevede alcuna causa per cui sia giusto uccidere il prossimo o autoimmolarsi attivamente (cercare la “bella morte”, come dicevano i fascisti). Purtroppo l’eroicismo domina ancora oggi la mentalità occidentale e ci induce a scegliere la strada della forza e della violenza a percepire noi stessi come un Davide (che in quanto piccolo e baldanzoso è nel giusto per definizione) e la realtà avversa come un Golia (che è troppo potente per non avere torto). Di qui la proliferazione di metafore militaristiche (o di film come 300 di Zack Snyder) e di propensioni ad assolutizzare il Nemico, ingigantendo la sua insidiosità e potenza a detrimento di ogni tentativo di dialogo, di superamento delle barriere, dei ruoli, della prospettiva egocentrica. Mentre la tragedia si conclude con la morte, la commedia si conclude con la vita, molto spesso con delle nozze e la nascita di eredi.

Ecco, in Alto Adige occorrerebbe che venisse acuita la sensibilità per il comico e si riducesse quella per il tragico. Però c’è un paradosso: Eva Klotz, assieme a tanti altri politici locali dell’una e dell’altra lingua/etnia, è una figura tragica per una parte e comica per l’altra. Come uscirne?

Pro & Contra

 
 
Nell’attuale numero del mensile locale “Brixner” è pubblicato un “Pro & Contra” che mi vede protagonista, assieme al sindaco di Bressanone Albert Pürgstaller, di una discussione sulla sensatezza di avere due assessorati alla cultura divisi per gruppo linguistico. Ecco i due testi. Singolare (ma non troppo) l’esito di popolarità che mi è derivato da questo intervento (il “Brixner” è un mensile molto letto in città, mentre il Corriere dell’Alto Adige, giornale sul quale scrivo da 4 anni, è tuttora un foglio noto a una ristrettissima cerchia di lettori).  Desidero ringraziare Susanne per l’eccellente traduzione in tedesco del mio articolo.

 

Ist es zeitgemäß, dass die Gemeinde Brixen das Ressort Kultur nach wie vor nach Sprachen trennt?
 
JA: Albert Pürgstaller, Bürgermeister von Brixen: „Jede Sprachgruppe soll ihr Kulturleben nach den eigenen Werten und Vorstellungen entfalten können“
 
Die Stadt Brixen hat eine jahrtausendlange Tradition als Ort der Begegnung zwischen Sprachen und Kulturen. Der Gemeinde ist es ein Anliegen, einen konstruktiven und dialektischen Austausch zwischen den Kulturschaffenden aller Sprachen zu fördern. Dass die Kulturressorts nach Sprachgruppen getrennt sind, tut dem keinen Abbruch. Im Gegenteil: Sprachliche und kulturelle Identität sind eng miteinander verwoben, Kultur und Sprache bereichern sich gegenseitig und wachsen aneinander. Kultur ist sichtbarer Ausdruck einer sprachlichen Gemeinschaft, und dies soll so nach außen getragen werden. Die Gemeindepolitik muss die Voraussetzungen dafür schaffen, dass jede Sprachgruppe ihr Kulturleben nach den eigenen Vorstellungen, Werten und unter Berücksichtigung der jeweiligen Bedürfnisse und Besonderheiten entfalten kann. Fakt ist, dass die kulturpolitischen Entscheidungen der Stadt Brixen in den vergangenen Jahren stets im Einklang zwischen den Sprachgruppen getroffen wurden und ein großes Augenmerk auf das Miteinander der Kulturschaffenden aller Sprachen gelegt wurde. Um es mit den Worten von Khalil Gibran zu sagen: Singt und tanzt zusammen und seid fröhlich, aber lasst jeden von euch allein sein – so wie die Saiten einer Laute allein sind und doch von derselben Musik erzittern. Dass uns als Gemeinde das Miteinander der Sprachgruppen ein besonderes Anliegen ist, zeigt nicht zuletzt die Entscheidung, alle anderen bisher ethnisch getrennten Ressorts, einschließlich der Schule, zu einem einzigen zusammenzuführen: Hier sind wir allen anderen Städten Südtirols einen Schritt voraus.
 
NEIN: Gabriele Di Luca, Leitartikler im „Corriere dell’Alto Adige“: „Ein System der Trennung nach Sprachgruppen kann sich als schnürend und lähmend erweisen“

Ich finde es sehr traurig, dass sich heute noch jemand, der sich mit dem Thema Kultur in Südtirol befassen möchte, mit der allbekannten Aussage Anton Zelgers auseinandersetzen muss: Je mehr wir uns trennen, desto besser verstehen wir uns. Wenn nun dieses „Rezept“ in der Vergangenheit eine teilweise (und historische) Legitimation erfahren durfte, kann sich im Rahmen einer reifen Autonomie (wie wir sie besitzen) ein System der Trennung vieler Kompetenzbereiche nach Sprachgruppen als schnürend und lähmend erweisen, sollte es nicht durch das Zustandekommen wirklicher Eintracht und Beteiligung ausgeglichen werden. Nun, Kultur ist nicht etwas Statisches. Kultur ist per definitionem wandelbar, sie liebt die Kontamination und lebt von dieser. Die Einrichtung eines Kulturressorts, das programmatisch vom Prinzip der Rollenteilung geleitet ist, würde nicht nur eine Verschwendung von Geldmitteln bedeuten, sondern auch dem Grundgehalt lebendiger und einzigartiger Kultur widersprechen. Indem man Beziehungen knüpft, den Dialog zwischen verschiedenen Gesichtspunkten und Wahrnehmungen fördert, kann Kultur zur besseren Stabilität unserer Gesellschaft beitragen. Brixen, die Stadt einer alten und verinnerlichten Kultur, kann und muss sich darum bewerben, in diesem Sinne Vorreiter eines verwirklichten Projekts von Integration zu werden. Darauf zu verzichten – in Ehrerbietung an Automatismen, die in einer Zeit der Angst und des gegenseitigen Misstrauens eingerichtet wurden –, würde einer Sichtweise gleichkommen, die jene Zeit und ihre negativen Folgen als unüberwindbar ansieht.

Un disco rotto non basta

Le recenti polemiche sul manifesto ideato dal movimento Süd-Tiroler Freiheit – quello della scopa, per intenderci – forniscono lo spunto per occuparci nuovamente dei nostri separatisti. Al di là del banale significato provocatorio dell’immagine, qui non dobbiamo perdere di vista il contenuto del messaggio, riassunto dallo slogan “Il Sudtirolo può fare a meno dell’Italia”. Soltanto se questo messaggio risultasse sensato, la provocazione rappresenterebbe infatti qualcosa di più corposo o comunque degno di essere discusso pubblicamente. Al contrario, se non fosse possibile trovare in questa operazione un sufficiente contenuto di senso, allora dovremmo trarre la conseguenza di trovarci di fronte al paradossale risultato di un movimento che sta cercando di perorare nel peggior modo possibile l’unica causa del proprio impegno.

Per addentrarci un po’ di più nella questione, occorre trasformare lo slogan menzionato in una domanda: il Sudtirolo può fare a meno dell’Italia? Ognuno comprende che una simile formulazione è di una genericità a dir poco sconcertante se riferita a un progetto politico degno di questo nome. Fare a meno di “qualcosa” è perfettamente possibile, ma se non si specifica ulteriormente sia il contorno di quello di cui si vorrebbe fare a meno, sia la concreta tecnica di affrancamento, una risposta secca (sì o no) è del tutto velleitaria. I sostenitori del movimento di Eva Klotz dovrebbero allora sforzarsi un po’ di più, dirci finalmente di quali “cose” essi vorrebbero fare a meno e “come” sarebbe possibile riuscirci. Ripetere come un disco rotto “siamo stufi dell’Italia” non basta. E non basta soprattutto se, come finora è stato dimostrato, queste rivendicazioni d’indipendenza si concentrano quasi esclusivamente sul puerile rifiuto della simbologia nazionale (bandiera, emblemi, inno).

Sognare un futuro senza l’Italia non esime chi lo fa dall’obbligo di descriverci nel dettaglio verso quale paesaggio istituzionale, economico, culturale e soprattutto umano andremmo incontro. L’autonomia della quale disponiamo – pur con tutti i suoi difetti – ha garantito pace e prosperità a questa terra. In particolare, essa si è rivelata una buona cornice per il contenimento del potenziale conflittuale che, estinto sul piano della realtà, è stato dislocato su quello della rappresentazione e dei simboli. Una ridefinizione radicale di quella cornice presuppone la coscienza delle difficoltà e dei rischi finora sempre sottaciuti dai paladini del “Los von Italien”, i quali invece pensano di poter nascondere la propria insipienza politica appiccicando manifesti e adesivi per poi sperare in una repressione capace di accreditarli come difensori della libertà.

Corriere dell’Alto Adige, 16 ottobre 2010

Il nostro amico Angelo 41

Devo a Marco Lenzi la segnalazione di un’autentica meraviglia postata quest’oggi dal nostro amico Angelo 41 in un suo commento (il contesto non è rilevante). Una meraviglia, dicevo, perché in pochissime parole questo personaggio è riuscito a esprimere una goffaggine talmente clamorosa da risultare quasi metafisica. Ecco la frase:

Riguardo lo speck ho molto rispetto per questo gustoso salume

Sarebbe davvero interessante dedicare a questa frase un’analisi approfondita, cercando di svelare il mistero,  il perché essa susciti in noi un’ilarità a dir poco sfrenata. Ma non vorrei rompere l’incantesimo (l’analisi lo distrugge sempre un po’, almeno all’inizio). Gustiamola ancora, così, in tutta la sua stolida e disarmante purezza. Grazie, Angelo.

“Riguardo lo speck ho molto rispetto per questo gustoso salume”