Gli intellettuali e la politica

prima seduta consiglio regionale 2013 consiglieri
Hans Heiss

Dopo tre legislature, trascorse militando nel partito dei Verdi-Grüne-Verc, Hans Heiss ha detto basta. Non si ricandiderà più, sottraendo così al Consiglio provinciale il suo contributo di intelligenza, cultura, ironia. Un’evidente perdita, e non solo per i Verdi, visto che di intelligenza, cultura e ironia ultimamente si avverte parecchio la mancanza, soprattutto nei consessi rappresentativi di ogni ordine e grado. Sorprende quindi che sia stato lo stesso Heiss, in un’intervista concessa al quotidiano Tageszeitung, a lasciarsi sfuggire una considerazione quasi rassegnata: “In politica – ha commentato – sembra finito il tempo degli intellettuali”.

Spiace dare torto a Heiss. In realtà non c’è tempo più propizio di questo per riproporre l’impegno degli intellettuali in politica. Ovviamente bisogna intendersi, definire nel modo più rigoroso il termine “intellettuale”. Hans Magnus Enzensberger (un grande intellettuale) una volta ha detto: “Gli intellettuali non sono più intelligenti delle altre persone. Spesso non hanno idee ma dispensano la loro opinione su tutto”. Il modello implicito e deteriore al quale Enzensberger si richiama è quello del “tuttologo”, dell’opinionista saccente che magari poggiando su qualche cognizione e sui pochi meriti acquisiti nella propria disciplina di formazione (potrebbe essere un filosofo, uno scrittore, un critico d’arte) pensa di poter estendere la portata della propria riflessione fino ai confini dello scibile umano. Chiaro che una figura di tal genere risulti poco digeribile e non sarebbe un grande peccato se limitasse le sue apparizioni. Esiste però una sfumatura diversa del ruolo attribuibile all’intellettualità che, al contrario, provocherebbe un grave danno se si eclissasse.

Ciò di cui non smetteremo mai di avere bisogno è la figura dell’intellettuale critico, così come ad esempio venne tratteggiata da Renato Treves in un libro del 1954 intitolato “Spirito critico e spirito dogmatico”. Dogmatismo significa volgere le spalle ai fatti, per ricoprirli con la chiacchiera di assunzioni non verificate e semplicemente riportate per sentito dire, magari tirate giù dalle prime due pagine trovate per caso in rete. Autenticamente intellettuale è invece l’atteggiamento contrario, sostenuto da chi fa seria ricerca e gratta la superficie delle pigre consuetudini mentali allo scopo di ritrovare un genuino accesso ai fatti. “La vocazione politica degli intellettuali – ha scritto il sociologo americano Charles Wright Mills – risiede nello smascheramento delle bugie che sostengono il potere irresponsabile”.

Corriere dell’Alto Adige, 12 agosto 2018, pubblicato col titolo “Superare la pigrizia mentale”

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Zavorra antica e dannosa

Magritte Castello Pirenei

Nell’intervista a Luigi Spagnolli pubblicata su questo giornale, l’ex sindaco del capoluogo ha affermato: “Il figlio di un marocchino e di una sudamericana, che in famiglia parla arabo e spagnolo e a scuola italiano e tedesco, domani farà il sindaco di Bolzano perché avrà numeri maggiori di chi rimane ancorato al meccanismo stantio del monolinguismo in contrasto con altri monolinguismi”. Il passaggio, evidenziato anche dal titolo (“Bolzano avrà un sindaco figlio di immigrati”), ha scosso un po’ le acque del pregiudizio stagnante, secondo il quale per assumere un ruolo di rilievo nelle istituzioni è l’appartenenza atavica ciò che più conta, con buona pace dei fautori del merito e dei molto ipotetici nemici dei meccanismi proporzionali incrostati. La parola “immigrato”, si sa, è un deterrente per l’uso dell’intelligenza collettiva, e si rivela fumo negli occhi soprattutto per chi magari a sua volta deve la sua residenza attuale a un fenomeno di immigrazione appena più datato, com’è il caso della quasi totalità degli italiani residenti in provincia.

Faremmo un torto alla proficuità della discussione sollevata se però ci fermassimo all’involucro riassuntivo del ragionamento, quello per l’appunto cristallizzato mediante il concetto di “immigrazione”, e non tematizzassimo più in profondità lo spunto che qui opportunamente alimenta la critica ad uno dei fattori di maggior ritardo all’interno della nostra società. Spagnolli parla infatti del “meccanismo stantio del monolinguismo in contrasto con altri monolinguismi”, ossia della zavorra novecentesca dalla quale l’Alto Adige/Südtirol (già a partire dal suo nome sdoppiato e frammentato) tuttora fatica a liberarsi. Chi proviene da fuori, sostiene a ragione l’ex sindaco, non è gravato da tale zavorra. Portatore di una pluralità ulteriore, il suo approccio alla diversità culturale della provincia risulterà meno inibito dai rancori reciproci che si sono sedimentati nella storia locale e che la politica ha solo “pacificato”, o per meglio dire “congelato”, non avendo né la capacità né il coraggio di immaginarsi la costruzione di una società in cui le peculiarità irriducibili degli individui siano poste al di sopra della logica livellatrice dei gruppi.

La speranza, condivisibile, di Spagnolli ha comunque un retrogusto amaro. Il Sudtirolo avrebbe avuto ampiamente l’occasione di superare i suoi automatismi monolinguistici, e aver bisogno che a insegnarcelo siano adesso gli “immigrati” è una dichiarazione di implicito fallimento.

Corriere dell’Alto Adige, 2 agosto 2018