Coraggio e avanti

Capodanno 2020

Per me il Capodanno non è né una ricorrenza detestabile, né una ricorrenza eccitante, né una ricorrenza indifferente. In questi giorni ho letto un articolo che mi ha fatto pensare. Parlava di Antonio Gramsci e citava un suo scritto sul Capodanno. Ecco il passaggio cruciale: “Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni eccetera, dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati”. Ad una sequenza di date indifferenti, così Gramsci, dovremmo opporre un rivolgimento profondo della nostra stessa idea del tempo, qualcosa che per così dire ci stacchi dalla sua infingarda progressione e ci ponga su un nuovo asse storico. L’autore del pezzo – che a differenza di Gramsci non aspetta il socialismo – difendeva invece il Capodanno banale, quello convenzionale, spiritualmente “travettistico” e fondato (citando il Gadda de “Il tempo e le opere”) su “l’assiduità pertinace alle incombenze del giorno”. Un Capodanno che, insomma, esprima fiducia nell’immediato domani, suggerendo l’idea che se lavoreremo bene, se saremo assennati, le cose andranno un pochino meglio di ieri, meglio dell’anno passato. Anch’io, devo dire, ho più simpatia per questo Capodanno riformistico e in chiave minore, mentre coltivo parecchio scetticismo nei confronti del Capodanno rivoluzionario. Poco importa se è una simpatia dal respiro corto, che scelgo solo per non imboccare la strada che mi porterebbe d’istinto, per indole e per affinità elettiva, ad abbracciare il Leopardi de “Il venditore di Almanacchi”. “Nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza – scriveva il 1 luglio 1827 il grande Recanatese –, tutti abbiamo provato più male che bene; e se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione o ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti”. Qualcosa di bene l’abbiamo pur vissuto, suvvia, ed è legittimo attendersi che potremmo averne ancora un po’, di quel bene (o persino di altro). La vita va avanti e riserva di certo qualche sorpresa, anche se la fine giungerà magari improvvisa e ogni lieta attesa sarà incenerita. Intanto siamo ancora qui, non affrettiamo le cose, cerchiamo di procedere con dignità sul cammino tracciato. Non coltiviamo soverchie illusioni, ma neppure sterminiamole tutte. Mia nonna, nella sua istintiva saggezza, ripeteva sempre: “coraggio e avanti”.

#maltrattamenti

Grazia, non solo politica

terroristi-sudtirolesi

La questione della grazia agli ex attentatori sudtirolesi condannati all’ergastolo — pena peraltro irrogata in contumacia dei giudicati, tuttora residenti all’estero da cinquant’anni — è una di quelle che periodicamente si riapre senza mai far balenare la luce di una possibile conciliazione delle parti: una ferita che nessuno sembra interessato davvero a suturare.

La richiesta di clemenza, infatti, giunge perlopiù dalla politica (in questo senso attivissimi sono i patrioti di Süd-Tiroler Freiheit, e di rimando, per negarla, i nazionalisti italiani), dimostratasi finora incapace di ripensare in profondità gli accadimenti per i quali tali condanne furono pronunciate. Abbiamo così chi continua a ribadire che la stagione del terrorismo sudtirolese fu un inevitabile passaggio forzato, scaturito dall’esasperazione e dalla impossibilitata di ricorrere ad altre strategie persuasive. E poi c’è chi vagheggia uno Stato intransigente, ostinatamente chiuso a comprendere qualsiasi motivazione provenga da chi puntò, senza peraltro mai pentirsene, sulla sua dissoluzione territoriale. A dire il vero, neppure dall’angolo degli eventuali beneficiari della grazia provengono segnali inclini a favorire una diversa interpretazione del proprio operato, non concedendo insomma che l’autonomia della quale gode l’Alto Adige-Südtirol sia un risultato pienamente accettabile.

Non accadendo niente di veramente nuovo sul piano politico, ecco che tutto si restringe al piano umano. Concedere la grazia a Heinrich Oberleiter, Sepp Forer e Siegfried Steger, insomma, sarebbe adesso possibile solo adottando un provvedimento dichiaratamente prepolitico o postpolitico. Riconoscere le ragioni «umanitarie», spingerle oltre l’ostacolo di una politica bloccata, risulterebbe plausibile se, almeno, nella società sudtirolese e altoatesina maturassero nel suo complesso istanze basate su una radicale alterazione dello schema vittima/carnefice in cui viene di solito compressa la relazione dei due gruppi. La spessa coltre di benessere materiale sotto la quale negli ultimi decenni il conflitto etnico è stato anestetizzato fornisce l’illusorietà che una tale alterazione abbia perlomeno cominciato a prodursi. Purtroppo non è così. Siamo ancora lontanissimi dal risultato di riconoscerci come meri «esseri umani», persone che patiscono i danni (ma anche i benefici) della storia a prescindere dal ruolo delle opposte e collettive narrazioni identitarie. Si tratta di un’incapacità così omogenea, così pervicace, da non essere neppure percepita come tale. Una discussione franca su questo tipo d’impasse, magari prendendo davvero spunto dal destino degli ex attentatori consegnati alla prospettiva di morire lontani dalla loro (dalla nostra?) Heimat, sarebbe più che necessaria. Temiamo però che non avverrà tanto presto. Peggio: quando queste persone moriranno, soprattutto se moriranno non potendolo fare qui, esse si trasformeranno per gli uni in «futuri martiri della crudeltà di Stato», per gli altri in «ex condannati che non hanno neppure scontato veramente la loro giusta pena».

Corriere dell’Alto Adige, 27 dicembre 2019

Un vento di follia

Osvaldo Licini Angelo ribelle su fondo blu

Mi accorgo che sempre più spesso cerco di sfuggire a quello che viene mostrato, a ciò che, per così dire, è posto in evidenza. Mi piacerebbe capire se si tratta anche di una sottrazione di me a me stesso, una sorta di rinculo nelle zone più appartate e quindi impervie della mia essenza, altrimenti dispersa e consumata in giri estenuanti. Scegliendo un punto di osservazione laterale, di sbieco e in ombra, non si riesce forse ad ascoltare meglio ciò che siamo? Per farlo non occorre un luogo particolare, è un’esperienza che può essere compiuta ovunque, anche se è meglio, come accennavo, utilizzare una superficie di contrasto. Prendiamo tutte queste luci che adornano adesso le città. Per sfuggire al sovrabbondare degli impulsi entriamo in una chiesa, anche se non siamo credenti, soprattutto se non siamo credenti. A me piacciono le chiese dimenticate, quelle che faticano a sopravvivere. Quelle con pochi fedeli. Basta addentrarsi in certe periferie. Riscopriamo così il buio, talvolta anche il freddo, perché la variazione della temperatura tra fuori e dentro non sarà così pronunciata. Ripenso all’odore delle candele. Mi ha sempre commosso l’immagine di quei candelabri votivi in cui si ergono candele accese e spente, alcune ancora integre, altre quasi consumate del tutto. Canne d’organo, mozziconi di candele. Alla loro base la cera cola, si deposita, crea formazioni di accumulo spontaneo, materia su materia, strato su strato, e viene voglia di toccarla, di staccarne un pezzo: “Sono spinto a credere che le cose corporee si conoscano meglio di quelle spirituali; in realtà è più facile la conoscenza di me come cosa pensante. Lo dimostra l’esempio del pezzo di cera: anche se esso cambia forma e si scioglie continuo a chiamarlo cera. Non mi baso sulle sue caratteristiche fisiche per dire questo (infatti la cera sciolta ha delle caratteristiche fisiche molto diverse dalla cera solida); mi baso invece sull’idea o concetto della cera che c’è nella mia mente. Quindi l’idea o concetto, ovvero ciò che appartiene al pensiero o spirito, si conosce più chiaramente e distintamente delle cose materiali” (Descartes). Ma è davvero così? Io vorrei sapere tutto, essere tutto assieme a questo pezzo di cera, e poi di colpo non saperne più niente, non essere più niente. Pensare significa riuscire a non pensare quando non c’è bisogno di farlo. In questa aspirazione alla mancanza, alla sottrazione, si aprono forse spazi più pieni del vuoto che li occupa. Lavorare il pieno fino a svuotarlo, lasciare che sia, sospendendo l’atto, osservarlo disintegrare le sue possibilità concretizzate, conservandole tali. Nel buio raccolto di una chiesa nella quale si è entrati per caso, senza cercare nient’altro che il puro cercare, senza trovare niente che non sia lo stesso cercare, noi non troviamo niente, noi custodiamo il niente come custodiamo la cera che rinunciamo a staccare, accarezzandola con gli occhi, chiudendo gli occhi, come il grande angelo di Osvaldo Licini che chiude gli occhi sollevato da un vento di follia totale, cessando di respirare, vivendo nel punto in cui la vita coincide con la semplice gratuità di un esistere che è la massima contrazione possibile di qualcosa di impredicibile. Finché dura, finché durerà.

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Sardine e Iperuranio

Sardine Bolzano Drone

Dirò ancora un po’ delle Sardine, perché la scorsa settimana mi ci sono trovato in mezzo e poi perché è difficile sottrarsi (la politica in genere non propone troppe novità, e quando ce n’è una, posto che le Sardine rappresentino una novità, è impossibile non approfittarne). La cosa davvero buffa, è una riflessione che ho fatto quando stavo in piazza, cercando anche di scribacchiare qualche frase sentita in giro, per cogliere un colore, un accento, qualcosa che potesse trasmettere l’essenza di ciò che vedevo, la cosa buffa, dicevo, è che non riuscivo a scrivere quasi nulla. Non che non capissi quanto veniva detto. Anzi. I concetti erano abbastanza semplici, e ripetuti anche spesso. Probabilmente li conoscete, non c’è bisogno che li riporti. Però era come se non riuscissi a fermarli, perché scorrevano l’uno nell’altro con una rapidità impressionante, e soprattutto erano tutti così, come dire, estremamente generici. Non qualcosa di buono, ma la bontà in sé. Non qualcosa di bello, ma la bellezza in sé. Non qualcosa di giusto, ma la giustizia in sé. Piazza Mazzini (e, come ritengo, qualsiasi altra piazza abbia finora assistito allo stesso fenomeno) era diventata l’Iperuranio di Platone. Faceva anche freddissimo, proprio come fossimo su una vetta del Cosmo. Sentite qua: “Il sopraccelestiale luogo non lo inneggiò alcun de’ poeti di qua mai, e mai non lo inneggerà degnamente. Ecco: e si ha a dir vero, parlando specialmente della verità. La verace essenza, che né colore ha, né figura, e non può essere toccata; che può esser contemplata solo dalla mente, reggitrice dell’anima; che è obbietto della verace scienza, ha questo luogo”. Porca miseria. Sembrano proprio loro, le Sardine, con quel loro mare-oceano che – come il pensiero – “non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”. In certi momenti, grazie a certe luci (la notte fa di questi effetti), nelle teste delle Sardine pullulano tali pensieri infiniti, pensieri sui quali ondeggiano i loro sgargianti pesci dipinti, come scaglie di un riconoscersi ancora privo di lacci, ancora in fuga da tristi reti e cattivi nodi. Ma si diceva di Platone e del suo Iperuranio. Lo sanno tutti: il problema più grande del mondo ideale vagheggiato dall’autore del Fedro è quello della relazione tra le idee e la realtà. Ne avranno discusso, a Roma, dopo la grande manifestazione di Piazza San Giovanni? Avranno stabilito se la relazione che scavalca l’ombra intercorrente tra la mozione e l’atto dev’essere pensata come mimesi (gli oggetti reali sarebbero dunque una semplice copia delle idee perfette ed immutabili), come metessi (le cose parteciperebbero all’esistenza delle idee), come parusia (le idee sono presenti nelle cose e ne rappresentano l’essenza), oppure come aitia (le idee sono le cause delle cose)? Comunque, quello che mi piace di più di Mattia Santori, il sorridente uomo-immagine delle Sardine, a mio parere adatto a recitare il giovane Platone in una fiction sui filosofi dell’antichità, è che lui non ha mai fretta. Dice sempre che non è necessario concludere, arrivare ad una definizione (le Sardine “non le puoi bloccare, non le puoi recintare”). Bisogna saper attendere la complessità. Del resto, gli esegeti platonici sono 2500 anni che discutono del complesso rapporto tra mondo iperuranico e mondo reale, mentre le Sardine esistono da appena un mese. Io qualche secolo glielo concederei. La forma che mai prende forma è pur sempre l’attività formante più formativa che ci sia.

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Krampus, tradizione e realtà

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Grazie a un video finito all’interno di canali che l’hanno subito reso molto diffuso nel resto d’Italia, spingendolo poi addirittura fuori dai confini nazionali, sono balzati al disonore della cronaca i Krampus, cioè i «diavoli» che si muovono all’ombra di San Nicolò nella serata del 5 dicembre. Chiunque abbia dimestichezza con le tradizioni locali avrebbe potuto documentarsi agevolmente in rete. Ecco Wikipedia: «I Krampus sono selvaggi, violenti e inferociti, e quindi in questa particolare serata danno sfogo a quelle forze che per tutto il resto dell’anno rimangono represse. Rincorrono, fra urla, mugugni e grida, i bambini, i ragazzi, ma anche gli adulti e i più anziani, spingono la gente, dando pesanti frustate e colpi di verga alle gambe di chiunque capiti tra i loro piedi». Accogliendo tale descrizione, gli inseguimenti, le frustate e persino i calci (ma su questo si può eccepire) mostrati in quel video, da molti interpretato come manifestazione di inquietante e inspiegabile brutalità, diventano, forse, qualcosa di più comprensibile.

Detto ciò, non liquidiamo subito lo spunto offerto dalle polemiche (anche se, come visto, si trattava in larga parte di polemiche fuori luogo, perché allo scuro delle usanze indigene) e proviamo a chiarire due punti rimasti in sospeso. Pur accettando la rappresentazione simbolica della violenza incarnata dai «diavoli», si sono date o si danno, in certi luoghi, situazioni non pienamente conformi alla messinscena, che quindi fanno ricorso a un tipo di violenza di altra natura? Qualcuno ha parlato di aggressioni rivolte in altre occasioni a persone che manifestamente non stavano al gioco, semplici passanti, persino cittadini di provenienza straniera. E ancora: una tradizione deve essere accettata sempre per quel che è, può essere insomma giudicata solo da coloro che vi appartengono senza consentire un punto di vista critico esterno, magari introdotto proprio in conseguenza della visibilità che quella stessa tradizione ha ottenuto in uno spazio mediatico adesso molto più ampio di quello conosciuto in precedenza?

Alla prima questione si può rispondere auspicando che i partecipanti a questo tipo di eventi capiscano che la migliore tutela delle tradizioni è limitarne l’espressione all’interno di un solco ben preciso. Se qualcuno finisse all’ospedale, se venissero effettivamente a galla episodi di odiosa prevaricazione, il richiamo alla tradizione perderebbe molta della sua giustificazione. Questo, e veniamo così alla seconda questione, costituisce peraltro anche un limite di salvaguardia esterna. Chi non comprende, chi è magari insensibile a un certo folclore, ha sicuramente la facoltà di dire la propria, però non può non accettare che ogni ecosistema culturale si organizzi in modo autonomo. Anzi, sarebbe persino controproducente, dato che ogni tradizione trae dalle critiche esterne quella virulenza che in genere tende a perdere, se non contrastata. Noi comunque ci auguriamo che i Krampus popolino ancora a lungo le strade dei nostri paesi. Feroci e urlanti come al solito, ma anche consapevoli che a fine giornata nessuno deve pentirsi di averli incrociati.

Corriere dell’Alto Adige, 11 dicembre 2019

Auschwitz, in nome della Germania

Merkel Auschwitz

Mi è capitato di ascoltare il bellissimo discorso che Angela Merkel ha tenuto ad Auschwitz, venerdì 6 dicembre. Parlare qui, ha detto la Cancelliera, con alle spalle i volti incorniciati di chi fu ammazzato nel campo di concentramento, è una cosa per me difficilissima. La difficoltà, come ha poi chiaramente affermato, derivava proprio dall’essere la rappresentante di un paese che nella coscienza collettiva resta il principale responsabile dell’orrore che tutti noi attribuiamo a quella esperienza storica. In un luogo come questo, ha aggiunto, sarebbe forse più opportuno tacere. Ma soltanto il tacere, o per meglio dire neppure il tacere, sarebbe abbastanza. Così ha parlato, la Cancelliera, usando parole più incisive del silenzio. E quelle parole è riuscita a trovarle, bisogna ammettere, nell’unico modo in cui era possibile riuscirci, vale a dire assumendo su di sé e sul nome della Germania tutta la responsabilità di quanto accaduto. Questo fatto mi ha ricordato un dibattito che qualche anno fa, alla fine degli anni Ottanta, attraversò l’opinione pubblica tedesca col nome di “Historikerstreit”. In buona sostanza – mi scuso se riassumo in modo così pedestre e fulmineo una discussione alla quale parteciparono, fra gli altri, intellettuali come Ernst Nolte, Michael Stürmer, Andreas Hillgruber e Jürgen Habermas – si trattava di “decidere” se la questione della Shoah dovesse essere intesa come uno, tra gli altri, dei fenomeni all’interno del più ampio contesto europeo di quegli anni, come risposta al terrore bolscevico, per esempio, oppure se essa determinava in modo inevadibile e non relativizzabile la stessa identità tedesca. Fu in particolare Habermas a schierarsi contro ogni tipo di revisionismo apologetico (o cripto-apolegetico), dichiarando che i crimini commessi dalla Germania nazista non erano da sbiadire in una dimensione interpretativa più vasta, bensì dovevano costituire un perdurante richiamo alle “proprie” colpe e quindi alla perdurante responsabilità che quelle colpe implicavano. Angela Merkel ha tratto le conseguenze di questa assunzione di responsabilità citando Primo Levi: “È accaduto, per questo può accadere di nuovo”. Siccome è accaduto, siccome siamo NOI – noi tedeschi – che l’abbiamo fatto accadere, ecco il significato più alto del discorso della Merkel, siamo proprio NOI TEDESCHI che dobbiamo evitare che venga dimenticato ciò che è accaduto, e siamo ancora NOI TEDESCHI che dobbiamo soprattutto impegnarci affinché ciò non accada più. Ponendosi alla ricerca dell’identità tedesca, ricordo dell’accaduto e proposito affinché quanto accaduto non accada di nuovo sono i due lati di ciò che non potrà essere più disgiunto (e solo basandosi sul primo lato è possibile anche dar luogo al secondo). Per questo Auschwitz è il luogo dell’identità che – in nome, nel nome della Germania – lega nella medesima parola il destino dei perseguitati e dei persecutori, affidando la speranza del “mai più” a tutte quelle generazioni future che, ancora per usare le parole di Levi, non si sottrarranno al comandamento impartitoci da chi vide quell’inferno coi propri occhi: “Meditate che questo è stato”.

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Presepe e democrazia

Presepe napoli

Giuliano Vettorato è un leghista non paradigmatico. Il suo stile comunicativo non assomiglia in nulla a quello di Matteo Salvini. Le avesse lette, penso non avrebbe difficoltà a sottoscrivere le parole che il filosofo Guido Calogero stese in quell’aureo piccolo testo scritto nell’autunno del 1944 (“ABC della Democrazia”, Chiarelettere), quando cioè l’Italia si stava ancora faticosamente liberando dal peso di due dittature avvinte al suo corpo martoriato: “Prima ancora che nella bocca, la democrazia sta nelle orecchie. La vera democrazia non è il paese degli oratori, è il paese degli ascoltatori”. La democrazia, proseguiva Calogero, è in primo luogo “colloquio”, e dunque deve dare maggiore spazio ai “taciturni attenti”, invece che ai “chiacchieroni”. Evitare di trasformare la propria taciturna attenzione in una chiacchiera molesta (o melensa) è il primo dovere dell’autentico democratico.

Finora c’era abbastanza riuscito, Vettorato. Il clima natalizio, però, deve avergli suggerito che questa taciturna attenzione poteva essere, come dire, un po’ allentata, e che un pizzico di chiacchiera non avrebbe sgualcito l’immagine complessiva. Ecco dunque apparire su Facebook un post, piuttosto prolisso, in cui testualmente si legge: “Invito tutti i Dirigenti degli istituti in lingua italiana della provincia di Bolzano ad allestire all’interno delle scuole e delle classi il presepe, valorizzando questo simbolo della tradizione locale, o anche, semplicemente, a colorare le stanze e i locali di luci e simboli che trasmettano gioia e possano riscaldare, ancor di più, i cuori dei nostri ragazzi”. L’assessore poi si preoccupa subito di delimitare il senso di questo “invito” indicandolo come “appello accorato”, una scelta puramente personale, insomma, da non considerarsi in nessun modo imposta dalla Provincia o da chi la rappresenta. E ci mancherebbe altro.

Perché una comunicazione di questo tipo è inopportuna? Innanzitutto perché inutile: in Alto Adige non esiste, neppure lontanamente, il rischio che nelle scuole, e neppure altrove, vengano messe in discussione le “tradizioni locali”, e con ciò risulti abbassata la temperatura cardiaca “dei nostri ragazzi”. Ma eccedendo già il livello di ridondanza, ecco il vero punto, un consiglio del genere tende inevitabilmente a tracimare dal contenitore istituzionale che dovrebbe, semmai, contenerlo. Niente, nessuno impedisce infatti ai cristiani di ornare con i segni della “loro” religione stanze e pareti; lo spazio pubblico, parimenti, può invece restarne scevro, e questo proprio per salvaguardare il principio della laicità dello Stato. Attenzione: diciamo “può”, non “deve”, in modo da prevenire, come ci ha ricordato Sergio Luzzatto in un libro che tutti farebbero bene a leggere (“Il croficisso di Stato”, Einaudi), che la neutralità confessionale delle istituzioni minacci “di restringere i margini della tolleranza rispetto alle pratiche di fede”.

In sintesi: se Vettorato avesse postato la foto del suo presepe, dal salotto o dal tinello della sua personale casa Cupiello, non ci sarebbe stato nulla da eccepire. Rivolgendosi esplicitamente alle scuole, invece, ha voluto accodarsi alla chiacchiera di quelli che paventano senza motivo una crisi dei nostri punti di riferimento identitari, estendendo così al pubblico ciò che deve restare privato. Possiamo dire che lo preferivamo nella versione di democratico taciturno e attento.

Corriere dell’Alto Adige, 7 dicembre 2019, pubblicato con il titolo: “Presepe, un invito forzato”

Irriducibile anarchico

Paolo Faccioli

Il 12 dicembre ricorre il cinquantesimo anniversario della bomba di Piazza Fontana. La testimonianza del bolzanino Paolo Faccioli, al tempo accusato di essere un terrorista.

Avete presente l’inizio di una partita di hockey? Da quando l’arbitro lancia il disco sul ghiaccio, subito dopo il primo “ingaggio”, non ci sarà più un momento in cui i giocatori si ritroveranno nella posizione iniziale. Si potrebbe anzi persino dubitare che quella “stessa” partita la giochino gli “stessi” giocatori. Nulla di strano, si dirà. Basta ricordarsi del noto frammento di Eraclito: “Non si può discendere due volte nel medesimo fiume”. Ma cosa c’entra l’hockey con una delle ricorrenze più dolorose della recente storia d’Italia, col giorno in cui a Milano, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, un atroce attentato uccise 17 persone e ne ferì altre 88?

Rievochiamo il cinquantenario della strage con Paolo Faccioli. Bolzanino, anarchico, al tempo giovanissimo testimone degli accadimenti (“guarda che comunque io non ho alcun merito, non è che posso continuare a spacciarmi per il resto della mia vita come una vittima politica”). La sua storia in effetti non è sconosciuta. Compare quasi sempre nelle ricostruzioni offerte per chiarire il contesto delle prime indagini sugli attentati che, nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta, annunciarono il cruento decennio successivo. Il 25 aprile c’era stato una sorta di preludio. Due altri ordigni, uno al padiglione della Fiat della Fiera Campionaria, un altro all’ufficio cambi della Stazione centrale, che fortunatamente non provocarono vittime. Le indagini si diressero subito sugli anarchici. Faccioli venne arrestato, nonostante risiedesse a Pisa, a causa delle sue frequentazioni con i compagni di Milano, tra i quali figuravano l’editore Feltrinelli e Giuseppe Pinelli. Alla vicenda delle prime bombe, di quanto accadde tra l’aprile e il dicembre del 1969, ha dedicato adesso un documentatissimo libro il giornalista trentino Paolo Morando (“Prima di Piazza Fontana. La prova generale”, Laterza 2019), stimolato proprio da una lunga conversazione notturna avuta alcuni anni fa con Faccioli.

Gli chiedo cosa pensa di queste rievocazioni, determinate anche dall’anniversario. “Io non seguo più tutto quello che esce su Piazza Fontana. Ritengo che questi testi siano veramente apprezzati solo all’interno del ristretto ambito della sinistra, anzi della sinistra che ha perso. Ma il motivo di quella sconfitta, che poi è anche il motivo del mio moderato interesse attuale, non è stato capito a fondo”. Ciò che non è stato compreso, prosegue, è l’atteggiamento di superiorità morale con il quale gli adepti della vecchia sinistra, ma anche i loro eredi più giovani, hanno incrostato l’accesso ai fatti, interpretandoli sempre alla luce della contrapposizione, cioè del conflitto tra una minoranza di illuminati e l’oscurantismo o la violenza di Stato. “Mauro Rostagno una volta ha detto: per fortuna abbiamo perso”, taglia corto Faccioli condividendone l’opinione, e prende ad estrarre dal repertorio dei suoi ricordi solo quei particolari che spostano il punto di vista consueto, per guardare oltre.

Ripercorrendo la traccia del suo libro “Misfit. Troppo anarchico per definirmi anarchico” (uscito l’anno scorso per i tipi di Montaonda), si dipana così il racconto di un’apparente divagazione esistenziale, in realtà fedele a un centro che semplicemente cambia posizione. Dagli esordi di anarchico ingiustamente accusato di terrorismo, al soggiorno in India, come allievo di Osho, fino al rientro in Italia, grazie alla sua attività di apicultore. Quindi la malattia, combattuta sempre adottando un confronto critico con le metodologie considerate “normali” per affrontarla. Troppo anarchico per definirsi anarchico, appunto, ma proprio per questo irriducibilmente anarchico, Faccioli è diventato, malgré lui, un maestro sorridente, travestito da allievo della vita. “Per capire che cosa intendo con un atteggiamento radicalmente anarchico, bisognerebbe approfondire di nuovo il pensiero di Wilhelm Reich, che fu per me una lettura fondamentale. Negli anni Trenta del secolo scorso lui aveva già capito che non si può combattere il fascismo senza rivedere tutti i nostri pregiudizi, addirittura le nostre abituali posture corporali. Il fascismo, ogni potere che dà luogo ad un Sistema opprimente, abita dentro di noi e non possiamo cavarcela proiettandolo su una figura esterna, contro la quale scagliarsi perché ci illudiamo che sia completamente aliena rispetto a ciò che siamo”.

Il discorso ci riporta a Pinelli. Ricorda la lettera che ricevette, proprio il 12 dicembre, quando lui si trovava in carcere per i fatti del 25 aprile, e il ferroviere, che sarebbe morto dopo tre giorni, stava per essere convocato in Questura. La sua ultima lettera, dunque. Cita il regalo che ricevette dal compagno più anziano, l’Antologia di Spoon River, in precedenza già regalata anche al Commissario Calabresi. “Pino era il più saggio di tutti noi. Aveva fatto la resistenza. La sua relazione con il Commissario era più complessa dell’immagine che ne è stata data dopo: sono convinto che non avrebbe gioito della sua persecuzione, come noi invece gioimmo della sua morte, perché aveva un concetto più alto di umanità”. Cosa sia questo concetto più alto di umanità me lo spiega con una specie di parabola, conclusione perfetta della nostra conversazione: “Poco tempo fa avevo bisogno di un idraulico. Quando è venuto a casa mia e ha visto i miei libri ho colto un certo imbarazzo nella sua espressione. Era come se quei volumi lo respingessero, costruendo un muro tra noi. Poi però ha notato che dai libri spuntavano anche due bandiere della squadra bolzanina di hockey. Allora ha cambiato totalmente umore, si è aperto, e abbiamo cominciato a comunicare. Ho scoperto poi che era un militante di CasaPound. A quel punto, però, il ghiaccio era rotto e neppure io ho più potuto irrigidirmi”.

ff, 05. Dezember 2019/No. 49

Sardine montaliane

Manifestazione delle "Sardine" contro la visita di Matteo Salvini a Modena Manifestazione delle "Sardine" contro la visita di Matteo Salvini a Modena

È possibile spiegare in poche righe questo nuovo “fenomeno” (la parola “movimento” sarebbe forse azzardata, attendiamo sviluppi) delle Sardine che stanno riempiendo le piazze d’Italia? Apparentemente si tratta di qualcosa di molto semplice: è tutta gente che non sopporta Matteo Salvini, il suo modo gradasso di fare politica, e quindi manifesta per segnalare un sentimento a lui contrario. Nel loro manifesto si legge: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Difficile immaginare qualcosa di più accogliente. Un Benedetto Croce redivivo scriverebbe di getto un saggio intitolato “Perché non possiamo non dirci Sardine”. Nessuno capisce ancora se si tratti di una moda spontanea, e quindi già declinante, o di un sommovimento profondo dell’animo del Paese. Qualcosa, insomma, che farà sbocciare una tendenza meno vaga e occasionale. Non è agevole scorgere tratti di lunga durata in queste cose. Intanto, mentre fioriscono teorie complottiste (“le manda il Pd”) e distinguo di opposta natura (“manca l’analisi e manca l’elmetto”), le Sardine cantano. Bella ciao, più qualche altro pezzo dal repertorio della canzone d’autore italiana. A Genova hanno omaggiato Fabrizio De Andrè (Crêuza de mä), in Emilia Romagna Lucio Dalla (Com’è profondo il mare). Il testo che le fotografa meglio, però, è una famosa poesia di Eugenio Montale: “Non chiederci la parola / che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato. (…) Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

La colonnina, ff, 05. Dezember 2019/No. 49

Che fine ha fatto la lotta di classe?

Parasite

Volevo dire qualcosa di veloce su un film del quale hanno parlato in tanti, anzi quasi tutti. Veloce perché – visto che ne hanno parlato quasi tutti – non ci sarebbe in effetti bisogno di aggiungere altro. Basta cercare in rete, ognuno troverà di certo il giudizio, il commento, la critica che più sarà in grado di intercettare la sua visione delle cose. Per giunta, bisogna dire che la gran parte di questi giudizi, commenti e critiche inclina all’elogio sperticato. Parasite – è questo il film del quale vorrei parlare – è decretato pressoché all’unanimità un capolavoro. Anthony Oliver Scott, sul New York Times, ha scritto per esempio che si tratta di una pellicola “terribilmente divertente, quel tipo di film intelligente, generoso, esteticamente energico che annulla le stanche distinzioni tra film d’essai e film di intrattenimento”. Dunque: non parlerò della trama, non parlerò della capacità degli attori, non parlerò dell’architettura, cioè della casa in cui si svolge la gran parte delle scene, non parlerò neppure della poetica di questo regista, Bong Joon-Ho, tracciando parallelismi con la sua produzione precedente o con quella dei suoi colleghi convocati quali pietre di paragone. Parlerò solo del tema della “lotta di classe”, che mi pare sia qui piuttosto centrale. Che sia insomma il centro filosofico del film. “Lotta di classe” è una di quelle formule alle quali nessuno (o quasi nessuno) ricorre più. Se alla fine degli anni Sessanta o durante gli anni Settanta non c’era discorso intercettato per strada (nelle manifestazioni) o letto sui giornali (non solo di partito) che non parlasse di questa benedetta “lotta di classe”, da un po’ di tempo di “lotta di classe” non parla più nessuno. Marx e Engels, nel Manifesto, la schizzano così: “La storia dell’umanità non è stata che la storia della lotta di classe. Uomini liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi, oppressori ed oppressi, in opposizione costante, condussero una guerra, ora aperta, ora dissimulata; una guerra che sempre finì con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta”. Da questo punto di vista mi pare che il film sia allora definibile come reazionario, altra parolina della quale si è persa traccia, perché rappresenta una lotta, sì, ma solo tra oppressi, e in buona sostanza il fine ultimo di questa lotta, di questo conflitto, non è la distruzione o il superamento della classe degli oppressori, bensì soltanto un cambiamento di status (gli oppressi, chiaramente, non vogliono più essere oppressi) senza cambiare la natura dei rapporti di potere che determinano la differenza di status. Siamo insomma al TINA (“there is no alternative”, come diceva Margaret Thatcher) in salsa sud-coreana? Se avessi letto almeno l’ultimo libro di John Holloway potrei smettere di pensare e passerei all’azione (ruberei un motorino, per esempio, magari lasciando al proprietario la mia bicicletta scassata, oppure cesserei di desiderare un motorino, cesserei addirittura di muovermi). E se invece avesse ragione Annette Kuhn, se cioè la classe s’insinua sotto la pelle, come l’odore di povertà che il bimbo ricco del film riconosce immediatamente perché non gli “appartiene”? Basterà rubare un profumo costoso per abbattere il capitalismo? Basterà non desiderare di distinguere il proprio odore da quello degli altri per realizzare finalmente il Comunismo?

#maltrattamenti