Un anno dopo

Sei arrivato in campo San Bartolomeo: al centro vedi la statua di Carlo Goldoni, realizzata da Antonio Dal Zotto. E’ il pomeriggio di un giorno qualsiasi di metà gennaio, quando tutto sembra morto e invece ricomincia, anche se noi non ce ne accorgiamo. I tavolini dei bar sono  deserti. Il chiosco ancora chiuso. Eppure fra poco, appena la gente comincerà ad affluire, qui diventerà fitto come alle prime del Teatro La Fenice. I piccioni si contendono le ultime briciole sotto lo sguardo sorridente del commediografo. Ti avvicini per osservarlo meglio: il gilet trattiene a stento la leggera pinguedine. Era una buona forchetta, lo sai. Non si faceva mancare niente. Con la destra tiene il bastone nel pugno, con la sinistra stringe i guanti dietro la schiena. Qualche foglio esce dalla tasca. Il volto accenna un sorriso.

Eraldo Affinati, Peregrin d’Amore, pagg. 150-11

Musica da camera

Quasi un terremoto. Uno di quelli che fanno vibrare con violenza la terra e mutare il paesaggio. Con l’approvazione della nuova norma che smembra il parco nazionale dello Stelvio in tre unità amministrative separate – facenti capo alle province autonome di Bolzano, Trento e alla regione lombarda – si rende perspicua l’idea che anche un bene per definizione pubblico e legato alla simbologia del Paese non possa continuare a sottrarsi al processo d’erosione attivato da chi ritiene proprio questi due fattori (bene pubblico e simbologia del Paese) qualcosa da rivedere. Resta da capire se con ciò si tratti di un mutamento virtuoso, come pensano tutti coloro che elencano i meriti e i guadagni della gestione provinciale in ogni possibile settore (incluso quello naturalistico), oppure del definitivo smantellamento di qualcosa di prezioso e intangibile, anche se la sua gestione attuale mostrava da tempo i segni di un colpevole deterioramento.

Non è costume di questo giornale schierarsi pregiudizialmente da una parte o dall’altra della solita barricata. Sarebbe dunque fuorviante leggere quanto accaduto con la lente esclusiva di chi cerca contrapposizioni ad ogni costo (da un lato la Provincia degli stambecchi, dall’altro lo Stato delle marmotte). Occorre comunque rendersi conto che nella vicenda in questione luci ed ombre si alternano e s’intrecciano in un modo da richiedere ponderate spiegazioni. Facciamolo adesso in modo sintetico, con l’avvertimento, in primo luogo a noi stessi, di accentuare lo sguardo, reso critico da un presente politico e istituzionale sempre più incerto e fluido.

Tra tutte le opinioni espresse a caldo, mi preme mettere in evidenza quella dell’assessore Michl Laimer: “per la prima volta, dopo decenni, il parco nazionale avrà la possibilità di essere amministrato in modo che la popolazione lo riconosca e ci si possa identificare”. La domanda, qui, non è tanto perché – “prima” – un simile riconoscimento e una simile identificazione non potessero darsi (di risposte, purtroppo, ce ne sono in abbondanza). La domanda riguarda il prezzo da pagare affinché ciò avvenga. Una concezione delle aree protette collocata al di sopra degli interessi particolari garantiva (e forse avrebbe potuto ancora garantire) una tutela per così dire “sinfonica” e più omogenea. Adesso, con una strumentazione da “camera”, il rischio è quello di accentuare la moltiplicazione degli interventi “antropizzanti” e soprattutto ridurre ogni porzione del territorio così frazionato a una mera occasione di autoaffermazione, se non di vero e proprio dominio. Come ha scritto ieri il nostro Toni Visentini, è necessario tenere alta la guardia.

Corriere dell’Alto Adige, 24 dicembre 2010

Superare le vecchie ideologie

Il testo dell’intervista che Otto Scrinzi ha rilasciato recentemente al settimanale “ff” sembrava quasi prelevato dal “Cimitero di Praga”, il nuovo romanzo di Umberto Eco. Un uomo, questo Scrinzi, non solo appartenente al passato prossimo, ma addirittura al passato remoto. Appiccicate alle sue parole le ragnatele della vecchia ideologia sulla razza, riaffermata in virtù di supposti rapporti di causalità tra patrimonio genetico e differenze culturali. Il tutto condito con una strizzatina d’occhio al senso comune più becero ma purtroppo ancora lontano da un definitivo declino (“ci dovrà pur essere un motivo se da un lato abbiamo società con tagliatori di teste e dall’altro si organizzano viaggi sulla luna”).

Che cosa invece organizzasse e organizzi la Fondazione Laurin, della quale Scrinzi è il presidente, non è del tutto chiaro. Ufficialmente sostegno ai contadini di montagna in difficoltà economica. Poi una cospicua attività di finanziamento a scopo “culturale”, dove per cultura qui bisogna intendere quel che nell’Ottocento veniva definito “völkisch”, cioè riferito al “popolo” (beninteso: purché autoctono, tedesco). Un’eredità di pensiero rivendicata con fierezza da Scrinzi. E dai suoi più stretti e più “giovani” collaboratori, Peter Kienesberger ed Erhard Hartung, entrambi coinvolti nell’attività terroristica degli anni sessanta e condannati in contumacia all’ergastolo per la strage di Cima Vallona.

È buon segno che i principali organi di stampa in lingua tedesca abbiano sollevato il caso e richiamino adesso l’opinione pubblica a vigilare sui possibili legami esistenti tra questo tipo di organizzazioni e alcuni partiti politici locali, i quali non sembrano in grado di emergere completamente dal sordido brodo di coltura dell’ideologia “völkisch”. “Dobbiamo tornare a quel punto dove le strade si sono divise, e quindi alle vere origini nazionali del nostro popolo, altro che le farneticazioni delle lumières francesi col loro cosmopolitismo e la loro égalité e fratellanza universale!”: ecco le parole deliranti, messe in bocca da Eco al losco Goedsche, un agente provocatore antisemita al soldo della polizia prussiana. Purtroppo fuori dalla finzione romanzesca, stavolta è Otto Scrinzi, con una formulazione quasi identica, a dirci che “tutte le zone miste del mondo sono caratterizzate da sterilità creativa, da uno stato di rivoluzione permanente e dall’incapacità di svilupparsi”. Beh, si tratta di preservare ed estendere una percezione contraria, e cioè che la creatività, la stabilità e lo sviluppo sono maggiori là dove si esercita un contatto e un’influenza tra popoli diversi. Anche e soprattutto in Alto Adige-Südtirol.

Corriere dell’Alto Adige, 17 dicembre 2010

Individuo cosmico-storico

Rimossa la scusa d’aver voltato gabbana in nome dell’agopuntura, dice d’essere conscio, con Massimo Calearo e Bruno Cesario, di “consegnare alla storia una scelta dolorosa e tramautica, ma rivoluzionaria, giusta e significativa, che va oltre il limite della comprensione da parte di alcuni cittadini”.

Nella storia vi sono alcune fasi di transizione dove avviene un cambiamento radicale nel profondo, ma all’esterno non sembra cambiare nulla. La situazione esteriore muta quando qualcuno è in grado di aprire allo “spirito del mondo (che) bussa alla porta”. Quel qualcuno è l’individuo “cosmico storico”, l’incarnazione dello spirito, il quale ha una funzione rivoluzionaria, egli deve andare contro lo stato di cose presenti, per realizzare la “razionalità” velata ed intrinseca alla storia. A differenza degli individui comuni (conservatori ), i personaggi “storico – universali” si accorgono del cangiamento interno alla stessa realtà [uomini pratici e politici, dotati di pensiero], e i loro obbiettivi e passioni coincidono con il progetto della Ragione: i loro scopi privati particolari racchiudono il contenuto sostanziale che è volontà dello spirito del mondo. Gli uomini della storia mondiale sono gli eroi di un’ epoca, che hanno voluto appagare se stessi e non altri, sono coloro che hanno capito meglio di tutti cosa si dovesse fare. Lo spirito più avanzato è l’ anima di tutti gli individui, ma lo è come interiorità inconsapevole, che i grandi uomini portano a coscienza negli altri. Perciò gli altri seguono questi condottieri di anime, poiché si sentono venire incontro la forza irresistibile del loro stesso spirito interiore”.

“Io stò (sic) con gli italiani”

Commovente

Commuovere:v.tr. [sogg-v-arg] Coinvolgere qlcu. sul piano affettivo o sentimentale, destare in lui sentimenti di viva partecipazione: la sua storia ha commosso tutta l’Italia

Oggi, a pag. 18 del quotidiano “Alto Adige”, i lettori potevano trovare un annuncio a pagamento del movimento politico Süd-Tiroler Freiheit. Il contenuto: l’unico contenuto che informa la politica di Eva Klotz e affini, cioè “Via da Roma”. Il motivo: riconoscere l’autodeterminazione (vale a dire la secessione) come un diritto umano (il 10 dicembre è la giornata mondiale dei diritti umani, ecco lo spunto) e quindi (con un passaggio non esattamente lineare) equiparare ai diritti umani quelli dei popoli. Anzi, del popolo (singolare). Il popolo sudtirolese.

Ho illustrato tantissime volte la debolezza di questa argomentazione in presenza di uno statuto di autonomia pienamente riconosciuto a livello internazionale. Non mi ripeterò. L’elemento di novità, qui, è costituito dal tentativo di convincere (e quindi per poi coinvolgere, anzi: commuovere) la popolazione italiana dell’Alto Adige (anzi: del Südtirol o al massimo Sudtirolo) delle buone intenzioni della secessione. Un primo tentativo, insomma, di spiegare le proprie ragioni agli “altri”, dicendo loro “noi non ce l’abbiamo con voi, vi siamo amici, vi vogliamo con noi in questa straordinaria impresa…”.  E a questo punto sorge la domanda: come la prenderanno, gli “altri”?

Non è difficile rispondere. Gli “altri”, cioè gli italiani, rimarranno del tutto indifferenti. Non è infatti traducendo in italiano un refrain già ripetuto mille volte in tedesco che il senso del messaggio cambi poi profondamente. Coltivare l’illusione che il passaggio dall’autonomia all’autodeterminazione possa essere provocato dalla rivendicazione di un diritto “umano” è, per l’appunto, una pia illusione. Una pia illusione che, per giunta, non ci fa capire nulla (assolutamente nulla) di come si configurerebbe – concretamente – lo status di questa terra una volta compiuta la tanto sospirata secessione. Senza contare poi che se anche esistesse una flebilissima possibilità di attivare un fronte autodeterministico “trans-etnico” [QUI], questo certo non potrebbe essere organizzato ricorrendo al soggetto di un “popolo” che per definizione non tende a concepire se stesso come entità costitutivamente plurale.

Una cosa buffa, per finire. Queste azioni di Süd-Tiroler Freiheit sono spesso etichettate come esercizi di “creatività”. Esiste cioè una opinione abbastanza diffusa, secondo la quale questo sarebbe un modo “creativo”, innovativo, di far politica. Si tratta invece di una reiterata e datatissima dimostrazione d’impotenza intellettuale. Meglio così.

La qualità del succo da estrarre

Nel suo editoriale di ieri, Toni Visentini ha sintetizzato la strategia della Svp nei confronti del pericolante governo romano riproponendo l’immagine del limone strizzato. Se parliamo di limoni strizzati converrà però dedicare qualche attenzione non solo alla tecnica di spremitura (a mano o mediante uno spremiagrumi di ultima generazione), ma anche alla qualità del succo da estrarre. L’importante, infatti, è che questo succo non risulti troppo aspro, troppo allappante, come si dice in gergo. Fuor di metafora: che la provincia di Bolzano accresca le proprie competenze non è necessariamente un male; l’importante è farlo aumentando la qualità dei servizi proposti e la soddisfazione generale che ne può derivare.

Per capire meglio cito due esempi. Il primo riguarda i trasporti. Una notizia diffusa in settimana ha creato un legittimo allarme (e persino sdegno, bisogna aggiungere) tra gli utenti dei treni. L’Ufficio per la regolazione dei servizi ferroviari del Ministero dei trasporti sembra infatti che abbia deciso di cancellare (ovvero impedire) le fermate su tutto il territorio regionale (Alto Adige e Trentino) dei convogli a lunga percorrenza gestiti dalle ferrovie tedesche e austriache. Se questo progetto si realizzasse, un passeggero che volesse prendere il treno a Innsbruck diretto a Milano o Verona non potrebbe più scendere a Bressanone, Bolzano, Trento o Rovereto, ma dovrebbe per forza terminare l’intera corsa (e viceversa). Si tratta con evidenza di una decisione sconcertante, presa all’unico scopo di scoraggiare l’utilizzo dei treni “stranieri”, senza badare alla limitazione della libertà personale e delle più generali opportunità di spostamento che ne derivano. In questo caso, se l’intera regione o le due province autonome disponessero di una maggiore competenza nell’ambito specifico, è chiaro che simili problemi magari neppure si porrebbero.

Il secondo esempio riguarda l’esame linguistico che gli stranieri extracomunitari dovrebbero sostenere per ottenere un permesso di soggiorno illimitato. Anche in questo caso la nostra Provincia non è purtroppo dotata delle necessarie competenze e il rischio – come stanno dimostrando le polemiche sull’utilizzo del superamento della prova di lingua tedesca (prova non vincolante a livello statale) introdotta al fine di ottenere l’erogazione in loco di determinati servizi assistenziali – è davvero quello di reagire nel modo peggiore, creando cioè indebite e odiose discriminazioni. Insomma, come dicevo all’inizio, non è tanto una questione di spremere più o meno il limone, quanto piuttosto cercare di ottenere dall’ampliamento della nostra autonomia un succo dal gusto più utile e gradevole per tutti.

Corriere dell’Alto Adige, 10 dicembre 2010

Il futuro? Qualità sostenibile

Proviamo ad accostare due notizie per vedere l’effetto che fa. Prima notizia: Michl Ebner, commentando alcuni dati forniti da uno studio dell’istituto di ricerca BAK di Basilea, ha espresso una certa preoccupazione riguardo al tema dell’“accessibilità” o della “raggiungibilità”. A quanto pare l’Alto Adige risulta occupare una posizione di retroguardia rispetto ad altre regioni dell’arco alpino. E le sue infrastrutture – nonostante il giudizio sostanzialmente positivo espresso dai fruitori – si collocano addirittura al di sotto della media nazionale. In pratica – ammonisce il presidente della Camera di Commercio – siamo tagliati fuori dal flusso principale degli spostamenti (e degli investimenti) e finiremo per diventare scarsamente competitivi. Seconda notizia: all’ospedale di Merano ai pazienti vengono proposte mele cilene e acqua minerale d’importazione. Evidentemente questi prodotti (cioè i loro produttori) hanno raggiunto il Burgraviato senza grandi difficoltà.

Senza stabilire un punto d’osservazione condiviso, queste due notizie potrebbero indurci ad attivare a un conflitto interpretativo. Alcuni, cioè, tenderanno a rimarcare l’oggettività di quei dati, reclamando una maggiore apertura del nostro territorio. Altri ne contesteranno preventivamente gli effetti sulla base di considerazioni che non possono essere ignorate. Forse, per chiarirci le idee e smorzare sul nascere infruttuose polemiche, non è inutile recuperare la definizione di sviluppo sostenibile così come vent’anni fa prese a costituirsi grazie al lavoro delle organizzazioni (World Conservation Union, UN Environment Programme e World Wide Fund For Nature) che per prime cominciarono ad occuparsi delle contraddizioni relative a un’idea esasperata di modernità. In sostanza si tratta di favorire “un miglioramento della qualità della vita senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende”. Adattato al tema della “raggiungibilità”, ciò significa prevedere modifiche e miglioramenti finalizzati al sostegno e all’incremento della qualità, appunto, e non della quantità.

Ora, è possibile accordarci sul senso da dare alla parola “qualità”? I tratti salienti che ne circoscrivono il senso concernono la salute, lo sviluppo della personalità mediante l’acquisizione delle conoscenze, la possibilità di svolgere un lavoro gratificante, il tempo libero, l’ambiente fisico, la sicurezza, la giustizia e la partecipazione sociale. Tratti che dipendono ovviamente anche da un’accorta strategia economica e dalla messa in opera di determinate e ben ponderate riforme infrastrutturali. Sarebbe opportuno cominciare a discuterne senza preconcetti e rigidità ideologiche.

Corriere dell’Alto Adige, 4 dicembre 2010