Il partito-stato idealizzato dagli strateghi

Un'opera di Luca Caccioni

Un’opera di Luca Caccioni

Anche nel suo ultimo incontro con i giornalisti a Falzes, rispondendo a una precisa domanda, Luis Durnwalder si è dimostrato piuttosto drastico: “Perseguiremo la strada dell’autonomia, non ci interessa correre dietro a chi propone un’idea secessionistica di autodeterminazione”. Se di autodeterminazione si vorrà parlare – ha concluso il Landeshauptmann declinante – si tratterà solo di un’autodeterminazione interna.

Ma cosa significa esattamente “autodeterminazione interna”? Per comprenderlo, occorrerebbe individuare l’aspetto che distingue un’impostazione di questo genere da quella di chi, non sbagliando, pensa che qualsiasi forma di autodeterminazione sia orientata a una separazione del territorio “autodeterminato” dal resto del paese. Tanto vale, chiosano dunque gli indipendentisti duri e puri, dire le cose come stanno e smetterla con tutti questi tatticismi e pavidi tentennamenti. Cosa accadrebbe, infatti, se il tratto distintivo ipotizzato si rivelasse più attinente alla metodologia che alla sostanziale alterità degli obiettivi? Una sfumatura della quale non si accorgono più neppure i vecchi nazionalisti italiani, ormai tutti impegnati a concentrarsi su storielle di cartelli e bandiere, e soprattutto a beccarsi fra loro.

Il dubbio si dirada se traduciamo la parola “autodeterminazione” con “autogoverno”. Espressione più semplice e in fondo comprensiva delle oscillazioni appena viste. A questo punto la domanda riguarda in concreto l’individuazione del soggetto in grado di autogovernarsi. I cosiddetti strateghi della Svp – a cominciare da Karl Zeller – hanno in merito idee tutt’altro che ambigue. Il soggetto in questione è l’attuale provincia di Bolzano, trasformata però in una specie di partito-stato. Agli occhi dei citati strateghi è infatti solo e soltanto la Stella Alpina a poter guidare dall’alto questo processo di progressiva emancipazione. Ogni altra ingerenza esterna dovrà essere limata al fine di cogliere, come un frutto esausto, la tanto sospirata indipendenza da Roma e da qualsiasi altra entità statuale considerata di troppo. Paradossalmente sarebbe di troppo anche il famoso “Stato libero del Sudtirolo” caldeggiato dai Freiheitlichen, forse perché, per l’appunto, troppo libero. Così, un passo alla volta, accordo dopo accordo, memorandum dopo memorandum: gutta cavat lapidem.

È ozioso chiedersi se un simile progetto abbia effettive possibilità di realizzarsi. Del resto, le cose non avvengono mai come si vorrebbe. Più interessante, semmai, osservare come la partita si stia giocando esclusivamente tra una Svp ancora fiduciosa di esercitare la sua lentissima egemonia e quanti vorrebbero invece che si procedesse in modo più spedito o comunque meno velato.

Il Corriere dell’Alto Adige, 28 agosto 2013

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La particella svedese rompe gli schemi

Marie Måve

Marie Måwe è assurta agli onori della cronaca politica in quanto primo esempio di cittadina “straniera” – vale a dire non “tedesca” o “ladina” – candidata dalla Svp alle prossime provinciali. Il tema merita un approfondimento, soprattutto alla luce della contestazione che, di questa scelta, ha fatto Elena Artioli, la quale si è sentita a posteriori discriminata: perché una “svedese” può fare quello che è negato a un’“italiana”?

 La Svp ha uno statuto che adotta in buona sostanza i criteri di uno stato nazionale. Chi desidera fare politica per quel partito deve dichiararsi appartenente al gruppo linguistico tedesco o ladino e impegnarsi a svolgere la propria attività nell’interesse della “causa etnica” riconosciuta ancora come determinante. Consideriamo però come, anche a livello nazionale, un cittadino di origine straniera possa esercitare il proprio diritto di voto e di eleggibilità solo se in possesso della cittadinanza italiana (una limitazione comunque non prevista per le elezioni comunali ed europee). Ora, non è forse vero che l’acquisizione di una cittadinanza equivale, almeno sul piano formale, a una dichiarazione di appartenenza? Ma allora l’eventuale critica alla limitazione posta dalla Svp, per essere credibile, dovrebbe sboccare nel rifiuto dell’appartenenza nazionale che esclude molti cittadini stranieri, pur residenti in Italia, dal diritto di votare o essere eletti.

 Come si vede, abbiamo qui a che fare con contraddizioni nate dalla collisione di due logiche opposte: quella rigida, del diritto, e quella, più fluida, della vita. L’esigenza del diritto consiste nel tentare di contenere le contraddizioni che emergono dall’eccessiva fluidità della vita, ma spesso avviene che l’opera di contenimento generi a sua volta contraddizioni insoddisfacenti dal punto di vista di chi si trova a vivere in condizioni mutate rispetto a quelle disciplinate da quel diritto. Chi, traendo spunto dalla candidatura di una cittadina “straniera”, punta il dito su alcune persistenti rigidità della Svp, che indubbiamente ci sono, dovrebbe anche prendere sul serio le difficoltà di tutti gli altri stranieri che vivono in Italia senza prospettive di un’integrazione effettiva. È infatti il principio generale della nazionalità, al quale ancora subordiniamo ogni ulteriore tratto identitario, l’elemento da indebolire. Sia quando esso agisce nelle dinamiche di un piccolo partito nato per difendere le prerogative di una “minoranza”, sia – e le due cose sono ovviamente legate – quando lo si ritrova in un contesto più vasto, ma non meno esclusivo. Artioli sarebbe d’accordo?

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Immaginiamoci la società sudtirolese come un contenitore nel quale è presente un liquido piuttosto denso e stratificato. Gli strati sono ovviamente i gruppi linguistici. A causa dell’abitudine, tendiamo a pensare che ogni strato risponda a criteri di stabilità e riconoscibilità che sarebbe rischioso mettere in questione. La realtà smentisce però tali convinzioni. Se guardassimo quel liquido controluce, vedremmo un numero considerevole di particelle muoversi incessantemente da uno strato all’altro, alterando dunque anche il loro colore o screziandolo di riflessi inattesi. Un fenomeno del tutto naturale, anche se ufficialmente negato.

 Nel caso della nostra candidata svedese è come se, adesso, una particella esotica fosse penetrata in una zona del liquido molto sensibile agli effetti stranianti. Il che ci invita a riflettere di nuovo sulla legittimità della sua composizione, finora sempre considerata inalterabile. Come abbiamo visto citando la protesta di Elena Artioli, secondo la logica che regola il contatto dei nostri liquidi, esistono comunque cose che si possono tollerare più di altre. Un’italiana – la quale, beninteso, voglia continuare a dichiararsi tale – contesta un codice esplicito di appartenenza magari accettato da chi, provenendo da tutt’altro contesto, ha meno problemi a condividere la finzione di aggregarsi al gruppo tedesco (o ladino) che la Svp ritiene da sempre di rappresentare. Del resto, anche questa pur minima novità non è ben vista da tutti. Basta prendere nota del tenore di certi commenti diffusi in rete contro la candidatura della Måwe, considerata alla stregua di un corpo – ancorché di gradevole aspetto – estraneo.

 Certo, sarebbe opportuno se anche la Svp, prima o poi, prendesse spunto dalle contraddizioni che si originano richiedendo con troppa rigidità la professione dell’appartenenza, almeno quando essa impedisce di riconoscere la multiforme identità culturale di chi abita una terra per fortuna molto diversa da cinquant’anni fa. In questo senso, la presenza sempre maggiore di persone provenienti da contesti anche remoti, ma desiderose di partecipare alla vita pubblica, non può che essere salutata con favore.

Corriere dell’Alto Adige, 11 agosto 2013

Una strana opposizione

Biblioteca

Qualche settimana fa, ho visitato la nuova biblioteca di Brunico. L’hanno chiamata “LibriKa”, omaggiando lo sfortunato poeta Norbert C. Kaser, i cui amari versi e scritti sul Sudtirolo gli hanno valso solo un riconoscimento postumo. Kaser non ha fatto in tempo, morendo nel 1978 poco più che trentenne, a vedere la provincia trasformarsi in quel “reame durnwalderiano” che negli ultimi tre decenni è nel frattempo diventata: un luogo di diffuso benessere – anche se sempre meno immune dagli effetti della crisi – con infrastrutture ed edifici pubblici altrove, o almeno nel resto d’Italia, impensabili. Anche la costruzione di “LibriKa” rientra in questo contesto: a Brunico, in fondo un piccolo centro di 15.000 abitanti, si trova così adesso un’isituzione di primissimo piano, una piazza del sapere più che una semplice “teca per libri”, già sfruttata con piena soddisfazione da cittadini di ogni età e gruppo linguistico.

All’immagine appena descritta non manca ovviamente un risvolto criticabile. Le infrastrutture, gli edifici e i progetti che danno lustro alla provincia possono cioè anche essere visti come frutto di uno spirito esibizionistico, un inutile esercizio di gigantismo sproporzionato alle nostre dimensioni. Perché – tanto per restare all’esempio di “LibriKa” – costruire in una cittadina della Val Pusteria qualcosa che non c’è neppure a Milano? Quegli undici milioni serviti per farla, aggiungono gli scontenti, non potevano essere usati in altro modo? Sempre più famiglie stentano ad arrivare alla fine del mese e noi pensiamo ai libri che tanto nessuno ha tempo e modo di leggere; anche perché, dicono sempre quelli, ormai i libri sono un’anticaglia polverosa e presto li leggeremo tutti sui nostri tablet.

Sono gli stessi argomenti – sommati all’inflessione nostalgica di chi vede in ogni demolizione di vecchi edifici, anche parziale, un attentato alla propria identità – usati a Bolzano dagli oppositori che non vogliono il Polo bibliotecario di via Longon. Certo, qui di milioni ne sono in ballo ben novanta, non undici. Rendere conto di un simile divario sarebbe senz’altro opportuno. Ma l’ostilità dichiarata al grande progetto è particolarmente curiosa in quanto smentirebbe altresì la percezione vittimistica, a lungo coltivata nel capoluogo altoatesino, di recepire soltanto le briciole degli investimenti profusi invece a piene mani in periferia. Senza contare che qui stiamo parlando di un’infrastruttura culturale pensata esplicitamente per superare la lunga stagione delle divisioni tra i gruppi linguistici, vale a dire una stagione contro la quale – almeno a parole – anche gran parte di quei critici si è sempre scagliata con indignata veemenza, lamentando con ciò la mancanza di spazi e occasioni d’incontro. Ci dispiacerebbe pensare che si trattasse solo di una posa.

Corriere dell’Alto Adige, 2 agosto 2013