Stato e Chiesa

Stamattina ho comprato Il Giornale (mi trovavo evidentemente in uno stato di minor resistenza). Volevo leggere l’intervista a Monsignor Angelo Bagnasco annunciata in prima pagina col titolo “Dal caso Ruby alla Libia. Parla il capo dei Vescovi”. Sorvolo sulle tematiche principali – mi avvelenerei il fegato inutilmente a chiosare i tanti esempi di subdola reticenza contenuti in quel testo – e passo a un frammento per così dire periferico (almeno apparentemente) dell’intervista. Riguarda il centocinquantenario dell’Unità italiana.

D. Lei ha annunciato che celebrerà una messa per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Non è curioso che la Chiesa – la quale visse il processo risorgimentale come una ferita – oggia sia convinta sostenitrice di questa festa, mentre alcune forze politiche ed economiche avrebbero preferito non celebrarla?

R. Effettivamente può apparire curioso, ma non assurdo. In realtà la Chiesa ha sempre alimentato l’unità del nostro Paese ben prima della sua unificazione statale. Quando la Penisola era ancora una pezzatura multicolore è stata la presenza quotidiana della Chiesa, la sua evangelizzazione e la sua azione, che hanno offerto un codice culturale e una matrice perfino sociale ed economica, tendenzialmente omogenei. Basterebbe pensare alla lingua e alla sua presenza capillare nelle parrocchie. La Chiesa, al di là delle contingenze storiche dell’unità e dello Stato pontificio che appariva come un baluardo indispensabile per garantire l’indipendenza del Papa, rappresenta del popolo italiano l’elemento sintetico, il punto di vista che accomuna, la presenza che affratella. Questo è quello che, come credenti oggi nel nostro Paese, vogliamo rappresentare: un contributo alla pacificazione e alla maturazione della nostra Patria, che finalmente torna ad essere pronunciata dopo decenni di ostracismo culturale e di indifferenza diffusa.

Bene. A parte il fatto che – storicamente – fu proprio la Chiesa a favorire per lunghissimo tempo quel processo di ostracismo culturale e di indifferenza diffusa nei confronti dell’Unità, quale senso attribuire a parole che fanno un po’ il verso a quelle di Vincenzo Gioberti (“E durerà il male, finché si vorrà sostituire una Italia gentile e chimerica all’Italia reale e cristiana, quale Iddio e una vita di diciotto secoli l’hanno fatta”)?

Adotterei cautelativamente la risposta di Emilio Gentile (Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento, Laterza 2011, pag. 107):

Allora la domanda è: quanto ha potuto pesare rispetto al nostro esile senso dello Stato nazionale il fatto che qualsiasi regime in Italia abbia dovuto competere per la sua legittimazione con un potere religioso, esistente al centro della penisola nel corso dei secoli come uno Stato temporale, che ha sempre rivendicato un primato morale e in sostanza anche politico sul potere politico dominante, e ha conservato questa rivendicazione, specialmente dello Stato italiano, fino a oggi? La Chiesa fa la Chiesa. Ma quando una classe politica ricerca la sua legittimazione morale nel consenso di un’autorità religiosa, allora essa rende inevitabilmente precaria la legittimità dello Stato, e questa precarietà è diventata ancora più evidente ai giorni nostri, quando lo Stato sembra assente. E ciò avviene senza che il primato della Chiesa si sia concretizzato in una più alta moralità pubblica e privata dei governanti dello Stato e della classe politica che alla religione dichiara di ispirare i suoi valori non negoziabili.

Alcide

Vorrà pur dire qualcosa. Su Alcide Berloffa – il cosiddetto “padre italiano” dell’autonomia sudtirolese recentemente scomparso – sono presenti in Wikipedia due articoli. Uno in lingua tedesca e uno in lingua italiana. Quello in lingua italiana (la sua lingua) è più corto e meno informativo dell’altro.

E vorrà pur dir qualcosa anche questo: di Berloffa, in rete, praticamente non si trovano immagini.

http://it.wikipedia.org/wiki/Alcide_Berloffa

http://de.wikipedia.org/wiki/Alcide_Berloffa

Spalare le macerie

“Proprio mentre si apprestano a celebrare i centocinquant’anni della fondazione del loro paese – scriveva Francesco De Gregori all’inizio della sua prefazione al volume di Aldo Cazzullo Viva l’Italia! (Mondatori, 2010) – gli italiani sembrano essere sempre meno interessati a conoscere e a riconoscere la loro italianità”. Evidentemente le cose cambiano in fretta. Ci si sarebbe potuti aspettare però che le fiamme di un possibile recupero di questa italianità perduta apparissero nelle vicinanze del cuore, a Roma, e non sulla punta dei capelli, a Bolzano. Luis Durnwalder ha fatto incautamente scoccare la scintilla, altri si sono affrettati a soffiare sul fuoco ed è divampato l’incendio. Con tutto il fumo che a pieni polmoni abbiamo respirato in questi giorni, è più difficile distribuire le responsabilità e capire come ripartire.

Muoviamo da un paio di dati acquisiti. Durnwalder, preoccupatissimo di dimostrare sufficiente tenuta sul lato dell’identità “tedesca” della provincia, ha annesso anche i ladini alla causa e ha di fatto proibito agli assessori “italiani” di presentarsi ai festeggiamenti coltivando l’illusione di rappresentare qualcosa di appena più vasto della loro (a questo punto quasi extraterritoriale) appartenenza linguistica. Non solo un generico “Südtirol ist nicht Italien” dunque, ma un ben più esplicito “Italienischsprachige Südtiroler können keine echten Südtiroler sein” (gli altoatesini non possono essere veri sudtirolesi: già svantaggiati alla nascita, perdono poi definitivamente questa preziosa qualità non appena oltrepassano il duplice confine di Salorno e del Brennero). Nel resto (?) d’Italia, “dove il tema stesso dell’unità del paese è oggetto di discussione e una crisi profonda sembra attraversare tutte le istituzioni” (sempre De Gregori), non c’è verso di rianimare una qualche parvenza d’afflato patriottico se non resuscitando il vetusto “nemico ereditario”, adesso nei panni di un ingrato sfruttatore di risorse pronto a sputare nel piatto in cui mangia. Se queste non sono macerie, poco ci manca.

Eppure, a pensarci bene, quanti problemi si potrebbero evitare se soltanto ci sforzassimo di non cedere a stereotipi e banalizzazioni omologanti. La specificità di questa terra e di chi ci abita può essere afferrata soltanto rifiutando di assegnarle un’unica forma, un unico destino. Essa non potrà mai essere solo “tedesca” (neppure per i tedeschi) e solo “italiana” (neppure per gli italiani). Parteciperà – ora di qui, ora di là – esponendo sempre un margine, un residuo d’alterità irriducibile. Ma proprio in questa sua instabilità costitutiva dobbiamo ravvisare una grande opportunità. Certo, si tratta di un’opportunità difficile da cogliere, faticosa da interpretare, qualche volta persino impossibile da spiegare a chi non ne faccia o ne abbia fatto prolungata esperienza. Intanto tiriamo il fiato un momento, cominciamo a spalare qualche maceria e rimettiamoci al lavoro.

Corriere dell’Alto Adige, 17 febbraio 2011

Vergogna

Vorrei capire davvero l’utilità di questa decisione editoriale. Il quotidiano Alto Adige – il più letto in lingua italiana in provincia di Bolzano – ha pubblicato oggi (a pag. 2!) un autentico “muro” di proteste contro Luis Durnwalder (“reo” di aver pronunciato il suo diniego a partecipare ai festeggiamenti per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia) e i sudtirolesi in genere (“rei” di essere sudtirolesi). Si tratta di messaggi (o di stralci di messaggi) pubblicati online e qui semplicemente copiati e incollati. Il tenore delle lettere è monocorde e intellettualmente deprimente: ridacci i soldi, non ci rappresenti, noi le vacanze lassù non le facciamo più e via delirando. Forse sfugge a chi ha deciso di rendere merito a questi estemporanei commentatori: così si fa a pezzi la credibilità del giornale e si dà una pessima immagine degli italiani. Da italiano (e non solo da residente in Alto Adige-Südtirol), io mi vergogno a leggere queste lettere.

Südtirol ist auch Italien

Ricevo e volentieri pubblico

Südtirol ist auch Italien. Storia di un amore non contraccambiato.

di Valentino Liberto.

«I due uomini che dovevano dominare la scena politica italiana nel bene e nel male, a turno, per oltre trent’anni, si incontrarono il 7 marzo 1909 nell’albergo Alla Corona, a Untermais (Maia Bassa presso Merano). Era domenica e molti operai arrivarono con le mogli. Mussolini cominciò a parlare alle due, senza attendere il contraddittore, e attaccò l’azione della Chiesa, contraria agli interessi del popolo. Esortò quindi i lavoratori a fare la rivoluzione e a espropriare i capitalisti. De Gasperi, che nel frattempo era arrivato, espose concezioni più realistiche e immediate, le stesse che lo avrebbero guidato nell’opera di governo; invece di pensare a ipotetiche rivoluzioni lontane nel tempo, esortò gli operai a pensare agli scioperi del momento e auspicò la collaborazione fra cattolici e socialisti sul piano sindacale. Si sottrasse poi a un contraddittorio diretto con Mussolini, affermando che doveva prendere il treno delle 15,30 per Bolzano. La sua partenza fu salutata con frasi ironiche.»

(Piero Ottone, “De Gasperi”, 1968)

Italia senza Sudtirolo?

Pisa. Guardando il cielo di Toscana, mi domando: è mai possibile che il ricco Südtirol non abbia dato alcun contributo positivo all’Italia in oltre 90 anni? E l’Italia davvero non c’azzecca nulla con la cosiddetta «minoranza austriaca» insediata nella provincia più settentrionale del Paese? Qualcosa non quadra. Visto dalla regione adottiva di Alexander Langer, lo scontro istituzionale in atto tra Luis Durnwalder e il Quirinale sulla partecipazione “altoatesina” ai festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia appare zeppo di contraddizioni, che producono in me una sensazione sgradevole e del tutto inedita. L’essere ‘sudtirolese’ tra gli italiani (nella fattispecie, toscani e dintorni) e al contempo visto dai sudtirolesi come un italo-parlante qualunque costituisce infatti – agli occhi di chi mi sta accanto – potenziale motivo di vergogna. E’ la prima volta che m’accade, ma già quest’alternarsi di soggetti giudicanti riporta alla memoria le tormentate vicissitudini storiche che nel bene e nel male accomunano da quasi un secolo il Tirolo meridionale allo “stivale”. Andiamo con ordine.

Italien ist nicht Frankreich.

1. Come osservato da pérvasion, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano poteva meglio calibrare la propria missiva al nostro Landeshauptmann: appellare i sudtirolesi come “italiani” a tutti gli effetti è quantomeno un’inopportuna etichettatura della minoranza, se non una forzatura in mala fede. 2. La tesi secondo cui «Südtirol ist nicht (nur) Italien» è difatti avvalorata da evidenti prove di matrice linguistica e storiografica; andrebbe però chiarito a quale orizzonte culturale (Kulturraum) il Sudtirolo intenda fare riferimento. 3. Luis Durnwalder ha commesso un’impropria semplificazione parlando di «minoranza austriaca» (chissà se i ladini vi si riconoscono): se il concetto di stato-nazione fosse definitivamente tramontato, non vedo ragione alcuna per considerarci a tutt’oggi un’exclave dell’Austria, tra l’altro erede del grande impero plurinazionale asburgico. 4. Fermo restando che la collaborazione con il Governo non equivale a condividerne i valori fondanti, è lecito – in virtù di una più corretta traduzione della contemporaneità sudtirolese – porsi la domanda se il Sudtirolo senza Italia sarebbe più povero: il partito di raccolta ostenta da molti anni l’efficace politica di contrattazione con Roma. 5. Pregherei Thomas Benedikter di mantenersi ligio all’onestà intellettuale che lo contraddistingue: moltissimi italiani, tanto quanto i sudtirolesi, si sentono ‘cittadini italiani’ in quanto tali, e non secondo principi vetero-nazionalisti da lui descritti. Celebrare lo stato unitario non corrisponde affatto a esaltare un fantomatico nazionalismo italiano che commemora l’occupazione dell’Alto Adige; nemmeno l’irredentismo – al contrario di quanto scrive – si interessò poi molto al confine del Brenner/o. Di quale propaganda parla? Il trauma postumo dell’italianizzazione subita dai sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina, costringe loro in un’evidente sopravvalutazione del patriottismo italico, marginale nel paese della “pizza tirolese” ricoperta di speck. Il popolo italiano è talmente sprovvisto di radicati sentimenti nazionali (il richiamo all’unità tirolese li supera di gran lunga…) da riconoscersi a malapena nel tricolore della nazionale di calcio. Imperversano ovunque campanilismi medievali e dilaga il leghismo padano. L’Italia non è affatto la Francia; sembra quasi che i sudtirolesi (dai tempi di Andreas Hofer) conoscano meglio la Republique. 6. Benedikter potrà obiettare citando ad esempio la comunità italiana di Bolzano: chiunque abbia superato la Salurnerklause, però, è consapevole che i bolzanini non rappresentano un campione esemplificativo, avendo essi travasato le differenti provenienze regionali in un’unica identità italiana del tutto artificiale. 7. Ribalterei il nostro punto di vista (talvolta autoreferenziale) mettendoci nei panni dell’altro: siamo proprio sicuri che “gli italiani” non possano compiacersi della (più o meno volontaria) adesione sudtirolese ai festeggiamenti dello Stato al quale sviluppo – con importantissimi distinguo – contribuiamo anche noi? Cos’è ai loro occhi più “sacro”, la frontiera posta al passo del Brennero o gli onnipresenti angioletti Thun? Ergo: come ci vedono nella suddetta penisola?

L’immagine del Sudtirolo. Al supermercato.

2. Il Sudtirolo, oramai, non è affatto una terra sconosciuta agli italiani, semmai misconosciuta e fraintesa. L’ho compreso direttamente sulla mia pelle in un anno e mezzo di permanenza «in Italia» – ovvero entro quell’entità “nazionale” posta aldilà del confine linguistico di Salorno, che data la variegata articolazione territoriale tra le Alpi e il Mediterraneo non coincide propriamente (o non vi si riconosce sempre per ragioni di varia natura, tra cui quelle storico-geografiche) con la più ampia cornice statuale denominata «Repubblica italiana». L’ iconografia da cartolina narrata in riviste di viaggio e spot televisivi, pubblicazioni gastronomiche e prodotti tipici locali lanciati sul mercato dei consumi, l’efficiente macchina amministrativa promotrice di politiche ambientali all’avanguardia, a loro volta ispirate da un’eco-sostenibilità diffusa, contribuiscono da tempo ad affermare il nome della Autonome Provinz Bozen ben oltre quello di meta prediletta per turisti amanti della montagna. Un’avvertenza, onde evitare d’incorrere in prevedibili interpretazioni giornalistiche (e non) di quanto manifestato in queste ore da chi ci guarda da Sud: la composizione etnica e “strutturazione” stessa della società sudtirolese – e gli effetti che esse producono sul vivere quotidiano, sull’identità, la cultura politica, la visione del passato e le prospettive future – non hanno alcun riscontro nell’opinione pubblica italiana. Ciò che è investito di un enorme significato nel “rituale” dibattito interno sudtirolese, resta un mistero per gli “italiani d’Italia” che pur esprimono un periodico interesse a riguardo. Inoltre, è necessario sottolineare una seconda divergenza. Tra i diversi protagonisti del dibattito sull’identità in Sudtirolo, infatti, si riconosce una sola componente perché tale emerge verso l’esterno: quella “tedesca”, benché numericamente minoritaria in Italia. Ebbene sì. Agli occhi di un italiano medio, il sudtirolese idealtipo è un perfetto bilingue dal marcato accento tedesco, magari ospitale albergatore dal reddito alto, che beneficia dei privilegi dell’autonomia da Roma, un pizzico austriacante, attento conservatore di antiche tradizioni popolari, divoratore di Speck, Strudel & Sacher. Lo stereotipo è dunque in agguato: l’insidia del carattere prevalente nasconde da mezzo secolo la varietà del panorama socio-linguistico dell’Alto Adige-Südtirol, sì plurilingue ma a comparti stagni. A tre lingue corrispondono tre società distinte che procedono su binari paralleli; bilinguismo a parte, è impossibile evincerlo dagli ingredienti di uno yoghurt Sterzing/Vipiteno.

“Politica estera”. Ieri e oggi.

3. Ecco spiegata l’importanza di ogni uscita mediatica sulla stampa (inter)nazionale: suggerire all’attenzione dei media la questione dell’appartenenza ‘alla nazione’ del gruppo linguistico tedesco e ladino, nonché porre gli italiani di lassù dinanzi alla sfida perenne d’un riconoscimento estero ancora mancante. Dar loro voce in capitolo è fondamentale: oltre a far uscire dall’oblio gli altoatesini, crea un ponte ideale verso sud, anziché spingerci tutti quanti «agli estremi confini della patria» in uno sciocco isolazionismo – camuffato in neutralità dal tocco filo-europeo. La “politica estera” sudtirolese denota il proprio esibizionismo (citando l’ottimo Francesco Palermo): attenti alle regole della comunicazione pubblicitaria e meno a quelle di altri mass media, trasmettiamo agli interlocutori stranieri informazioni parziali, incapaci di comunicare compiutamente le particolarità e complessità del nostro modello di Autonomia. Priva di un proprio ministero degli esteri, la nazione Südtirol s’ingolfa e il principale partito al governo del Land s’allontana dalla sua stessa storia. La SVP è il più antico soggetto politico presente in Parlamento e sopravvissuto al crollo della Prima Repubblica, da un decennio persino ago della bilancia che decide le sorti di un’intera democrazia. Da una cinquantina d’anni, Roma è destinataria e mittente della cooperazione sull’avanzamento autonomista, strada imboccata con coerenza, convinzione e coraggio dalla Stella Alpina; un processo dinamico alternativo alla richiesta immediata di autodeterminazione, salto nel vuoto bocciato al Congresso di Merano del 1969. L’impegno preso dalla Volkspartei e la diplomazia messa in campo dalle forze politiche e dall’establishment governativo italiano, poi, hanno dato lustro al compromesso sul nuovo Statuto d’Autonomia del Trentino-Alto Adige, contributo fondamentale al sistema regionale/federale cui ora partecipa la Provincia Autonoma di Bolzano. La potestà legislativa autonoma garantisce oggi pari dignità e diritti allo sviluppo culturale ed economico dei sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina. Va riconosciuto perciò all’Italia repubblicana il merito di aver compreso – dopo i primi pericolosi tentennamenti – la necessità d’una pacificazione compromissoria nei rapporti tra gruppi linguistici, divenuto poi modello esportabile di conciliazione fra etnie. Un riguardo che fa onore al paese già cofondatore della Comunità Europea, al pari dell’Austria (futuro membro dell’UE) nella veste di potenza tutrice del Sudtirolo e promotrice dell’indispensabile intervento ONU sulla cd. questione sudtirolese. Il cammino di reciproca legittimazione e parificazione non passa soltanto attraverso atti giuridici: ben tre presidenti della Repubblica (Pertini, Cossiga e Ciampi) e diversi presidenti del Consiglio (da Andreotti a Prodi) hanno trascorso le proprie vacanze tra le Dolomiti e Merano. Se di gesti simbolici dobbiamo parlare, gli incontri dei leader italiani con Magnago e Durnwalder costituiscono l’emblema dell’alleanza strategica di Via Brennero con la capitale. In lotta con(tro) Roma, parafrasando Claus Gatterer.

Gioco degli specchi. Ed emancipazione.

4. Le dimostrazioni di forza non giovano; costituiscono un danno all’immagine e alla credibilità. Oltre a provocare un vespaio di dichiarazioni incrociate, infatti, le parole indelicate di Luis Durnwalder alimentano consueti pregiudizi patriottardi sia italioti che pantirolesi, provocando l’ennesima levata di scudi “simbolica” contro i presunti privilegi dell’Autonomia o un inesistente colonialismo italiano. Citare ripetutamente l’ingiusta annessione di Saint-Germain nel 1919 come principale motivazione del suo niet provinciale e – nel caso del Colle – l’astratta italianità dei sudtirolesi, ha riportato indietro le lancette della storia; si riaccendono così gli animi attraverso valutazioni poco consone riguardo l’acquisizione territoriale dell’Alto Adige, celebrata da Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera come irrinunciabile esito della Grande Guerra e quindi del cammino italiano di unificazione nazionale. Occorre invece abbattere i confini mentali per superare qualsivoglia pretesa ideologica su quelli “sacri” e porre fine all’inutile “gioco di specchi” tra Bolzano e Roma – di cui è illustre vittima lo stesso Giorgio Napolitano. Non è alzando barriere di pregiudizio e marginalizzandoci al cospetto del vicino “gigante buono” chiamato Italia che faciliteremo la comprensione delle specificità nostrane nell’autogoverno (o futura autodecisione). Non si tratta affatto di snazionalizzare i cittadini sudtirolesi, ma di collocarne l’esperienza nel solco d’una storia europea che (in quanto frutto delle consistenti richieste di minoranze “nazionali”) li vede parte d’uno Stato democratico prima che di una (non-)nazione italiana. Un’esperienza fruttuosa aimè sottovalutata. I sudtirolesi devono affrontare una volta per tutte il mito fondante dell’avvenuta emancipazione geopolitica – da sotto-provincia dell’Impero asburgico a nazione de facto – sebbene sancita sul tavolo degli accordi di pace. Senza passaggio all’Italia, non esisterebbe alcuna «questione sudtirolese» né buona parte del capitale umano accresciuto al suo progredire. Una crescita graduale verso la compiuta auto-coscienza del Südtirol, come territorio a sé stante e dotato di autonomia culturale dal restante Tirolo austro-ungarico, costellata da momenti di coesione anche sofferta (ad es. Sigmundskron nel 1957) in grado di implementare esponenzialmente la consapevolezza identitaria dei sudtirolesi, superando ogni divisione interna e cementificando il consenso attorno alla SVP come Sammelpartei. Battaglie vittoriose rinfrancano le forze messe in campo, ma ai comandanti delle truppe spetta l’onore delle armi e il rispetto dei “vinti”. Se vogliamo allontanarci il più possibile dal paradigma della vittoria, non dovrebbero esserci né vincitori né sconfitti. Questione di lealtà costituzionale: entrambe le parti si sono (è proprio il caso di dirlo) arricchite della pratica autonomista sancita dalla Carta, primo passo compiuto dall’Italia post-bellica nella direzione di un più ampio e necessario federalismo su scala regionale. Un ulteriore guadagno ci sarebbe qualora il Sudtirolo partecipasse più attivamente all’evoluzione in chiave europeista del Belpaese, in termini solidaristici, anziché cadere in anacronistici battibecchi frutto di feticismi circoscritti geograficamente.

Nation building senza senso. Dello Stato.

5. Il senso dello Stato, appunto, manca non solo alla classe politica romana bensì anche a quella bolzanina. Il processo di nation-building del Sudtirolo passa giocoforza per il riconoscimento dell’Italia come d’uno Stato-Nazione anomalo perché dai tratti poco “nazionali” (al punto da interrogarsi sul significato stesso della propria esistenza a 150 anni dalla nascita) e dalle sfaccettature “multinazionali”, decisamente meno centralista di altri paesi dell’Europa. Non siamo né San Marino né il Canton Ticino per permetterci di ignorarlo del tutto: per essere coerenti nel rinnegare ogni legame con l’Italia repubblicana, dovremmo rinunciare ai seggi SVP in entrambi i rami del Parlamento, chiudere l’ippodromo di Maia e ogni struttura riconducibile al Ventennio, abbattere ogni singolo esempio d’architettura razionalista nelle città della provincia, ritirare ogni sportivo o squadra sudtirolese da competizioni o campionati italiani, impedire qualsiasi manifestazione sportiva di carattere nazionale sul suolo provinciale (tappe del “Giro d’Italia” comprese) e ritirare i nostri bravi atleti dalle nazionali di sport invernali, compresi Innerhofer, Zöggeler e Kostner vincitori di recenti medaglie; non riconoscere alcuna legittimità al sistema giudiziario italiano, pretendere il mantenimento della sicurezza senza forze dell’ordine statali, impedire l’arruolamento di sudtirolesi di lingua tedesca in Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri ed Esercito nonché il servizio militare in quest’ultimo. Generazioni di sudtirolesi fecero servizio di leva in Italia. Una violenza? Vero, ci si poteva opporre, ma “fare il militare” portò nella Heimat una porzione di “italianità” vissuta, giovane, popolare, umana, diversa dall’italianizzazione fascista. Quindi, negando la storia condivisa (certo, spesso nostro malgrado) con l’Italia e rifiutandosi di riconoscersi in qualsiasi emanazione dotata di valori positivi anche se proveniente dal potere centrale (Costituzione compresa), non si renderà onore all’epopea dell’Autonomia targata SVP, come compromesso risultato da una dura trattativa e a sua volta alternativa all’autodeterminazione d’ispirazione separatista degli attivisti anni ’60. E si infangherà il nome del principale protagonista della lotta per il suo ottenimento, Silvius Magnago, predecessore illustre di Luis Durnwalder. Senza dimenticare il danno morale inferto alla seconda generazione dell’Autonomia, ovvero ai tanti figli plurilingui di coppie miste, Gesamtsüdtiroler meritevoli di maggiore riguardo.

Bagno caldo. Conclusioni.

Torno a casa e mi preparo un bagno caldo, riflettendo sugli interventi nella querelle tra “Italia 150” e Land Südtirol. Alcuni (pochi) osservatori additano la mia terra come ingrata e opportunista; altri sottolineano come abbia peccato d’orgoglio – si direbbe, tirolese. Cadendo in un tranello giornalistico costituito da accuse reciproche che non hanno riscontro nella consuetudine quotidiana, nell’essenza di chi vuole vivere e lasciar vivere in pace, penso che 20 anni di sofferenze non ci consentano di gettare una cattiva luce su 20 di benessere. Ottenuti anche grazie al dialogo con ‘sta strana Italia, fatta di comunità, luoghi e territori, luci e microcosmi differenti e dissonanti. Non pretendo certo né una particolare riconoscenza né pretestuosi ringraziamenti ufficiali: basta non deludere le aspettative chi ci guarda con ammirazione e rispetto, chi spera in una maturità di giudizio tale da non assecondare opposti revanscismi identitari. Un Sudtirolo forte della sua storia e orientato al futuro, in Europa. Mi si perdoni per i cattivi pensieri; il bagno è pronto, mi immergo e taccio per un po’. (val)

Celebrare per poter riflettere

Era largamente prevedibile che i festeggiamenti del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia potessero costituire una pietra d’inciampo sul sentiero perennemente interrotto della “memoria condivisa”. In questo senso le affermazioni di Durnwalder (“nessuno può veramente attendersi che io abbia qualcosa da festeggiare”) risultano persino banali a prescindere dalla sincerità dei suoi sentimenti. Resta vero però che non sempre, in politica, sia opportuno far prevalere i sentimenti sulla ragione. Per non parlare poi del peso che certe dichiarazioni assumono alla luce del ruolo istituzionale rivestito: nonostante ciò che egli può “sentire” di essere, almeno nell’esercizio delle sue pubbliche funzioni Durnwalder è il presidente di una provincia italiana.

Ancora una volta, insomma, si è assistito alla dissociazione ricorrente tra il sentire e i vari modi di essere che qui ci caratterizza un po’ tutti: una dissociazione irriducibile, forse addirittura una schizofrenia congenita che sarebbe molto meglio imparare a trattare con una buona dose d’ironia quando si registrano gli sbandamenti più vistosi, piuttosto che sperare di risolverla drasticamente una volta per tutte. Qualcuno è stato così costretto a mettere una toppa sull’ennesimo “strappo”, correggendo un po’ l’immagine estremista e falsata che con esagerato clamore era trapelata all’esterno (come se gli unici a cantare fuori dal coro dei festeggiatori entusiasti fossimo noi quassù, peraltro).

Le due personalità di maggiore peso all’interno del Pd locale – vale a dire il vicepresidente della Giunta Provinciale Christian Tommasini e il sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli – hanno reagito formulando risposte sensate, adeguate ai rispettivi profili istituzionali. Un efficace gioco di squadra che sarebbe auspicabile ripetere anche in altre circostanze. Al presidente di “tutti” i gruppi linguistici i due leader del Pd hanno segnalato che loro promuoveranno quei festeggiamenti non per ripicca o, peggio, per alzare nuovamente il tono della polemica nazionalista, bensì proprio per far comprendere come soltanto a partire da una considerazione quanto più larga della cornice entro la quale si colloca la nostra dimensione particolare (e l’Italia corrisponde indubbiamente a un lato di questa cornice), può scaturire la possibilità di testimoniarne appieno la complessa specificità.

Lo ricordava Alessandra Spada in un’intervista al Corriere dell’Alto Adige: celebrare l’unità nazionale non esclude in linea di principio il ricorso a una riflessione critica dei suoi limiti storici o geografici. Limiti che non risulteranno più evidenti se chi potrebbe avanzare pertinenti obiezioni alza le spalle e decide che la cosa non lo riguarda.  

Corriere dell’Alto Adige, 11 febbraio 2011

Perché il paese se ne fotte?

Ehm ehm. Avevo promesso a Lucio Giudiceandrea di ritrovargli un articoletto di Camillo Langone – pubblicato su Il Foglio del 21 gennaio – nel quale si spiegava perché, agli italiani, dei comportamenti di Berlusconi in fondo in fondo… Eccolo qui, l’ho ritrovato. Indubbiamente un capolavoro, nel suo malefico genere.

Non è vero, ma ci spero: vorrebbe dire che non siamo diventati tutti protestanti.

Non è vero ma ci credo. Non punterei un soldo sul risultato dei sondaggi che danno Berlusconi stabile o addirittura in crescita, ma la speranza ce la metto sopra, eccome. Vorrebbe dire che gli italiani non sono diventati tutti protestanti, nonostante quarant’anni di messa in lingua volgare, trent’anni di albero di Natale in piazza San Pietro, vent’anni di ostia nella mano, nonostante il declino dei sacramenti e l’ascesa della coscienza, nonostante le chiese a conchiglia per riti assembleari, nonostante la distruzione delle balaustre, inginocchiatoi, tabernacoli, nonostante l’asservimento del clero alla mentalità mondana, nonostante i preti che se ne vanno in giro travestiti da pastori anglicani, nonostante quasi mezzo secolo di Cei, il sindacato vescovi che in Vaticano non ha ancora trovato un Marchionne capace di ridimensionarlo e che per mezzo del suo capo Bagnasco chiede ai politici “più contegno” (ridurre il cristianesimo a contegno, un’idea tanto deprimente da non poter essere nemmeno luterana: un’idea puritana). Un Berlusconi ancora sostenuto dal consenso popolare vorrebbe dire che in Italia, nonostante le apparenze, non hanno del tutto vinto la privatizzazione della fede e la pubblicizzazione dell’intimità, la confessione televisiva, il moralismo senza morale ovvero non fondato sull’immutabile Legge di Dio bensì sul vento mediatico che tira. È che come se la nostra gente ignorante e smemorata conservasse inconsapevolmente il ricordo di quanto bene alla Verità e quanto danno al Turco fecero i corrottissimi papi Borgia. Possibile?

Elegia VII

Che avessi sbagliato secolo per nascere si doveva vedere dal cappello di paglia. Con gli occhi socchiusi, camminando nel sole, marciavo con a tracolla la borsa dei colori. Avrei scelto un paesaggio per te, deponendo pennellate rade e per il resto poi avrei voluto che fossero i tuoi sguardi a riempire di luce la tela. Ma tu eri rimasta seduta lontana e il vento giocava con i tuoi capelli.

La nostra solitudine

Si tratta di un’occasione o di un’occasione persa? Ecco l’oscillazione che fa tribolare. Analizzando i commenti letti e ascoltati dopo il forte scossone causato dall’accordo Bondi-Svp sul trattamento dei cosiddetti “relitti fascisti”, il “luccichio d’arena bagnata che si ritira veloce” (Italo Calvino, Palomar) in seguito al distendersi dell’onda ci ha lasciato con questa domanda a fior di labbra. Sarebbe utile trovare una risposta, prima che sopraggiunga una nuova ondata.

Ma cos’è che luccica? Innanzitutto la solitudine degli altoatesini. Che nessuno si curasse di noi, dei nostri “interessi”, in un Paese sempre più lontano, era fin qui una percezione indistinta. Adesso è diventata molto più chiara. Il fatto che una tale acquisizione sia arrivata per “merito” di un governo di destra, cioè da parte di chi, in teoria, avrebbe dovuto contrastare e confutare questo sospetto, ne costituisce il sigillo definitivo. Il punto è: dobbiamo rammaricarcene?

Penso di no. Anzi, è bene che distilliamo in fretta la ricetta contenuta nel verso di un grande poeta tedesco: là dov’è il pericolo cresce anche ciò che salva. Che gli italiani, noi italiani del Südtirol fossimo soli non sarebbe stato difficile scoprirlo per tempo. Ma la tendenza a non riuscire a prenderne davvero coscienza – come si vede dall’incapacità di cercare un possibile riscatto – si è sempre imposta sui rari barlumi di autoconsapevolezza. Anche la difficoltà a fare i conti col nostro passato di colonizzatori (verità scomoda, sicuramente neppure “tutta” la verità, comunque caratterizzante almeno l’origine della nostra più cospicua presenza in questa terra) è frutto di un prolungato autoinganno. Se non disattiviamo la percezione che ci vorrebbe prigionieri del cono d’ombra gettato da simboli nefasti, se reagiamo persino nel modo peggiore, con offesa fierezza (l’ha fatto l’ex sindaco di Bolzano, Giovanni Benussi), continueremo a condannarci a prendere lezioni da altri. Una situazione francamente non più sostenibile.

Rivendicare il diritto di esistere, mostrando con coraggio alcune radici infette, questo ci manca. Non subire più l’attribuzione di colpe innegabili, ma farcene carico in prima persona e proporre una via d’uscita che tracci innanzitutto un confine netto e duraturo tra noi e l’ambiguità nella quale abbiamo creduto di poterci nascondere. Da una parte insomma la storia, ciò che è stato, e dall’altra l’identità, ciò che è in costante divenire. A quel punto persino il Duce e il suo cavallo potrebbero rimanere là dove sono (oppure meglio, come sembra, indietreggiare coperti da un velo). Ma occorrono idee. Idee buone. Idee nostre.

Corriere dell’Alto Adige, 5 febbraio 2011

Gli italiani e i “relitti fascisti”

Nel nuovo numero del settimanale ff (No. 05) è apparso un mio Gastkommentar sulla questione dei monumenti.

Perché la maggioranza degli italiani di Bolzano ha reagito in modo così negativo alla notizia che la Svp era riuscita a ottenere la promessa di poter intervenire sui principali monumenti risalenti all’epoca fascista? Gli altoatesini sono forse in gran parte ancora fascisti o comunque nazionalisti? Chi pone un quesito del genere ritiene che non si possa difendere quei monumenti senza aderire anche all’ideologia che li ha prodotti. Sarebbe però una conclusione troppo sbrigativa. Anche chi ha firmato una petizione nella quale si possono leggere parole sconfortanti sulla perdita di un patrimonio definito “ideale” (sic!), se direttamente interrogato rifiuterebbe di essere qualificato come fascista. Dunque a mio avviso la motivazione è da ricercare altrove.

Ci avviciniamo forse maggiormente alla comprensione di quanto è accaduto passando a considerarne gli aspetti culturali. Gli altoatesini legano dunque davvero la loro identità a quelle opere, magari perché non ne hanno altre o di migliori? Anche se le avessero, è certo che quelle di cui stiamo parlando sono molto più “disponibili” (pur risultando alla fine scomodissime) perché enfatiche ed enfatizzate. Enfatizzate non solo da loro, peraltro. Occorre così allargare la nostra considerazione al contesto nel quale si sono storicamente formate (e purtroppo anche cristallizzate) certe posizioni. Attenzione: con ciò non si vuole affatto giustificare l’atteggiamento prevalente degli italiani nei confronti del “proprio” passato (atteggiamento troppo spesso indulgente o comunque mai di aperta condanna) e scaricare il barile su quei tedeschi che dalla persistenza dei “relitti fascisti” hanno in larga parte tratto il loro capitale politico. È noto però come ogni meccanismo d’identificazione che sfrutti determinati oggetti culturali venga rafforzato se qualcun altro utilizza parimenti i medesimi per costruire un’identità di segno opposto. Allora prevalgono emozioni primitive, nessuno è più in grado di accogliere le ragioni altrui e il dialogo si avvita in un confronto tra sordi (come dimostrò il pessimo esito del referendum sul cambio del nome di piazza Vittoria).

Se le considerazioni appena svolte sono plausibili, diventa certo più chiara la reazione che si è avuta di fronte all’accordo tra la Svp e il ministro dei Beni Culturali, configuratosi come un vero strappo nella tela di così contorti e precari equilibri. Seppur con accenti diversi, l’aspro e trasversale rifiuto iniziale (Giorgio Holzmann che si è definito “scioccato”, Antonio Frena che ha parlato di “orrore”) è stato determinato da un sentimento diffuso in larghi strati della popolazione di lingua italiana dell’Alto Adige: ecco che qui tutto passa sempre e comunque sulla nostra testa; ecco che chi sta a Roma non comprende la nostra situazione e ci “svende” senza neppure consultarci; ecco che la Svp, con la solita protervia, ignora il parere dei suoi alleati locali e agisce come se noi manco esistessimo. Per gli esponenti del Pdl locale, che si sono addirittura trovati a votare la fiducia nei confronti di un “loro” ministro proprio mentre li stava in un certo senso “tradendo”, la delusione è stata cocente. Ma non pochi lamenti si sono levati anche da parte dei politici, degli osservatori e dei cittadini vicini al centrosinistra, i quali puntavano all’elaborazione di strategie più “condivise” e prudenti (talmente prudenti, a dir la verità, da risultare poco convinte e con ciò poco convincenti). Solo in un secondo momento è affiorata l’idea che la responsabilità stavolta andasse ricercata (anche) nelle proprie manchevolezze e nell’incapacità di essere stati realmente propositivi quando si poteva ancora tentare d’influenzare il corso degli eventi.

Cosa può accadere adesso? Il buon senso consiglierebbe di smettere in fretta di permanere in un atteggiamento d’indignato risentimento, al fine di promuovere invece un’attenta riflessione sulle possibilità ancora disponibili di partecipare concretamente alla nuova fase che, nonostante il discutibile metodo, si è aperta. Non appaia esagerato affermarlo: per gli italiani di qui si tratterebbe quasi della prima volta.

Un referendum? Dio ce ne scampi!

Mi pare di aver capito che qualcuno (Biancofiore?) vorrebbe indire un referendum per chiamare il “popolo” a decidere sulla permanenza (o meno) del fregio mussoliniano assurto un po’ a simbolo della nuova (in realtà quasi eterna) questione-monumenti (o questione-relitti fascisti). Spero sinceramente che non si arrivi a tanto. Assisteremo infatti a una rinnovata campagna polarizzante, alla peggiore riedizione possibile dello scontro tra fautori dell’italianità offesa e della tedeschità imperante (e ovviamente viceversa: della tedeschità vessata e dell’italianità occupante). Non potrebbe accadere niente di peggio, per tutti noi.